Rassegna stampa sulla riforma e sulle
nomine del Consiglio Superiore
(la rassegna segue un ordine
discendente, partendo dagli articoli più recenti)
ROMA: insediato il Consiglio superiore per i beni culturali e
paesaggistici
di FABIO ISMAN
02 marzo 2007, IL MESSAGGERO, ROMA
Istituito esattamente un secolo fa, nel 1907, il Consiglio superiore per
i beni culturali e paesaggistici, la massima istanza tecnico-scientifica
del Ministero con funzioni di alta consulenza del suo responsabile e
d’indirizzo, torna a vivere; negli ultimi cinque anni era stato infatti
lasciato come morire: convocato appena nove volte in tutto. Anche se
mille erano i gravi problemi sul tappeto (nuovo Codice dei Beni
culturali, le depenalizzazioni ambientali, il condono edilizio), si vede
che i precedenti Ministri non sentivano troppo il bisogno d’essere
consigliati. Francesco Rutelli, invece, no: ha rimesso in carreggiata,
anche riformandolo, un organismo la cui «assenza è stata dolorosa», come
spiega chi è stato chiamato a presiederlo, cioè Salvatore Settis, uno
dei più noti studiosi italiani e direttore della Scuola Normale di Pisa.
Ieri la prima riunione. Da cui si è capito quali siano le linee di
tendenza e d’impegno del Ministro, e dei suoi nuovi “saggi”; o, almeno,
di chi li presiede.
Prima di raccontare, spieghiamo però cosa è e come funziona il
Consiglio: è articolato nel “plenum” e in sette Comitati di settore;
coinvolge 46 studiosi: 22 scelti dallo stesso Ministro, e gli altri
eletti tra il personale del Ministero e tra i docenti delle Università;
dà pareri obbligatori sui programmi e i piani di spesa del Ministero, e
sugli accordi internazionali; si esprime sui piani strategici e su
quelli paesaggistici elaborati insieme con le Regioni; infine, può
avanzare proposte. Rutelli l’ha riformato: ha aggiunto un Comitato di
settore per l’economia della cultura; ha mutato un Comitato esistente,
in modo che si occupi della «qualità architettonica urbana», oltre che
dell’arte contemporanea. E ha scelto Settis, più altri quattro esperti
nel “plenum”: gli ex soprintendenti di Bologna (Andrea Emiliani) e di
Firenze (Antonio Paolucci, che è stato anche Ministro nel governo Dini),
lo storico Cesare De Seta, l’archeologa di Tor Vergata Andreina Ricci. E
tra quanti ha inserito nei Comitati di settore, tanti altri bei nomi: da
Mario Torelli a Carlo Bertelli; da Orietta Rossi Pinelli a Tullio
Gregory e Christoph Luitpold Frommel, il primo non italiano; da Paolo
Portoghesi a Gabriella Belli che dirige il Mart di Rovereto, a Giulia
Maria Crespi, a Giuseppe Guzzetti che rappresenta le fondazioni
bancarie. Ed anche tra gli eletti all’interno del Ministero, e nelle
Università, abbondano i nomi, e le professionalità altisonanti.
A tutti costoro, Rutelli ha declinato le proprie priorità. La
riorganizzazione del Ministero (che è strutturato «in modo barocco e
inefficace»); il problema delle risorse, che negli ultimi cinque anni si
sono dimezzate; poi, «bisogna finirla con il precariato» e «occorre
massima attenzione al paesaggio: basta con le bruttissime periferie;
apriremo un vero dibattito sul tema». Settis ha subito risposto che, se
in passato il Consiglio si convocava due volte l’anno, ora si riunirà
almeno dieci; che «la sua riattivazione è un segnale politico non di
poco conto, anzi»; che oltre alla fine del precariato, «è indispensabile
l’immissione di una nuova linfa vitale, proveniente dai migliori giovani
delle università»; che «il paesaggio è certo la nuova frontiera, e, per
carità, nessun “no” preconcetto, anche alle grandi opere; ma sempre la
ricerca di soluzioni che non incrinino la tutela e la difesa del
patrimonio culturale, perché tale è anche il paesaggio». Altri temi
urgenti sul tappeto sono i profili di competenza di chi restaura; un
regolamento sui prestiti; i saggi preventivi d’archeologia, in presenza
di scavi e grandi opere. Ma forse, il vero leit-motiv è che, finalmente,
dopo un secolo d’onorata carriera e qualche anno di pericolosa
latitanza, il Consiglio sia ora tornato a vivere, composto da alcuni tra
i migliori esperti che il nostro Paese può mettere in campo, «nella
speranza», dice il Ministro e vicepremier, «che, in Italia, il
patrimonio e le politiche della cultura tornino ad occupare il ruolo che
spetta loro». Perché le parole non bastano: occorrono anche i fatti, e
la “rinascita” del Consiglio è uno di essi.
