C’era una volta il Progetto Fori: la destrutturazione delle soprintendenze

9 marzo, 2017

Pubblichiamo il testo dell’intervento di Walter Tocci pronunciato durante il convegno organizzato dall’Associazione Bianchi Bandinelli venerdì 10 marzo presso la sala Isma di Piazza Capranica 72 a Roma

C’era una volta la Soprintendenza archeologica di Roma. Era una delle migliori istituzioni culturali dello Stato italiano. Si prendeva cura dei beni con metodo integrale, a livello territoriale connettendo l’area centrale con il suburbio e a livello funzionale coniugando la tutela e la gestione. Ora, con l’ultimo decreto (n. 15 del 12-1-2017) del ministro Franceschini, è stata frantumata in diversi pezzi, perdendo tutte le connessioni con il sistema urbano. La vicenda merita un approfondimento non solo per l’impatto sulla politica per Roma, ma come caso emblematico della più generale delegittimazione degli organi di tutela operata da molto tempo a livello nazionale nei diversi settori, l’archeologia, i monumenti, il paesaggio, gli archivi, le biblioteche e il patrimonio artistico.

Bisogna riaprire la discussione culturale e parlamentare. È mia intenzione proporre un disegno di legge che inverta la tendenza dominante e apra una nuova prospettiva di governo dei beni culturali romani e nazionali. Queste note servono a promuovere una raccolta di idee e di soluzioni utili nella scrittura del testo legislativo.

Per farsi un’idea della destrutturazione in atto basta immaginare la passeggiata dal Campidoglio fino all’Appia antica, recentemente raccontata da Paolo Rumiz. Si comincia con i Fori e il Colosseo, oggi sotto la responsabilità di una nuova soprintendenza denominata “Parco archeologico”. La sua competenza però si ferma a Porta Capena, dove subentra un’altra Soprintendenza di Roma appellata come “speciale”, la quale però gestisce solo un piccolo tratto fino a Porta San Sebastiano. Dalle Mura infatti il cammino ricade sotto la gestione del Parco archeologico dell’Appia, il quale a sua volta opera nello stesso territorio di competenza di una preesistente istituzione di emanazione regionale che si chiama Parco dell’Appia. Infine, su varie parti insiste da sempre anche la Soprintendenza capitolina che gestisce beni di grande rilievo, dai Fori imperiali al Circo di Massenzio.

Sono ben cinque le istituzioni – tre statali, una regionale e una comunale – preposte al governo della più prestigiosa area archeologica romana. È un risultato paradossale se si ricorda che tutto è cominciato con l’annuncio di una riorganizzazione basata sul principio “olistico”. Inoltre, è rimasto inattuato l’accordo stipulato ormai due anni fa tra il Ministero e il Campidoglio per la costituzione del consorzio che dovrebbe coordinare la gestione dei beni comunali e statali.

Il Ministero si preclude la possibilità di gestire con una sola struttura tecnica la straordinaria complessità di questo sistema archeologico. Si perdono non solo le connessioni territoriali, ma vengono complicate anche quelle funzionali. I Fori e l’Appia sono strutture vive che arricchiscono continuamente la conoscenza storica e la fruizione pubblica. Gli scavi portano alla luce reperti che impreziosiscono i musei, e nel contempo la Regina Viarum è arricchita dalle acquisizioni pubbliche di beni privati, come si è visto in passato, innanzitutto per merito di Rita Paris, con la Villa dei Quintili, Capo di Bove, S. Maria Nova e altri. Queste relazioni funzionali erano gestite all’interno dell’unica Soprintendenza, ma sono irrigidite nel nuovo assetto poiché le nuove acquisizioni non sono più di competenza del parco dell’Appia e soprattutto i Fori perdono il rapporto diretto con i musei. Infatti, luoghi espositivi diversi e complessi come Altemps, Crypta Balbi, Palazzo Massimo e Terme di Diocleziano vengono sottratti alla gestione della Soprintendenza per essere allocati nella nuova istituzione del Museo Nazionale Romano, senza un’organizzazione adeguata e senza uno statuto giuridico compiuto. Sicuramente si determineranno a breve problemi operativi che richiederanno ulteriori interventi legislativi e amministrativi. C’è una libido separandi che aumenta la burocrazia e ostacola la visione progettuale.

