Sulla Digital Library affidata all’ICCD per decreto ministeriale

                                        Posizione AIB, ANAI, Associazione Bianchi Bandinelli, AIDUSA, SISBB

Qualcuno ha scritto digitallibrary-450x3091 che chi vende la novità ha interesse a far sparire il modo di misurarla e dev’essere proprio così: l’operazione «Digital Library della cultura italiana», annunciata sul sito dell’ICCD come la nascita di un «acquedotto digitale per convogliare le risorse esistenti e quelle che si costituiscono giorno per giorno», è infatti un capolavoro di rimozione e omissione, oltre che un  cattivo esempio di mancato raccordo tra fonti normative, di irrazionale organizzazione dei servizi pubblici e persino di provincialismo linguistico e subalternità intellettuale (in Francia o in Germania la scelta di denominare  Digital Library un progetto di valorizzazione della cultura nazionale sarebbe imperdonabile).

Il fatto è il seguente: un decreto ministeriale (DM 23 gennaio 2017, n. 37) pubblicato pochi giorni fa attribuisce all’ICCD compiti di coordinamento di tutti i programmi di digitalizzazione del MiBACT e la stesura di un piano nazionale per la digitalizzazione del patrimonio culturale. Questi compiti saranno svolti da un ufficio creato ad hoc nell’ambito dell’Istituto, il «Servizio Digital Library», cui sarà preposto un funzionario incardinato nell’Istituto stesso. Una scarna paginetta di relazione illustrativa, qualche «Visto» e «Considerato» che non vedono e non considerano leggi nazionali come il deposito legale, né le funzioni di gestione e coordinamento tecnico-scientifico che, riguardando le discipline documentarie,  sono naturalmente incardinate nelle competenze di strutture bibliotecarie (l’ICCU, Istituto centrale per il catalogo unico e le Biblioteche nazionali) e archivistiche (l’ICAR, Istituto centrale per gli archivi), ed ecco servito l’unico esperimento mondiale di biblioteca digitale nazionale affidata a una struttura che ha ben altri compiti istituzionali e che, a parte una collezione di fotografie digitali offerte a pagamento (10 euro a foto per finalità di studio personale), non ha mai svolto finora alcun compito significativo in materia di digitalizzazione.

Il tutto, come se in tema di politiche della digitalizzazione del patrimonio culturale questo paese partisse da zero e non avesse già predisposto soluzioni, peraltro in via di evoluzione e miglioramento, e sviluppato esperienze collegate ai principali sistemi europei e internazionali.

Il decreto in questione omette del tutto qualsiasi riferimento a sistemi realizzati e funzionanti come Magazzini digitali – il deposito legale digitale progettato e gestito dalle Biblioteche nazionali centrali di Firenze e di Roma e dalla Biblioteca nazionale Marciana – e ai portali e ai repertori nazionali progettati e realizzati dall’ICCU (Internet culturale, SBN, Cultura Italia, Edit16, Manus online, MuseiD, Anagrafe delle biblioteche italiane) e dall’ICAR (SAN, Portale Antenati, Gli archivi per la ricerca anagrafica) che – integrando risorse, informazioni e servizi messi a disposizione da migliaia di biblioteche, archivi, musei, istituti scientifici e culturali – offrono accesso a milioni di documenti digitali e analogici, moltiplicando le opportunità del loro utilizzo e promuovendo la cooperazione interistituzionale per queste finalità.

Nessuno nega che quanto fatto finora abbia bisogno di ripensamenti e analisi critiche, ma proprio per questo non ha senso proporre nuove biblioteche digitali senza concentrarsi sullo stato di salute di quelle esistenti dopo anni di penuria di risorse e di scarsa manutenzione. Nonostante gli encomiabili sforzi del Ministro per accrescere le magre risorse economiche del Ministero e dei suoi istituti, mancano ancora oggi finanziamenti adeguati per gestire e aggiornare i sistemi esistenti, adeguandoli continuamente ai modelli concettuali destinati necessariamente ad evolvere nella dimensione dinamica del web.

In questo senso la soluzione proposta con il decreto appare non solo astratta (perché non tiene conto delle reali condizioni ed opportunità di quanto esiste nel Ministero), ma anche superficiale (perché potrà generare ulteriore dispersione di energie e investimenti rallentando l’integrazione auspicata) e temiamo finisca per tradursi nell’ennesima esternalizzazione, dato che l’ICCD non ha certo le risorse per gestire internamente un progetto così complesso.

Soprattutto, ci si chiede quale idea di biblioteche digitali s’intenda sostenere.

Le nostre Associazioni si riconoscono nella visione espressa nel Manifesto per le biblioteche digitali, elaborato nel 2005 da un gruppo di lavoro dell’AIB. Questo documento, tra l’altro, afferma che le biblioteche digitali «promuovono conoscenza», «integrano comunità», «diffondono i documenti», “mal sopportano il centralismo” e che «Lo sviluppo coordinato delle biblioteche digitali è garantito dall’adozione e dalla diffusione di standard tecnologici che ne assicurino l’interoperabilità e da modelli organizzativi che ne promuovano la cooperazione».

La nuova cd. Digital Library sarà preordinata a queste finalità e secondo questa prospettiva aperta e inclusiva, oppure, a dispetto del nome, sarà poco più di una piattaforma di e-commerce, come l’esibizione di foto a pagamento attualmente presente sul sito dell’ICCD?

Merita infine sottolineare, a proposito del modello organizzativo e sulla base di una rapida rassegna dei grandi progetti di biblioteca digitale nazionale attivi in altri stati,  che dovunque questi progetti sono frutto di accordi interistituzionali ad ampio raggio che realizzano network collaborativi di biblioteche, archivi, musei e altri istituti scientifici e culturali nel rispetto delle specificità documentarie e di servizio di ogni partner, affidandone la guida a strutture di comprovata competenza ed esperienza nel campo.  E che si chiamino «biblioteche» dipende dalla maggiore complessità della digitalizzazione e trattamento bibliografico di uno solo libro o altro documento a carattere testuale rispetto a quella presentata da un reperto (si pensi solo al numero di fotografie digitali da acquisire nell’uno e nell’altro caso).

Purtroppo il modello italiano delineato dal recente DM non pare ispirato ad alcuna buona prassi internazionale: l’accentramento per decreto, senza una adeguata valutazione d’impatto di un «Servizio di Digital Library», in capo a un ufficio di un istituto che ha finora ispirato la sua policy a modelli proprietari di gestione dei dati e dell’informazione, senza nemmeno una adeguata motivazione che spieghi perché si vuole una nuova biblioteca digitale (pardòn, Digital Ldigitallibrary-450x3091ibrary), e se la si concepisce al posto di o in aggiunta a quelle esistenti, appare una scelta non adeguatamente ponderata, sulla quale chiediamo con forza un ripensamento e una pubblica discussione.

AIB, Associazione italiana biblioteche (Dott. Enrica Manenti)

ANAI, Associazione nazionale archivistica italiana (Prof. Mariella Guercio)

Associazione Bianchi Bandinelli (Prof. Vezio De Lucia)

AIDUSA, Associazione italiana docenti universitari di Archivistica (Prof. Andrea Giorgi)

SISBB, Società italiana di Scienze bibliografiche e biblioteconomiche (Prof. Alberto Petrucciani)

Comunicato sul Progetto “Generazione Cultura”

lottomatica_sito3Comunicato Associazione Bianchi Bandinelli, 2 aprile 2017

 

“Generazione cultura”, questo è il nome con cui è stato battezzato l’ennesimo specchietto per allodole sponsorizzato da Franceschini. Pochi giorni fa il Ministro ha infatti reso noto l’accordo raggiunto con la LUISS BUSINESS SCHOOL e ALES per un sedicente progetto di formazione per giovani laureati (sotto i 27 anni) finanziato con i fondi del Gioco del Lotto.

Il progetto coinvolgerà cento neolaureati in un programma di circa 200 ore di lezione presso la LUISS Business School sui seguenti temi: Digital Transformation e Comunicazione, Marketing dell’arte e della cultura, Adventure Lab, Cultural Project Management, Economia e Gestione delle Istituzioni Culturali Pubbliche Italiane. Al periodo di formazione, spalmato su sei settimane, seguiranno sei mesi di stage retribuito presso 25 istituzioni culturali italiane.

