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Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli
Istituto di studi, ricerche e formazione fondato da Giulio Carlo Argan
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11
novembre 2005 - Giornata di protesta
Beni
Culturali e Ambiente, una Italia da rifare
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Comitato per la Bellezza e Associazione
Bianchi Bandinelli
promuovono una Giornata di protesta nazionale:
"Beni
Culturali e Ambiente, una Italia da rifare"
(Venerdì 11 novembre, ore
10, Salone della FNSI corso Vittorio Emanuele, 349 - 2° piano).
Inizio ore 10.00
Presiede e introduce Giuseppe
Chiarante
Relazione di Vittorio Emiliani:
Cultura, Beni Culturali e Ambiente, una Italia da rifare.
Interventi programmati:
Marisa Dalai: Le professioni della
tutela, patrimonio da salvare.
Irene Berlingò (Assotecnici):
Beni e
Attività Culturali, eutanasia di un Ministero.
Gaetano Benedetto (Wwf Italia):
Terremoto Ambiente, dal Ministero alla politica.
Lo stato dell’amministrazione
statale, testimonianze di Gianfranco Cerasoli (segretario Uil-BAC),
di Claudio Calcara (segretario Cisl-BAC) e di
Libero Rossi (segretario Fp-Cgil BAC).
Dibattito
Conclusioni di Luigi Manconi.
Chiusura ore 13.45
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MATERIALI della GIORNATA di
PROTESTA
Programma dell'iniziativa
(in formato pdf)
Testo dell'appello "Una Italia da rifare"
(in formato word)
Relazione introduttiva di Vittorio Emiliani (in formato word)
Intervento di Irene Berlingò (in formato word)
Intervento inviato da Libero Rossi
(impossibilitato a partecipare) (in formato word)
RASSEGNA STAMPA
| APPELLO
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ADESIONI all'Appello
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Appello a
Romano Prodi: una Italia da rifare
Perchè negli
impegni politici il territorio non sia Cenerentola
Per tutela
dell’ambiente, del paesaggio, del territorio, del patrimonio
storico-artistico, perchè il nostro futuro non rimanga una cenerentola
negli impegni politici. Vittorio Emiliani propone questo appello e
invita docenti universitari, uomini di cultura, persone che possano
orientare l’opinione pubblica a sottoscriverlo indirizzando le adesioni
a Vittorio Emiliani.
Si prega di indicare anche la qualifica e l'ente culturale presso cui
opera
Il nostro Paese ha bisogno di una terapia d’urto, ha detto Romano Prodi,
di una rianimazione, di una vera e propria ricostruzione: morale,
politica, legislativa, comportamentale. L’idea-cardine di “interesse
generale” è stata, a nostro avviso, molto indebolita, in certi casi
divelta, coi vari condoni, con normative che intaccano il patrimonio di
tutti premiando furbi e criminali e punendo i cittadini onesti.
Nella tutela dell’ambiente, del paesaggio, del territorio, del
patrimonio storico-artistico del Bel Paese il centrodestra ha prodotto
una rottura epocale rispetto ai criteri di fondo plurisecolari che
salvaguardavano i beni pubblici, i beni di tutti, fruibili da tutti. Su
di essi si sono basate le leggi dell’Italia moderna e, più vicino a noi,
quelle sui piani paesistici, sui parchi, sulla difesa del suolo, sulle
acque, eccetera. La vendita di pezzi del patrimonio culturale pubblico
per fare cassa, lo stesso Codice Urbani pieno di buchi e di ambiguità,
le norme devastanti previste dalla legge-delega ambientale confermano la
ferita storica inferta, nelle idee e dei fatti, al Bel Paese, alla sua
tradizione riformatrice. Ferita da sanare al più presto.
L’apparato di garanzie pubbliche va prontamente ricostituito, assieme
alle Regioni, reso più incisivo e tempestivo, investendo su competenze e
professionalità: i Ministeri dell’Ambiente e dei Beni Culturali sono
allo sbando. Proprio nel momento in cui l’indotto dei musei, delle città
d’arte, dei parchi rappresenta la sola nota positiva del nostro turismo
in netta crisi. Un suicidio, quindi, anche economico.
