Testo del Documento
Al Ministro per i
Beni e le Attività Culturali
On.le
Francesco Rutelli
Al Sottosegretario
per i Beni e le Attività Culturali,
Danielle
Gattegno Mazzonis
Al Sottosegretario
per i Beni e le Attività Culturali
Andrea Marcucci
Al Sottosegretario
per i Beni e le Attività Culturali
Elena Montecchi
Al Presidente
della VIIª Commissione Permanente Senato
On.le
Vittoria Franco
Al Presidente
della VIIª Commissione Permanente Camera
On.le
Pietro Folena
Al Presidente del
Consiglio Superiore per i Beni Culturali e il Paesaggio
prof. Salvatore
Settis
Al Segretario
Generale
Giuseppe Proietti
Al Capo di
Gabinetto
Gabriella
Palmieri Sandulli
Al Capo
dell'Ufficio Legislativo
Francesca Quadri
Roma, 28 marzo
2007
MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’
CULTURALI: QUALE FUTURO?
Le ragioni e i criteri irrinunciabili di una
nuova riforma secondo le Associazioni per la tutela del Patrimonio
culturale e le Associazioni professionali del settore
Associazione “R. Bianchi Bandinelli”,
A.N.A.I: Associazione Nazionale Archivistica Italiana, A.I.B.:
Associazione Italiana Biblioteche, ASSOTECNICI, AISEA: Associazione
Italiana per le Scienze Etnoantropologiche, Comitato per la Bellezza,
Consulta Nazionale Universitaria per l’Archeologia del Mondo Classico,
Consulta Nazionale Universitaria per la Storia dell’Arte, SIMBDEA:
Società Italiana per i Musei e i Beni Demoetnoantropologici
I provvedimenti collegati alla Finanziaria
2007 (L. 286 del 24-11-2006, art. 2, cc. 94-99 ) hanno avviato un nuovo
riassetto del MiBAC. Intorno alla figura del Segretario Generale,
contestualmente alla soppressione dei Dipartimenti e al riassetto degli
organi consultivi - cioè dei Comitati tecnico-scientifici e del
Consiglio Superiore per i Beni Culturali e per il Paesaggio-, sono in
corso di ridefinizione i profili dei vertici del Ministero: Direzioni
Generali centrali e regionali e relativi compiti, mentre l’ordinamento
degli Istituti periferici e delle Soprintendenze di settore (uffici di
livello dirigenziale non generale) è rinviato a successivi decreti
ministeriali, che saranno inevitabilmente condizionati dalla situazione
prefigurata dal precedente Regolamento di organizzazione del MiBAC,
attualmente in corso di approvazione. E’ evidente che il ruolo e le
funzioni degli Istituti periferici e delle Soprintendenze, organi
tecnico-scientifici del Ministero sul territorio, dovrebbero al
contrario essere definiti contestualmente a quelli delle Direzioni
Generali, secondo un modello organico di distribuzione delle competenze.
Infatti mai come ora si è posta l’esigenza di ripensare all’interno di
un progetto organico complessivo l’intera struttura del Ministero e i
gangli del suo buon funzionamento, definendo dunque, insieme al ruolo
delle Direzioni Generali, ruolo e funzioni degli organi
tecnico-scientifci sul territorio.
Analizzando i caratteri salienti e le
conseguenze operative della riforma del MiBAC voluta dal ministro Urbani
(cfr. D.Lgs. n. 3/2004 e DPR n. 173/2004) si deve denunciare la
moltiplicazione abnorme delle Direzioni Generali, sia al centro che alla
periferia, con il conseguente rallentamento, quando non la paralisi
dell’iter dei procedimenti amministrativi, mentre gli Istituti
periferici e le Soprintendenze di settore parallelamente sono stati
svuotati di funzioni e abbandonati a un progressivo deperimento, anche
per effetto del mancato ricambio del personale a tutti i livelli, e in
particolare dei funzionari tecnico-scientifici, i soli in grado di
sostenere una efficace, autorevole e qualificata azione di conoscenza,
tutela e valorizzazione del patrimonio culturale.
Un intervento di reale rinnovamento della
pubblica amministrazione dei beni culturali dovrebbe quindi proporsi in
prima istanza di correggere radicalmente la situazione attuale, non di
ricalcarla peggiorandola: infatti la necessità di una struttura
burocratica leggera al centro è direttamente proporzionale al buon
funzionamento degli organi periferici.
Ci si chiede infine la ragione della mancata
consultazione e coinvolgimento di coloro che hanno la responsabilità
concreta dell’esercizio quotidiano della tutela e della gestione degli
istituti ai fini di una riforma che dovrebbe finalmente rilanciare e
migliorare l’incisività dell’azione del MIBAC.
Sembra che nessuno ricordi più il contributo
dei Soprintendenti, nel noto convegno del 1938, al cambiamento cruciale
della legislazione e delle strutture amministrative della tutela.
PRINCIPI E PROPOSTE PER LA
RIORGANIZZAZIONE DEL MIBAC
N.B. Osservazioni puntuali allo schema di
decreto per il nuovo Regolamento di organizzazione del MiBAC (14.3.2007)
verranno formulate successivamente
1
L’Amministrazione
Centrale
2
Gli Istituti
Centrali
3
Le Direzioni
Regionali
4
Le Soprintendenze
di Settore
5
Per un Sistema
Archivistico Nazionale
6
Per un Sistema
Bibliotecario Nazionale
7
Appunto per il
governo del Paesaggio
8
Per i beni
Demoetnoantropologici
9
Reclutamento e
qualificazione degli addetti alla tutela e valorizzazione
10
Il rapporto con
il MIUR e con le Università per la formazione e per la ricerca
1. L’Amministrazione
centrale
Attualmente (L. n. 286/2006) il Ministero
per i Beni e le Attività Culturali-MiBAC è articolato in 10 uffici di
livello dirigenziale generale centrali e in 17 uffici di livello
generale periferici, coordinati da un Segretario generale. A questi
bisogna aggiungere 2 uffici dirigenziali presso il Gabinetto del
Ministro e altri 8 incarichi di funzione dirigenziale generale.