Il bando prevede la selezione di laureati «in qualunque disciplina», purché «di talento», con un atteggiamento ancora una volta liquidatorio nei confronti dei laureati in discipline inerenti la storia e la conservazione del patrimonio culturale. Il messaggio veicolato da questo progetto, dal bando che ne stabilisce i criteri di partecipazione e, in ultima analisi, dal Ministero, è che non sia necessaria una formazione tecnico-scientifica per occuparsi di comunicazione e valorizzazione dei beni culturali. Con un corso di formazione di sei settimane (!) in materie prettamente economiche, gestionali e informatiche, i partecipanti dovrebbero essere in grado, secondo gli organizzatori, non solo di occuparsi della comunicazione di istituzioni culturali italiane, ma addirittura di proporre nuove iniziative volte a migliorare la comunicazione legata alla valorizzazione del patrimonio conservato e gestito dalle suddette istituzioni (in questo consiste l’ultima fase del progetto, che selezionerà le migliori proposte per start-up e ne sovvenzionerà lo sviluppo).

Sul sito dedicato al progetto (www.generazionecultura.it) si legge che quest’ultimo «nasce con lo scopo di potenziare le competenze di giovani talenti e valorizzare il patrimonio artistico e culturale del nostro Paese». Siamo di fronte all’ennesimo abuso del termine “valorizzazione”, ritenuto completamente slegato dalla conoscenza degli oggetti e dei contesti da valorizzare, nonché all’abuso del termine “potenziare”, poiché, se la lingua non ci inganna, il potenziamento dovrebbe innestarsi su competenze precedentemente acquisite.

I rischi sono molteplici.

Da un lato le istituzioni coinvolte pagheranno il prezzo di una comunicazione priva dell’alta qualità scientifica che sempre e comunque deve caratterizzare le attività di divulgazione, specie quelle provenienti o attinenti istituzioni pubbliche che negli ultimi decenni hanno speso molte risorse per migliorare e affinare le tecniche della educazione al patrimonio e della comunicazione culturale, missioni sociali e civili che non possono prescindere dalla profonda e sedimentata conoscenza dell’oggetto di cui si occupano. Sempre più spesso, non a caso, grazie anche alle nuove potenzialità dei social network, sono stati smascherati grossolani errori, frutto di completa mancanza di nozioni o di incapacità di valutazione dell’attendibilità delle fonti, divulgati dai siti internet di importanti istituzioni pubbliche. Tutto questo a dimostrazione di una totale incultura della comunicazione.

Dall’altro lato, viene a decadere completamente il valore della interdisciplinarità, cioè della collaborazione virtuosa tra diverse competenze, con la facile e illusoria promessa che in sei settimane si possa supplire a una formazione universitaria diversificata e specialistica.

Pur volendo sorvolare sulla sponsorizzazione da parte del Ministero – e dei suoi potenti mezzi di comunicazione, appunto – di un’iniziativa che vede incrementate le risorse a disposizione dei privati mentre i progetti dei funzionari responsabili delle istituzioni stesse giacciono molto spesso nel cassetto intitolato “fondi mancanti”, ciò che è pericoloso e offensivo è il messaggio veicolato da accordi di questo tipo: per operare nel settore della comunicazione dei beni culturali non è necessaria un’adeguata formazione universitaria che consenta di entrare nel merito dei contenuti comunicati. Senza contare che, ancora una volta, dei tirocinanti si troveranno a svolgere, negli uffici istituzionali, lavori che spetterebbero al personale qualificato assunto mediante selezione concorsuale, ricoprendo un ruolo provvisorio con una competenza altrettanto provvisoria che non sarà in grado di rendere utili all’istituzione che li forma i saperi che possono maturarvi.  

Resta da capire il titolo dell’iniziativa: forse più appropriato risulterebbe “Generazione incultura”.

C’era una volta il Progetto Fori: la destrutturazione delle soprintendenze

Pubblichiamo il testo dell’intervento di Walter Tocci pronunciato durante il convegno organizzato dall’Associazione Bianchi Bandinelli venerdì 10 marzo presso la sala Isma di Piazza Capranica 72 a Roma

C’era una volta la Soprintendenza archeologica di Roma. Era una delle migliori istituzioni culturali dello Stato italiano. Si prendeva cura dei beni con metodo integrale, a livello territoriale connettendo l’area centrale con il suburbio e a livello funzionale coniugando la tutela e la gestione. Ora, con l’ultimo decreto (n. 15 del 12-1-2017) del ministro Franceschini, è stata frantumata in diversi pezzi, perdendo tutte le connessioni con il sistema urbano. La vicenda merita un approfondimento non solo per l’impatto sulla politica per Roma, ma come caso emblematico della più generale delegittimazione degli organi di tutela operata da molto tempo a livello nazionale nei diversi settori, l’archeologia, i monumenti, il paesaggio, gli archivi, le biblioteche e il patrimonio artistico.

Bisogna riaprire la discussione culturale e parlamentare. È mia intenzione proporre un disegno di legge che inverta la tendenza dominante e apra una nuova prospettiva di governo dei beni culturali romani e nazionali. Queste note servono a promuovere una raccolta di idee e di soluzioni utili nella scrittura del testo legislativo.

Per farsi un’idea della destrutturazione in atto basta immaginare la passeggiata dal Campidoglio fino all’Appia antica, recentemente raccontata da Paolo Rumiz. Si comincia con i Fori e il Colosseo, oggi sotto la responsabilità di una nuova soprintendenza denominata “Parco archeologico”. La sua competenza però si ferma a Porta Capena, dove subentra un’altra Soprintendenza di Roma appellata come “speciale”, la quale però gestisce solo un piccolo tratto fino a Porta San Sebastiano. Dalle Mura infatti il cammino ricade sotto la gestione del Parco archeologico dell’Appia, il quale a sua volta opera nello stesso territorio di competenza di una preesistente istituzione di emanazione regionale che si chiama Parco dell’Appia. Infine, su varie parti insiste da sempre anche la Soprintendenza capitolina che gestisce beni di grande rilievo, dai Fori imperiali al Circo di Massenzio.

Sono ben cinque le istituzioni – tre statali, una regionale e una comunale – preposte al governo della più prestigiosa area archeologica romana. È un risultato paradossale se si ricorda che tutto è cominciato con l’annuncio di una riorganizzazione basata sul principio “olistico”. Inoltre, è rimasto inattuato l’accordo stipulato ormai due anni fa tra il Ministero e il Campidoglio per la costituzione del consorzio che dovrebbe coordinare la gestione dei beni comunali e statali.

Il Ministero si preclude la possibilità di gestire con una sola struttura tecnica la straordinaria complessità di questo sistema archeologico. Si perdono non solo le connessioni territoriali, ma vengono complicate anche quelle funzionali. I Fori e l’Appia sono strutture vive che arricchiscono continuamente la conoscenza storica e la fruizione pubblica. Gli scavi portano alla luce reperti che impreziosiscono i musei, e nel contempo la Regina Viarum è arricchita dalle acquisizioni pubbliche di beni privati, come si è visto in passato, innanzitutto per merito di Rita Paris, con la Villa dei Quintili, Capo di Bove, S. Maria Nova e altri. Queste relazioni funzionali erano gestite all’interno dell’unica Soprintendenza, ma sono irrigidite nel nuovo assetto poiché le nuove acquisizioni non sono più di competenza del parco dell’Appia e soprattutto i Fori perdono il rapporto diretto con i musei. Infatti, luoghi espositivi diversi e complessi come Altemps, Crypta Balbi, Palazzo Massimo e Terme di Diocleziano vengono sottratti alla gestione della Soprintendenza per essere allocati nella nuova istituzione del Museo Nazionale Romano, senza un’organizzazione adeguata e senza uno statuto giuridico compiuto. Sicuramente si determineranno a breve problemi operativi che richiederanno ulteriori interventi legislativi e amministrativi. C’è una libido separandi che aumenta la burocrazia e ostacola la visione progettuale.

