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Beni culturali, basta il silenzio e ristrutturi la villa del '500
Stefano Miliani
l'Unità, 8 marzo 2005
Il ministero ha provato a equiparare i beni architettonici e
paesaggistici a un normale appartamento: il pericolo pare sventato, ma se vale
il principio del silenzio-assenso che accade?
ROMA Per il patrimonio artistico non c'è proprio modo di star tranquilli né di
abbassare la guardia. Che pericolo aleggia adesso, vi chiederete? Che uno possa
decidere di fare lavori su beni architettonici o paesaggistici di sua proprietà,
dimore antiche o parchi, per esempio, chieda il permesso, ma se l'autorizzazione
non gli arriva entro un certo periodo, si presume 120 giorni, vale il principio
del silenzio-assenso: ovvero che la mancata risposta della pubblica
amministrazione equivalga a un sì. Pare invece scongiurato (ma è bene essere
vigili) il rischio che basti un'autocerficazione amministrativa da spedire al
Comune per avere via libera come se si trattasse di un normale appartamento. Le
associazioni che si occupano di tutela e ambiente per sicurezza lanciano
l'allarme. Perché le conseguenze, sostiene Giuseppe Chiarante
dell'associazione Bianchi Bandinelli, sarebbero «devastanti».
Oggi se qualcuno vuole ristrutturare il proprio palazzo del '400, il parco, il
giardino all'italiana, un bene di valore storico-artistico o paesaggistico e
vincolato grazie alla legge di tutela del 1939, deve ottenere l'autorizzazione
della soprintendenza competente. Se uno avvia i lavori fregandosene bellamente e
viene scoperto, rischia parecchio. Non vale la regola per i normali interventi
di ristrutturazione che possiamo fare a casa nostra, ad esempio se dobbiamo
rimettere in sesto un soffitto ballerino perché non ci cada in testa in un
edificio di pochi decenni fa, senza alcun pregio: per far questo intervento,
pagate il dovuto, spedite la «Dia», una Dichiarazione di inizio attività alla
direzione urbanistica del Comune, e il documento vale automaticamente come
autocer-tificazione. Siete nel rispetto delle regole purché l'amministrazione
pubblica non vi stoppi entro 60 giorni. Il provvedimento risale al 1990, dal
1993 è regola generale per legge, ma esclude i beni culturali e basta il buon
senso a intendere il perché: il patrimonio artistico e paesaggistico può certo e
legittimamente essere proprietà privata, ma in fondo è anche della collettività,
non lo si può trattare in piena libertà. Eppure c'è chi ha pensato di sì. Anche
se il ministro della funzione pubblica Mario Baccini (la proposta è partita dai
suoi uffici) l'altro ieri ha dichiarato che i beni culturali, loro no, non si
toccano.
Stamattina l'argomento arriva in sede di pre-consiglio dei ministri, in
settimana dovrebbe arrivare al consiglio vero e proprio. Si tratta di una bozza
in un disegno per modernizzare lo Stato, sveltire la burocrazia, in cui il
ministero della funzione pubblica ha provato a estendere l'autocerti-ficazione
di inizio attività (la «Dia» di prima) al patrimonio culturale e paesaggistico
in una norma definita «Semplificazione della regolamentazione». Oltre tutto
applicando anche il principio del «silenzio-assenso»: via libera automatico se
non arriva una risposta entro i tempi stabiliti (se vale come principio generale
per tutta l'amministrazione si suppone che sarà di 120 giorni). Magari nessuno
si accorge della richiesta, le soprintendenze hanno poca gente e poco tempo,
nessuno se ne accorge, la risposta non arriva e uno magari ti trasforma la casa
sette-ottocentesca senza renderne conto ad alcuno se non al proprio portafoglio.
