Una semplice ricetta per i beni culturali: assumere giovani preparati

22 agosto, 2015

di Lucinia Speciale

È vero che d’estate si vedono solo repliche. Un anno fa a Ferragosto l’Italia si interrogava sulla classifica dei musei, oggi si discute sull’esito della selezione per i direttori dei primi venti musei italiani.

Non so quanti abbiano seguito la trasmissione “In onda”, che nella puntata di qualche sera fa, dedicata alla graduatoria dei nuovi direttori, aveva tra gli ospiti Vittorio Sgarbi e Ilaria Borletti Buitoni. Sgarbi era più incontrollato del solito, ma per una volta si è ricordato di essere stato un funzionario, e ha spiegato – purtroppo urlando – che genere di meccanismo sia stato adottato per la selezione dei superdirettori. Assordata ma incuriosita, ho dato un’occhiata alle carte del concorso, quel poco che era on-line. Lo spareggio tra “sommersi e salvati” si è giocato sui colloqui. 15 minuti per stabilire chi andrà a dirigere alcune raccolte storiche tra le più importanti del mondo: ovunque si dà più tempo all’esposizione di un progetto di dottorato. Sono prevedibili ricorsi, soprattutto se davvero non si è tenuto conto del fatto che un dirigente dello Stato, per legge, deve avere la cittadinanza italiana.

Dispiace che una commissione di spessore abbia fornito le premesse per quello che appare l’ennesimo colpo d’immagine di un ministro evanescente su molte questioni gravi.

Quanto ai neodirettori, in fondo, ha poca importanza quale passaporto abbiano o se abbiano scritto o no un buon libro, non sono stati nominati per far funzionare meglio il sistema, ma per paralizzarlo del tutto. Persino la sottosegretaria Borletti Buitoni l’altra sera ammetteva imbarazzata che qualche difficoltà organizzativa e di mezzi i musei italiani la scontano. Quanto ci metteranno persone che le conoscono forse solo per averle visitate, a impadronirsi dell’indispensabile bagaglio di conoscenze pratiche necessarie a mandare avanti strutture complesse, ridotte ai minimi termini dalla penuria di personale e di risorse? Il solo di caso di conferma – Anna Coliva alla Galleria Borghese – sembra, più che un premio, un viatico di fine carriera. Se ne avrà i mezzi forse qualcosa le riuscirà di fare; scommetto però che, se le cose resteranno come sono, si guarderà bene dal pretendere che la mettano in condizione di garantire la climatizzazione delle sale, dove in estate i dipinti su tavola si imbarcano per il caldo.

Come sempre i Beni Culturali sono il battistrada delle pessime “riforme” italiane. Il personale dirigente della pubblica amministrazione faccia bene i suoi conti e non disturbi il manovratore, altrimenti si scordi le possibilità di carriera.

Lasciando da parte le chiacchiere sull’età, il genere o la nazionalità dei prescelti, ciò che colpisce è la decisione di distruggere persino la speranza del ministero anomalo, governato da tecnici e non da burocrati, nel quale si cresce affinando progressivamente conoscenze e capacità gestionali. È difficile conciliare l’esito della lotteria che mortifica un’intera leva di funzionari con l’orgogliosa rivendicazione all’Italia del ruolo di paese guida nella creazione di una task force transnazionale per la salvaguardia del patrimonio culturale in pericolo negli scenari di guerra. La cartella stampa distribuita nella pomposa adunata mondiale, celebrata tra dune artificiali di sabbia e cocci il 31 luglio nell’auditorium di Expo, è già archiviata.

Il tifo della rete si è diviso sui tedeschi a Firenze, ma il problema non è lì, anche se nessuno si sognerebbe di affidare la Corte Costituzionale a un giurista non italiano. Non conosco Eike Schmidt ed è giusto che, se la procedura che lo ha visto prevalere è corretta, abbia il tempo di ambientarsi; certo avrei preferito che all’indomani della nomina non si dichiarasse pronto a far l’affittacamere per incrementare le risorse degli Uffizi. Non mi aspetto né da lui né da altri un altro caso Bronzi di Riace. Al prossimo giro tra il ministro e i funzionari non ci saranno conflitti sui prestiti per ragioni conservative.

Infine, mi preoccupa molto il manager culturale a Caserta. Bologna aveva un ottimo circuito di musei civici. L’estate scorsa, per ragioni di bilancio l’intera gestione è stata esternalizzata, con un peggioramento netto della qualità dei servizi e delle condizioni di lavoro per il personale. Quello dirigente ha evitato clamori ma diversi collaboratori esterni, tra questi giovani con titoli paragonabili a quelli di un paio almeno dei neodirettori, mesi fa si predisponevano all’espatrio. Con i nuovi contratti non si riesce a mettere insieme abbastanza per vivere. È questo il modello “d’eccellenza” che si vuole trapiantare a Caserta? Ho qualche dubbio che con una cura simile possa divenire un volano per il decollo turistico del territorio.

L’Italia non riparte se non si ricomincia a gestire in modo intelligente le risorse dello Stato. Per capirlo non è necessario essere degli economisti. Se questo è un settore strategico si deve investire, assumendo a tempo indeterminato e senza trucchi studiosi giovani, e dando loro compiti adeguati alla formazione. Allora, per ottenere buoni risultati basterà far leva sulle capacità e sullo spirito di corpo del personale. Una ricetta semplice, ma siamo certi che qualcuno sia interessato?



2 Risposte a “Una semplice ricetta per i beni culturali: assumere giovani preparati”

  1. Andrea Girolami scrive:

    Salve.
    Assolutamente d’accordo sull’irregolarità ai sensi di legge della nomina di direttori non aventi cittadinanza italiana.
    Mi permetto tuttavia di osservare che non solo i giovani sono e saranno disoccupati, quindi necessitanti, ma anche e soprattutto adulti come me, di età compresa tra i 35-50 anni. Siamo difficilmente sfruttabili nel mercato del lavoro per via della tutela previdenziale che contraddistingue la disciplina legislativa dei nostri contratti di lavoro. Mio malgrado, questo tipo di tutela preclude di fatto le opportunità di impiego, in quanto gli imprenditori privati preferiscono assumere personale con età compresa nei 20-35 proprio per godere delle agevolazioni fiscali derivanti da dette assunzioni.
    Mi par proprio una grave e meschina forma di discriminazione nei confronti degli over 35, ma paradossalmente è una concreta e consolidata consuetudine entrata di diritto nel nostro mercato del lavoro, e mi dispiace deluderla, ma più che costituire un punto di forza, il contratto “a tempo indeterminato” è ormai divenuto oggetto di studio dei giurisperiti. In tal senso, il Dlgs n. 23/2015 afferente le “Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183”, è la conferma di un’incoerenza tra la teoria giuridica e la pratica contrattuale, soprattutto alla luce dei fattori ambientali condizionati dalla perdurante recessione economica che contraddistingue non solo l’Italia, ma tutta l’economia occidentale.

  2. Civilotti Anna scrive:

    In Italia non si dà il giusto spazio all’energia dei giovani di cui si sfrutta lo spirito entusiasta solo durante i corsi universitari ad indirizzo artistico -letterario che si rivelano una fabbrica di disoccupati.