Giuseppe Chiarante
Introduzione
Ho ritenuto opportuno
raccogliere in un libro di rapida lettura una serie di scritti che nel
corso degli ultimi mesi ho dedicato alla tanto discussa "Patrimonio
S.p.A" e, più in generale alle disposizioni legislative che prevedono la
possibilità di alienare, per fare cassa, beni appartenenti al patrimonio
culturale dello Stato; o che, comunque, affacciano l’ipotesi di
affidarli in concessione a una gestione di tipo privatistico che
inevitabilmente comporterebbe limiti sia per un'efficace azione di
tutela sia per la fruizione e il godimento pubblico. Ho integrato questa
raccolta di scritti - quasi tutti già apparsi, anche se talvolta in
forma ridotta, su giornali o riviste - con precisazioni e annotazioni
che arricchiscono l'argomentazione o la rafforzano con dati o documenti.
Nella seconda parte del volume mi e' invece parso opportuno riunire
altri interventi, anch'essi molto recenti o comunque elaborati negli
ultimi anni, che si riferiscono a problemi diversi da quello delle
alienazioni e delle concessioni, ma che hanno una connessione molto
stretta con il ragionamento di fondo che sta all base degli scritti
raccolti nella prima parte.
C'è un filo rosso che, in modo molto evidente, percorre e unifica il
libro. Esso sta nella preoccupazione, in me e non solo in me molto
forte, per la preminenza che negli ultimi tempi e' venuta via via
assumendo - in modo più palese nel campo dei beni culturali, ma con
conseguenze molto negative anche in altri campi delle attività
culturali, dalla scuola alle varie forme di comunicazione - una visione
che tende a subordinare la cultura e la politica che la riguarda a
un'impostazione di tipo economistico e alla pervasiva ideologia
liberista. Tale subordinazione produce, infatti, conseguenze devastanti.
Non solo perché apre pericolosamente la strada a distorsioni in senso
aziendalistico e mercantilistico nell'elaborazione delle politiche
culturali. Ma perché spinge a smarrire o comunque ad annebbiare il senso
profondo del valore della cultura e del patrimonio culturale: quel senso
profondo che sta nell'essere un elemento essenziale dell'identità di un
popolo, nel costituire un fondamento da cui non si può prescindere per
un avanzato sviluppo umano e civile, nel rappresentare un fattore
qualificante per la formazione di una personalità libera e matura.
Decisivo, perciò, è riaffermare, contro questa perversione
economicistica, che il fine fondamentale delle politiche culturali deve
essere nella valorizzazione della risposta che la cultura dà ai più alti
e più ricchi bisogni dell’uomo: e quindi nell’avanzamento della ricerca
e della conoscenza, nell’ampliamento della sfera delle libertà, nella
fruizione da parte di un numero crescente di donne e di uomini di quanto
di meglio la storia umana ha prodotto.
Proprio per questo mi è parso e mi pare giusto sottolineare due
contraddizioni apparentemente paradossali che caratterizzano la
situazione attuale. La prima è che – si tratta di un esempio, ma è un
esempio molto significativo: ho perciò voluto dedicare ad esso il primo
saggio raccolto nel volume – mentre la classe dirigente dello Stato
italiano di fine ‘800 (uno stato davvero povero e con basi ancora molto
fragili) dopo lunghe discussioni dovute appunto alle difficoltà
economiche avvertì come dovere nazionale procedere all’acquisto di un
autentico tesoro come la Galleria e la Villa Borghese, viceversa la
classe dirigente dell’opulenta Italia di oggi, ottava potenza
industriale al mondo, non esita a considerare la possibilità di vendere
o dare in concessione anche parti importanti del patrimonio culturale
pubblico per ridurre il deficit del bilancio statale. Senza per nulla
sopravvalutare i governi di fine Ottocento, questo confronto è
estremamente indicativo della miseria della cultura politica oggi
dominante.
Il secondo apparente paradosso (e questo vale non solo per i beni
culturali, ma per tutti i settori della cultura) è che proprio quando
l’avanzamento scientifico e tecnologico e il dispiegamento delle forze
produttive potrebbero ormai consentire – tanto più in un paese ad
elevato reddito come l’Italia, e più in generale in tutto l’Occidente –
di ridurre il tempo di lavoro e di dedicare una quota sempre più
rilevante delle energie materiali e umane non a un’indefinita corsa alla
crescita illimitata della produzione e del consumo di merci, ma alle più
ricche e libere attività umane quali quelle dalla conoscenza e della
cultura, proprio in questo momento prevale una concezione che tende a
subordinare le attività formative e culturali a criteri economicistici o
addirittura a una visione mercificante.
