Una semplice ricetta per i beni culturali: assumere giovani preparati

di Lucinia Speciale

È vero che d’estate si vedono solo repliche. Un anno fa a Ferragosto l’Italia si interrogava sulla classifica dei musei, oggi si discute sull’esito della selezione per i direttori dei primi venti musei italiani.

Non so quanti abbiano seguito la trasmissione “In onda”, che nella puntata di qualche sera fa, dedicata alla graduatoria dei nuovi direttori, aveva tra gli ospiti Vittorio Sgarbi e Ilaria Borletti Buitoni. Sgarbi era più incontrollato del solito, ma per una volta si è ricordato di essere stato un funzionario, e ha spiegato – purtroppo urlando – che genere di meccanismo sia stato adottato per la selezione dei superdirettori. Assordata ma incuriosita, ho dato un’occhiata alle carte del concorso, quel poco che era on-line. Lo spareggio tra “sommersi e salvati” si è giocato sui colloqui. 15 minuti per stabilire chi andrà a dirigere alcune raccolte storiche tra le più importanti del mondo: ovunque si dà più tempo all’esposizione di un progetto di dottorato. Sono prevedibili ricorsi, soprattutto se davvero non si è tenuto conto del fatto che un dirigente dello Stato, per legge, deve avere la cittadinanza italiana.

Dispiace che una commissione di spessore abbia fornito le premesse per quello che appare l’ennesimo colpo d’immagine di un ministro evanescente su molte questioni gravi.

Quanto ai neodirettori, in fondo, ha poca importanza quale passaporto abbiano o se abbiano scritto o no un buon libro, non sono stati nominati per far funzionare meglio il sistema, ma per paralizzarlo del tutto. Persino la sottosegretaria Borletti Buitoni l’altra sera ammetteva imbarazzata che qualche difficoltà organizzativa e di mezzi i musei italiani la scontano. Quanto ci metteranno persone che le conoscono forse solo per averle visitate, a impadronirsi dell’indispensabile bagaglio di conoscenze pratiche necessarie a mandare avanti strutture complesse, ridotte ai minimi termini dalla penuria di personale e di risorse? Il solo di caso di conferma – Anna Coliva alla Galleria Borghese – sembra, più che un premio, un viatico di fine carriera. Se ne avrà i mezzi forse qualcosa le riuscirà di fare; scommetto però che, se le cose resteranno come sono, si guarderà bene dal pretendere che la mettano in condizione di garantire la climatizzazione delle sale, dove in estate i dipinti su tavola si imbarcano per il caldo.

Come sempre i Beni Culturali sono il battistrada delle pessime “riforme” italiane. Il personale dirigente della pubblica amministrazione faccia bene i suoi conti e non disturbi il manovratore, altrimenti si scordi le possibilità di carriera.

Lasciando da parte le chiacchiere sull’età, il genere o la nazionalità dei prescelti, ciò che colpisce è la decisione di distruggere persino la speranza del ministero anomalo, governato da tecnici e non da burocrati, nel quale si cresce affinando progressivamente conoscenze e capacità gestionali. È difficile conciliare l’esito della lotteria che mortifica un’intera leva di funzionari con l’orgogliosa rivendicazione all’Italia del ruolo di paese guida nella creazione di una task force transnazionale per la salvaguardia del patrimonio culturale in pericolo negli scenari di guerra. La cartella stampa distribuita nella pomposa adunata mondiale, celebrata tra dune artificiali di sabbia e cocci il 31 luglio nell’auditorium di Expo, è già archiviata.

Il tifo della rete si è diviso sui tedeschi a Firenze, ma il problema non è lì, anche se nessuno si sognerebbe di affidare la Corte Costituzionale a un giurista non italiano. Non conosco Eike Schmidt ed è giusto che, se la procedura che lo ha visto prevalere è corretta, abbia il tempo di ambientarsi; certo avrei preferito che all’indomani della nomina non si dichiarasse pronto a far l’affittacamere per incrementare le risorse degli Uffizi. Non mi aspetto né da lui né da altri un altro caso Bronzi di Riace. Al prossimo giro tra il ministro e i funzionari non ci saranno conflitti sui prestiti per ragioni conservative.

Infine, mi preoccupa molto il manager culturale a Caserta. Bologna aveva un ottimo circuito di musei civici. L’estate scorsa, per ragioni di bilancio l’intera gestione è stata esternalizzata, con un peggioramento netto della qualità dei servizi e delle condizioni di lavoro per il personale. Quello dirigente ha evitato clamori ma diversi collaboratori esterni, tra questi giovani con titoli paragonabili a quelli di un paio almeno dei neodirettori, mesi fa si predisponevano all’espatrio. Con i nuovi contratti non si riesce a mettere insieme abbastanza per vivere. È questo il modello “d’eccellenza” che si vuole trapiantare a Caserta? Ho qualche dubbio che con una cura simile possa divenire un volano per il decollo turistico del territorio.

L’Italia non riparte se non si ricomincia a gestire in modo intelligente le risorse dello Stato. Per capirlo non è necessario essere degli economisti. Se questo è un settore strategico si deve investire, assumendo a tempo indeterminato e senza trucchi studiosi giovani, e dando loro compiti adeguati alla formazione. Allora, per ottenere buoni risultati basterà far leva sulle capacità e sullo spirito di corpo del personale. Una ricetta semplice, ma siamo certi che qualcuno sia interessato?

