La battaglia del Colosseo

9 giugno, 2017

Riproduciamo i servizi usciti su la Repubblica del 9 giugno dedicati alla sentenza del Tar che boccia il Parco archeologico del Colosseo.

hipogeo-colosseo

L’ultima battaglia del Colosseo
di Francesco Erbani
Piove sulla testa del ministro Dario Franceschini e sulla sua riforma dei Beni culturali ma ancora di più rischia di diluviare nel prossimo futuro. Si attende per giovedì la decisione del Consiglio di Stato sulla richiesta di sospendere le sentenze del Tar che hanno defenestrato cinque direttori di musei. E già da lì potrebbero arrivare acuti dolori per il ministro. Ma il nuovo pronunciamento del Tar di mercoledì, che ha annullato il Parco archeologico del Colosseo, dei Fori, del Palatino e della Domus Aurea trasforma la falla che si era aperta nella riforma in un pericoloso squarcio che potrebbe far affondare l’intero impianto voluto da Franceschini.
Il Colosseo è pur sempre il Colosseo e alla sua autonomia erano affidate molte delle chanche di buona riuscita della riforma. Ma la sentenza di mercoledì può anche trascinare con sé altri ricorsi sia contro singoli direttori sia contro la procedura in sé che ha portato loro ed altri al vertice dei musei nella seconda tranche del concorso (per la prima i termini sono chiusi). Da più parti infatti si sente dire che sarebbero in arrivo ricorsi collettivi.
Al ministero la replica è compatta: abbiamo ragione e faremo appello al Consiglio di Stato anche contro quest’altra sentenza. Dario Franceschini è intervenuto ieri a un convegno sulle periferie al quale ha partecipato anche il vice sindaco di Roma Luca Bergamo, firmatario del ricorso al Tar, ma della sentenza sul Colosseo il ministro non ha fatto parola. Nel frattempo, però, al ministero si studiano le conseguenze che avrà la sentenza: chi governerà il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma? In attesa che il Consiglio di Stato confermi o smentisca il Tar, tutto torna nella competenza della Soprintendenza guidata da Francesco Prosperetti. Ma contemporaneamente risorge o no anche l’altra Soprintendenza, quella che curava il patrimonio fuori le Mura Aureliane, sparita dopo la nascita del parco del Colosseo? Non è questione da poco: in ballo, per esempio, c’è il vincolo sull’Ippodromo di Tor di Valle, che potrebbe far saltare la costruzione dello stadio della Roma. Chi deve confermare la procedura avviata dall’allora soprintendente Margherita Eichberg e per la quale stanno scadendo i termini?
Sono comunque i beni culturali romani e il loro assetto fissato dalla riforma l’epicentro del terremoto provocato dalla sentenza di mercoledì. Un terremoto che scuote strutture indebolite nel tempo e che ancora faticano ad assorbire le trasformazioni imposte dalla riforma. E che sembra non finiscano mai. È infatti possibile che i direttori di altri musei della capitale siano oggetto di nuovi ricorsi. E questo mentre la riorganizzazione voluta dal ministero incontra inciampi di diversa natura.
Il Parco archeologico dell’Appia Antica, per esempio, ha una direttrice, Rita Paris, ma non ancora una sede. La pianta organica, poi, è tutta sulla carta, non essendoci una dotazione di personale ed essendo bloccata la mobilità interna. La conseguenza è che per qualunque esigenza ci si appoggia alla Soprintendenza sia per gli archeologi impegnati negli scavi, sia per gli amministrativi, i quali s’incaricano di stilare il bilancio.
Un’altra conseguenza, sempre ammesso che il Consiglio di Stato ribalti la decisione del Tar, è che il concorso per la direzione del Colosseo venga comunque rinviato. Per questo incarico erano arrivate oltre ottanta domande, una quindicina delle quali dall’estero. Ed erano state fissate le date dei colloqui a fine giugno. Ma già le due precedenti sentenze del Tar, una delle quali aveva colpito il direttore austriaco del Palazzo Ducale di Mantova, Peter Assmann, avevano diffuso pesanti dubbi sulla bontà della procedura. Dubbi rinforzati dalla decisione del Tar di mercoledì.
“Non si può frammentare la gestione”
Intervista ad ADRIANO LA REGINA