Siamo tutti d’accordo sull’esigenza di una maggiore specializzazione nella gestione dei musei, ma si può ottenere in due modi. Se avviene all’interno della Soprintendenza il processo è guidato dalle competenze tecniche e scientifiche. Se invece il processo viene esternalizzato la guida passa al potere politico, che è esattamente l’obiettivo inconfessato. L’interfaccia ministeriale che ieri riguardava solo la Soprintendenza oggi è almeno duplicata perché riguarda anche i poli museali, di nuovo con buona pace del principio olistico. L’operazione è presentata con la solita retorica dell’efficienza, ma è oggettivamente un sovraccarico burocratico-politico del sistema. Tuttavia la separazione dei musei è un’ottima scelta, anzi è una decisione intelligente in tutti i paesi, tranne che in Italia, caso unico al mondo di collezioni storiche profondamente integrate nelle reti urbane.

Svanisce il progetto Fori-Appia
L’incredibile frammentazione di competenze sferra un colpo mortale al progetto unitario del parco archeologico Fori-Appia. Senza neppure dirlo, in via di fatto viene archiviata la più grande idea di Roma pensata nella seconda metà del Novecento. Sono vanificati gli studi e le proposte di Antonio Cederna, di Italo Insolera e del precursore Leonardo Benevolo, venuto a mancare recentemente, come per un amaro destino proprio mentre veniva scritto il decreto. Quegli studi superavano la vecchia concezione dei monumenti antichi chiusi nel recinto o esposti come quinta teatrale della rappresentazione imperiale. Per la prima volta il patrimonio archeologico veniva pensato come principio regolatore dell’intero sistema urbano, in un inedito intreccio di archeologia e urbanistica. Un’ispirazione oggi ancora più attuale. Il grande triangolo di storia e paesaggio che dal Campidoglio si apre verso i Castelli, dopo più di un secolo di saccheggio edilizio dell’agro, è l’unica relazione rimasta tra città antica e campagna romana e l’ultima possibilità per una dignitosa forma urbis della Città metropolitana. Come nel manifesto costruttivista di Lissitsky – simbolo del nostro CRS – il cuneo rosso è la forza rivoluzionaria che trasforma la figura indifferente e molliccia del cerchio bianco. Così il triangolo verde Fori-Appia è l’occasione per conferire una nuova urbanità al caos edilizio intorno al cerchio del GRA.
Il progetto di Cederna è ancora oggi la leva per innalzare la qualità dell’intera città, soprattutto della sua periferia. Solo quando la ricerca archeologica diventa la misura del progetto urbano la parola “valorizzazione” – oggi tanto abusata e fraintesa – svela finalmente il suo significato prima di tutto culturale, da cui sgorgano poi anche le conseguenze economiche, ma non viceversa. L’unico politico romano che comprese la connessione tra memoria dell’antico e città del futuro fu Luigi Petroselli, anche per questo ricordato come il più grande sindaco repubblicano.

Nessuno dopo di lui ebbe la stessa visione, ma non sono mancati interventi attuativi, che oggi si presentano incompiuti proprio perché privi di una strategia. Ai lati della via è stato realizzato un poderoso scavo archeologico che ha arricchito la conoscenza della città antica. Ma una volta concluso non può rimanere come un cratere, ha bisogno di una sistemazione architettonica e urbanistica di grande qualità. Si può restituire lo spazio ai cittadini e ai visitatori eliminando le automobili, perché è ormai in fase di realizzazione la metro C che toglie ogni argomento a chi ha sempre drammatizzato il traffico per impedire il progetto. La funzione automobilistica può essere cancellata definitivamente, può essere archiviata come una breve parentesi, non tra le più esaltanti, della lunga storia di quel luogo. Possibile che l’epoca nostra non abbia altro di meglio di un flusso di traffico da trasmettere alle generazioni successive? Nella bella mostra appena inaugurata sul Colosseo si vede la storia delle rappresentazioni artistiche del monumento. L’ultima è un’installazione di arte contemporanea che lo rappresenta come un grande pneumatico e finisce in un falò, speriamo sia di augurio per la città.

Con la metro C si può realizzare la totale pedonalizzazione dell’area. E’ possibile tornare a passeggiare ai Fori ascoltando il rumore dei passi sul selciato, potendo alzare lo sguardo con lo stato d’animo riflessivo dei visitatori del Grand Tour, in un luogo moderno e antico allo stesso tempo, completamente dedicato all’incontro delle persone tra loro e con la storia

La versione originaria del progetto della linea C disegnava sotto l’area dell’antica collina Velia e in connessione con la stazione Colosseo un grande foyer di ingresso al parco dei Fori. I cittadini che escono dalla metropolitana troverebbero un grande ambiente di servizi e di accoglienza – oggi totalmente assenti e difficilmente realizzabili in superficie – e potrebbero documentarsi sulla storia antica, vedere un filmato, utilizzare strumenti didattici per i ragazzi ecc., prima di entrare nell’area archeologica all’altezza del Foro della Pace.
Questa versione del progetto è stata abbandonata nel 2010 e si va realizzando un’orrenda stazione che ignora il contesto archeologico. Bisogna sostenere l’allarme rilanciato dal Soprintendente Francesco Prosperetti e spingere l’inconsapevole amministrazione comunale a fermare lo scempio e a riprendere il progetto di un’ambiziosa stazione archeologica.

Anche nella Regina Viarum il restauro di parti del basolato e l’arricchimento dei beni fruibili dai cittadini rendono improcrastinabile la soluzione del problema dell’accessibilità senza automobili, mediante la sistemazione della stazione di Torricola che può consentire un servizio ferroviario da Termini in dieci minuti per grandi numeri di visitatori. Un’iniziativa congiunta del ministero dei Beni culturali e dei Trasporti per realizzare simili progetti solleciterebbe anche il Comune di Roma a una collaborazione proficua per la città.
Sono solo alcuni esempi delle connessioni che si possono realizzare tra il patrimonio storico e il sistema urbano. Di esse ha avuto consapevolezza il Ministero in passato, ad esempio promuovendo e finanziando proprio lo studio urbanistico di Benevolo per la sistemazione dell’area archeologica centrale.

Bulimia legislativa
Oggi la progettualità non sembra più di casa al Collegio Romano. La penuria di idee è sostituita dalla bulimia legislativa. Quel palazzo sembra diventato una fabbrica di norme e di regolamenti che si susseguono a ritmo frenetico. Il decreto del parco del Colosseo viene a modificare la soprintendenza delle mura Aureliane istituita solo pochi mesi fa con un altro decreto. In precedenza era stata separata la gestione dell’Appia dall’ufficio di tutela rimasto in capo alla soprintendenza, e ancora prima la medesima separazione aveva riguardato i musei. Nel frattempo sono state accorpate le competenze dell’archeologia con quelle delle Belle arti e del paesaggio.
Questa vorticosa ristrutturazione delle soprintendenze per il Ministero è molto semplice poiché comporta solo la scrittura di norme, ma per chi ci lavora significa modificare l’organizzazione degli uffici, rivedere le procedure, risolvere le incertezze interpretative delle norme, adeguarsi alle direttive dei nuovi dirigenti, spostare la documentazione e gli archivi, dirimere i conflitti che si determinano nelle separazioni di competenze ecc..

Si alimenta lo stress organizzativo di strutture già debilitate dalla cronica mancanza di risorse umane e finanziarie.

Tutto è poi complicato dall’incertezza del processo, segnato da improvvisazioni e ripensamenti, in una girandola di provvedimenti che modificano le decisioni precedenti. La relazione di accompagno del decreto non senza ipocrisia cerca di dimostrare una coerenza tra i diversi passaggi. Eppure, se si voleva istituire la Soprintendenza del Colosseo non c’era motivo di istituire solo sei mesi prima quella delle mura Aureliane; non si capisce perché la tutela sia stata tolta con un decreto del 2015 al Parco dell’Appia e poi restituita con l’ultimo provvedimento; quale sia la ragione che porta a restringere la Soprintendenza romana nel confine comunale proprio quando è stata istituita la Città metropolitana; perché l’accorpamento dell’archeologia con le altre competenze oggi sia ritenuto un principio fondamentale mentre veniva negato nel primo decreto del 2014.