IL CONSIGLIO SUPERIORE Beni culturali prime nomine ed è polemica
02 marzo 2007, IL MATTINO
Maria Tiziana Lemme Fa appena in tempo a insediarsi ufficialmente e già
scoppiano le polemiche intorno al Consiglio superiore per i beni
culturali e paesaggistici voluto dal ministro Francesco Rutelli. Ieri la
prima convocazione al completo, con il presidente Salvatore Settis,
direttore della Scuola Normale di Pisa, e le altre eminenti personalità
del mondo della cultura nominati in parte direttamente dal ministro, in
parte designati dalla Conferenza Unificata e dal Consiglio universitario
nazionale, oltre a tre rappresentanti del personale del ministero. Con i
componenti dei sette comitati tecnico-scientifici, fra i quali il nuovo
destinato all’economia della cultura, si arriva a una quarantina di
esperti: «Ma il Consiglio superiore vero e proprio - dice Settis - sarà
formato da diciotto persone, compresi i presidenti dei comitati.
Presumibilmente, ci riuniremo almeno una volta al mese». Il primo
incontro, fra dieci giorni. Impostazione all’insegna dell’attivismo dopo
la stasi degli ultimi 5 anni, durante i quali il Consiglio si è riunito
soltanto per le scadenze inderogabili. Riorganizzazione del ministero,
revisione del Codice per i Beni culturali, problema delle risorse e
soprattutto attenzione alla tutela del paesaggio gli argomenti già in
calendario. «La proposta di riorganizzare il ministero - spiega Rutelli
- sarà presentata nel giro di pochi giorni. Abbiamo già eliminato la
figura di capo di gabinetto perché barocca e poco efficiente. Ora
occorre farla finita con il precariato nel Mibac, che mina la coesione
delle forze. Ripartiranno i concorsi e soprattutto, in tema di tutela di
paesaggio assicuro che non ci saranno mai più condoni». Su questo tema è
in preparazione una conferenza nazionale sui rischi della irreversibile
trasformazione paesaggistica e sulla qualità della nuova edilizia. Il
Consiglio superiore avrà funzioni di organo consultivo, e anche parere
obbligatorio sui programmi nazionali per i beni culturali, sui piani di
spesa e sugli schemi di accordi internazionali. «È molto importante -
avverte Settis - che nelle modifiche si affronta anche il difficile nodo
pubblico-privato». Proprio su questo aspetto Gianfranco Cerasoli,
segretario generale Uil Beni e attività culturali, protesta: «Il
ministro Rutelli ha nominato persone di alto profilo scientifico e
culturale ma probabilmente la fretta gli ha giocato un brutto scherzo
poiché tra i nominati o rinominati vi sono persone che hanno rapporti
professionali, di consulenza e partecipano ad iniziative finanziate
totalmente o parzialmente dallo stesso ministero. Questo determina a
norma di legge una situazione di conflitto d'interesse. Mi auguro che si
faccia chiarezza al più presto».
Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici, ecco tutti i
nomi
01 marzo 2007, www.exibart.com
Con una cerimonia a cui ha preso parte il Ministro per i Beni Culturali
Francesco Rutelli, si è insediato il 1 marzo 2007 il nuovo Consiglio
Superiore dei Beni Culturali e Paesaggistici, di cui Exibart è in grado
do anticipare i componenti. Nel corso dell’incontro sono stati
comunicati anche i Presidenti ed i membri dei Comitati
tecnico-scientifici di settore. Il Consiglio superiore - che dura in
carica tre anni, con possibilità di proroga - è stato modificato
nell'assetto e nel numero di componenti con un decreto legge del 12
gennaio 2007. È composto da otto "eminenti personalità del mondo della
cultura" nominate dal Ministro, tre delle quali su designazione della
Conferenza unificata, dai presidenti dei sette Comitati
tecnico-scientifici, e da tre rappresentanti del personale del
Ministero. Ogni comitato è composto da un rappresentante eletto dal
personale tecnico-scientifico dell'amministrazione tra le
professionalità attinenti alla sfera di competenza del singolo Comitato,
due esperti di chiara fama in materie attinenti alla sfera di competenza
del singolo Comitato, designati dal Ministro, e da un professore
universitario di ruolo nei settori attinenti alla sfera di competenza
del singolo Comitato, designato dal CUN, Consiglio universitario
nazionale.
INSEDIATO IL CONSIGLIO SUPERIORE PER I BENI CULTURALI E PAESAGGISTICI.
SARA' APERTO DA UN INTERVENTO DI FRANCESCO RUTELLI E PRESIEDUTO DA
SALVATORE SETTIS
Comunicato MiBAC - Pubblicato il 28 febbraio 2007
Il
vicepresidente del Consiglio e ministro per i Beni e le Attività
Culturali, Francesco Rutelli, parteciperà oggi, giovedì 1 marzo, alle
ore 15.00, all’insediamento del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e
Paesaggistici presieduto dal Prof. Salvatore Settis. A seguito saranno
eletti i Presidenti dei Comitati tecnico-scientifici di settore.
