Rassegna stampa
Vittorio Emiliani -
"L'Unità", 18 marzo 2006,
pag. 25
L’anno zero dei beni
culturali
Un appello a Prodi da
intellettuali e politici:
perché i beni culturali
siano una questione primaria di governo
Appello a Romano Prodi, a Bologna e a Roma, di un folto gruppo di
intellettuali, di addetti ai lavori nell'ambito dei beni culturali e
ambientali: in tv, nei comizi, negli incontri, parli di più di cultura e
di ambiente come valori fondativi della nostra identità nazionale, come
investimento pubblico strategico per conservare, tutelare e far
conoscere il grande e minacciato patrimonio storico-artistico-
paesistico. Glielo rivolgono da mesi oltre trecento esperti e
specialisti di questa materia. Glielo hanno ripetuto martedì scorso a
Bologna in una tavola rotonda (con Ezio Raimondi, Felicia Bottino, Pier
Luigi Cervellati, Marco Cammelli, Andrea Emiliani, Ennio Riccomini e
altri) e giovedì scorso a Roma, nel corso di un convegno dal titolo di
per sé significativo: «Beni culturali: una politica da ricostruire»,
organizzato da Assotecnici, Bianchi Bandinelli e Comitato per la
Bellezza. Un dibattito intenso, quest'ultimo, coordinato da Maria Serena
Palieri e animato da Irene Berlingò la quale ha ribadito i punti di
vista delle associazioni. Alla maggioranza degli intervenuti nel vivace
dibattito piace in realtà di più la dizione spadoliniana: beni culturali
e ambientali. Indebolito, con un errore storico, il rapporto fra loro,
in realtà il territorio italiano risulta sgovernato e con esso il
paesaggio. Specie dopo il confuso, mediocre Codice Urbani che in poco
tempo ha subito già due rimaneggiamenti ministeriali. Per non parlare
della nuova legge sull'ambiente: un vero smantellamento della tutela.
Qual è la «missione» del
Ministero oggi? «Dobbiamo studiare, lavorare per conservare, per
tutelare, o per vedere qual è il maggior reddito possibile ricavabile da
quel bene?», si è chiesto il soprintendente di Pompei, Piero Guzzo. In
campo ambientale non va meglio, come ha osservato Gaetano Benedetto
segretario generale aggiunto del Wwf: «Difendere la natura sembra
diventato un corollario della politica ambientale, non la missione
fondamentale degli Enti parco». Su questo punto strategico è stato molto
preciso l'ex ministro dei BC, senatore Domenico Fisichella: «Siamo di
fronte ad una questione nazionale che è tutt'uno con la statualità. Io
non sono statalista e però c'è stata una deriva economicistica che
rischia di snaturare il carattere del bene culturale che è bene
pubblico. Esso è irriproducibile e quindi unico, mentre il bene
economico è riproducibile, anzi seriale. Certo, anche il primo può avere
ricadute economiche, ma il suo valore di fondo è pubblico». Fisichella
ha criticato in profondità l'attuale situazione del Ministero («Mischia
contraddittoriamente privatizzazione e burocratizzazione») e la secca
riduzione dei fondi. Un altro ex ministro, Giovanna Melandri, ha
rivendicato la scelta di un Ministero della Cultura, «alterato però
dalla riforma interna, con le direzioni regionali che, da organismi di
coordinamento e da interfaccia delle Regioni, sono diventate organismi
di gestione svuotando le Soprintendenze territoriali». Melandri ha
chiesto la cancellazione della «Arcus SpA»: così com'è configurata oggi,
essa è una sorta di cassaforte per i ministri delle Infrastrutture e dei
Beni Culturali. «Bisogna restituire finanziamenti stabili e adeguati
alla mano pubblica. Se essa non è forte, neppure i privati vengono
attratti». Sul possibile allargamento delle competenze al turismo ha
messo un punto interrogativo.
La maggioranza degli
intervenuti ha però detto no a questa prospettiva: il turismo è un
indotto del patrimonio storico-artistico-ambientale, è altra cosa; certo
esige un centro di coordinamento nazionale e però non va mescolato con
la tutela del patrimonio stesso, né la deve influenzare. «Nel 1870», ha
esemplificato Mario Torelli, archeologo e rappresentante del Pdci, «il
grande Theodor Mommsen andò a Firenze ad incontrare il ministro
dell'Istruzione, Pasquale Villari, e gli disse: "A Roma si va solo con
idee universali". E Villari di rimando: "E noi l'abbiamo: la Scienza".
Poteva essere ingenua utopia, ma la spinta ideale era assai forte. Ne
vediamo poca invece nel programma dell'Unione per la cultura».
