L’Aquila. Sei anni dopo quella notte

Sei anni fa, nella notte fra il 5 e il 6 aprile 2009, un sisma colpì L’Aquila e una cinquantina di comuni abruzzesi. Morirono 309 persone, quasi 70 mila restarono senza casa. I centri storici dell’Aquila, delle sue frazioni e di altri comuni vennero danneggiati gravemente. La gestione dell’emergenza e soprattutto degli interventi successivi fu ispirata a logiche politiche che programmaticamente bandirono ogni forma di partecipazione. Il governo di Silvio Berlusconi e la Protezione civile montarono su quelle vicende una sfida politica. Venne coniato lo slogan “dalle tende alle case” e a L’Aquila si partì quasi immediatamente con la costruzione di 19 insediamenti, banalmente definiti new town, nei quali vennero alloggiate 16 mila persone, circa un terzo dei senzatetto del capoluogo. Migliaia e migliaia di persone furono confinate in alberghi lontani. Contemporaneamente il centro storico venne svuotato, chiuso, transennato e imbullonato in poderosi ponteggi. Edifici di grande pregio e un tessuto edilizio di eccellente qualità furono abbandonati a un lento deperimento. Tutto, anche i beni culturali, venne commissariato. Buona parte dell’informazione allestì la notizia che il dramma aquilano era avviato a soluzione. Solo le inchieste giudiziarie, nel febbraio del 2010, svelarono l’indecente speculazione che si era abbattuta su una città martoriata, sui suoi abitanti e sul patrimonio d’arte e di cultura che essa custodiva.

A sei anni di distanza, i cantieri sono al lavoro, ma manca un’idea di città alla quale la ricostruzione dell’Aquila debba ispirarsi. Le cosiddette new town, che mai hanno assunto una minima configurazione comunitaria, senza servizi, senza collegamenti, sono affette da un degrado fisico che rapidamente le ammalora e assumono l’aspetto di una mortificata periferia. Nel centro storico sono pochissime le persone rientrate e il suo aspetto resta spettrale. Sul futuro della città pesa gravemente l’assenza di scelte politiche e urbanistiche corrette e invece si fa sentire come un’incognita l’eredità di quelle prese finora.

 

L’Associazione Bianchi Bandinelli, su sollecitazione della presidente Marisa Dalai Emiliani, ha preso su L’Aquila una serie di iniziative e ha organizzato o partecipato ai convegni che molto sommariamente qui ricordiamo:

 

10 dicembre 2009 –  L’AQUILA: QUESTIONI APERTE. IL RUOLO DELLA CULTURA NELL’ITALIA DEI TERREMOTI

Il Convegno è organizzato con l’adesione di numerose associazioni di tutela e delle professioni dei beni culturali.

2 febbraio 2010 –  PRESENTAZIONE DEL NUMERO DEDICATO AL TERREMOTO DELLA RIVISTA ARKOS

La rivista Arkos – Scienza e restauro, edita dalla casa editrice Editinera del Gruppo Thesauron, ha presentato il numero speciale (curato da Giovanni Carbonara e Donatella Fiorani) dedicato al sisma dell’Aquila presso la Sala dello stenditoio negli spazi del Ministero per i Beni e delle Attività Culturali all’interno del Complesso monumentale di San Michele.

8 febbraio 2010 –  PRESENTAZIONE VOLUME “L’AQUILA. NON SI UCCIDE COSÌ ANCHE UNA CITTÀ?” 

Presso la Sala conferenze Bologna, a Roma, è stato presentato il volume curato da Vezio De Lucia, Roberto De Marco, Georg Josef Frisch: “L’Aquila. Non si uccide così anche una città?”. Sono intervenuti Piero Bevilacqua, Marisa Dalai Emiliani, Vittorio Emiliani, Mario Gasbarri, Antonio Perrotti e Walter Tocci

3 giugno 2010 – PRESENTAZIONE DELL’ANNALE “L’AQUILA: QUESTIONI APERTE”. 

Presentato a L’Aquila il nuovo Annale dell’Associazione Bianchi Bandinelli, che raccoglie gli Atti del Convegno sul tema “L’Aquila: questioni aperte. Il ruolo della cultura nell’Italia dei terremoti”, a cura di Paola Nicita, coordinamento scientifico di Marisa Dalai Emiliani e Vezio De Lucia. Ha moderato Francesco Erbani, sono intervenuti, fra gli altri, Eugenio Carlomagno, Mauro Chilante, Vezio De Lucia, Ettore Di Cesare, Valentino Pace, Antonio Perrotti, Vladimiro Placidi. Le conclusioni sono state curate da Marisa Dalai Emiliani.

20 ottobre 2010 – ALLA BIENNALE UN VIDEO SU “L’AQUILA. UN TERREMOTO POST-MODERNO”.

L’Associazione Bianchi Bandinelli ha raccolto l’invito della Biennale di Venezia, partecipando con il Power Point dal titolo “Un terremoto post-moderno”, curato da Umberto D’Angelo, Vezio De Lucia, Roberto De Marco e Paola Nicita. In poche immagini è esposta una storia del terremoto molto diversa da quella raccontata dai TG e dalla maggior parte dei giornali.

20 novembre 2010 – MANIFESTAZIONE L’AQUILA CHIAMA ITALIA

L’Associazione Bianchi Bandinelli ha partecipato alla manifestazione nazionale “SOS L’Aquila chiama Italia” nella città colpita dal terremoto. Durante la manifestazione è iniziata la raccolta delle 50 mila firme necessarie per la presentazione della legge di iniziativa popolare elaborata dai cittadini, per una ricostruzione vera, trasparente e partecipata.

19 gennaio 2011 – CONVEGNO “L’ITALIA NON PUÒ PERDERE L’AQUILA. LE OBIEZIONI, LE PROSPETTIVE”. 

A Roma, al Teatro dei Dioscuri, si è tenuto il convegno “L’Italia non può perdere L’Aquila: le obiezioni, le prospettive”, promosso dall’Associazione Bianchi Bandinelli. Il convegno si è articolato in quattro tavole rotonde, ciascuna introdotta da un power point realizzato da un gruppo di lavoro.

29 marzo 2011 – CONVEGNO “ATTRAVERSO I TERREMOTI: CAMPANIA 23 NOVEMBRE 1980, ABRUZZO 6 APRILE 2009 ESPERIENZE DI RESTAURO A CONFRONTO”.

All’incontro ha partecipato Giuseppe Basile che ha presentato le pubblicazioni sul patrimonio artistico dopo il sisma abruzzese (tra cui l’Annale dell’Associazione) e ha introdotto la proiezione del video “L’Italia non può perdere L’Aquila”. Il video, montato da Claudio Gamba, sintetizzava le presentazioni delle quattro tavole rotonde del convegno del 19 gennaio.

5 aprile 2011 – SEMINARIO DI STUDIO SU “COMUNITÀ E BENI COMUNI. NUOVE QUESTIONI AQUILANE”,

Seminario promosso dalla Fondazione Basso, l’Università La Sapienza e Simbdea, organizzato da Vito Lattanzi e Pietro Clemente. Per l’Associazione Bianchi Bandinelli è intervenuta Paola Nicita.

12 aprile 2011 – INCONTRO SU “LA PROTEZIONE DELL’ITALIA DALLE CATASTROFI. RIFLESSIONI SULLA RIPROPOSIZIONE NORMATIVA DELLA PROTEZIONE CIVILE”, A CURA DEL GRUPPO PD DEL SENATO.

All’incontro sono intervenuti Mario Gasbarri, Marisa Dalai Emiliani, Vincenzo Petrini, Ivan Pontremoli, Roberto Maroni, Anna Finocchiaro. Nell’ambito del progetto di riforma della Protezione Civile, è stato presentato anche un approfondimento tematico di Paola Nicita su Beni culturali e catastrofi, esito del lavoro della Associazione Bianchi Bandinelli.

1 ottobre 2011 – PRESENTAZIONE “L’AQUILA RICOSTRUZIONE E RINASCITA”. 

Il quaderno “L’Aquila: ricostruzione e rinascita – Intervista a più voci” (Abruzzo in movimento – quaderno n. 1/2011, Atti dell’incontro “L’Aquila com’era e dov’era:  la ricostruzione possibile” ) è stato presentato a L’Aquila, nella Tenda di Piazza Duomo. Ha partecipato Marisa Dalai Emiliani

Venerdì 5 aprile – CONVEGNO “L’AQUILA 2013. SE QUATTRO ANNI VI SEMBRAN POCHI”,

Il convegno, promosso da Comitatus Aquilanus, Associazione Bianchi Bandinelli, Italia Nostra, Comitato 3,32, Appello per l’Aquila, Assemblea Cittadina, Cittadinanza attiva, si è tenuto presso il Centro Servizi Volontariato. Sono intervenuti Carla Cimoroni, Roberto De Marco, Enrico Pugliese, Antonio Perrotti, Alessandra Vittorini, Antonio di Gennaro, Pierluigi Cervellati, Enza Blundo, Giandomenico Cifani, Gianlorenzo Conti, Marisa Dalai Emiliani, Ettore Di Cesare, Paolo Muzi, Francesco Erbani, Manuele Bonaccorsi, Georg Frisch, Giustino Parisse, Alessandro Zardetto, Vezio De Lucia.