L’esigenza di ridurre il numero delle
Direzioni Generali centrali, come previsto dalla L. 286/2006, non deve
assolutamente indurre nell’errore di prevedere la soppressione o
l’accorpamento delle Direzioni a carattere tecnico-scientifico preposte
alle specifiche categorie dei beni culturali, per favorire invece la
proliferazione di quelle di natura spiccatamente amministrativa. Sono
soltanto queste ultime da ripensare e ricondurre a funzioni realmente
indispensabili.
Difendere le Direzioni Generali
tecnico-scientifiche e pretendere che ciascuna sia affidata a uno
studioso di alto profilo del settore, significa difendere e
salvaguardare la peculiarità del MiBAC e la sua stessa ragion d’essere.
Di conseguenza riteniamo che siano da
respingere come aberranti le ipotesi ventilate di accorpamento della
Direzione Generale PSAE con la Direzione Generale per i beni
Architettonici e il Paesaggio, che indebolirebbe entrambe. Forse è il
caso di ricordare che dall’Unità d’Italia uno degli assi portanti della
tutela del Patrimonio è stato proprio il settore storico-artistico.
Strutture innovative come l’I.C.R. e l’I.C.C.D. si devono a storici
dell’arte della caratura di Cesare Brandi, Giulio Carlo Argan, Oreste
Ferrari.
Così come non dovrebbe essere scorporato il
Paesaggio – se non per affidarne la competenza ad un Ufficio speciale
presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, cfr. qui Paragrafo 7.
-, proprio per la sua sedimentata storicità, dall’attuale Direzione per
i beni Architettonici, per fonderlo invece con la Direzione Generale per
l’Architettura Contemporanea: oltre un secolo di cultura della Modernità
ci ha dimostrato quanto Paesaggio e Architettura Contemporanea possano
essere oggettivamente in conflitto; e non si sottovaluti la diversità
delle competenze necessarie. Ancora, non dovrebbe essere soppressa la
Direzione Generale per l’Architettura e l’Arte Contemporanea – DARC, che
in un decennio si è resa protagonista di molte valide iniziative, in un
campo in cui l’Italia sconta un gravissimo ritardo e che richiede
interventi, più che di tutela, di promozione e sostegno, coordinati e
dedicati.
Per costituire realmente un segno di
rinnovamento della pubblica amministrazione, il processo di riforma del
MiBAC si deve porre l’obiettivo di creare una struttura funzionale alla
conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e allo
sviluppo di nuovi servizi. A questo fine le responsabilità chiave devono
essere affidate a personale tecnico-scientifico qualificato. Si deve
quindi operare un’inversione di tendenza rispetto alla situazione
attuale, che vede ampliati poteri e ruoli decisionali dell’apparato
centrale burocratico-amministrativo.
Le risorse finanziarie
Si deve sottolineare ancora una volta che le
risorse per le spese ordinarie sono state ridotte drasticamente, ma i
tagli sono stati decisi arbitrariamente ai vertici del Ministero, senza
nessun rapporto con la realtà e le esigenze funzionali degli istituti
(compreso l’aggiornamento degli strumenti informatici): per fare un solo
esempio, alle Biblioteche sono stati ridotti i finanziamenti per gli
acquisti dei libri mentre si sono mantenuti lauti finanziamenti ai
comitati per le commemorazioni.
Gli scarsi investimenti sono affidati a
finanziamenti straordinari, gestiti in modo irrazionale e poco
trasparente. Il controllo della spesa, sia corrente che straordinaria,
non può essere solo contabile: si deve verificare la coerenza degli
investimenti con le esigenze funzionali degli istituti e soprattutto la
qualità e il costo dei risultati raggiunti dai progetti, attraverso
procedure simili a quelle in uso a livello europeo.
2. Gli Istituti Centrali
Gli Istituti Centrali, nati con la creazione
del primo Ministero per i Beni Culturali e Ambientali (DPR 805/1975) e
confermati nelle successive riforme, hanno funzioni di indirizzo. In
particolare, in una struttura che tende gradualmente a decentrare la
gestione del patrimonio a livello locale, gli Istituti Centrali
nazionali hanno un ruolo fondamentale: sono il luogo della elaborazione
scientifica e della definizione degli standard.
Essi rappresentano il punto di riferimento
per le istituzioni dello Stato e degli Enti pubblici territoriali nel
settore della tutela, della valorizzazione del patrimonio e per lo
sviluppo di nuovi servizi.
Se il disegno riorganizzativo vuole
riaffermare e rafforzare gli Istituti Centrali e il loro ruolo a livello
nazionale, la loro riforma non può essere dettata da una semplice
sommatoria per recuperare posti dirigenziali, e le loro funzioni devono
essere ridisegnate nel quadro generale della riforma.
Istituti del restauro
Per quanto riguarda gli Istituti del
restauro, la riorganizzazione deve essere proposta dopo attenta
riflessione, perchè una fusione di tutti gli istituti (tranne, allo
stato delle cose, l’Opificio delle pietre dure) unificherebbe organismi
assai diversi fra loro per storia e metodologie e potrebbe penalizzare
il settore della conservazione del patrimonio documentario scritto,
senza creare lo spazio per affrontare gli urgenti problemi della
conservazione del digitale, che risultano centrali e di grande attualità
per lo sviluppo di Archivi e Biblioteche. E’ auspicabile quindi che l’ICPL
e il Centro di fotoriproduzione, legatoria e restauro degli archivi non
vengano accorpati all’Istituto Centrale del Restauro, ma vengano fusi in
un istituto centrale specifico per la conservazione ed il restauro della
carta e delle memorie digitali.