Il Ministero gioca con le strutture a suo ghiribizzo, smontandole e rimontandole come fossero blocchetti di Lego, senza alcun rispetto per le persone e per le competenze che devono adeguarsi a cambiamenti spesso incomprensibili. Nei paesi civili una ristrutturazione di tal fatta sarebbe stata preceduta da un documento di analisi e di proposta; ci sarebbe stata una discussione aperta agli esperti, alle istituzioni e all’opinione pubblica prima dell’esame parlamentare; e poi seguirebbero rendiconti sull’attuazione ed eventuali correzioni in corso d’opera. Invece, si è adottato il metodo del blitz legislativo. Si è presa l’occasione della legge di stabilità per inserire una norma specifica sulla Soprintendenza romana. Per ben quattro volte la Commissione Bilancio della Camera aveva bocciato l’emendamento ritenendolo giustamente estraneo e troppo di dettaglio rispetto alla legge di stabilità. Ma il governo lo ha imposto nel maxi-emendamento, poi approvato con il doppio voto di fiducia alla Camera e al Senato, impedendo di fatto la valutazione parlamentare. Si è utilizzato illegittimamente lo strumento del decreto ministeriale (DM) invece del decreto del Presidente del Consiglio (DPCM), obbligatorio nei casi di ristrutturazione degli uffici pubblici, solo perché il secondo avrebbe comportato un esame parlamentare del testo.

La norma modifica un comma che era stato inserito con analogo blitz nella legge di stabilità dell’anno precedente, approvata sempre con il voto di fiducia. Il contenuto della norma è sostanzialmente una delega in bianco al governo per ristrutturare la Soprintendenza in riferimento a imprecisati “standard internazionali” e al fine “dell’efficientamento della bigliettazione”. A parte il linguaggio malato e la povertà dei propositi, è evidente che la genericità dei criteri rende arbitraria l’attuazione della delega.

La vicenda basta da sola a chiarire gli equivoci della recente discussione sul referendum costituzionale. Non c’è bisogno di velocità parlamentare, anzi bisognerebbe rallentare la produzione normativa. In soli due anni infatti le Soprintendenze romane sono state modificate con quattro decreti delegati da ben tre leggi; nell’intera storia repubblicana l’assetto era stato modificato solo una volta nel 1969, proprio per istituire la Soprintendenza archeologica unica, superando la precedente frammentazione di competenze, che oggi viene ripristinata annunciandola come novità assoluta.

Non c’è bisogno di dare più poteri al governo, anzi andrebbero limitati e controllati. Con i maxiemendamenti, le deleghe in bianco e i voti di fiducia, infatti, il potere legislativo è di fatto sottratto al Parlamento e affidato interamente all’esecutivo. Il ministro e il suo staff decidono a loro piacimento come si devono organizzare istituzioni preposte alla tutela di preziosi beni pubblici.

 

La cultura ai Prefetti

La bulimia normativa congiunta all’afasia progettuale producono soltanto cambiamenti burocratici che appesantiscono il lavoro delle Soprintendenze. Tutto ciò viene chiamato decisionismo, ma porta alla paralisi delle strutture pubbliche.

Viene annunciato come semplificazione, ma fa impazzire le procedure ordinarie. Viene giustificato come risparmio, ma prolifica i centri di spesa. Per dare una misura di tali paradossi, basta considerare il numero dei dirigenti: prima a Roma erano solo tre, ora sono diventati dieci. Di questi alcuni sono responsabili della tutela e altri della gestione, ma in ogni caso tutti saranno coinvolti, almeno in fase istruttoria, nell’espressione dei vincoli sulle opere edilizie e infrastrutturali o sull’esposizione di reperti e opere d’arte. In tali procedure sono state indebolite le garanzie pubbliche, con il ricorso indiscriminato al silenzio-assenso e al parere espresso a maggioranza nelle conferenze di servizio, come se si trattasse di assemblee popolari e non di consessi rappresentativi di competenze tecniche e di irriducibili prerogative istituzionali.

La proliferazione dei dirigenti ritarda inevitabilmente le procedure e rischia in certi casi di far scattare il silenzio-assenso, con evidente danno per le garanzie pubbliche. Si è trovata una toppa peggiore del buco, portando le Soprintendenze sotto il comando delle prefetture, uno sfregio per l’autonomia delle competenze professionali, una scelta inaudita mai compiuta prima da nessun governo. Solo il prefetto Haussman dopo aver demolito centinaia di chiese, monumenti e palazzi di Parigi si pavoneggiava del titolo di Sovrintendente delle Belle Arti.
La frammentazione delle direzioni specialistiche serve solo ad aumentare il peso decisionale delle burocrazie politiche e amministrative. Dei dieci dirigenti nessuno avrà più l’autorevolezza per rappresentare le ragioni e il prestigio dei beni culturali verso l’opinione pubblica. In passato il Sovrintendente archeologo è stato non solo il responsabile dell’ufficio, ma una personalità cittadina che partecipava al dibattito pubblico al pari delle altre autorità e degli opinion leader. Fu un suo appello sui pericoli di sfarinamento dei monumenti a sollecitare nel 1981 la legge Biasini, il migliore provvedimento sui beni culturali della Capitale, che finanziò una collana di gioielli, dal Palazzo Massimo, all’Altemps, alla Crypta Balbi e un’estesa campagna di scavi e di restauri. L’ufficio legislativo del Ministero dovrebbe prendere esempio da quel testo che in pochi articoli definiva chiaramente obiettivi, competenze e risorse, senza rinviare a estenuanti decreti applicativi.

Il Corpo professionale dei beni culturali

Tutta la legislazione recente è mirata a destrutturare le competenze professionali della tutela e perfino l’aura della Soprintendenza. Nonostante autorevoli denigrazioni la parola è a mio avviso una delle migliori del linguaggio istituzionale. Significa super-intendere, come dice l’etimo tardo latino, cioè assumersi la responsabilità dei saperi, cercare una visione d’insieme, prendersi cura dei beni pubblici. Non a caso nell’uso americano è applicato alla figura apicale dell’educazione, e anche da noi potrebbe estendersi al posto della fredda definizione di “dirigente scolastico”, come ho proposto nel dibattito sulla Buona scuola.

Purtroppo la diffidenza governativa per la parola si estende anche alla cosa. Con i recenti decreti arriva a compimento una coerente e bipartisan delegittimazione delle Soprintendenze a livello romano e nazionale.

Il danno più grave è venuto dal mancato rinnovo del turn over, che in questo settore non crea solo problemi quantitativi nella gestione del personale, ma intacca la funzione del presidio dei saperi. L’accesso di giovani archeologi, di restauratori, di archivisti, di bibliotecari, di storici dell’arte è un processo vitale nella trasmissione della conoscenza del patrimonio nazionale. Essi si formano all’università ma poi solo nello scambio con la generazione più anziana possono acquisire l’arte della cura dei beni culturali. Se si interrompono queste relazioni intergenerazionali si disperde una conoscenza sedimentata nelle istituzioni; sarebbe un autolesionismo per il paese che possiede un primato mondiale del sapere della conservazione.

Adriano La Regina fu nominato soprintendente archeologico a Roma all’età di 39 anni, superando un impegnativo concorso gestito da una commissione composta dai più autorevoli soprintendenti del tempo. Non erano tutte rose e fiori, molte cose non andavano bene, ma esisteva la concezione di un Corpo professionale dello Stato basato sul primato della conoscenza, sull’autonomia dal potere politico e amministrativo, e sul prestigio del civil servant.

Oggi i trentenni e i quarantenni più fortunati lavorano senza diritti, con contratti temporanei, sperando sempre nel rinnovo, altri ricevono offerte di lavoro gratuito. I giovani non accedono più per concorso alle Soprintendenze ma devono passare per un lungo precariato. Questa modalità impedisce la trasmissione generazionale dei saperi e la formazione di nuovi quadri dirigenti. Così, ciò che rimane di un Corpo professionale dello Stato degrada verso un’ordinaria burocrazia ministeriale. La generazione più matura sente mortificata l’autonomia professionale e quella più giovane è scoraggiata dal precariato. Questi stati d’animo alimentano la sfiducia verso lo Stato proprio nelle persone che devono tutelarne il patrimonio storico. Da tutto ciò deriva una perdita di qualità ormai evidente in tante strutture territoriali e ministeriali. Nelle Soprintendenze molte cose non vanno, le disfunzioni e le incongruenze sono ormai sotto gli occhi di tutti. Tale esito viene strumentalizzato per mettere sotto accusa l’autonomia professionale degli esperti e per giustificare maggiori poteri in capo ai politici e agli amministrativi, accentuando così le cause della crisi. Anche i medici medioevali, quando il paziente di aggravava, intensificavano il salasso che lo aveva debilitato.

