Riproduzioni libere? Maneggiamo con cura

di Lucinia Speciale

La rete e i social network ci hanno riportato indietro agli anni Settanta, quando ogni questione culturale era propiziata da un appello. Quotidianamente le caselle di posta elettronica sono raggiunte da sollecitazioni di tutti i tipi, che vanno dall’invito a sostenere una legge per la sicurezza alimentare alla difesa di un sito archeologico. Si è creata anche una piccola gara ad accaparrarsi le firme più in vista. Verrebbe da pensare che gli intellettuali italiani trascorrano buona parte del loro tempo a schierarsi. Dopo qualche decennio di bonaccia e disimpegno è comunque un dato consolante. L’impegno civile è un segno di vitalità.

A volte però si ha l’impressione che dietro un buon principio, come quello della libertà di ricerca, possano crearsi equivoci. Uno di questi è quello ingenerato dalla proposta “Fotografie libere per i Beni culturali”, che ha raccolto diverse migliaia di firme e molti autorevoli interventi a sostegno, tra questi un’interrogazione parlamentare e numerose prese di posizione pubbliche da parte di studiosi e addetti ai lavori. Sebbene abbia una certa attitudine a sottoscrivere gli appelli, dopo un’attenta lettura della premessa che introduce il testo non vi ho aggiunto la mia firma. Condivido invece senza riserve i contenuti della posizione che l’associazione Bianchi Bandinelli ha assunto, in apparente contrasto con la sua vocazione a sostenere l’esigenza di rendere la cultura accessibile a tutti.

Può non piacere, ma il principio della libera ripresa che l’Art bonus garantisce sui beni custoditi nelle collezioni dello Stato non può essere esteso ai beni archivistici e librari, senza quelle minime limitazioni che attengono alla loro particolare qualità di manufatti.
Richiamare questa preoccupazione, nel momento in cui si discute se e come consentirne un più ampio diritto di ripresa è forse un po’ pedante, ma cerca di tenere insieme le esigenze di tutti; non ultime quelle di quanti – tra qualche generazione – potrebbero avere necessità di maneggiare carte d’archivio e libri a stampa di epoca moderna, che sfortunatamente sono molto delicati, e che sottoposti alla pressione di utenti inesperti o poco avvertiti rischiano di non sopravvivere a tanta sete di conoscenza.

Sono stata agli Uffizi l’ultima volta nel gennaio 2014 e ho visto cosa può produrre la smania di portarsi via un’immagine moltiplicata per mille. In certe sale si era abbagliati dai flash. Sarebbe vietato, ma come possono due custodi contrastare la pressione di una cinquantina di utenti determinati a portar via un’immagine? E come l’eccesso di umidità determinato dal numero delle presenze, anche la sovraesposizione luminosa provoca danni. Certo, carte d’archivio e manoscritti hanno utenti potenziali più ridotti, ma cosa accadrebbe in una qualunque sala manoscritti se tutti i lettori – tutti perché di questo si parla – chiedessero contemporaneamente di riprodurre senza alcun vincolo il materiale che stanno consultando? Chi potrebbe garantire, con l’attuale personale di sala, che per ottenere una ripresa leggibile manufatti fragili e delicati non siano esposti al pieno sole? Per provocare danni irreversibili alla carta non c’è necessità di ricorrere al flash, basta la luce naturale, come sa o dovrebbe sapere chiunque si sia occupato di restauro. E’ vero che tablet, smartphone e programmi di correzione consentono riprese di una certa qualità senza utilizzare il flash, ma moltiplicando il numero delle operazioni di ripresa il rischio esiste.

Nel dirimere la questione si dovrebbe ragionare anche in termini di democrazia. Consentire le riprese personali a chi abbia mezzi propri non significa garantire un diritto a tutti, ma solo a quelli che possono permettersi uno strumento relativamente costoso.
Una soluzione intermedia potrebbe esserci: quella di lasciare un margine di autonomia ai funzionari tecnici che danno l’autorizzazione alla ripresa, ai quali oggi è comunque demandato il compito di consentire o meno la riproduzione fotostatica e fotografica. Verificato che l’utente sia in grado di maneggiare il documento e dotato di un’attrezzatura adeguata, concedendo l’autorizzazione alla ripresa si potrebbe chiedere a chi la realizza per la prima volta di lasciarne a disposizione una copia alla sede di conservazione.

In questo modo si otterrebbero due vantaggi.
a) Si avrebbe a disposizione, senza oneri per la comunità, una banca di immagini più moderna di quella che lo stato oggi possa permettersi di realizzare, monitorando anche lo stato di conservazione dei documenti riprodotti, soprattutto di quelli molto richiesti. Ho fatto parte dell’équipe di studio che ha accompagnato il restauro di uno straordinario cimelio del VI secolo. Nell’arco del suo ultimo secolo di vita l’opera ha subito un degrado molto rapido; avere avuto a disposizione una buona documentazione fotografica, e cronologicamente classificabile, si è rivelato un elemento prezioso per circoscrivere i tempi del degrado.

b) Si avrebbero delle riprese da mettere a disposizione di quanti lo smartphone o il tablet di ultima generazione non lo possiedono o non lo sanno usare. Oltre ai nativi digitali, frequentano archivi e biblioteche anche persone che non sono in grado di impadronirsi di quel minimo di manualità e competenze necessarie a produrre immagini di qualità, ma che possono forse utilizzarle. Mettere a disposizione i materiali di studio potrebbe essere un bell’esempio di condivisione delle conoscenze, soprattutto da parte di chi frequentando materiali documentari per lavoro ha o dovrebbe avere consapevolezza di quanto siano delicati.

Gli archeologi e le visite al Quirinale

Pubblichiamo un comunicato dell’Associazione nazionale archeologi sulle visite al Quirinale.

Dal 23 giugno il Quirinale diventerà “la casa degli Italiani”, come ha annunciato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo scorso 2 giugno per la Festa della Repubblica. Ma per garantire il servizio il Quirinale ha deciso di ricorrere ai volontari del Touring Club e agli studenti e tirocinanti dell’Università di Roma. Le guide turistiche professioniste, costituite da storici dell’arte, archeologi e specialisti del patrimonio culturale non potranno più accedere al Palazzo del Quirinale per svolgere la propria attività lavorativa. «Non comprendiamo la decisione del Quirinale – dichiara Salvo Barrano, presidente dell’Associazione Nazionale Archeologi – di ostacolare i professionisti nello svolgimento del lavoro per il quale si sono formati e per il quale dovrebbero essere adeguatamente retribuiti, ed esprimiamo piena solidarietà agli esperti archeologi, archivisti, bibliotecari e storici dell’arte che non potranno più svolgere l’attività di guida all’interno del Quirinale».

A novembre scorso i professionisti dei beni culturali, convocati dal coordinamento di Confassociazioni Beni Culturali, sono scesi nelle piazze italiane allo slogan “Cultura è lavoro, il lavoro si paga”, proprio per denunciare la tendenza delle istituzioni e dello stesso MIBACT a ricorrere ai tirocinanti e volontari al posto dei lavoratori. Tendenza confermata dal recente reclutamento di ulteriori 130 tirocinanti a Pompei, dopo aver mandato a casa quelli già “utilizzati” nei mesi scorsi.

Oltre all’aspetto etico, la scelta del Quirinale appare in netto contrasto con l’art. 1 della Costituzione, che recita: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». I Padri Costituenti dovevano essere fermamente convinti della differenza quando hanno scelto di usare il termine “lavoro”e non “volontariato”. Anche i dati raccolti dall’Osservatorio Bandi Archeologici dell’ANA confermano un progressivo aumento di avvisi da parte di istituzioni pubbliche per la selezione di volontari da destinare ad attività lavorative, motivato quasi sempre con la scarsità di risorse. Una motivazione inaccettabile in un Paese come l’Italia, custode di un immenso patrimonio culturale, dove la professionalità e la conoscenza dovrebbero creare sviluppo, buona occupazione ed essere retribuite in maniera adeguata. «Chi non lo fa, istituzioni comprese», afferma Ada Preite, responsabile dell’Osservatorio, «si assume la grave responsabilità di svalutare un patrimonio unico di competenze e di elevare pericolosamente i livelli di disoccupazione intellettuale e di disagio sociale».
Auspichiamo pertanto che la decisione venga rivista, poiché consegnare la conoscenza di un monumento simbolo del Paese come il Quirinale alla logica esclusiva del volontarismo e del dilettantismo, è indice di miopia, di superficialità e di arroganza nei confronti dei visitatori e di una generazione che ha faticosamente acquisito un patrimonio di conoscenze che rischiano così di essere gettate a mare.
«Anche per questo – sottolinea Barrano – sosteniamo con convinzione l’appello lanciato dai colleghi dell’Associazione Bianchi Bandinelli contro questa scelta».

