Beni culturali, l’esercito nascosto dei professionisti

4 maggio, 2016

Nel luglio del 2015, in occasione della tavola rotonda “Occultati o respinti”, tenuta a Palazzo Massimo a Roma, l’associazione Bianchi Bandinelli ha presentato i risultati dell’autocensimento dei collaboratori esterni del MiBACT e degli enti locali, promosso attraverso il sito dell’associazione tra il gennaio e l’ottobre del 2014.

Costituito a partire da schede compilate su base volontaria, il rapporto offre uno spaccato di notevole interesse sul numero, la formazione, le tipologie di contratto che accomunano i “professionisti” dei Beni Culturali. Sebbene l’autocensimento si sia concluso poco più di un anno e mezzo fa, i dati dell’indagine restano attualissimi. È probabile che le opportunità e le condizioni di lavoro in questo settore siano addirittura peggiorate, considerato il massiccio e celebratissimo ricorso al ‘volontariato’.

Riproponiamo, in vista della manifestazione del 6 e 7 maggio, la relazione di Sara Parca, che ha coordinato il gruppo di lavoro.

L’autocensimento dei collaboratori esterni del MiBACT e degli Istituti culturali degli Enti locali

di Sara Parca

Questa presentazione è il risultato dell’impegno diun gruppo di lavoro composto da professionisti del Patrimonio che da molto tempo collaborano con il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e che ritengono ormai inderogabile far emergere e riconoscere il problema del precariato nel settore dei beni culturali.

L’Associazione Bianchi Bandinelli ha accolto e sostenuto il loro progetto di autocensimeno, avendo sempre avuto un’attenzione e un impegno particolare (come ha appena ricordato Paola Nicita) per questi temi.

Quanti sono i professionisti dei beni culturali che collaborano con il MiBACT e con le Istituzioni culturali degli Enti locali? Quali sono le loro mansioni, con quali tipologie di contratti? L’obiettivo del rilevamento è quello di iniziare a colmare il grave vuoto conoscitivo sull’entità e sulle caratte ristiche di questo fenomeno, che si inserisce nel quadro più generale del problema del lavoro precario e della disoccupazione intellettuale oggi in Italia.

I pochi dati a disposizione hanno sempre evidenziato una totale insufficienza di risorse umane che si unisce all’insufficienza altrettanto endemica di risorse finanziare per cui il Ministero appare a stento in grado di provvedere a compiti di tutela dei beni di cui deve prendersi cura. Questo aspetto critico trova un’ulteriore conferma nella grave vicenda dei lavoratori disciplinati da contratti atipici, di cui neanche si conosce l’esatto numero.

L’autocensimento non è un rilevamento in senso tradizionale in quanto non parte da un campione individuato. La difficoltà principale, infatti, era proprio quella di definire l’area d’indagine, ossia raggiungere il mondo in parte sommerso, magmatico e difforme, dei collaboratori esterni delle pubbliche amministrazioni che si occupano di beni culturali.

La strategia comunicativa è passata principalmente attraverso il sito dell’Associazione BB (dove si poteva accedere ad una pagina appositamente dedicata per la compilazione della scheda), tramite i social network (facebook, twitter).

In molti casi è stato necessario vincere la ritrosia degli stessi lavoratori ad autocensirsi per mancanza di fiducia, per scoraggiamento ma anche per paura di ritorsioni nonostante la chiara rassicurazione che i dati raccolti sarebbero stati elaborati in assoluto anonimato.

Alla luce di tutto questo, la raccolta dei dati non è certamente esaustiva della situazione ma fa emergere comunque un significativo spaccato della realtà, con alcuni risultati interessanti e, considerati i limiti, ha il merito di dare voce e visibilità a lavoratori che per troppo tempo sono stati occultati.

D’altro canto la Pubblica Amministrazione avrebbe i mezzi per rilevare con esattezza i dati e conoscere la dimensione quantitativa e qualitativa del fenomeno, se non altro per fare anche delle valutazioni sul rapporto costo-benefici prodotto dal ricorso alle esternalizzazioni ma manca, forse, la volontà politica.