Siamo tutti d’accordo sull’esigenza di una maggiore specializzazione nella gestione dei musei, ma si può ottenere in due modi. Se avviene all’interno della Soprintendenza il processo è guidato dalle competenze tecniche e scientifiche. Se invece il processo viene esternalizzato la guida passa al potere politico, che è esattamente l’obiettivo inconfessato. L’interfaccia ministeriale che ieri riguardava solo la Soprintendenza oggi è almeno duplicata perché riguarda anche i poli museali, di nuovo con buona pace del principio olistico. L’operazione è presentata con la solita retorica dell’efficienza, ma è oggettivamente un sovraccarico burocratico-politico del sistema. Tuttavia la separazione dei musei è un’ottima scelta, anzi è una decisione intelligente in tutti i paesi, tranne che in Italia, caso unico al mondo di collezioni storiche profondamente integrate nelle reti urbane.

Svanisce il progetto Fori-Appia
L’incredibile frammentazione di competenze sferra un colpo mortale al progetto unitario del parco archeologico Fori-Appia. Senza neppure dirlo, in via di fatto viene archiviata la più grande idea di Roma pensata nella seconda metà del Novecento. Sono vanificati gli studi e le proposte di Antonio Cederna, di Italo Insolera e del precursore Leonardo Benevolo, venuto a mancare recentemente, come per un amaro destino proprio mentre veniva scritto il decreto. Quegli studi superavano la vecchia concezione dei monumenti antichi chiusi nel recinto o esposti come quinta teatrale della rappresentazione imperiale. Per la prima volta il patrimonio archeologico veniva pensato come principio regolatore dell’intero sistema urbano, in un inedito intreccio di archeologia e urbanistica. Un’ispirazione oggi ancora più attuale. Il grande triangolo di storia e paesaggio che dal Campidoglio si apre verso i Castelli, dopo più di un secolo di saccheggio edilizio dell’agro, è l’unica relazione rimasta tra città antica e campagna romana e l’ultima possibilità per una dignitosa forma urbis della Città metropolitana. Come nel manifesto costruttivista di Lissitsky – simbolo del nostro CRS – il cuneo rosso è la forza rivoluzionaria che trasforma la figura indifferente e molliccia del cerchio bianco. Così il triangolo verde Fori-Appia è l’occasione per conferire una nuova urbanità al caos edilizio intorno al cerchio del GRA.
Il progetto di Cederna è ancora oggi la leva per innalzare la qualità dell’intera città, soprattutto della sua periferia. Solo quando la ricerca archeologica diventa la misura del progetto urbano la parola “valorizzazione” – oggi tanto abusata e fraintesa – svela finalmente il suo significato prima di tutto culturale, da cui sgorgano poi anche le conseguenze economiche, ma non viceversa. L’unico politico romano che comprese la connessione tra memoria dell’antico e città del futuro fu Luigi Petroselli, anche per questo ricordato come il più grande sindaco repubblicano.

Nessuno dopo di lui ebbe la stessa visione, ma non sono mancati interventi attuativi, che oggi si presentano incompiuti proprio perché privi di una strategia. Ai lati della via è stato realizzato un poderoso scavo archeologico che ha arricchito la conoscenza della città antica. Ma una volta concluso non può rimanere come un cratere, ha bisogno di una sistemazione architettonica e urbanistica di grande qualità. Si può restituire lo spazio ai cittadini e ai visitatori eliminando le automobili, perché è ormai in fase di realizzazione la metro C che toglie ogni argomento a chi ha sempre drammatizzato il traffico per impedire il progetto. La funzione automobilistica può essere cancellata definitivamente, può essere archiviata come una breve parentesi, non tra le più esaltanti, della lunga storia di quel luogo. Possibile che l’epoca nostra non abbia altro di meglio di un flusso di traffico da trasmettere alle generazioni successive? Nella bella mostra appena inaugurata sul Colosseo si vede la storia delle rappresentazioni artistiche del monumento. L’ultima è un’installazione di arte contemporanea che lo rappresenta come un grande pneumatico e finisce in un falò, speriamo sia di augurio per la città.

