Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

Istituto di studi, ricerche e formazione fondato da Giulio Carlo Argan

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28 marzo 2007 - Documento delle Associazioni sulla riorganizzazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali

 

L'Associazione Bianchi Bandinelli, in collaborazione con numerose Associazioni per la tutela del Patrimonio culturale e Associazioni professionali del settore, ha coordinato la redazione di un documento unitario, intitolato "MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI: QUALE FUTURO?", che affronta le ragioni e i criteri irrinunciabili di una nuova riforma del MiBAC, raccogliendo principi e proposte per la sua riorganizzazione. Alla preparazione del documento hanno partecipato: l'Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, l'Associazione Nazionale Archivistica Italiana, l'Associazione Italiana Biblioteche, l'Assotecnici, l'Associazione Italiana per le Scienze Etnoantropologiche, il Comitato per la Bellezza, la Consulta Nazionale Universitaria per l’Archeologia del Mondo Classico, la Consulta Nazionale Universitaria per la Storia dell’Arte, la Società Italiana per i Musei e i Beni Demoetnoantropologici. Il documento chiede che la riforma del Ministero avvenga all'interno di un progetto organico complessivo che riguardi l’intera struttura, restituendogli una fisionomia di carattere tecnico-scientifico e limitandone la dimensione burocratica e centralistica; il testo è articolato nei seguenti 10 punti: 1. L’Amministrazione Centrale; 2. Gli Istituti Centrali; 3. Le Direzioni Regionali; 4. Le Soprintendenze di Settore; 5. Per un Sistema Archivistico Nazionale; 6. Per un Sistema Bibliotecario Nazionale; 7. Appunto per  il governo del Paesaggio; 8. Per i beni Demoetnoantropologici; 9. Reclutamento e qualificazione degli addetti alla tutela e valorizzazione; 10. Il rapporto con il MIUR e con le Università per la formazione e per la ricerca.

 

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Pagina con le successive Osservazioni del 2 ottobre 2007 


Testo del Documento

 

 

 

 

Al Ministro per i Beni e le Attività Culturali

 On.le Francesco Rutelli

 

Al Sottosegretario per i Beni e le Attività Culturali,

  Danielle Gattegno Mazzonis

 

Al Sottosegretario per i Beni e le Attività Culturali

 Andrea Marcucci

 

Al Sottosegretario per i Beni e le Attività Culturali

 Elena Montecchi

 

Al Presidente della VIIª Commissione Permanente Senato

 On.le Vittoria Franco

 

Al Presidente della VIIª Commissione Permanente Camera

 On.le Pietro Folena

 

Al Presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali e il Paesaggio

 prof. Salvatore Settis

 

Al Segretario Generale

 Giuseppe Proietti

 

Al Capo di Gabinetto

 Gabriella Palmieri Sandulli

 

Al Capo dell'Ufficio Legislativo

 Francesca Quadri

 

Roma, 28 marzo 2007

 

 

  

MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI: QUALE FUTURO?

 

Le ragioni e i criteri irrinunciabili di una nuova riforma secondo le Associazioni per la tutela del Patrimonio culturale e le Associazioni professionali del settore

Associazione “R. Bianchi Bandinelli”, A.N.A.I: Associazione Nazionale Archivistica Italiana, A.I.B.: Associazione Italiana Biblioteche, ASSOTECNICI, AISEA: Associazione Italiana per le Scienze Etnoantropologiche, Comitato per la Bellezza, Consulta Nazionale Universitaria per l’Archeologia del Mondo Classico, Consulta Nazionale Universitaria per la Storia dell’Arte, SIMBDEA: Società Italiana per i Musei e i Beni Demoetnoantropologici

 

 

I provvedimenti collegati alla Finanziaria 2007 (L. 286 del 24-11-2006, art. 2, cc. 94-99 ) hanno avviato un nuovo riassetto del MiBAC. Intorno alla figura del Segretario Generale, contestualmente alla soppressione dei Dipartimenti e al riassetto degli organi consultivi - cioè dei Comitati tecnico-scientifici e del Consiglio Superiore per i Beni Culturali e per il Paesaggio-, sono in corso di ridefinizione i profili dei vertici del Ministero: Direzioni Generali centrali e regionali e relativi compiti, mentre l’ordinamento degli Istituti periferici e delle Soprintendenze di settore (uffici di livello dirigenziale non generale) è rinviato a successivi decreti ministeriali, che saranno inevitabilmente condizionati dalla situazione prefigurata dal precedente Regolamento di organizzazione del MiBAC, attualmente in corso di approvazione. E’ evidente che il ruolo e le funzioni degli Istituti periferici e delle Soprintendenze, organi tecnico-scientifici del Ministero sul territorio, dovrebbero al contrario essere definiti contestualmente a quelli delle Direzioni Generali, secondo un modello organico di distribuzione delle competenze. Infatti mai come ora si è posta l’esigenza di ripensare all’interno di un progetto organico complessivo l’intera struttura del Ministero e i gangli del suo buon funzionamento, definendo dunque, insieme al ruolo delle Direzioni Generali, ruolo e funzioni degli organi tecnico-scientifci sul territorio.

Analizzando i caratteri salienti e le conseguenze operative della riforma del MiBAC voluta dal ministro Urbani (cfr. D.Lgs. n. 3/2004 e DPR n. 173/2004) si deve denunciare la moltiplicazione abnorme delle Direzioni Generali, sia al centro che alla periferia, con il conseguente rallentamento, quando non la paralisi dell’iter dei procedimenti amministrativi, mentre gli Istituti periferici e le Soprintendenze di settore parallelamente sono stati svuotati di funzioni e abbandonati a un progressivo deperimento, anche per effetto del mancato ricambio del personale a tutti i livelli, e in particolare dei  funzionari tecnico-scientifici, i soli in grado di sostenere una efficace, autorevole e qualificata azione di conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale.