Musei, dietro le nomine nessun progetto culturale

L’Associazione Bianchi Bandinelli giudica molto grave ed estremamente dannosa per il sistema culturale italiano l’operazione condotta sui musei dal ministro Dario Franceschini.

Per designare i nuovi direttori di venti musei italiani hanno chiaramente prevalso gli aspetti politici, mediatici, di comunicazione, con un meccanismo di selezione per il quale si sono scelti qui un giovane, lì una donna, qua un italiano, là uno straniero, attenti alla nazionalità, all’età, al genere: un sistema fatto per gli slogan, ottimo per i titoli dei telegiornali e che esclude qualunque considerazione di merito. Che idee hanno i prescelti? Quali progetti? Quale relazione di conoscenza e studio con le sedi che andranno a dirigere? Niente di tutto questo è stato spiegato, e del resto non è per quello che sono stati selezionati i vincitori. La loro estraneità al contesto sembra essere stata un titolo di merito. Senza contare la modestia di alcuni dei loro curriculum.

Ma alla base di tutto c’è la riforma del ministero voluta da Franceschini, che riflette la radicale avversione del governo nei confronti della tutela e del “modello italiano”, e che si concretizza nella separazione dei musei dal territorio. Questa scelta va contestata per il suo carattere politico: non perché contraddica una tradizione di idee e studi – cose fatte per essere superate, per evolversi – ma perché è in contrasto con la realtà del patrimonio storico italiano, con la sua consistenza fisica, la sua diffusione. Il modello italiano della tutela, che mette in risalto e ricostruisce il collegamento fra opere e territorio, è nato prendendo atto di questa realtà. Una realtà, un vero e proprio sistema, che invece il governo considera un intralcio, mirando a disarticolarla. Al territorio si provvederà nei modi e nei termini previsti dalla riforma della Pubblica amministrazione, per la quale il ministro Franceschini si è lasciato esautorare senza proferire verbo, così come accaduto per la legge cosiddetta Sblocca Italia.

La vera riforma rivoluzionaria del ministero sarebbe stata una sola: aumento delle risorse finanziarie e del personale. Il ministro ne avrebbe tratto certamente un vero e duraturo giovamento politico e di immagine, se avesse davvero voluto conoscere e capire il dicastero che gli è stato assegnato. Ricordiamo che molte delle innovazioni proposte nel tempo dai musei più famosi nell’ambito della didattica o della gestione delle collezioni sono state ideate proprio da funzionari e direttori di musei italiani: il ministro non sa che abbiamo una tradizione non paragonabile con le esperienze estere. Se da noi tali innovazioni non sono state realizzate, ciò è avvenuto spesso solo per mancanza delle risorse necessarie.

Infatti i neo direttori si troveranno con bilanci disastrati da anni di tagli, con situazioni finanziarie da recuperare (se recuperabili) che comporteranno tempo e fatica. E la tanto sbandierata autonomia è ancora tutta da costruire, anche dal punto di vista strutturale, visto che serviranno uffici e personale amministrativo (per gestire comunque quali risorse?). Per non parlare dei privati, che presumibilmente dovranno prima capire quali programmi finanzieranno e come.

La qualità del personale a tutti i livelli è fondamentale per garantire una gestione efficace dei musei: il problema è l’esistenza di un personale adeguato, soprattutto quello dei ruoli tecnico-scientifici, già da tempo largamente insufficienti e che a breve si ridurranno ulteriormente. Per questi ruoli il governo non ha previsto neanche in prospettiva nuovi ingressi: nel giro di poco tempo i neodirettori dovranno fronteggiare una drastica riduzione del personale e i pensionamenti non saranno compensati.

L’Associazione Bianchi Bandinelli con quest’intervento vuole aprire una discussione con altre associazioni e interlocutori interessati, auspicando fortemente un’azione congiunta per richiedere una gestione appropriata di strutture che sono parti fondamentali del patrimonio nazionale.

La triste storia della Scuola Archeologica di Atene

di Pietro Giovanni Guzzo

A quanto si apprende dalla stampa quotidiana, l’Italia corre il concreto, paradossale rischio di diventare creditore della Grecia: in quanto, nonostante gli impegni in precedenza assunti, non assolve agli obblighi di procedere alle opere di conservazione e restauro delle numerose aree archeologiche rimesse in luce dalla Scuola Archeologica Italiana di Atene.
La Scuola protesta lo stato miserando delle sue disponibilità finanziarie, appena necessarie ad una modesta sussistenza, ma non di certo al perseguimento di attività di ricerca che avevano posto l’archeologia italiana fra le più qualificate nel bacino dell’Egeo.

 

La Scuola Archeologica Italiana di Atene è un istituto del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo: il quale segue una linea rivolta, in assoluta prevalenza, ad attività di valorizzazione, tralasciando, o ponendo in secondo piano, quelle di tutela e di conservazione. Fra queste attività neglette ci sono quelle relative alla ricerca ed alla formazione dei giovani, i quali potrebbero essere reclutati dal Ministero stesso appena si porrà mano all’adeguamento qualitativo e numerico ed allo svecchiamento dei ruoli tecnici. Infatti, da più di un secolo la Scuola Archeologica Italiana di Atene forma giovani archeologi, destinati anche alla vita di Soprintendenza.