Ministero per i Beni e le Attività Culturali Salone del Ministro – 2°
piano Via del Collegio Romano, 27 Roma Roma, 28 febbraio 2007 Ufficio
Stampa - MiBAC tel. 066723.2261 .2262
Il prof. Settis e il Consiglio fantasma
di RICCARDO CHIABERGE
04 febbraio 2007, IL SOLE 24ORE
La
sua incoronazione risale ormai a otto mesi fa, ma non ha neppure
cominciate a regnare. Era il 31 maggio 2006 quando il professor
Salvatore Settis, archeologo di fama internazionale e direttore della
Scuola Normale di Pisa, fu designato da Francesco Rutelli a presiedere
il Consiglio Superiore dei Beni culturali: « Un importanti organo—aveva
detto il vicepremier—che è chiamato a esprimere pareri sugli atti
principali del ministero».
Da allora, quante volte credete si sia riunito il Consiglio? Neanche
una. E il presidente sta ancora aspettando la consacrazione. Finalmente
mercoledì scorso sulle Gazzetta ufficiale è comparso, con la firma di
Giorgio Napolitano, il sospirato decreto che ridisegna struttura e
funzioni del Consiglio. Il suo effetto immediato è però che Settis deve
scendere da un trono su cui non si è mai seduto, per essere rinominato a
capo del nuovo Consiglio. Sembra il ritornello di una canzone di Elio e
le Storie tese: «Consiglio sì, Consiglio no, Consiglio fantasma». Non è
solo questione di poltrone. Questo consesso di saggi, istituito un
secolo fa, avrebbe il compito di pungolare l'amministrazione. Se non lo
si mette in grado di funzionare, i burocrati restano padroni della
scena. E intanto i Soprintendenti, quei prefetti dell'arte che con tutti
i loro limiti sono così preziosi per la tutela del nostro immenso e
fragile patrimonio, annaspano in una penuria di mezzi sconfortante.
Così per esempio Carla Enrica Spantigati, soprintendente a Torino,
svolge funzioni di «reggente» a Milano, e come se non bastasse deve
anche triangolare con Venaria Reale. A Pietro Giovanni Guzzo, oltre che
su Pompei, tocca vigilare sulla Calabria, come al tempo dei Borboni.
Mentre Marina Sapelli Ragni, che bada alle aree archeologiche del
Piemonte, ricopre ad interini lo stesso incarico in Liguria. Peggio
ancora sta la sua collega toscana Fulvia Lo Schiavo, costretta a fare la
spola col Friuli. Più che Soprintendenti, dovremmo chiamarli
Plurintendenti. Forse al ministero immaginano che abbiano il dono
dell'ubiquità come Padre Pio, o i superpoteri come gli eroi dei fumetti.
O forse, nell’ottica dei tagli alla spesa, hanno pensato di fargli
soprintendere, già che ci sono, ai guardrail delle autostrade e alle
carrozze di Trenitalia.
L'avvento di Francesco Rutelli, numero due del Governo, alla guida del
Collegio romano era stato salutato come una svolta, e per molti versi le
aspettative non sono andate deluse. Il suo impegno in difesa dell'arte e
del paesaggio è fuori discussione. È stato lui a bloccare la
speculazione a Monticchiello e a inserire nella finanziaria una norma
che prevede quaranta concorsi per dirigenti dei Beni Culturali, anche se
riservati ai dipendenti dell'amministrazione. Ed è per impulso di
Rutelli che venerdì il Consiglio dei Ministri ha varato il tanto atteso
Centro per il Libro e la Lettura. Ma quel museo diffuso che è l’Italia
ha bisogno di rinforzi, energie fresche e aiuti concreti. I
Plurintendenti non possono continuare a piroettare in lungo e in largo
come Superman.
PROFESSORI E TECNICI SI APPELLANO AL COLLE «Presidente Napolitano fermi
la riforma di Rutelli»
di RICCARDO PARADISI
01 febbraio 2007, L'Indipendente
Non
è più un lamento sommesso quello che i comitati tecnico scientifici di
Via del Collegio romano esprimono per il riordino dei Beni culturali,
portato avanti a passo di carica dal ministro Francesco Rutelli e dal
segretario generale Giuseppe Proietti.
Ora professori e tecnici dei comitati scientifici del dicastero escono
allo scoperto e scrivono una lettera di dura protesta al presidente
della Repubblica Giorgio Napolitano.
Il riferimento della protesta è agli articoli del nuovo regolamento
interno al ministero relativi alla composizione e alle funzioni del
Consiglio superiore dei Comitati tecnico scientifici «che verrebberro
trasformati», si legge nella lettera, «in organi di prevalente natura
politica piuttosto che tecnico scientifica. L'ulteriore diminuzione da 5
a 4 dei membri di ciascuno dei comitati scientifici — originariamente
composti da 8 membri — comporta», prosegue l'appello, «un'allarmante
perdita di rappresentanza democratica sia del personale tecnico
scientifico del ministero sia dei docenti universitari, mentre la
diretta nomina ministeriale di due esperti (di cui uno presidente con
valenza di voto) vanifica del tutto l'indipendenza ditali organi».
