Avanti, indietro o indietro
tutta? Beni culturali, i dilemmi della sinistra
Maria Serena Palieri
L’Unità
25-5-2005,
pag. 25

UN DIBATTITO ha
fatto il punto sui guasti della politica del ministero. E ha cominciato
a discutere su che cosa chiedere a un futuro governo di centrosinistra.
Un bilancio in rosso con meno fondi e mal
distribuiti. E investimenti «singolari».
Certo l'Ulivo fece di meglio ma qualche guasto
cominciò già allora
Che cosa chiedere a un futuro (auspicabile) governo
di centrosinistra nei primi cento giorni, nel settore patrimonio
storico-artistico-ambientale? Abrogare, sic et simpliciter, il Codice
Urbani perché «ha fatto passare nell'opinione comune l'idea che i beni
culturali si possano vendere» (Vincenzo Vita, Ds, assessore alla Cultura
della Provincia di Roma)? Fare di più: rimettere in discussione, più
indietro, la politica dello stesso centrosinistra per risalire al vero
inizio della deriva mercantilistica, che sarebbe datata legge Ronchey
del '93 e continuata negli anni dell'Ulivo (Vittorio Emiliani, Comitato
per la Bellezza, Irene Berlingò, Assotecnici, Desideria Pasolini
dall'Onda, Italia Nostra, Citto Maselli, associazione Gulliver)? Oppure
dirsi: il centrodestra ha messo le mani in un problema reale, il
rapporto pubblico-privato, e non si può rispondere solo ripristinando il
vecchio, ci vuole innovazione (Giampaolo D'Andrea', senatore Dl,
Vittoria Franco, senatrice Ds)?
“Beni culturali: bilancio in rosso”, la mattinata
promossa dall'Associazione Bianchi Bandinelli si chiude con una tavola
rotonda che, su sprone del presidente Giuseppe Chiarante, risponde alla
domanda: ok, questo governo è un disastro, ma poi che fare? E, a colpo
d'occhio, ecco la divisione. Non è quella tradizionale, destra-sinistra,
o meglio destra della sinistra-sinistra della sinistra. Perché, per
dirne una, Italia Nostra in questo quadro non è collocabile. In realtà
da un lato si schierano l'amministratore locale, l'archeologa che
rappresenta le competenze tecniche del ministero e le associazioni che
si battono per la tutela, dall'altro i due parlamentari. Volendo, da un
lato chi ha le mani in pasta nel day-by-day, dall'altro chi lavora alla
mediazione politica. Nella sala conferenze di Palazzo Marini (d'obbligo
la giacca) i toni sono pacati, ma la polemica corre nervosa. Giacché,
per l'appunto, sul piatto c'è un pezzo del programma con cui il
centrosinistra si candiderà al governo nel 2006. Anzi, prima ancora c'è
da capire se questo tema sarà, di quel programma, un capitolo, e quanto
pesante: darà voce a chi in questi anni ha parlato di svendita del Bel
Paese? La mattinata parte con una serie di relazioni - di Adriano La
Regina, Giovanna Grignaffini, Irene Berlingò e Lucinia Speciale, Anna
Maria Mandillo e Mariella Guercio, Maria Giovanna Sarti, Umberto
D'Angelo, Giuseppe Basile, Wanda Vaccaro, Paola Elisabetta Simeoni -
che, a un anno dalla «rivoluzione» - Codice e riforma del ministero -
mettono sul tavolo d'anatomia la gestione Urbani. Parlano le cifre:
2001, la spesa del ministero, ultima finanziaria dell'Ulivo, è di 2386
milioni di euro; nel 2005 è scesa a 2227. Ma bisogna aggiungere la
svalutazione dell'euro. E, aggiunge Chiarante, il fatto che la spesa non
viene razionalizzata: quella corrente ne assorbe i due terzi e gli
investimenti diminuiscono. Non solo: i soldi disponibili vengono
accentrati al piano altissimo del ministero, il Segretariato Generale,
che, dal 2003, dispone dell'80% dei fondi da investire. Mentre in
periferia le soprintendenze sono alla canna del gas. A ciò, e su questo
non si registrano divisioni, si aggiungono lo spoil system selvaggio che
ha celebrato la nascita della gestione Urbani, la messa in sonno del
Consiglio per i Beni Culturali, il combinato disposto Patrimonio spa,
Infrastrutture spa, Scip, Arcus e nuovo Codice che hanno messo in
liquidazione il «tesoro del Bel Paese».