Ma se n'è accorto il direttore della Scuola Normale di Pisa nonché consigliere
del ministro per i beni culturali Urbani Salvatore Settis che, il 22 febbraio,
ha lanciato una pubblica denuncia. Allora il ministro Urbani ha dichiarato più
volte che per i beni culturali vincolati lui è contrario e si oppone. Bene, però
è già successo che il principio del silenzio-assenso riguardo alla vendita di
beni di valore sia passato perché così voleva l'ex ministro all'economia
Tremonti, nonostante il no proprio di Urbani. «Ci sono diverse versioni del
testo - spiega il capo ufficio legislativo dei Beni culturali Mario Torsello -
La prima versione in effetti prevedeva l'applicabilità ai beni culturali del
silenzio-assenso, in un'altra è escluso, l'ultima non è stata diramata e ne
discutiamo oggi, il problema rimane se il principio del silenzio-assenso
riguarderà tutte le istanze rivolte alla pubblica amministrazione. Quanto alla
Dia, il ministero alla funzione pubblica ha dato la disponibilità a escludere i
beni culturali». In vista del rischio le associazioni si mobilitano: Italia
Nostra, la Bianchi Bandinelli, l'Assotecnici per la tutela dei beni culturali,
con un appello da sottoscrivere sul sito www.patrimoniosos.
Silenzio-assenso -
Distruggere un Paese
Vittorio Emiliani
l'Unità 10/03/2005
Con la Super DIA, cioè
con la Dichiarazione Inizio Attività molto estesa e col meccanismo del
silenzio/assenso in caso di mancata o tardiva risposta degli organi tecnici di
controllo e di tutela entro 30 giorni, il governo Berlusconi finirà per
intaccare le fondamenta di parti essenziali dello Stato.
«Possiamo prenderlo sul serio?», si era chiesto un grande esperto, un ex
ministro, Sabino Cassese, sul Corriere della Sera.
«Se dovessimo prenderlo sul serio, lo Stato avrebbe chiuso i battenti»; in
effetti è in questione il valore stesso della legalità. Ora ne sembrano esclusi
beni e paesaggi vincolati. Ma per tutti gli altri la svolta (nel buio) sarà
davvero epocale. Non bastavano, e avanzavano, i vari condoni, le varie
sanatorie?
«La primissima bozza del provvedimento» prevedeva - l'ha confermato ieri alla
Camera il ministro Urbani - l'estensione della «semplificazione», col silenzio/
assenso incorporato, al settore, delicatissimo, dei beni culturali e ambientali.
Lo stesso ministro, riconoscendo che il vincolo è «perfettamente conforme alla
migliore tradizione liberale di questo Paese», ha escluso, sulla base dei dati
ricevuti dagli uffici, che la cura Berlusconi-Baccini possa estendersi al
patrimonio culturale e al paesaggio.
«Queste sono le considerazioni che ribadirò al prossimo consiglio dei ministri».
Parole tranquillizzanti. Bisognerà vedere in quale conto verranno tenute al
tavolo del governo. Anche ai vari condoni Urbani disse di no. Senza essere,
malauguratamente, ascoltato.
Che cosa verrà approvato.
Del provvedimento di "semplificazione" sono girate almeno tre versioni. Dovrebbe
trattarsi di un decreto-legge, quindi subito esecutivo, senza finti dibattiti
preventivi, inserito nelle misure sull'incremento della competitività.
Quando verrà approvato. C'è chi dice al prossimo consiglio dei ministri, ma non
è certo. Allora quando? Quando le forze di governo troveranno una non facile
intesa politica. Se si tratterà di disegno di legge, i tempi, ovviamente, si
allungheranno.
"Carta di riserva. In ogni caso, il governo ha presentato una carta di riserva:
alla Commissione Affari Costituzionali del Senato, da metà novembre, è in
discussione un emendamento di «semplificazione» che prevede forme di
auto-certificazione in tutti i campi, escludendo difesa, pubblica sicurezza,
salute, immigrazione, giustizia fino a ieri vi erano inclusi pure i beni
culturali e ambientali vincolati. Con 30 giorni per dire un sì o un no.
Altrimenti il silenzio-assenso, cioè mano libera alle speculazioni e alle
manomissioni più disastrose. Anche sui lavori del Senato bisogna
quindi vigilare molto attentamente. Come chiede, allarmato, il senatore Sauro
Turroni.