Un intervento di reale rinnovamento della pubblica amministrazione dei beni culturali dovrebbe quindi proporsi in prima istanza di correggere radicalmente la situazione attuale, non di ricalcarla peggiorandola: infatti la necessità di una struttura burocratica leggera al centro è direttamente proporzionale al buon funzionamento degli organi periferici.

Ci si chiede infine la ragione della mancata consultazione e coinvolgimento di coloro che hanno la responsabilità concreta dell’esercizio quotidiano della tutela e della gestione degli istituti ai fini di una riforma che dovrebbe finalmente rilanciare e migliorare l’incisività dell’azione del MIBAC.

Sembra che nessuno ricordi più il contributo dei Soprintendenti, nel noto convegno del 1938, al cambiamento cruciale della legislazione e delle strutture amministrative della tutela.

 

PRINCIPI E PROPOSTE PER LA RIORGANIZZAZIONE DEL MIBAC

N.B. Osservazioni puntuali allo schema di decreto per il nuovo Regolamento di organizzazione del MiBAC (14.3.2007) verranno formulate successivamente

 

1        L’Amministrazione Centrale

2        Gli Istituti Centrali

3        Le Direzioni Regionali

4        Le Soprintendenze di Settore

5        Per un Sistema Archivistico Nazionale

6        Per un Sistema Bibliotecario Nazionale

7        Appunto per  il governo del Paesaggio

8        Per i beni Demoetnoantropologici

9        Reclutamento e qualificazione degli addetti alla tutela e valorizzazione

10       Il rapporto con il MIUR e con le Università per la formazione e per la ricerca

 

 

1. L’Amministrazione centrale

 

Attualmente (L. n. 286/2006) il Ministero per i Beni e le Attività Culturali-MiBAC è articolato in 10 uffici di livello dirigenziale generale centrali e in 17 uffici di livello generale periferici, coordinati da un Segretario generale. A questi bisogna aggiungere 2 uffici dirigenziali presso il Gabinetto del Ministro e altri 8 incarichi di funzione dirigenziale generale.

L’esigenza di ridurre il numero delle Direzioni Generali centrali, come previsto dalla L. 286/2006, non deve assolutamente indurre nell’errore di prevedere la soppressione o l’accorpamento delle Direzioni a carattere tecnico-scientifico preposte alle specifiche categorie dei beni culturali, per favorire invece la proliferazione di quelle di natura spiccatamente amministrativa. Sono soltanto queste ultime da ripensare e ricondurre a funzioni realmente indispensabili.

Difendere le Direzioni Generali tecnico-scientifiche e pretendere che ciascuna sia affidata a uno studioso di alto profilo del settore, significa difendere e salvaguardare la peculiarità del MiBAC e la sua stessa ragion d’essere.

Di conseguenza riteniamo che siano da respingere come aberranti le ipotesi ventilate di accorpamento della Direzione Generale PSAE con la Direzione Generale per i beni Architettonici e il Paesaggio, che indebolirebbe entrambe. Forse è il caso di ricordare che dall’Unità d’Italia uno degli assi portanti della tutela del Patrimonio è stato proprio il settore storico-artistico. Strutture innovative come l’I.C.R. e l’I.C.C.D. si devono a storici dell’arte della caratura di Cesare Brandi, Giulio Carlo Argan, Oreste Ferrari.

Così come non dovrebbe essere scorporato il Paesaggio – se non per affidarne la competenza ad un Ufficio speciale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, cfr. qui Paragrafo 7. -, proprio per la sua sedimentata storicità, dall’attuale Direzione per i beni Architettonici, per fonderlo invece con la Direzione Generale per l’Architettura Contemporanea: oltre un secolo di cultura della Modernità ci ha dimostrato quanto Paesaggio e Architettura Contemporanea possano essere oggettivamente  in conflitto; e non si sottovaluti la diversità delle competenze necessarie. Ancora, non dovrebbe essere soppressa la Direzione Generale per l’Architettura e l’Arte Contemporanea – DARC, che in un decennio si è resa protagonista di molte valide iniziative, in un campo in cui l’Italia sconta un gravissimo ritardo e che richiede interventi, più che di tutela, di promozione e sostegno, coordinati e dedicati.

Per costituire realmente un segno di rinnovamento della pubblica amministrazione, il processo di riforma del MiBAC si deve porre l’obiettivo di creare una struttura funzionale alla conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e allo sviluppo di nuovi servizi. A questo fine le responsabilità chiave devono essere affidate a personale tecnico-scientifico qualificato. Si deve quindi operare un’inversione di tendenza rispetto alla situazione attuale, che vede ampliati poteri e ruoli decisionali dell’apparato centrale burocratico-amministrativo.

 

Le risorse finanziarie

Si deve sottolineare ancora una volta che le risorse per le spese ordinarie sono state ridotte drasticamente, ma i tagli sono stati decisi arbitrariamente ai vertici del Ministero, senza nessun rapporto con la realtà e le esigenze funzionali degli istituti (compreso l’aggiornamento degli strumenti informatici): per fare un solo esempio, alle Biblioteche sono stati ridotti i finanziamenti per gli acquisti dei libri mentre si sono mantenuti lauti finanziamenti ai comitati per le commemorazioni.

Gli scarsi investimenti sono affidati a finanziamenti straordinari, gestiti in modo irrazionale e poco trasparente. Il controllo della spesa, sia corrente che straordinaria, non può essere solo contabile: si deve verificare la coerenza degli investimenti con le esigenze funzionali degli istituti e soprattutto la qualità e il costo dei risultati raggiunti dai progetti, attraverso procedure simili a quelle in uso a livello europeo.

  

 

2. Gli Istituti Centrali

 

Gli Istituti Centrali, nati con la creazione del primo Ministero per i Beni Culturali e Ambientali (DPR 805/1975) e confermati nelle successive riforme, hanno  funzioni di indirizzo. In particolare, in una struttura che tende gradualmente a decentrare la gestione del patrimonio a livello locale, gli Istituti Centrali nazionali hanno un ruolo fondamentale: sono il luogo della elaborazione scientifica e della definizione degli standard.