Roma. L’Eur resti pubblica

L’associazione Carteinregola ha promosso un appello perché si restituisca l’Eur all’Amministrazione comunale. L’Eur è un quartiere della capitale e va sottratto a una Spa alcuni dirigenti della quale sono inquisiti dalla magistratura. Eur Spa, inoltre, pratica un governo di tipo feudale incapace di attuare una gestione ordinaria e si è avventurato in operazioni immobiliari azzardate e speculative che ora non controlla più.  Per sottoscrivere l’appello: laboratoriocarteinregola@gmail.com

Ai Ministri Pier Carlo Padoan e Dario Franceschini e al Sindaco Ignazio Marino

“Una città nella città”, recita lo slogan di Eur spa, di proprietà per il 90 % del Ministero dell’Economia e per il 10% del Comune di Roma, che gestisce un pezzo pregiato di città pubblica, l’unico su cui decide un consiglio di amministrazione e non il Comune. Una gestione che avrebbe potuto accontentarsi dei dividendi del ricchissimo patrimonio immobiliare e che invece si è spinta in una serie di imprese fallimentari, i cui segni sono sparpagliati tra le geometrie monumentali del regime fascista e del miracolo economico.
Torri sventrate, opere incompiute, voragini post esplosione, baracconi abbandonati, antri scavati sotto il laghetto. Da anni in attesa di una soluzione. E sopra tutto la Nuvola, il nuovo palazzo dei congressi interrotto, simbolo della grandeur di una gestione che voleva essere europea e che non è stata all’altezza dell’ordinaria amministrazione. Intanto, il prossimo 24 aprile un magistrato dovrà decidere se il piano di ristrutturazione finanziaria che presenterà EUR spa sarà in grado di garantire i suoi creditori, o se dichiararne l’insolvenza e avviare le procedure fallimentari. Ipotesi che dovrebbe essere remota, ma quello che sta succedendo per scongiurarla è di difficile comprensione. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze non intende coprire i 300 milioni per rimettere a posto i conti della sua società, e si parla di vendita di alcuni immobili d’importanza monumentale ad altro soggetto pubblico. Ma non si capisce perché l’operazione potrebbe essere remunerativa per INAIL – il più accreditato acquirente – e non lo sia per il Ministero dell’Economia, tanto più che gli immobili sono vincolati e dovrebbe essere impossibile per qualsiasi nuovo proprietario cambiarne la destinazione.

Dopo le vicende di Mafia Capitale, che si aggiungono ad altre indagini che coinvolgono l’ex Presidente Mancini, che è stato alla guida di un consiglio di amministrazione tuttora in carica, e che, pur in scadenza, dovrebbe presentare il fatidico piano di salvataggio, riteniamo un preciso dovere dei Ministri delle Finanze Padoan, dei Beni Culturali Franceschini e del Sindaco Marino aprire un nuovo capitolo della storia dell’EUR, all’insegna della trasparenza e dell’interesse pubblico.

Per questo chiediamo che, prima di avviare qualunque iniziativa – piano, vendite e salvataggio – si proceda a una profonda riforma, restituendo l’EUR al governo comunale, pari a tutti gli altri quartieri di Roma, senza l’ingombro di una spa inutile e dannosa. E sia il Comune a predisporre un piano per il rilancio economico e culturale dell’EUR, garantendone la sostenibilità, all’insegna della trasparenza e della partecipazione dei cittadini.

Gam di Torino, salviamo la biblioteca

I docenti di storia dell’arte dei dipartimenti di studi storici e umanistici dell’Università di Torino, i funzionari storici dell’arte delle Soprintendenze piemontesi, gli studiosi di storia dell’arte, le associazioni culturali e le istituzionali museali presenti sul territorio piemontese, in risposta alla grave contrazione dell’orario di apertura della Biblioteca di storia dell’arte della Gam di Torino, hanno redatto il seguente documento:

La decisione da parte della Fondazione Torino Musei di limitare fortemente l’apertura della Biblioteca di Storia dell’Arte per buona parte della settimana getta sconcerto e stupore nell’utenza abituale e non della stessa. È come azzerare un pezzo di storia di una città che ha visto sulla cattedra di storia dell’arte nella propria università Pietro Toesca e Lionello Venturi, dove hanno conseguito la laurea Roberto Longhi e Giulio Carlo Argan. La Biblioteca è infatti una delle migliori dell’Italia settentrionale per ricchezza di fondi bibliografici, frequentata da generazioni di storici dell’arte piemontesi ma anche di altre regioni italiane.

Nata all’inizio degli anni Trenta, per uso interno dei musei civici, assunse grande importanza, nel corso degli anni, con un patrimonio librario consistente in più di 110 mila volumi e comprendente anche cd-rom, DVD, videocassette e nastri registrati, con una dotazione di periodici italiani e stranieri altamente qualificata. Inoltre raccolse numerosi fondi importanti per lo studio della storia artistica locale, come quello di circa 2 mila volumi ed una serie di riviste italiane e straniere della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti (SPABA), 8 mila volumi di Clemente Rovere, un fondo librario dedicato alla storia dell’arte asiatica antica acquistato, nel 2006, dalla Fondazione Giovanni Agnelli e quello della Fondazione Italiana per la Fotografia (FIF), che, “oltre a documentare l’attività della suddetta Fondazione, mette a disposizione degli studiosi un gran numero di testi specialistici difficilmente reperibili altrove nel panorama bibliotecario italiano”. A supporto degli studi è consultabile, nello stesso edificio, il ricchissimo e prezioso archivio fotografico.

La Biblioteca, di primaria importanza anche nel ruolo di centro di ricerca per i musei cittadini, è strumento indispensabile e insostituibile per gli studenti universitari, storici dell’arte, docenti, in quanto nessun altra biblioteca torinese. (Biblioteca civica, Biblioteca Nazionale, Biblioteca dell’Accademia) può da sola essere sufficiente per lo studio delle discipline artistiche e colmare le lacune che verrebbero a crearsi. Inoltre, in questa situazione si prospetta anche una riduzione dei servizi all’utenza con inevitabili conseguenze sulla accessibilità ai fondi librari.

Purtroppo la decisione di limitarne gli orari di apertura è l’ulteriore atto di una politica di disfacimento del suo patrimonio librario che, negli ultimi anni, non ha più visto acquisizioni (se non per doni e scambi) né il rinnovo degli abbonamenti alla quasi totalità delle 244 testate di riviste che venivano ad arricchire e ad incrementare gli studi. Ma è anche un segnale politico e culturale fortemente negativo, che va ad assecondare un processo di dissipazione di un bene primario, già tristemente in atto in altre realtà nazionali. Siamo coscienti che l’istituzione museo può contemplare aggiornamenti e revisioni purché non ne alterino i significati e funzioni; tuttavia, anche in un’epoca di raggiunta frequentazione di massa di mostre (e meno di raccolte), non si deve dimenticare che la stessa istituzione museo è luogo destinato alla conservazione, alla tutela e allo studio.

Per queste ragioni rivolgiamo alla Fondazione Torino Musei un addolorato e appassionato appello perché non svigorisca una delle più importanti strutture di studio e di ricerca di storia dell’arte cittadine, costruita e a lungo diretta con sapienza e attenzione, vero patrimonio culturale della città.

Meno cave, meno cemento. Approvato il piano per il paesaggio toscano

Venerdì sera il consiglio regionale toscano ha approvato il Piano paesaggistico. Il voto è giunto dopo un lungo braccio di ferro che ha impegnato l’assessore Anna Marson, da una parte, e l’opposizione di centrodestra, ma anche settori della maggioranza di centrosinistra, dall’altra. Il presidente della Regione Enrico Rossi si è prodigato per una mediazione e decisivo è stato l’intervento del Mibact che ha posto come condizione per il proprio parere favorevole la conformità del piano al Codice dei beni culturali e del paesaggio. Pubblichiamo il testo dell’intervento pronunciato da Anna Marson dopo il voto. L’intervento ha suscitato reazioni scomposte e insultanti da parte di alcuni esponenti dell’opposizione e della maggioranza.

 

Il paesaggio, gli interessi collettivi e una diversa idea di sviluppo

di Anna Marson

Il voto di approvazione di un piano paesaggistico ancora definibile tale, intervenuto oggi nel penultimo giorno utile della legislatura dopo un lunghissimo dibattito dentro e fuori le sedi istituzionali, è l’esito di un assai ampio coinvolgimento pubblico nel merito delle scelte che la Regione Toscana si apprestava a compiere, e di una straordinaria mobilitazione culturale e sociale in difesa del Piano paesaggistico.

Le prove che questo piano ha dovuto affrontare, nella sua natura di strumento portatore di innovazione culturale e normativa, non sono state facili. Anche se la portata storica dell’evento è chiaramente incommensurabile, mi permetto di richiamare le parole di Calamandrei sull’esito della scelta repubblicana dell’Italia (Il Ponte, luglio-agosto 1946), sul cui cammino “non sono mancati i diversivi che miravano a mandare in lungo la partita, i tranelli preordinati a far perdere la serenità al giocatore meno esperto, e qualche svista pericolosa e, purtroppo, qualche tentativo di barare…Proprio di queste vicende bisogna tener conto per comprendere quanta fermezza e quanta resistenza morale sono state necessarie …per conseguire questa vittoria e per apprezzarne il valore… [in questo caso si è] dovuto superare imboscate e tradimenti che l’osservatore superficiale nemmeno sospetta”.

Nel caso del piano paesaggistico le “imboscate” non sono derivate da un conflitto fra ambiente e sviluppo, come molti hanno sostenuto, ma tra interessi collettivi e interessi privati. Ciò è testimoniato dal fatto che chi si è mosso a difesa del piano, come le associazioni ambientali e culturali, e molti autorevoli studiosi, non rappresenta in questa vicenda interessi particolari o privati. Mentre tutti coloro che a vario titolo hanno sollevato richieste di modifiche del piano l’hanno fatto mossi da interessi privati finalizzati al profitto, mascherato da occupazione e sviluppo.

E devo dare atto alle rappresentanze dei lavoratori – alla CGIL in particolare ma anche ad alcuni rappresentanti della CISL – di avere individuato con grande chiarezza come ambiente e paesaggio costituiscano oggi, a fronte dei cambiamenti in corso e di quelli che si annunciano, due poste in gioco rilevanti per l’interesse collettivo, a partire dall’interesse dei lavoratori e di chi è in cerca di occupazione. Ritengo quindi utile ripercorrere, sia pur in grande sintesi, alcuni dei passaggi salienti del percorso di piano che portano ulteriori evidenze a questo riguardo.

La procedura del piano e le imboscate subite

Il presidente della commissione consiliare nel citare gli emendamenti apportati in commissione ha più volte parlato di “grande lavoro rispetto cui non si può tornare indietro”. Che dovremmo allora dire relativamente al lavoro di costruzione del piano, alla lunga e continua contrattazione istituzionale e sociale (anche in un clima di linciaggio personale di cui sono stata ripetutamente oggetto)[1], al lavoro di controdeduzione alle osservazioni presentate per arrivare a un testo equilibrato nel tenere in conto i diversi interessi legittimi? La formazione del piano e’ stato un atto quanto mai collettivo.