Beni culturali. Esclusa, stando ad Urbani, l'estensione della Super DIA ad
immobili e ambienti vincolati, rimangono
taluni dubbi. L'articolo 5 - secondo la lettura fatta da «Patrimonio SOS» che ha
promosso con Italia Nostra, Wwf, FAI, etc., un vibrante appello di protesta -
conferisce al Commissario straordinario preposto a progetti strategici
poteri altrettanto straordinari, senza alcun bisogno di convocare Conferenze di
servizi con le Soprintendenze.
Mano libera quindi, totalmente?
In un altro articolo, il controllo doganale viene «semplificato» anche per i
beni culturali. Misura gravissima: il traffico clandestino di opere d'arte e
soprattutto di preziosi reperti archeologici in partenza dall'Italia è
fiorentissimo, anche se sono ormai tanti i recuperi operati da Carabinieri e
Finanza Allentando però le maglie, «tombaroli» e mercanti ne trarranno vantaggi.
Verrà cancellato o rimarrà?
Cosa succede al Ministero
La presa di distanza, piuttosto netta stavolta, di Giuliano Urbani dallo
smantellamento dei vincoli sui beni culturali e ambientali (la prima legge sul
paesaggio reca la firma del massimo filosofo liberale del '900, Benedetto Croce)
ha suscitato echi positivi. Si attende pero il consiglio dei ministri.
Un j'accuse. Ieri e stato tuttavia reso pubblico un autentico j'accuse contenuto
nella lettera inviata a Urbani da Libero Rossi, segretario della Cgil Funzione
pubblica-Beni culturali. In essa si sottolineano autentici «buchi neri» come:
a) la mutilazione del Nuovo Codice «dei suoi contenuti più interessanti e più
rigorosi» attraverso la condonabilità degli abusi paesaggistici;
b) il «salto nel buio» della riforma del Ministero, con Direzioni regionali
istituite con personale rastrellato da Soprintendenze di settore già carenti di
tecnici e quindi ulteriormente indebolite nel loro ruolo fin qui essenziale sul
territorio;
c) una politica molto sbilanciata a favore dell' imprenditoria privata,
«finalizzata a toglierà all'Istituzione Pubblica il proprio ruolo centrale nel
sistema della tutela e conservazione»;
d) la riduzione drastica degli investimenti programmati dal Ministero, vicina al
70 per cento nel settore dei beni architettonici e paesistici (il più
minacciato);
e) in quattro anni, nessun aumento né aggiornamento della (scarsa) dotazione di
mezzi («un qualsiasi ufficio comunale di un piccolo paese è più dotato di mezzi
di una grande Soprintendenza»).
Probabilmente il Bel Paese - quello già protetto da vincoli - scamperà allo
smantellamento dei controlli pubblici preventivi. Ma, come si vede, la tutela si
è già tanto indebolita dal 2001 ad oggi. Come non era mai successo. Una svolta
negativa epocale.
Crespi: no all'autocertificazione per il patrimonio culturale
Giulia Maria Mozzoni Crespi
06-MAR-2005 CORRIERE DELLA SERA
Come ha sottolineato Sabino Cassese su queste stesse pagine,
regna troppa confusione attorno al provvedimento sulla «competitività» e in
particolare sulle nonne che serviranno a semplificare le procedure burocratiche.
Confusione tanto più inquietante perché non è stato chiarito in modo
inconfutabile se la «semplificazione», e dunque la possibilità di fare a meno di
licenze e autorizzazioni per avviare qualsiasi attività (economica,
architettonica e quant'altro), riguardi o meno anche il settore dei beni
culturali. Non bastano le rassicurazioni fornite dal ministro della Funzione
pubblica Baccini secondo cui la norma non riguarderà i beni culturali, quelli
ambientali e i vincoli urbanistici e regionali.
E per quanto siamo solidali col ministro Urbani, che si è detto contrarissimo
all'utilizzazione della dichiarazione d'inizio attività per bypassare i vincoli
esistenti, riteniamo indispensabile l'esplicita esclusione dei beni culturali e
paesaggistici dall'uso della pia (dichiarazione di inizio attività, ndr) in
sostituzione del nul-la-osta amministrativo. Che equivarrebbe al definitivo
smantellamento del sistema della tutela.