L’interesse generale è stato sostituito da una somma di interessi
individuali, clientelari, o corporativi, da una visione economicistica
del patrimonio storico-artistico-ambientale altamente pericolosa. Si
pretende infatti che i beni culturali e ambientali “fruttino”
economicamente, mentre,secondo noi, va riaffermata l’idea-forza che la
cultura e i suoi beni rappresentano un valore “in sé”, e non in quanto
diano redditi. Altrimenti si dividono i beni culturali e ambientali fra
quelli che possono fruttare profitti e quelli che non possono darne (le
chiese di campagna o i borghi di montagna, la rete dei musei più
periferici, i parchi più inaccessibili, e così via). Con un arretramento
enorme rispetto a pochi anni or sono.
Il nuovo governo di centrosinistra dovrà pertanto riportare in onore
grandi valori offuscati o addirittura abbattuti, rianimare una dirigenza
umiliata da brutali spoil-system, ridare ai giovani la certezza piena
che merito, competenza e professionalità saranno al centro, d’ora in
avanti, di ogni nuova politica pubblica per l’arte, la musica, il
teatro, il cinema, la televisione pubblica. Per la cultura.
Questa maggioranza di sgoverno ha fatto approvare un progetto di legge
urbanistica, ora al Senato, fondato sull’abbandono di ogni
pianificazione regionale e comunale nell’interesse generale sostituita
da una urbanistica che tutto contratta coi poteri forti delle
immobiliari. Viviamo un momento di grande regressione in cui sono
esaltati i valori della rendita e della speculazione, fondiaria e
finanziaria, mentre vengono depressi i valori del profitto d’impresa. La
rendita è il motore di una economia non a caso del tutto immobile.
Cammina solo la rovina dell’ambiente e del territorio.
Nel nostro Paese il patrimonio abitativo si è enormemente dilatato. La
superficie agraria italiana è diminuita, nell’ultimo mezzo secolo, di
centinaia e centinaia di migliaia di ettari subito spalmati di cemento e
di asfalto. I terreni a coltura presso le città (spesso svuotate) sono
oggi soprattutto aree in attesa di reddito edilizio. Ma ancora non
spunta una vera, convinta strategia per il recupero e per il riuso di
interi quartieri degradati, di stabili largamente vuoti e sfitti,
adibiti ad usi speculativi. Si continua a costruire senza sosta e poi,
però, non ci sono alloggi per giovani coppie, immigrati, vecchi e nuovi
poveri. Del disordine urbano (“urban sprawl”) si discute animatamente in
Gran Bretagna e negli Usa. In Francia ci si interroga sulla “fine dei
paesaggi”. In Italia, no. Eppure, nel Bel Paese, non c’è più soluzione
di continuità fra città e città. Mentre la nostra montagna è spesso un
grande deserto sfasciato dalle frane.
Un compito immane, politico e culturale, ci sta davanti: sul piano
ambientale, territoriale e paesaggistico e su quello, strettamente
integrato, dei trasporti di persone e di merci (metropolitane, reti
locali e nazionali, cabotaggio moderno). Su tutto ciò noi chiediamo a
Romano Prodi di ascoltare questo appello, per “rifare l’Italia”, dicendo
fin dalle primarie, parole nette, concrete, inequivocabili.