Il piano cosiddetto “Marson” è infatti frutto:

a) di un atto di indirizzo approvato dal consiglio regionale nel 2011;

b) di una approfondita fase di elaborazione scientifica affidata al Centro Interuniversitario di Scienze del Territorio delle 5 principali università toscane anziché a una ditta privata o a una elaborazione interna dei soli uffici (che non avevano le forze per condurre un compito di questa portata, anche in seguito alla soppressione del settore paesaggio all’inizio della legislatura e alla sua lenta e faticosa ricostituzione nel corso dei successivi tre anni);

c) di uno straordinario impegno dei funzionari del settore paesaggio, anche con molte ore di lavoro non retribuite, nel costruire la proposta di piano;

d) di numerose assemblee pubbliche di approfondimento e discussione che hanno accompagnato le fasi di formazione del piano nei diversi ambiti del territorio toscano;

e) di una lunga e ripetuta concertazione con attori pubblici (ANCI, Consiglio autonomie, comuni, soprintendenze, Ministero) e del confronto con attori privati (ordini professionali, associazioni sindacali e imprenditoriali, ecc) ;

f) di una validazione tecnica preliminare da parte del Mibact sul lavoro complessivo (dicembre 2013);

g) di due successive proposte di piano approvate dalla giunta (gennaio e maggio 2014);

h) di un esame in sede di più commissioni consiliari (ne ricordo almeno cinque) che ha portato all’adozione, con emendamenti, il 2 luglio 2014;

i) del lavoro di controdeduzioni che ha portato al voto unanime della Giunta il 4 dicembre 2014.

Sfido tutti coloro che hanno dichiarato in aula, rivolti alla giunta, che “s’è perso tempo”, a trovare un esempio di piano paesaggistico regionale copianificato con il Mibact che abbia concluso questo percorso in un tempo più rapido. E ciò nonostante – per non citare che i due esempi più significativi – una ricerca di regole condivise con i sindaci delle Apuane interessati dalle attività di escavazione durata più mesi, e un tavolo con i rappresentanti di categoria delle associazioni agricole protrattosi con incontri quasi quotidiani per settimane.

Se nel caso delle associazioni agricole ciò ha portato, pur con perdite significative dei contenuti del piano (quali la sparizione di gran parte dei riferimenti alla “maglia agraria”, di ogni citazione della parola “vigneti”, e di tutti i riferimenti al “mantenimento delle attività agrosilvopastorali montane per arginare i processi di abbandono”), a una sostanziale condivisione del testo, nel caso delle Apuane sia la modifica della prima proposta di giunta che gli emendamenti introdotti dal consiglio in fase di adozione non hanno sancito la fine delle ostilità né delle interferenze anche pesanti rispetto ai contenuti del piano e alla procedura istituzionalmente definita per la sua approvazione.

Abbiamo così assistito, in commissione consiliare, al voto di emendamenti non coerenti con i contenuti propri di un piano paesaggistico, a diverse e articolate trattative politiche non con le rappresentanze istituzionali delle imprese ma con alcune imprese, alla partecipazione di consulenti delle imprese del marmo alla scrittura degli emendamenti nelle stanze del Consiglio regionale, alla sparizione dal Piano di tutti i riferimenti alle criticità di luoghi specifici che disturbavano qualcuno che aveva modo di far sentire la propria voce, e così via. Tutte le tipologie degli emendamenti proposti in commissione sono state ispirate a un unico principio: depotenziare l’efficacia del piano.

A titolo esemplificativo:

– nelle Apuane sono state cancellate tutte le criticità relative a specifiche aree interessate dalle escavazioni;

– molte criticità paesaggistiche evidenti sono state trasformate in forma dubitativa;

– un emendamento si proponeva addirittura di specificare che le criticità costituivano valutazioni scientifiche delle quali i piani urbanistici “non dovevano tenere conto”;

– nelle spiagge si intendevano ammettere adeguamenti, ampliamenti, addizioni e cambi di destinazione d’uso;

– la dispersione insediativa, anziché da evitare, era al massimo da limitare o armonizzare;

– la salvaguardia dei varchi inedificati nelle conurbazioni andava cancellata, o anch’essa “armonizzata”;

– le relazioni degli insediamenti con i loro intorni agricoli sono state soppresse;

– l’alpinismo in Garfagnana andava soppresso;

– gli ulteriori processi di urbanizzazione diffusa lungo i crinali non erano da evitare bensì da armonizzare;

Ciò ha prodotto, come esito del lavoro della commissione consiliare, la riscrittura di molti contenuti sostanziali del piano, rovesciandone in più parti gli obiettivi, depotenziando la valenza anche normativa del piano adottato, e contraddicendo sia il Codice dei beni culturali e del paesaggio che la nuova legge regionale in materia di governo del territorio in vigore dal novembre 2014.

Soltanto la verifica in extremis con il Mibact, con il quale il piano va necessariamente copianificato anche per dare attuazione alle semplificazioni che da esso discendono, dovuta anche alla luce del verdetto ricevuto a suo tempo sull’integrazione paesaggistica del PIT adottata dalla Regione Toscana nel 2009, ha portato con un grande sforzo da parte di tutti i soggetti coinvolti, e del Presidente Rossi in prima persona, a recuperare almeno in parte alcuni dei contenuti essenziali che permettono di qualificare questo piano come “piano paesaggistico”.

Non posso che concordare con chi ha definito questa retromarcia imbarazzante. Lo è senza dubbio per l’immagine arretrata, riflessa da alcuni rappresentanti eletti, della società toscana (smentita invece dalla moltitudine di cittadine e cittadini che si sono espressi in difesa del piano). Lo è per chi, come me, ha creduto nel federalismo, non quello della riforma del Titolo V della Costituzione operata all’inizio del nuovo millennio oggi peraltro ripudiata dagli stessi autori, ma quello auspicato da Carlo Cattaneo e da Silvio Trentin.

In questo caso devo tuttavia riconoscere che l’intervento del Ministero ha contribuito a salvare parti significative del piano.grazie in particolare all’impegno della sottosegretario Borletti Buitoni, oltre a quello del ministro Franceschini intervenuto anch’esso in prima persona.

Al di là di tutto ciò, e alla fine di questo tormentato percorso, credo di dover evidenziare come il conflitto attivatosi intorno al piano – non fra ambiente e sviluppo, ma tra interessi collettivi e interessi privati – sottenda in realtà due diverse accezioni di sviluppo.

Due concezioni dello sviluppo contrapposte. Chi è passatista?

Gran parte delle modifiche proposte e in parte apportate al piano attraverso gli emendamenti, sono ispirate da una lettura del Piano inteso come insieme di vincoli/freno allo sviluppo e alla libertà d’impresa: meno vincoli più sviluppo, più vincoli meno sviluppo. Lo sviluppo è dunque inteso come tutela delle libertà d’uso e sfruttamento del territorio da parte delle imprese economiche, soprattutto da parte delle grandi imprese (multinazionali del vino e del marmo, del turismo, ecc), oltre alla tutela del continuare a fare ognuno “come ci pare”.

I soggetti presi a riferimento non sono certo i viticoltori artigiani di qualità o le botteghe di trasformazione artistica del marmo, per non citare che due esempi fra i molti possibili, in una “compressione della rappresentanza” rispetto alla complessità crescente del mondo produttivo. La rappresentanza dei grandi interessi finanziari, travestiti da interessi per lo sviluppo, è l’unica ad essere di fatto garantita. Ma questo modello di sviluppo non è forse alla base della crisi economica che stiamo vivendo?

Il tentativo di affossamento del valore normativo del Piano paesaggistico è peraltro coerente con l’ideologia che esalta la privatizzazione e la centralizzazione dei processi economici e politici, in molti casi peraltro sostenuti da finanziamenti pubblici, come unica via d’uscita dalla crisi.

In questa monodirezionalità degli emendamenti votati in commissione è stato peraltro negato lo spirito stesso del Codice. Laddove il Codice richiede che il Piano si interessi di tutto il territorio regionale, si chiede infatti, di conseguenza, un cambio dalla centralità dei vincoli (prescrizioni che riguardano i soli beni paesaggistici formalmente riconosciuti) alle regole di buon governo per tutto il territorio, compresi quindi i paesaggi degradati, le periferie, le infrastrutture, le aree industriali, gli interventi idrogeologici, gli impianti agroindustriali, ecc); dunque regole per indirizzare verso esiti di maggiore qualità le trasformazioni quotidiane del territorio, e non solo preservare i suoi nodi di eccellenza.

La stessa cura a migliorare la qualità paesaggistica di tutto il territorio regionale è richiesta come noto dalla Convenzione europea del paesaggio, che parla di attenzione ai mondi di vita delle popolazioni). I piani paesaggistici di nuova generazione fanno dunque riferimento a un diverso e innovativo modello di sviluppo che vede la centralità della valorizzazione del patrimonio territoriale e paesaggistico nella costruzione di ricchezza durevole per le comunità. Non certo per rinunciare al manifatturiero, e nemmeno all’escavazione del marmo, ma per far convivere queste attività con altre possibilità imprenditoriali, a partire da un patrimonio territoriale che ne renda possibile e realisticamente fattibile lo sviluppo.

Come ha scritto recentemente un ex sindaco, Rossano Pazzagli, a proposito delle prospettive dell’attività turistica, “fare turismo…è perseguire un turismo non massificato, di tipo esperienziale…Chi vuole riaprire le coste alla cementificazione…finirà per danneggiare lo stesso turismo balneare, che va in cerca di paesaggio, di spiagge, di pinete e di sole, non di qualche pezzo di periferia urbana in riva al mare”.

Non solo le Apuane, uniche al mondo, ma lo stesso marmo apuano, meriterebbe di essere a tutti gli effetti considerato come una risorsa preziosa, e valorizzato di conseguenza restituendo alle comunità locali gran parte del valore aggiunto che va invece ad arricchire singoli individui, distruggendo per sempre le montagne.

Sono soltanto alcuni esempi, che tuttavia testimoniano come il piano ponga le basi per rendere possibile un diverso sviluppo, basato non sulla distruzione del patrimonio regionale ma sulla sua messa in valore sostenibile per la collettività e il suo futuro. Il Presidente Rossi ha dichiarato che sarei “un grande tecnico… che quando esprime giudizi politici compie scivoloni pericolosi”. Da questo punto di vista io rivendico invece il mio agire “diversamente politico”, in quanto non guidato dal desiderio di mantenere un incarico di assessore, né dall’obbligo di restituire favori e accontentare interessi specifici. In questi anni ho cercato di garantire nel modo più degno possibile, nel ruolo che ho avuto l’onore e l’onere di ricoprire, la straordinaria civiltà tuttora profondamente impressa nel paesaggio toscano, pur nella complessità delle sfide sociali, economiche e politiche che hanno interessato nel passato e interessano ancor più oggi questa regione.