Gli istituti del restauro debbono essere
collocati, in modo unitario e coerente nel settore dell’innovazione e
della ricerca (cioè la Direzione Generale per gli studi, la ricerca,
l’innovazione che deve avere nei riguardi degli istituti compiti di
coordinamento), stabilendo in modo chiaro precisi e stretti legami con i
settori e le strutture specifiche di riferimento (soprintendenze,musei,
archivi, biblioteche).
Deve essere chiarito che a tutti gli
Istituti Centrali deve essere attribuita la massima autonomia
tecnico-scientifica, amministrativa e contabile.
Per gli Istituti Centrali e per gli altri
istituti di valenza nazionale devono essere meglio chiarite le
caratteristiche dell’autonomia che discendono da diverse normative già
esistenti (DPR. 805/75, Decreto legislativo 368/1998, Decreto
legislativo 3/2004) e da venire (Regolamenti organizzativi da emanare
secondo la L. 400/88 dopo il DPR delle riorganizzazione).
E’ opportuno per dare autonomia piena,
tecnico-scientifica, amministrativa e contabile, individuare un univoco
modello di riferimento. Il più avanzato, nella serie delle autonomie
assegnate nel corso degli anni alle strutture del MiBAC, sembra essere
quello delineato nella Legge 352/1997, relativo alla Soprintendenza di
Pompei.
Il Centro per i Servizi educativi del
Museo e del Territorio e la messa in rete della didattica del patrimonio
culturale
Il Centro per i Servizi educativi, istituito
con D.M. 15 ottobre 1998, svolge da un decennio compiti di promozione di
buone pratiche educative per la scuola e per gli adulti, di
sperimentazione di tecnologie innovative per i pubblici con disabilità,
partecipa a progetti europei attraverso rapporti internazionali con
ICOM-UNESCO (Comitato CECA), forma mediatori culturali, in presenza e
tramite e-learning, in applicazione degli articoli 118 e 119 del Codice
dei Beni Culturali e del Paesaggio. Ha inoltre messo a sistema i Servizi
educativi delle Soprintendenze e dei Musei statali, circa 100 strutture,
per le quali sono stati formati funzionari responsabili e operatori
didattici.
L’attività è documentata da S’ed – Il
Giornale del Centro per i Servizi educativi, on-line e cartaceo.
Nella nuova ripartizione di competenze tra
le Direzioni Generali, il Centro corre il rischio di perdere la sua
indispensabile trasversalità operativa. Viceversa, sembra ottimale il
suo inserimento tra le strutture della Direzione per l’Innovazione
tecnologica, che già comprende gli Istituti Centrali e l’Ufficio Studi,
con il quale da anni il Centro S’ed collabora.
3. Le Direzioni Regionali
La riforma Urbani del MiBAC, trasformando in
Direzioni Generali le Soprintendenze Regionali (D. Lgs. 1998, n. 368,
art. 7; DPR. 2000, n. 441, art. 13), nate come organi di coordinamento
intersettoriale, e conferendo a questi uffici poteri di direzione,
indirizzo e controllo sulle Soprintendenze, ha molto limitato le
funzioni operative e di gestione di queste ultime, che vedono oggi i
propri compiti limitati a quelli di uffici di istruttoria.
La conseguenza paradossale è che a una
amministrazione statale la cui ragion d’essere e la cui credibilità
consistono nel suo fondarsi su conoscenze tecnico-scientifiche, è stata
preposta una struttura politico-burocratica a cui sono state demandate
importanti decisioni e scelte anche in ordine a questioni di carattere
tecnico-scientifico. E questo mentre non è previsto che i direttori
generali regionali – cui può essere affidata anche la direzione delle c.
d. Soprintendenze autonome o dei Poli museali – provengano
obbligatoriamente dai ruoli del personale tecnico-scientifico del
Ministero, come invece dovrebbe essere.
Occorre dunque restituire alle
Soprintendenze di settore i compiti specifici nel campo della
conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio, affidando alle
Direzioni regionali la funzione di strutture preposte al coordinamento
intersettoriale e ai rapporti con le Regioni, insieme alla
responsabilità della programmazione concertata con gli Enti pubblici
territoriali e della pianificazione del territorio.
Se l’obiettivo della riforma è semplificare
l’organizzazione, le procedure e la comunicazione tra centro e
periferia, è necessario non generare conflitti e duplicazioni.
Se le Direzioni Generali regionali devono
avere un ruolo di coordinamento di tutti gli istituti periferici deve
essere garantita una adeguata visibilità e rappresentanza anche di
Biblioteche e Archivi nell’organizzazione degli uffici regionali e nelle
attività di competenza delle Direzioni regionali, riguardo alla
programmazione ed in particolare ai piani annuali e pluriennali e ai
relativi piani di spesa, agli accordi di programma, alla promozione di
studi e di ricerche.
Gli uffici delle Direzioni regionali
dovranno essere organizzati e dotati di personale in grado di far fronte
alla complessità dei compiti loro affidati.
Eventuali organismi misti di coordinamento
devono essere costituiti da rappresentanze di tutti i settori dei beni
culturali sul territorio.
In ogni caso, a garanzia della
valorizzazione e della tutela di tutto il patrimonio culturale e della
qualità degli interventi, la responsabilità delle Direzioni regionali
deve essere affidata a dirigenti provenienti dai ruoli
tecnico-scientifici di tutti i settori.
4. Le Soprintendenze di
settore
Occorre che sia restituito alle
Soprintendenze, organi tecnico-scientifici del Ministero sul territorio,
quel grado di responsabilità e autonomia che è indispensabile per
l’attività di tutela: e ci si riferisce tanto all’autonomia
tecnico-scientifica quanto all’autonomia gestionale, almeno fino a un
limite che può essere prefissato di spesa.
Inoltre occorre:
-
che nella collocazione e redistribuzione
delle Soprintendenze sul territorio si consideri che i confini di
competenza delle stesse non possono essere individuati in base a
divisioni amministrative, ma prioritariamente in riferimento ad ambiti
culturalmente omogenei e a particolari complessi storici.