Essi rappresentano il punto di riferimento per le istituzioni dello Stato e degli Enti pubblici territoriali nel settore della tutela, della valorizzazione del patrimonio e per lo sviluppo di nuovi servizi.

Se il disegno riorganizzativo vuole riaffermare e rafforzare gli Istituti Centrali e il loro ruolo a livello nazionale, la loro riforma non può essere dettata da una semplice sommatoria per recuperare posti dirigenziali, e le loro funzioni devono essere ridisegnate nel quadro generale della riforma.

 

Istituti del restauro

Per quanto riguarda gli Istituti del restauro, la riorganizzazione deve essere  proposta dopo attenta riflessione, perchè una fusione di tutti gli istituti (tranne, allo stato delle cose, l’Opificio delle pietre dure) unificherebbe organismi assai diversi fra loro per storia e metodologie e potrebbe penalizzare il settore della conservazione del patrimonio documentario scritto, senza creare lo spazio per affrontare gli urgenti problemi della conservazione del digitale, che risultano centrali e di grande attualità per lo sviluppo di Archivi e Biblioteche. E’ auspicabile quindi che l’ICPL e il Centro di fotoriproduzione, legatoria e restauro degli archivi non vengano accorpati all’Istituto Centrale del Restauro, ma vengano fusi in un istituto centrale specifico per la conservazione ed il restauro della carta e delle memorie digitali.

Gli istituti del restauro debbono essere collocati, in modo unitario e coerente nel settore dell’innovazione e della ricerca (cioè la Direzione Generale per gli studi, la ricerca, l’innovazione che deve avere nei riguardi degli istituti compiti di coordinamento), stabilendo in modo chiaro precisi e stretti legami con i settori e le strutture specifiche di riferimento (soprintendenze,musei, archivi, biblioteche).

Deve essere chiarito che a tutti gli Istituti Centrali deve essere attribuita la massima autonomia tecnico-scientifica, amministrativa e contabile.

 

Per gli Istituti Centrali e per gli altri istituti di valenza nazionale devono essere meglio chiarite le caratteristiche dell’autonomia che discendono da diverse normative già esistenti (DPR. 805/75, Decreto legislativo 368/1998, Decreto legislativo 3/2004) e da venire (Regolamenti organizzativi da emanare secondo la L. 400/88 dopo il DPR delle riorganizzazione).

E’ opportuno per dare autonomia piena, tecnico-scientifica, amministrativa e contabile, individuare un univoco modello di riferimento. Il più avanzato, nella serie delle autonomie assegnate nel corso degli anni alle strutture del MiBAC, sembra essere quello delineato nella Legge 352/1997, relativo alla Soprintendenza di Pompei.

 

Il Centro per i Servizi educativi del Museo e del Territorio e la messa in rete della didattica del patrimonio culturale

Il Centro per i Servizi educativi, istituito con D.M. 15 ottobre 1998, svolge da un decennio compiti di promozione di buone pratiche educative per la scuola e per gli adulti, di sperimentazione di tecnologie innovative per i pubblici con disabilità, partecipa a progetti europei attraverso rapporti internazionali con ICOM-UNESCO (Comitato CECA), forma mediatori culturali, in presenza e tramite e-learning, in applicazione degli articoli 118 e 119 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. Ha inoltre messo a sistema i Servizi educativi delle Soprintendenze e dei Musei statali, circa 100 strutture, per le quali sono stati formati funzionari responsabili e operatori didattici.

L’attività è documentata da S’ed – Il Giornale del Centro per i Servizi educativi, on-line e cartaceo.

Nella nuova ripartizione di competenze tra le Direzioni Generali, il Centro corre il rischio di perdere la sua indispensabile trasversalità operativa. Viceversa, sembra ottimale il suo inserimento tra le strutture della Direzione per l’Innovazione tecnologica, che già comprende gli Istituti Centrali e l’Ufficio Studi, con il quale da anni il Centro S’ed collabora.

 

3. Le Direzioni Regionali

 

La riforma Urbani del MiBAC, trasformando in Direzioni Generali le Soprintendenze Regionali (D. Lgs. 1998, n. 368, art. 7; DPR. 2000, n. 441, art. 13), nate come organi di coordinamento intersettoriale, e conferendo a questi uffici poteri di direzione, indirizzo e controllo sulle Soprintendenze, ha molto limitato le funzioni operative e di gestione di queste ultime, che vedono oggi i propri compiti limitati a quelli di uffici di istruttoria.

La conseguenza paradossale è che a una amministrazione statale la cui ragion d’essere e la cui credibilità consistono nel suo fondarsi su conoscenze tecnico-scientifiche, è stata preposta una struttura politico-burocratica a cui sono state demandate importanti decisioni e scelte anche in ordine a questioni di carattere tecnico-scientifico. E questo mentre non è previsto che i direttori generali regionali – cui può essere affidata anche la direzione delle c. d. Soprintendenze autonome o dei Poli museali – provengano obbligatoriamente dai ruoli del personale tecnico-scientifico del Ministero, come invece dovrebbe essere.

Occorre dunque restituire alle Soprintendenze di settore i compiti specifici nel campo della conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio, affidando alle Direzioni regionali la funzione di strutture preposte al coordinamento intersettoriale e ai rapporti con le Regioni, insieme alla responsabilità della programmazione concertata con gli Enti pubblici territoriali e della pianificazione del territorio.

 

Se l’obiettivo della riforma è semplificare l’organizzazione, le procedure e la comunicazione tra centro e periferia, è necessario non generare conflitti e duplicazioni.

Se le Direzioni Generali regionali devono avere un ruolo di coordinamento di tutti gli istituti periferici deve essere garantita una adeguata visibilità e rappresentanza anche di Biblioteche e Archivi nell’organizzazione degli uffici regionali e nelle attività di competenza delle Direzioni regionali, riguardo alla programmazione ed in particolare ai piani annuali e pluriennali e ai relativi piani di spesa, agli accordi di programma, alla promozione di studi e di ricerche.

