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Giulio Carlo Argan
Vi parlo di un nostro
maestro.
La milizia
intellettuale di
Ranuccio Bianchi
Bandinelli
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in
«Annali dell’Associazione Ranuccio Bianchi
Bandinelli, fondata da Giulio Carlo Argan», n. 17, Graffiti editore, Roma 2005,
pp. 121-124.
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Intitolando la sua rivista
«Dialoghi di Archeologia» Bianchi Bandinelli pensava sicuramente ai suoi
allievi, perché nella sua scuola tutto era dialogo, nulla sapere impartito.
Amava molto la scuola, la lasciò quando si persuase che, per salvare la scuola,
bisognava lasciare l’università. La lasciò, anche, per dedicarsi interamente ad
una grande impresa scientifica, l’Enciclopedia dell’Antichità. Il dialogo
seguitava, un’enciclopedia è un lavoro di gruppo: convoca gli studiosi da ogni
parte del mondo per fare il punto dello stato di avanzamento di una disciplina,
ma anche per inquadrarla in una cultura generale. Aveva il senso profondo
dell’etica del lavoro scientifico; amava la ricerca, ma non ricusava i doveri
che ne discendevano. La prima forma dell’intelligenza, per lui, era la
generosità e quindi l’impegno, anche politico. Subito dopo la guerra accettò di
fare il Direttore generale delle Belle Arti: sapeva benissimo ch’era un arido
lavoro burocratico in condizioni, poi, particolarmente difficili. Ma era un
dovere, verso la cultura e verso il Paese. L’Italia era ancora in rovine, molte
opere d’arte italiane rubate dai nazisti erano ancora in Germania (e molte ci
sono ancora) dove Siviero si dava da fare a recuperarle. Io ero alle sue
dipendenze dirette e quel lavoro comune per me fu una scuola.
Era già comunista, un’altra
ragione per essere intransigente quando si tratta del pubblico interesse. Lasciò
la direzione generale perché non poteva fare tutto ciò che la coscienza gli
imponeva: magari denunciare per collaborazionismo e truffa qualche gran signore
che vendeva quadri antichi a Goering ma, conoscendone i gusti più autentici, vi
aggiungeva in regalo il vino e i salumi dei suoi poderi.
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Lo ammirai soprattutto perché,
davanti al disastro e senza soldi in cassa, riusciva a trovarne abbastanza
per finanziare qualche scavo. Pensava che soprattutto era importante
mantenere vivo lo spirito della ricerca: per conservare le cose bisogna
conservare la mentalità che vuole conservate le cose. L’importante era non
rompere l’unità teorico-pragmatica della scienza. Il teorico deve sapere
discendere alle cose se vuole che poi dalle cose si possa risalire al
grande disegno storico e alla teoresi, magari alla filosofia dell’arte. Mi
sovvenni di Lui e del suo impegno pratico, e della serenità e dello
spirito con cui lo adempiva, quando imprevedutamente fui fatto sindaco di
Roma e mi trovai travolto in una valanga di cure che non avevano niente a
che fare con i miei studi. Mi accorsi che non erano poi tanto estranee,
forse niente è estraneo alla cultura: cercare di tenere pulita Roma
(invano, purtroppo) è come nettare un’opera d’arte imbrattata.
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Ranuccio Bianchi Bandinelli,
Autoritratto, 1921
(dal catalogo della
mostra
"Ranuccio Bianchi
Bandinelli
e il suo mondo", Bari
2000)
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Oggi rifletto a molte strane
coincidenze del mio destino col suo e naturalmente anche alla comune scelta
politica. Nulla di casuale: tutt’e due ci eravamo formati nella tradizione della
scuola viennese di storia dell’arte, dove si partiva dalla scheda per arrivare
al trattato, ma senza mai perdere di vista la cosa artistica, il suo essere un
manufatto soggetto ai guasti del tempo. Studiare la storia dell’arte era lo
stesso che prender cura delle cose, besorgen.
Fin da quando, giovanissimo
ancora, esordì brillantemente con gli studi sulla cultura etrusca di Roselle e
Sovana lo tormentava il dilemma che non l’abbandonò mai più: archeologia o
storia dell’arte? È il nodo di tutto il suo lavoro. Come tutti gli studiosi
della sua e poi della mia generazione è stato idealista e crociano: solo al
tempo della guerra, credo, ebbe l’illuminazione di Gramsci. Il disgusto della
rettorica, che per la verità il Croce ha sempre alimentato negli intellettuali,
portava ad una critica radicale dell’archeologia italiana: per la ritardata
mentalità antiquariale, anzitutto, ma anche per l’asservimento alla megalomania
fascista, per gli scempi che autorizzava a cominciare da Roma, per lo scarso
rigore nella ricerca e nel restauro dei monumenti, per l’abuso di falsi concetti
come quello di «romanità». Indubbiamente l’idealismo lo avviò a scelte di gusto
molto severe, ma del tutto spregiudicate.