Chiediamo dunque che venga innanzitutto reso noto il provvedimento che sarà
posto all'approvazione del Consiglio dei ministri nella settimana entrante,
uscendo una volta per tutte dall'ambiguità delle troppe e contraddittorie
versioni ora in circolazione della norma. E che il dispositivo dia piene
garanzie sull’ esclusione dell'autocertificazione per quanto concerne gli atti
rilasciati dalle amministrazioni preposte alla tutela dei beni culturali e
paesaggistici, nonché alla tutela dell' ambiente.
Ci appelliamo a tutti i parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione, che
hanno a cuore il futuro dei nostri beni culturali e del nostro paesaggio,
affinché non venga promulgata una legge contraria ai principi della
Costituzione.
*Presidente del FAI - Fondo per l'Ambiente Italiano
Caro presidente del Consiglio, lei conosce il bosco di Olmè?
09-03-2005
Desideria Pasolini dall’Onda*
Qualcuno certamente criticherà questo mio editoriale che rivolgo,
oltre che ai soci e agli amici e lettori, anche al presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi.
Possibile - diranno molte persone - che con tutto quello che succede in Italia
quanto a devastazioni dell’ambiente Italia Nostra focalizzi la propria protesta
e indignazione su un trascurabile bosco veneto?
Di questo infatti voglio parlare: il bosco Olmè di Cassalto che si estende tra
le province di Venezia e Treviso.
Sito di interesse comunitario, zona di protezione speciale, ultimo lembo di
millenario bosco planiziale, icona del paesaggio agrario nel quale è inserito e
di cui è parte integrante.
Di fronte al progetto di una nuova strada provinciale che dovrebbe fiancheggiare
il lato occidentale del bosco la soprintendenza del Veneto orientale ha opposto
un secco no: tutte le valutazioni d’impatto ambientale affermano che il progetto
avrebbe esiti disastrosi per il bosco e il suo habitat.
Ma Comuni, Province e Regione hanno fatto un appello direttamente al presidente
del Consiglio, chiedendogli di “superare” l’ostacolo rappresentato dalla
soprintendenza.
Per questo, signor Presidente del Consiglio, questo editoriale è diretto anche a
lei.
Parlo del bosco di Olmè ma potrei parlare del treno che sta sventrando il centro
storico dell’Aquila contro il parere della soprintendenza, o della tranvia che
da Scandicci arriverà alla stazione centrale di Firenze attraversando l’Arno e
tagliando in due il celebre parco delle Cascine, o della manomissione dei parchi
della Maddalena e del Gennargentu ...
È vita quotidiana per noi: ogni giorno sezioni e consigli regionali denunciano
l’assurda situazione in cui ci troviamo. Stato contro Stato.
Prepotenza, affarismo e noncuranza delle leggi contro cittadini e funzionari che
svolgono con impegno e serietà il loro importantissimo lavoro.
Dunque se parlo del trascurabile bosco di Olmè è soprattutto per dire che
sebbene Italia Nostra sia un’associazione apartitica che raccoglie le più
disparate opinioni, tuttavia oggi troviamo sempre più difficile mantenere la
nostra posizione di equidistanza. Abbiamo sperato a lungo di trovare una sponda
di dialogo per capire cosa sta accadendo alla tutela. Ogni giorno ci troviamo di
fronte allo stesso muro.
Ne trarremo le nostre conclusioni, signor Presidente del Consiglio.
Dopo la sistematica distruzione delle Soprintendenze: LA TUTELA?
CARTA STRACCIA
Salvatore Settis
22-febbraio-2005, La Repubblica
In arrivo un nuovo, gravissimo assalto al principio
costituzionale della tutela del patrimonio culturale. Continua così, a meno di
un anno dall'entrata in vigore del Codice Urbani, il sistematico progetto di
smantellare quel che esso conserva (ed è molto) delle norme di tutela affermate
dalle leggi Bottai del 1939 e ribadite dalla Costituzione repubblicana. È di
ieri l'approvazione della legge-delega sull'ambiente, che contiene una
sciagurata sanatoria di ogni possibile illecito paesaggistico, anche i più
gravi, in tutto il territorio nazionale.