La lettera — firmata tra gli altri dall'Associazione Italiana
Biblioteche, dall'Associazione Archivistica Italiana, da quella degli
Storici dell'arte, dalla Consulta nazionale per l'Archeologia classica e
da quella Universitaria per la Storia dell'Arte — prefigura, con il
riordino del ministero voluto da Rutelli, anche «la fine del confronto
dialettico tra posizioni intorno alle delicate questioni della tutela
del patrimonio culturale che a norma di legge devono essere sottoposte
all'esame di questi organi».
Nella lettera inviata a Napolitano viene anche dichiarata
«l'impossibilità, da parte dei tecnici del ministero e dei docenti
universitari, di assicurare il libero giudizio nelle scelte della tutela
per il patrimonio culturale».
Accuse gravi, che tecnici e professori dei Beni culturali affidano al
presidente della Repubblica «memori dei Suoi alti richiami alla
concertazione fra le componenti politiche e quelle sociali».
Ministri sotto tiro. Dimissioni dei comitati scientifici. I professori
contro Rutelli
30 gennaio 2007, L'Indipendente
Prime reazioni, non positive, al riordino dei comitati tecnico
scientifici del ministero dei Beni culturali. Ieri nella riunione del
Comitato per l'architettura e l'arte contemporanea è emersa la decisione
di rimettere il mandato nelle mani del ministro Francesco Rutelli, «per
agevolargli il compito del cambiamento in corso», dicono tra l'ironico e
il sarcastico i componenti del comitato. D'altra parte che il
malcontento tra i quadri tecnico-scientifici di via del Collegio romano
fosse tesa si sapeva da mesi. Da quando cioè Rutelli aveva ottenuto dal
Consiglio dei ministri il via libera per la riduzione dei membri dei
comitati tecnico-scientifici. Riduzione consistente, perché nel nuovo
organigramma si passa da 30 componenti a 24. Ad essere contestato è il
criterio del riordino. Le riduzioni apportate alla composizione degli
organi andranno infatti a penalizzare tre categorie soprattutto. I
rappresentanti del personale nel Consiglio superiore, i rappresentanti
del personale nei comitati tecnico scientifici e i rappresentanti dei
professori universitari di ruolo nei comitati tecnico scientifici.
Mentre cresce la quota dei membri designati dal ministro in seno agli
stessi comitati che passa da 6 a 12 componenti. Nella loro nuova
versione anche il presidente dei comitati tecnico scientifici verrà
direttamente nominato dallo stesso ministro. Il quale finirà con il
determinare e controllare il 60 per cento della composizione di tutti i
comitati. Una situazione -e questa è la critica principale mossa a
Rutelli - che sminuisce l'autonomia tecnico scientifica dei comitati.
Nelle prossime settimane si dovrebbe tenere una riunione di tutti i
comitati tecnico-scientifici.
Comitati di settore: meno tecnici e più «politici»
di STEFANO MILIANI
5 gennaio 2007, L'Unità
Molti storici dell'arte, archeologi, architetti, bibliotecari e
archivisti del ministero peri Beni culturali iniziano il nuovo animo di
pessimo umore. E non per ragioni economiche (che pure ci sono) ma perché
vedono ridursi la capacità di controllo tecnico-scientifico su quel che
il dicastero programma e fa. Temono un rafforzamento del controllo
politico - a prezzo della loro autonomia - per volere del ministro
Francesco Rutelli. Il nervo scoperto riguarda i comitati
tecnico-scientifici, detti burocraticamente anche di settore. I quali, a
parere di molti, verranno svuotati del loro potere di verifica. Perché
il titolare del dicastero e vicepremier - nel regolamento sulla
riorganizzazione del dicastero passato al consiglio dei ministri del 22
dicembre - vuole ampliare il numero dei membri esperti a sua nomina
riducendo al contrario gli esperti eletti dai tecnici e quelli scelti
dai docenti universitari. Dopo la già contestata riforma del ministro
Urbani che aveva fatto dimagrire i comitati da 8 a 5 partecipanti i
membri dei comitati erano: due eletti dai tecnici-funzionari del
ministero (prima di Urbani erano tre), due eletti dai docenti
universitari, infine un esperto nominato dai ministro. Rutelli invece,
nella sua riorganizzazione in corso del dicastero, vuole la formazione
di quelle squadre dimagrita a quattro persone: un rappresentante dei
tecnici, uno designato dal coordinamento universitario nazionale, infine
due scelti dal ministro stesso tra i quali pescherebbe il presidente del
gruppo. Uno dei due esperti di nomina ministeriale verrebbe dai tecnici
del ministero, ma funzionari e studiosi ribattono: cambia poco, lo
sceglie sempre il rappresentante politico e ciò si traduce in
un'indipendenza scientifica ristretta e in una maggior dipendenza dal
ministro di turno e quindi dalla politica. Inoltre, aggiungono, se già
cinque persone sono poche, per esprimersi su pareti delicati,
figuriamoci quattro. Cosa sono i comitati di settore? Sono quegli
organismi tecnici che danno consulenza e appoggio ai direttori generali
di settore su faccende dove un giudizio tecnico è importante o
fondamenta le. Sono formati da persone esperte nel loro campo - storici
dell'arte, archeologi, architetti, archivisti, bibliotecari - e danno il
loro parere su questioni piuttosto cruciali. Gli storici dell'arte ad
esempio devono preventivamente dire sì o no ai prestiti di dipinti e
sculture, devono pronunciarsi sull'acquisto di opere d'arte, sulla
tutela e l'eventuale rimozione di affreschi danneggiati; i tecnici dei
beni architettonici hanno compiti delicatissimi, come dire la loro su
licenze, modifiche d'uso di edifici storici, sul paesaggio...