 

Come già per altri episodi, i responsabili del Ministero sembra abbiano preferito la più facile via dell’evento glamour a quella, più ardua perché meno avvertibile dalla pubblica opinione distratta o disinformata, rivolta alla conservazione del patrimonio (anche quello greco, per carità) ed alla formazione di personale scientifico e tecnico adeguato al delicato compito di tutelare il patrimonio storico e culturale italiano. Ed è la stessa cosa se, oggi, parliamo di fatti che si svolgono in Grecia: la triste musica che si ascolta a Creta, a Lemno, ad Atene risuona, con gli stessi toni, anche fra di noi.

“Presidente fermi quella legge che fa scempio dei beni culturali”

di Salvatore Settis e Gustavo Zagrebelsky – 10 agosto 2015- La Repubblica

Lettera aperta al Presidente della Repubblica contro il decreto Madia

 

SIGNOR Presidente della Repubblica, in un suo recentissimo intervento, ha scritto che «dobbiamo chiederci… perché spesso, nei decenni che ci sono alle spalle, siamo venuti meno al precetto dell’articolo 9, che con lungimiranza il costituente aveva inserito tra i principi fondamentali della Carta».

 

Ebbene, oggi siamo a chiederle di voler accertare se le Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche approvate dal Senato della Repubblica lo scorso 4 agosto, e ora sottoposte alla Sua firma, non contengano indicazioni che palesemente vengono meno proprio al precetto di quel lungimirante articolo 9 (“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”).

 

Ci riferiamo in particolare a due punti.

 

Il primo è quello che inserisce stabilmente nel nostro ordinamento il principio del cosiddetto “silenzio assenso” tra amministrazioni pubbliche (articolo 2, comma 1, lettere g e n; art. 3, comma 2). Questo principio non è applicabile all’ambito dei beni culturali e del paesaggio, e infatti la legge 241/90 espressamente escludeva che il silenzio-assenso potesse applicarsi «agli atti e procedimenti riguardanti il patrimonio culturale e paesaggistico»: lo stesso concetto è stato poi ribadito più volte, dalla legge 537 del 1993 alla legge 80 del 2005. Questa esclusione deriva proprio dalla presenza dell’articolo 9 nella Costituzione, e dalla interpretazione che la Corte Costituzionale ne ha dato in numerose sentenze, a cominciare dalla nr. 151 del 1986: «La primarietà del valore estetico-culturale», sancita dalla Costituzione, non può in nessun caso essere «subordinata ad altri valori, ivi compresi quelli economici», e anzi dev’essere essa stessa «capace di influire profondamente sull’ordine economico-sociale». Se il valore estetico-culturale del patrimonio e la sua centralità nell’ordine degli interessi nazionali vanno intesi come «primari e assoluti» di fronte a qualsiasi tornaconto privato, l’eventuale silenzio di un pubblico ufficio non può mai e poi mai valere come assenso; semmai, qualsiasi temporanea alterazione della naturale gerarchia dev’essere il frutto di un’accurata meditazione e di un’esplicita formulazione, e non di un casuale silenzio.

 

Il secondo è quanto dispone la lettera “e” del comma 1 dell’articolo 8, che prevede la «confluenza nell’Ufficio territoriale dello Stato di tutti gli uffici periferici delle amministrazioni civili dello Stato… individuazione della dipendenza funzionale del prefetto in relazione alle competenze esercitate… attribuzione al prefetto della responsabilità dell’erogazione dei servizi ai cittadini, nonché di funzioni di direzione e coordinamento dei dirigenti degli uffici facenti parte dell’Ufficio territoriale dello Stato, eventualmente prevedendo l’attribuzione allo stesso di poteri sostitutivi».

 

Ora, nel caso delle soprintendenze questa confluenza in uffici diretti dal rappresentante dell’esecutivo sostituisce una discrezionalità tecnica con una amministrativa, e si configura come la messa sotto tutela governativa di un ufficio che deve invece rimanere del tutto autonomo. Questa svolta contraddice fatalmente la lunga storia italiana della tutela pubblica. L’articolo 2 della legge 386 del 22 giugno 1907 disponeva che: «I prefetti e le autorità che ne dipendono, i procuratori del Re e gli ufficiali di polizia giudiziaria (…) coadiuvano le sopraintendenze e gli analoghi uffici più prossimi, dando notizia di qualunque fatto che attenga alla tutela degli interessi archeologici e artistici e intervenendo dovunque lo richieda l’osservanza della legge che regola tale tutela». Anche prima della Costituzione, dunque, la specificità tecnico-scientifica delle Soprintendenze era riconosciuta, e i prefetti dovevano non dirigere i Soprintendenti, ma semmai coadiuvare il loro lavoro di tutela. Nemmeno le leggi fasciste del 1939 osarono negare questo principio, che fu poi consacrato, al massimo livello possibile, tra i principi fondamentali su cui si fonda la Repubblica.

 

Signor Presidente, siamo certi che la palese incostituzionalità di queste due disposizioni sarà  accertata dalla Corte Costituzionale: ma le chiediamo se non sia saggio evitare al paesaggio e al patrimonio storico e artistico della Nazione lo scempio che potrebbe avvenire in attesa di un tale pronunciamento.