In concreto, tutto questo cosa ha comportato?
L'analisi di un comparto particolare, archivi e biblioteche, dice che
per questo settore i tagli in Finanziaria sono arrivati fino al 25%; per
un periodo il Tesoro ha addirittura requisito i fondi che derivavano dai
servizi aggiuntivi: guardaroba, bar, fotocopie; le 47 biblioteche
pubbliche statali hanno visto scendere i fondi per il funzionamento da
7.922.000 euro del 2001 ai 5.600.000 del 2005 e, per le utenze (leggi
bollette) da 548.000 euro a 214.000, per l'acquisto libri nel solo anno
2003-2004 il taglio è stato dai 8.263.000 euro ai 6.198.000; quanto agli
archivi, tagli del 40-60% sulle spese di funzionamento, sicché
l'Archivio di Stato di Bologna ha interrotto l'apertura pomeridiana, la
Soprintendenza archivistica per la Toscana s'è vista tagliare il
telefono. Non è finita: dal 2004 le biblioteche sono escluse
dall'utilizzo dell'8 per mille e dei fondi di Lottomatica. Il blocco del
turn over fa sì che l'età media dei dipendenti sia 50 anni. Ma intanto
si finanziano progetti speciali: 7 milioni di euro agli Archivi
digitalizzati del Mediterraneo, 50 milioni di euro al Portale Cultura
Turismo. Che il disastro sia in atto, tutti d'accordo. Ma prima l'Ulivo
segnò un'età dell'oro? Si, per la prima volta un vice-premier fu
ministro in via del Collegio Romano. Sì, per la prima volta il ministero
sedette al Cipe. Sì, la spesa pubblica per la Cultura aumentò del 40%.
Si, ci furono le riaperture di gallerie importanti, come la Borghese.
Ma, gli «altri» dicono, lo spoil system fu introdotto già dalla legge
Bassanini; la riforma del titolo V ha aperto un pasticcio nel rapporto
tra Stato-Regioni; in Finanziaria 2000 parte del centrosinistra votò si
all'emendamento leghista che apriva all'alienazione del patrimonio
pubblico, poi esorcizzata in extremis col regolamento Melandri. Insomma,
la filosofia per il Bel Paese a sinistra non è una sola. E, da qui al
2006, da questo passaggio stretto bisognerà passare.
Un esempio. È LA FONDAZIONE DELL'EGIZIO di Torino
il progetto pilota per le altre che potrebbero gestire domani realtà
cruciali: dalla Reggia di Caserta a Pompei-Ercolano, dagli Uffizi
all'Accademia di Venezia. E come funziona? Soci, Ministero, Regione,
Provincia, Comune, Compagnia di San Paolo e Cassa di Risparmio di
Torino. Il Cda è per un terzo emanazione dell'ex ministro: presieduto da
Alain Elkann, all'epoca della nomina consigliere di Urbani, vi siede,
nei panni di direttore regionale per il Piemonte, Turetta, ex capo di
gabinetto del medesimo, mentre l'altro nome espresso dal ministero è
quello di un francesista, Sergio Zoppi. Manager ed espressione
dell'amministrazione locale gli altri sei membri. Insomma, in Cda non
c'è traccia di egittologi. Fior di studiosi in Comitato scientifico:
Bresciani presidente, Roccati, Gallazzi, Al Gaballah, Arnold, Davies,
Valbelle, dalle università d Roma e Milano, dal Cairo, Metropolitan e
British Museum, Sorbona. Peccato che fornisca solo «pareri» a Cda.
Quanto ai conti: per quadrarli Elkann prevede che i visitatori aumentino
de 300.000 a 500.000 annui. Crescita del 67%. Ma gli ingressi nei musei
dal 2003 a 2004 sono cresciuti, in realtà dell'8,3%.
(tratto da
www.patrimoniosos.it)