La proposta di indiscriminato condono (in deroga anche al Codice Penale!) di
tutti i reati di ricettazione e commercio illecito di beni archeologici e
artistici è stata per fortuna espunta dalla Finanziaria, ma ripresentata come
legge ordinaria da alcuni deputati di Forza Italia. Il governo intende varare
questa settimana un nuovo atto normativo che sotto l'innocua etichetta di
«Semplificazione della regolamentazione» contrabbanda la morte annunciata della
tutela in questo Paese.
La formula magica è "Dia", ossia "Dichiarazione di inizio di attività": secondo
l'articolo 19 della legge 241/1990, quando sia necessaria l'autorizzazione
pubblica di alcune attività private sulla base di prerequisiti certi,
l'autocertificazione di tali prerequisiti (Dia) può sostituire il nulla-osta
amministrativo, salvo che l'amministrazione competente vi si opponga entro 60
giorni.
Questa, che doveva essere un'eccezione alla regola, fu trasformata in regola
generale con la legge 537/1993 (articolo 2), ma ne restavano pur sempre esclusi
i beni culturali vincolati ai sensi della legge di tutela del 1939 (così fino al
luglio 2004 nel disegno di legge A.C. 3890-B).
Con la nuova normativa proposta dalla Funzione Pubblica, al contrario, questa
eccezione viene soppressa, e per la prima volta nella storia d'Italia anche le
autorizzazioni relative a beni soggetti a tutela vengono sottoposte al
meccanismo della Dia.
Di conseguenza, per esempio, il principe Torlonia potrebbe vendere domani
(previa Dia) la sua collezione archeologica (la più grande al mondo in mani
private), il proprietario di un palazzo storico potrebbe abbatterlo per
costruire al suo posto un condominio, e cosi via.
L'intero sistema della tutela viene cosi governato non più dall'art. 9 della
Costituzione, bensì dal pessimo principio del silenzio-assenso che (si
ricorderà) fu introdotto dalla legge 269/2003 (art. 27) a proposito
dell'alienazione di beni culturali pubblici.
Il Codice Urbani era allora in discussione, e la Commissione Cultura della
Camera raccomandò al governo che, nell'approvare il Codice, il silenzio-assenso
venisse cancellato in quanto incoerente coi principi della tutela. Avvenne
l'opposto, e per un diktat di Tremonti il silenzio-assenso s'insediò nel Codice
(art. 12).
Come ha scritto sul Sole-24 ore (9 maggio 2004) un eccellente giurista, Silvio
Martuccelli, è questo uno «strano modo di utilizzare ìl silenzio-assenso. Nato
per tutelare il cittadino dinanzi all'inerzia della pubblica amministrazione,
per una sorta di eterogenesi dei fini diventa un espediente tecnico attraverso
il quale lo Stato, a danno della collettività, elude il vincolo di
inalienabilità dei beni culturali».
Il silenzio, continua Martuccelli, non ha di per sé alcun significato giuridico.
È il legislatore che sceglie se attribuirgli un significato, e quale. Se (nel
caso dell'alienazione di beni culturali pubblici) il legislatore avesse
privilegiato l'interesse a tutelarli, avrebbe attribuito all'eventuale silenzio
dell'amministrazione il valore di un diniego; poiché gli ha dato invece valore
di assenso, è chiaro che ha considerato l'interesse a vendere come prevalente
sulla tutela. Perciò Martuccelli denunciava «con forza l'assoluta illegittimità
costituzionale di una norma scritta in totale spregio dell'art. 9 della
Costituzione».
Il ministro Urbani ha sostenuto che il silenzio-assenso è un corpo estraneo al
suo Codice, e vale comunque solo in sede di prima applicazione. Vorremmo
potergli credere, ma la nuova normativa in discussione al Consiglio dei Ministri
dimostra il contrario: e cioè che si intende estendere il silenzio-assenso alle
"dichiarazioni di inizio attività" sui beni finora oggetto di garantite
procedure di tutela.