-
che non siano soppresse strutture che
hanno fondamento in una lunga tradizione culturale e sono quindi
portatrici di una cultura originale. Un conseguente problema
particolarmente delicato è quello degli archivi di documentazione, che
rischiano di essere smembrati e dispersi, mentre di essi si dovrebbe
alimentare l’azione di tutela in tutti i suoi aspetti (si pensi
soltanto alla storia degli interventi di restauro e alla relativa
indispensabile conoscenza ai fini di nuovi interventi conservativi)
-
che venga salvaguardata la specificità di
ogni Soprintendenza di settore, garanzia del fondamento
tecnico-scientifico dell’azione di tutela ma anche strumento per
consentire una tempestiva azione di programmazione ed esecuzione degli
interventi. Non si deve quindi accrescere il numero delle
Soprintendenze miste, che alla luce di anni di esperienza hanno
sistematicamente penalizzato il patrimonio storico-artistico.
5. Per
un Sistema Archivistico Nazionale
Istituti Centrali Speciali
A livello centrale il rafforzamento degli
aspetti tecnici, scientifici e di indirizzo dell’area archivistica
dovrebbe tradursi nella formazione di un polo conservativo che svolga
anche funzione di ricerca e di formazione. In maniera speculare a quanto
proposto per il settore delle biblioteche, si potrebbero istituire gli
Archivi nazionali che verrebbero a comprendere diversi istituti di nuova
e vecchia data:
-
Archivio centrale dello Stato che, oltre
ai compiti attuali, dovrebbe svolgere quello di deposito per la
documentazione archivistica digitale, funzionando così anche come
luogo di ricerca e sperimentazione in un campo come quello della
conservazione delle memorie digitali nel quale ricerca,
sperimentazione, confronto internazionale sono aspetti fortemente
legati;
-
Scuola di formazione per la documentazione
contemporanea, da istituire con compiti indirizzati essenzialmente
alla conservazione della documentazione contemporanea con particolare
riferimento a quella digitale;
-
Istituto centrale per gli archivi per i
compiti relativi alla elaborazione di standard e raccomandazioni
tecniche, linee guida, indirizzi normativi. L’autorevolezza di tale
struttura tecnica è legata anche alla presenza al proprio interno di
organismi che riflettano la ricchezza e la varietà delle esperienze
maturate a livello territoriale.
Anche nel campo degli archivi, come per
quello delle biblioteche, tale modello trova in Europa alcuni esempi
che, pur nelle diversità di tradizioni archivistiche e di ordinamenti
giuridici e amministrativi, si muovono nella direzione di un centro
nazionale tecnico-scientifico, differente dagli apparati amministrativi,
e articolato in diverse strutture.
Gli Archivi nazionali dovrebbe essere dotati
di autonomia con a capo un tecnico di rango di direttore generale e con
dirigenti tecnici di seconda fascia per le articolazioni settoriali.
La rete territoriale archivistica
Servizi archivistici territoriali statali
A livello regionale, che attualmente vede la
presenza di una Sovrintendenza archivistica e tanti Archivi di Stato
quanti sono i capoluoghi di provincia, si dovrebbe rafforzare il
coordinamento delle funzioni (conservazione e vigilanza), attualmente
separate in due strutture distinte, e andare verso la costruzione di
servizi archivistici territoriali statali. Tale processo,
necessariamente lungo e caratterizzato da passaggi con tempi e obiettivi
diversi, potrebbe partire con una redistribuzione di compiti tra le
strutture tradizioni territoriali dell’Amministrazione archivistica
(Sovrintendenze archivistiche e Archivi di Stato). Si potrebbe
cominciare, da una parte, con il potenziamento delle strutture con sedi
nelle città capoluogo di regioni che potrebbe svolgere funzioni di
servizio per la
-
conservazione digitale regionale (non
necessariamente solo statale)
-
gestione di servizi amministrativi comuni,
alleggerendo gli uffici provinciali
-
coordinamento e programmazione delle
esigenze locali
e, dall’altra, con l’affidamento di compiti
di vigilanza anche agli uffici provinciali avviando, in questo modo, una
forma di tutela sugli archivi privati e pubblici molto più penetrante e
presente sul territorio.
Poli di conservazione archivistica
Si può prevedere, inoltre, lo sviluppo di
poli archivistici con la partecipazione dei diversi soggetti
istituzionali pubblici e privati operanti sul territorio. Si tratterebbe
di dar vita a strutture consortili o di altra natura (sulle cui
caratteristiche giuridiche e gestionali è necessario un ulteriore e
specifico approfondimento, in parte già avviato in alcune realtà), con
confini territoriali diversi o anche a natura tematica. La novità di
questi poli rispetto alla tradizione italiana comporta l’esigenza di
procedere per via sperimentale partendo dalle situazioni che già
dispongono di una progettazione avanzata in questa direzione e di un
accordo di massima con gli enti interessati.
La formazione di settore
Alle 17 Scuole attualmente in funzione
presso gli Archivi di Stato sarebbe opportuno sostituire un sistema
coordinato a livello nazionale che preveda, oltre alla già ricordata
scuola per la documentazione contemporanea, un numero limitato di centri
formativi nelle sedi di archivi che per tradizione archivistica e per
ricchezza dei patrimoni conservati, siano in grado di fornire un
servizio formativo di alta qualità. E’ naturalmente da ripensare
l’attuale organizzazione dell’offerta formativa in termini di obiettivi,
durata e specifici contenuti disciplinari. Anche il nodo dei rapporti
con le altre agenzie formative richiede specifici approfondimenti da
affrontare a livello interministeriale.
6. Per un Sistema
Bibliotecario Nazionale
Il Ministero per i Beni
e le Attività Culturali ha un ruolo rilevante nel sistema delle
biblioteche italiane perché ha la responsabilità dei servizi nazionali
che costituiscono l’asse portante dei servizi bibliotecari italiani.