Intervengono a costo quasi zero, nel senso che non ci sono gettoni di
presenza bensì rimborsi spese di viaggio per chi viene alle riunioni da
fuori Roma. Su questa «riforma» di Rutelli sono presto partite le
proteste. Hanno protestato con documenti interni gli studiosi e i
tecnici, associazioni come la Bianchi Bandinelli e Assotecnici, hanno
espresso critiche i sindacati, i professori universitari. Il progetto
sembrava uscito dalla porta ma pare rientrato dalla finestra nel testo
sulla riorganizzazione del ministero approvato dal consiglio dei
ministri del 22 dicembre. D'altronde che questo passo sarebbe stato
compiuto lo aveva comunicato pubblicamente il sottosegretario Daniele
Mazzonis a dicembre, a una giornata romana in cui si erano dati convegno
archeologi da tutta Italia. Su un altro punto contestato invece Rutelli
sarebbe tornato indietro: nel consiglio nazionale superiore prevedeva di
ridurre da tre a due i rappresentanti del personale tecnico del
ministero, ma su questa mossa hanno dato parere negativo le commissioni
cultura di Camera e Senato e il «taglio» sarebbe saltato. Tuttavia
Giuseppe Sassatelli, presidente del comitato tecnico scientifico
sull'archeologia, contesta anche altro: far durare il Consiglio
superiore 3 anni invece di 4 è un errore, ma ancor più grave lo è il
mantenere una struttura troppo legata al ministro, voluta da Urbani con
8 esperti scelti dal ministro, più i 6 presidenti dei comitati di
settore, anche loro indicati dal ministro.
Comitati scelti a misura di ministro
di RICCARDO PARADISI
03 gennaio 2007, L’Indipendente
Beni culturali: con la giustificazione di uno snellimento delle
strutture passa ia strategia di uno spoil system morbido, ma anche molto
politico
Acque agitate in via del Collegio romano per la riforma degli organismi
tecnico-scientifici, voluta da Rutelli e approvata dal governo. Dei
cinque componenti uno soltanto sarà eletto dai funzionari di settore che
denunciano: «Arretramento democratico»
Al ministero dei Beni culturali i presidenti dei comitati scientifici si
erano rivolti anche al consigliere di Rutelli. Salvatore Settis, per
scongiurare l'azzeramento delle presidenze e la riduzione del numero dei
loro componenti. Gli chiedevano di riunire il Consiglio superiore del
ministero per discutere il provvedimento approvato dal Consiglio dei
ministri pochi giorni fa. Settis aveva risposto ai presidenti dei
comitati con dieci righe di lapidaria ironia: «Vi ringrazio di avermi
convocato e messo a parte del vostro disagio. Ma io non sono ancora il
presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali». Con il nuovo
anno si apre insomma un nuovo fronte polemico al ministero di Rutelli
Dopo la tempesta sulle nomine e le ventilate dimissioni, poi rientrate,
di Salvatore Settis adesso la discussione è dunque sulla riduzione dei
membri nei comitati di settore tecnico scientifico, gli organismi di
consulenza delle direzioni generali del dicastero die vedranno scendere
da 5 a 4 i loro componenti. Il provvedimento, approvato in fretta prima
di Natale dalle commissioni cultura di Camera e Senato e quindi
approvato dal Consiglio dei ministri, ha provocato reazioni ostili in
via del Collegio romano. Dove si accusa un «preoccupante abbassamento
della soglia democratica nei comitati scientifici». Con la miniriforma
ottenuta da Rutelli. in effetti, la composizione di questi organismi è
destinata a cambiare. Mentre oggi sono formati da 5 componenti: 1
esperto designato dal ministro, 2 dirigenti designati dal Coordinamento
universitario nazionale e 2 eletti dai funzionari di settore, con il
nuovo provvedimento di membri eletti ne resterà uno solo; l'altro
continuerà a nominarlo il Cun, mentre due esperti di settore saranno di
diretta nomina ministeriale. «Un avvitamento verticistico che non lascia
presagire nulla di buono in merito all'autonomia di tecnici e dirigenti»
dicono i quadri in rivolta del ministero. Che registrano un
"arretramento democratico" anche rispetto alla riforma di Urbani, A
incassare questo risultato per la verità Rutelli ci aveva già provato lo
scorso agosto, quando aveva presentato all'esame preliminare del
Consiglio dei ministri uno schema di decreto che insieme alla riduzione
dei componenti dei comitati tecnico scientifici chiedeva al governo
anche molto altro: la riduzione dei componenti il Consiglio superiore
dei Beni culturali, il diritto di nomina sulla presidenza dei comitati
scientifici e l'accorpa-mento di due comitati di settore - beni
archivistici e librati - creando di fatto una fusione. A motivare il
pacchetto di richieste le esigenze di razionalizzazione e snellimento
nei ministeri espresse dal decreto Bersani. Ma la prima sortita di
Rutelli viene respinta: contro di lui si scatenano i sindacati - che
accusano una rappresentanza squilibrata tra le varie categorie - ma
protestano anche i comitati tecnico scientifici che non vogliono la
fusione di due loro organismi e gli stessi presidenti dei comitati.