È merito del ministro Franceschini aver riattivato dopo tanto tempo i concorsi per 500 operatori con la promessa di un’ulteriore immissione di 200 nel prossimo anno. Purtroppo queste assunzioni non bastano a compensare le carenze di personale, però potevano essere l’occasione per modificare i metodi di accesso, eliminando le cause di un precariato divenuto ormai strutturale. Invece, si conferma il ricorso a contratti temporanei per funzioni lavorative di tipo permanente.

È meritoria anche la scelta di aprire a livello internazionale l’accesso alle direzioni delle istituzioni culturali. Anzi, si dovrebbe estendere a tutte le strutture e non solo ai musei. Ci sono bravissimi archeologi stranieri che hanno studiato il nostro patrimonio e potrebbero svolgere molto bene le funzioni di soprintendente. Però ci vorrebbero severi concorsi per selezionare i migliori, prescindendo che siano italiani o stranieri. Invece, per i musei si è adottata una procedura anomala che consente al ministro di scegliere il direttore all’interno di una rosa composta da una commissione. Ma nel nostro ordinamento all’organo politico spetta solo il potere di nomina, mentre la selezione è riservata alle competenze tecniche. Sovrapponendo i due processi si realizza uno spoil-system camuffato da concorso. È un trucco che rafforza il potere politico a discapito dell’autonomia professionale. Non è il primo, da venti anni con simili provvedimenti si è indebolito un primato dello Stato italiano.
Il sapere del patrimonio storico

Da qui viene il pericolo per la tutela del patrimonio culturale. Non si vede sul piano formale, poiché non mancano mai nei decreti e nelle dichiarazioni ufficiali le norme di garanzia della conservazione. Ma tali rassicurazioni mostrano che la tutela è concepita come una mera apposizione di vincoli e non come un sapere del patrimonio. Soprattutto in Italia la conoscenza dell’antico è un’attività di ricerca protesa alla conoscenza dei beni e all’innovazione dei metodi. Le Soprintendenze devono essere istituzioni che organizzano la ricerca coinvolgendo le competenze accademiche, professionali e tecnologiche nei più diversi campi disciplinari. Questo presidio del sapere può essere garantito solo dall’autonomia di un Corpo professionale dello Stato.

La sciagurata separazione che il Ministero ha introdotto tra valorizzazione e tutela ha oscurato la feconda relazione tra ricerca e tutela. Si è invocata la separazione per promuovere uno sviluppo dell’economia della cultura, ma è una soluzione banale sia per la cultura sia per l’economia. Da venti anni si coltiva l’illusione di creare ricchezza con i biglietti e il merchandising che rappresentano solo una piccola componente del bilancio di gestione del patrimonio. Paradossalmente alla retorica non è seguita neppure un’efficiente gestione dei servizi. Basti pensare che per il Colosseo le concessioni della gestione ai privati sono scadute ormai da otto anni. Mentre i ministri pontificavano sulla valorizzazione, il Ministero non è stato in grado di scrivere un capitolato di gara sui servizi di museo. Dovrebbe essere l’amministrazione più esperta in materia e invece è dovuta ricorrere alla Consip per effettuare la gara. Nel frattempo Franceschini, per le altre concessioni, annuncia l’incarico ad Ales, che rischia un eccesso di statalismo proprio nel mercato dei servizi che dovrebbe far crescere imprese di qualità. Tutto ciò è il contrario di un’economia della cultura, la quale invece può alimentarsi proprio a partire da una forte qualificazione dell’attività di tutela e di restauro.

In questi campi è esplosa la domanda mondiale in seguito agli investimenti dei paesi emergenti, dall’Asia all’America Latina. C’è una richiesta crescente di formazione e di servizi qualificati nella cura del patrimonio. Se l’Italia sapesse organizzare un’offerta di alto livello avrebbe il vantaggio competitivo del brand, come si dice oggi, che viene dalla sua storia. È studiato in tutto il mondo il “metodo italiano” dell’archeologia, dell’archivistica, del restauro e della storia dell’arte, formatosi nell’insegnamento dei Bianchi Bandinelli, Brandi, Longhi e Argan. Per cogliere l’opportunità che viene dal mondo bisogna organizzare prestigiose scuole internazionali sulla tutela e il restauro, e promuovere nuove imprese capaci di esportare il nostro sapere dell’antico. Anche per questo bisogna salvare i giovani dal precariato selvaggio che in questi anni si è diffuso nel settore pubblico e in quello privato. Una ricca economia dei beni culturali cresce solo con imprese solide che rispettano la dignità e la qualità del lavoro. E soprattutto se si rilanciano gli investimenti sul patrimonio culturale.
Una legge per i beni culturali di Roma

Come dicevo all’inizio, questa conferenza ha l’obiettivo di avviare l’elaborazione di un ambizioso progetto di legge sui beni culturali della Capitale. A mo’ di esempio e per dare avvio a un dibattito tra gli esperti e i referenti istituzionali, indico quattro punti che mi paiono essenziali, ma potranno essere modificati o sostituiti nella ricerca comune che porteremo avanti.

1. Del guazzabuglio legislativo di questi anni prendiamo per buono il principio olistico per attuarlo davvero, come rafforzamento dell’autonomia scientifica e non come asservimento alla burocrazia politica e ministeriale. Pensiamo a una Grande Soprintendenza di Roma per integrare tutte le competenze della gestione e della tutela sull’ampia scala territoriale della Città Metropolitana. Al suo interno sono previste strutture specializzate nell’archeologia, nelle belle arti e nel paesaggio, negli archivi e nelle biblioteche, e nella gestione dei musei. L’integrazione funzionale deve agevolare le relazioni tra le diverse aree disciplinari per cogliere a pieno la tendenza dei beni culturali a superare le vecchie classificazioni, come si vede mirabilmente a Santa Maria Antiqua: scavo archeologico, architettura della Chiesa, restauro degli affreschi, paesaggio del Palatino, archivio multimediale. L’ampia competenza territoriale comprende tutte le epoche, non solo Roma antica con il suo suburbio, ma l’Etruria meridionale, Veio, Gabi e poi i borghi medioevali, i capolavori del Rinascimento e il paesaggio della campagna romana, ecc. Molte vecchie incongruenze trovano soluzione nella Grande Soprintendenza. In essa viene integrata scientificamente e operativamente la Soprintendenza capitolina, fatta salva la sua identità che fu garantita perfino dallo Stato pontificio e la competenza politica degli organi comunali, ottenendo una struttura più efficace del Consorzio previsto e non attuato. Il piano paesaggistico della Città Metropolitana deve superare l’attuale dicotomia con il piano naturalistico dell’Appia. Si può prevedere un Consiglio di indirizzo composto dallo Stato, la Regione e la Città Metropolitana e Comune. La base giuridica della nuova istituzione può essere ricavata dalla revisione delle norme di attuazione del principio costituzionale di Roma Capitale, scritte nel 2012 purtroppo in modo banale proprio nel settore dei beni culturali.

2. La Grande Soprintendenza è l’espressione dell’autonomia e del prestigio di un rinnovato Corpo professionale dei beni culturali. Essa costituisce l’esempio pilota per un drastico ripensamento del Ministero che deve occuparsi della strategia nazionale e lasciare tutte le incombenze amministrative, tornando all’ispirazione originaria del ’74, rappresentata nel nome da quella preposizione “per” i beni culturali che voleva indicare, secondo Spadolini, una struttura di servizio e non un’invadenza burocratica. Solo dieci anni dopo Giulio Carlo Argan osservò amaramente che il Ministero aveva seguito la vecchia impostazione ottocentesca del Segretariato e delle Direzioni centrali, relegando alla periferia organizzativa gli organi di tutela. Il grande studioso, negli ultimi anni di vita, scrisse un progetto di legge che ribaltava il modello ministeriale, ipotizzando una struttura tecnica e scientifica pienamente sovrana nella cura del patrimonio. Non se ne fece nulla, anzi negli ultimi venti anni ogni ministro ha riscritto vorticosamente le leggi aumentando solo l’invadenza politica e amministrativa. Scegliamo bene tra i predecessori, dobbiamo liberarci della paccottiglia normativa della Seconda Repubblica e riscoprire il testamento di Argan. Certo alcune soluzioni di quel progetto di legge erano datate, ma l’ispirazione è di grande attualità e può essere attuata ancora meglio con le competenze e le tecnologie di oggi. La Grande Soprintendenza di Roma deve ispirarsi all’unico esempio italiano di Corpo professionale autonomo che è quello della Banca d’Italia. La politica ha rinunciato a invadere il campo della competenza tecnica solo nel governo dell’economia, che pure si occupa di valori variabili secondo il ciclo. Ancora di più, quando si tratta dei valori eterni del patrimonio culturale si deve riconoscere l’autonomia dei saperi della tutela.