Con osservanza,

 

Gaetano Azzariti

Professore ordinario di diritto costituzionale

Lorenza Carlassare

Professore emerito di diritto costituzionale

Alberto Lucarelli

Professore ordinario di diritto costituzionale

Paolo Maddalena

già Vice Presidente della Corte Costituzionale

Guido Neppi Modona

già Giudice della Corte Costituzionale

Alessandro Pace

Professore emerito di diritto costituzionale

Salvatore Settis

già Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali

Gustavo Zagrebelsky

già Presidente della Corte Costituzionale

Ma Roma finisce al Colosseo?

Il ministro Franceschini e l’arena pigliatutto. Comunicato dell’Associazione Bianchi Bandinelli

La recente decisione del Ministro per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo di destinare alla ricostruzione dell’arena del Colosseo gran parte dei finanziamenti in precedenza rivolti alla messa in sicurezza dalle infiltrazioni di acqua della Domus Aurea è di assoluta gravità e dimostra a quale stadio di innamoramento si sia giunti nei confronti di una supposta valorizzazione del nostro patrimonio.

Le opere da realizzarsi con i fondi distratti verso il Colosseo avrebbero dovuto contribuire a garantire la conservazione della Domus Aurea. Invece, da oggi si avranno opere rivolte a qualcosa che non necessariamente corrisponde all’antico aspetto del Colosseo; e che non corrisponde alla necessità di tutela del Colosseo stesso. Per abbandonarsi all’inarrestabile passione di disporre di un bel piano nuovo sul quale allestire spettacoli, si condanna alla progressiva, lenta e sicura distruzione uno dei principali monumenti della Roma antica.

Il nuovo piano dell’arena non risponde ad alcuna necessità di conservazione o di rafforzamento statico del Colosseo; non procedere ad azzerare le infiltrazioni d’acqua dai giardini soprastanti alle pareti decorate significa abbandonare a se stessa la Domus Aurea.

Inoltre a Roma non è solo la Domus Aurea bisognosa di cure. Tutto il Palatino è a rischio strutturale e idrogeologico. Necessitano di interventi l’Acquedotto Claudio nel Parco degli Acquedotti, il Ponte Rotto, l’Arco di Giano, l’Acquedotto Celimontano, le Mura Aureliane, tutti i monumenti dell’Appia Antica in proprietà pubblica e privata (S. Urbano, i mausolei dei Calventii e del Cercenii, solo per citarne alcuni).

Nel 1875 il ministro Ruggero Bonghi sostenne che da allora in poi sarebbe stata cura dei tecnici del Ministero stanziare nelle direzioni più fruttuose per la conoscenza e la salvaguardia dei monumenti della storia le risorse a disposizione. Oggi, centocinquant’anni dopo, un suo successore segue ad occhi chiusi gli obiettivi che gli impone una malintesa concezione della valorizzazione e non la sua responsabilità istituzionale di tutelare il patrimonio storico. E alcuni tecnici, ossequienti, applaudono.

Lo storico Osservatorio Meteorologico del Collegio Romano a rischio chiusura

Il Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CRA), Ente vigilato dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, è stato commissariato in seguito alla Legge di stabilità 2015. Il conseguente piano di riorganizzazione prevede la chiusura della storica sede dell’Unità di Ricerca per la Climatologia e la Meteorologia applicate all’Agricoltura che si trova a Roma, in via del Caravita 7/A nel complesso del Collegio Romano, mettendo a rischio il patrimonio documentale, bibliografico e strumentale in esso custodito e determinando, di fatto, lo smantellamento di un unicum, luogo simbolo per la storia scientifica del nostro Paese, quale è unanimemente riconosciuto da tutti gli Enti nazionali e regionali che si occupano di meteorologia in Italia.

Il CRA-CMA è infatti l’erede diretto del Regio Ufficio Centrale di Meteorologia che, istituito nel 1876, rappresentò il primo Servizio meteorologico centrale in Italia e ha costruito nel tempo un Archivio meteoclimatico storico che attualmente raccoglie oltre quaranta milioni di dati meteorologici, uno dei pochissimi al mondo con serie storiche plurisecolari. Si tratta di un archivio di circa 500 metri lineari che custodisce documenti cartacei mai spostati dalla loro sede di archiviazione.

Nella sede è situato anche l’Osservatorio meteorologico del Collegio Romano dove dal 1782 continua ininterrottamente la raccolta di dati meteorologici giornalieri e notoriamente un Osservatorio meteorologico non si può spostare; se si dovessero interrompere le osservazioni tradizionali o adottare sistemi di misura alternativi, si interromperebbe infatti una delle poche serie storiche al mondo di così lunga durata tuttora in aggiornamento, di fondamentale importanza per lo studio dei cambiamenti climatici della città di Roma.

La sede ospita inoltre una raccolta bibliografica unica, la “Biblioteca Centrale della Meteorologia Italiana”, con 40.000 tra volumi, monografie e opuscoli scientifici e tecnici, che trattano anche di geofisica e astronomia, di grande interesse storico-scientifico, una ricca collezione di cartografia d’epoca attinente a meteorologia, climatologia, geologia, nautica, sismologia e una sezione museale, con circa 450 strumenti sismici e meteorologici, di cui i più antichi risalgono ai primi dell’ ’800.

Alla decisione di chiudere la sede, finora non sembra aver fatto seguito alcun piano che garantisca la continuità dell’Osservatorio del Collegio Romano, né la piena accessibilità, da parte dell’intera comunità scientifica, al patrimonio archivistico, bibliografico e museale ivi custodito.