Gli uffici delle Direzioni regionali dovranno essere organizzati e dotati di personale in grado di far fronte alla complessità dei compiti loro affidati.

Eventuali organismi misti di coordinamento  devono essere costituiti da rappresentanze di tutti i settori dei beni culturali sul territorio.

In ogni caso, a garanzia della valorizzazione e della tutela di tutto il patrimonio culturale e della qualità degli interventi, la responsabilità delle Direzioni regionali deve essere affidata a dirigenti provenienti dai ruoli tecnico-scientifici di tutti i settori.

 

4. Le Soprintendenze di settore

 

Occorre che sia restituito alle Soprintendenze, organi tecnico-scientifici del Ministero sul territorio, quel grado di responsabilità e autonomia che è indispensabile per l’attività di tutela: e ci si riferisce tanto all’autonomia tecnico-scientifica quanto all’autonomia gestionale, almeno fino a un limite che può essere prefissato di spesa.

 

Inoltre occorre:

 

  • che nella collocazione e redistribuzione delle Soprintendenze sul territorio si consideri che i confini di competenza delle stesse non possono essere individuati in base a divisioni amministrative, ma prioritariamente in riferimento ad ambiti culturalmente omogenei e a particolari complessi storici.

 

  • che non siano soppresse strutture che hanno fondamento in una lunga tradizione culturale e sono quindi portatrici di una cultura originale. Un conseguente problema particolarmente delicato è quello degli archivi di documentazione, che rischiano di essere smembrati e dispersi, mentre di essi si dovrebbe alimentare l’azione di tutela in tutti i suoi aspetti (si pensi soltanto alla storia degli interventi di restauro e alla relativa indispensabile conoscenza ai fini di nuovi interventi conservativi)

 

  • che venga salvaguardata la specificità di ogni Soprintendenza di settore, garanzia del fondamento tecnico-scientifico dell’azione di tutela ma anche strumento per consentire una tempestiva azione di programmazione ed esecuzione degli interventi. Non si deve quindi accrescere il numero delle Soprintendenze miste, che alla luce di anni di esperienza hanno sistematicamente penalizzato il patrimonio storico-artistico.

  

 

5. Per un Sistema Archivistico Nazionale

 

Istituti Centrali Speciali

A livello centrale il rafforzamento degli aspetti tecnici, scientifici e di indirizzo dell’area archivistica dovrebbe tradursi nella formazione di un polo conservativo che svolga anche funzione di ricerca e di formazione. In maniera speculare a quanto proposto per il settore delle biblioteche, si potrebbero istituire gli Archivi nazionali che verrebbero a comprendere diversi istituti di nuova e vecchia data:

  • Archivio centrale dello Stato che, oltre ai compiti attuali, dovrebbe svolgere quello di deposito per la documentazione archivistica digitale, funzionando così anche come luogo di ricerca e sperimentazione in un campo come quello della conservazione delle memorie digitali nel quale ricerca, sperimentazione, confronto internazionale sono aspetti fortemente legati;

  • Scuola di formazione per la documentazione contemporanea, da istituire con compiti indirizzati essenzialmente alla conservazione della documentazione contemporanea con particolare riferimento a quella digitale;

  • Istituto centrale per gli archivi per i compiti relativi alla elaborazione di standard e raccomandazioni tecniche, linee guida, indirizzi normativi. L’autorevolezza di tale struttura tecnica è legata anche alla presenza al proprio interno di organismi che riflettano la ricchezza e la varietà delle esperienze maturate a livello territoriale.

 

Anche nel campo degli archivi, come per quello delle biblioteche, tale modello trova in Europa alcuni esempi che, pur nelle diversità di tradizioni archivistiche e di ordinamenti giuridici e amministrativi, si muovono nella direzione di un centro nazionale tecnico-scientifico, differente dagli apparati amministrativi, e articolato in diverse strutture.

Gli Archivi nazionali dovrebbe essere dotati di autonomia con a capo un tecnico di rango di direttore generale e con dirigenti tecnici di seconda fascia per le articolazioni settoriali.

 

La rete territoriale archivistica

Servizi archivistici territoriali statali

A livello regionale, che attualmente vede la presenza di una Sovrintendenza archivistica e tanti Archivi di Stato quanti sono i capoluoghi di provincia, si dovrebbe rafforzare il coordinamento delle funzioni (conservazione e vigilanza), attualmente separate in due strutture distinte, e andare verso la costruzione di servizi archivistici territoriali statali. Tale processo, necessariamente lungo e caratterizzato da passaggi con tempi e obiettivi diversi, potrebbe partire con una redistribuzione di compiti tra le strutture tradizioni territoriali dell’Amministrazione archivistica (Sovrintendenze archivistiche e Archivi di Stato). Si potrebbe cominciare, da una parte, con il potenziamento delle strutture con sedi nelle città capoluogo di regioni che potrebbe svolgere funzioni di servizio per la

  • conservazione digitale regionale (non necessariamente solo statale)

  • gestione di servizi amministrativi comuni, alleggerendo gli uffici provinciali

  • coordinamento e programmazione delle esigenze locali

e, dall’altra, con l’affidamento di compiti di vigilanza anche agli uffici provinciali avviando, in questo modo, una forma di tutela sugli archivi privati e pubblici molto più penetrante e presente sul territorio.

 

Poli di conservazione archivistica

Si può prevedere, inoltre, lo sviluppo di poli archivistici con la partecipazione dei diversi soggetti istituzionali pubblici e privati operanti sul territorio. Si tratterebbe di dar vita a strutture consortili o di altra natura (sulle cui caratteristiche giuridiche e gestionali è necessario un ulteriore e specifico approfondimento, in parte già avviato in alcune realtà), con confini territoriali diversi o anche a natura tematica. La novità di questi poli rispetto alla tradizione italiana comporta l’esigenza di procedere per via sperimentale partendo dalle situazioni che già dispongono di una progettazione avanzata in questa direzione e di un accordo di massima con gli enti interessati.