Il concetto stesso di tutela viene in tal modo abbattuto a cannonate, e il
valore precettivo dell'art. 9 della Costituzione viene ignorato o irriso.
L'esercizio della tutela da parte delle pubbliche amministrazioni, da
obbligatorio che era, diventa opzionale e discrezionale, con effetti devastanti
sullo stesso Codice Urbani, trasformato da un giorno all'altro in carta
straccia.
Si capovolge, calpestando la cultura giuridica del Paese, il rapporto fra l'art.
9 della Costituzione (che non a caso, ce lo ricorda l'incessante magistero del
Presidente Ciampi, figura fra i suoi Principi Fondamentali) e gli articoli
41-42: la libera iniziativa e la proprietà dei privati diventano principio
fondamentale, mentre la tutela dei beni culturali diventa una eventualità
subordinata e accessoria. La Costituzione viene stravolta e deturpata, contro
ogni principio, da una norma ordinaria, senza passare per il Parlamento.
L'ipotesi poi che le Soprintendenze, ridotte a inseguire le Dia per poter
esercitare gli ultimi brandelli di quella che fu la tutela, possano
efficacemente operare entro i termini perentori del silenzio-assenso, è un
ulteriore insulto al buon senso dei cittadini, e un estremo sberleffo ai
funzionari del settore, già mortificati dall'umiliante e persistente taglio di
ogni risorsa economica. È a tutti noto che da alcuni decenni le nuove assunzioni
di personale tecnico-scientifico sono inferiori al 20 per cento dei
pensionamenti. Per fare un solo esempio, nei ruoli degli archeologi risulta oggi
non coperto un quarto dei posti di un organico già più che esiguo (471 posti per
tutta Italia!); quasi del tutto vuoto è il gradino iniziale della carriera (CI),
dunque manca ogni turn-over e l'amministrazione è al collasso.
All'indomani di una riforma del Ministero che ha gonfiato praeter necessitatem i
ruoli dirigenziali, più del 30 per cento delle Soprintendenze sono coperte per
reggenza, cioè da un supplente d'emergenza, e manca chi possa coprirle a pieno
titolo. Intanto, in piena schizofrenia organizzativa, da un lato si aboliscono
alcune Soprintendenze (come quella egittologica di Torino, o quella dell'Etruria
meridionale, stranamente accorpata col Lazio), dall'altro se ne creano di nuove
(a Lucca, a Lecce, a Verona).
Funzionari di altissima qualità, che sulla base di una legge dello scorso agosto
avevano dichiarato la propria disponibilità a restare in servizio per alcuni
anni, sono stati messi alla porta poche settimane fa. È questo il caso non solo
di Adriano La Regina a Roma, ma di Annamaria Petrioli Tofani agli Uffizi, di
Ernesto Milano alla Biblioteca Estense di Modena, di Maria Augusta Morelli
Tìmpanaro all'Archivio di Stato di Pisa.
Anche quando la sostituzione sia di ottimo livello, non si è fatto che spostare
il problema altrove: è il caso della Soprintendenza archeologica di Roma
affidata ad Angelo Bottini, che ha però lasciato scoperta quella per la Toscana,
una delle zone archeologiche cruciali per il Paese.
La funzionalità delle Soprintendenze non è un discorso di bassa cucina. L'art. 9
della nostra insidiatissima Costituzione, prescrivendo che la Repubblica«tutela
il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione», rinvia (come ha
dimostrato il bel libro di Francesco Saverio Marini Lo statuto costituzionale
dei beni culturali, 2002) alle norme e strutture di tutela in vigore quando la
Costituzione fu approvata: rispettivamente, le leggi Bottai del 1939 e
l'organizzazione delle soprintendenze territoriali.
Perciò il depotenziamento della tutela (come risulterebbe dalla nuova norma
sulle Dia) e la defunzionalizzazione delle Soprintentendenze sono altrettante (e
convergenti) offese alla Costituzione e alla cultura giuridica e istituzionale
del Paese. I cittadini, che la Costituzione vuole titolari e proprietari del
patrimonio culturale della Nazione, saranno ridotti a spettatori impotenti di
uno scempio senza nome?
