Rassegna stampa
Meno soldi e più politici nei comitati dei Beni culturali. Protestano le
associazioni
Marco Innocente Furina
l'Unità, 19/9/2006
Archivisti, bibliotecari e storici dell'arte scrivono a Rutelli
criticando il nuovo Regolamento che per risparmiare intaccherebbe
l'autonomia della cultura
Per chi non se ne fosse accorto sono anni di vacche magre per il bel
Paese e ogni autunno, insieme alle piogge, arrivano i tagli della
Finanziaria. Questa volta a cadere sotto le forbici del ministero
dell'Economia sono i comitati consultivi del ministero dei Beni
culturali. Si tratta del Consiglio superiore e di sei comitati tecnico
scientifici - cinque per ciascun settore di competenza ministeriale
(beni architettonici, archeologici, storico-artistici, archivistici e
librari, arte e architettura contemporanee), che per effetto di una
norma dell'oramai celebre decreto «Bersani», tradotto in uno schema di
regolamento dal ministro Rutelli (presentato il 4 agosto in Consiglio
dei ministri) vedrebbero ridursi del 30 per cento le loro dotazioni (già
scarsissime: non più di 30 mila euro l'anno). A questo punto le
associazioni dei Beni culturali (Aib, Anai, Assotecnici, Bianchi
Bandinelli) hanno preso carta e penna e hanno inviato un
esposto-protesta al ministro Rutelli lamentando il rischio di una
lesione «della autonomia e della funzionalità degli organi consultivi» e
chiedendo inoltre un incontro sul tema. Le critiche mosse dalle
associazioni alla riforma non riguardano tanto l'aspetto economico,
quanto due altri delicati aspetti su cui interviene lo schema di
riforma: l'eccessiva riduzione del numero dei membri dei comitati, che
ne minerebbe la rappresentatività e la funzionalità; e al contempo
l'aumento dei membri, di nomina politica, la cui preponderanza potrebbe
indebolire l'indipendenza scientifica dei comitati stessi. Quanto al
primo aspetto gli organi consultivi hanno già subito una drastica cura
dimagrante: «II vecchio Consiglio nazionale - scrivono le associazioni -
nel 1998 era composto da oltre 90 membri, ridotti, con la riforma
Veltroni di quell'anno, a 18, mentre con la riforma Urbani del 2004 sono
scesi da 8 a 5. Ora con lo schema Rutelli scenderebbero addirittura a 4.
Un numero che non consentirebbe la funzionalità di comitati
tecnico-scientifici impegnati in settori dove operano centinaia di
istituti statali e pubblici. Un altro punto critico segnalato dalle
associazioni di settore è che nello schema di riforma, si assiste a una
crescita esponenziale dei membri di nomina ministeriale. Solo per citare
un esempio nel nuovo Consiglio superiore tutti i 14 membri tecnici
sarebbero di nomina politica. Una previsione in cui - secondo le
associazioni - è evidente «l'intento di controllare mediante un completo
spoils system gli organi consultivi, che però toglie ad essi anche ogni
possibile autonomia e autorevolezza». Un timore che risulta fondato se
si pensa che «nel complesso di Consiglio e comitati, su 32 membri
esperti, i tecnici elettivi sarebbero quindi in tutto solo 6 contro 24
di nomina politica». Una sproporzione eccessiva fra le due componenti
che darebbe vita a dei comitati «commissariati» dall'autorità politica e
privi dunque della necessaria indipendenza scientifica. Desta inoltre
sconcerto la volontà di creare, contraddicendo lo stesso spirito del
decreto, un nuovo comitato tecnico scientifico per «l'economia della
cultura», il cui nome è tutto un programma, le cui generiche competenze
si porranno in contrasto con le funzioni dì altri organi e la cui
creazione comporta tra l'altro la necessità - per non aumentare il
numero dei comitati - dell'inaccettabile accorpamento di quelli
archivistici e bibliotecari. Le associazioni dunque auspicano un
ripensamento su questi punti del Governo e del ministro Rutelli. In
particolare chiedono di «conservare gli attuali 5 membri per comitato,
di cui almeno due tecnici elettivi, con l'elezione di presidenti e vice
nel loro seno e la facoltà di questi di partecipare alle sedute del
Consiglio nazionale nonché evitare l'accorpamento fra strutture
archivistiche e bibliotecarie». A questo fine suggeriscono di «ricorrere
al principio di trasversalità che permetterebbe ai membri dei comitati
di sedere nel Consiglio superiore, riducendo in tal modo anche il numero
complessivo degli organi consultivi».