La radicale evoluzione dei servizi
bibliotecari determinata dallo sviluppo delle reti e del digitale, i
cambiamenti introdotti dalle modifiche al titolo V della Costituzione,
la nuova legge sul deposito legale, con tutti i suoi limiti, impongono
una profonda revisione delle strutture nazionali e la costruzione di un
sistema integrato dei servizi, in collaborazione con università, regioni
e enti locali.
La Biblioteca Nazionale Italiana
La riorganizzazione dei servizi bibliotecari
nazionali costituisce un punto qualificante della politica delle
biblioteche e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha un
ruolo rilevante perché ha la responsabilità della gestione dei servizi
nazionali, che costituiscono il fondamento dei servizi bibliotecari del
paese.
I servizi nazionali si fondano sulle due
Biblioteche nazionali centrali di Roma e di Firenze, responsabili della
raccolta e della documentazione della produzione editoriale su qualunque
supporto, sulla Discoteca di Stato / Museo dell’Audiovisivo,
destinataria del deposito legale della produzione audio (dal 1939) e
video, e sull’Istituto centrale per il catalogo unico (ICCU),
responsabile della produzione e della diffusione degli standard
descrittivi (regole di catalogazione, metadati ecc.) ed anche del
coordinamento della rete pubblica del Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN),
della gestione di censimenti nazionali.
Questi Istituti, infatti, hanno funzioni di
archivio nazionale come previsto dalla legge 106/2004 del deposito
legale e compiti di servizio in campo bibliografico, catalografico e
documentario a livello nazionale, costituendo il sostegno e il
riferimento per i servizi bibliotecari su tutto il territorio.
Le modifiche costituzionali, le nuove norme
sul deposito legale, unitamente ai nuovi sviluppi dei servizi
bibliografici e bibliotecari nazionali, determinati dall’evoluzione
della produzione editoriale, dalla circolazione dell’informazione, dalle
tecnologie digitali e dalle reti impongono delle innovazioni
organizzative nelle strutture delle due biblioteche nazionali centrali,
dell’ICCU e della Discoteca di Stato / Museo dell’Audiovisivo. Non è più
sostenibile infatti, sia sul piano dell’efficienza dei servizi, sia sul
piano dei costi, mantenere separati istituti che svolgono le stesse
funzioni senza riuscire a stabilire né coordinamento – peraltro previsto
già dai tempi del DPR.805/75 e mai attuato – né divisione dei compiti,
consumando risorse in inutili duplicazioni di lavoro. E’ inoltre
particolarmente attuale e urgente coordinare sia le attività relative al
deposito legale, regolato dalla nuova normativa sopracitata, sia le
attività di conservazione delle collezioni cartacee e di quelle
digitali, oggi in continua crescita, sia i programmi sui servizi
nazionali, anche in attuazione di progetti internazionali.
Nell’ambito della riorganizzazione del MiBAC
è necessario che venga attuato un nuovo modello organizzativo, che vada
a costituire la Biblioteca Nazionale Italiana, che comprenda in una
struttura policentrica, i quattro istituti sopracitati. Tale istituzione
ovviamente dovrà essere dotata di autonomia tecnico-scientifica e
amministrativo-contabile.
Esistono in Europa alcuni interessanti
modelli di biblioteche nazionali costituite da più istituti fortemente
coordinati nelle loro attività: in particolare il modello organizzativo
della Biblioteca nazionale tedesca, fondato sulla federazione delle
istituzioni nazionali a seguito della riunificazione politica e
territoriale, può essere una indicazione interessante.
Il responsabile della nuova Biblioteca
nazionale italiana dovrà essere un tecnico con il rango di direttore
generale, dirigenti tecnici di seconda fascia per le articolazioni che
la compongono (BNCR, BNCF, Discoteca, ICCU).
Le biblioteche sono strumenti fondamentali
di accesso all’informazione ed ai contenuti nella nuova era digitale la
loro presenza diffusa sul territorio consente distribuzione capillare di
servizi culturali ed educativi ai cittadini.
A questo scopo, parallelamente al
rafforzamento delle strutture nazionali attraverso la creazione della
Biblioteca nazionale italiana, è necessario rafforzare e razionalizzare
ulteriormente la ricca esperienza del Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN),
fondata sulla cooperazione delle biblioteche pubbliche statali, delle
biblioteche pubbliche degli enti locali, delle biblioteche
universitarie, integrandola con i servizi offerti sul territorio dalle
numerose istituzioni della cultura e stabilendo rapporti funzionali
durevoli e qualificati con le strutture educative. Va inoltre sviluppato
il ruolo di strumento di accesso a conservazione delle collezioni
digitali che solo la struttura a rete di SBN può svolgere con successo.
Per questo bisogna avviare un processo,
concertato fra tutti gli attori istituzionali sul territorio, per
suddividere i compiti fra il centro e le istituzioni del territorio
avendo come obiettivo finale la creazione di valore aggiunto per il
cittadino razionalizzando l’organizzazione e l’utilizzo delle attuali
risorse.
In questa prospettiva si ritiene infine
necessario un riordinamento dell’assetto degli istituti bibliotecari
dipendenti dal Ministero per i Beni Culturali, dopo tanti anni di
modifiche normative che hanno inevitabilmente sbilanciato il sistema e
rotto equilibri che, pur destinati ad essere superati dalle
trasformazioni costituzionali e istituzionali, sono oggi privi di una
sostanziale coerenza.
Il processo di riordinamento deve essere
affrontato mediante la costituzione di una commissione ad hoc che valuti
le caratteristiche documentarie e storiche delle collezioni e le
specifiche situazioni, e individui modi innovativi ed efficaci di
concertazione sul territorio (senza appesantire, anzi riducendo, il
pletorico sistema decisionale del Ministero).