In conclusione è con un sentimento contradditorio che accolgo questo voto del Consiglio:

– da una parte la soddisfazione per il fatto che il proposito di rendere inefficace un progetto assai avanzato per la a Toscana futura abbia dovuto in parte rientrare grazie alla forte mobilitazione culturale e sociale in difesa del piano, e per il ravvedimento finale del principale partito di maggioranza;

-dall’altra il rammarico per il fatto che il percorso di questo piano sia stato costellato da cedimenti, contraddizioni, indebolimenti che hanno ovviamente lasciato il segno nel corpo del piano stesso.

Non mi sento pertanto di fare alcuna celebrazione clamorosa, né retorica, di questo esito. Raggiungere questo risultato è stato difficile e aspro, né sono state risolte tutte le contraddizioni. Spero tuttavia che l’alto livello di mobilitazione attivatosi a livello regionale e nazionale intorno a questo piano e all’allarme sul rischio del suo annullamento, serva a mantenere alta l’attenzione intorno all’interpretazione che quotidianamente, nei giorni e negli anni a venire, sarà data del piano stesso e dei suoi contenuti. E a favorire la realizzazione di un Osservatorio regionale del paesaggio, già previsto dalla LR65/2014 e da attivare nei prossimi mesi, che sappia garantire una forte partecipazione sociale, facendo entrare il paesaggio a pieno titolo fra gli obiettivi dello sviluppo regionale volti ad aumentare il benessere delle popolazioni presenti sul territorio.

1Pol Pot in Toscana, l’accusa di voler espiantare i vigneti per rimettere le pecore (messa anche in bocca a sindaci con i quali ho collaborato fattivamente per gran parte della legislatura), i soldi al marito (che ha lavorato gratuitamente con gli altri professori universitari che hanno collaborato al piano), gli insulti per essere straniera in Toscana, essendo nata a Treviso, gli ambientalisti in cachemire citati ancora ieri in Consiglio regionale, i professori che vivono nell’agio mentre i consiglieri regionali soffrono nelle montagne (dimenticando che in Italia i professori universitari sono retribuiti quanto un bidello svizzero ma in questo piano hanno per scelta lavorato gratuitamente, mentre gli assegnisti sono stati retribuiti mille euro al mese) e così via.

Interventi. Pompei, il Teatro e l’arroganza

di Pier Giovanni Guzzo

Le recenti cronache giudiziarie relative al Teatro grande di Pompei hanno creato scalpore: per il malcostume evidenziato dall’accusa, per l’entità delle somme che l’accusa chiede di pignorare. Qui si vorrebbe, invece, mettere in evidenza una diversa categoria anch’essa ben presente nell’affaire: quella politica.

Una relazione della Corte dei Conti centrale nell’estate 2010 aveva ritenuto atto puramente politico il commissariamento dell’area archeologica di Pompei: di conseguenza la stessa Corte non poteva esprimere la propria valutazione sull’operato dei commissari nel biennio 2008-2010. Adesso, la stessa Corte dei Conti sanziona quei lavori (e quelle spese), che ritiene essere stati non conformi al mandato ricevuto dai commissari. In parallelo un’azione giudiziaria penale sta procedendo sull’ipotesi di violazioni di legge sull’assegnazione dei lavori.

In ambedue i casi occorre attendere l’esito degli itinera giudiziari per poter identificare i colpevoli e valutare la pena loro eventualmente inflitta. Ma fin d’ora si può commentare, senza essere tacciati di giustizialismo: perché un commissario all’emergenza (?) è stato convenuto fiscalmente se il suo operato, in quanto rientrante nella discrezionalità politica, era stato in precedenza dichiarato non valutabile? C’è da immaginare, non avendo letto la requisitoria della Procura contabile, che la Corte dei Conti abbia ritenuto alcune azioni del commissario non conformi al mandato politico ricevuto e, di conseguenza, non rientranti nella sfera della discrezionalità.

I mezzi di comunicazione hanno informato che oggetto dell’indagine è stato il “restauro” del Teatro grande. In esso il teatro San Carlo di Napoli si è prodotto, non solo ovviamente. In quel periodo il teatro San Carlo di Napoli era commissariato dal capo di gabinetto pro tempore del ministero per i Beni e le attività culturali, su proposta del quale il presidente del Consiglio dei ministri aveva nominato i commissari di Pompei. La connessione, certo non completamente documentabile, tra questi fatti porta a un’interpretazione politica dell’accaduto: e a quella declinazione politica definibile come arroganza.

Dal commissariamento al “restauro” del Teatro grande è stata protagonista l’arroganza politica, sprezzante del merito tecnico della conservazione dell’antica città, rivolta alla cura di quanti facevano parte dello stesso circolo, irridente della pubblica opinione che nutriva di propaganda e proclami. E la si avverte ancora oggi nell’autodifesa dell’indagato: che non riesce a spiegarsi come si sia osato dubitare del suo operato.

Ed altrettanto la si avverte nella riforma in atto dei Beni culturali: nella separazione tra musei e tutela del territorio e nella mortificazione di archeologi e storici dell’arte nei confronti dei presunti manager. Anche se proviene da una direzione diversa, la musica che si sente è sempre la stessa.

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La Regina: “Rilanciamo il Progetto Fori”

FORI LA REGINA FOTO

C’era tantissima folla ieri a Roma per la conferenza di Adriano La Regina “Roma moderna. I Fori e la città”, organizzata dall’Associazione Bianchi Bandinelli. La sala conferenze dell’Istituto nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte era piena, pieno anche il corridoio dell’Istituto. La Regina ha sottolineato l’attualità del progetto di cui fu protagonista fra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta insieme ad Antonio Cederna, Leonardo Benevolo, Italo Insolera e al sindaco di Roma Luigi Petroselli. Il progetto prevedeva la riunificazione dell’area archeologica da piazza Venezia al Colosseo e lo smantellamento di via dei Fori Imperiali.

All’incontro di ieri, coordinato da Vezio De Lucia, sono intervenuti Giovanni Caudo, Francesco Prosperetti, Piero Giovanni Guzzo, Maria Pia Guermandi, Walter Tocci, Sergio Rinaldi Tufi e Mariarosaria Barbera.

> Vai alla pagina con il testo della conferenza di Adriano La Regina 

> Vai alla pagina con il testo “Un documento non utilizzato” di Sergio Rinaldi Tufi

> Vai alla pagina con il testo “Tre dubbi sulla Commissione di Pier Giovanni Guzzo

> Vai ai video degli interventi

Roma, i Fori e la città. Materiali per farsi un’idea

In vista della conferenza di Adriano La Regina, “Roma moderna. I Fori e la città”, prevista per il 9 marzo (ore 16,30 Istituto nazionale di Archeologia e Storia dell’arte, piazza san Marco 49, Roma), proponiamo una serie di materiali e di interventi sul Progetto Fori e sul dibattito recente in merito alla sistemazione dell’area archeologica centrale di Roma e allo smantellamento di via dei Fori Imperiali.

Il 21 marzo 2014 l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli ha organizzato un convegno al Teatro dei Dioscuri a Roma intitolato “Archeologia e città: dal Progetto Fori all’Appia Antica”. Gli interventi e i materiali sono stati raccolti da Carteinregola e sono consultabili all’indirizzo web https://daiforiallappia.wordpress.com/

 

Ecco una bibliografia sintetica che riassume la storia del Progetto Fori:

  1. Antonio Cederna, Mussolini urbanista, Laterza, Roma-Bari 1979 (nuova edizione con prefazione di Adriano La Regina e postfazione di Mauro Baioni, La Corte del Fontego, Venezia 2006).
  2. Soprintendenza Archeologica di Roma, Roma. Studio per la sistemazione dell’area archeologica centrale, a cura di Leonardo Benevolo. Scritti di Leonardo Benevolo, Augusto Cagnardi, Ferdinando Castagnoli, Vittorio Gregotti, Ippolito Pizzetti, Claudio Podestà, Guglielmo Zambrini, De Luca Editore, Roma 1985.
  3. Italo Insolera, Francesco Perego, Storia moderna dei Fori di Roma, Laterza, Roma-Bari 1992.
  4. Italo Insolera, Roma moderna, Einaudi, Torino 1962, (nuova edizione a cura di Paolo Berdini, Einaudi, Torino 2011)
  5. Ella Baffoni e Vezio De Lucia, La Roma di Petroselli, Castelvecchi, Roma 2011
  6. Vezio De Lucia, Nella città dolente, Castelvecchi, Roma 2012
  7. Leonardo Benevolo, La fine della città, a cura di Francesco Erbani, Laterza, Roma-Bari 2011.
  8. Francesco Erbani, Antonio Cederna. Una vita per la città, il paesaggio, la bellezza, La Corte del Fontego, Venezia 2013 (nuova edizione);
  9. Francesco Erbani, Roma. Il tramonto della città pubblica, Laterza 2013

 

Documenti che riguardano la Commissione paritetica Mibact-Comune di Roma presieduta da Giuliano Volpe:

 

  1. Vezio De Lucia, Presidente Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, Promemoria sull’area archeologica centrale (Roma, 14 novembre 2014)

Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso, per impulso di Adriano La Regina, allora soprintendente archeologico di Roma, furono elaborate proposte imprescindibili per la sistemazione dell’area archeologica centrale. Partendo dalla denuncia dei drammatici effetti dell’inquinamento e del traffico sullo stato dei monumenti, il soprintendente introdusse, per la prima volta, una diretta connessione fra destino dell’area archeologica e assetto urbanistico della parte centrale della città. E, riprendendo lo studio di Leonardo Benevolo per il centro storico della capitale del 1971, propose l’eliminazione della via dei Fori Imperiali.