Per questo motivo l’Associazione Bianchi Bandinelli chiede pertanto di riconsiderare la decisione di chiudere la sede e di garantire la continuità della serie storica dell’Osservatorio del Collegio Romano e la conservazione ottimale e la piena fruibilità della documentazione e del materiale ivi conservato.

Ischia, non vendete quel museo

Pubblichiamo un appello dell’Associazione Bianchi Bandinelli

L’isola di Ischia è stata sede del più antico insediamento fisso dei Greci che avevano raggiunto l’Italia meridionale. La splendida parabola della Magna Grecia inizia con questo originario scalo marittimo, chiamato Pithecusa. Nella località di San Montano, in comune di Lacco Ameno, dalla fine degli anni ’40 del XX secolo si sono svolti scavi archeologici, diretti da Giorgio Buchner, ischitano di nascita e di spirito, per quanto di ascendenza tedesca. Buchner ha studiato e pubblicato quanto contenevano più di settecento sepolture, deposte in fosse, di inumati e di incinerati, databili dalla metà dell’VIII a. C. all’età romana imperiale. Sono le più antiche di queste sepolture che ci documentano della vita sociale e produttiva dei Pithecusani di VIII e VII secolo a. C.: provenienti da varie regioni della Grecia propria e di quella dell’Est accoglievano fra loro mercanti ed artigiani fenici, oltre ad esperti falegnami di stirpe locale e donne dal basso Lazio alla Campania interna. Inoltre, sono documentati precisi rapporti con la Sardegna e la Spagna. A Pithecusa si svolgevano attività di riduzione del minerale ferroso proveniente dall’etrusca isola d’Elba così da poter poi scambiare in Grecia propria il metallo così ricavato.

La documentazione archeologica scoperta e studiata da Giorgio Buchner non è limitata a questi sia pur importantissimi documenti della vita produttiva ed economica della arcaica società greca, ma aperta ad individui ed influssi culturali i più vari, di Pithecusa. Su una coppa in terracotta sono incisi versi, con cadenza epica, contemporanei alle più antiche parti dell’Iliade: si decanta il piacere di bere vino in questa coppa, perfetta come quella usata da Nestore, così che l’ebbrezza che ne deriva faciliti l’incontro con le dolcezze di Afrodite, la dea dalla bella cintura. Questa iscrizione è la più antica sicuramente in lingua greca ritrovata in Italia, e fa il paio con una seconda che ci restituisce la firma di un decoratore di vasi in attività nella stessa Pithecusa.

L’insieme dei reperti (ceramici, in bronzo, in argento dorato, in pasta vitrea) è, dalla fine degli anni ’90 del XX secolo, conservato ed esposto al pubblico nel museo archeologico istituito, d’intesa tra il Comune di Lacco Ameno e la Soprintendenza Archeologia della Campania, nella Villa Arbusto, proprietà del Comune stesso.

È di questi giorni la notizia che quel Comune, privo di ogni risorsa finanziaria, avrebbe intenzione di porre in vendita Villa Arbusto, con la conseguenza di sfrattare i preziosi reperti che ne costituiscono il museo. Da parte degli uffici competenti del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo nulla risulta sia stato posto in atto per scongiurare una sconfitta del genere sul piano della diffusione della cultura e della valorizzazione del patrimonio archeologico, tema tanto perseguito dal Ministro pro tempore.

L’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, nel diffondere notizia di quanto si teme accada a danno del museo archeologico nel quale si conservano tanti preziosi documenti della nostra più antica storia, invita a sottoscrivere questo appello. L’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli si rivolge a tutte le Autorità, statali, regionali e locali competenti, affinché le ventilate intenzioni del Comune di Lacco Ameno di porre in vendita Villa Arbusto, così di fatto sfrattando il museo archeologico in essa finora ospitato e visitato da migliaia e migliaia di turisti, non siano lasciate realizzarsi. In particolare l’Associazione richiama alla vigilanza il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo al quale la Costituzione addossa l’onore, ma anche la responsabilità, della promozione della cultura e della tutela del patrimonio storico della Nazione.

Per aderire inviare una e-mail a info@bianchibandinelli.it oppure sottoscrivere la petizione su change.org all’indirizzo https://www.change.org/p/comune-di-lacco-ameno-ischia-regione-campania-mibact-ischia-non-vendete-quel-museo

FIRMATARI

(elenco delle adesioni pervenute all’indirizzo info@bianchibandinelli.it – in costante aggiornamento)

Pier Giovanni Guzzo- Associazione Bianchi Bandinelli

Vezio De Lucia- Architetto, Associazione Bianchi Bandinelli

Corrado Pasquotti – Docente di Composizione al Conservatorio di Venezia

Alberto Camerotto – Lingua e Letteratura greca Università Ca’ Foscari Venezia

Rosario Pintaudi – Professore Ordinario di papirologia (L/Ant-05) Università di Messina

Giulio Massimilla- Università degli Studi di Napoli Federico II

Francesco Pelliccio- dottore di ricerca in Filologia Classica, Università degli studi di Napoli Federico II

Giovannella Cresci – Professore ordinario di Storia romana Università Ca’ Foscari Venezia

Francesco Valerio- post-doc in Filologia Classica, Università di Venezia Ca’ Foscari