Con la metro C si può realizzare la totale pedonalizzazione dell’area. E’ possibile tornare a passeggiare ai Fori ascoltando il rumore dei passi sul selciato, potendo alzare lo sguardo con lo stato d’animo riflessivo dei visitatori del Grand Tour, in un luogo moderno e antico allo stesso tempo, completamente dedicato all’incontro delle persone tra loro e con la storia

La versione originaria del progetto della linea C disegnava sotto l’area dell’antica collina Velia e in connessione con la stazione Colosseo un grande foyer di ingresso al parco dei Fori. I cittadini che escono dalla metropolitana troverebbero un grande ambiente di servizi e di accoglienza – oggi totalmente assenti e difficilmente realizzabili in superficie – e potrebbero documentarsi sulla storia antica, vedere un filmato, utilizzare strumenti didattici per i ragazzi ecc., prima di entrare nell’area archeologica all’altezza del Foro della Pace.
Questa versione del progetto è stata abbandonata nel 2010 e si va realizzando un’orrenda stazione che ignora il contesto archeologico. Bisogna sostenere l’allarme rilanciato dal Soprintendente Francesco Prosperetti e spingere l’inconsapevole amministrazione comunale a fermare lo scempio e a riprendere il progetto di un’ambiziosa stazione archeologica.

Anche nella Regina Viarum il restauro di parti del basolato e l’arricchimento dei beni fruibili dai cittadini rendono improcrastinabile la soluzione del problema dell’accessibilità senza automobili, mediante la sistemazione della stazione di Torricola che può consentire un servizio ferroviario da Termini in dieci minuti per grandi numeri di visitatori. Un’iniziativa congiunta del ministero dei Beni culturali e dei Trasporti per realizzare simili progetti solleciterebbe anche il Comune di Roma a una collaborazione proficua per la città.
Sono solo alcuni esempi delle connessioni che si possono realizzare tra il patrimonio storico e il sistema urbano. Di esse ha avuto consapevolezza il Ministero in passato, ad esempio promuovendo e finanziando proprio lo studio urbanistico di Benevolo per la sistemazione dell’area archeologica centrale.

Bulimia legislativa
Oggi la progettualità non sembra più di casa al Collegio Romano. La penuria di idee è sostituita dalla bulimia legislativa. Quel palazzo sembra diventato una fabbrica di norme e di regolamenti che si susseguono a ritmo frenetico. Il decreto del parco del Colosseo viene a modificare la soprintendenza delle mura Aureliane istituita solo pochi mesi fa con un altro decreto. In precedenza era stata separata la gestione dell’Appia dall’ufficio di tutela rimasto in capo alla soprintendenza, e ancora prima la medesima separazione aveva riguardato i musei. Nel frattempo sono state accorpate le competenze dell’archeologia con quelle delle Belle arti e del paesaggio.
Questa vorticosa ristrutturazione delle soprintendenze per il Ministero è molto semplice poiché comporta solo la scrittura di norme, ma per chi ci lavora significa modificare l’organizzazione degli uffici, rivedere le procedure, risolvere le incertezze interpretative delle norme, adeguarsi alle direttive dei nuovi dirigenti, spostare la documentazione e gli archivi, dirimere i conflitti che si determinano nelle separazioni di competenze ecc..

Si alimenta lo stress organizzativo di strutture già debilitate dalla cronica mancanza di risorse umane e finanziarie.

Tutto è poi complicato dall’incertezza del processo, segnato da improvvisazioni e ripensamenti, in una girandola di provvedimenti che modificano le decisioni precedenti. La relazione di accompagno del decreto non senza ipocrisia cerca di dimostrare una coerenza tra i diversi passaggi. Eppure, se si voleva istituire la Soprintendenza del Colosseo non c’era motivo di istituire solo sei mesi prima quella delle mura Aureliane; non si capisce perché la tutela sia stata tolta con un decreto del 2015 al Parco dell’Appia e poi restituita con l’ultimo provvedimento; quale sia la ragione che porta a restringere la Soprintendenza romana nel confine comunale proprio quando è stata istituita la Città metropolitana; perché l’accorpamento dell’archeologia con le altre competenze oggi sia ritenuto un principio fondamentale mentre veniva negato nel primo decreto del 2014.

Il Ministero gioca con le strutture a suo ghiribizzo, smontandole e rimontandole come fossero blocchetti di Lego, senza alcun rispetto per le persone e per le competenze che devono adeguarsi a cambiamenti spesso incomprensibili. Nei paesi civili una ristrutturazione di tal fatta sarebbe stata preceduta da un documento di analisi e di proposta; ci sarebbe stata una discussione aperta agli esperti, alle istituzioni e all’opinione pubblica prima dell’esame parlamentare; e poi seguirebbero rendiconti sull’attuazione ed eventuali correzioni in corso d’opera. Invece, si è adottato il metodo del blitz legislativo. Si è presa l’occasione della legge di stabilità per inserire una norma specifica sulla Soprintendenza romana. Per ben quattro volte la Commissione Bilancio della Camera aveva bocciato l’emendamento ritenendolo giustamente estraneo e troppo di dettaglio rispetto alla legge di stabilità. Ma il governo lo ha imposto nel maxi-emendamento, poi approvato con il doppio voto di fiducia alla Camera e al Senato, impedendo di fatto la valutazione parlamentare. Si è utilizzato illegittimamente lo strumento del decreto ministeriale (DM) invece del decreto del Presidente del Consiglio (DPCM), obbligatorio nei casi di ristrutturazione degli uffici pubblici, solo perché il secondo avrebbe comportato un esame parlamentare del testo.

