Mibact, i buchi neri della riforma

13 ottobre, 2017

appia_antica_2-7-05_062Pubblichiamo il testo dell’interrogazione che Walter Tocci ha presentato nei giorni scorsi al Senato sulle disfunzioni provocate dalla riforma del Mibact voluta dal ministro Dario Franceschini

Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo

Premesso che nelle disposizioni generali del decreto ministeriale n. 44 del 23 gennaio 2016, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 59 dell’11 marzo 2016, del processo di riorganizzazione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, si individuano quali obiettivi generali della riforma: “rendere più efficiente l’amministrazione periferica di tutela del patrimonio culturale”; la necessità che, nelle soprintendenze di archeologia, belle arti e paesaggio (SABAP), “sia assicurata la presenza di tutte le professionalità specifiche richieste per un adeguato svolgimento delle funzioni di tutela del patrimonio culturale”; “la necessità di valorizzare il patrimonio archeologico della Nazione”. Più in generale, l’intento è l’affermazione di una visione olistica del patrimonio culturale, come ribadito in più occasioni dallo stesso Ministro in indirizzo;

 

considerato che:

la riorganizzazione del sistema delle soprintendenze sul territorio nazionale provoca in diversi casi effetti opposti rispetto a quelli prefissati dall’intervento normativo;

nella separazione tra musei e soprintendenze la suddivisione del personale determina in alcuni casi la mancanza del numero minimo di competenze che sono necessarie per lo svolgimento degli adempimenti di legge;

nella separazione si creano difficoltà logistiche e gestionali nell’utilizzo degli strumenti comuni, soprattutto delle documentazioni d’archivio indispensabili per lo svolgimento dei compiti di istituto;

l’attribuzione delle professionalità non sempre corrisponde alle responsabilità che devono assolvere le diverse strutture territoriali;

la frammentazione delle competenze spesso smentisce la promessa del principio olistico e anzi rende impossibile la gestione integrata di sistemi culturali di forte carattere unitario;

le disfunzioni sopra richiamate trovano esempi concreti in molte realtà territoriali, come negli esempi che seguono;

a Roma è clamorosa la smentita del principio olistico. I Fori e il Colosseo sono ricaduti sotto la responsabilità di una nuova soprintendenza denominata “parco archeologico”, la cui competenza si arresta a porta Capena, non comprendendo l’importante area del foro Boario che ne è parte integrante. Qui subentra un’altra soprintendenza appellata come “speciale”, la quale gestisce soltanto un piccolo tratto che termina a porta San Sebastiano. Dalle mura, infatti, il cammino ricade sotto la gestione del parco archeologico dell’Appia, il quale, a sua volta, opera nello stesso territorio di competenza di una preesistente istituzione di emanazione regionale, conosciuta come parco dell’Appia. Infine, su varie parti insiste da sempre anche la soprintendenza capitolina che gestisce beni di grande rilievo, ivi compresi i Fori imperiali e il circo di Massenzio. Pertanto, sono ben 5 le istituzioni, tre statali, una regionale e una comunale, preposte al governo della più importante area archeologica del Paese;

l’estrema frammentazione di competenze impedisce la gestione integrata del complesso Fori-Appia, il quale è sempre stato considerato un sistema unitario proprio in base agli studi e alle pianificazioni che gli uffici ministeriali hanno promosso a suo tempo con il coinvolgimento della cultura urbanistica romana, di Italo Insolera, Antonio Cederna e Leonardo Benevolo;

inoltre, la recente sentenza del Consiglio di Stato ha precisato che il direttore del parco archeologico del Colosseo svolge funzioni di valorizzazione tecnica ed economica e solo “sporadicamente” si occupa anche di tutela. Da tale autorevole dichiarazione nasce quindi l’interrogativo su chi debba svolgere la tutela di uno dei più importanti monumenti al mondo, visto che la riorganizzazione ministeriale ha lasciato scoperta proprio tale funzione;

ancora, l’Appia antica non solo è separata dall’area archeologica centrale, di cui rappresenta la naturale prosecuzione, ma anche separata da sé stessa, essendo stato escluso dalla sua competenza il “I miglio” della strada dove sono situati importanti monumenti. Tale articolazione rappresenta un grave ostacolo per lo sviluppo di progetti culturali e la gestione della strada antica. All’opposto, sono stati inclusi nel parco archeologico siti estranei o comunque diversi dalla via Appia. Si pensi a Lucrezia Romana, Sette Bassi e al Parco degli Acquedotti, i quali gravitano piuttosto intorno alla via Tuscolana in condizioni logistiche e infrastrutturali lontane dalla strada antica. Oltre tutto il nuovo parco dell’Appia è privo di una sede agibile per le attività tecniche e amministrative, ed è dotato di scarse entrate proprie, pur trattandosi di un territorio molto vasto e ricchissimo di monumenti con elevati costi di conservazione e tutela. Inoltre, l’esiguo personale impiegato non è in grado di soddisfare un livello ottimale di tutela, che ricomprenda la gestione degli scavi, dei restauri, dei progetti mirati alla crescita e la realizzazione dei servizi per i visitatori;