 

La formazione di settore

Alle 17 Scuole attualmente in funzione presso gli Archivi di Stato sarebbe opportuno sostituire un sistema coordinato a livello nazionale che preveda, oltre alla già ricordata scuola per la documentazione contemporanea, un numero limitato di centri formativi nelle sedi di archivi che per tradizione archivistica e per ricchezza dei patrimoni conservati, siano in grado di fornire un servizio formativo di alta qualità. E’ naturalmente da ripensare l’attuale organizzazione dell’offerta formativa in termini di obiettivi, durata e specifici contenuti disciplinari. Anche il nodo dei rapporti con le altre agenzie formative richiede specifici approfondimenti da affrontare a livello interministeriale.

  

 

6. Per un Sistema Bibliotecario Nazionale

 

Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha un ruolo rilevante nel sistema delle biblioteche italiane perché ha la responsabilità dei servizi nazionali che costituiscono l’asse portante dei servizi bibliotecari italiani.

La radicale evoluzione dei servizi bibliotecari determinata dallo sviluppo delle reti e del digitale, i cambiamenti introdotti dalle modifiche al titolo V della Costituzione, la nuova legge sul deposito legale, con tutti i suoi limiti, impongono una profonda revisione delle strutture nazionali e la costruzione di un sistema integrato dei servizi, in collaborazione con università, regioni e enti locali.

 

La Biblioteca Nazionale Italiana

La riorganizzazione dei servizi bibliotecari nazionali costituisce un punto qualificante della politica delle biblioteche e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha un ruolo rilevante perché ha la responsabilità della gestione dei servizi nazionali, che costituiscono il fondamento dei servizi bibliotecari del paese.

I servizi nazionali si fondano sulle due Biblioteche nazionali centrali di Roma e di Firenze, responsabili della raccolta e della documentazione della produzione editoriale su qualunque supporto, sulla Discoteca di Stato / Museo dell’Audiovisivo, destinataria del deposito legale della produzione audio (dal 1939) e video, e sull’Istituto centrale per il catalogo unico (ICCU), responsabile della produzione e della diffusione degli standard descrittivi (regole di catalogazione, metadati ecc.) ed anche del coordinamento della rete pubblica del Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN), della gestione di censimenti nazionali.

Questi Istituti, infatti, hanno funzioni di archivio nazionale come previsto dalla legge 106/2004 del deposito legale e compiti di servizio in campo bibliografico, catalografico e documentario a livello nazionale, costituendo il sostegno e il riferimento per i servizi bibliotecari su tutto il territorio.

Le modifiche costituzionali, le nuove norme sul deposito legale, unitamente ai nuovi sviluppi dei servizi bibliografici e bibliotecari nazionali, determinati dall’evoluzione della produzione editoriale, dalla circolazione dell’informazione, dalle tecnologie digitali e dalle reti impongono delle innovazioni organizzative nelle strutture delle due biblioteche nazionali centrali, dell’ICCU e della Discoteca di Stato / Museo dell’Audiovisivo. Non è più sostenibile infatti, sia sul piano dell’efficienza dei servizi, sia sul piano dei costi, mantenere separati istituti che svolgono le stesse funzioni senza riuscire a stabilire né coordinamento – peraltro previsto già dai tempi del DPR.805/75 e mai attuato – né divisione dei compiti, consumando risorse in inutili duplicazioni di lavoro. E’ inoltre particolarmente attuale e urgente coordinare sia le attività relative al deposito legale, regolato dalla nuova normativa sopracitata, sia le attività di conservazione delle collezioni cartacee e di quelle digitali, oggi in continua crescita, sia i programmi sui servizi nazionali, anche in attuazione di progetti internazionali.

Nell’ambito della riorganizzazione del MiBAC è necessario che venga attuato un nuovo modello organizzativo, che vada a costituire la Biblioteca Nazionale Italiana, che comprenda in una struttura policentrica, i quattro istituti sopracitati. Tale istituzione ovviamente dovrà essere dotata di autonomia tecnico-scientifica e amministrativo-contabile.

Esistono in Europa alcuni interessanti modelli di biblioteche nazionali costituite da più istituti fortemente coordinati nelle loro attività: in particolare il modello organizzativo della Biblioteca nazionale tedesca, fondato sulla federazione delle istituzioni nazionali a seguito della riunificazione politica e territoriale, può essere una indicazione interessante.

Il responsabile della nuova Biblioteca nazionale italiana dovrà essere un tecnico con il rango di direttore generale, dirigenti tecnici di seconda fascia per le articolazioni che la compongono (BNCR, BNCF, Discoteca, ICCU).

Le biblioteche sono strumenti fondamentali di accesso all’informazione ed ai contenuti nella nuova era digitale la loro presenza diffusa sul territorio consente distribuzione capillare di servizi culturali ed educativi ai cittadini.

A questo scopo, parallelamente al rafforzamento delle strutture nazionali attraverso la creazione della Biblioteca nazionale italiana, è necessario rafforzare e razionalizzare ulteriormente la ricca esperienza del Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN), fondata sulla cooperazione delle biblioteche pubbliche statali, delle biblioteche pubbliche degli enti locali, delle biblioteche universitarie, integrandola con i servizi offerti sul territorio dalle numerose istituzioni della cultura e stabilendo rapporti funzionali durevoli e qualificati con le strutture educative. Va inoltre sviluppato il ruolo di strumento di accesso a conservazione delle collezioni digitali che solo la struttura a rete di SBN può svolgere con successo.

Per questo bisogna avviare un processo, concertato fra tutti gli attori istituzionali sul territorio, per suddividere i compiti fra il centro e le istituzioni del territorio avendo come obiettivo finale la creazione di valore aggiunto per il cittadino razionalizzando l’organizzazione e l’utilizzo delle attuali risorse.

In questa prospettiva si ritiene infine necessario un riordinamento dell’assetto degli istituti bibliotecari dipendenti dal Ministero per i Beni Culturali, dopo tanti anni di modifiche normative che hanno inevitabilmente sbilanciato il sistema e rotto equilibri che, pur destinati ad essere superati dalle trasformazioni costituzionali e istituzionali, sono oggi privi di una sostanziale coerenza.