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ADESIONI all'Appello
Oltre ai
tre promotori (Vittorio Emiliani, Vezio De Lucia, Luigi Manconi), fra i
trecento firmatari spiccano i nomi di:
Giulia
Maria Crespi, Desideria Pasolini dall'Onda, Arturo Osio, Giuseppe
Chiarante, soci fondatori, rispettivamente, del FAI, di Italia Nostra,
del Wwf Italia e della "Bianchi Bandinelli". Poi alcuni ex ministri:
Giovanna Melandri, Beni culturali, Paolo Baratta, Willer Bordon e Edo
Ronchi, Ambiente. Fra gli storici dell'arte aderiscono il soprintendente
del Polo Museale di Napoli, Nicola Spinosa, Marisa Dalai, Enrico
Castelnuovo, Antonio Pinelli, Bruno Toscano, Cesare De Seta, Andrea
Emiliani, Enzo Borsellino, Orietta Rossi Pinelli, Lida Branchesi, Donata
Levi con l'intera redazione di "Patrimonio Sos", Leandro Ventura col
sito "Venezia Cinquecento". Fra gli archeologi, la soprintendente di
Ostia Antica, Anna Gallina Zevi, Adriano La Regina, Fausto Zevi, Paolo
Matthiae, Licia Vlad Borrelli, Mario Torelli, Irene Berlingò dell'Assotecnici,
Anna Paola Briganti, Carlo Pavolini, ecc. Storici come Chiara Frugoni,
Nicola Tranfaglia, Mario Sanfilippo, Paolo Sorcinelli, D.W. Ellwood,
Piero Bevilacqua, Paolo Pezzino. Gli urbanisti, Pier Luigi Cervellati,
Paolo Berdini, Italo Insolera, Edoardo Salzano, Bernardo Rossi Doria,
Elena Camerlingo, Filippo Ciccone, Maria Cristina Gibelli, Enzo
Scandurra, Lodovico Meneghetti, Sergio Brenna, ecc. I segretari
nazionali dei sindacati dei Beni Culturali Gianfranco Cerasoli, Uil,
Libero Rossi, Cgil, e Claudio Calcara, Cisl, con tutti i dirigenti
centrali e provinciali. La soprintendente archivista Lucia Salvatori
Principe. I geografi Francesco Pardi e Paola Bonora. Gli scrittori
Vincenzo Consolo, Carla Ravaioli, Corrado Stajano, Manlio Brigaglia, gli
autori televisivi Paola Pascolini e Andrea Purgatori, musicisti e
musicologi come Roman Vlad, Agostino Ziino e la presidente della Società
Italiana di Musicologia, Bianca Maria Antolini. Gaia Pallottino e
Achille Cutrera, studiosi dell'ambiente. Il segretario di "Polis" Luigi
Scano e dell'Associazione per l'Economia della Cultura, Giovanni
Emiliani. Il dirigente editoriale Gianandrea Piccioli. L'esperto d'arte
Milton Gendel. L'attore e scrittore Giuseppe Cederna. Il pro-Rettore
dell'Ateneo di Pisa, Lucia Tomasi Tangiorgi. Studiosi dei "media" come
Enrico Menduni e Franco Monteleone. Lucia Zannino a nome
dell'Associazione Istituti Culturali Italiani. I dirigenti e funzionari
ministeriali Francesco Scoppola, Anna Maria Mandillo, Ferruccio Ferruzzi,
Paola Elisabetta Simeoni, ecc. I presidenti di Italia Nostra, Maria
Antonelli (Roma) e Leandro Janni (Sicilia). I giornalisti Silvia
Dell'Orso, Felice Froio, Maria Serena Palieri, Fabio Isman, Fernando
Ferrigno, Giulio Castelli, Arturo Guastella, ecc. Pier Silverio Pozzi e
l'intero staff del Festival Internazionale di Sant'Arcangelo. Clelia
Arduini segretaria Archeoclub Italia. L'economista Michele Trimarchi e
gli operatori dell'ECCOM. I docenti universitari Giorgio Baiardi
Cerboni, Guido Melis, Massimo Montella, Maurizia Migliorini, Liliana
Barroero, Valeria Camporesi, Maria Grazia Messina, Renato Bordoli,
Augusto Gentili, Claudia Terribile, Francesca Pitocco, Remo Cacitti, e
molti altri.
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RASSEGNA STAMPA sulla GIORNATA di PROTESTA
Beni Culturali: Un appello al
centrosinistra
Cultura e
territorio: "Caro Prodi, quest'Italia è da rifare".