Molti di loro scrivono lettere critiche a Salvatore Settis nelle quali,
come si ricordava, gli si chiede di riunire urgentemente il Consiglio
superiore del ministero. Sta di fatto che Rutelli non ha ottenuto quello
che voleva. È lo stesso Consiglio di Stato a chiedere al ministro di
modificare lo schema di riforma presentato ad agosto al Consiglio dei
ministri ritenendo fondate le critiche di sindacati e quadri del
ministero. La proposta di Rutelli arriva dunque modificata a fine
dicembre al vaglio delle commissioni di Camera e Senato che danno parere
favorevole solo per la riduzione dei membri dei comitati
tecnico-scientifici. Il Consiglio dei ministri infine approva. «La
montagna ha partorito il topolino», dicono i critici a via del Collegio
romano. «Ma», aggiungono «è un topolino amico di Rutelli»
Questa operazione, si insinua infatti, servirebbe solo a cooptare
direttamente persone vicine al ministro negli organismi direttivi dei
comitati scientifici. Insomma spoil System morbido, ma dai tratti molto
politici.
Rutelli, il «principe» del Consiglio superiore dei beni culturali
di STEFANO SANSONETTI
18 novembre 2006, Italia Oggi
Lo
hanno chiamato il consiglio del principe. Di più: cassa di risonanza dei
voleri del ministro o di qualche consigliere. Sta di fatto che nel
tentativo di riformare il Consiglio superiore per i beni culturali,
organo tecnico-consultivo del suo ministero, Francesco Rutelli sta
puntando a farsi una squadra tutta sua. In barba all'indipendenza che
l'organismo dovrebbe avere, considerando che mette bocca su tutta la
gestione della politica dei beni culturali. Indipendenza che adesso
viene rivendicata a gran voce dal servizio studi della camera dei
deputati e dal Consiglio di stato. Il servizio studi della camera, in un
rapporto depositato proprio ieri, ha messo nel mirino uno schema di
regolamento con cui il ministro vorrebbe modificare la composizione e i
meccanismi di nomina non soltanto del Consiglio superiore per i beni
culturali, a capo del quale di recente è stato nominato il rettore della
Scuola normale di Pisa, Salvatore Settis, ma anche dei sei comitati
tecnico-scientifici del dicastero. Lo schema del provvedimento, che ha
l'ambizione di correggere quanto stabilito dal regolamento attualmente
in vigore (dpr 173/2004), innanzitutto riduce da 17 a 16 il numero dei
componenti dell'organo.
In un governo che ha fatto del rigore e dei risparmi una delle sue
bandiere, non fa una piega. Quello che cambia, però, è il peso delle
nomine fatte dal ministro, cioè da Rutelli, all'interno dell'organo
medesimo. La normativa attuale, infatti, prevede che il titolare del
dicastero nomini 8 personalità del mondo della cultura. A queste si
aggiungono 3 rappresentanti del personale del ministero, che integrano
la composizione del Consiglio in caso di parere su programmi nazionali e
piani di spesa, e i 6 presidenti dei comitati tecnico-scientifici. Con
il regolamento che Rutelli vorrebbe portare a casa, però, anche i 6
presidenti dei comitati, che vengono eletti dai loro stessi componenti e
che fanno automaticamente parte del Consiglio, sono nominati dal
ministro. Conclusione: con le norme attuali, su 17 componenti 8 sono
individuati dal titolare del dicastero; se passa il regolamento sui 16
membri ben 14 saranno scelti dal vicepremier. Si tratta di uno
sbilanciamento a dir poco vistoso rispetto alla configurazione
precedente. E il servizio studi, in attesa che lo schema di regolamento
perfezioni il suo iter, lo mette chiaramente in evidenza. A tal fine si
citano anche tutte le censure che, sullo stesso punto, sono piovute sul
provvedimento dal Consiglio di stato, che ha già preso in esame le
carte, e dai sindacati. I giudici di palazzo Spada, nel parere che il
servizio studi ha allegato al suo rapporto, dicono che l'abolizione
della procedura di elezione del presidente e del vicepresidente dei
comitati, così come è prevista adesso, non appare più coerente con
l'indipendenza che un organo come il Consiglio superiore dovrebbe avere.