Il Centro per il libro e la lettura
Non può essere annoverato tra gli istituti
centrali o speciali l’ipotizzato Centro per il libro e la lettura,
delineato in una bozza di DPR in corso di approvazione, che ha suscitato
molte perplessità. Infatti non può avere, come gli altri istituti,
funzioni di studio e ricerca, ma solo un ruolo di promozione della
produzione editoriale nazionale e della lettura, per altro già presente
nelle funzioni della Direzione generale per i beni librari e gli
istituti culturali. Se deve assolvere ai suoi compiti deve essere
concepito in modo più agile, non direttamente incardinato nel Ministero,
ma come un organismo autonomo, composto di rappresentanti degli editori,
autori, autonomie locali, e rappresentanti del MIBAC, da collocare
nell’ambito delle possibili proposte di una legge per il libro. Al
Ministero potrebbero essere attribuite funzioni di vigilanza.
7. Appunto per il governo
del Paesaggio
Nella pianificazione interistituzionale
integrata, introdotta dal D. Lgs. 157/2006, l’apporto del Ministero per
i Beni e le Attività Culturali potrebbe consistere in un potenziamento
delle attività delle Direzioni Regionali. Ma questo apporto dovrebbe
anche essere posto in collegamento con il Ministero dell’Ambiente, tra
le diverse Regioni e tra tutti gli altri Ministeri competenti (Attività
Produttive, Funzione Pubblica, Università e Ricerca, etc.).
Per questo parrebbe auspicabile a una parte
delle Associazioni che sottoscrivono questo Documento – si tratta di
un’ipotesi, da valutare e discutere – l’istituzione, ad iniziativa del
Ministro per i Beni e le Attività Culturali, ma se possibile con
incardinamento presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, di un
Ufficio, di un Sottosegretario o di un Commissario straordinario,
incaricato di stabilire procedure e criteri e di coordinare l’azione di
pianificazione paesaggistica nelle diverse Regioni. Tale nuova struttura
dirigenziale potrebbe avvalersi di personale che resterebbe in servizio
negli uffici di appartenenza, Ministeri, Regioni, enti locali, e che
verrebbe selezionato in base ad un esame (scritto e orale) conclusivo di
corsi di aggiornamento e preparazione specifica (orientativamente 240
ore) appositamente organizzati, eventualmente di intesa con le
Università. Tali corsi dovrebbero essere incentrati essenzialmente
sull’impiego della cartografia digitale, inclusa quella tridimensionale
in grado di fornire indicazioni sulle visuali effettive.
Un elemento che potrebbe costituire il
contributo essenziale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali
dovrebbe essere (in virtù della parte ancora vigente della legge
urbanistica n. 1150 del 1942) innanzi tutto quello della definizione
delle invarianti e cioè il censimento aggiornato delle dichiarazioni di
interesse, non solo in ordine alla tutela del Paesaggio (D. Lgs.
157/2006), ma anche in ordine alla tutela dei beni immobili e delle loro
visuali (D. Lgs. 156/2006): celebri vedute riprodotte dalle opere
d’arte, siti storici, letterari o archeologici e monumenti
architettonici, singoli o costituiti da complessi di beni. Poi si
potrebbero aggiungere altre ragioni di interesse, forestali, rurali,
idrogeologiche sino a completare il quadro delle cautele necessarie,
trasferendone il risultato su una base dati costituita da un rilevamento
satellitare.
Ovviamente tale lavoro potrà avvalersi ed
essere impostato sulla base della “carta del rischio”.
Occorrerebbe poi integrare le zone protette
tenendo conto di quanto deriva dalla normativa (dalla “Galasso” alla
legge n. 378 del 2003 per la tutela dell’agricoltura tradizionale e
dell’architettura rurale), degli usi civici, delle normative storiche,
anche pre-unitarie (reintrodotte nel 1881 con la proroga delle leggi
degli stati pre-unitari sulla tutela delle “Antichità e Belle arti”).
Solo successivamente a questa ricognizione
preliminare cautelare si potrebbe passare alla fase propositiva, di
pianificazione. Nella quale si potrebbe inserire la possibilità di
abbandonare almeno in parte, nella definizione degli àmbiti, la logica
delle rigide perimetrazioni e della pianificazione per zonizzazione,
ricercando invece forme accurate, graduali e sfumate di raccordo tra le
diverse vocazioni territoriali, insite o indotte che siano.
Quanto agli aspetti organizzativi è
auspicabile che si possa trovare il modo di coniugare efficienza e
risorse, nel presupposto della verifica della competenza tecnica
specifica degli addetti.
8. Per i beni
Demoetnoantropologici
Le strutture e il personale
tecnico-scientifico
A distanza di sette anni dal Regolamento del
2000 e a tre anni da quello del 2004, si rileva ancora la carenza o
addirittura la mancanza di personale professionale demoetnoantropologico
a tutti i livelli (Direttori, Direttori-Coordinatori, Dirigenti e
Funzionari DEA) negli organici del Ministero, in particolare, come già
richiesto dagli esperti del settore all’Amministrazione, del Museo
Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, del Museo Nazionale
Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini”, delle Direzioni Regionali,
delle Direzioni Generali, delle Soprintendenze periferiche,
dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione,
dell’Istituto Centrale per il Restauro, della Discoteca di Stato, delle
Soprintendenze Archivistiche Regionali: ciò impedisce che i beni
demoetnoantropologici siano trattati con la medesima attenzione, serietà
e pertinenza riservata agli altri beni.
È dunque necessario che tali strutture
vengano rese pienamente funzionanti anche in questo settore mediante
l’apporto delle competenti figure tecnico-scientifiche e per ciò è
indispensabile e ormai improrogabile provvedere ad assunzioni di
demoetnoantropologi – eventualmente integrandole con i meccanismi della
mobilità – e ridefinire anche, le piante organiche, le direzioni e
bandire un concorso per la dirigenza DEA (non ne sono mai stati
banditi e le direzioni dei due Musei Nazionali attribuiti a non esperti
del settore).
L’apporto delle figure professionali dei
demoetnoantropologi nel Ministero è la condizione necessaria per una
seria attuazione del Regolamento in questo settore e per una corretta
politica del patrimonio demoetnoantropologico nei musei e sul
territorio: si tratta dunque di un percorso non più rinviabile, che le
associazioni di settore chiedono ormai da tempo con forza e in cui si
misurerà la capacità del Ministero di dare coerenza al recente
inserimento di questi beni nel quadro del sistema nazionale della tutela
dei beni culturali.