Perché solo volontari per le visite guidate al Quirinale?

Un appello dell’Associazione Bianchi Bandinelli contro le previste modalità di visita al Quirinale

Apprendiamo che dal 23 giugno prossimo il Palazzo del Quirinale, per decisione del Presidente della Repubblica, aprirà le porte agli italiani tutti i giorni, dalle 9,30 alle 16,30 tranne il lunedì e il giovedì, proponendo la scelta di due percorsi, di cui il primo (artistico-istituzionale) al costo della sola prenotazione di 1,5 euro a persona e il secondo (artistico-istituzionale e tematico) al costo di 10 euro. La visita sarà possibile esclusivamente a mezzo prenotazione on-line o call-center, e pagamento anticipato con carta di credito, e prevede che volontari del Touring Club o studenti dell’Università “La Sapienza” accompagnino i visitatori durante il percorso.

Fino a oggi le visite al Quirinale erano affidate a personale altamente qualificato: guide selezionate tramite concorso pubblico dalla Provincia di Roma e storici dell’arte o archeologi per conto di associazioni culturali, molti dei quali laureati, specializzati e addottorati nelle discipline attinenti il tipo di percorso di visita. L’odierno provvedimento, che impone di fatto l’ingresso al palazzo esclusivamente in presenza di volontari, è a dir poco sconcertante. Il primo ordine di perplessità riguarda la violazione dell’art. 1 della Costituzione, che recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”; il secondo, l’equivoco, sempre più diffuso in tempi di crisi economica, intorno al concetto stesso e al valore sociale del volontariato. Spiace constatare che lo stesso equivoco rischi di orientare le scelte delle più alte cariche dello Stato, nonché delle università preposte alla formazione scientifica dei giovani.

Crediamo che un’istituzione pubblica non possa legittimare l’utilizzazione inappropriata, cioè lo sfruttamento, di una qualunque forma di attività professionale a titolo gratuito. Si vanifica così, oltre che l’investimento economico, il significato culturale del lungo iter formativo universitario e post-universitario specialistico che dovrebbe avere come scopo l’impiego professionale presso le strutture idonee ad avvalersene. Il volontariato risponde a criteri esattamente opposti: un qualunque cittadino, che svolga o meno una propria attività professionale, presta gratuitamente servizio per scopi sociali o umanitari. Si direbbe che il Quirinale non raccolga i dati decisamente allarmanti di questa doppia casistica nel nostro Paese.

L’Associazione Bianchi Bandinelli ha dedicato analisi e proposte al problema, in particolare con il convegno “L’Italia dei beni culturali: formazione senza lavoro, lavoro senza formazione” (Roma 2012).

Grazie all’impegno qualificato di archeologi e storici dell’arte negli ultimi anni il numero dei visitatori dell’illustre Palazzo e delle collezioni era in continua crescita; al pubblico veniva offerto un vero e proprio servizio di visite guidate, itinerari di conoscenza e approfondimento storico artistico, non un semplice accompagnamento. Eppure un grande numero di quel personale altamente specializzato faceva parte del precariato culturale di cui l’Italia vanta il triste primato e sarebbe davvero colpevole se allo stesso destino venissero indirizzati i giovani volontari a cui oggi, pur senza un’adeguata preparazione, si offre l’illusione di una possibile futura occupazione.
Ci appelliamo alla massima autorità dello Stato affinché vengano modificati i provvedimenti in questione e sia garantita piena dignità culturale all’esperienza di visita della Casa degli Italiani.

Il Colosseo, l’arena e i nuovi gladiatori

di Pier Giovanni Guzzo

Con tenacia degna di miglior causa, il ministro dei Beni Culturali ha ribadito la disponibilità di venti milioni per la ricostruzione dell’arena del Colosseo. Così, a circa sei mesi di distanza dal primo annuncio, si conferma una scelta metodologicamente errata e di non prioritaria urgenza per la tutela.

Sembra costante in questa fase che i Beni Culturali stanno attraversando che da quanti hanno il potere (non sempre il know how) di decidere in proposito vengano preferite opere se non inutili, certamente di non immediata priorità. E ciò accade, solitamente, in nome di una presunta “valorizzazione”: come, ad esempio, per l’anastilosi delle colonne in granito del Foro della Pace a Roma, resa possibile solamente dalla predisposizione di giganteschi supporti in cemento armato (oltre alle altrettanto necessarie integrazioni dei fusti, sempre in cemento). Infatti manca ogni resto delle basi originarie, cavate e riutilizzante come di norma per i materiali edilizi in epoca post antica.

Roma stessa offre numerose possibilità di utilizzazione prioritaria di risorse finanziarie. L’area centrale è un grandioso insieme di monumenti che, per l’età romana, non ha uguali al mondo. Sia il suo scenario naturale, con il continuo collasso della pendice del Palatino, sia le opere dell’uomo necessitano di restauro e di conservazione. Il Colosseo stesso vivrebbe la contraddizione di avere il piano dell’arena nuovo di zecca (e forse non perfettamente corrispondente a quello antico), mentre per il resto della sua gigantesca struttura si avrebbero zone ancora pericolanti, nonostante le benemerite attenzioni del generoso sponsor. E la Domus Aurea? Senza dimenticare che più di un quarto di secolo è trascorso dalla grande attività resa possibile dalla legge speciale per Roma: intervallo di tempo che avvicina sempre più la necessità di una verifica e di una messa a punto dello stato di conservazione e di pulizia dei grandi monumenti in marmo. Le colonne istoriate e gli archi trionfali sono ormai divenuti grigi (la colonna Antonina fu sottoposta ad un trattamento più leggero della sorella maggiore, la Traiana): sarebbe quindi tempo di un intervento prima che ridiventino neri, com’era prima degli anni ’80 dello scorso secolo.

Ma non solamente a Roma si hanno monumenti antichi bisognevoli di attenzione e di interventi che ne allontanino nel tempo la definitiva rovina. E non solo monumenti antichi sono nel patrimonio dei Beni Culturali italiani, che la Carta Costituzionale impone (imporrebbe) di tutelare a prescindere dalla rispettiva pertinenza ad una oppure ad un’altra fase culturale. Per fermarci ai monumenti antichi, il comprensorio che rivaleggia per densità di presenze con Roma è quello dei Campi Flegrei. Tra Pozzuoli, Bacoli, Cuma (senza dimenticare le contermini isole di Ischia e di Capri) era la sede estiva degli imperatori romani e della loro nobiltà: e i monumenti che li ospitavano sorgono ancora maestosi nella loro rovina, annunciandoci la propria prossima distruzione se non si porrà immediato riparo alla loro inedia.

Cosa sarà di Pompei, una volta esauritasi la beneficenza europea? Pompei si estende su mezzo milione di metri quadrati, dei quali nemmeno la metà è stata interessata dagli interventi in corso. Poseidonia e Velia, come tutte le altre città greche che punteggiano le coste tirreniche e ioniche fino a Taranto, e le città romane, da Blanda (attuale Tortora) a Scolacium (attuale Roccelletta di Borgia), che sono loro succedute mostrano continua necessità di interventi: per conservare quanto già in luce, per conservare quanto viene quotidianamente minacciato dall’espansione edilizia e dall’incuria. Etruschi, Liguri, Veneti, Celti, Piceni, Sanniti hanno popolato il nostro Paese: e ce ne hanno lasciato documentazione monumentale.