Wanda Marra
"L'Unità", 12 novembre 2005, p. 24
Un appello
a Romano Prodi perché il nuovo governo di centrosinistra riporti «in
onore grandi valori offuscati o addirittura abbattuti», rianimi «una
dirigenza umiliata da brutali spoil-system», restituisca ai giovani la
certezza «che merito, competenza e professionalità» saranno al centro,
di ogni nuova politica pubblica per la cultura. È quanto chiede un
appello a Romano Prodi, Un'Italia da rifare, promosso dal
Comitato per la Bellezza e l'Associazione Bianchi Bandinelli (già
firmato da centinaia e centinaia di persone) rilanciato ieri nell'ambito
della Giornata di Protesta Nazionale, voluta dalle stesse associazioni
per valutare lo stato dell'arte, drammatico, di beni culturali e
ambiente. Rispetto alla politica disastrosa del governo di centrodestra,
che va oltre i tagli stabiliti in Finanziaria già gravissimi, occorre
«una rottura netta con il passato, una reale inversione di rotta», per
citare il senatore Giuseppe Chiarante. La lunghissima serie di scelte
contro la cultura e l'ambiente sono state ricordate da Vittorio
Emiliani. L'Italia destina alla cultura lo 0,16% del proprio Pil (la
media Ue è dello 0,50%). A guidare l'azione del governo non è stata
«l'idea dell'interesse generale prevalente», ma «una pioggia di condoni,
e di sanatorie», mentre si è teso «ad abbassare il livello generale
della tutela», è venuto meno «il principio di inalienabilità» dei beni
culturali, si è fatta avanti la concezione secondo la quale la cultura e
i suoi beni contano solo «se sono produttivi». Con provvedimenti come il
Codice Urbani, la legge delega per l'Ambiente, la nuova legge
urbanistica passata alla Camera (la Lupi). Senza contare che dal 1950 al
2003 c'è stata una diminuzione della superficie totale del Bel Paese di
quasi 12 milioni di ettari di terra, che i tagli al Ministero per i Beni
e Attività culturali stabiliti nella manovra bis di quest'anno sono di
ben 187.601.931,62 euro, e che, nello stesso Ministero, i posti scoperti
sono quasi 8000. Un disastro declinato nei vari interventi. Marisa Dalai
(La Sapienza) ha evidenziato la progressiva noncuranza nel formare e
utilizzare le professionalità della tutela. La sistematica mancanza di
tutela ambientale, riguardo alla quale l'Italia non rispetta neanche la
Costituzione europea, è stata invece messa in luce da Gaetano Benedetto
(Wwf Italia). Dell'«eutanasia di un Ministero» ha parlato Irene Berlingò
(Assoconsumatori [nota della redazione di patrimoniosos: errore per
Assotecnici]): sono 27 le soprintendenze vacanti su 66 (cioè quasi il
50%) e 5 a contratto esterno, per citare solo qualche dato.
«Le tematiche relative ai Beni culturali e all'ambiente continuano ad
essere un tema a dir poco trascurato dalla classe politica, anche quella
che fa capo alla coalizione di centrosinistra», ha dichiarato il
senatore Luigi Manconi, concludendo l'incontro. E ha invitato le
associazioni a stendere un programma che diventi la base di quello
dell'Unione, ma sia fatto anche girare per trovare sul territorio
interlocutori e sostegni nei collegi elettorali. Con le parole d'ordine
uscite fuori ieri: no al nucleare e al carbone, restituire alle
Soprintendenze il loro ruolo di tutela, tornare sul concetto di
inalienabilità dei Beni culturali, adottare la normativa Ue come rete di
riferimento dell'intera legislazione.
L'appello
Cultura
sempre più povera, istruzioni contro il suicidio
Paolo Fallai
"Corriere della Sera" - Cronaca di Roma, 12 novembre 2005, p. 1
I beni
culturali sono l'unico «petrolio» di cui l'Italia dispone, sono le
materie prime che ci consentono di vivere. Ma proprio arte e cultura
sono state sottoposte in questi ultimi anni ad una costante spoliazione
di risorse e alla demolizione delle norme di tutela. Ieri il Comitato
per la Bellezza e l'associazione Bianchi Bandinelli hanno lanciato un
appello: andare avanti così è un suicidio.
In realtà i temi che le due associazioni hanno voluto riportare
all'attenzione, organizzando il convegno «Beni culturali e ambiente:
un'Italia da rifare» sono qualcosa di più di un elenco di lamentazioni.
C'è la reazione ad una filosofia che valuta «la cultura e i suoi beni
solo se sono produttivi». E a un complesso di azioni, portate avanti dal
governo di centrodestra, che «rendono di fatto vendibili gran parte dei
beni culturali, con l'obiettivo neanche troppo nascosto di racimolare
denaro».