3. La nuova Soprintendenza deve diventare il più prestigioso centro di ricerca nel sapere del patrimonio storico. La conoscenza della città antica oggi è affidata al gioco casuale degli scavi collegati ai lavori edilizi e infrastrutturali. Di conseguenza quasi sempre la buona notizia di una scoperta archeologica viene presentata all’opinione pubblica come un danno per le opere pubbliche. Si dovrebbe evitare questo conflitto, pianificando gli scavi come investimento sulla conoscenza sostenuto dai finanziamenti pubblici. Si avrebbero vantaggi per tutti; gli archeologi potrebbero programmare l’attività di scavo secondo criteri scientifici, senza dipendere dall’occasionalità degli appalti; gli operatori pubblici e privati avrebbero maggiori certezze già in fase di progettazione e ridurrebbero il rischio del blocco dei lavori in fase di attuazione. Non ci sarebbe un aggravio di spesa; ai privati si potrebbe chiedere un contributo forfettario commisurato alle somme che già spendono oggi, mentre i soldi pubblici che passano per le stazioni appaltanti verrebbero affidati direttamente alle soprintendenze. Solo per la metro C sono stati investiti circa 30 milioni di euro che potevano essere affidati agli organi di tutela per un vasto programma di ricerca archeologica preventiva, diminuendo i contenziosi con le imprese. Con questo metodo la stupenda caserma dei centurioni di Adriano rinvenuta a via dell’Amba Aradam sarebbe stata scoperta con largo anticipo evitando il fermo dei lavori della metro.
Pensiamo di sapere tutto di Roma, ma la città antica non finisce di stupirci ogni volta che dedichiamo risorse alla sua conoscenza. Siamo soliti ammirarne le bellezze alla luce del sole, ma tante altre ricchezze sono ancora sepolte. Dovrebbe essere un assillo portare alla luce la Roma che ancora non vediamo e curare adeguatamente quella che ci è tanto consueta da rischiare di trascurarla. Non solo nell’archeologia, ma nei monumenti, nelle arti e negli archivi la Soprintendenza deve essere in grado di collocarsi al vertice della ricerca internazionale, in stretto coordinamento con le università e con gli istituti di formazione del restauro e dell’archivistica .
Sarebbe anche l’unica carta da giocare per dare alla capitale una nuova collocazione mondiale come prestigioso centro di formazione e di conoscenza della memoria storica. È l’unica possibilità per ricominciare ad attrarre giovani dai Paesi lontani che verrebbero ad apprendere saperi e competenze non disponibili in altre città. È una virtù che Roma ha sempre avuto e solo oggi rischia di dimenticare.

4. Infine, una legge per la capitale non può non contenere il rilancio degli investimenti pubblici. Negli ultimi trent’anni il patrimonio storico romano è sempre stato finanziato da importanti provvedimenti nazionali, prima la legge Biasini, poi la legge per Roma Capitale e infine il Piano per il Giubileo. Per la prima volta la città è sprovvista di un strumento finanziario dedicato ai beni culturali, e il ministero sembra far conto solo sulle entrate dei biglietti del Colosseo. Questa penuria di risorse rischia di ricreare situazioni di emergenza e di pericolo, come quelle che suscitarono l’appello della Soprintendenza negli anni ottanta. Soprattutto i beni comunali sono pericolosamente sprovvisti di risorse per il restauro, a causa della crisi di bilancio del Campidoglio. Le mura Aureliane oggi destano molta preoccupazione e dovrebbero essere restaurate non in modo episodico, ma secondo un progetto integrato con il recupero del tessuto urbano, per riportare allo splendore che merita il segno più forte della forma urbis.

La legge deve prevedere un programma ordinario di investimento sui beni culturali romani, individuando le regole di gestione e la continuità delle risorse. Alcuni progetti, strettamente legati alla memoria di Antonio Cederna, dovrebbero svettare come emblemi di una strategia nuova: il cerchio delle Mura Aureliane, il triangolo del parco Fori-Appia e il centro dell’antico ateneo di Sant’Ivo, che potrebbe essere liberato dagli uffici del Senato – potrei spiegarne l’importanza ai colleghi senatori -, per realizzare sotto la cupola del Borromini l’università internazionale dell’archivistica nell’epoca della transizione digitale.

Una politica ambiziosa per i beni culturali romani è il compito più importante che si può dare la nostra generazione rispetto alle successive. È la più grande responsabilità del governo nazionale rispetto ai cittadini del mondo. La tutela non è solo un vincolo, è una generazione di conoscenza per il passato e per il futuro di Roma.

Il primo Soprintendente di Roma è stato Raffaello: fu nominato da Leone X nel 1515 “praefectus marmorum et lapidum omnium”, che non era propriamente una funzione di tutela, ma gli conferiva una posizione esclusiva nel recupero dei materiali antichi. Il grande artista andò oltre proponendo al Papa – con un’approfondita relazione (Il Pianto di Roma, Fogola, Torino, 1984) – un programma di ricerca sull’archeologia al fine di “mettere in disegno” l’intera città antica. La proposta procurò all’artista ammirazione non inferiore a quella suscitata dai capolavori della sua pittura. Il compianto degli umanisti per l’improvvisa morte di Raffaello, di lì a due tre anni, era dettato più dall’amarezza di non vedere avverata la grande opera di archeologia promessa, che non dalla perdita di uno dei primi artisti della loro epoca. Non esisteva ancora la Soprintendenza, ma era già una bella parola.

Il mondo accademico si mobilita a difesa dell’archeologia italiana

Gli studiosi europei e stranieri riuniti in Roma nella sede del Reale Istituto d’Olanda in occasione del convegno internazionale “The State of the Samnites / Lo Stato dei Sanniti” (28-30 gennaio 2016) esprimono grave preoccupazione per le sorti dell’archeologia a seguito dei provvedimenti governativi intesi ad abolire gli uffici dello Stato italiano con competenza specifica ed esclusiva sulla cura unitaria dei monumenti antichi, delle collezioni pubbliche di antichità e del patrimonio archeologico ancora inesplorato. Verrebbero così disattesi modelli amministrativi e forme di cultura giuridica che hanno ispirato l’ordinamento delle antichità in molte parti del mondo. Questo indiscusso e plurisecolare primato rischia di perdersi persino a Roma, che ha avuto come prefetti alle antichità Raffaello, per “lo haver cura che quello poco che resta di questa antica madre della gloria et nome Italiano … non sia extirpato in tutto”, e Johann Joachim Winckelmann, il fondatore dell’archeologia moderna.

Motion approved by the Conference on January 29th, 2016.

Sul bando di concorso “Scuola e patrimonio culturale”

Comunicato stampa delle associazioni dei professionisti dei beni culturali

I professionisti del patrimonio culturale, riuniti nelle associazioni St.Art.I.M., ICOM, CUNSTA, Confassociazioni Beni e Professioni Culturali, ANA, Arch.I.M., GBeA, S.A.U. e Ranuccio Bianchi Bandinelli, manifestano viva disapprovazione rispetto alle modalità di pubblicizzazione del bando nazionale reso noto dal MIUR il giorno 13 novembre e titolato “Scuola e patrimonio culturale. Concorso per idee e proposte su formazione dei docenti e sensibilizzazione degli studenti”.