I venti milioni che il ministro riserva (con tenacia degna di miglior causa) alla non prioritaria ricostruzione dell’arena del Colosseo utilizzati invece sull’intero patrimonio culturale italiano svolgerebbero un ben più efficace effetto di tutela che cedere all’emozione del sentirsi gladiatore. Ben più efficace effetto non solo in ordine alla tutela ed alla conservazione, ma anche al significato più profondo della cultura: che non è qualità esclusiva riservata a ciò che è famoso, ma proprietà diffusa a tutto ciò che è in grado di insegnarci qualcosa.

Un seminario per Anna Maria Mandillo

Per ricordare Anna Maria Mandillo ad un anno dalla sua scomparsa, l’Associazione Bianchi Bandinelli, in collaborazione con l’Associazione italiana biblioteche e la Direzione generale biblioteche, organizza un seminario di studi intitolato: Biblioteche, servizi, democrazia. Il seminario si terrà il 16 giugno 2015 nell’auditorium dell’Istituto per i beni sonori e audiovisivi (Discoteca di Stato), via Michelangelo Caetani 32, Roma, alle ore 15.
Il programma trae spunto dall’analisi di Mandillo su alcuni temi significativi – servizi nazionali, deposito legale, diritto d’autore – e prevede interventi e testimonianze che intendono approfondire aspetti funzionali e punti critici della situazione delle biblioteche italiane, offrendo un contributo al rilancio di questi istituti.
Nel corso del seminario verrà presentato il volume di scritti di Anna Maria Mandillo, Biblioteca come servizio pubblicato dall’Associazione italiana biblioteche.

 

 

Biblioteche, servizi, democrazia

In ricordo di Anna Maria Mandillo

16 giugno 2015, ore 15.00
Auditorium dell’Istituto centrale per i beni sonori e audiovisivi
Via Michelangelo Caetani, 32 – Roma

Coordina Marisa Dalai Emiliani, Associazione Bianchi Bandinelli

Saluti
Massimo Pistacchi, Istituto centrale beni sonori e audiovisivi
Rossana Rummo, Direzione generale biblioteche
Enrica Manenti, Associazione italiana biblioteche

Interventi
Luca Bellingeri
Impegno e passione. Anna Maria e le biblioteche

Claudio Leombroni
Per la riorganizzazione dei servizi bibliografici e bibliotecari nazionali

Rosa Maiello
Il diritto d’autore: la difesa del servizio pubblico delle biblioteche tra riforme e controriforme

Paola Puglisi
Il deposito legale: una “legge delle mancanze” con il “sapore dell’avanguardia”

Giovanna Merola
Presentazione del volume La biblioteca come servizio. Scritti di Anna Maria Mandillo

Testimonianze
Rosaria Campioni, La leale collaborazione fra Stato e Regioni
Angela Benintende, L’impegno nella Direzione generale per le biblioteche
Vittoria Tola, La rivista Digitalia
Madel Crasta, Professione: com’era, come sarà
Marisa Dalai Emiliani, Il lavoro nell’Associazione Bianchi Bandinelli

 

Fotografie libere? Un comunicato dell’Associazione Bianchi Bandinelli

A seguito dell’introduzione nell’art. 12 del d.l. n. 83/2014 (Art Bonus) del comma 3 bis, mentre da un lato sono state liberalizzate le riproduzioni di beni culturali effettuate per finalità di studio o ricerca, sono state esplicitamente escluse quelle relative ai beni archivistici e librari, costringendo anche quegli istituti che precedentemente consentivano ai propri utenti le riproduzioni “con mezzi propri” ad escludere tale possibilità dai propri servizi.
All’origine di tale norma la preoccupazione che una tale liberalizzazione potesse causare gravi conseguenze sulla conservazione di tali beni, che avrebbero potuto essere sottoposti ad operazioni (schiacciamento dei dorsi o apertura eccessiva della legatura, solo per fare due esempi) non compatibili con la loro natura di beni destinati alla preservazione.

Una prima soluzione, di buon senso, ci risulta sia già stata trovata in alcuni istituti archivistici e librari dove la riproduzione con mezzi propri è consentita previo versamento di un importo fisso (variabile fra uno e tre euro) per ogni unità bibliografica o archivistica, consentendo così agli studiosi il libero accesso alle riproduzioni (con costi estremamente contenuti) ed agli istituti depositari di tali beni un maggior controllo sulle corrette modalità di esecuzione delle riproduzioni.

A quanto ci consta è inoltre allo studio, da parte dell’Ufficio legislativo del MiBACT, una proposta di modifica della norma in questione, proprio allo scopo di venire maggiormente incontro alle esigenze di studiosi e ricercatori, consentendo quanto del resto è previsto in molte biblioteche di altri Paesi europei. La soluzione adottata dovrà in ogni caso, a parere di questa Associazione, contemperare esigenze (quella del libero accesso all’informazione e della sua conservazione nel tempo a vantaggio delle future generazioni), che necessariamente dovranno prevedere una qualche forma di regolamentazione del servizio e, nel caso, anche il versamento di una piccola quota che, senza penalizzare gli studiosi, riduca il numero delle richieste, consentendo una maggior vigilanza sulle modalità di esecuzione.

Che cosa succede al Tempio della Pace

Pubblichiamo la lettera che il presidente dell’Associazione Bianchi Bandinelli, Vezio De Lucia, ha inviato a Claudio Parisi Presicce e la risposta del Sovrintendente capitolino ai Beni culturali.

 

Gentile dottor Claudio Parisi Presicce,
e per conoscenza gentile arch. Francesco Prosperetti,

anche a seguito di articoli di stampa, è stata rappresentata alla nostra Associazione la preoccupazione per l’intervento in corso di ricollocazione delle colonne del Tempio della Pace. Per la rilevanza dell’intervento, e anche al fine di evitare il diffondersi di malintesi, mi permetto cortesemente di chiedere che siano resi noti al mondo degli specialisti e degli operatori i progetti e lo stato dei lavori di restauro in corso al Tempio della Pace.
L’Associazione Bianchi Bandinelli è a disposizione per un incontro, ove vi sembri utile.

Ringrazio e invio cordiali saluti,
Vezio De Lucia, presidente

 

Gentile Presidente Vezio De Lucia,

il dottor Roberto Meneghini, che legge per conoscenza, sarà certamente molto lieto, in qualità di responsabile unico del procedimento, di accompagnarla in visita al cantiere di restauro.

Cordiali saluti.

Claudio Parisi Presicce

I Pisano e Masaccio all’Expo? Le ragioni del “no”

Pubblichiamo un appello contro il trasferimento da Pisa all’Expo di otto statue di Nicola e Giovanni Pisano e di un’opera di Masaccio. Per sottoscriverlo inviare una mail a cristiano.giometti@unifi.it

 

Contro il prestito di opere di Nicola e Giovanni Pisano e di Masaccio all’Expo

Nel silenzio generale della città di Pisa, otto statue attribuite a Nicola e Giovanni Pisano del Museo dell’Opera del Duomo (attualmente in ristrutturazione) e il San Paolo di Masaccio del Museo nazionale di San Matteo sono in partenza per l’Expo di Milano. La locale Soprintendenza, in accordo con il Polo Museale Regionale della Toscana, aveva provato a opporsi richiamando questioni di opportunità (la tavola di Masaccio è una delle principali opere del San Matteo e perciò considerata inamovibile) e di salvaguardia (le statue non sono mai state concesse in prestito in virtù della loro mole). Ma la storia era già stata scritta altrove e nel giro di pochi giorni si è assistito alla rettifica del diniego: evidentemente le ragioni della tutela non sono più sufficienti ad arginare pressioni esercitate dall’alto. I marmi di Nicola e Giovanni Pisano saranno esposti fino al 15 ottobre nella chiesa di San Gottardo in Corte in uno spazio condiviso con l’azienda Robot City, specializzata nella riproduzione di opere d’arte in 3 dimensioni; sarebbe stato più opportuno, dunque, prestare i calchi in gesso già esistenti degli originali del Battistero di Pisa. La tavola di Masaccio, invece, troverà collocazione auspicabilmente per un solo mese nel padiglione Eataly, una serie di stand da Festa dell’Unità tra ristoranti regionali e bar, piadine e tortellini, secondo il concetto della grande distribuzione organizzata applicata all’arte.