Il paradosso che il convegno ha cercato di dimostrare è «che si cerca di
fare cassa distruggendo l'origine della ricchezza». Perché mentre le
Soprintendenze sono state progressivamente spogliate di competenze e
fanno fatica a garantire perfino le aperture delle aree museali, il
turismo culturale è l'unica voce che continua a registrare un costante
attivo: Roma vanta un più 10 per cento nelle presenze turistiche,
secondo solo al più 15 per cento raggiunto da Pompei. Due soprintendenze
si trovano nella stessa posizione anche in un'altra classifica, quella
della mancanza di personale. «Tagliare i finanziamenti - ha detto
Vittorio Emiliani - rattrappire ancor più gli investimenti, chiudere
parzialmente i musei, vuol dire togliere propellente al solo turismo che
va. Un suicidio, anche da un punto di vista esclusivamente economico».
La spoliazione dei beni a disposizione della cultura raggiunge aspetti
grotteschi quando i fondi provenienti dalle estrazioni del Lotto, voluti
dall'allora ministro Veltroni quale contributo straordinario ai
restauri, finiscono per pagare la carta delle fotocopiatrici. C'è come
uno stupore sgomento, nelle dichiarazioni di Giuseppe Chiarante,
presidente dell'associazione Bianchi Bandinelli, quando chiede «una
rottura netta con il passato». O lo sdegno di Emiliani che si scaglia
contro la «deriva commerciale da contrastare in ogni modo».
I responsabili delle due associazioni hanno voluto mettere a
disposizione dei partecipanti al convegno una puntigliosa analisi dello
stato dell'arte. Un paese che in pochi anni è stato «bombardato» da una
pioggia di condoni e dove in mezzo secolo ci siamo «mangiati» 12 milioni
di ettari di buona terra, mentre veniva spalmato cemento e asfalto e
l'edilizia «è la sola attività che galoppa».
Un atto di accusa nei confronti della politica culturale del
centrodestra - in particolare per i contestati contenuti del «Codice
Urbani» e della legge delega per l'Ambiente - ma anche un preoccupato
promemoria per il centrosinistra: «La strategia messa in atto fino ad
oggi non può essere corretta, - ha detto Emiliani - e tanto meno
imbellettata. Non è possibile venire a patti con la Patrimonio SpA, con
il silenzio assenso, con la alienabilità del patrimonio pubblico, la
privatizzazione mercantile dei Musei, la commercializzazione dei
Parchi». Il messaggio per l'Unione e per Prodi è chiaro.
Protesta
per i Beni culturali. Memorandum per l'Unione
f. gi.
"La Repubblica" - Cronaca di Roma, 12 novembre 2005, p. 9
Oggi i
fondi ricavati dal gioco del Lotto non si utilizzano più per i grandi
restauri ma servono per pagare le bollette o le pulizie delle sale. Gli
architetti dirigono musei archeologici, gli amministrativi ricoprono
incarichi tecnici e i tecnici vengono rimossi dalle loro postazioni. Le
soprintendenze perdono potere. I dirigenti vengono promossi con piccoli
concorsi interni e tenuti buoni in attesa della pensione ormai prossima.
Le gallerie sono aperte soltanto in parte per mancanza di personale. E
la triste fotografia dei Beni culturali italiani oggi, una lista di mali
che si sono aggravati negli anni di un governo che ha puntato tutto su
logiche di svendita del patrimonio, di profitto a tutti i costi. Un
quadro drammatico tratteggiato in occasione della giornata nazionale di
protesta «Cultura, beni culturali e ambiente, una Italia da rifare»
indetta dal Comitato per la Bellezza di Vittorio Emiliani insieme
all'associazione Bianchi Bandinelli presieduta da Giuseppe Chiarante.
Con loro hanno parlato dal palco anche Marisa Dalai, sulla formazione
rivolta alla tutela e Irene Berlingò dell'Assotecnici sui terremoti del
personale e le trasformazioni all'interno del ministero, Gaetano
Benedetto del Wwf sulla situazione dell'ambiente.
Ma se la Destra e i suoi due ministri succedutisi in via del Collegio
romano sono bersaglio di critiche durissime supportate da dati e casi,
la Sinistra autodenuncia le proprie responsabilità attraverso le parole
del Ds Luigi Manconi: «nella gerarchia degli interessi nazionali che la
coalizione privilegia in questa fase di elaborazione programmatica il
tema dei beni culturali è a dir poco trascurato». Un pessimismo che però
«non è senza soluzione» ha detto ancora Manconi che ha invitato le
associazioni riunite a mettere a punto un programma utilizzando i
materiali emersi dal dibattito che potrebbero diventare base per il
lavoro della coalizione ma anche per farne girare una bozza per trovare
sul territorio sostegno nei collegi elettorali in vista delle prossime
elezioni politiche.