Image credits: http://www.informaromanord.it/

Le associazioni apprezzano lo spirito dell’iniziativa, che mira a promuovere progetti di collaborazione tra istituti museali presenti sul territorio e istituti di formazione quali università, scuole e accademie. Disapprovano invece l’aver fissato la scadenza del bando ad appena 13 giorni (!) dalla data di pubblicazione sul sito web del MIUR. La rilevanza della copertura finanziaria – ben 3 milioni di euro – stante la scarsità degli investimenti capaci di stimolare iniziative culturali che premino impegno e competenza, avrebbe imposto tempi ben maggiori per la pubblicizzazione del bando e la redazione dei progetti, considerati anche i tempi tecnici necessari ad acquisire la dichiarazione di assenso delle strutture destinatarie degli interventi, come previsto dall’art. 7 del bando. Inoltre – in rispetto del D.L. 12 settembre 2013, n. 104 (art. 5, comma 2), richiamato dallo stesso bando – il MIUR avrebbe dovuto provvedere a darne comunicazione a tutti i soggetti ammessi a proporre progetti (tra cui Università e Accademie). Quest’azione, al contrario, risulta carente negli stessi criteri di pubblicizzazione stabiliti dall’articolo 13 del bando.

Le associazioni congiunte auspicano per il futuro un maggiore coordinamento tra i due Ministeri, anche in attuazione del protocollo d’intesa MIBACT-MIUR siglato il 28 maggio 2014. Nel timore che le modalità di pubblicizzazione del bando siano state dettate piuttosto da esigenze amministrative estranee alla qualità dei risultati perseguibili con lo stanziamento deliberato, chiedono che il termine per la scadenza del bando venga prorogato in modo da garantire una congrua partecipazione degli enti cui il bando stesso è rivolto.

Si riservano infine di assumere tutte le iniziative utili a tale scopo.

 

Roma, 25 novembre 2015

 

St.Art.I.M. – Storici dell’arte in movimento

ICOM – International Council of Museums

CUNSTA Consulta Universitaria per la Storia dell’Arte

Confassociazioni Beni e Professioni Culturali

ANA – Associazione Nazionale Archeologi

ARCH.I.M. – Archivisti in movimento

GBeA – Giovani Bibliotecari e Aspiranti

SAU Storici dell’arte unitari

Associazione Bianchi Bandinelli

Salviamo il patrimonio dell’Isiao

Al ministro per gli Affari esteri e la Cooperazione internazionale, Paolo Gentiloni,
e, per conoscenza, al ministro dei Beni e delle attività culturali e del Turismo, Dario Franceschini

Onorevole ministro,
ci rivolgiamo a lei per esprimerle la forte preoccupazione della comunità degli storici e degli altri utenti di archivi e biblioteche in merito al patrimonio dell’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente (ISIAO). Dal 2012 tale patrimonio è inaccessibile e le chiediamo un’azione incisiva, d’intesa con il ministro dei Beni e delle attività culturali e del Turismo, per garantirne la conservazione e la fruibilità da parte del pubblico. Continue reading

“Presidente fermi quella legge che fa scempio dei beni culturali”

di Salvatore Settis e Gustavo Zagrebelsky – 10 agosto 2015- La Repubblica

Lettera aperta al Presidente della Repubblica contro il decreto Madia

 

SIGNOR Presidente della Repubblica, in un suo recentissimo intervento, ha scritto che «dobbiamo chiederci… perché spesso, nei decenni che ci sono alle spalle, siamo venuti meno al precetto dell’articolo 9, che con lungimiranza il costituente aveva inserito tra i principi fondamentali della Carta». Continue reading

Lo storico Osservatorio Meteorologico del Collegio Romano a rischio chiusura

Il Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CRA), Ente vigilato dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, è stato commissariato in seguito alla Legge di stabilità 2015. Il conseguente piano di riorganizzazione prevede la chiusura della storica sede dell’Unità di Ricerca per la Climatologia e la Meteorologia applicate all’Agricoltura che si trova a Roma, in via del Caravita 7/A nel complesso del Collegio Romano, mettendo a rischio il patrimonio documentale, bibliografico e strumentale in esso custodito e determinando, di fatto, lo smantellamento di un unicum, luogo simbolo per la storia scientifica del nostro Paese, quale è unanimemente riconosciuto da tutti gli Enti nazionali e regionali che si occupano di meteorologia in Italia. Continue reading

Ischia, non vendete quel museo

Pubblichiamo un appello dell’Associazione Bianchi Bandinelli

L’isola di Ischia è stata sede del più antico insediamento fisso dei Greci che avevano raggiunto l’Italia meridionale. La splendida parabola della Magna Grecia inizia con questo originario scalo marittimo, chiamato Pithecusa. Continue reading

Se la tutela la fanno i prefetti

Pubblichiamo un appello dell’Associazione Bianchi Bandinelli

L’articolo 7 della nuova legge quadro per la pubblica amministrazione, invocando la necessità di garantire risposte certe ai cittadini da parte dello Stato, ha stabilito che presso le prefetture sia predisposto un “punto di contatto unico” nel quale confluiscono tutti gli uffici periferici dell’amministrazione dello Stato, comprese le soprintendenze dei Beni culturali. Continue reading

Roma. Difendiamo Villa Borghese

Pubblichiamo l’appello lanciato dal Comitato per la Bellezza e da Roma Nuovo Secolo per spostare a Tor di Quinto il Concorso Ippico che si svolge a Piazza di Siena

Nei giorni scorsi abbiamo incontrato – come primi firmatari dell’appello sul Concorso Ippico in Piazza di Siena – l’Assessore comunale all’Ambiente Estella Marino e il Sovrintendente ai Beni Architettonici e Ambientali del Comune di Roma Agostino Bureca. Abbiamo riscontrato in entrambi una positiva, incoraggiante disponibilità ad affrontare urgentemente con il Gabinetto del Sindaco i pesanti problemi posti da una manifestazione attorno alla quale è stato costruito un sempre più ingombrante apparato commerciale. Due soluzioni sono state affacciate in uno spirito di intesa: o si riporta la manifestazione equestre alle origini, con una occupazione limitata nel tempo e nello spazio (piazza di Siena, la zona delle stalle e quella dei servizi indispensabili per il Concorso), oppure, se si vuole mantenere quella sorta di fiera ampia e prolungata nel tempo, la si trasferisce in una zona già completamente attrezzata e ben servita dalle infrastrutture, per esempio a Tor di Quinto dove già sono insediati i Carabinieri, da sempre fra i protagonisti del Concorso Ippico. L’amministrazione capitolina, da noi sollecitata sin da dicembre, si sta impegnando per riesaminare tutta la pratica del Concorso Ippico a piazza di Siena. Ci auguriamo quindi che sin da quest’anno siano fissati limiti e paletti. Durante i lavori di allestimento dei “suk” collegati al Concorso Ippico del prossimo maggio ci riserviamo di organizzare – in sinergia con l’azione della amministrazione comunale – manifestazioni con le associazioni di cittadini, a cominciare dagli Amici di Villa Borghese, invitando i giornalisti italiani e stranieri ad un sopralluogo che consenta loro di dar conto dello scempio che si compie ogni anno a Villa Borghese, espropriando una parte importante e prestigiosa della Villa e impedendo la sua fruizione a cittadini romani e turisti di tutto il mondo.
Vittorio Emiliani, Comitato per la Bellezza
Carlo Troilo, Roma Nuovo Secolo

aderiscono all’appello a tutela di Villa Borghese:
Desideria Pasolini Dall’Onda, fondatrice di Italia Nostra
Alix Van Buren, presidente, a nome degli “Amici di Villa Borghese”
Vezio De Lucia, presidente Ass. Ranuccio Bianchi Bandinelli

Continue reading

MINISTRI e Sottosegretari responsabili delle Antichità e Belle Arti nel Regno d’Italia (1861-1946)

MINISTRI e Sottosegretari responsabili delle Antichità e Belle Arti (1861-1974) nel Ministero della Pubblica Istruzione, poi dell’Educazione Nazionale 1929-44, e di nuovo P.I.; MINISTRI e Sottosegretari per i Beni Culturali e Ambientali, poi per i Beni e le Attività Culturali (dal 1974):

Parte prima (in questa pagina): Ministri e Sottosegretari della Pubblica Istruzione del Regno d’Italia, dall’Unità fino alla proclamazione della Repubblica (1861-1946)

Vai alla Parte seconda: Ministri e Sottosegretari della Repubblica Italiana (dal 1946) responsabili delle Antichità e Belle Arti (Ministero della Pubblica Istruzione) e dei Beni culturali (dal 1974)

a cura di Claudio Gamba

——

Ministri e Sottosegretari della Pubblica Istruzione del Regno d’Italia, dall’Unità fino alla proclamazione della Repubblica (1861-1946)

Vengono indicati il Governo (nome del Presidente del Consiglio ed estremi cronologici), il Ministro della Pubblica Istruzione (poi, dal 1929, dell’Educazione Nazionale) e, a partire dalla loro istituzione nel 1888, i Sottosegretari di Stato. Per un breve periodo fu attivo anche un secondo Sottosegretariato (“per le Antichità e belle arti”), istituito nel 1919 e soppresso nel 1923. Alla fine dell’elenco viene data anche la lista dei Segretari Generali del Ministero della Pubblica Istruzione (dal 1861 al 1888, anno in cui, con L. del 12 febbraio n. 5195, furono sostituiti con i Sottosegretari di Stato).