Mezzo secolo prima, dov’è adesso la via dei Fori, si trovava un grande quartiere formato nel corso dei secoli dopo la caduta dell’impero romano, proprio sopra i resti dei Fori di Traiano, Augusto, Nerva, Cesare, Vespasiano e di altri monumenti. A ridosso della basilica di Massenzio, si alzava la collina della Velia (che raccordava l’Esquilino al Palatino) sovrastata dallo splendido giardino di Palazzo Rivaldi. Tutto ciò fu spazzato via per volontà di Benito Mussolini che volle nel cuore di Roma una strada adatta alle grandi parate militari, in uno scenario che doveva celebrare la continuità fra l’impero romano e il regime fascista. I lavori furono condotti a ritmo di record (dall’ottobre 1931 all’ottobre 1932), riportando alla luce i Fori Imperiali, però subito dopo in gran parte sepolti sotto la nuova via dell’Impero (oggi dei Fori Imperiali). Da allora, il più importante complesso archeologico del mondo è spaccato in due da un incongruo nastro d’asfalto.

Con il soprintendente La Regina si schierarono subito il sindaco Giulio Carlo Argan, gli assessori Vittoria Calzolari e Renato Nicolini, insieme ad Antonio Cederna, Italo Insolera, al direttore del Messaggero Vittorio Emiliani e altri importanti studiosi e personalità. Ma fu l’elezione a sindaco di Luigi Petroselli (il 27 settembre 1979), quando Argan si dimise, a imporre al centro del dibattito politico e culturale il Progetto Fori, come da allora fu correntemente denominato lo studio per la sistemazione dell’Area archeologica centrale. L’idea-obiettivo che guidò l’azione di Petroselli era di accorciare le distanze fra il mondo marginale delle periferie e la città riconosciuta come tale, e perciò voleva che anche la storia dell’antica Roma fosse patrimonio non solo degli studiosi ma di tutto il popolo di Roma, anche quello più sfavorito. Nacque così l’esperienza delle domeniche pedonali lungo la via dei Fori – che in qualche modo prefigurava l’eliminazione della stessa via – cominciata senza grande clamore il 1° febbraio del 1981 e continuata nelle domeniche successive, con crescente partecipazione popolare, nello stesso clima festoso dell’Estate romana.

Sospinto dall’entusiasmo di Petroselli, il recupero dei Fori diventò l’insegna del rinnovamento della capitale, mobilitò le migliori energie, raccolse un consenso vastissimo, dalle autorità di governo alla grande intellettualità internazionale. Petroselli fu subito determinato e operativo, cominciando con lo smantellamento di via della Consolazione che da un secolo separava il Campidoglio dal Foro romano. Subito dopo il Comune deliberò l’eliminazione del piazzale che separava il Colosseo dall’arco di Costantino e dal resto del complesso Foro-Palatino. Si ricostituì così l’unità pedonale Colosseo-Foro Romano-Campidoglio e la continuità dell’antica via Sacra.

Ma improvvisamente, il 7 ottobre del 1981, solo due anni dopo la sua elezione a sindaco, Petroselli morì, a quarantanove anni. Con la sua morte cominciò a morire il Progetto Fori, lentamente avvolto da veli sottili di opportunismo che prolungarono i tempi all’infinito. Nel 1993, dopo la sconfitta del 1985, quando la sinistra tornò in Campidoglio con i sindaci Francesco Rutelli e Walter Veltroni, sembrò che fosse l’occasione per riprendere le idee di Petroselli. Ma la svolta non ci fu, anzi, fu a mano a mano negata l’equivalenza fra Progetto Fori ed eliminazione della via dei Fori. Mentre, a seguito dei provvedimenti per la riduzione del traffico di attraversamento e per l’inserimento nella zona a traffico limitato, la via dei Fori ha finito con l’assumere un aspetto insensato per l’esubero dello spazio impegnato dalla viabilità.

Il colpo di grazia al Progetto Fori fu inferto nel 2001 con un decreto di vincolo monumentale che congela lo stato di fatto di una vasta area, fino alle Terme di Caracalla. Nella relazione storico-artistica che motiva il vincolo, la sistemazione fascista è presentata come «un’immagine storicamente determinata che rappresenta il volto della Capitale laica per tanti anni ricercato e finalmente, come sempre e ovunque, nel bene e nel male, raggiunto». Solo Leonardo Benevolo reagì scrivendo che è diventato illegale il disseppellimento di uno dei più grandiosi paesaggi archeologici del passato: «si è preferito Antonio Muñoz (lo sprovveduto autore di quelle sistemazioni) ad Apollodoro di Damasco, l’architetto dell’imperatore Traiano».

In effetti, il vincolo ha operato come efficacissimo paravento per spostare il dibattito sul recupero dei Fori dal terreno proprio, quello storico-scientifico, a quello burocratico-formale. Non è stato più necessario motivare criticamente perché sarebbe sbagliato rimuovere la strada, è bastato assumere il vincolo come un precetto perentorio, come scorciatoia per l’obliterazione del Progetto Fori. Vedi in proposito il Prg del 2008 e l’esito delle commissioni nominate negli anni 2004 e 2006 che, grazie al vincolo, si sono sottratte alla necessità di misurarsi con la soluzione proposta negli anni Ottanta.

Va dato atto al sindaco Ignazio Marino: di aver rilanciato, dopo molti anni, il tema della via dei Fori; di aver realizzato la pedonalizzazione della via, ancorché parziale e scoordinata; e di aver nominato una nuova commissione con l’incarico di formare un piano per l’area archeologica centrale.

Il contributo che si fornisce con la presente nota consiste nella ferma convinzione dell’assoluta modernità del progetto fondato sull’eliminazione della via dei Fori, e che l’archeologia non debba essere necessariamente intesa come un ambito monumentale recintato, ma possa essere un elemento vitale della città contemporanea, «potenzialmente equiparabile ad altre parti storiche – medievali, rinascimentali, barocche – che la città non ha mai smesso di utilizzare» (I. Insolera).

Non è questa la sede per proporre i necessari aggiornamenti all’originario Progetto Fori. Ci si limita a confermare l’assoluta necessità della connessione tramite ferrovia metropolitana fra il Colosseo, piazza Venezia e oltre. Intanto, mentre si definisce il progetto e si realizza l’infrastruttura ferroviaria, si può mettere mano allo smontaggio della via dei Fori, sapendo che per le esigenze transitorie di ordine logistico fra piazza Venezia e largo Corrado Ricci si può utilizzare la via Alessandrina. Tutto ciò richiede, ovviamente, la sostituzione del decreto di vincolo del 2001 con altro provvedimento che consenta gli interventi previsti. In proposito, onde evitare che un’astratta discussione sul vincolo possa trasformarsi in uno scontro ideologico con la cultura della destra nostalgica che, soprattutto a Roma, non è certamente minoritaria, appare importante ripetere che non si tratta di un’operazione antistorica di ripristino dell’assetto spaziale precedente agli anni del fascismo ma, al contrario, di partire dalla sistemazione degli anni Trenta per realizzare un nuovo e autentico rapporto con le più famose architetture dell’impero romano.

 

Resta da dire che non occorrono ingenti risorse finanziarie, serve al contrario un grande impegno istituzionale e organizzativo e il miglior uso delle competenze scientifiche e professionali a partire da quelle di cui già dispongono l’amministrazione statale e quella comunale. E sarebbe importante, come ai tempi di Petroselli, l’adesione dei cittadini romani, per farli partecipare a un’opera – stavolta sì una grande opera – che non riguarda solo il centro, ma la struttura complessiva di Roma, e che può avere un’importanza decisiva per superare la crisi che da tempo tormenta la città.

 

  1. Documento della Commissione paritetica per l’Area archeologica centrale di Roma (fine dicembre 2014) http://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/documents/1421252504624_Commissione_paritetica_MiBACT_relazione_finale.pdf

 

Articoli e interviste che si riferiscono alle iniziative prese durante l’amministrazione di Ignazio Marino e riguardanti anche la Commissione paritetica Mibact-Comune di Roma:

  1. Intervista all’assessore Giovanni Caudo (Francesco Erbani, la Repubblica, 18 marzo 2014) http://roma.repubblica.it/cronaca/2014/03/18/news/la_demolizione_di_via_dei_fori_ecco_il_piano_del_comune_percorsi_pedonali_collegheranno_monti_all_area_archeologica-81239721/
  2. Intervista all’assessore Giovanni Caudo (Paolo Boccacci, la Repubblica, 3 gennaio 2015) http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=115392
  3. Anna Maria Bianchi, intervento sul sito “Carteinregola” (3 gennaio 2015) https://carteinregola.wordpress.com/2015/01/03/progetto-fori-la-merce-e-la-citta/
  4. Intervista a Giuliano Volpe (Paolo Boccacci, la Repubblica, 5 gennaio 2015) http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=115459
  5. Giuliano Volpe, Nota dal blog dell’autore http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=115436
  6. Paolo Berdini, Nota dal blog dell’autore (Il fatto quotidiano, 5 gennaio 2015) http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=115494
  7. Intervista a Francesco Scoppola (Sara Grattoggi, la Repubblica, 7 gennaio 2015) http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=115496
  8. Maria Pia Guermandi, articolo su “Eddyburg” (15 gennaio 2015) http://www.eddyburg.it/2015/01/progetto-fori-il-bread-and-roses.html

 

La tutela come impegno civile. Un bilancio del premio Bianchi Bandinelli

Il premio Ranuccio Bianchi Bandinelli, “La tutela come impegno civile”, è stato assegnato a Desideria Pasolini dall’Onda. Il riconoscimento, alla sua prima edizione, ha inteso rendere merito a una vita interamente dedicata alla conoscenza e alla protezione del patrimonio storico-artistico e di paesaggio. Due segnalazioni sono andate ai collaboratori volontari del Museo storico della Liberazione di via Tasso a Roma e all’Associazione culturale Borgo Baver unitamente alla Direzione regionale dei beni culturali e paesaggistici di Veneto per la salvaguardia del vigneto storico di Baver (Treviso).  

 

I perché di una scelta

di Lucinia Speciale

La scelta di istituire un Premio intitolato a Ranuccio Bianchi Bandinelli è maturata poco meno di un anno fa, con l’idea di offrire una sponda alle molte iniziative spontanee di salvaguardia del patrimonio storico culturale che si sono sviluppate in questi anni. Il bando, aperto intorno alla fine di agosto con l’intenzione di chiudere le candidature in autunno, è stato poi prorogato sino a fine novembre, consentendo alla richiesta di estendere la possibilità di formulare una segnalazione anche ai non soci.