Prima di dare avvio all’autocensimento, abbiamo avuto occasione di presentare le nostre istanze all’allora ministro Massimo Bray durante l’audizione del 4 ottobre 2013 con la “Commissione per il rilancio dei beni culturali ed il turismo e la riforma del Ministero” presieduta dal Prof. Marco D’Alberti. In merito alla questione, abbiamo chiesto che il Ministero si impegnasse a fare un censimento dei collaboratori esterni, delle diverse tipologie contrattuali in uso, delle attività svolte e dei settori di riferimento. A questo proposito richiamavamo anche la Circolare n. 296 del 22 luglio 2013, emanata dalla Direzione generale per l’organizzazione, finalizzata al monitoraggio delle tipologie di lavoro flessibile presso gli Istituti centrali e periferici del Ministero, nonché il successivo sollecito espresso con altra circolare del settembre 2013, entrambe sostanzialmente disattese. Non avendo avuto riscontro dal Ministero, ne è conseguita la decisione di organizzare un autocensimento, lanciato per la prima volta durante la manifestazione “500 NO al MIBACT” (gennaio 2014). La raccolta dei dati si è svolta nell’arco di 10 mesi, dal gennaio all’ottobre 2014.

L’Autocensimento si è basato sulla compilazione di una scheda che si componeva di una parte anagrafica, dove veniva chiesto anche il titolo di studio e la qualifica professionale, e di una seconda parte relativa al lavoro: gli anni di rapporto lavorativo diretto o indiretto con Mibact e/o con gli Enti locali, la data ultimo contratto, le tipologie contrattuali relative alle due committenze. Si chiudeva con il settore lavorativo (patrimonio archivistico, archeologico, storico artistico, demoetnoatropologico, biblioteconomico, architettonico, altro), le principali attività svolte, con la possibilità di inserire anche una br eve descrizione a testo libero, le regioni e città in cui si è svolta principalmente l’attività e infine l’autorizzazione al trattamento dei dati.

Il totale delle risposte pervenute è 748 ma è stato espunto un numero di schede non considerate valide, tra cui quelle inviate da stagisti non retribuiti e volontari. Quest’ultimo punto è indicativo della confusione che si sta creando negli ultimi tempi, soprattutto tra le nuove generazioni, tra formazione, volontariato e lavoro. Confusione confermata anche dalle tante e-mail giunte sulla posta del gruppo di lavoro.

La verifica e normalizzazione delle informazioni ha portato alla creazione di una banca dati complessiva di 669 schede da cui sono stati elaborati i nostri dati. Cosa emerge dalle risposte? I risultati di seguito presentati riguardano in primo luogo i dati anagrafici dei professionisti che si sono autocensiti.

Dai numeri raccolti si rileva una prevalenza di donne, l’81% contro il 19% di uomini (grafico 1).

 

Senza titolo2

Grafico 1

 

Il 9% rientra in una fascia d’età compresa tra 28 e 30, il 52% tra 31 e 40 anni, le persone comprese tra 41-50 corrispondono al 26% e chi ha più di 50 anni al 13%.

Emerge subito che la fascia d’età più rappresentata è quella dei trentenni. Sulla base della nostra esperienza e del confronto tra colleghi si potrebbe ipotizzare che le difficoltà dovute alla discontinuità lavorativa, al l’inadeguata retribuzione, alla mancanza di prospettive sono fattori che possono spiegare l’inflessione di questi dati.

Viceversa, ragionando sull’arco temporale dell’ultimo ventennio circa, possiamo leggere gli stessi dati come un incremento del fenomeno del precariato in tempi recenti. Un numero di collaboratori più limitato nei primi anni, che ha proseguito nel tempo questa attività e corrisponde alle fasce di e tà più alte, si è via via ingrossato in conseguenza sia della progressiva e quasi totale chiusura di sbocchi lavorativi stabili sia della crescente necessità da parte di un’Amministrazione Pubblica sottodimensionata di ricorrere a esternalizzazioni.

Infatti, se si sommano le percentuali delle due fasce d’età più alte si arriva al 39% di precari che hanno oltre 40 anni. Il dato è assai allarmante: significa che per una buona parte di questi professionisti la situazione è rimasta inalterata da 20 anni e soprattutto che questo sarà il destino degli attual i 30enni (grafico 2).

Senza titolo3

Grafico 2

La distribuzione geografica delle risposte arrivate è così ripartita: 56% al centro, 24% al nord, 20% al sud (grafico 3).