Sulla stessa lunghezza d'onda si pongono i commenti dei sindacati. Per
Cgil e Cisl, le novità inseguite da Rutelli in tema di meccanismi di
nomina non fanno altro che trasformare l'organo in un «Consiglio del
principe». O, se si preferisce, proseguono le sigle in un altro allegato
al rapporto del servizio studi della camera, in «una cassa di risonanza
dei voleri del ministro e/o di qualche consigliere». Non meno dura, e
allo stesso tempo ironica, la Uil pubblica amministrazione.
L'organizzazione fa notare che con le nuove norme il ministro verrebbe a
controllare il 95% del Consiglio superiore. Se ciò verrà confermato,
manda a dire la Uil a Rutelli, «Lei passerà alla storia come il ministro
che ha trasformato organismi di alta consulenza tecnico-scientifica, in
una sorta di riserva e questo va a danno dell'azione del ministero». E
dello stesso ministro.
Tutti gli uomini del ministro Rutelli
di RICCARDO PARADISI
15 novembre 2006, L'Indipendente
La
rivoluzione di Francesco Rutelli al ministero dei Beni culturali sembra
pronta e se ne possono già leggere orientamenti e linee direttrici. La
riforma, prevista dal decreto legge di anticipo della finanziaria,
marcerà su due fronti: da un lato l'azzeramento degli attuali
dipartimenti, dall'altro la nomina prevista agli inizi di gennaio, di un
segretario generale - il nome è quello di Giuseppe Proietti -con ampi
poteri al vertice della struttura. Proietti intanto è stato
riconfermato, fino al 31 dicembre, a capo del dipartimento
Ricerca-innovazione e gli sono stati affidati, ad interini, gli altri 3
dipartimenti: lo Spettacolo, dove c'era Paolo Carini; Archivi e
biblioteche, dove c'era Salvatore Italia; i Beni culturali e
paesaggistici dove direttore era Franco Sicilia. Insomma il futuro
segretario regionale ha già assorbito i più importanti dipartimenti.
Sono anche cominciate le manovre per le nomine dei nuovi direttori
generali. Rutelli vorrebbe dare la direzione generale per l'innovazione
tecnologica - settore di cui direttore è attualmente Antonia Recchia - a
Andrea Granelli, un teorico dell'informatica. In via d'uscita
nell'ambito dei beni culturali e paesaggistici, anche Bruno De Santis,
nomina buttiglioniana e direttore generale per il patrimonio storico e
artistico. Una figura reputata anomala dallo staff del ministro visto
che De Santis è un amministrativo mentre la direzione per il patrimonio
storico artistico richiederebbe uno storico dell'arte Verrebbero invece
confermati Anna Maria Reggiani (nomina centrodestra) alla direzione
generale per i beni archeologici e Pio Baldi (nomina centrosinistra)
alla direzione generale per l'architettura e l'arte contemporanea. Si
parla invece di una direzione regionale per Roberto Cecchi (nominato dal
ministro Giovanna Melandri poi confermato da Giuliano Urbani) direttore
generale per i Beni architettonici e paesaggistici. Confermati per il
momento all'interno del dipartimento Spettacolo e cinema sono poi
Gaetano Blandini (centrodestra), alla direzione generale per il cinema e
Salvo Nastasi (anche lui nomina centrodestra) allo spettacolo e lo
sport. Due nomine che sanciscono l'ottimo rapporto tra Rutelli e Gianni
Letta. Il sismografo del risiko interno al ministero registra movimenti
anche in periferia: sono sulla graticola i direttori regionali per i
beni culturali e paesaggistici dell'Abruzzo, Roberto di Paola, della
Calabria, Francesco Prosperetti e del Piemonte, Mario Turetta (ex
caposegreteria del ministro Urbani). Tutti gli altri invece verrebbero
confermati, ma con incarichi in regioni diverse da quelle dove lavorano
oggi. A far discutere molto dentro il ministero è invece la nomina alla
direzione regionale dell'Umbria di Vittoria Garibaldi. Indicata per la
soprintendenza di Perugia da Franco Asciutti (Forza Italia), presidente
della commissione cultura del precedente governo, sostenuta anche dal
presidente della Regione Umbria Maria Rita Lorenzetti (Ds), la Garibaldi
viene ricordata al ministero per essere stata respinta per 4 volte ai
concorsi di dirigente storico dell'arte. Nel riordino del ministero è
prevista anche la riforma del Consiglio superiore dei beni culturali, il
parlamentino d'indirizzo del ministero che avrà più poteri decisionali
ma meno membri interni. Il presidente del nuovo consiglio superiore sarà
il direttore della normale di Pisa Salvatore Settis a cui si
affiancheranno altri 4 esperti: Cesare De Seta, Andrea Emiliani, Antonio
Paolucci e Andreina Ricci. La figura chiave resta naturalmente Settis,
l'uomo più ascoltato dal ministro Rutelli, sicuramente il più influente
nella riforma. È lui a spingere molto sulla necessità di snellire il
corpaccione del ministero. Riducendo le Direzioni generali centrali ,
ridisegnando il ruolo e le funzioni delle Direzioni regionali e
restituendo potere decisionale alle soprintendenze di settore spesso
fagocitate da molti direttori generali e regionali. Rutelli sta
impegnandosi anche al reperimento delle risorse per il nuovo ministero.