Noi siamo convinti che non si debbano mettere a rischio opere fragili e difficilissime da spostare, straordinarie nel loro contesto e non in mezzo alla distratta frequentazione di turisti alla ricerca di quelle sensazioni eclatanti che l’Expo milanese promette. E non ci sentiamo affatto tranquilli non solo riguardo alla movimentazione delle opere ma anche alla loro sicurezza, persino di fronte a possibili eventi eccezionali di cui i giornali hanno tanto parlato nei giorni scorsi. A chi dovremmo chiedere allora conto di un danno assoluto, ai talebani di casa nostra, cioè tutti quelli che in nome dei grandi eventi permettono tali scempi?

I piani paesaggistici fra Stato e Regioni

locandina piani paesaggistici

Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli presenta

I piani paesaggistici fra Stato e Regioni

18 maggio 2015, ore 16,30

Ne discutono Anna Marson e Francesco Scoppola, coordina Francesco Erbani

Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte Piazza San Marco 49, Roma

L’11 aprile scorso, con la firma dell’accordo di pianificazione da parte del ministro Dario Franceschini e del presidente Enrico Rossi, è stato definitivamente approvato il piano paesaggistico della Toscana. Un risultato importante e soddisfacente, dopo una fase lunga e tormentata di discussioni e di scontri anche all’interno della maggioranza di centrosinistra. Un’indiscutibile novità è il ruolo attivo finalmente giocato dal ministero, per la prima volta dopo l’approvazione del Codice. La nostra associazione, che da anni denuncia i ritardi delle regioni e l’assenza d’iniziativa del ministero, coglie l’occasione per riprendere il dibattito sulla pianificazione del paesaggio, e ha perciò invitato due protagonisti delle politiche di tutela e governo del territorio del nostro Paese.

Anna Marson, assessore regionale a Urbanistica, pianificazione del territorio e paesaggio della Toscana, ha difeso con coraggio e determinazione il piano paesaggistico che, al termine della discussione in consiglio regionale, rischiava di essere sfigurato da pericolosi emendamenti volti, tra l’altro, a estendere l’attività di escavazione sulle Alpi Apuane e ad ampliare gli interventi di trasformazione lungo la fascia costiera. Al termine della discussione, grazie anche all’azione del presidente Rossi, sono state concordate positive mediazioni. Dell’assessore Marson si può leggere sul sito della associazione Bianchi Bandinelli l’importante intervento a conclusione del dibattito in consiglio regionale.

Francesco Scoppola è da pochi mesi direttore generale delle Belle arti e del Paesaggio. Della sua precedente vasta esperienza, la nostra associazione ha recentemente ricordato la partecipazione, con Leonardo Benevolo, alla formazione del Progetto Fori del 1988. A Scoppola spetta l’onere di restituire prestigio ed efficacia alla presenza dello Stato che, finora, in materia di pianificazione del paesaggio, è stata francamente deludente. Disattese sono in particolare le previsioni del Codice in materia di indirizzo dell’azione regionale.

L’Aquila. Sei anni dopo quella notte

Sei anni fa, nella notte fra il 5 e il 6 aprile 2009, un sisma colpì L’Aquila e una cinquantina di comuni abruzzesi. Morirono 309 persone, quasi 70 mila restarono senza casa. I centri storici dell’Aquila, delle sue frazioni e di altri comuni vennero danneggiati gravemente. La gestione dell’emergenza e soprattutto degli interventi successivi fu ispirata a logiche politiche che programmaticamente bandirono ogni forma di partecipazione. Il governo di Silvio Berlusconi e la Protezione civile montarono su quelle vicende una sfida politica. Venne coniato lo slogan “dalle tende alle case” e a L’Aquila si partì quasi immediatamente con la costruzione di 19 insediamenti, banalmente definiti new town, nei quali vennero alloggiate 16 mila persone, circa un terzo dei senzatetto del capoluogo. Migliaia e migliaia di persone furono confinate in alberghi lontani. Contemporaneamente il centro storico venne svuotato, chiuso, transennato e imbullonato in poderosi ponteggi. Edifici di grande pregio e un tessuto edilizio di eccellente qualità furono abbandonati a un lento deperimento. Tutto, anche i beni culturali, venne commissariato. Buona parte dell’informazione allestì la notizia che il dramma aquilano era avviato a soluzione. Solo le inchieste giudiziarie, nel febbraio del 2010, svelarono l’indecente speculazione che si era abbattuta su una città martoriata, sui suoi abitanti e sul patrimonio d’arte e di cultura che essa custodiva.

A sei anni di distanza, i cantieri sono al lavoro, ma manca un’idea di città alla quale la ricostruzione dell’Aquila debba ispirarsi. Le cosiddette new town, che mai hanno assunto una minima configurazione comunitaria, senza servizi, senza collegamenti, sono affette da un degrado fisico che rapidamente le ammalora e assumono l’aspetto di una mortificata periferia. Nel centro storico sono pochissime le persone rientrate e il suo aspetto resta spettrale. Sul futuro della città pesa gravemente l’assenza di scelte politiche e urbanistiche corrette e invece si fa sentire come un’incognita l’eredità di quelle prese finora.

 

L’Associazione Bianchi Bandinelli, su sollecitazione della presidente Marisa Dalai Emiliani, ha preso su L’Aquila una serie di iniziative e ha organizzato o partecipato ai convegni che molto sommariamente qui ricordiamo:

 

10 dicembre 2009 –  L’AQUILA: QUESTIONI APERTE. IL RUOLO DELLA CULTURA NELL’ITALIA DEI TERREMOTI

Il Convegno è organizzato con l’adesione di numerose associazioni di tutela e delle professioni dei beni culturali.

2 febbraio 2010 –  PRESENTAZIONE DEL NUMERO DEDICATO AL TERREMOTO DELLA RIVISTA ARKOS

La rivista Arkos – Scienza e restauro, edita dalla casa editrice Editinera del Gruppo Thesauron, ha presentato il numero speciale (curato da Giovanni Carbonara e Donatella Fiorani) dedicato al sisma dell’Aquila presso la Sala dello stenditoio negli spazi del Ministero per i Beni e delle Attività Culturali all’interno del Complesso monumentale di San Michele.

8 febbraio 2010 –  PRESENTAZIONE VOLUME “L’AQUILA. NON SI UCCIDE COSÌ ANCHE UNA CITTÀ?” 

Presso la Sala conferenze Bologna, a Roma, è stato presentato il volume curato da Vezio De Lucia, Roberto De Marco, Georg Josef Frisch: “L’Aquila. Non si uccide così anche una città?”. Sono intervenuti Piero Bevilacqua, Marisa Dalai Emiliani, Vittorio Emiliani, Mario Gasbarri, Antonio Perrotti e Walter Tocci

3 giugno 2010 – PRESENTAZIONE DELL’ANNALE “L’AQUILA: QUESTIONI APERTE”. 

Presentato a L’Aquila il nuovo Annale dell’Associazione Bianchi Bandinelli, che raccoglie gli Atti del Convegno sul tema “L’Aquila: questioni aperte. Il ruolo della cultura nell’Italia dei terremoti”, a cura di Paola Nicita, coordinamento scientifico di Marisa Dalai Emiliani e Vezio De Lucia. Ha moderato Francesco Erbani, sono intervenuti, fra gli altri, Eugenio Carlomagno, Mauro Chilante, Vezio De Lucia, Ettore Di Cesare, Valentino Pace, Antonio Perrotti, Vladimiro Placidi. Le conclusioni sono state curate da Marisa Dalai Emiliani.

20 ottobre 2010 – ALLA BIENNALE UN VIDEO SU “L’AQUILA. UN TERREMOTO POST-MODERNO”.

L’Associazione Bianchi Bandinelli ha raccolto l’invito della Biennale di Venezia, partecipando con il Power Point dal titolo “Un terremoto post-moderno”, curato da Umberto D’Angelo, Vezio De Lucia, Roberto De Marco e Paola Nicita. In poche immagini è esposta una storia del terremoto molto diversa da quella raccontata dai TG e dalla maggior parte dei giornali.