Un tema come la tutela, che risuona nelle coscienze di moltissimi italiani, non
è e non deve essere appannaggio di questa o di quella parte politica. A tutti sì
possono rimproverare errori (per esempio, la carenza di nuove assunzioni e
l'obsolescenza delle strutture sono da imputarsi a tutti i governi degli ultimi
vent’anni almeno, senza eccezioni).
Ma sulle questioni di principio, sul carattere del nostro patrimonio culturale
come costitutivo della storia e dell'identità del Paese, noi cittadini dobbiamo
esigere dai politici di ogni parte, che noi e non altri abbiamo delegato ad
amministrare la cosa pubblica, il rigoroso rispetto dei principi costituzionali.
È accaduto pochi mesi fa quando non solo l'opposizione, ma parti significative
della maggioranza e dello stesso Governo bloccarono la vergognosa proposta di
condono ai tombaroli e ai ricettatori; può e deve accadere ancora con quest'altra
proposta non meno indecente
Beni culturali, ultimo scempio
Salvatore Settis
la Repubblica, 8 marzo 2005
IL CASO
Ore decisive per la "semplificazione amministrativa". Rischio-cemento su città e
palazzi storici
SI POTRÀ evitare lo scempio annunciato dei beni culturali autorizzato dalle
norme in arrivo sulla "semplificazione amministrativa"? Dopo il Consiglio dei
ministri di venerdì e le confuse dichiarazioni di membri del governo, nessuno sa
ancora se queste norme si applicheranno o no ai beni culturali. Già sono escluse
dall'ambito di applicazione altre materie (difesa, pubblica sicurezza,
giustizia, salute) : aggiungere alla lista i beni culturali è una soluzione
ragionevole.
Tanto che — dopo l'allarme dell'opinione pubblica in seguito alla denuncia di
questo giornale e di associazioni come il Fai e Italia Nostra— a proporla è
stato lo stesso ministero dell'Economia. Fare il contrario vorrebbe dire, lo
abbiamo ampiamente argomentato in queste pagine, la licenza di uccidere città,
monumenti e paesaggi: a questo esito porterebbe infatti, l'indiscriminata
applicazione della "dichiarazione di inizio attività" (dia) ai beni culturali,
con un meccanismo di silenzio-assenso che vanifica ogni azione di tutela.
Palazzi storici potrebbero essere sventrati o abbattuti impunemente, collezioni
e opere d'arte vendute senza alcun controllo. L'intero sistema della tutela ne
uscirebbe devastato. Le soprintendenze, che annaspano in una perpetua mancanza
di personale per l'annosa mancanza di assunzioni, non potrebbero neppur sognare
di star dietro alla valanga di "dia" che si apprestano a invaderle.
II presidente del Consiglio e il ministro della Funzione pubblica hanno
dichiarato che i beni culturali saranno, appunto, esclusi dal provvedimento. Ma
la situazione è tutt'altro che chiara: se due ministeri importantissimi per un
tema come questo (Economia e Beni Culturali) hanno chiaramente optato per questa
soluzione, non altrettanto chiara è la posizione della Funzione pubblica. Mentre
il ministro Baccini si associa al presidente del Consiglio nel gettare acqua sul
fuoco, il capo del suo ufficio legislativo, Vincenzo Nunziata, sembra deciso a
insistere: a quel che pare, almeno per lui il meccanismo della "dia" deve
prevalere sulla tutela. Ma con ciò non solo il Codice dei beni culturali, ma lo
stesso art. 9 della Costituzione diventerebbe cartastraccia. Per giunta, il
provvedimento contiene anche una "semplificazione amministrativa" che
comporterebbe la fine di ogni controllo doganale sui beni culturali, con ciò
generando indiscriminate e mas-sicce esportazioni; e perfino una norma sulla
"accelerazione di opere strategiche" che in nome del pubblico interesse darebbe
a un commissario straordinario il potere di prendere decisioni (per esempio,
costruire un'autostrada su un sito archeologico) senza nemmeno consultare le
soprintendenze.