Ho parlato di contraddizioni “apparentemente paradossali” perché, in
realtà, esse non si basano solo su errate valutazioni soggettive, ma
affondano le radici in quel processo di “controriforma conservatrice”
che a partire dagli anni ottanta si è sviluppato su scala mondiale. Un
processo che certamente è stato favorito anche dalla crisi e dagli
errori, spesso devastanti, delle ideologie e dei movimenti progressisti:
ma che proprio per questo ha colpito al cuore le idee di preminenza
dell’interesse pubblico, di regolazione del mercato, di impegno
prioritario per la promozione dell’interesse sociale e delle attività
formative e culturali, ossia quelle idee che erano state la base
portante di una fase storica che, particolarmente in Europa, resta
caratterizzata come la fase di realizzazione di un’esperienza di
indubbio valore quale quella dello “Stato sociale”. Anche l’autonomia
della cultura e delle politiche culturali è stata duramente violata
dalla tendenza che questa controriforma conservatrice ha fatto emergere
in modo sempre più marcato.
Per quel che in particolare riguarda l’Italia e, più specificamente, il
settore dei beni culturali, non è certo un caso se già negli anni
ottanta – cioè poco dopo che per tali beni era stato costituito in
Ministero apposito, a proposito del quale si era assicurato (a mio
avviso in termini illusori, come già allora ebbi a dire) che avrebbe
avuto una struttura “atipica”, essenzialmente “scientifica e tecnica” –
cominciò a manifestarsi la tendenza a spostare l’accento dai problemi
specifici della tutela alla possibile redditività economica del
patrimonio artistico e culturale. La prima iniziativa di questo tipo, di
cui molto si discusse, fu quella dei famosi “giacimenti culturali”,
promossa da De Michelis (che – va notato perché è significativo – era
ministro dei Lavori Pubblici e non dei beni culturali). Quest’iniziativa
si tradusse nella dispersione di molte centinaia di miliardi – molti per
l’epoca e tanto più rispetto al poco che di solito si dedicava ai Beni
culturali – senza alcun costrutto e non portò dunque ad alcun risultato
positivo. Ma segnò una strada e contribuì a formare una mentalità. E
infatti di lì a pochi anni seguì l’enfasi che si creò attorno alla
proposta dei cosiddetti “servizi aggiuntivi”: cioè quei servizi
(libreria, bar, ristorante guardaroba, ecc) che certamente sono
necessari per agevolare i visitatori dei musei e che senza dubbio
possono dare anche un certo reddito, ma che sono, appunto, un elemento
di supporto e che in nessun modo possono diventare un fine. Poi vennero,
via via, le leggi che in vario modo hanno, con crescente insistenza,
spostato l’attenzione verso soluzioni di tipo privatistico e
aziendalistico nella gestione dei beni culturali: sino a quel vero salto
di qualità in negativo – la gestione del bene come merce, il fare cassa
come fine – che caratterizza provvedimenti legislativi come quello che
istituisce la “Patrimonio S.p.A”.
Su due punti voglio ancora richiamare l’attenzione, prima di concludere
questa premessa: il primo è che , fortunatamente, una reazione così
delle forze della cultura come delle associazioni impegnate in questo
campo almeno in qualche misura c’è stata (in particolare contro i
pericoli di una politica di privatizzazione e di alienazione) e ha
costretto in più di un caso i governanti anche a passi indietro,
rettifiche, correzioni, ricerca di soluzioni di compromesso: il peggio,
che si temeva, non si è ancora del tutto verificato. E’ anche vero, però
che si sono prodotte conseguenze negative che sarà assai difficile
riassorbire. Mi riferisco, in particolare, al privilegio dato agli
aspetti spettacolari di una politica di tutela (le mostre, i restauri di
richiamo, gli eventi, ecc.) rispetto all’impegno quotidiano di studio e
di conservazione; all’attenzione concentrata sul museo piuttosto che sul
territorio ( sino a separare, proprio nelle maggiori città d’arte, il
primo dal secondo); al crescente disinteresse per quelle strutture che
non esercitano l’attrazione che ha il patrimonio artistico in senso
stretto e che tuttavia svolgono – penso alle biblioteche, agli archivi
ecc. – un ruolo decisivo per lo sviluppo culturale di un paese.