20 novembre 2010 – MANIFESTAZIONE L’AQUILA CHIAMA ITALIA

L’Associazione Bianchi Bandinelli ha partecipato alla manifestazione nazionale “SOS L’Aquila chiama Italia” nella città colpita dal terremoto. Durante la manifestazione è iniziata la raccolta delle 50 mila firme necessarie per la presentazione della legge di iniziativa popolare elaborata dai cittadini, per una ricostruzione vera, trasparente e partecipata.

19 gennaio 2011 – CONVEGNO “L’ITALIA NON PUÒ PERDERE L’AQUILA. LE OBIEZIONI, LE PROSPETTIVE”. 

A Roma, al Teatro dei Dioscuri, si è tenuto il convegno “L’Italia non può perdere L’Aquila: le obiezioni, le prospettive”, promosso dall’Associazione Bianchi Bandinelli. Il convegno si è articolato in quattro tavole rotonde, ciascuna introdotta da un power point realizzato da un gruppo di lavoro.

29 marzo 2011 – CONVEGNO “ATTRAVERSO I TERREMOTI: CAMPANIA 23 NOVEMBRE 1980, ABRUZZO 6 APRILE 2009 ESPERIENZE DI RESTAURO A CONFRONTO”.

All’incontro ha partecipato Giuseppe Basile che ha presentato le pubblicazioni sul patrimonio artistico dopo il sisma abruzzese (tra cui l’Annale dell’Associazione) e ha introdotto la proiezione del video “L’Italia non può perdere L’Aquila”. Il video, montato da Claudio Gamba, sintetizzava le presentazioni delle quattro tavole rotonde del convegno del 19 gennaio.

5 aprile 2011 – SEMINARIO DI STUDIO SU “COMUNITÀ E BENI COMUNI. NUOVE QUESTIONI AQUILANE”,

Seminario promosso dalla Fondazione Basso, l’Università La Sapienza e Simbdea, organizzato da Vito Lattanzi e Pietro Clemente. Per l’Associazione Bianchi Bandinelli è intervenuta Paola Nicita.

12 aprile 2011 – INCONTRO SU “LA PROTEZIONE DELL’ITALIA DALLE CATASTROFI. RIFLESSIONI SULLA RIPROPOSIZIONE NORMATIVA DELLA PROTEZIONE CIVILE”, A CURA DEL GRUPPO PD DEL SENATO.

All’incontro sono intervenuti Mario Gasbarri, Marisa Dalai Emiliani, Vincenzo Petrini, Ivan Pontremoli, Roberto Maroni, Anna Finocchiaro. Nell’ambito del progetto di riforma della Protezione Civile, è stato presentato anche un approfondimento tematico di Paola Nicita su Beni culturali e catastrofi, esito del lavoro della Associazione Bianchi Bandinelli.

1 ottobre 2011 – PRESENTAZIONE “L’AQUILA RICOSTRUZIONE E RINASCITA”. 

Il quaderno “L’Aquila: ricostruzione e rinascita – Intervista a più voci” (Abruzzo in movimento – quaderno n. 1/2011, Atti dell’incontro “L’Aquila com’era e dov’era:  la ricostruzione possibile” ) è stato presentato a L’Aquila, nella Tenda di Piazza Duomo. Ha partecipato Marisa Dalai Emiliani

Venerdì 5 aprile – CONVEGNO “L’AQUILA 2013. SE QUATTRO ANNI VI SEMBRAN POCHI”,

Il convegno, promosso da Comitatus Aquilanus, Associazione Bianchi Bandinelli, Italia Nostra, Comitato 3,32, Appello per l’Aquila, Assemblea Cittadina, Cittadinanza attiva, si è tenuto presso il Centro Servizi Volontariato. Sono intervenuti Carla Cimoroni, Roberto De Marco, Enrico Pugliese, Antonio Perrotti, Alessandra Vittorini, Antonio di Gennaro, Pierluigi Cervellati, Enza Blundo, Giandomenico Cifani, Gianlorenzo Conti, Marisa Dalai Emiliani, Ettore Di Cesare, Paolo Muzi, Francesco Erbani, Manuele Bonaccorsi, Georg Frisch, Giustino Parisse, Alessandro Zardetto, Vezio De Lucia.

Roma. L’Eur resti pubblica

L’associazione Carteinregola ha promosso un appello perché si restituisca l’Eur all’Amministrazione comunale. L’Eur è un quartiere della capitale e va sottratto a una Spa alcuni dirigenti della quale sono inquisiti dalla magistratura. Eur Spa, inoltre, pratica un governo di tipo feudale incapace di attuare una gestione ordinaria e si è avventurato in operazioni immobiliari azzardate e speculative che ora non controlla più.  Per sottoscrivere l’appello: laboratoriocarteinregola@gmail.com

Ai Ministri Pier Carlo Padoan e Dario Franceschini e al Sindaco Ignazio Marino

“Una città nella città”, recita lo slogan di Eur spa, di proprietà per il 90 % del Ministero dell’Economia e per il 10% del Comune di Roma, che gestisce un pezzo pregiato di città pubblica, l’unico su cui decide un consiglio di amministrazione e non il Comune. Una gestione che avrebbe potuto accontentarsi dei dividendi del ricchissimo patrimonio immobiliare e che invece si è spinta in una serie di imprese fallimentari, i cui segni sono sparpagliati tra le geometrie monumentali del regime fascista e del miracolo economico.
Torri sventrate, opere incompiute, voragini post esplosione, baracconi abbandonati, antri scavati sotto il laghetto. Da anni in attesa di una soluzione. E sopra tutto la Nuvola, il nuovo palazzo dei congressi interrotto, simbolo della grandeur di una gestione che voleva essere europea e che non è stata all’altezza dell’ordinaria amministrazione. Intanto, il prossimo 24 aprile un magistrato dovrà decidere se il piano di ristrutturazione finanziaria che presenterà EUR spa sarà in grado di garantire i suoi creditori, o se dichiararne l’insolvenza e avviare le procedure fallimentari. Ipotesi che dovrebbe essere remota, ma quello che sta succedendo per scongiurarla è di difficile comprensione. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze non intende coprire i 300 milioni per rimettere a posto i conti della sua società, e si parla di vendita di alcuni immobili d’importanza monumentale ad altro soggetto pubblico. Ma non si capisce perché l’operazione potrebbe essere remunerativa per INAIL – il più accreditato acquirente – e non lo sia per il Ministero dell’Economia, tanto più che gli immobili sono vincolati e dovrebbe essere impossibile per qualsiasi nuovo proprietario cambiarne la destinazione.

Dopo le vicende di Mafia Capitale, che si aggiungono ad altre indagini che coinvolgono l’ex Presidente Mancini, che è stato alla guida di un consiglio di amministrazione tuttora in carica, e che, pur in scadenza, dovrebbe presentare il fatidico piano di salvataggio, riteniamo un preciso dovere dei Ministri delle Finanze Padoan, dei Beni Culturali Franceschini e del Sindaco Marino aprire un nuovo capitolo della storia dell’EUR, all’insegna della trasparenza e dell’interesse pubblico.

Per questo chiediamo che, prima di avviare qualunque iniziativa – piano, vendite e salvataggio – si proceda a una profonda riforma, restituendo l’EUR al governo comunale, pari a tutti gli altri quartieri di Roma, senza l’ingombro di una spa inutile e dannosa. E sia il Comune a predisporre un piano per il rilancio economico e culturale dell’EUR, garantendone la sostenibilità, all’insegna della trasparenza e della partecipazione dei cittadini.

Gam di Torino, salviamo la biblioteca

I docenti di storia dell’arte dei dipartimenti di studi storici e umanistici dell’Università di Torino, i funzionari storici dell’arte delle Soprintendenze piemontesi, gli studiosi di storia dell’arte, le associazioni culturali e le istituzionali museali presenti sul territorio piemontese, in risposta alla grave contrazione dell’orario di apertura della Biblioteca di storia dell’arte della Gam di Torino, hanno redatto il seguente documento:

La decisione da parte della Fondazione Torino Musei di limitare fortemente l’apertura della Biblioteca di Storia dell’Arte per buona parte della settimana getta sconcerto e stupore nell’utenza abituale e non della stessa. È come azzerare un pezzo di storia di una città che ha visto sulla cattedra di storia dell’arte nella propria università Pietro Toesca e Lionello Venturi, dove hanno conseguito la laurea Roberto Longhi e Giulio Carlo Argan. La Biblioteca è infatti una delle migliori dell’Italia settentrionale per ricchezza di fondi bibliografici, frequentata da generazioni di storici dell’arte piemontesi ma anche di altre regioni italiane.