La norma modifica un comma che era stato inserito con analogo blitz nella legge di stabilità dell’anno precedente, approvata sempre con il voto di fiducia. Il contenuto della norma è sostanzialmente una delega in bianco al governo per ristrutturare la Soprintendenza in riferimento a imprecisati “standard internazionali” e al fine “dell’efficientamento della bigliettazione”. A parte il linguaggio malato e la povertà dei propositi, è evidente che la genericità dei criteri rende arbitraria l’attuazione della delega.

La vicenda basta da sola a chiarire gli equivoci della recente discussione sul referendum costituzionale. Non c’è bisogno di velocità parlamentare, anzi bisognerebbe rallentare la produzione normativa. In soli due anni infatti le Soprintendenze romane sono state modificate con quattro decreti delegati da ben tre leggi; nell’intera storia repubblicana l’assetto era stato modificato solo una volta nel 1969, proprio per istituire la Soprintendenza archeologica unica, superando la precedente frammentazione di competenze, che oggi viene ripristinata annunciandola come novità assoluta.

Non c’è bisogno di dare più poteri al governo, anzi andrebbero limitati e controllati. Con i maxiemendamenti, le deleghe in bianco e i voti di fiducia, infatti, il potere legislativo è di fatto sottratto al Parlamento e affidato interamente all’esecutivo. Il ministro e il suo staff decidono a loro piacimento come si devono organizzare istituzioni preposte alla tutela di preziosi beni pubblici.

 

La cultura ai Prefetti

La bulimia normativa congiunta all’afasia progettuale producono soltanto cambiamenti burocratici che appesantiscono il lavoro delle Soprintendenze. Tutto ciò viene chiamato decisionismo, ma porta alla paralisi delle strutture pubbliche.

Viene annunciato come semplificazione, ma fa impazzire le procedure ordinarie. Viene giustificato come risparmio, ma prolifica i centri di spesa. Per dare una misura di tali paradossi, basta considerare il numero dei dirigenti: prima a Roma erano solo tre, ora sono diventati dieci. Di questi alcuni sono responsabili della tutela e altri della gestione, ma in ogni caso tutti saranno coinvolti, almeno in fase istruttoria, nell’espressione dei vincoli sulle opere edilizie e infrastrutturali o sull’esposizione di reperti e opere d’arte. In tali procedure sono state indebolite le garanzie pubbliche, con il ricorso indiscriminato al silenzio-assenso e al parere espresso a maggioranza nelle conferenze di servizio, come se si trattasse di assemblee popolari e non di consessi rappresentativi di competenze tecniche e di irriducibili prerogative istituzionali.

La proliferazione dei dirigenti ritarda inevitabilmente le procedure e rischia in certi casi di far scattare il silenzio-assenso, con evidente danno per le garanzie pubbliche. Si è trovata una toppa peggiore del buco, portando le Soprintendenze sotto il comando delle prefetture, uno sfregio per l’autonomia delle competenze professionali, una scelta inaudita mai compiuta prima da nessun governo. Solo il prefetto Haussman dopo aver demolito centinaia di chiese, monumenti e palazzi di Parigi si pavoneggiava del titolo di Sovrintendente delle Belle Arti.
La frammentazione delle direzioni specialistiche serve solo ad aumentare il peso decisionale delle burocrazie politiche e amministrative. Dei dieci dirigenti nessuno avrà più l’autorevolezza per rappresentare le ragioni e il prestigio dei beni culturali verso l’opinione pubblica. In passato il Sovrintendente archeologo è stato non solo il responsabile dell’ufficio, ma una personalità cittadina che partecipava al dibattito pubblico al pari delle altre autorità e degli opinion leader. Fu un suo appello sui pericoli di sfarinamento dei monumenti a sollecitare nel 1981 la legge Biasini, il migliore provvedimento sui beni culturali della Capitale, che finanziò una collana di gioielli, dal Palazzo Massimo, all’Altemps, alla Crypta Balbi e un’estesa campagna di scavi e di restauri. L’ufficio legislativo del Ministero dovrebbe prendere esempio da quel testo che in pochi articoli definiva chiaramente obiettivi, competenze e risorse, senza rinviare a estenuanti decreti applicativi.