La selezione si è rivelata per molti aspetti un piccolo successo. Le 17 candidature che sono scaturite dalle segnalazioni pervenute all’indirizzo del premio – in termini assoluti un numero non altissimo – si rivelano molto significative scorrendo la lista dei candidati.

In questo drappello figurano, com’era suggerito, diversi funzionari del MiBACT: a dimostrazione del fatto che tra questi ve ne sono molti che esercitano, o hanno esercitato, la loro funzione in modo non routiniero e burocratico, ma assolvendo consapevolmente il loro compito di custodi della memoria storica.

Vi compaiono però anche ricercatori non inquadrati e diverse associazioni che radunano quelli che oggi si chiamano professionisti del patrimonio: persone giovani e meno giovani che trasfondono competenze e impegno in un lavoro mal tutelato, compensato in forma mediamente inadeguata o completamente volontario.

L’elenco ospita anche diverse personalità o enti impegnati a vario titolo nella “valorizzazione” del patrimonio, in veste di promotori o mecenati.

Una considerazione a sé merita il grande numero di segnalazioni che ha sostenuto la candidatura dello staff di collaboratori volontari del Museo della Resistenza di Via Tasso a Roma. Se ne ricava uno spaccato per molti versi sorprendente della rete amplissima e molto variegata di fruitori di quell’istituzione. Tra questi figurano studenti e studiosi di storia contemporanea, ma anche moltissimi visitatori non professionali: persone interessate alla storia del “carcere in casa” creato dai nazisti all’interno di uno spoglio condominio della periferia romana, e soprattutto convinte che i luoghi della memoria civile siano musei nel senso più profondo del termine. In tempi di mostre ridotte a frettolose esposizioni di opere feticcio è un segno consolante.

In testa e in fondo alla lista spiccano le candidature di due figure di primo piano nel panorama intellettuale del nostro paese, Desideria Pasolini Dall’Onda e Paolo Maddalena, presenze delle quali non possiamo che sentirci onorati. Un buon viatico per la prossima edizione.

 

Candidati in ordine cronologico di candidatura

  1. Desideria Pasolini Dall’Onda, fondatrice di Italia Nostra.
  2. Emiliano Balistreri, curatore dell’archivio dell’arch. Egle Renata Trincanato di Venezia.
  3. Fondazione San Domenico Onlus di Fasano (BR) di Marisa Lisi Melpignano, per l’opera di recupero e valorizzazione del sito archeologico e Parco rupestre di Lama d’Antico presso Fasano (Bari).
  4. monsignor Delio Lucarelli, vescovo di Rieti.
  5. sito web Finestre sull’Arte, di Federico Giannini e Ilaria Baratta (autocandidatura).
  6. Francesco Scoppola, architetto, già Direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici dell’Umbria e dell’Abruzzo, attualmente Direttore generale belle arti e paesaggio del Mibact.
  7. Associazione Archeo Color, affidataria del parco archeologico della Villa Romana delle Grotte (Portoferraio-Isola d’Elba).
  8. Amici delle tombe dipinte di Tarquinia, Associazione culturale no-profit.
  9. Giovanni Bazoli, Presidente del Consiglio di Sorveglianza di Intesa Sanpaolo.
  10. Fabio De Chirico, storico dell’arte, Soprintendente ai beni storico artistici dell’Umbria.
  11. Gruppo/Staff di collaboratori e collaboratrici (20) volontari/e del Museo Storico della Liberazione di Via Tasso.
  12. Associazione Liberascienza e Associazione Nazionale Archeologi, per la manifestazione del 3 novembre 2013, organizzata in memoria dell’alluvione che ha colpito il 7 e 8 ottobre il patrimonio archeologico di Metaponto.
  13. Letizia Lodi, funzionaria storica dell’arte, Soprintendenza per i beni artistici e storici di Milano, Direttrice del Museo della Certosa di Pavia.
  14. Candidatura congiunta di Marica Mercalli, già Soprintendente ad interim per i Beni Storici, Artistici, ed Etnoantropologici del Veneto (VE, BL, PD e TV), di Ugo Soragni, già Direttore regionale beni culturali e paesaggistici del Veneto, attualmente Direttore generale musei del Mibact, e dellAssociazione Culturale Borgo Baver onlus per la salvaguardia del vigneto storico di Baver (Treviso).
  15. Rita Paris, funzionaria archeologa, Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma, Direttrice del Museo di Palazzo Massimo.
  16. Anna Lo Bianco, già funzionaria storica dell’arte Mibact, e direttrice della Galleria nazionale di arte antica a Palazzo Barberini a Roma.
  17. Paolo Maddalena, Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale.

 

Pubblichiamo le presentazioni della vincitrice del premio Ranuccio Bianchi Bandinelli e di coloro che hanno ricevuto una segnalazione

 

Desideria Pasolini dall’Onda

di Vittorio Emiliani

Desideria Pasolini dall’Onda merita ogni sorta di nobile premio per quanto ha fatto e concorso a fare in tanti anni di impegno incessante per la cultura della tutela, per la conservazione attiva del paesaggio, con una particolare attenzione a quello agrario, per la preservazione dei centri storici di ogni dimensione dalla barbarie dell’incultura, della speculazione, di una interessata “valorizzazione” in senso mercantile. Una vita spesa instancabilmente per la difesa attiva della Bellezza.

Ma questo premio le viene conferito dall’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli in un momento particolare, quando c’è gran bisogno di riaffermare con fermezza, chiarezza ed energia i principi fondamentali della tutela, quando a Roma si contano le ferite di aggressioni di massa al tessuto storico (anche al di là del danno arrecato alla fontana di piazza di Spagna dai teppisti olandesi) e si tende a fare di questa inarrivabile città una merce, una “infrastruttura turistica” di massa. Quando uno dei pochi piani paesaggistici finalmente elaborati – quello della mirabile e però già offesa Toscana – rischia di venire stravolto e vanificato ancor prima di essere approvato e adottato. Quando le Soprintendenze vengono ulteriormente svilite, i Musei divisi in grandi e meno grandi e i maggiori scissi dal territorio dal quale sono stati, salvo pochissime eccezioni, generati e alimentati.

Desideria Pasolini dell’Onda mi rispose in una intervista: “Se c’è da combattere, io combatto”. E lo ha sempre fatto con un ottimismo vitale ammirevole, senza enfasi eroiche, senza vanaglorie individuali, lavorando in squadra, pronta ad intervenire e a sollecitare interventi, col sorriso sulle labbra. Nonostante l’amarezza delle inevitabili sconfitte compensate peraltro da non poche vittorie.

Desideria ha avuto, certo, la fortuna di crescere in una famiglia dove si praticava l’aristocrazia della politica e della cultura, un nonno ispettore onorario delle Belle Arti, come si diceva allora, una nonna buona fotografa che documentò la Roma in via di sparizione. Ha avuto poi la fortuna di studiare con grandi maestri come Pietro Toesca e ancor più Cesare Brandi – che con le sue lezioni sul restauro letteralmente la folgorò – nel momento in cui l’Italia era stata ridotta dalla guerra una maceria. Grazie all’amicizia con Elena Croce, ha conosciuto bene il padre di lei, Benedetto, autore nel 1922 con Giovanni Rosadi della prima legge sul paesaggio allora riassunto nel concetto di “bellezze naturali”. E’ stata incaricata di tradurre prima Stevenson e poi Virginia Woolf da un poeta che si chiamava Eugenio Montale. Ma quella fortuna se l’è poi meritata, studiando, lavorando, operando, “combattendo” col massimo disinteresse personale, come continua a ripeterci. Come continua a fare.

Poi la grande, straordinaria avventura di Italia Nostra fondata sessant’anni fa da un pugno di intellettuali, fra i quali Desideria, e da loro fatta crescere in tutta Italia con le idee sempre più a fuoco sulla tutela, coi convegni di studio, coi manifesti programmatici su tanti e diversi temi. Di questo percorso eccezionale, ideale, culturale, etico ti dobbiamo ringraziare, cara Desideria. Per una presenza che ancora si sostanzia, senza retorica, anzi, in senso profondamente anti-retorico, di un sorridente, vivido, ostinato ottimismo della volontà. Grazie di tutto, con tutto l’affetto e la riconoscenza di cui siamo capaci.

 

I collaboratori volontari del Museo storico della Liberazione di via Tasso a Roma

di Gemma Luzzi

Desidero ringraziare, a nome di tutte le collaboratrici e i collaboratori volontari del Museo, la Giuria del premio, ma anche tutti coloro che ci hanno segnalato e, se permettete, il professor Antonio Parisella che ha preferito indicare il gruppo come soggetto per il premio. Tra l’altro, a pieno titolo, è anch’egli collaboratore volontario e, quindi, fa parte del gruppo.

Non possiamo negare che ricevere in questa sede autorevole un riconoscimento speciale, con le motivazioni lusinghiere che contiene, ci abbia fatto molto piacere perché è un ulteriore riconoscimento pubblico per il Museo, che completa quello che in questi anni ci è venuto da scuole e visitatori – ormai sempre intorno ai circa 15.000 l’anno – non solo di Roma e non solo d’Italia.

Non mi è facile parlare, come mi è stato chiesto, di noi, perché in realtà non riteniamo che i nostri interventi abbiano i caratteri della eccezionalità, se non mantenere vivo un impegno civile a tutela non solo del Museo e di tutto ciò che via Tasso conserva, ma della memoria di quello che questo luogo ha rappresentato e rappresenta per la storia della nostra città e del nostro paese. Mantenere viva e presente la memoria di persone e avvenimenti è per noi un obiettivo costante, i nostri interventi come guide per studenti e visitatori italiani e stranieri è quello di permettere non solo una conoscenza, ma anche una riflessione costante.

Siamo un gruppo per la maggior parte formato da professori in pensione. Ma tra noi è presente anche Modestino De Angelis, figlio di un martire delle Fosse Ardeatine, che riesce come nessun altro, a catturare l’attenzione unita ad una profonda empatia. Operiamo come volontari, ci occupiamo principalmente degli studenti ai quali – prima della visita – offriamo un intervento storico sul periodo dell’occupazione nazista di Roma e sul Museo, come luogo della memoria, in particolare.