Il processo di riordinamento deve essere affrontato mediante la costituzione di una commissione ad hoc che valuti le caratteristiche documentarie e storiche delle collezioni e le specifiche situazioni, e individui modi innovativi ed efficaci di concertazione sul territorio (senza appesantire, anzi riducendo, il pletorico sistema decisionale del Ministero).

 

Il Centro per il libro e la lettura

Non può essere annoverato tra gli istituti centrali o speciali l’ipotizzato Centro per il libro e la lettura, delineato in una bozza di DPR in corso di approvazione, che ha suscitato molte perplessità. Infatti non può avere, come gli altri istituti, funzioni di studio e ricerca, ma solo un ruolo di promozione della produzione editoriale nazionale e della lettura, per altro già presente nelle funzioni della Direzione generale per i beni librari e gli istituti culturali. Se deve assolvere ai suoi compiti deve essere concepito in modo più agile, non direttamente incardinato nel Ministero, ma come un organismo autonomo, composto di rappresentanti degli editori, autori, autonomie locali, e rappresentanti del MIBAC, da collocare nell’ambito delle possibili proposte di una legge per il libro. Al Ministero potrebbero essere attribuite funzioni di vigilanza.

 

 

7. Appunto per il governo del Paesaggio

 

Nella pianificazione interistituzionale integrata, introdotta dal D. Lgs. 157/2006, l’apporto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali potrebbe consistere in un potenziamento delle attività delle Direzioni Regionali. Ma questo apporto dovrebbe anche essere posto in collegamento con il Ministero dell’Ambiente, tra le diverse Regioni e tra tutti gli altri Ministeri competenti (Attività Produttive, Funzione Pubblica, Università e Ricerca, etc.).

Per questo parrebbe auspicabile a una parte delle Associazioni che sottoscrivono questo Documento – si tratta di un’ipotesi, da valutare e discutere – l’istituzione, ad iniziativa del Ministro per i Beni e le Attività Culturali, ma se possibile con incardinamento presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, di un Ufficio, di un Sottosegretario o di un Commissario straordinario, incaricato di stabilire procedure e criteri e di coordinare l’azione di pianificazione paesaggistica nelle diverse Regioni. Tale nuova struttura dirigenziale potrebbe avvalersi di personale che resterebbe in servizio negli uffici di appartenenza, Ministeri, Regioni, enti locali, e che verrebbe selezionato in base ad un esame (scritto e orale) conclusivo di corsi di aggiornamento e preparazione specifica (orientativamente 240 ore) appositamente organizzati, eventualmente di intesa con le Università. Tali corsi dovrebbero essere incentrati essenzialmente sull’impiego della cartografia digitale, inclusa quella tridimensionale in grado di fornire indicazioni sulle visuali effettive.

Un elemento che potrebbe costituire il contributo essenziale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali dovrebbe essere (in virtù della parte ancora vigente della legge urbanistica n. 1150 del 1942) innanzi tutto quello della definizione delle invarianti e cioè il censimento aggiornato delle dichiarazioni di interesse, non solo in ordine alla tutela del Paesaggio (D. Lgs. 157/2006), ma anche in ordine alla tutela dei beni immobili e delle loro visuali (D. Lgs. 156/2006): celebri vedute riprodotte dalle opere d’arte, siti storici, letterari o archeologici e monumenti architettonici, singoli o costituiti da complessi di beni. Poi si potrebbero aggiungere altre ragioni di interesse, forestali, rurali, idrogeologiche sino a completare il quadro delle cautele necessarie, trasferendone il risultato su una base dati costituita da un rilevamento satellitare.

Ovviamente tale lavoro potrà avvalersi ed essere impostato sulla base della “carta del rischio”.

Occorrerebbe poi integrare le zone protette tenendo conto di quanto deriva dalla normativa (dalla “Galasso” alla legge n. 378 del 2003 per la tutela dell’agricoltura tradizionale e dell’architettura rurale), degli usi civici, delle normative storiche, anche pre-unitarie (reintrodotte nel 1881 con la proroga delle leggi degli stati pre-unitari sulla tutela delle “Antichità e Belle arti”).

Solo successivamente a questa ricognizione preliminare cautelare si potrebbe passare alla fase propositiva, di pianificazione. Nella quale si potrebbe inserire la possibilità di abbandonare almeno in parte, nella definizione degli àmbiti, la logica delle rigide perimetrazioni e della pianificazione per zonizzazione, ricercando invece forme accurate, graduali e sfumate di raccordo tra le diverse vocazioni territoriali, insite o indotte che siano.

Quanto agli aspetti organizzativi è auspicabile che si possa trovare il modo di coniugare efficienza e risorse, nel presupposto della verifica della competenza tecnica specifica degli addetti.

 

 

8. Per i beni Demoetnoantropologici

 

Le strutture e il personale tecnico-scientifico

A distanza di sette anni dal Regolamento del 2000 e a tre anni da quello del 2004, si rileva ancora la carenza o addirittura la mancanza di personale professionale demoetnoantropologico a tutti i livelli (Direttori, Direttori-Coordinatori, Dirigenti e Funzionari DEA) negli organici del Ministero, in particolare, come già richiesto dagli esperti del settore all’Amministrazione, del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, del Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini”, delle Direzioni Regionali, delle Direzioni Generali, delle Soprintendenze periferiche, dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, dell’Istituto Centrale per il Restauro, della Discoteca di Stato, delle Soprintendenze Archivistiche Regionali: ciò impedisce che i beni demoetnoantropologici siano trattati con la medesima attenzione, serietà e pertinenza riservata agli altri beni.

È dunque necessario che tali strutture vengano rese pienamente funzionanti anche in questo settore mediante l’apporto delle competenti figure tecnico-scientifiche e per ciò è indispensabile e ormai improrogabile provvedere ad assunzioni di demoetnoantropologi – eventualmente integrandole con i meccanismi della mobilità – e ridefinire anche, le piante organiche, le direzioni e bandire un concorso per la dirigenza DEA (non ne sono mai stati banditi e le direzioni dei due Musei Nazionali attribuiti a non esperti del settore).