Il Corpo professionale dei beni culturali

Tutta la legislazione recente è mirata a destrutturare le competenze professionali della tutela e perfino l’aura della Soprintendenza. Nonostante autorevoli denigrazioni la parola è a mio avviso una delle migliori del linguaggio istituzionale. Significa super-intendere, come dice l’etimo tardo latino, cioè assumersi la responsabilità dei saperi, cercare una visione d’insieme, prendersi cura dei beni pubblici. Non a caso nell’uso americano è applicato alla figura apicale dell’educazione, e anche da noi potrebbe estendersi al posto della fredda definizione di “dirigente scolastico”, come ho proposto nel dibattito sulla Buona scuola.

Purtroppo la diffidenza governativa per la parola si estende anche alla cosa. Con i recenti decreti arriva a compimento una coerente e bipartisan delegittimazione delle Soprintendenze a livello romano e nazionale.

Il danno più grave è venuto dal mancato rinnovo del turn over, che in questo settore non crea solo problemi quantitativi nella gestione del personale, ma intacca la funzione del presidio dei saperi. L’accesso di giovani archeologi, di restauratori, di archivisti, di bibliotecari, di storici dell’arte è un processo vitale nella trasmissione della conoscenza del patrimonio nazionale. Essi si formano all’università ma poi solo nello scambio con la generazione più anziana possono acquisire l’arte della cura dei beni culturali. Se si interrompono queste relazioni intergenerazionali si disperde una conoscenza sedimentata nelle istituzioni; sarebbe un autolesionismo per il paese che possiede un primato mondiale del sapere della conservazione.

Adriano La Regina fu nominato soprintendente archeologico a Roma all’età di 39 anni, superando un impegnativo concorso gestito da una commissione composta dai più autorevoli soprintendenti del tempo. Non erano tutte rose e fiori, molte cose non andavano bene, ma esisteva la concezione di un Corpo professionale dello Stato basato sul primato della conoscenza, sull’autonomia dal potere politico e amministrativo, e sul prestigio del civil servant.

Oggi i trentenni e i quarantenni più fortunati lavorano senza diritti, con contratti temporanei, sperando sempre nel rinnovo, altri ricevono offerte di lavoro gratuito. I giovani non accedono più per concorso alle Soprintendenze ma devono passare per un lungo precariato. Questa modalità impedisce la trasmissione generazionale dei saperi e la formazione di nuovi quadri dirigenti. Così, ciò che rimane di un Corpo professionale dello Stato degrada verso un’ordinaria burocrazia ministeriale. La generazione più matura sente mortificata l’autonomia professionale e quella più giovane è scoraggiata dal precariato. Questi stati d’animo alimentano la sfiducia verso lo Stato proprio nelle persone che devono tutelarne il patrimonio storico. Da tutto ciò deriva una perdita di qualità ormai evidente in tante strutture territoriali e ministeriali. Nelle Soprintendenze molte cose non vanno, le disfunzioni e le incongruenze sono ormai sotto gli occhi di tutti. Tale esito viene strumentalizzato per mettere sotto accusa l’autonomia professionale degli esperti e per giustificare maggiori poteri in capo ai politici e agli amministrativi, accentuando così le cause della crisi. Anche i medici medioevali, quando il paziente di aggravava, intensificavano il salasso che lo aveva debilitato.

È merito del ministro Franceschini aver riattivato dopo tanto tempo i concorsi per 500 operatori con la promessa di un’ulteriore immissione di 200 nel prossimo anno. Purtroppo queste assunzioni non bastano a compensare le carenze di personale, però potevano essere l’occasione per modificare i metodi di accesso, eliminando le cause di un precariato divenuto ormai strutturale. Invece, si conferma il ricorso a contratti temporanei per funzioni lavorative di tipo permanente.