Nata all’inizio degli anni Trenta, per uso interno dei musei civici, assunse grande importanza, nel corso degli anni, con un patrimonio librario consistente in più di 110 mila volumi e comprendente anche cd-rom, DVD, videocassette e nastri registrati, con una dotazione di periodici italiani e stranieri altamente qualificata. Inoltre raccolse numerosi fondi importanti per lo studio della storia artistica locale, come quello di circa 2 mila volumi ed una serie di riviste italiane e straniere della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti (SPABA), 8 mila volumi di Clemente Rovere, un fondo librario dedicato alla storia dell’arte asiatica antica acquistato, nel 2006, dalla Fondazione Giovanni Agnelli e quello della Fondazione Italiana per la Fotografia (FIF), che, “oltre a documentare l’attività della suddetta Fondazione, mette a disposizione degli studiosi un gran numero di testi specialistici difficilmente reperibili altrove nel panorama bibliotecario italiano”. A supporto degli studi è consultabile, nello stesso edificio, il ricchissimo e prezioso archivio fotografico.

La Biblioteca, di primaria importanza anche nel ruolo di centro di ricerca per i musei cittadini, è strumento indispensabile e insostituibile per gli studenti universitari, storici dell’arte, docenti, in quanto nessun altra biblioteca torinese. (Biblioteca civica, Biblioteca Nazionale, Biblioteca dell’Accademia) può da sola essere sufficiente per lo studio delle discipline artistiche e colmare le lacune che verrebbero a crearsi. Inoltre, in questa situazione si prospetta anche una riduzione dei servizi all’utenza con inevitabili conseguenze sulla accessibilità ai fondi librari.

Purtroppo la decisione di limitarne gli orari di apertura è l’ulteriore atto di una politica di disfacimento del suo patrimonio librario che, negli ultimi anni, non ha più visto acquisizioni (se non per doni e scambi) né il rinnovo degli abbonamenti alla quasi totalità delle 244 testate di riviste che venivano ad arricchire e ad incrementare gli studi. Ma è anche un segnale politico e culturale fortemente negativo, che va ad assecondare un processo di dissipazione di un bene primario, già tristemente in atto in altre realtà nazionali. Siamo coscienti che l’istituzione museo può contemplare aggiornamenti e revisioni purché non ne alterino i significati e funzioni; tuttavia, anche in un’epoca di raggiunta frequentazione di massa di mostre (e meno di raccolte), non si deve dimenticare che la stessa istituzione museo è luogo destinato alla conservazione, alla tutela e allo studio.

Per queste ragioni rivolgiamo alla Fondazione Torino Musei un addolorato e appassionato appello perché non svigorisca una delle più importanti strutture di studio e di ricerca di storia dell’arte cittadine, costruita e a lungo diretta con sapienza e attenzione, vero patrimonio culturale della città.

Meno cave, meno cemento. Approvato il piano per il paesaggio toscano

Venerdì sera il consiglio regionale toscano ha approvato il Piano paesaggistico. Il voto è giunto dopo un lungo braccio di ferro che ha impegnato l’assessore Anna Marson, da una parte, e l’opposizione di centrodestra, ma anche settori della maggioranza di centrosinistra, dall’altra. Il presidente della Regione Enrico Rossi si è prodigato per una mediazione e decisivo è stato l’intervento del Mibact che ha posto come condizione per il proprio parere favorevole la conformità del piano al Codice dei beni culturali e del paesaggio. Pubblichiamo il testo dell’intervento pronunciato da Anna Marson dopo il voto. L’intervento ha suscitato reazioni scomposte e insultanti da parte di alcuni esponenti dell’opposizione e della maggioranza.

 

Il paesaggio, gli interessi collettivi e una diversa idea di sviluppo

di Anna Marson

Il voto di approvazione di un piano paesaggistico ancora definibile tale, intervenuto oggi nel penultimo giorno utile della legislatura dopo un lunghissimo dibattito dentro e fuori le sedi istituzionali, è l’esito di un assai ampio coinvolgimento pubblico nel merito delle scelte che la Regione Toscana si apprestava a compiere, e di una straordinaria mobilitazione culturale e sociale in difesa del Piano paesaggistico.

Le prove che questo piano ha dovuto affrontare, nella sua natura di strumento portatore di innovazione culturale e normativa, non sono state facili. Anche se la portata storica dell’evento è chiaramente incommensurabile, mi permetto di richiamare le parole di Calamandrei sull’esito della scelta repubblicana dell’Italia (Il Ponte, luglio-agosto 1946), sul cui cammino “non sono mancati i diversivi che miravano a mandare in lungo la partita, i tranelli preordinati a far perdere la serenità al giocatore meno esperto, e qualche svista pericolosa e, purtroppo, qualche tentativo di barare…Proprio di queste vicende bisogna tener conto per comprendere quanta fermezza e quanta resistenza morale sono state necessarie …per conseguire questa vittoria e per apprezzarne il valore… [in questo caso si è] dovuto superare imboscate e tradimenti che l’osservatore superficiale nemmeno sospetta”.

Nel caso del piano paesaggistico le “imboscate” non sono derivate da un conflitto fra ambiente e sviluppo, come molti hanno sostenuto, ma tra interessi collettivi e interessi privati. Ciò è testimoniato dal fatto che chi si è mosso a difesa del piano, come le associazioni ambientali e culturali, e molti autorevoli studiosi, non rappresenta in questa vicenda interessi particolari o privati. Mentre tutti coloro che a vario titolo hanno sollevato richieste di modifiche del piano l’hanno fatto mossi da interessi privati finalizzati al profitto, mascherato da occupazione e sviluppo.

E devo dare atto alle rappresentanze dei lavoratori – alla CGIL in particolare ma anche ad alcuni rappresentanti della CISL – di avere individuato con grande chiarezza come ambiente e paesaggio costituiscano oggi, a fronte dei cambiamenti in corso e di quelli che si annunciano, due poste in gioco rilevanti per l’interesse collettivo, a partire dall’interesse dei lavoratori e di chi è in cerca di occupazione. Ritengo quindi utile ripercorrere, sia pur in grande sintesi, alcuni dei passaggi salienti del percorso di piano che portano ulteriori evidenze a questo riguardo.

La procedura del piano e le imboscate subite

Il presidente della commissione consiliare nel citare gli emendamenti apportati in commissione ha più volte parlato di “grande lavoro rispetto cui non si può tornare indietro”. Che dovremmo allora dire relativamente al lavoro di costruzione del piano, alla lunga e continua contrattazione istituzionale e sociale (anche in un clima di linciaggio personale di cui sono stata ripetutamente oggetto)[1], al lavoro di controdeduzione alle osservazioni presentate per arrivare a un testo equilibrato nel tenere in conto i diversi interessi legittimi? La formazione del piano e’ stato un atto quanto mai collettivo.

Il piano cosiddetto “Marson” è infatti frutto:

a) di un atto di indirizzo approvato dal consiglio regionale nel 2011;

b) di una approfondita fase di elaborazione scientifica affidata al Centro Interuniversitario di Scienze del Territorio delle 5 principali università toscane anziché a una ditta privata o a una elaborazione interna dei soli uffici (che non avevano le forze per condurre un compito di questa portata, anche in seguito alla soppressione del settore paesaggio all’inizio della legislatura e alla sua lenta e faticosa ricostituzione nel corso dei successivi tre anni);

c) di uno straordinario impegno dei funzionari del settore paesaggio, anche con molte ore di lavoro non retribuite, nel costruire la proposta di piano;

d) di numerose assemblee pubbliche di approfondimento e discussione che hanno accompagnato le fasi di formazione del piano nei diversi ambiti del territorio toscano;

e) di una lunga e ripetuta concertazione con attori pubblici (ANCI, Consiglio autonomie, comuni, soprintendenze, Ministero) e del confronto con attori privati (ordini professionali, associazioni sindacali e imprenditoriali, ecc) ;

f) di una validazione tecnica preliminare da parte del Mibact sul lavoro complessivo (dicembre 2013);

g) di due successive proposte di piano approvate dalla giunta (gennaio e maggio 2014);

h) di un esame in sede di più commissioni consiliari (ne ricordo almeno cinque) che ha portato all’adozione, con emendamenti, il 2 luglio 2014;

i) del lavoro di controdeduzioni che ha portato al voto unanime della Giunta il 4 dicembre 2014.