Senza titolo4

Grafico 3

Un indicatore significativo per la profilazione dei soggetti autocensiti è la richiesta del titolo di studio secondo le specifiche che vedete nel grafico dove sono registrate anche le percentuali delle risposte (grafico 4).

Senza titolo5

Grafico 4

Da questi dati si evince che il livello di formazione di questi professionisti è alto: la maggioranza di essi infatti possiede un titolo post laurea e sommati al numero dei laureati (il 42%) si raggiunge il dato significativo dell’ 88% del totale delle risposte (grafico 5).

Senza titolo6Grafico 5

La composizione dei professionisti che hanno risposto all’indagine ha registrato una maggioranza di storici dell’arte (28%), seguiti dagli archeologi (25%) e dagli archivisti (20%) e via via a scendere (grafico 6).

Senza titolo7

Grafico 6

Ci è sembrato interessante confrontare questi ultim dati con la composizione del personale tecnico-scientifico di ruolo nel MiBACT. Secondo le stime tratte dalle Minicifre della cultura 2014 (dati dicembre 2013), su un totale di dipendenti pari a 18.875, si aveva 2% di storici dell’arte, 2% di archeologi, 3% di architetti, 3,5% di archivisti, 5% di bibliotecari. Percentuali comunque molto basse, rispetto ad esempio al 21% degli amministrativi (grafico7).

Senza titolo8

Grafico 7

L’endemica carenza numerica di personale tecnico-scientifico all’interno del Ministero è sotto gli occhi di tutti, è stata più volte denunciata e spiega il ricorso strutturale negli anni a forme di collaborazioni esterne. Alcuni esempi a campione di questo confronto: a fronte del 2% di archeologi – il 25% di archeologi coll. esterni; 3,5% di archivisti – il 20% di archivisti coll. esterni; 2% di storici dell’arte – 28% di storici dell’arte coll. esterni (grafico 8).

Senza titolo9

Grafico 8

Dunque un piccolo esercito che opera da almeno due decenni integrandosi con l’organico stabile nei diversi ambiti della struttura del Ministero. La presenza dei collaboratori si è sviluppata in sinergia con i funzionari e il personale di ruolo, ben coscienti della professionalità e dell’utilità di persone con le quali hanno condiviso progetti e attività; collabor atori che spesso sono stati impegnati nei loro stessi uffici e che hanno contribuito alla realizzazione di compiti istituzionali, adempiendo non solo a esigenze straordinarie ma svolgendo mansioni interne a sostegno dell’amministrazione quotidiana, garantendo continuità operativa e mantenimento di un alto livello professionale. Disperdere questo patrimonio di professionalità e d i competenze acquisite, come del resto sta avvenendo negli ultimi tempi in conseguenza dei tagli lineari progressivamente inflitti ai bilanci pubblici ma anche in conseguenza di scelte politiche che rischiano di aumentare le sacche di precariato, vedi gli ultimi bandi sull’occupazione giovanile (500 giovani per la cultura e art bonus) e vedi il ricorso a diverse forme di volontariato, talvolta non specializzato, tutto ciò si configura come un evento di rilevante gravità, certamente dal punt o di vista sociale per la sorte di queste persone, ma anche dal punto di vista dell’Amministrazione, per la rinuncia a professionisti esperti, da lei formati, che oggi suppliscono alle necessità del Ministero stesso e che costituiscono il necessario anello di passaggio di competenze e conscenze alle future generazioni. Senza contare che, sul medio-lungo termine, per l’amministrazione è certamente più oneroso rivolgersi a professionisti esterni che non avere in organico le forze necessarie.

Vediamo quali sono le principali attività che vengo no svolte dai collaboratori esterni (grafico 9). L’osservazione che possiamo fare è che soprattutto le prime 5/6 attività (sono nelle percentuali maggiori) sono svo lte dalle stesse persone, infatti si tratta di attività direttamente collegate alla qual ifica professionale, e che trovano quindi un parallelo con le diverse mansioni e attività appannaggio del personale interno, avente la medesima qualifica.

Senza titolo10

Grafico 9

Nel grafico successivo osserviamo un diverso aspetto (grafico 10). Il 13% dei professionisti che si sono censiti svolgono attività in diversi ambiti professionali, che confermano percorsi formativi ibridi. Alcuni professionisti, infatti, aggiungo titoli specialistici in altri settori disciplinari, per cui abbiamo archeologi che diventano bibliotecari, bibliotecari che diventano storici dell’arte, storici dell’arte che diventano archivisti.