Cristina Calvino – Dott.ssa in Lettere Classiche, Università di Napoli “L’Orientale”

Antonia Acciani

Olimpia Imperio -Professore ordinario di Lingua e e letteratura greca, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”

Prof.Enrico Dell’Orfano- Delegazione AICC Irpina

Gino Bandelli – già professore ordinario di Storia romana all’Università di Trieste

Prof.ssa Maria Teresa Capone

Luigina Tomay

em. Prof. Dr. Dr. h.c. Friedrich Krinzinger – Institut für Kulturgeschichte der Antike Österreichische Akademie der Wissenschaften

Costanza Gialanella, Soprintendenza Archelogia per la Campania

Caterina Carpinato – Prof. Associato Lingua e Letteratura Neogreca, Dipartimento di Studi Umanistici Università Ca’ Foscari

Maria Elvira Consoli- Università del Salento, Dipartimento di Beni Culturali

Valeria Sampaolo- Funzionario Archeologo, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

prof. Francesco Minervini – Bari

Vincenzo Viola, insegnante in pensione

Floriana Miele- Archeologo direttore coordinatore, Soprintendenza Archeologia della Campania

Maria Letizia Lazzarini, Professore ordinario di Epigrafia greca- Sapienza Università di Roma

 Rita Paris- Direttore archeologo, Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’area archeologica di Roma

Maria Teresa Di Sarcina- archeologa, Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’area archeologica di Roma

Felice Di Maro – Laureato in economia Università Politecnica delle Marche. Cultore di storia greca e studioso di Pithekoussai

Carmela Minenna, docente di latino e greco

Giusi Buondonno autore/ story editor TV

Prof. Enrico Magnelli – Università di Firenze, Dip. di Lettere e Filosofia
Elisabetta Falchetti
Margherita D’Elia
Prof.ssa Pasqualina Vozza
Ilaria Fiore, archeologa presso Ales S.p.a. Pompei e guida turistica
Luigi Spina
dott.ssa Giovanna Verbicaro –Funzionario Archeologo, Soprintendenza Archeologia della Calabria
Paolo Maddalena
Nicola Pice – Fondazione Depalo-Ungaro – Museo archeologico Bitonto
Francesco Cappuccio
Lucia Vagnetti- Ricercatore CNR in pensione

 

Se la tutela la fanno i prefetti

Pubblichiamo un appello dell’Associazione Bianchi Bandinelli

L’articolo 7 della nuova legge quadro per la pubblica amministrazione, invocando la necessità di garantire risposte certe ai cittadini da parte dello Stato, ha stabilito che presso le prefetture sia predisposto un “punto di contatto unico” nel quale confluiscono tutti gli uffici periferici dell’amministrazione dello Stato, comprese le soprintendenze dei Beni culturali.

La subordinazione dei soprintendenti ai prefetti, che è già stata criticata, è certo l’aspetto più grave di questa riforma, ma c’è dell’altro. Anche se l’attuale struttura del MiBACT mantenesse la sua autonomia operativa, in questo quadro normativo il parere dei tecnici rischia di essere facilmente sopraffatto dai nuovi principi decisionali che vengono stabiliti: quelli del “parere prevalente” e “del superamento del dissenso” con i quali ci si propone di risolvere i contrasti tra le diverse istanze che i nuovi uffici insediati nelle prefetture dovranno comporre. Le ragioni della tutela e della conoscenza rischiano di trovarsi isolate di fronte al prevalere di interessi o “pareri prevalenti” di altra natura.

Gli uffici del MiBACT svolgono compiti di tutela, conservazione e fruizione dei beni culturali che richiedono competenze altamente specializzate a livello sia tecnico scientifico sia operativo e organizzativo, competenze che evidentemente non sono possedute dagli attuali Uffici territoriali del governo (ex Prefetture), né dai loro dirigenti e personale.

L’attività tecnica e scientifica del MiBACT sarà quindi impastoiata da strutture e meccanismi burocratici del tutto estranei, con l’effetto sicuro di contrastarne l’efficacia: l’unica risposta che l’amministrazione sarà in grado di assicurare sarà inevitabilmente il “silenzio-assenso”.

Quest’ultimo si appresta a divenire il principio cardine dell’intera attività amministrativa in materia di tutela, con tutte le immaginabili conseguenze. Questo provvedimento distrugge una struttura capillare di tutela, plasmata dalla realtà storica e culturale del nostro paese, considerata da sempre un modello. L’Associazione Bianchi Bandinelli rivolge un appello affinché sia ritirato. E chiede con forza che il ministro dei Beni Culturali se ne dissoci o ne tragga le conseguenze.

Tavola rotonda: Occultati o respinti. Professionisti del patrimonio e MiBACT tra crisi e riforma

logoABB_capitelloFP CGILL’Associazione Bianchi Bandinelli e Funzione Pubblica CGIL promuovono una tavola rotonda sul tema “Occultati o respinti. Professionisti del patrimonio e MiBACT tra crisi e riforma”, che si terrà mercoledì 22 luglio 2015 presso la sala conferenze del Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo.

A quasi tre anni dal convegno “L’Italia dei beni culturali: formazione senza lavoro, lavoro senza formazione”, di cui sono stati recentemente pubblicati gli Atti, l’Associazione Bianchi Bandinelli torna a riflettere sul tema dei lavoratori atipici nel mondo dei beni culturali, rivolgendo in questa occasione l’attenzione principalmente ai collaboratori del MiBACT. Nel corso della tavola rotonda, infatti, verranno presentati i dati raccolti nel corso dell’autocensimento dei collaboratori esterni del MiBACT e delle Istituzioni culturali degli Enti locali, ospitato in questo sito nel 2014.