Sabino Cassese ha scritto sul Corriere della Sera del 5 marzo che, «se dovessimo
prendere sul serio» una legge come questa «lo Stato avrebbe chiuso i suoi
battenti». In questa generale débàcle, è facile prevedere che il primo ad essere
smantellato sarebbe quel glorioso pezzo di Stato che è il sistema della tutela,
in cui l'Italia è stata ed è di modello al mondo intero. Ma con esso
crollerebbero il nostro paesaggio e il nostro patrimonio culturale, che sono la
nostra storia e la nostra identità, ma anche il vero fattore di unicità
dell'Italia, l'inimitabile "marchio di fabbrica" che attrae e incanta da secoli
visitatori di tutto il mondo. Roma, Firenze, Napoli diventerebbero come la
Maurilia delle Città invisibili di Italo Calvino: «II viaggiatore è invitato a
visitare la città e nello stesso tempo a osservare certe cartoline che la
rappresentano com'era prima (...) Per non deludere gli abitanti occorre che il
viaggiatore lodi la città nelle cartoline e la preferisca a quella presente,
riconoscendo che la magnificenza e prosperità di Maurilia divenuta metropoli, se
confrontate con la vecchia Maurilia provinciale, non ripagano d'una certa grazia
perduta, la quale può tuttavia esser goduta adesso solo nelle vecchie cartoline
(...) Essa ha questa attrattiva in più, che attraverso ciò che è diventata si
può ripensare con nostalgia a quella che era». Ma in realtà «le vecchie
cartoline non rappresentano Maurilia com'era, ma un'altra città, che per caso si
chiamava Maurilia come questa».
Riconosceremo, fra dieci anni, le nostre città? La nostra Italia? O dovremo
guardarla con nostalgia in vecchie cartoline? Dipende solo da noi. Ma se questo
invito alla barbarie travestito da "semplificazione amministrativa" dovesse
passare calpestando la Costituzione, allora sarà meglio cominciare a far
collezione di cartoline. Travolte, col favore di un'alluvione di "dia", da
un'immensa colata di cemento, fra pochi anni le città invisibili non saranno
l'invenzione narrativa di uno scrittore. Saranno le stesse città in cui oggi
viviamo. O meglio ne porteranno il nome; ma ci appariranno irriconoscibili ed
estranee.
Beni Culturali, cade
il vincolo del silenzio assenso
La Repubblica 11/3/2005
Oggi il Consiglio dei Ministri vara il testo di legge sulla "semplificazione
amministrativa": esclusa la norma per il patrimonio artistico
ROMA — II patrimonio artistico italiano non sarà sottoposto al vincolo del
"silenzio assenso". Dopo le proteste del ministero dei Beni Culturali, la
denuncia di Repubblica e del Fai sui rischi delle nuove norme contenute nella
legge sulla "semplificazione amministrativa", oggi il consiglio dei ministri
varerà un testo dal quale sono esclusi i Beni Culturali, insieme ad altri
dicasteri.
Una decisione fortemente auspicata dal ministro Giuliano Urbani, perché
applicare il silenzio assenso a tutto ciò che riguarda il patrimonio artistico,
vorrebbe dire, come ha scritto alcuni giorni fa Salvatore Settis su questo
giornale, «la licenza di uccidere città, monumenti, paesaggi».
«A questo esito porterebbe appunto l'indiscriminata applicazione della Dia,
dichiarazione di inizio attività, ai Beni Culturali, con un meccanismo di
silenzio-assenso che vanifica ogni azione di tutela. Palazzi storici potrebbero
essere sventrati o abbattuti impunemente, collezioni e opere d'arte vendute
senza alcun controllo. L'intero sistema della tutela ne uscirebbe devastato».
Come precisa infatti Settis, «le soprintendenze che annaspano in una perpetua
mancanza di personale per l'annosa mancanza di assunzioni, non potrebbero
neppure sognare di stare dietro alla valanga di "dia" che si apprestano a
invaderle».
Oggi comunque, a meno di ripensamenti dell'ultimo momento, il Consiglio dei
ministri varerà un testo che scongiura per i Beni Culturali la norma del
silenzio assenso. Un pericolo in meno per il già molto dissestato patrimonio
artistico italiano.