in Sardegna, con la separazione del sistema dei musei, passati in gestione al polo museale regionale, le soprintendenze hanno perso la sede materiale in cui facevano confluire i dati delle ricerche sul territorio. Emblematico è il caso del museo archeologico nazionale di Nuoro, nato grazie alla presenza di un nucleo periferico della soprintendenza archeologica del nord Sardegna. I dipendenti sono stati divisi tra due uffici: quello del nucleo periferico della soprintendenza, che però è rimasta senza una sede, assegnata al polo museale regionale, e quello appunto del polo, al quale alla fine è rimasto solo il personale di custodia del museo archeologico. Divise, le due realtà sono diventate troppo piccole per costituire un ufficio efficiente. Inoltre, i tecnici, i pochissimi storici dell’arte e architetti, così come gli sparuti archeologi e restauratori, hanno scelto in massa di restare nelle soprintendenze, mentre i custodi sono passati per legge al polo, il quale è invece sprovvisto delle necessarie professionalità. Attualmente, sugli 11 musei sardi solo 2 hanno un direttore. Il museo archeologico nazionale di Sassari ha un reggente provvisorio; al museo archeologico nazionale di Nuoro, al compendio garibaldino e al memoriale Garibaldi di Caprera, alla pinacoteca di Sassari e all’antiquarium di Porto Torres ci sono solo i custodi. Infine, il sito preistorico di monte d’Accòddi e il nuraghe di Barùmini, proclamato dall’Unesco patrimonio mondiale dell’umanità, hanno una precaria gestione che funziona solo per la collaborazione dei rispettivi Comuni;

in Campania, la nuova organizzazione ha seguito spesso criteri irrazionali e comunque non fondati sul piano culturale e territoriale ed è stata realizzata senza un’adeguata ripartizione delle professionalità necessarie. L’unione tra Salerno e Avellino registra una scarsissima dotazione di personale qualificato, ad esempio sono disponibili soltanto tre archeologi. Parimenti, la situazione è allarmante nelle altre province campane, in quanto si annotano un solo archeologo per la provincia di Caserta e uno per il centro storico di Napoli. Con il nuovo parco archeologico dei Campi Flegrei si è operata una netta cesura tra la tutela dei monumenti e quella del territorio che rimane sotto la competenza della soprintendenza. La soprintendenza speciale per i beni archeologici di Pompei ha ceduto gran parte del suo territorio a favore della soprintendenza dell’area metropolitana di Napoli, senza tenere conto dei confini comunali. È il caso di Castellammare di Stabia, dove la collina del Varano e la reggia del Quisisana restano affidate a Pompei. Diversamente, il resto del territorio comunale è transitato sotto la direzione della soprintendenza della città metropolitana, eccezion fatta per una piccola parte di Gragnano, coincidente grosso modo con l’antica Stabiae. A Torre Annunziata, invece, è rimasta con la soprintendenza di Pompei solo l’area delle ville, insieme allo spolettificio e la real fabbrica d’armi. A Boscoreale la villa Regina e l’antiquarium, a Torre del Greco villa Sora, a Lettere il castello. Infine, appare discutibile la scelta di attribuire alla soprintendenza di Pompei il polverificio borbonico di Scafati (Salerno). Infine, la soprintendenza della città metropolitana non dispone dei documenti e degli archivi, poiché sono rimasti in capo alla soprintendenza di Pompei;

in Lombardia, la nuova SABAP di Mantova, Cremona e Lodi non ha ereditato né sedi fisiche, né struttura amministrativa di precedenti istituti, e dispone di personale adeguato per garantirne il funzionamento. Oltre tutto, emerge un generale indebolimento della figura professionale dell’archeologo. La mancanza di un soprintendente archeologo in tutta la regione non favorisce la reale comprensione delle problematiche che richiedono il possesso di specifiche competenze tecniche;

in Friuli-Venezia Giulia si è spezzata la tradizionale gestione unitaria dei beni di Aquileia: museo archeologico nazionale, museo paleocristiano e aree archeologiche. La nascita del polo museale nazionale ha comportato la dispersione del sito fra ben 3 soggetti: Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, SABAP e una fondazione pubblico-privata. Il passaggio automatico di tutti i custodi al polo museale ha comportato gravi scompensi organizzativi per la soprintendenza, fino a non poter assicurare l’apertura al pubblico dei beni di sua competenza; è stata azzerata la sorveglianza durante l’intero arco della giornata, salvo sporadici controlli da parte dei custodi. Inoltre, la nomina nel 2015 dei direttori dei musei del polo (teoricamente 6 strutture) è stata effettuata solo per Aquileia, mentre sono rimasti vacanti Cividale, Grado e Miramare. Pur gestendo 4 musei archeologici, il polo museale dispone solo di funzionario archeologo, 2 storici dell’arte e un architetto; e risultano del tutto inadeguati anche gli uffici amministrativi e tecnici,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno presentare al Parlamento una relazione dettagliata sullo stato d’attuazione della riorganizzazione delle soprintendenze di archeologia, belle arti e paesaggio e se ritenga raggiunti gli obiettivi di efficienza amministrativa individuati;

quale programma operativo e finanziario sia stato approntato per applicare le norme secondo coerenti quadri organizzativi e di gestione del personale;

quale struttura del Ministero si occupi a tempo pieno della tutela del Colosseo e dei Fori dal momento che la sentenza del Consiglio di Stato ha precisato che l’attuale direttore del parco archeologico svolge solo “sporadicamente” tale delicatissima funzione;

se, dopo aver costituito il parco archeologico autonomo dell’Appia antica, separandolo dalla soprintendenza di Roma, abbia provveduto a dotare l’istituto di mezzi e risorse per il suo mantenimento e la sua crescita.



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