È meritoria anche la scelta di aprire a livello internazionale l’accesso alle direzioni delle istituzioni culturali. Anzi, si dovrebbe estendere a tutte le strutture e non solo ai musei. Ci sono bravissimi archeologi stranieri che hanno studiato il nostro patrimonio e potrebbero svolgere molto bene le funzioni di soprintendente. Però ci vorrebbero severi concorsi per selezionare i migliori, prescindendo che siano italiani o stranieri. Invece, per i musei si è adottata una procedura anomala che consente al ministro di scegliere il direttore all’interno di una rosa composta da una commissione. Ma nel nostro ordinamento all’organo politico spetta solo il potere di nomina, mentre la selezione è riservata alle competenze tecniche. Sovrapponendo i due processi si realizza uno spoil-system camuffato da concorso. È un trucco che rafforza il potere politico a discapito dell’autonomia professionale. Non è il primo, da venti anni con simili provvedimenti si è indebolito un primato dello Stato italiano.
Il sapere del patrimonio storico

Da qui viene il pericolo per la tutela del patrimonio culturale. Non si vede sul piano formale, poiché non mancano mai nei decreti e nelle dichiarazioni ufficiali le norme di garanzia della conservazione. Ma tali rassicurazioni mostrano che la tutela è concepita come una mera apposizione di vincoli e non come un sapere del patrimonio. Soprattutto in Italia la conoscenza dell’antico è un’attività di ricerca protesa alla conoscenza dei beni e all’innovazione dei metodi. Le Soprintendenze devono essere istituzioni che organizzano la ricerca coinvolgendo le competenze accademiche, professionali e tecnologiche nei più diversi campi disciplinari. Questo presidio del sapere può essere garantito solo dall’autonomia di un Corpo professionale dello Stato.

La sciagurata separazione che il Ministero ha introdotto tra valorizzazione e tutela ha oscurato la feconda relazione tra ricerca e tutela. Si è invocata la separazione per promuovere uno sviluppo dell’economia della cultura, ma è una soluzione banale sia per la cultura sia per l’economia. Da venti anni si coltiva l’illusione di creare ricchezza con i biglietti e il merchandising che rappresentano solo una piccola componente del bilancio di gestione del patrimonio. Paradossalmente alla retorica non è seguita neppure un’efficiente gestione dei servizi. Basti pensare che per il Colosseo le concessioni della gestione ai privati sono scadute ormai da otto anni. Mentre i ministri pontificavano sulla valorizzazione, il Ministero non è stato in grado di scrivere un capitolato di gara sui servizi di museo. Dovrebbe essere l’amministrazione più esperta in materia e invece è dovuta ricorrere alla Consip per effettuare la gara. Nel frattempo Franceschini, per le altre concessioni, annuncia l’incarico ad Ales, che rischia un eccesso di statalismo proprio nel mercato dei servizi che dovrebbe far crescere imprese di qualità. Tutto ciò è il contrario di un’economia della cultura, la quale invece può alimentarsi proprio a partire da una forte qualificazione dell’attività di tutela e di restauro.

In questi campi è esplosa la domanda mondiale in seguito agli investimenti dei paesi emergenti, dall’Asia all’America Latina. C’è una richiesta crescente di formazione e di servizi qualificati nella cura del patrimonio. Se l’Italia sapesse organizzare un’offerta di alto livello avrebbe il vantaggio competitivo del brand, come si dice oggi, che viene dalla sua storia. È studiato in tutto il mondo il “metodo italiano” dell’archeologia, dell’archivistica, del restauro e della storia dell’arte, formatosi nell’insegnamento dei Bianchi Bandinelli, Brandi, Longhi e Argan. Per cogliere l’opportunità che viene dal mondo bisogna organizzare prestigiose scuole internazionali sulla tutela e il restauro, e promuovere nuove imprese capaci di esportare il nostro sapere dell’antico. Anche per questo bisogna salvare i giovani dal precariato selvaggio che in questi anni si è diffuso nel settore pubblico e in quello privato. Una ricca economia dei beni culturali cresce solo con imprese solide che rispettano la dignità e la qualità del lavoro. E soprattutto se si rilanciano gli investimenti sul patrimonio culturale.
Una legge per i beni culturali di Roma

Come dicevo all’inizio, questa conferenza ha l’obiettivo di avviare l’elaborazione di un ambizioso progetto di legge sui beni culturali della Capitale. A mo’ di esempio e per dare avvio a un dibattito tra gli esperti e i referenti istituzionali, indico quattro punti che mi paiono essenziali, ma potranno essere modificati o sostituiti nella ricerca comune che porteremo avanti.