Il gruppo si è formato partendo negli anni ’80 da un piccolo nucleo, intorno ad Elvira Sabbatini Paladini, direttrice e custode della memoria, che ci ha trasmesso la passione, la grazia dei suoi interventi ed un modo di raccontare facendo apparire semplice e normale anche quello che certamente di eccezionale raccontava, catturando non solo l’attenzione ma anche i sentimenti degli studenti.

L’impegno con questi è, per noi, quotidiano 5 giorni alla settimana da ottobre a maggio.

Ma il nostro lavoro non si limita a questo. Molteplici infatti sono le attività. Grazie ad un costante aggiornamento, sia individuale che collettivo una volta al mese, e ad un lavoro di ricerca, abbiamo elaborato e prodotto materiale storiografico, documenti ed immagini da donare alle scuole che sono state in visita, per aiutare insegnanti e studenti a rielaborare e discutere in classe ciò che hanno visto e compreso al Museo. Ancora, continuando nella ricerca, Anna Maria Casavola ha prodotto un libro sulla deportazione dei carabinieri, operata da Kappler il 7 ottobre 1943, Giulia Vagnoni una biografia e una mostra su Romualdo Chiesa, Lalla Di Cerbo ed io stessa una mostra sulle donne nella Resistenza romana, una parte della quale è divenuta l’allestimento permanente di una cella dedicata alle donne recluse a via Tasso, Giuseppe Mogavero è già alla seconda edizione ampliata di un libro che raccoglie epigrafi presenti a Roma, che si riferiscono al periodo dell’occupazione. E’ di prossima uscita il diario della campagna di Russia di Arrigo Paladini – che a Via Tasso fu prigioniero per un mese scampandone per un caso alla pena capitale – corredato da documenti e articoli di memoria sulla sua attività resistenziale a Roma.

Abbiamo avviato rapporti con le biblioteche comunali per raggiungere se possibile non solo gli studenti, ma anche gli adulti. Siamo sempre disponibili a recarci nelle scuole, anche fuori Roma, che ci invitano a parlare agli studenti di Resistenza a Roma e nel Lazio. Abbiamo costituito, ormai da decenni, un archivio storico-didattico in cui conserviamo tutti i lavori che le scuole ci inviano dopo la visita. Per facilitare un rinnovamento del gruppo si sta anche avviando un corso di formazione per giovani che desiderino affiancarci nel lavoro quotidiano di guide.

Per quanto riguarda la cura del patrimonio del Museo, c’è una giovane e bravissima studiosa che, dopo aver elaborato e pubblicato la tesi di dottorato sull’archivio del Museo, riordina e mantiene in vita tutto il materiale già esistente e quello che ormai quasi quotidianamente ci viene affidato,da testimoni e parenti di coloro che hanno vissuto la Resistenza a Roma. Un gruppo di bibliotecarie, sempre volontarie, ha riordinato la vecchia biblioteca storica, che contiene testi preziosi e spesso ormai introvabili, oltre a raccolte di stampa clandestina, manifesti di guerra e volantini e continua ad aggiornare la parte delle nuove accessioni, anche per doni di fondi librari di amici del Museo.

Tutto questo con scarsi mezzi economici che ogni tanto in tempi recenti hanno fatto addirittura ventilare la chiusura.

La nostra forza viene dalla passione e dalla consapevolezza, la consapevolezza che – come scrive il nostro presidente Antonio Parisella – il carcere nazista di via Tasso ha una sua particolarità. In esso militari e civili, ufficiali e subalterni, partigiani di ogni colore politico e protagonisti di lotte armate e non armate, donne e uomini di ogni ceto, hanno rivelato in pieno la loro capacità di essere “eroi di ogni giorno”; a questi, alle loro memorie, testimonianze, storie va il nostro impegno.

 

Associazione culturale Borgo Baver, Marica Mercalli e Ugo Soragni

di Francesco Erbani

Il vigneto di Baver, frazione di Godega Sant’Urbano, provincia di Treviso, è un fazzoletto di terra grande quattordicimila metri quadrati, poco più di un ettaro. È in leggera pendenza. Qui, per la prima volta, una Soprintendenza ha emesso una dichiarazione d’interesse non a tutela di un bene materiale — un quadro, un’architettura, un territorio — ma di uno immateriale: una tecnica di coltivazione, un sapere che i viticultori trasmettono da centinaia di anni. E questa tecnica è inverata in un paesaggio che ha il profilo di un paesaggio rurale storico.

La caratteristica principale del vigneto è che non è impiantato su pali, ma sfila aggrappato ad aceri e gelsi. È la “vite maritata”: una pratica che permetteva alla vite di appoggiarsi a dei tutori viventi (i “mariti”, appunto). La pratica era diffusa nel Centro Italia, ma anche al sud, nell’agro aversano, per esempio, e svolgeva un grande ruolo nella formazione del  paesaggio rurale, come attesta anche Emilio Sereni. Questa pratica è ormai in disuso, almeno dal secondo dopoguerra.

Oltre alla “vite maritata” il vigneto di Baver è caratterizzato da altri elementi. I legacci sono in vimini e non in materiale sintetico. I trattamenti sono esclusivamente a base di rame, calce e zolfo. Niente prodotti chimici. Sono conservate le siepi e le fasce boscate. In mezzo alle viti spuntano alberi da frutto.

I vitigni, poi, sono diversi. Qui, a differenza di molte aree agricole del trevigiano non si produce solo prosecco, un vino che ha battuto ogni primato d’esportazione, ma i cui impianti, assai spesso una monocultura, stanno radicalmente manipolando il paesaggio agrario di quelle colline. Nel vigneto Baver si producono bianchi e rossi: recantina, turchetta, traminer, trebbiano, bianchetta, merlot, tocai, verdicchio…

Il vigneto è diviso in tre parti, ognuna con un sonante toponimo: i più antichi, Zhercol, Talpon, il più recente Talponet. È addossato al centro abitato e il Comune di Godega, a guida leghista, aveva previsto nell’agosto del 2012 di estendere l’edificabilità al nucleo più antico della proprietà. Ne è nata una mobilitazione, sostenuta da Italia Nostra, dal Wwf e dall’Associazione culturale Borgo Baver. È intervenuta la Fondazione Benetton. Favorevole alla trasformazione edilizia era il proprietario del vigneto. Contrario chi il vigneto lo lavorava e lo lavora, Augusto Fabris, una laurea in Storia, maestro elementare e figlio di Andrea, il contadino che prima come mezzadro, poi come affittuario per oltre cinquant’anni aveva ereditato e conservato le tecniche di coltivazione, raccontandole al figlio.

L’Associazione Borgo Baver, per contrastare la minaccia di edificazione, chiese l’intervento della soprintendenza. Che, studiata la sua storia, ha accertato che il vigneto era un raro esempio di viticoltura tipico dell’antica piantata trevigiana, attestata nei documenti (un catasto napoleonico del 1811), nelle fotografie (quelle del linguista-etnografo Paul Scheuermeier) e nelle raffigurazioni pittoriche. “È un museo vivente”, ha spiegato Marica Mercalli, soprintendente storico-artistica ad interim delle province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso, che ha condotto l’istruttoria, “dove si esprimono conoscenze locali e gesti del mestiere, espressione di uno stile di vita che dà sostanza al patrimonio culturale di un territorio”.

La dichiarazione l’ha emessa il direttore regionale dei Beni culturali del Veneto, Ugo Soragni. È un vincolo etnoantropologico. I suoi riferimenti sono il Codice dei beni culturali e una convenzione Unesco. Come ha spiegato Soragni, questa tutela è più forte di quella paesaggistica: “Se un futuro proprietario volesse abbandonare il terreno o modificare le piantagioni, potrebbe intervenire la Guardia forestale e imporre il ripristino”. Le viti ultracentenarie possono morire ed essere ripiantate, ma dovranno per sempre essere “maritate” agli aceri.

 

Interventi. Mibact, così la riforma penalizza il personale scientifico (di Roberto Scognamillo)

Pubblichiamo il testo letto il 23 febbraio all’assemblea dei soci dell’Associazione Bianchi Bandinelli

Abbiamo espresso nei primi documenti sulla riforma tutte le nostre perplessità. Ora, di fronte alle sue prime applicazioni e alle prime conseguenze che ne stanno derivando, riteniamo di dovere proporre un aggiornamento.

A caratterizzare la riforma Franceschini sono:
1) il prevalere della logica del profitto;
2) la separazione tra territorio e raccolte museali;
3) l’indebolimento della tutela sul territorio, proprio quando prende corpo l’ennesimo assalto speculativo portato dallo Sblocca Italia e dalla controriforma Lupi;
4) l’abbandono di archivi e biblioteche – le istituzioni meno suscettibili e capaci di produrre reddito.

Sono stati assolutamente mortificati alcuni principi: il patrimonio come fonte di conoscenze; il rapporto fra ricerca, tutela, gestione e valorizzazione; il ruolo sociale delle istituzioni culturali; il legame fra territorio e testimonianze storiche – la storia dell’arte non può essere confinata all’interno dei musei. E soprattutto, abbiamo verificato il progressivo, sistematico svuotamento e indebolimento delle istituzioni, riconoscibile proprio nella diminuzione e nell’avvilimento dei ruoli tecnico-scientifici, che nel loro insieme rappresentano quanto di meglio il modello italiano abbia storicamente proposto, com’è riconosciuto a livello internazionale. Dal vorticoso attivismo del ministero – che si concretizza principalmente in una grandinata di nomine – una cosa continua ad essere esclusa: l’accrescimento ed il rinnovamento del personale tecnico- scientifico. Restano fuori dell’orizzonte del ministero nuovi concorsi per personale giovane e qualificato.

La spaccatura che la riforma ha determinato fra contesto storico ambientale e raccolte storiche, separando gestione e tutela, oltre a rappresentare una clamorosa smentita della proclamata visione organica del patrimonio, è stata da noi indicata anche come la cancellazione di almeno cinquant’anni di studi storici e filologici che hanno messo in evidenza l’importanza dei contesti. Con la separazione fra i musei e i contesti storici e ambientali non sono solo indeboliti i presidi della tutela, ma anche i presupposti per una corretta pianificazione delle attività sul territorio. Vediamo ora che la relazione fra questa impostazione e l’aspirazione da parte del governo a disporre del territorio arbitrariamente e senza regole purtroppo era nei fatti: ne è un esempio la vicenda del piano paesistico della Toscana, che adesso sembra rimesso in discussione.