L’apporto delle figure professionali dei demoetnoantropologi nel Ministero è la condizione necessaria per una seria attuazione del Regolamento in questo settore e per una corretta politica del patrimonio demoetnoantropologico nei musei e sul territorio: si tratta dunque di un percorso non più rinviabile, che le associazioni di settore chiedono ormai da tempo con forza e in cui si misurerà la capacità del Ministero di dare coerenza al recente inserimento di questi beni nel quadro del sistema nazionale della tutela dei beni culturali.

 

I beni demoetnoantropologici

È necessario premettere che la comunità scientifica degli antropologi, anche attraverso le proprie associazioni di categoria, l’Associazione Italiana per le Scienze Etnoantropologiche (AISEA) e la Società Italiana per i Musei e i beni Demoetnoantropologici (SIMBDEA), ha manifestato in più occasioni il proprio dissenso a proposito della ridenominazione in etnoantropologico, avvenuta nel Codice, del patrimonio demoetnoantropologico (termine introdotto con il D.L. 112/98 e con il Testo Unico, nonché corrispondente al profilo professionale istituito nel 2001), secondo la denominazione usata anche in ambito accademico (M-DEA/01 “Discipline demoetnoantropologiche”). 

Tale modifica ha finito per disarticolare l’unitarietà dell’oggetto e confonderne la corretta comprensione, poiché i due Musei Nazionali di riferimento (il Museo Nazionale della Arti e Tradizioni Popolari e il Museo Nazionale Preistorico Etnografico “L.Pigorini”), pur essendo stati sinora inclusi nello stesso Dipartimento, continuano a rimanere separati dal punto di vista dell’organizzazione amministrativa centrale, poiché afferiscono a due Direzioni Generali differenti (Direzione Generale per i Beni storici, artistici e etnoantropologici e quella per i Beni Archeologici). Questo vanifica in termini di organizzazione e di gestione il senso unitario del settore demoetnoantropologico, pur riconosciuto sia nel Codice sia nel nuovo assetto istituzionale.

 

Prospettive e proposte

Per superare le contraddizioni e le anomalie esistenti e per dare visibilità, unità ed efficacia operativa al settore dei beni demoetnoantropologici, le associazioni degli antropologi italiani (AISEA e SIMBDEA), con le altre associazioni professionali del settore e le associazioni per la tutela , propongono

·        La costituzione dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Demoetnoantropologico. La costituzione di tale Istituto è una proposta che si riferisce esplicitamente a quanto indicato nell’art. 6 del Decreto Legislativo n. 368/1998 e nel successivo art. 4 del Decreto Legislativo n. 3/2004, dove si sostanzia la possibilità di costituire, per particolari categorie di beni, “istituti speciali per lo svolgimento di compiti di studio, ricerca, sperimentazione e documentazione, consulenza tecnico-scientifica alle amministrazioni pubbliche e ai privati, elaborazioni di norme e standard metodologici per il settore di appartenenza”;

Tale Istituto deve dipendere dalla Direzione Generale per l’Innovazione e la Ricerca, e costituire il riferimento centrale e unificato per la particolare categoria dei beni demoetnoantropologici al fine di assicurare il coordinamento a livello nazionale delle politiche di tutela.

Per questo motivo tale Istituto dovrà essere diretto da un Dirigente Demoetnoantropologo.

·        L’istituzione di un Comitato tecnico-scientifico per il Patrimonio Demoetnoantropologico.

·        Nell’eventualità che l’orientamento riformatore si indirizzi verso la riduzione delle Direzioni Generali e l’accorpamento delle competenze proprie degli istituti periferici, si raccomanda la necessità di organizzare l’Amministrazione centrale tenendo conto dell’autonomia tecnica e scientifica del settore dei beni demoetnoantropologici, della sua unitarietà, del ruolo specifico svolto dai due grandi musei nazionali e dell’opportunità di riferire questi ultimi a un’unica Direzione generale in cui siano previsti uffici dirigenziali ad hoc.

Nel caso ogni settore tecnico-scientifico facesse capo a una propria Direzione generale e a soprintendenze competenti, al fine di assicurare al patrimonio demoetnoantropologico la necessaria autonomia e riconoscibilità sul piano delle politiche della tutela e della valorizzazione, si ritiene di proporre la creazione di una Direzione Generale per il Patrimonio Demoetnoantropologico e  l’articolazione di istituti periferici del Ministero in Soprintendenze per il Patrimonio Demoetnoantropologico.

  

 

9. Reclutamento e qualificazione degli addetti alla tutela e valorizzazione

 

No a un Ministero burocratizzato nel quale da molti anni non si fanno concorsi pubblici e che rischia di essere ulteriormente dequalificato e bloccato da sanatorie e progressioni interne di carriera

La vigente Legge Finanziaria (comma 519) dispone l’immissione in ruolo di «personale non dirigenziale in servizio a tempo determinato da almeno tre anni […] assunto mediante procedure selettive di natura concorsuale o previste da norme di legge. Alle iniziative di stabilizzazione del personale assunto a tempo determinato mediante procedure diverse si provvede previo espletamento di prove selettive». Nella ripartizione dei posti tra i vari Ministeri, il MiBAC detiene la quota maggiore di assunzioni: 2055 posti su 6962. Secondo la tabella allegata al Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri relativo alla stabilizzazione dei precari (DPCM firmato il 1 marzo e attualmente presso la Corte dei Conti e non ancora pubblicato sulla G.U.), i posti del MiBAC sarebbero così distribuiti: Area B3 (Profilo Assistente Tecnico): 6 unità; Area B3 (Profilo Assistente alla Vigilanza - part time): 631 unità; Area B1 (Profilo Addetto servizi di Sorveglianza): 1418 unità.