1. Del guazzabuglio legislativo di questi anni prendiamo per buono il principio olistico per attuarlo davvero, come rafforzamento dell’autonomia scientifica e non come asservimento alla burocrazia politica e ministeriale. Pensiamo a una Grande Soprintendenza di Roma per integrare tutte le competenze della gestione e della tutela sull’ampia scala territoriale della Città Metropolitana. Al suo interno sono previste strutture specializzate nell’archeologia, nelle belle arti e nel paesaggio, negli archivi e nelle biblioteche, e nella gestione dei musei. L’integrazione funzionale deve agevolare le relazioni tra le diverse aree disciplinari per cogliere a pieno la tendenza dei beni culturali a superare le vecchie classificazioni, come si vede mirabilmente a Santa Maria Antiqua: scavo archeologico, architettura della Chiesa, restauro degli affreschi, paesaggio del Palatino, archivio multimediale. L’ampia competenza territoriale comprende tutte le epoche, non solo Roma antica con il suo suburbio, ma l’Etruria meridionale, Veio, Gabi e poi i borghi medioevali, i capolavori del Rinascimento e il paesaggio della campagna romana, ecc. Molte vecchie incongruenze trovano soluzione nella Grande Soprintendenza. In essa viene integrata scientificamente e operativamente la Soprintendenza capitolina, fatta salva la sua identità che fu garantita perfino dallo Stato pontificio e la competenza politica degli organi comunali, ottenendo una struttura più efficace del Consorzio previsto e non attuato. Il piano paesaggistico della Città Metropolitana deve superare l’attuale dicotomia con il piano naturalistico dell’Appia. Si può prevedere un Consiglio di indirizzo composto dallo Stato, la Regione e la Città Metropolitana e Comune. La base giuridica della nuova istituzione può essere ricavata dalla revisione delle norme di attuazione del principio costituzionale di Roma Capitale, scritte nel 2012 purtroppo in modo banale proprio nel settore dei beni culturali.

2. La Grande Soprintendenza è l’espressione dell’autonomia e del prestigio di un rinnovato Corpo professionale dei beni culturali. Essa costituisce l’esempio pilota per un drastico ripensamento del Ministero che deve occuparsi della strategia nazionale e lasciare tutte le incombenze amministrative, tornando all’ispirazione originaria del ’74, rappresentata nel nome da quella preposizione “per” i beni culturali che voleva indicare, secondo Spadolini, una struttura di servizio e non un’invadenza burocratica. Solo dieci anni dopo Giulio Carlo Argan osservò amaramente che il Ministero aveva seguito la vecchia impostazione ottocentesca del Segretariato e delle Direzioni centrali, relegando alla periferia organizzativa gli organi di tutela. Il grande studioso, negli ultimi anni di vita, scrisse un progetto di legge che ribaltava il modello ministeriale, ipotizzando una struttura tecnica e scientifica pienamente sovrana nella cura del patrimonio. Non se ne fece nulla, anzi negli ultimi venti anni ogni ministro ha riscritto vorticosamente le leggi aumentando solo l’invadenza politica e amministrativa. Scegliamo bene tra i predecessori, dobbiamo liberarci della paccottiglia normativa della Seconda Repubblica e riscoprire il testamento di Argan. Certo alcune soluzioni di quel progetto di legge erano datate, ma l’ispirazione è di grande attualità e può essere attuata ancora meglio con le competenze e le tecnologie di oggi. La Grande Soprintendenza di Roma deve ispirarsi all’unico esempio italiano di Corpo professionale autonomo che è quello della Banca d’Italia. La politica ha rinunciato a invadere il campo della competenza tecnica solo nel governo dell’economia, che pure si occupa di valori variabili secondo il ciclo. Ancora di più, quando si tratta dei valori eterni del patrimonio culturale si deve riconoscere l’autonomia dei saperi della tutela.