Introduce e modera Paola Nicita; intervengono Sara Parca, Paolo Montaldo, Claudio Meloni, Alessandro Benzia e Salvo Barrano; conclusioni di Salvatore Chiaramonte e Claudio Gamba. È previsto un dibattito.

Scarica il programma ABB 22 luglio 2015

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Il cemento che cancella la storia

Pubblichiamo il documento dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli sull’intervento in corso al Tempio della Pace nell’area dei Fori in Roma

 

L’Associazione Bianchi Bandinelli – anche a seguito di un sopralluogo con esperti – ritiene di dover richiamare l’attenzione del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo, dell’Istituto superiore di conservazione e restauro, della Sovrintendenza capitolina, e della Soprintendenza speciale per il Colosseo, il Museo nazionale romano e l’Area archeologica di Roma, della comunità scientifica, di quella tecnico professionale e più in generale di quella civile sull’intervento che si sta attuando sul portico del Tempio della Pace, nell’area dei Fori in Roma.

È, infatti, in corso di ricostruzione uno dei lati del grande quadriportico con il ripristino in cemento armato dello stilobate, il riposizionamento dei frammenti conservati delle colonne e l’integrazione delle parti mancanti, che sono in misura prevalente, con elementi in cemento armato. Le basi delle colonne, mancando quelle antiche, salvo che per un piccolissimo frammento, sono state rifatte in cemento su modello delle basi delle paraste che ornano un monumento vicino e poggiano su una piastra antisismica, secondo le norme dell’ingegneria civile. Per saldare i residui frammenti lapidei tra loro o con quelli riprodotti in cemento sono state asportate una carota centrale di circa 5 cm. circondata da una quindicina di carote di circa 1,5/2 cm. di diametro.

È stato affermato da parte dei responsabili della Sovrintendenza capitolina che del basamento si conservava solo la traccia in negativo. Eppure, la documentazione fotografica satellitare sembra attestare la presenza dei basamenti delle colonne almeno fino al 2013. Inoltre è stata indicata la ricomposizione di una delle colonne con più frammenti antichi come un intervento di “anastilosi filologica”, poiché quei frammenti erano giacenti nelle immediate prossimità, sebbene sia ben noto che in un’area archeologica gli elementi lapidei in posizione di caduta possono subire spostamenti anche significativi, specialmente quando, come in questo caso, interventi di sistemazione si sono ripetuti nel tempo. Continua a leggere

Riproduzioni libere? Maneggiamo con cura

di Lucinia Speciale

La rete e i social network ci hanno riportato indietro agli anni Settanta, quando ogni questione culturale era propiziata da un appello. Quotidianamente le caselle di posta elettronica sono raggiunte da sollecitazioni di tutti i tipi, che vanno dall’invito a sostenere una legge per la sicurezza alimentare alla difesa di un sito archeologico. Si è creata anche una piccola gara ad accaparrarsi le firme più in vista. Verrebbe da pensare che gli intellettuali italiani trascorrano buona parte del loro tempo a schierarsi. Dopo qualche decennio di bonaccia e disimpegno è comunque un dato consolante. L’impegno civile è un segno di vitalità.

A volte però si ha l’impressione che dietro un buon principio, come quello della libertà di ricerca, possano crearsi equivoci. Uno di questi è quello ingenerato dalla proposta “Fotografie libere per i Beni culturali”, che ha raccolto diverse migliaia di firme e molti autorevoli interventi a sostegno, tra questi un’interrogazione parlamentare e numerose prese di posizione pubbliche da parte di studiosi e addetti ai lavori. Sebbene abbia una certa attitudine a sottoscrivere gli appelli, dopo un’attenta lettura della premessa che introduce il testo non vi ho aggiunto la mia firma. Condivido invece senza riserve i contenuti della posizione che l’associazione Bianchi Bandinelli ha assunto, in apparente contrasto con la sua vocazione a sostenere l’esigenza di rendere la cultura accessibile a tutti. Continua a leggere

Gli archeologi e le visite al Quirinale

Pubblichiamo un comunicato dell’Associazione nazionale archeologi sulle visite al Quirinale.

Dal 23 giugno il Quirinale diventerà “la casa degli Italiani”, come ha annunciato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo scorso 2 giugno per la Festa della Repubblica. Ma per garantire il servizio il Quirinale ha deciso di ricorrere ai volontari del Touring Club e agli studenti e tirocinanti dell’Università di Roma. Le guide turistiche professioniste, costituite da storici dell’arte, archeologi e specialisti del patrimonio culturale non potranno più accedere al Palazzo del Quirinale per svolgere la propria attività lavorativa. «Non comprendiamo la decisione del Quirinale – dichiara Salvo Barrano, presidente dell’Associazione Nazionale Archeologi – di ostacolare i professionisti nello svolgimento del lavoro per il quale si sono formati e per il quale dovrebbero essere adeguatamente retribuiti, ed esprimiamo piena solidarietà agli esperti archeologi, archivisti, bibliotecari e storici dell’arte che non potranno più svolgere l’attività di guida all’interno del Quirinale». Continua a leggere

Perché solo volontari per le visite guidate al Quirinale?