Senza titolo11

Grafico 10

Tutti questi lavori vengono formalizzati attingendo alla giungla di contratti atipici che ad oggi rappresentano il 90% circa di quelli stipulati dal MiBACT con i suoi collaboratori esterni: contratti a collaborazione coordinata e continuativa, a partita IVA, a progetto, a prestazione occasionale, di cessione dei diritti d’autore, di fornitura di servizi, lettere d’incarico, etc. (grafico 11).

Senza titolo12

Grafico 11

 

Succede anche che contratti di diversa tipologia sono stipulati per svolgere identiche mansioni, anche alle stesse persone nel corso del tempo. In questo contesto di selvaggia precarizzazione, il lavoro è stato costantemente oggetto di vere e proprie persecuzioni giuridiche, con inevitabili riflessi sulla condizione normativa dei lavoratori e pesantissime ricadute sulla vita privata. Le varie riforme del mercato del lavoro hanno influito tutte in maniera negativa sulla condizione professionale, rideterminando di volta in volta i rapporti secondo vincoli contrattuali sempre diversi e sempre peggiori.

Pur di garantire a se stessi una qualche continuità lavorativa, i professionisti dei beni culturali hanno accettato, a volte, paghe inadeguate ai loro titoli e alle mansioni effettivamente svolte, ad aprire finte partite IVA sulle quali pagano il 60% di tasse, a cedere una consistente percentuale del loro stipendio a società terze, a lavorare in condizione di subordinazione pur avendo sottoscritto contratti parasubordinati e – è un caso limite -, a dissimulare il lavoro dietro un finto volontariato e lo stipendio dietro il rimborso di scontrini pasto pari all’importo da percepire.

Uno stesso lavoratore si trova spesso a svolgere le proprie attività con tipologie di contratti diversi: il 68% di professionisti hanno infatti più tipologie contrattuali, anche dallo stesso committente (grafico 12).

Senza titolo13

Grafico 12

Un altro aspetto interessante evidenziato dall’analisi dei dati riguarda l’arco temporale entro cui si è sviluppato il regime di precarietà contrattuale per ciascun lavoratore, tenendo presente che la maggior parte di loro hanno avuto collaborazioni sia con il MiBACT sia con gli Enti locali. Nel caso del Ministero il 30% dei professionisti superano l’arco temporale dei 10 anni (grafico 13).

Senza titolo14

Grafico 13

In conclusione, vorremmo ricordare quanto è stato recepito nella Relazione finale della già citata Commissione D’Alberti (31 ottobre 2013), che ha accolto le nostre istanze, indicando al punto 3.4, lettera o: “Quanto al personale che presta servizio per l’esercizio delle competenze del Ministero con contratti atipici e a tempo determinato, la Commissione propone, innanzitutto, di svolgere una ricognizione del fenomeno relativamente ai numeri, alle mansioni effettivamente svolte, alle diverse tipologie contrattuali utilizzate e alla durata complessiva dell’attività svolta da ogni singolo contrattista. In seguito, si dovrebbe procedere, nei limiti della copertura finanziaria disponibile, ad un concorso di reclutamento aperto, disciplinato da un bando che tenga in adeguata considerazione titoli di anzianità, tra i quali quelli maturati proprio nello svolgimento dei predetti incarichi, e titoli di specializzazione. La Commissione ritiene opportuno, altresì, procedere a una razionalizzazione delle modalità contrattuali utilizzate per il reclutament o e la gestione di questo personale: il tema è di rilievo generale per la pubblica amministrazione e, pertanto, dovrebbe essere affrontato tenendo conto di questo più ampio contesto”.

Al primo punto abbiamo tentato di dare una risposta, ci auguriamo che le atre due raccomandazioni vengano concretamente prese in considerazione.

 

Gruppo di lavoro per l’autocensimento:

Simona Ciofetta, Sara Di Giorgio, Antonio Davide Madonna, Cettina Mangano, Sara Parca, Marzia Piccininno, Tiziana Scarselli, Simona Turco

Elaborazione dati:

Simona Ciofetta, Cettina Mangano, Sara Parca, Simona Turco



I commenti sono chiusi.