Sfido tutti coloro che hanno dichiarato in aula, rivolti alla giunta, che “s’è perso tempo”, a trovare un esempio di piano paesaggistico regionale copianificato con il Mibact che abbia concluso questo percorso in un tempo più rapido. E ciò nonostante – per non citare che i due esempi più significativi – una ricerca di regole condivise con i sindaci delle Apuane interessati dalle attività di escavazione durata più mesi, e un tavolo con i rappresentanti di categoria delle associazioni agricole protrattosi con incontri quasi quotidiani per settimane.

Se nel caso delle associazioni agricole ciò ha portato, pur con perdite significative dei contenuti del piano (quali la sparizione di gran parte dei riferimenti alla “maglia agraria”, di ogni citazione della parola “vigneti”, e di tutti i riferimenti al “mantenimento delle attività agrosilvopastorali montane per arginare i processi di abbandono”), a una sostanziale condivisione del testo, nel caso delle Apuane sia la modifica della prima proposta di giunta che gli emendamenti introdotti dal consiglio in fase di adozione non hanno sancito la fine delle ostilità né delle interferenze anche pesanti rispetto ai contenuti del piano e alla procedura istituzionalmente definita per la sua approvazione.

Abbiamo così assistito, in commissione consiliare, al voto di emendamenti non coerenti con i contenuti propri di un piano paesaggistico, a diverse e articolate trattative politiche non con le rappresentanze istituzionali delle imprese ma con alcune imprese, alla partecipazione di consulenti delle imprese del marmo alla scrittura degli emendamenti nelle stanze del Consiglio regionale, alla sparizione dal Piano di tutti i riferimenti alle criticità di luoghi specifici che disturbavano qualcuno che aveva modo di far sentire la propria voce, e così via. Tutte le tipologie degli emendamenti proposti in commissione sono state ispirate a un unico principio: depotenziare l’efficacia del piano.

A titolo esemplificativo:

– nelle Apuane sono state cancellate tutte le criticità relative a specifiche aree interessate dalle escavazioni;

– molte criticità paesaggistiche evidenti sono state trasformate in forma dubitativa;

– un emendamento si proponeva addirittura di specificare che le criticità costituivano valutazioni scientifiche delle quali i piani urbanistici “non dovevano tenere conto”;

– nelle spiagge si intendevano ammettere adeguamenti, ampliamenti, addizioni e cambi di destinazione d’uso;

– la dispersione insediativa, anziché da evitare, era al massimo da limitare o armonizzare;

– la salvaguardia dei varchi inedificati nelle conurbazioni andava cancellata, o anch’essa “armonizzata”;

– le relazioni degli insediamenti con i loro intorni agricoli sono state soppresse;

– l’alpinismo in Garfagnana andava soppresso;

– gli ulteriori processi di urbanizzazione diffusa lungo i crinali non erano da evitare bensì da armonizzare;

Ciò ha prodotto, come esito del lavoro della commissione consiliare, la riscrittura di molti contenuti sostanziali del piano, rovesciandone in più parti gli obiettivi, depotenziando la valenza anche normativa del piano adottato, e contraddicendo sia il Codice dei beni culturali e del paesaggio che la nuova legge regionale in materia di governo del territorio in vigore dal novembre 2014.

Soltanto la verifica in extremis con il Mibact, con il quale il piano va necessariamente copianificato anche per dare attuazione alle semplificazioni che da esso discendono, dovuta anche alla luce del verdetto ricevuto a suo tempo sull’integrazione paesaggistica del PIT adottata dalla Regione Toscana nel 2009, ha portato con un grande sforzo da parte di tutti i soggetti coinvolti, e del Presidente Rossi in prima persona, a recuperare almeno in parte alcuni dei contenuti essenziali che permettono di qualificare questo piano come “piano paesaggistico”.

Non posso che concordare con chi ha definito questa retromarcia imbarazzante. Lo è senza dubbio per l’immagine arretrata, riflessa da alcuni rappresentanti eletti, della società toscana (smentita invece dalla moltitudine di cittadine e cittadini che si sono espressi in difesa del piano). Lo è per chi, come me, ha creduto nel federalismo, non quello della riforma del Titolo V della Costituzione operata all’inizio del nuovo millennio oggi peraltro ripudiata dagli stessi autori, ma quello auspicato da Carlo Cattaneo e da Silvio Trentin.

In questo caso devo tuttavia riconoscere che l’intervento del Ministero ha contribuito a salvare parti significative del piano.grazie in particolare all’impegno della sottosegretario Borletti Buitoni, oltre a quello del ministro Franceschini intervenuto anch’esso in prima persona.

Al di là di tutto ciò, e alla fine di questo tormentato percorso, credo di dover evidenziare come il conflitto attivatosi intorno al piano – non fra ambiente e sviluppo, ma tra interessi collettivi e interessi privati – sottenda in realtà due diverse accezioni di sviluppo.

Due concezioni dello sviluppo contrapposte. Chi è passatista?

Gran parte delle modifiche proposte e in parte apportate al piano attraverso gli emendamenti, sono ispirate da una lettura del Piano inteso come insieme di vincoli/freno allo sviluppo e alla libertà d’impresa: meno vincoli più sviluppo, più vincoli meno sviluppo. Lo sviluppo è dunque inteso come tutela delle libertà d’uso e sfruttamento del territorio da parte delle imprese economiche, soprattutto da parte delle grandi imprese (multinazionali del vino e del marmo, del turismo, ecc), oltre alla tutela del continuare a fare ognuno “come ci pare”.

I soggetti presi a riferimento non sono certo i viticoltori artigiani di qualità o le botteghe di trasformazione artistica del marmo, per non citare che due esempi fra i molti possibili, in una “compressione della rappresentanza” rispetto alla complessità crescente del mondo produttivo. La rappresentanza dei grandi interessi finanziari, travestiti da interessi per lo sviluppo, è l’unica ad essere di fatto garantita. Ma questo modello di sviluppo non è forse alla base della crisi economica che stiamo vivendo?

Il tentativo di affossamento del valore normativo del Piano paesaggistico è peraltro coerente con l’ideologia che esalta la privatizzazione e la centralizzazione dei processi economici e politici, in molti casi peraltro sostenuti da finanziamenti pubblici, come unica via d’uscita dalla crisi.

In questa monodirezionalità degli emendamenti votati in commissione è stato peraltro negato lo spirito stesso del Codice. Laddove il Codice richiede che il Piano si interessi di tutto il territorio regionale, si chiede infatti, di conseguenza, un cambio dalla centralità dei vincoli (prescrizioni che riguardano i soli beni paesaggistici formalmente riconosciuti) alle regole di buon governo per tutto il territorio, compresi quindi i paesaggi degradati, le periferie, le infrastrutture, le aree industriali, gli interventi idrogeologici, gli impianti agroindustriali, ecc); dunque regole per indirizzare verso esiti di maggiore qualità le trasformazioni quotidiane del territorio, e non solo preservare i suoi nodi di eccellenza.

La stessa cura a migliorare la qualità paesaggistica di tutto il territorio regionale è richiesta come noto dalla Convenzione europea del paesaggio, che parla di attenzione ai mondi di vita delle popolazioni). I piani paesaggistici di nuova generazione fanno dunque riferimento a un diverso e innovativo modello di sviluppo che vede la centralità della valorizzazione del patrimonio territoriale e paesaggistico nella costruzione di ricchezza durevole per le comunità. Non certo per rinunciare al manifatturiero, e nemmeno all’escavazione del marmo, ma per far convivere queste attività con altre possibilità imprenditoriali, a partire da un patrimonio territoriale che ne renda possibile e realisticamente fattibile lo sviluppo.