3. La nuova Soprintendenza deve diventare il più prestigioso centro di ricerca nel sapere del patrimonio storico. La conoscenza della città antica oggi è affidata al gioco casuale degli scavi collegati ai lavori edilizi e infrastrutturali. Di conseguenza quasi sempre la buona notizia di una scoperta archeologica viene presentata all’opinione pubblica come un danno per le opere pubbliche. Si dovrebbe evitare questo conflitto, pianificando gli scavi come investimento sulla conoscenza sostenuto dai finanziamenti pubblici. Si avrebbero vantaggi per tutti; gli archeologi potrebbero programmare l’attività di scavo secondo criteri scientifici, senza dipendere dall’occasionalità degli appalti; gli operatori pubblici e privati avrebbero maggiori certezze già in fase di progettazione e ridurrebbero il rischio del blocco dei lavori in fase di attuazione. Non ci sarebbe un aggravio di spesa; ai privati si potrebbe chiedere un contributo forfettario commisurato alle somme che già spendono oggi, mentre i soldi pubblici che passano per le stazioni appaltanti verrebbero affidati direttamente alle soprintendenze. Solo per la metro C sono stati investiti circa 30 milioni di euro che potevano essere affidati agli organi di tutela per un vasto programma di ricerca archeologica preventiva, diminuendo i contenziosi con le imprese. Con questo metodo la stupenda caserma dei centurioni di Adriano rinvenuta a via dell’Amba Aradam sarebbe stata scoperta con largo anticipo evitando il fermo dei lavori della metro.
Pensiamo di sapere tutto di Roma, ma la città antica non finisce di stupirci ogni volta che dedichiamo risorse alla sua conoscenza. Siamo soliti ammirarne le bellezze alla luce del sole, ma tante altre ricchezze sono ancora sepolte. Dovrebbe essere un assillo portare alla luce la Roma che ancora non vediamo e curare adeguatamente quella che ci è tanto consueta da rischiare di trascurarla. Non solo nell’archeologia, ma nei monumenti, nelle arti e negli archivi la Soprintendenza deve essere in grado di collocarsi al vertice della ricerca internazionale, in stretto coordinamento con le università e con gli istituti di formazione del restauro e dell’archivistica .
Sarebbe anche l’unica carta da giocare per dare alla capitale una nuova collocazione mondiale come prestigioso centro di formazione e di conoscenza della memoria storica. È l’unica possibilità per ricominciare ad attrarre giovani dai Paesi lontani che verrebbero ad apprendere saperi e competenze non disponibili in altre città. È una virtù che Roma ha sempre avuto e solo oggi rischia di dimenticare.

4. Infine, una legge per la capitale non può non contenere il rilancio degli investimenti pubblici. Negli ultimi trent’anni il patrimonio storico romano è sempre stato finanziato da importanti provvedimenti nazionali, prima la legge Biasini, poi la legge per Roma Capitale e infine il Piano per il Giubileo. Per la prima volta la città è sprovvista di un strumento finanziario dedicato ai beni culturali, e il ministero sembra far conto solo sulle entrate dei biglietti del Colosseo. Questa penuria di risorse rischia di ricreare situazioni di emergenza e di pericolo, come quelle che suscitarono l’appello della Soprintendenza negli anni ottanta. Soprattutto i beni comunali sono pericolosamente sprovvisti di risorse per il restauro, a causa della crisi di bilancio del Campidoglio. Le mura Aureliane oggi destano molta preoccupazione e dovrebbero essere restaurate non in modo episodico, ma secondo un progetto integrato con il recupero del tessuto urbano, per riportare allo splendore che merita il segno più forte della forma urbis.

La legge deve prevedere un programma ordinario di investimento sui beni culturali romani, individuando le regole di gestione e la continuità delle risorse. Alcuni progetti, strettamente legati alla memoria di Antonio Cederna, dovrebbero svettare come emblemi di una strategia nuova: il cerchio delle Mura Aureliane, il triangolo del parco Fori-Appia e il centro dell’antico ateneo di Sant’Ivo, che potrebbe essere liberato dagli uffici del Senato – potrei spiegarne l’importanza ai colleghi senatori -, per realizzare sotto la cupola del Borromini l’università internazionale dell’archivistica nell’epoca della transizione digitale.

Una politica ambiziosa per i beni culturali romani è il compito più importante che si può dare la nostra generazione rispetto alle successive. È la più grande responsabilità del governo nazionale rispetto ai cittadini del mondo. La tutela non è solo un vincolo, è una generazione di conoscenza per il passato e per il futuro di Roma.

Il primo Soprintendente di Roma è stato Raffaello: fu nominato da Leone X nel 1515 “praefectus marmorum et lapidum omnium”, che non era propriamente una funzione di tutela, ma gli conferiva una posizione esclusiva nel recupero dei materiali antichi. Il grande artista andò oltre proponendo al Papa – con un’approfondita relazione (Il Pianto di Roma, Fogola, Torino, 1984) – un programma di ricerca sull’archeologia al fine di “mettere in disegno” l’intera città antica. La proposta procurò all’artista ammirazione non inferiore a quella suscitata dai capolavori della sua pittura. Il compianto degli umanisti per l’improvvisa morte di Raffaello, di lì a due tre anni, era dettato più dall’amarezza di non vedere avverata la grande opera di archeologia promessa, che non dalla perdita di uno dei primi artisti della loro epoca. Non esisteva ancora la Soprintendenza, ma era già una bella parola.



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