E’ anche da rilevare l’affermarsi di un dirigismo e di un visione autocratica sempre più manifesti, impiegati come strumento di governo.

Sul piano teorico prevale l’affermazione del nesso cultura– profitto, unica condizione alla quale i beni culturali possano sopravvivere. E unica ragione di occuparsene.

Si sostiene e si vuole realizzare un modello operativo che prevede un minimo impegno di personale qualificato e stabile, il massimo di precarietà. Modello che lo stesso ministro indica in alcune realtà torinesi: la fondazione Museo Egizio e la reggia di Venaria. I dirigenti di queste istituzioni si vantano di avere ridotto all’osso il personale, ma non parlano con altrettanta precisione delle condizioni di lavoro imposte ai dipendenti che sostituiscono il personale stabile.

Il modello che si sta imponendo prevede quindi lo svuotamento delle istituzioni di tutela, gestione e valorizzazione; questo sta determinando una progressiva paralisi imposta, con la diminuzione del personale e dei finanziamenti, sia agli istituti centrali che alle soprintendenze. Nel caso della Soprintendenza archeologica di Roma, la riforma prevede la nomina di un Consiglio di Amministrazione e di un Comitato scientifico che ne dovrebbero orientare le attività, applicando, senza alcun approfondimento e sciattamente, la normativa prevista per i musei autonomi, benché la realtà di questa istituzione sia molto più complessa di quella di un museo e includa, oltre a musei, monumenti, siti, anche un territorio ampio. In questa situazione inedita, non è chiaro quale ruolo si pensi di assegnare al personale tecnico-scientifico. Quello di meri esecutori di direttive imposte dall’alto, di burocrati incaricati di risolvere gli aspetti più formali di iniziative sulle quali non avranno più facoltà di parola?

L’Associazione Bianchi Bandinelli ha sempre ricordato che quello del personale tecnico-scientifico non va inteso come un ufficio burocratico, ma come un laboratorio continuo di ricerca sul campo, di applicazione di nuovi modelli di conservazione che implica non solo la difesa del patrimonio storico esistente, ma il suo ampliamento, unito a un’opera di diffusione della conoscenza e alla valorizzazione per la fruizione pubblica. Tali azioni, come tutte le attività di ricerca richiedono formazione specialistica, approfondimento, continuità.
La precarizzazione e lo svuotamento progressivo delle strutture – sempre più simili a gusci vuoti – non giovano nemmeno agli obiettivi economici che si proclama di voler perseguire.

Roma. Difendiamo Villa Borghese

Pubblichiamo l’appello lanciato dal Comitato per la Bellezza e da Roma Nuovo Secolo per spostare a Tor di Quinto il Concorso Ippico che si svolge a Piazza di Siena

Nei giorni scorsi abbiamo incontrato – come primi firmatari dell’appello sul Concorso Ippico in Piazza di Siena – l’Assessore comunale all’Ambiente Estella Marino e il Sovrintendente ai Beni Architettonici e Ambientali del Comune di Roma Agostino Bureca. Abbiamo riscontrato in entrambi una positiva, incoraggiante disponibilità ad affrontare urgentemente con il Gabinetto del Sindaco i pesanti problemi posti da una manifestazione attorno alla quale è stato costruito un sempre più ingombrante apparato commerciale. Due soluzioni sono state affacciate in uno spirito di intesa: o si riporta la manifestazione equestre alle origini, con una occupazione limitata nel tempo e nello spazio (piazza di Siena, la zona delle stalle e quella dei servizi indispensabili per il Concorso), oppure, se si vuole mantenere quella sorta di fiera ampia e prolungata nel tempo, la si trasferisce in una zona già completamente attrezzata e ben servita dalle infrastrutture, per esempio a Tor di Quinto dove già sono insediati i Carabinieri, da sempre fra i protagonisti del Concorso Ippico. L’amministrazione capitolina, da noi sollecitata sin da dicembre, si sta impegnando per riesaminare tutta la pratica del Concorso Ippico a piazza di Siena. Ci auguriamo quindi che sin da quest’anno siano fissati limiti e paletti. Durante i lavori di allestimento dei “suk” collegati al Concorso Ippico del prossimo maggio ci riserviamo di organizzare – in sinergia con l’azione della amministrazione comunale – manifestazioni con le associazioni di cittadini, a cominciare dagli Amici di Villa Borghese, invitando i giornalisti italiani e stranieri ad un sopralluogo che consenta loro di dar conto dello scempio che si compie ogni anno a Villa Borghese, espropriando una parte importante e prestigiosa della Villa e impedendo la sua fruizione a cittadini romani e turisti di tutto il mondo.
Vittorio Emiliani, Comitato per la Bellezza
Carlo Troilo, Roma Nuovo Secolo

aderiscono all’appello a tutela di Villa Borghese:
Desideria Pasolini Dall’Onda, fondatrice di Italia Nostra
Alix Van Buren, presidente, a nome degli “Amici di Villa Borghese”
Vezio De Lucia, presidente Ass. Ranuccio Bianchi Bandinelli

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23 febbraio 2015 – Cerimonia di conferimento del Premio Ranuccio Bianchi Bandinelli

logoABB_capitelloLunedì 23 febbraio alle ore 16.00 presso Palazzo Massimo, sede del Museo Nazionale Romano, si svolgerà la cerimonia di consegna del Premio Ranuccio Bianchi Bandinelli, 1^ edizione “La tutela come impegno civile”, assegnato a Desideria Pasolini dall’Onda, con menzione speciale per i collaboratori del Museo storico della Liberazione di Via Tasso (Roma) e per la Direzione Regionale per i Beni Culturali e paesaggistici del Veneto e Associazione Culturale Borgo Baver onlus.

Presentano: Vittorio Emiliani, Gemma Luzzi, Francesco Erbani.

Scarica l’invito 2015.02_locandina premio.VF

Collegamento alla pagina dedicata al Premio Ranuccio Bianchi Bandinelli

23 febbraio 2015 – Assemblea dei Soci

L’Assemblea dei Soci dell’Associazione “Istituto di studi, ricerche e formazione Ranuccio Bianchi Bandinelli” è convocata per il giorno

lunedì 23 febbraio 2014

alle ore 8,00 in prima convocazione e alle ore 17,30 in seconda convocazione, con il seguente O.d.G.:

 

  • relazione generale del Presidente sulle iniziative svolte nel 2014 e programmate per il 2015;
  • approvazione del bilancio consuntivo 2014 e del bilancio preventivo 2015;
  • varie, eventuali e sopraggiunte.

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Il premio Ranuccio Bianchi Bandinelli a Desideria Pasolini dall’Onda

Il Premio Ranuccio Bianchi Bandinelli “La tutela come impegno civile”, alla sua prima edizione, è stato assegnato a Desideria Pasolini dall’Onda. Lo ha deciso il direttivo dell’Associazione Bianchi Bandinelli nella riunione del 2 febbraio. Uno speciale riconoscimento è stato attribuito a due realtà che interpretano a diverso titolo la tutela come impegno civile: lo staff di collaboratori e collaboratrici volontarie del Museo Storico della Liberazione di via Tasso a Roma e la procedura che ha portato all’apposizione del vincolo al Vigneto storico di Baver, in provincia di Treviso, come azione congiunta della Direzione Regionale per i Beni Culturali e paesaggistici del Veneto e dell’Associazione culturale Borgo Baver onlus.

Desideria Pasolini dall’Onda nel 1955 è stata fra i fondatori di Italia Nostra con Elena Croce, Giorgio Bassani, Umberto Zanotti Bianco, Luigi Magnani, Hubert Howard e Pietro Paolo Trompeo. Da allora è sempre stata in prima linea nella difesa dell’arte, del paesaggio, dei beni culturali e dei centri storici. Accanto ad Antonio Cederna si è battuta per la salvezza dell’Appia Antica e contro la speculazione fondiaria. Legata da amicizia e concordanza d’intenti con i fondatori della Bianchi Bandinelli, Giulio Carlo Argan e Giuseppe Chiarante, ha collaborato fin dall’inizio alla vita dell’Associazione.

Collegamento alla pagina dedicata al Premio

Interventi – La politica dell’impegno. Anna Maria Mandillo e le biblioteche (di Luca Bellingeri)*

 

Inizio 1986. Negli uffici dell’Istituto Centrale per il Catalogo Unico si svolge un incontro sindacale dedicato all’analisi ed alla valutazione dei profili professionali del personale dei ministeri, individuati dal d.P.R. n.1219/1984, ma entrati in vigore solo il 30 ottobre dell’anno successivo. Fresco vincitore di concorso presso la Scuola Superiore per la Pubblica Amministrazione, assegnato da pochi mesi alla Biblioteca Nazionale di Roma come bibliotecario, decido di parteciparvi per cercare di capire il mondo di cui ormai sono entrato a far parte. A condurre l’incontro, oltre ad alcuni esponenti di spicco della CGIL, una signora piccola e minuta, ancora giovane ma con i capelli già grigi, della quale al momento non conosco né il nome né l’esatto ruolo, ma della quale mi colpisce subito, oltre all’indubbio carisma, la precisione, competenza e padronanza con cui, al di fuori da ogni logica sindacale, affronta la questione da un punto di vista “professionale”, traducendo l’arida declaratoria dei profili in uno strumento utile per giungere finalmente all’esatta individuazione e quindi riconoscimento anche giuridico dell’attività del bibliotecario.

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Video della tavola rotonda “Quale formazione per i professionisti del patrimonio?”

ABB sfondo formazioneLa registrazione video della tavola rotonda “Quale formazione per i professionisti del patrimonio?”, tenutasi il 12 gennaio 2015 presso il Salone del Consiglio Nazionale del MiBACT, è on-line.

L’incontro, durante il quale è stato presentato l’Annale 23 dell’Associazione Bianchi Bandinelli, che contiene gli atti del convegno “L’Italia dei beni culturali: formazione senza lavoro, lavoro senza formazione”, ha affrontato il tema della formazione. In una seconda tavola rotonda, prevista per il mese di marzo, si affronteranno i temi più specificamente riguardanti la situazione occupazionale dei professionisti del patrimonio in Italia.

Guarda il video

Collegamento al canale Youtube dell’Associazione Bianchi Bandinelli