Un appello dell’Associazione Bianchi Bandinelli contro le previste modalità di visita al Quirinale

Apprendiamo che dal 23 giugno prossimo il Palazzo del Quirinale, per decisione del Presidente della Repubblica, aprirà le porte agli italiani tutti i giorni, dalle 9,30 alle 16,30 tranne il lunedì e il giovedì, proponendo la scelta di due percorsi, di cui il primo (artistico-istituzionale) al costo della sola prenotazione di 1,5 euro a persona e il secondo (artistico-istituzionale e tematico) al costo di 10 euro. La visita sarà possibile esclusivamente a mezzo prenotazione on-line o call-center, e pagamento anticipato con carta di credito, e prevede che volontari del Touring Club o studenti dell’Università “La Sapienza” accompagnino i visitatori durante il percorso.

Fino a oggi le visite al Quirinale erano affidate a personale altamente qualificato: guide selezionate tramite concorso pubblico dalla Provincia di Roma e storici dell’arte o archeologi per conto di associazioni culturali, molti dei quali laureati, specializzati e addottorati nelle discipline attinenti il tipo di percorso di visita. L’odierno provvedimento, che impone di fatto l’ingresso al palazzo esclusivamente in presenza di volontari, è a dir poco sconcertante. Il primo ordine di perplessità riguarda la violazione dell’art. 1 della Costituzione, che recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”; il secondo, l’equivoco, sempre più diffuso in tempi di crisi economica, intorno al concetto stesso e al valore sociale del volontariato. Spiace constatare che lo stesso equivoco rischi di orientare le scelte delle più alte cariche dello Stato, nonché delle università preposte alla formazione scientifica dei giovani. Continua a leggere

Il Colosseo, l’arena e i nuovi gladiatori

di Pier Giovanni Guzzo

Con tenacia degna di miglior causa, il ministro dei Beni Culturali ha ribadito la disponibilità di venti milioni per la ricostruzione dell’arena del Colosseo. Così, a circa sei mesi di distanza dal primo annuncio, si conferma una scelta metodologicamente errata e di non prioritaria urgenza per la tutela.

Sembra costante in questa fase che i Beni Culturali stanno attraversando che da quanti hanno il potere (non sempre il know how) di decidere in proposito vengano preferite opere se non inutili, certamente di non immediata priorità. E ciò accade, solitamente, in nome di una presunta “valorizzazione”: come, ad esempio, per l’anastilosi delle colonne in granito del Foro della Pace a Roma, resa possibile solamente dalla predisposizione di giganteschi supporti in cemento armato (oltre alle altrettanto necessarie integrazioni dei fusti, sempre in cemento). Infatti manca ogni resto delle basi originarie, cavate e riutilizzante come di norma per i materiali edilizi in epoca post antica. Continua a leggere

Un seminario per Anna Maria Mandillo

Per ricordare Anna Maria Mandillo ad un anno dalla sua scomparsa, l’Associazione Bianchi Bandinelli, in collaborazione con l’Associazione italiana biblioteche e la Direzione generale biblioteche, organizza un seminario di studi intitolato: Biblioteche, servizi, democrazia. Il seminario si terrà il 16 giugno 2015 nell’auditorium dell’Istituto per i beni sonori e audiovisivi (Discoteca di Stato), via Michelangelo Caetani 32, Roma, alle ore 15.
Il programma trae spunto dall’analisi di Mandillo su alcuni temi significativi – servizi nazionali, deposito legale, diritto d’autore – e prevede interventi e testimonianze che intendono approfondire aspetti funzionali e punti critici della situazione delle biblioteche italiane, offrendo un contributo al rilancio di questi istituti.
Nel corso del seminario verrà presentato il volume di scritti di Anna Maria Mandillo, Biblioteca come servizio pubblicato dall’Associazione italiana biblioteche.

 

 

Biblioteche, servizi, democrazia

In ricordo di Anna Maria Mandillo

16 giugno 2015, ore 15.00
Auditorium dell’Istituto centrale per i beni sonori e audiovisivi
Via Michelangelo Caetani, 32 – Roma

Coordina Marisa Dalai Emiliani, Associazione Bianchi Bandinelli

Saluti
Massimo Pistacchi, Istituto centrale beni sonori e audiovisivi
Rossana Rummo, Direzione generale biblioteche
Enrica Manenti, Associazione italiana biblioteche

Interventi
Luca Bellingeri
Impegno e passione. Anna Maria e le biblioteche

Claudio Leombroni
Per la riorganizzazione dei servizi bibliografici e bibliotecari nazionali

Rosa Maiello
Il diritto d’autore: la difesa del servizio pubblico delle biblioteche tra riforme e controriforme

Paola Puglisi
Il deposito legale: una “legge delle mancanze” con il “sapore dell’avanguardia”

Giovanna Merola
Presentazione del volume La biblioteca come servizio. Scritti di Anna Maria Mandillo

Testimonianze
Rosaria Campioni, La leale collaborazione fra Stato e Regioni
Angela Benintende, L’impegno nella Direzione generale per le biblioteche
Vittoria Tola, La rivista Digitalia
Madel Crasta, Professione: com’era, come sarà
Marisa Dalai Emiliani, Il lavoro nell’Associazione Bianchi Bandinelli