(gli
articoli sono tratti dalla Rassegna stampa del sito
PatrimonioSOS)
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AGGIORNAMENTO DELLA RASSEGNA
STAMPA
Cultura e
ambiente, Italia ferita da Berlusconi
Un appello a Romano
Prodi, che ha raccolto in poco tempo trecento autorevoli firme, mette in
guardia il centro-sinistra contro la "deregulation" del territorio
prevista dalia legge Lupi
di Vezio De Lucia
"Liberazione", 19 novembre
2005, p. 1
Appello a prodi: Urbanistica,
centrosinistra assente. O cambia, o perde
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Cancellati i piani regolatori, verde e servizi sottoposti ai vincoli
della proprietà immobiliare e via libera alla rendita sono i punti
salienti della sciagurata proposta di Forza Italia
----------------
L’ appello a Romano Prodi ha
raccolto, in pochi giorni, trecento firme, fra le quali quelle di Giulia
Maria Crespi, Desideria Pasolini dall'Onda, Arturo Osio, Giuseppe
Chiarante, soci fondatori, rispettivamente, del Fai, di Italia Nostra,
del Wwf Italia, dell'associazione Bianchi Bandinelli. Hanno firmato
anche alcuni ex ministri - Giovanna Melandri, Paolo Baratta, Willer
Bordon, Edo Ronchi - illustri storici dell'arte, archeologi,
sovrintendenti, urbanisti, studiosi e docenti universitari. Promotore
dell'iniziativa è il giornalista e scrittore Vittorio Emiliani, già
direttore del Messaggero e consigliere d'amministrazione della Rai, da
sempre impegnato nella tutela del patrimonio artistico e ambientale del
nostro paese, in prima linea contro i disastri del governo Berlusconi.
L'11 novembre, Emiliani ha organizzato una giornata nazionale di
protesta con la parola d'ordine: "Cultura, Beni Culturali e Ambiente,
un'Italia da rifare". L'obiettivo è il medesimo che persegue l'appello a
Prodi: far capire agli italiani che nell'ultimo quadriennio è stata
scardinata l'idea stessa della prevalenza dell'interesse pubblico,
sostituita da una pioggia di condoni e di sanatorie, di mance e di premi
a favore di chi, invece, persegue esclusivamente i proprì interessi a
danno del Paese e della sua storia.
L'altra idea scardinata dall'attuale governo e dai suoi lacchè è quella
della inalienabilità dei beni culturali e ambientali di proprietà
pubblica. Un principio in vigore da secoli, fin dalle leggi medicee e
pontificie; salvo eccezioni stabilite dagli organi di tutela. Il governo
di centro destra ha operato invece un vero e proprio ribaltamento» tutti
i beni culturali e ambientali pubblici diventano vendibili, salvo
eccezioni. E' la logica della Patrimonio Spa e simili, desinate a
finanziare opere pubbliche devastanti, a fare cassa con pezzi di
patrimonio pubblico.
Mi interessa qui soprattutto riprendere e sviluppare il riferimento
dell'appello al progetto di legge sul governo del territorio in
discussione al Senato. Per due ragioni: perché il territorio è il
contenitore di ogni altro bene culturale e perciò il suo buon governo è
determinante per la conservazione dell'intero patrimonio pubblico; e
perché il disegno di legge è stato già approvato dalla Camera alla fine
del giugno scorso ed è urgente mobilitarci per impedirne l'approvazione
definitiva. Sapendo che il testo ha goduto del sostanziale consenso di
importanti settori del centro sinistra (ben 32 deputati dell'opposizione
hanno votato a favore), dell'Istituto nazionale di urbanistica (ormai
collaterale al centro destra) e del fragoroso silenzio della stampa
(salvo Liberazione e poche altre pregiate eccezioni).
Il disegno di legge prende il nome dal suo principale artefice, Maurizio
Lupi, deputato dì Forza Italia, negli anni passati assessore del comune
di Milano, ispiratore dell'urbanistica contrattata "di rito ambrosiano".