I beni demoetnoantropologici
È necessario premettere che la comunità
scientifica degli antropologi, anche attraverso le proprie associazioni
di categoria, l’Associazione Italiana per le Scienze Etnoantropologiche
(AISEA) e la Società Italiana per i Musei e i beni Demoetnoantropologici
(SIMBDEA), ha manifestato in più occasioni il proprio dissenso a
proposito della ridenominazione in etnoantropologico, avvenuta nel
Codice, del patrimonio demoetnoantropologico (termine introdotto con il
D.L. 112/98 e con il Testo Unico, nonché corrispondente al profilo
professionale istituito nel 2001), secondo la denominazione usata anche
in ambito accademico (M-DEA/01 “Discipline demoetnoantropologiche”).
Tale modifica ha finito per disarticolare
l’unitarietà dell’oggetto e confonderne la corretta comprensione, poiché
i due Musei Nazionali di riferimento (il Museo Nazionale della Arti e
Tradizioni Popolari e il Museo Nazionale Preistorico Etnografico “L.Pigorini”),
pur essendo stati sinora inclusi nello stesso Dipartimento, continuano a
rimanere separati dal punto di vista dell’organizzazione amministrativa
centrale, poiché afferiscono a due Direzioni Generali differenti
(Direzione Generale per i Beni storici, artistici e etnoantropologici e
quella per i Beni Archeologici). Questo vanifica in termini di
organizzazione e di gestione il senso unitario del settore
demoetnoantropologico, pur riconosciuto sia nel Codice sia nel nuovo
assetto istituzionale.
Prospettive e proposte
Per superare le contraddizioni e le anomalie
esistenti e per dare visibilità, unità ed efficacia operativa al settore
dei beni demoetnoantropologici, le associazioni degli antropologi
italiani (AISEA e SIMBDEA), con le altre associazioni professionali del
settore e le associazioni per la tutela , propongono
·
La costituzione dell’Istituto
Centrale per il Patrimonio Demoetnoantropologico. La costituzione di
tale Istituto è una proposta che si riferisce esplicitamente a quanto
indicato nell’art. 6 del Decreto Legislativo n. 368/1998 e nel
successivo art. 4 del Decreto Legislativo n. 3/2004, dove si sostanzia
la possibilità di costituire, per particolari categorie di beni,
“istituti speciali per lo svolgimento di compiti di studio, ricerca,
sperimentazione e documentazione, consulenza tecnico-scientifica alle
amministrazioni pubbliche e ai privati, elaborazioni di norme e standard
metodologici per il settore di appartenenza”;
Tale Istituto deve dipendere dalla Direzione
Generale per l’Innovazione e la Ricerca, e costituire il riferimento
centrale e unificato per la particolare categoria dei beni
demoetnoantropologici al fine di assicurare il coordinamento a livello
nazionale delle politiche di tutela.
Per questo motivo tale Istituto dovrà essere
diretto da un Dirigente Demoetnoantropologo.
·
L’istituzione di un Comitato
tecnico-scientifico per il Patrimonio Demoetnoantropologico.
·
Nell’eventualità che
l’orientamento riformatore si indirizzi verso la riduzione delle
Direzioni Generali e l’accorpamento delle competenze proprie degli
istituti periferici, si raccomanda la necessità di organizzare
l’Amministrazione centrale tenendo conto dell’autonomia tecnica e
scientifica del settore dei beni demoetnoantropologici, della sua
unitarietà, del ruolo specifico svolto dai due grandi musei nazionali e
dell’opportunità di riferire questi ultimi a un’unica Direzione generale
in cui siano previsti uffici dirigenziali ad hoc.
Nel caso ogni settore tecnico-scientifico
facesse capo a una propria Direzione generale e a soprintendenze
competenti, al fine di assicurare al patrimonio demoetnoantropologico la
necessaria autonomia e riconoscibilità sul piano delle politiche della
tutela e della valorizzazione, si ritiene di proporre la creazione di
una Direzione Generale per il Patrimonio Demoetnoantropologico e
l’articolazione di istituti periferici del Ministero in Soprintendenze
per il Patrimonio Demoetnoantropologico.
9. Reclutamento e
qualificazione degli addetti alla tutela e valorizzazione
No a un Ministero burocratizzato nel
quale da molti anni non si fanno concorsi pubblici e che rischia di
essere ulteriormente dequalificato e bloccato da sanatorie e
progressioni interne di carriera
La vigente Legge Finanziaria (comma 519)
dispone l’immissione in ruolo di «personale non dirigenziale in servizio
a tempo determinato da almeno tre anni […] assunto mediante procedure
selettive di natura concorsuale o previste da norme di legge. Alle
iniziative di stabilizzazione del personale assunto a tempo determinato
mediante procedure diverse si provvede previo espletamento di prove
selettive». Nella ripartizione dei posti tra i vari Ministeri, il MiBAC
detiene la quota maggiore di assunzioni: 2055 posti su 6962. Secondo la
tabella allegata al Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri
relativo alla stabilizzazione dei precari (DPCM firmato il 1 marzo e
attualmente presso la Corte dei Conti e non ancora pubblicato sulla G.U.),
i posti del MiBAC sarebbero così distribuiti: Area B3 (Profilo
Assistente Tecnico): 6 unità; Area B3 (Profilo Assistente alla Vigilanza
- part time): 631 unità; Area B1 (Profilo Addetto servizi di
Sorveglianza): 1418 unità.
Contestualmente, a conclusione delle
procedure di riqualificazione interna al MiBAC, il DPCM del 16 gennaio
2007 (G.U. - Serie Generale n. 45 del 23-2-2007) ha autorizzato il
Ministero «ad avviare procedure selettive interne relative a
progressioni verticali di passaggio da un’area professionale all’altra»,
per complessivi 1160 posti, anche con i cosiddetti doppi e tripli salti
di livello, così ripartiti: da B3 a C1: 345 posti; da B2 a C1: 69 posti;
da B1 a C1: 46 posti; da A1 a B1: 700 posti.