Contestualmente, a conclusione delle procedure di riqualificazione interna al MiBAC, il DPCM del 16 gennaio 2007 (G.U. - Serie Generale n. 45 del 23-2-2007) ha autorizzato il Ministero «ad avviare procedure selettive interne relative a progressioni verticali di passaggio da un’area professionale all’altra», per complessivi 1160 posti, anche con i cosiddetti doppi e tripli salti di livello, così ripartiti: da B3 a C1: 345 posti; da B2 a C1: 69 posti; da B1 a C1: 46 posti; da A1 a B1: 700 posti.

La tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale hanno bisogno di personale selezionato attraverso pubblici concorsi che individuino i candidati migliori, soprattutto nel vasto bacino dei laureati, specializzati e dottori di ricerca. Viceversa, il combinato disposto di ruolizzazioni ope legis e di progressioni verticali interne al MiBAC, rischia di penalizzare sine die quell’alto profilo tecnico-scientifico che era nella missione originaria del Ministero. Da una parte si procede all’assunzione in blocco di un ragguardevole contingente di personale, selezionato per rapporti di lavoro a tempo determinato o addirittura senza concorso, dall’altra si perpetua la prassi di estromettere candidati esterni dalle procedure concorsuali di riqualificazione, in spregio a innumerevoli pronunciamenti della Corte Costituzionale. Il sistema delle riqualificazioni interne al Ministero ha infatti corrotto un principio giusto, cioè quello di incentivare e gratificare i lavoratori più attivi e capaci, portando a progressivi passaggi di livello e infine di area (da A a B1, e da B a C1). In tal modo, personale assunto con strumenti selettivi non sempre adeguati, attraverso progressioni verticali può col tempo trovarsi a ricoprire anche incarichi di responsabilità, perfino direttive. Queste operazioni, oltre tutto, non tengono conto dell’esistenza di una variegata platea di precariato sommerso, i cosiddetti “collaboratori esterni”, che da anni lavorano per il Ministero in attesa di partecipare a un concorso pubblico per funzionari tecnico-scientifici; si tratta di personale qualificato che svolge attività indispensabili all’adempimento dei principi costituzionali di conoscenza e tutela del patrimonio culturale (catalogazione, didattica ed educazione al patrimonio, campagne di scavo, collaborazione a mostre, redazione di cataloghi, realizzazione di testi scientifici ecc.).

Solo l’utilizzo di concorsi pubblici e trasparenti, con adeguata valutazione dei titoli specifici, delle competenze e delle precedenti esperienze lavorative, può garantire il reclutamento dei più meritevoli e dei più capaci, favorendo così il buon andamento e la massima efficienza, in generale, della Pubblica Amministrazione e, in particolare, del Ministero che ha la responsabilità del patrimonio culturale italiano.

Ai temi della sanatoria del precariato e dei passaggi tra le aree si connette strettamente un ulteriore punto critico: la definizione dei profili professionali, in discussione proprio in questa fase di riassestamento degli organici del MiBAC. In previsione dell’immissione in ruolo di una massa così consistente di personale si è avviato il confronto sulle declaratorie professionali e sui requisiti di accesso, purtroppo secondo una logica procedurale ex post. E’ invece auspicabile che si utilizzi questa occasione per definire con chiarezza e senza ambiguità i limiti e le mansioni di ciascun profilo professionale, con la massima attenzione alla corrispondenza tra le funzioni di servizio, i titoli e le competenze necessari, ponendo anche fine alla difformità di requisiti richiesti per il personale già interno e per eventuali concorrenti esterni.

Pertanto si chiede:

-         che vengano indetti concorsi pubblici per l’immissione di personale tecnico-scientifico qualificato;

-         che si attivi una rigorosa vigilanza sui processi di riqualificazione; 

-         che si affrontino le problematiche dei collaboratori esterni e delle diverse forme di precariato, garantendo diritti e tutela a tutti i lavoratori;

-         che si apra un ampio e serrato dibattito sulla revisione dei profili professionali.

I compiti primari della conoscenza, della tutela e della valorizzazione  dei beni culturali sono assicurati dalle strutture tecnico-scientifiche, che costituiscono una risorsa culturale di primissimo piano per il Paese. E’ necessario pertanto provvedere a nuove assunzioni per gli organici tecnico-scientifici negli specifici campi professionali. L’assenza di ricambio generazionale sta impedendo il naturale travaso delle conoscenze (nei due sensi: dai “vecchi” ai “giovani” e viceversa) e ponendo una ipoteca seria sulla stessa sussistenza degli istituti.

 

 

10. Il rapporto con il MIUR e con le Università per la formazione e per la ricerca

 

Il recente DM 31 gennaio 2006 (G.U. 15 giugno 2006, n. 137, Suppl. Ord. n. 147) Riassetto delle Scuole di Specializzazione nel settore della tutela, gestione e valorizzazione del patrimonio culturale apre una nuova prospettiva di fattiva collaborazione tra MiBAC e MIUR per il concretizzarsi  di progetti realmente innovativi sia sul piano della formazione degli addetti alla tutela del Patrimonio che operano all’interno e, in sempre maggior numero, all’esterno delle istituzioni preposte, statali e degli enti pubblici territoriali, sia sul piano della ricerca.

Rivestono carattere di urgenza:

  • l’avvìo di una trattativa che porti quanto prima ad un Accordo–quadro tra MIUR e MiBAC, tale da favorire la collaborazione tra docenti dei due Ministeri nella progettazione, impostazione e gestione dell’attività didattica e di ricerca delle future Scuole di Specializzazione, sulla base di specifiche convenzioni e di modelli formativi condivisi, anche ai fini dell’organizzazione dei tirocini degli allievi e del riconoscimento dei titoli di studio.

  • l’impegno per ottenere l’approvazione degli ordinamenti delle nuove Scuole di Specializzazione dalla Conferenza Stato-Regioni, con l’obiettivo di assicurare una alta qualificazione professionale agli addetti alla tutela degli Enti pubblici territoriali e a chi eserciti le stesse professioni in ambito privato.