Come ha scritto recentemente un ex sindaco, Rossano Pazzagli, a proposito delle prospettive dell’attività turistica, “fare turismo…è perseguire un turismo non massificato, di tipo esperienziale…Chi vuole riaprire le coste alla cementificazione…finirà per danneggiare lo stesso turismo balneare, che va in cerca di paesaggio, di spiagge, di pinete e di sole, non di qualche pezzo di periferia urbana in riva al mare”.

Non solo le Apuane, uniche al mondo, ma lo stesso marmo apuano, meriterebbe di essere a tutti gli effetti considerato come una risorsa preziosa, e valorizzato di conseguenza restituendo alle comunità locali gran parte del valore aggiunto che va invece ad arricchire singoli individui, distruggendo per sempre le montagne.

Sono soltanto alcuni esempi, che tuttavia testimoniano come il piano ponga le basi per rendere possibile un diverso sviluppo, basato non sulla distruzione del patrimonio regionale ma sulla sua messa in valore sostenibile per la collettività e il suo futuro. Il Presidente Rossi ha dichiarato che sarei “un grande tecnico… che quando esprime giudizi politici compie scivoloni pericolosi”. Da questo punto di vista io rivendico invece il mio agire “diversamente politico”, in quanto non guidato dal desiderio di mantenere un incarico di assessore, né dall’obbligo di restituire favori e accontentare interessi specifici. In questi anni ho cercato di garantire nel modo più degno possibile, nel ruolo che ho avuto l’onore e l’onere di ricoprire, la straordinaria civiltà tuttora profondamente impressa nel paesaggio toscano, pur nella complessità delle sfide sociali, economiche e politiche che hanno interessato nel passato e interessano ancor più oggi questa regione.

In conclusione è con un sentimento contradditorio che accolgo questo voto del Consiglio:

– da una parte la soddisfazione per il fatto che il proposito di rendere inefficace un progetto assai avanzato per la a Toscana futura abbia dovuto in parte rientrare grazie alla forte mobilitazione culturale e sociale in difesa del piano, e per il ravvedimento finale del principale partito di maggioranza;

-dall’altra il rammarico per il fatto che il percorso di questo piano sia stato costellato da cedimenti, contraddizioni, indebolimenti che hanno ovviamente lasciato il segno nel corpo del piano stesso.

Non mi sento pertanto di fare alcuna celebrazione clamorosa, né retorica, di questo esito. Raggiungere questo risultato è stato difficile e aspro, né sono state risolte tutte le contraddizioni. Spero tuttavia che l’alto livello di mobilitazione attivatosi a livello regionale e nazionale intorno a questo piano e all’allarme sul rischio del suo annullamento, serva a mantenere alta l’attenzione intorno all’interpretazione che quotidianamente, nei giorni e negli anni a venire, sarà data del piano stesso e dei suoi contenuti. E a favorire la realizzazione di un Osservatorio regionale del paesaggio, già previsto dalla LR65/2014 e da attivare nei prossimi mesi, che sappia garantire una forte partecipazione sociale, facendo entrare il paesaggio a pieno titolo fra gli obiettivi dello sviluppo regionale volti ad aumentare il benessere delle popolazioni presenti sul territorio.

1Pol Pot in Toscana, l’accusa di voler espiantare i vigneti per rimettere le pecore (messa anche in bocca a sindaci con i quali ho collaborato fattivamente per gran parte della legislatura), i soldi al marito (che ha lavorato gratuitamente con gli altri professori universitari che hanno collaborato al piano), gli insulti per essere straniera in Toscana, essendo nata a Treviso, gli ambientalisti in cachemire citati ancora ieri in Consiglio regionale, i professori che vivono nell’agio mentre i consiglieri regionali soffrono nelle montagne (dimenticando che in Italia i professori universitari sono retribuiti quanto un bidello svizzero ma in questo piano hanno per scelta lavorato gratuitamente, mentre gli assegnisti sono stati retribuiti mille euro al mese) e così via.

Interventi. Pompei, il Teatro e l’arroganza

di Pier Giovanni Guzzo

Le recenti cronache giudiziarie relative al Teatro grande di Pompei hanno creato scalpore: per il malcostume evidenziato dall’accusa, per l’entità delle somme che l’accusa chiede di pignorare. Qui si vorrebbe, invece, mettere in evidenza una diversa categoria anch’essa ben presente nell’affaire: quella politica.

Una relazione della Corte dei Conti centrale nell’estate 2010 aveva ritenuto atto puramente politico il commissariamento dell’area archeologica di Pompei: di conseguenza la stessa Corte non poteva esprimere la propria valutazione sull’operato dei commissari nel biennio 2008-2010. Adesso, la stessa Corte dei Conti sanziona quei lavori (e quelle spese), che ritiene essere stati non conformi al mandato ricevuto dai commissari. In parallelo un’azione giudiziaria penale sta procedendo sull’ipotesi di violazioni di legge sull’assegnazione dei lavori.

In ambedue i casi occorre attendere l’esito degli itinera giudiziari per poter identificare i colpevoli e valutare la pena loro eventualmente inflitta. Ma fin d’ora si può commentare, senza essere tacciati di giustizialismo: perché un commissario all’emergenza (?) è stato convenuto fiscalmente se il suo operato, in quanto rientrante nella discrezionalità politica, era stato in precedenza dichiarato non valutabile? C’è da immaginare, non avendo letto la requisitoria della Procura contabile, che la Corte dei Conti abbia ritenuto alcune azioni del commissario non conformi al mandato politico ricevuto e, di conseguenza, non rientranti nella sfera della discrezionalità.

I mezzi di comunicazione hanno informato che oggetto dell’indagine è stato il “restauro” del Teatro grande. In esso il teatro San Carlo di Napoli si è prodotto, non solo ovviamente. In quel periodo il teatro San Carlo di Napoli era commissariato dal capo di gabinetto pro tempore del ministero per i Beni e le attività culturali, su proposta del quale il presidente del Consiglio dei ministri aveva nominato i commissari di Pompei. La connessione, certo non completamente documentabile, tra questi fatti porta a un’interpretazione politica dell’accaduto: e a quella declinazione politica definibile come arroganza.

Dal commissariamento al “restauro” del Teatro grande è stata protagonista l’arroganza politica, sprezzante del merito tecnico della conservazione dell’antica città, rivolta alla cura di quanti facevano parte dello stesso circolo, irridente della pubblica opinione che nutriva di propaganda e proclami. E la si avverte ancora oggi nell’autodifesa dell’indagato: che non riesce a spiegarsi come si sia osato dubitare del suo operato.

Ed altrettanto la si avverte nella riforma in atto dei Beni culturali: nella separazione tra musei e tutela del territorio e nella mortificazione di archeologi e storici dell’arte nei confronti dei presunti manager. Anche se proviene da una direzione diversa, la musica che si sente è sempre la stessa.

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La Regina: “Rilanciamo il Progetto Fori”

FORI LA REGINA FOTO

C’era tantissima folla ieri a Roma per la conferenza di Adriano La Regina “Roma moderna. I Fori e la città”, organizzata dall’Associazione Bianchi Bandinelli. La sala conferenze dell’Istituto nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte era piena, pieno anche il corridoio dell’Istituto. La Regina ha sottolineato l’attualità del progetto di cui fu protagonista fra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta insieme ad Antonio Cederna, Leonardo Benevolo, Italo Insolera e al sindaco di Roma Luigi Petroselli. Il progetto prevedeva la riunificazione dell’area archeologica da piazza Venezia al Colosseo e lo smantellamento di via dei Fori Imperiali.

All’incontro di ieri, coordinato da Vezio De Lucia, sono intervenuti Giovanni Caudo, Francesco Prosperetti, Piero Giovanni Guzzo, Maria Pia Guermandi, Walter Tocci, Sergio Rinaldi Tufi e Mariarosaria Barbera.

> Vai alla pagina con il testo della conferenza di Adriano La Regina 

> Vai alla pagina con il testo “Un documento non utilizzato” di Sergio Rinaldi Tufi

> Vai alla pagina con il testo “Tre dubbi sulla Commissione di Pier Giovanni Guzzo

> Vai ai video degli interventi