La tutela e la valorizzazione del nostro
patrimonio culturale hanno bisogno di personale selezionato attraverso
pubblici concorsi che individuino i candidati migliori, soprattutto nel
vasto bacino dei laureati, specializzati e dottori di ricerca.
Viceversa, il combinato disposto di ruolizzazioni ope legis e di
progressioni verticali interne al MiBAC, rischia di penalizzare sine die
quell’alto profilo tecnico-scientifico che era nella missione originaria
del Ministero. Da una parte si procede all’assunzione in blocco di un
ragguardevole contingente di personale, selezionato per rapporti di
lavoro a tempo determinato o addirittura senza concorso, dall’altra si
perpetua la prassi di estromettere candidati esterni dalle procedure
concorsuali di riqualificazione, in spregio a innumerevoli
pronunciamenti della Corte Costituzionale. Il sistema delle
riqualificazioni interne al Ministero ha infatti corrotto un principio
giusto, cioè quello di incentivare e gratificare i lavoratori più attivi
e capaci, portando a progressivi passaggi di livello e infine di area
(da A a B1, e da B a C1). In tal modo, personale assunto con strumenti
selettivi non sempre adeguati, attraverso progressioni verticali può col
tempo trovarsi a ricoprire anche incarichi di responsabilità, perfino
direttive. Queste operazioni, oltre tutto, non tengono conto
dell’esistenza di una variegata platea di precariato sommerso, i
cosiddetti “collaboratori esterni”, che da anni lavorano per il
Ministero in attesa di partecipare a un concorso pubblico per funzionari
tecnico-scientifici; si tratta di personale qualificato che svolge
attività indispensabili all’adempimento dei principi costituzionali di
conoscenza e tutela del patrimonio culturale (catalogazione, didattica
ed educazione al patrimonio, campagne di scavo, collaborazione a mostre,
redazione di cataloghi, realizzazione di testi scientifici ecc.).
Solo l’utilizzo di concorsi pubblici e
trasparenti, con adeguata valutazione dei titoli specifici, delle
competenze e delle precedenti esperienze lavorative, può garantire il
reclutamento dei più meritevoli e dei più capaci, favorendo così il buon
andamento e la massima efficienza, in generale, della Pubblica
Amministrazione e, in particolare, del Ministero che ha la
responsabilità del patrimonio culturale italiano.
Ai temi della sanatoria del precariato e dei
passaggi tra le aree si connette strettamente un ulteriore punto
critico: la definizione dei profili professionali, in discussione
proprio in questa fase di riassestamento degli organici del MiBAC. In
previsione dell’immissione in ruolo di una massa così consistente di
personale si è avviato il confronto sulle declaratorie professionali e
sui requisiti di accesso, purtroppo secondo una logica procedurale ex
post. E’ invece auspicabile che si utilizzi questa occasione per
definire con chiarezza e senza ambiguità i limiti e le mansioni di
ciascun profilo professionale, con la massima attenzione alla
corrispondenza tra le funzioni di servizio, i titoli e le competenze
necessari, ponendo anche fine alla difformità di requisiti richiesti per
il personale già interno e per eventuali concorrenti esterni.
Pertanto si chiede:
-
che vengano indetti concorsi
pubblici per l’immissione di personale tecnico-scientifico qualificato;
-
che si attivi una rigorosa
vigilanza sui processi di riqualificazione;
-
che si affrontino le
problematiche dei collaboratori esterni e delle diverse forme di
precariato, garantendo diritti e tutela a tutti i lavoratori;
-
che si apra un ampio e serrato
dibattito sulla revisione dei profili professionali.
I compiti primari della conoscenza, della
tutela e della valorizzazione dei beni culturali sono assicurati dalle
strutture tecnico-scientifiche, che costituiscono una risorsa culturale
di primissimo piano per il Paese. E’ necessario pertanto provvedere a
nuove assunzioni per gli organici tecnico-scientifici negli specifici
campi professionali. L’assenza di ricambio generazionale sta impedendo
il naturale travaso delle conoscenze (nei due sensi: dai “vecchi” ai
“giovani” e viceversa) e ponendo una ipoteca seria sulla stessa
sussistenza degli istituti.
10. Il rapporto con il
MIUR e con le Università per la formazione e per la ricerca
Il recente DM 31 gennaio 2006 (G.U. 15
giugno 2006, n. 137, Suppl. Ord. n. 147) Riassetto delle Scuole di
Specializzazione nel settore della tutela, gestione e valorizzazione del
patrimonio culturale apre una nuova prospettiva di fattiva
collaborazione tra MiBAC e MIUR per il concretizzarsi di progetti
realmente innovativi sia sul piano della formazione degli addetti alla
tutela del Patrimonio che operano all’interno e, in sempre maggior
numero, all’esterno delle istituzioni preposte, statali e degli enti
pubblici territoriali, sia sul piano della ricerca.
Rivestono carattere di urgenza:
-
l’avvìo di una trattativa che porti quanto
prima ad un Accordo–quadro tra MIUR e MiBAC, tale da favorire la
collaborazione tra docenti dei due Ministeri nella progettazione,
impostazione e gestione dell’attività didattica e di ricerca delle
future Scuole di Specializzazione, sulla base di specifiche
convenzioni e di modelli formativi condivisi, anche ai fini
dell’organizzazione dei tirocini degli allievi e del riconoscimento
dei titoli di studio.
-
l’impegno per ottenere l’approvazione
degli ordinamenti delle nuove Scuole di Specializzazione dalla
Conferenza Stato-Regioni, con l’obiettivo di assicurare una alta
qualificazione professionale agli addetti alla tutela degli Enti
pubblici territoriali e a chi eserciti le stesse professioni in ambito
privato.