Comitati di settore: meno tecnici e più «politici»
Stefano Miliani
L'Unità 5/1/2007
Molti storici dell'arte, archeologi, architetti, bibliotecari e
archivisti del ministero peri Beni culturali iniziano il nuovo animo di
pessimo umore. E non per ragioni economiche (che pure ci sono) ma perché
vedono ridursi la capacità di controllo tecnico-scientifico su quel che
il dicastero programma e fa. Temono un rafforzamento del controllo
politico - a prezzo della loro autonomia - per volere del ministro
Francesco Rutelli. Il nervo scoperto riguarda i comitati
tecnico-scientifici, detti burocraticamente anche di settore. I quali, a
parere di molti, verranno svuotati del loro potere di verifica. Perché
il titolare del dicastero e vicepremier - nel regolamento sulla
riorganizzazione del dicastero passato al consiglio dei ministri del 22
dicembre - vuole ampliare il numero dei membri esperti a sua nomina
riducendo al contrario gli esperti eletti dai tecnici e quelli scelti
dai docenti universitari. Dopo la già contestata riforma del ministro
Urbani che aveva fatto dimagrire i comitati da 8 a 5 partecipanti i
membri dei comitati erano: due eletti dai tecnici-funzionari del
ministero (prima di Urbani erano tre), due eletti dai docenti
universitari, infine un esperto nominato dai ministro. Rutelli invece,
nella sua riorganizzazione in corso del dicastero, vuole la formazione
di quelle squadre dimagrita a quattro persone: un rappresentante dei
tecnici, uno designato dal coordinamento universitario nazionale, infine
due scelti dal ministro stesso tra i quali pescherebbe il presidente del
gruppo. Uno dei due esperti di nomina ministeriale verrebbe dai tecnici
del ministero, ma funzionari e studiosi ribattono: cambia poco, lo
sceglie sempre il rappresentante politico e ciò si traduce in
un'indipendenza scientifica ristretta e in una maggior dipendenza dal
ministro di turno e quindi dalla politica. Inoltre, aggiungono, se già
cinque persone sono poche, per esprimersi su pareti delicati,
figuriamoci quattro. Cosa sono i comitati di settore? Sono quegli
organismi tecnici che danno consulenza e appoggio ai direttori generali
di settore su faccende dove un giudizio tecnico è importante o
fondamenta le. Sono formati da persone esperte nel loro campo - storici
dell'arte, archeologi, architetti, archivisti, bibliotecari - e danno il
loro parere su questioni piuttosto cruciali. Gli storici dell'arte ad
esempio devono preventivamente dire sì o no ai prestiti di dipinti e
sculture, devono pronunciarsi sull'acquisto di opere d'arte, sulla
tutela e l'eventuale rimozione di affreschi danneggiati; i tecnici dei
beni architettonici hanno compiti delicatissimi, come dire la loro su
licenze, modifiche d'uso di edifici storici, sul paesaggio...
Intervengono a costo quasi zero, nel senso che non ci sono gettoni di
presenza bensì rimborsi spese di viaggio per chi viene alle riunioni da
fuori Roma. Su questa «riforma» di Rutelli sono presto partite le
proteste. Hanno protestato con documenti interni gli studiosi e i
tecnici, associazioni come la Bianchi Bandinelli e Assotecnici,
hanno espresso critiche i sindacati, i professori universitari. Il
progetto sembrava uscito dalla porta ma pare rientrato dalla finestra
nel testo sulla riorganizzazione del ministero approvato dal consiglio
dei ministri del 22 dicembre. D'altronde che questo passo sarebbe stato
compiuto lo aveva comunicato pubblicamente il sottosegretario Daniele
Mazzonis a dicembre, a una giornata romana in cui si erano dati convegno
archeologi da tutta Italia. Su un altro punto contestato invece Rutelli
sarebbe tornato indietro: nel consiglio nazionale superiore prevedeva di
ridurre da tre a due i rappresentanti del personale tecnico del
ministero, ma su questa mossa hanno dato parere negativo le commissioni
cultura di Camera e Senato e il «taglio» sarebbe saltato. Tuttavia
Giuseppe Sassatelli, presidente del comitato tecnico scientifico
sull'archeologia, contesta anche altro: far durare il Consiglio
superiore 3 anni invece di 4 è un errore, ma ancor più grave lo è il
mantenere una struttura troppo legata al ministro, voluta da Urbani con
8 esperti scelti dal ministro, più i 6 presidenti dei comitati di
settore, anche loro indicati dal ministro.