«Le strutture che governavano l’archeologia romana andavano certo aggiornate, ma si è preferito distruggerle ». Adriano La Regina è drastico nella sua opposizione alla riforma voluta da Dario Franceschini. Dal 1976 al 2004 è stato lui a reggere le sorti di tutto il tessuto antico della capitale. E il suo auspicio è che, dalla sentenza del Tar, se venisse confermata, venga fuori un governo unitario di questo patrimonio. «Ma non si può guardare a Roma isolandola dal contesto ».

In che senso?
«Roma ha subito la stessa sorte di altri luoghi. Si è voluto rompere il rapporto fra soprintendenze e musei, non rispettando una serie di principi sacrosanti. I musei avevano bisogno di maggiore autonomia. Bisognava correggere una serie di imperfezioni, ma la direzione di marcia doveva restare unitaria».
E invece?
«E invece, se parliamo di Roma, si è voluto tornare a una frammentazione contro la quale si era combattuto nell’ultimo quarto del Novecento».
Per lei la soluzione è tornare a una soprintendenza unica come quella che lei ha diretto?
«Non bisogna mai guardare al passato. E non lo farò certo io. Ma è indubbio che solo con una visione unitaria si può governare l’immenso patrimonio archeologico romano, che non è solo il Colosseo o l’area archeologica centrale. Con una visione unitaria e lontana dalle influenze politiche».
Ma lei ritiene ci siano le condizioni per creare una struttura simile?
«Auspico che si arrivi a questo. Ma allo stato mi pare difficile. Vedo soltanto un accanimento per trarre da questo patrimonio quanto più profitto possibile ».
Fr. Erb.
“Ma innovare resta l’unica vera chance”
Intervista a GIULIANO VOLPE
Giuliano Volpe, archeologo, presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, è fra i principali sostenitori della riforma Franceschini.
Che cosa resta di quella riforma, se le sentenze del Tar venissero confermate?
«Mi auguro che il complesso del provvedimento non venga smantellato a colpi di sentenze. Che il Consiglio di Stato ripristini quello che il Tar ha annullato. Ma in generale avrei voluto vedere progetti alternativi, non ricorsi amministrativi».
Ma lei condivide tutto della riforma?
«È un tentativo ambizioso, innovativo che, a differenza di quanto sostengono molti oppositori, apre un rapporto produttivo fra musei e territori: basti vedere le manifestazioni di sostegno da parte delle comunità locali a due direttori come Paolo Giulierini ed Eva Degl’Innocenti.
Certo, qualcosa andrebbe perfezionata».
Cioè?
«Sono indispensabili nuovo personale e risorse crescenti. Inoltre ho sempre manifestato perplessità sui poli museali. Ma il mio sostegno allo sforzo innovativo è pieno».
Il Tar ha contestato le procedure di selezione. Lei le difende?
«Non ho seguito il lavoro della Commissione, ma sapendo com’era composta mi risulta difficile pensare abbiano commesso le irregolarità che i giudici contestano. Certo non è semplice valutare in un colpo prima venti poi altri dieci direttori. Ma sarebbe stato impossibile costituire trenta commissioni in così breve tempo. E mi auguro che per il futuro si cambi questa procedura».
Che cosa prevede per Roma?
«Spero che Stato e Comune possano comunque operare in maniera congiunta, come auspicato dalla commissione che ho presieduto nel 2014. Sono convinto che il Parco non contraddiceva quella prospettiva».
Fr. Erb.


I commenti sono chiusi.