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Oggi è di moda dire che il
criterio di qualità implica una valutazione soggettiva, che una scienza
rigorosa non ammette; e in fondo è giusto che i mediocri difendano i
mediocri. Eppure è proprio con le sue scelte qualitative che Bianchi
Bandinelli ha rovesciato il quadro della storia dell’arte classica. Quando
uscì la Storicità dell’arte classica fu come ci cadessero le bende
dagli occhi. Non era una questione di arte o non- arte. La storia
dell’arte classica che ci avevano insegnato gli archeologi era in realtà
la storia di una cultura figurativa aulica o ufficiale e dunque non storia
dell’arte, ma storia del potere vista attraverso l’arte. Benché assai più
complesso, il punto di vista di Bianchi Bandinelli riportava ai primi
storici romantici come il Fauriel, che preferiva la civiltà dei
conquistati a quella dei conquistatori: Bianchi Bandinelli accantonava gli
artisti di palazzo, parlava di provincia invece che di metropoli, di
artigiani pieni di genio o di spirito invece che di artisti laureati. E
non era una veduta populista: l’analisi, come nell’ammiratissimo Riegl,
era sempre scrupolosamente condotta sulle forme. |

Giuria della sezione "arti
figurative"
delle olimpiadi della gioventù,
maggio 1950.
da sinistra:
rappresentante della Casa Mazzocco,
Aldo Calò, Giuseppe
Capogrossi, Felice Casorati,
Ranuccio Bianchi
Bandinelli, Giulio Carlo Argan,
Enrico Galassi, Renato
Guttuso.
(dal catalogo della
mostra
"Ranuccio Bianchi
Bandinelli
e il suo mondo", Bari
2000)
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Come sempre Bianchi Bandinelli,
pur così bravo nel disegnare grandiose sintesi di epoche intere, ha dedotto
dalla sua teoria tutte le conseguenze d’ordine pratico: al punto che proprio da
quella generale premessa critica è disceso un nuovo modo di concepire e condurre
lo scavo: non più per trovare tesori o documenti sensazionali, ma il modesto
tessuto di una cultura, gli strumenti della vita quotidiana, le testimonianze
delle attività quotidiane. In una parola, la trama di quella che oggi chiamiamo
cultura materiale e che, in verità, ci porge una quantità d’informazioni
infinitamente maggiore che quelle che può dare un imponente monumento,
espressione delle grandi istituzioni del tempo.
Da questa prima formulazione,
almeno in Italia, di una metodologia fondamentalmente marxista degli studi di
archeologia uscì anche, e fu portata avanti dai discepoli, una nuova modalità
della progettazione, dell’attuazione, dell’interpretazione dello scavo: non più
concepito come caccia al tesoro, ma come ricostruzione organica del tessuto
della cultura. Ciò che doveva, o almeno avrebbe dovuto, essere il principio di
un mutamento radicale della politica della tutela del patrimonio culturale:
ancora fatta di divieti e di limiti sempre meno rispettati invece che di
interventi diretti, in positivo, nello sviluppo della politica della città e del
territorio. Era una prospettiva culturale e politica estremamente promettente,
quella ch’egli aprì in Italia dopo la Liberazione; ma fu precipitosamente
richiusa da quel provincialismo culturale che Bianchi Bandinelli odiava e che
ancora non soltanto prospera, ma viene coltivato con sollecito zelo nei patrii
giardini.
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Forse il dialogo che questa
rivista, con il suo nuovo corso, dovrà coraggiosamente portare avanti non
è precisamente un dialogo tra maestri ed allievi, ma un dialogo più aperto
tra civiltà antiche e civiltà moderna. Bianchi Bandinelli volle chiarire,
vivendolo in proprio in tutte le sue contraddizioni, anche drammatiche,
che cosa sia la civiltà moderna, ardentemente desiderando che il suo
confronto con l’antico fosse il confronto tra due momenti della storia e
non tra una storia e una cronaca, talvolta nera. Nessuno può vedere
realizzato tutto ciò che spera. Ma certo tutto ciò che poteva essere
fatto, nella sua disciplina e nella sua pratica esistenza, affinché
l’epoca moderna fosse un’epoca storica, Bianchi Bandinelli lo ha fatto con
un’intelligenza, un coraggio, una fermezza e una serenità da rimanere, per
gli intellettuali di tutto il mondo, esemplari. |

Giulio Carlo Argan e Ranuccio
Bianchi Bandinelli nel 1956
durante
la cerimonia di saluto per il
congedo
di Lionello Venturi
dall'insegnamento
(dal catalogo della
mostra
"Ranuccio Bianchi
Bandinelli
e il suo mondo", Bari
2000)
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