A Milano le regole urbanistiche sono una lontana memoria. Progetti e
programmi pubblici e privati non sono tenuti a uniformarsi alle
prescrizioni del piano regolatore ma, al contrario, è il piano
regolatore che si deve adeguare ai progetti, diventando una specie di
catasto dove si registrano le trasformazioni edilizie contrattate e
concordate.
Con il disegno di legge Lupi, l'impostazione milanese viene estesa a
tutta l'Italia. Mi fermo solo su tre funesti contenuti. La norma più
grave è quella che cancella il principio stesso del governo pubblico del
territorio, sostituendo gli atti cosiddetti "autoritativi" vale a dire
quelli propri del potere pubblico, con "atti negoziali", assunti
d'accordo conia proprietà immobiliare. La legge in discussione al Senato
cancella poi gli standard urbanistici, che sono le quantità minime di
spazi destinate a verde e a servizi garantiti a tutti i cittadini, un
vero e proprio diritto alla vivibilità, conquistato nell'ormai lontano
1968. E ' la stessa filosofia della devolutìon, i diritti possono non
essere uguali per tutti Se quasi ovunque nel Mezzogiorno adeguate
disponibilità di verde pubblico e servizi sono ancora un miraggio, si
provveda allora a ridurre gli obblighi di legge rispetto al centro nord.
Il terzo insensato contenuto della proposta riguarda l'indiscriminata
incentivazione del consumo del suolo. Invece di imporre la preservazione
di quanto resta di territorio non urbanizzato, come stanno facendo
Francia, Germania, Inghilterra, e come richiede l'Unione europea, se ne
legittima la dissipazione. Se avesse operato in passato una nonna del
genere, l'Appia Antica sarebbe come Casalpalocco, le colline di Bologna
e di Firenze sarebbero come Posillipo, non ci sarebbe il parco delle
Mura di Ferrara, non sarebbe stata salvata la costa della Maremma
livornese, e così di seguito.
Pochissimi gli osservatori che hanno posto in relazione il disegno di
legge Lupi con le spericolate avventure dei cosiddetti immobiliaristi
che spadroneggiano nella finanza italiana, con la copertura delle
autorità monetarie e politiche, ehanno contribuito a fare della rendita
il motore dell'economia nazionale. La questione della rendita è
strettamente legata all'urbanistica. Negli anni Sessanta e Settanta,
l'impegno della cultura di sinistra per la riforma urbanistica era tutt'uno
con il più generale impegno per contrastare, contenere e ridurre i
privilegi della rendita immobiliare e finanziaria. Il patto &a i
produttori, l'alleanza fra salario e profitto contro la rendita, furono
efficacissime parole d'ordine e direzioni di marcia che nessuno ricorda.
Fra i pochi soggetti che hanno messo in evidenza il primato, nell'Italia
di oggi, della rendita sul profitto e sul salario, e della speculazione
sull'impresa e sul lavoro, mi limito a ricordare il sito Eddyburg (di
cui raccomando la quotidiana frequentazione).
Accanto alla rovinosa politica urbanistica del centro destra, l’appello
ricorda le norme devastanti della legge delega sull'ambiente,
l'umiliazione di tanta parte della dirigenza pubblica a causa del
ricorso brutale allo spoil sytem, il paesaggio agrario ferito a morte,
il disordine urbano, la crisi dei trasporti; ragioni tutte che impongono
di "rifare l'Italia", chiedendo a Romani Prodi di impegnarsi in tal
senso. Concludo, riprendendo le conclusioni di Vittorio Emiliani alla
giornata di protesta dell'11 novembre. In materia di beni culturali, le
tesi esposte da Prodi in vista delle primarie non bastano, e la
latitanza (o peggio) del centro sinistra nella vicenda della legge Lupi
è molto preoccupante. Ci vuol altro: si tratta davvero di rifare, di
ricostruire l'Italia migliore, che è stata ferita, macchiata, manomessa
e violentata. Nel corpo e nelle leggi. Un compito di per sé immane, da
realizzare anzitutto nelle coscienze, sperando che troppe di esse non
siano state contagiate e corrotte. Un compito al quale le forze della
cultura debbono dedicarsi con forza, ben al di là dei tagli alla
Finanziaria, incalzando la politica e i politici sul piano strutturale,
reclamando con forza di concorrere a un progetto Italia, a una sorta di
New Deal della cultura e dell'arte da porre alla base della ripresa del
nostro Paese, bello e infelice.
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