Da un lato lavorando al ripristino di parte del fondo unico dello
spettacolo - oltre 400 milioni di euro all'anno tra decreto Bersani e
finanziaria - dall'altra mettendo a frutto i suggerimenti della
commissione presieduta dal presidente della biennale, Davide Croff.
Commissione che ha studiato incentivi e deducibilità fiscali nel settore
dei beni culturali.
Meno soldi e più politici nei comitati dei Beni culturali. Protestano le
associazioni
di Marco Innocente Furina,
19 settembre 2006, l'Unità
Archivisti, bibliotecari e storici dell'arte scrivono a Rutelli
criticando il nuovo Regolamento che per risparmiare intaccherebbe
l'autonomia della cultura
Per chi non se ne fosse accorto sono anni di vacche magre per il bel
Paese e ogni autunno, insieme alle piogge, arrivano i tagli della
Finanziaria. Questa volta a cadere sotto le forbici del ministero
dell'Economia sono i comitati consultivi del ministero dei Beni
culturali. Si tratta del Consiglio superiore e di sei comitati tecnico
scientifici - cinque per ciascun settore di competenza ministeriale
(beni architettonici, archeologici, storico-artistici, archivistici e
librari, arte e architettura contemporanee), che per effetto di una
norma dell'oramai celebre decreto «Bersani», tradotto in uno schema di
regolamento dal ministro Rutelli (presentato il 4 agosto in Consiglio
dei ministri) vedrebbero ridursi del 30 per cento le loro dotazioni (già
scarsissime: non più di 30 mila euro l'anno). A questo punto le
associazioni dei Beni culturali (Aib, Anai, Assotecnici, Bianchi
Bandinelli) hanno preso carta e penna e hanno inviato un
esposto-protesta al ministro Rutelli lamentando il rischio di una
lesione «della autonomia e della funzionalità degli organi consultivi» e
chiedendo inoltre un incontro sul tema. Le critiche mosse dalle
associazioni alla riforma non riguardano tanto l'aspetto economico,
quanto due altri delicati aspetti su cui interviene lo schema di
riforma: l'eccessiva riduzione del numero dei membri dei comitati, che
ne minerebbe la rappresentatività e la funzionalità; e al contempo
l'aumento dei membri, di nomina politica, la cui preponderanza potrebbe
indebolire l'indipendenza scientifica dei comitati stessi. Quanto al
primo aspetto gli organi consultivi hanno già subito una drastica cura
dimagrante: «II vecchio Consiglio nazionale - scrivono le associazioni -
nel 1998 era composto da oltre 90 membri, ridotti, con la riforma
Veltroni di quell'anno, a 18, mentre con la riforma Urbani del 2004 sono
scesi da 8 a 5. Ora con lo schema Rutelli scenderebbero addirittura a 4.
Un numero che non consentirebbe la funzionalità di comitati
tecnico-scientifici impegnati in settori dove operano centinaia di
istituti statali e pubblici. Un altro punto critico segnalato dalle
associazioni di settore è che nello schema di riforma, si assiste a una
crescita esponenziale dei membri di nomina ministeriale. Solo per citare
un esempio nel nuovo Consiglio superiore tutti i 14 membri tecnici
sarebbero di nomina politica. Una previsione in cui - secondo le
associazioni - è evidente «l'intento di controllare mediante un completo
spoils system gli organi consultivi, che però toglie ad essi anche ogni
possibile autonomia e autorevolezza». Un timore che risulta fondato se
si pensa che «nel complesso di Consiglio e comitati, su 32 membri
esperti, i tecnici elettivi sarebbero quindi in tutto solo 6 contro 24
di nomina politica». Una sproporzione eccessiva fra le due componenti
che darebbe vita a dei comitati «commissariati» dall'autorità politica e
privi dunque della necessaria indipendenza scientifica. Desta inoltre
sconcerto la volontà di creare, contraddicendo lo stesso spirito del
decreto, un nuovo comitato tecnico scientifico per «l'economia della
cultura», il cui nome è tutto un programma, le cui generiche competenze
si porranno in contrasto con le funzioni dì altri organi e la cui
creazione comporta tra l'altro la necessità - per non aumentare il
numero dei comitati - dell'inaccettabile accorpamento di quelli
archivistici e bibliotecari. Le associazioni dunque auspicano un
ripensamento su questi punti del Governo e del ministro Rutelli. In
particolare chiedono di «conservare gli attuali 5 membri per comitato,
di cui almeno due tecnici elettivi, con l'elezione di presidenti e vice
nel loro seno e la facoltà di questi di partecipare alle sedute del
Consiglio nazionale nonché evitare l'accorpamento fra strutture
archivistiche e bibliotecarie». A questo fine suggeriscono di «ricorrere
al principio di trasversalità che permetterebbe ai membri dei comitati
di sedere nel Consiglio superiore, riducendo in tal modo anche il numero
complessivo degli organi consultivi».