Un'opinione piuttosto condivisa. «Certe impostazioni liberiste e
privatizzatici del patrimonio artistico e ambientale c'erano già nei
governi di centrosinistra», ha sottolineato Gaetano Benedetto. «Il
centrodestra le ha estremizzate in modo becero. Il maquillage non basta
certo». «Dopo le elezioni», è stato l'appello dell'assessore verde
all'Ambiente della Regione Lazio, Angelo Bonelli, «dobbiamo ritrovarci
per creare un fronte di intellettuali, di forze politiche che credono
ancora ai beni culturali e ambientali come a valori costitutivi del
Paese e della sua identità, che li considerano, per principio,
inalienabili». «La separazione fra beni culturali e beni ambientali è
stata un grave danno», gli ha fatto eco Patrizia Sentinelli di Rfc.
«Bisogna ridefinire in tal senso l'orientamento di fondo del Ministero,
mirando a ricostruire una strategia di conservazione e di tutela». Che
fare allora del Codice Urbani e della legge ambientale Matteoli? «Con un
decreto il nuovo governo Prodi potrebbe sospenderne l'efficacia», ha
chiarito Sauro Turroni, vice-presidente della commissione Ambiente del
Senato e protagonista dell'affossamento della disastrosa legge
urbanistica del centrodestra. «La direzione di marcia dev'essere
quella».
Certo, il Ministero non
funziona e sembra in stato confusionale. Pio Baldi, direttore generale,
ha evidenziato le «criticità gestionali»: «Dieci anni fa, i passaggi di
una pratica di restauro erano quattro. Oggi sono sette. Salvo
complicazioni. Una catena di comando che non funziona più». Ci sono ampi
vuoti nelle file dei custodi (nella frequentatissima Pompei appena 360
sugli 872 previsti) e in quelle degli stessi dirigenti: «Ne mancano
ormai una sessantina, e i più giovani hanno 50 anni», ha denunciato il
segretario della Uilbac, Gianfranco Cerasoli. «La spesa ordinaria del
Ministero prevede 23 centesimi a testa per la formazione dei
dipendenti...». A Villa Adriana, per 80 ettari, la vigilanza è ridotta a
40 persone, ha fatto presente Anna Maria Reggiani, direttore centrale.
«Viviamo tutti un grande disagio». I rappresentanti degli archivisti
(Ferruccio Ferruzzi) e dei bibliotecari (Mauro Guerrini) hanno portato
cifre agghiaccianti: fra dieci anni non ci saranno più archivisti
professionali, bisognerà chiedere all'Unesco di occuparsene? L'ultimo
concorso per archivisti risale al '74, quello per bibliotecari all'84,
il personale della Nazionale di Firenze si è, in pratica, dimezzato. Il
declassamento dell'alta dirigenza è stato sottolineato anche da Marisa
Dalai, presidente della «Bianchi Bandinelli», insieme allo svuotamento
operato dei Comitati di settore e dello stesso Consiglio Nazionale,
organismi tecnici e democratici come devitalizzati. Anche così nascono
leggi e regolamenti mediocri e confusi. Bisogna ripristinare un rapporto
forte con l'Università, hanno concordato Dalai e Giovanni Sassatelli,
preside di Lettere a Bologna. «Il Ministero ha smarrito il senso, lo
scopo della propria esistenza. L'aspetto fondativo va recuperato, come
il rapporto col territorio, un rapporto praticamente tagliato», ha
osservato il direttore regionale di Puglia e Molise, Ruggero Martines,
«così il territorio non lo governa più nessuno». Siamo al disastro. Coi
piani paesistici della Galasso finiti nel dimenticatoio; col Codice
Urbani che li prevede ma non si sa quando; con leggi regionali (vedi
Storace nel Lazio) che li subordinano alle trasformazioni urbanistiche.
«Di paesaggio non si parla quasi mai», ha rilevato l'ex sottosegretario,
Giampaolo D'Andrea, «il paesaggio è scomodo, per tutti». Il divorzio fra
norme paesistiche e norme urbanistiche deve cessare al più presto, in
tutte le regioni. Altrimenti, a contare è il geometra del piccolo
Comune, sub-delegato dalla Regione (anche in Toscana, errore mortale) a
vigilare sulla compatibilità fra piani e progetti. Il controllato è
diventato controllore di se stesso. «La deroga urbanistica poi», ha
denunciato Paolo Berdini, urbanista, «è ormai una pratica costante,
distruttiva». Bisogna davvero voltare pagina, su tutta la linea.
Appuntamento a dopo le elezioni del 9-10 aprile. Per una forte azione
programmatica in tal senso.