Soprattutto, ha subito un colpo assai duro quello che era, e in parte è
ancora, l’aspetto più qualificante del patrimonio culturale italiano:
cioè quella sua diffusione e stratificazione sul territorio che per
tanto tempo ha fatto dell’Italia un paese unico al mondo. Anni di lotta
per reagire alla speculazione urbanistica e alla devastazione dell’ambiene,
per richiamare l’attenzione sui centri storici sul paesaggio, sui valori
ambientali, sul complesso legame fra il bene culturale e il contesto più
generale in cui è inserito, rischiano di essere annullati dalle tendenze
mercantilistiche ed economicistiche prevalse nell’ultimo periodo. Porre
rimedio a questa situazione richiederà un impegno di ampio respiro e di
lunga lena.
Il secondo punto è che non solo il settore dei beni culturali, ma il
complesso della cultura e delle attività che lo qualificano è stato
negativamente investito da questo processo. Nei giorni in cui scrivo
questa introduzione, per esempio, è soprattutto l’organizzazione della
ricerca scientifica che sta subendo duri colpi: non solo per il taglio
dei finanziamenti che già da molti mesi era stato annunciato; ma col
commissariamento del maggiore ente (il CNR) , coll’annullamento o la
radicale riduzione delle forme di autonomia e di autogoverno
democratico, colle decisioni dall’alto sul nuovo assetto di enti,
centri, istituti, con la palese volontà di subordinare tutto il settore
alle decisioni governative. Ma non è molto migliore la situazione di
altri settori: dall’università – dove un’autonomia gestionale fortemente
condizionata dalla contrazione dei finanziamenti pubblici e
un’impostazione fortemente pofessionalizzante in senso praticistico
stanno determinando un processo di americanizzazione in senso deteriore
– al complesso dell’attività formativa e scolastica (rinvio, al riguardo
all'analisi specifica sviluppata nel volume): per non parlare delle
insidie sia per un reale pluralismo democratico sia per la qualità
culturale dei prodotti che si presentano in modo sempre più marcato nel
campo dell’informazione, delle attività di spettacolo, della
comunicazione e soprattutto nel settore televisivo.
E’ doveroso dire, infine, che la sinistra – in particolare quella che ha
avuto un ruolo di governo, ma non solo essa – non è certo immune da
responsabilità per ciò che è accaduto negli ultimi due decenni. Se
infatti si è realizzata un’autentica egemonia, nei diversi campi, delle
ideologie della destra conservatrice – il mercato, l’impresa, il
privato, in generale la prevalenza assegnata ai valori economici
rispetto ad ogni altro criterio di valutazione – è anche perché debole è
stata la resistenza opposta a queste ideologie. Anzi in molti casi esse
hanno fatto presa - in Italia e fuori d’Italia – anche negli
orientamenti di larghi settori della sinistra e nelle politiche da essa
praticata.
Ciò si è verificato – si potrebbe osservare – in tutti i settori
dall’organizzazione civile e sociale. Ma senza dubbio ha pesato
particolarmente nel campo della cultura, dove la libertà della ricerca e
della sperimentazione, l’autonomia dai vincoli di mercato, la preminenza
dell’arte o delle scienze sull’economia sono condizioni essenziali per
un più fecondo sviluppo. Si è così aggravato quel già difficile rapporto
con la ricerca culturale più innovativa e più avanzata che durante tutto
il Novecento ha rappresentato un handicap – accanto alla
prevalente ideologia produttivistica – nello sforzo di affrancarsi
compiutamente dall’egemonia del capitalismo e creare così le condizioni
per cominciare davvero a costruire una propria egemonia.
Proprio per questo ho voluto inserire al termine del volume, un breve
saggio – una riflessione appena accennata sul Novecento da Boccioni a
Gehry - che non è la conclusione un po’ stravagante di una serie di
scritti dedicati a questioni ben più attuali. Con questa riflessione ho
invece voluto ricordare che il limite economicistico ha attraversato,
durante il secolo che si è appena concluso, tutta la storia della
sinistra anche nelle esperienze storicamente più rilevanti e ha inciso
in particolare sul rapporto fra politica e cultura. Ciò ha significato,
in sostanza, il permanere di una subalternità all’ideologia
capitalistica: una subalternità che ancora non è risolta. Fare i conti
con questi problemi non è dunque, per la sinistra, un tema secondario o
collaterale: al contrario è uno dei temi di fondo che essa, proprio in
un momento di grave crisi è chiamata ad affrontare.