Dati ricavati, con alcune integrazioni, dal volume di Mario Missori, Governi, alte cariche dello Stato e Prefetti del Regno d’Italia, Bulzoni, Roma 1978.

 

Ministri della Pubblica Istruzione prima dell’Unità:

Cesare Alfieri di Sostegno, dal 30 novembre 1847 al 16 marzo 1848

Carlo Boncompagni di Montebello, dal 16 marzo al 29 luglio 1848

Vincenzo Gioberti, dal 4 al 16 agosto 1848

Felice Merlo, dal 16 al 27 agosto 1848

Carlo Boncompagni di Montebello, dal 29 agosto al 16 dicembre 1848

Carlo Cadorna, dal 16 dicembre 1848 al 27 marzo 1849

Cristoforo Mameli, dal 24 marzo 1849 al 10 novembre 1850

Pietro Gioia, dal 10 novembre 1850 al 20 ottobre 1851

Luigi Carlo Farini, dal 21 ottobre 1851 al 21 maggio 1852

Carlo Boncompagni di Montebello, dal 21 maggio al 4 novembre 1852

Luigi Cibrario, dal 4 novembre 1852 al 31 maggio 1855

Giovanni Lanza, dal 31 maggio 1855 al 18 ottobre 1858

Carlo Cadorna, dal 18 ottobre 1858 al 19 luglio 1859

Gabrio Casati, dal 24 luglio 1859 al 15 gennaio 1860

Terenzio Mamiani della Rovere, dal 20 gennaio 1860 al 22 marzo 1861

 

 

Ministero Cavour (17 marzo 1861 – 12 giugno 1861)

Ministri della Pubblica Istruzione:

1_mamianiTerenzio Mamiani della Rovere, conte di Sant’Angelo, prof., deputato, fino al 22 marzo 1861.

 

1_de-sanctisFrancesco De Sanctis, prof., deputato, dal 22 marzo 1861.

 

 

I° Ministero Ricasoli (12 giugno 1861 – 3 marzo 1862)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Francesco De Sanctis, prof., deputato.

 

 

I° Ministero Rattazzi (3 marzo 1862 – 8 dicembre 1862)

Ministri della Pubblica Istruzione:

Pasquale Stanislao Mancini, avv., prof., deputato, fino al 31 marzo 1862.

 

Carlo Matteucci, prof., senatore, dal 31 marzo 1862.

 

 

Ministero Farini, poi Minghetti (8 dicembre 1862 – 27 settembre 1864)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Michele Amari, prof., senatore

 

 

I° Ministero La Marmora (27 settembre 1864 – 31 dicembre 1865)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Giuseppe Natoli, barone di Scaliti, avv., senatore, fino al 1° settembre 1865.

Giuseppe Natoli, barone di Scaliti, avv., senatore, interim, dal 1° settembre al 14 dicembre 1865.

Giuseppe Natoli, barone di Scaliti, avv., senatore, dal 14 dicembre 1865.

 

 

II° Ministero La Marmora (31 dicembre 1865 – 20 giugno 1866)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Domenico Berti, avv., deputato.

 

 

II° Ministero Ricasoli (20 giugno 1866 – 10 aprile 1867)

Ministri della Pubblica Istruzione:

Domenico Berti, prof., deputato, fino al 17 febbraio 1867.

 

Cesare Correnti, avv. prof., deputato, dal 17 febbraio 1867.

 

 

II° Ministero Rattazzi (10 aprile 1867 – 27 ottobre 1867)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Michele Coppino, prof., deputato.

 

 

I° Ministero Menabrea (27 ottobre 1867 – 5 gennaio 1868)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Emilio Broglio, avv. prof., deputato.

 

 

II° Ministero Menabrea (5 gennaio 1868 – 13 maggio 1869)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Emilio Broglio, avv. prof., deputato.

 

 

III° Ministero Menabrea (13 maggio 1869 – 14 dicembre 1869)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Angelo Bargoni, avv., deputato.

 

 

Ministero Lanza (14 dicembre 1869 – 10 luglio 1873)

Ministri della Pubblica Istruzione:

Cesare Correnti, avv., prof., deputato, fino al 17 maggio 1872.

 

Quintino Sella, ing. prof., deputato, interim, dal 17 maggio 1872 al 5 agosto 1872.

 

Antonio Scialoja, avv. prof., senatore, dal 5 agosto 1872.

 

 

II° Ministero Minghetti (10 luglio 1873 – 25 marzo 1876)

Ministri della Pubblica Istruzione:

Antonio Scialoja, avv. prof., senatore, fino al 6 febbraio 1874.

 

Girolamo Cantelli, conte di Rubbiano, senatore, interim, dal 6 febbraio al 27 settembre 1874.

 

Ruggero Bonghi, prof., deputato, dal 27 settembre 1874.

 

 

I° Ministero Depretis (25 marzo 1876 – 26 dicembre 1877)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Michele Coppino, prof., deputato.

 

 

II° Ministero Depretis (26 dicembre 1877 – 24 marzo 1878)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Michele Coppino, prof., deputato.

 

 

I° Ministero Cairoli (24 marzo 1878 – 19 dicembre 1878)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Francesco De Sanctis, prof., deputato.

 

 

III° Ministero Depretis (19 dicembre 1878 – 14 luglio 1879)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Michele Coppino, prof., deputato.

 

 

II° Ministero Cairoli (14 luglio 1879 – 25 novembre 1879)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Francesco Paolo Perez, senatore.

 

 

III° Ministero Cairoli (25 novembre 1879 – 29 maggio 1881)

Ministri della Pubblica Istruzione:

Francesco De Sanctis, prof., deputato, fino al 2 gennaio 1881.

 

Guido Baccelli, prof., deputato, dal 2 gennaio 1881.

 

 

IV° Ministero Depretis (29 maggio 1881 – 25 maggio 1883)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Guido Baccelli, prof., deputato.

 

 

V° Ministero Depretis (25 maggio 1883 – 30 marzo 1884)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Guido Baccelli, prof., deputato.

 

 

VI° Ministero Depretis (30 marzo 1884 – 29 giugno 1885)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Michele Coppino, prof., deputato.

 

 

VII° Ministero Depretis (29 giugno 1885 – 4 aprile 1887)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Michele Coppino, prof., deputato.

 

 

VIII° Ministero Depretis, poi I° Crispi (4 aprile 1887 – 9 marzo 1889)

Ministri della Pubblica Istruzione:

Michele Coppino, prof., deputato, fino al 17 febbraio 1888.

 

Paolo Boselli, avv. prof., deputato, dal 17 febbraio 1888.

 

Sottosegretario:

Filippo Mariotti, avv., deputato.

 

 

II° Ministero Crispi (9 marzo 1889 – 9 febbraio 1891)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Paolo Boselli, avv. prof., deputato.

 

Sottosegretario:

Filippo Mariotti, avv., deputato, fino al 6 febbraio 1891.

 

 

I° Ministero Rudinì (9 febbraio 1891 – 15 maggio 1892)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Pasquale Villari, prof., senatore.

 

Sottosegretario:

Leopoldo Pullè, conte, deputato, dal 26 febbraio 1891 al 10 maggio 1892.

 

 

I° Ministero Giolitti (15 maggio 1892 – 15 dicembre 1893)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Ferdinando Martini, prof., deputato.

 

Sottosegretario:

Scipione Ronchetti, avv., deputato, dal 30 maggio 1892.

 

 

III° Ministero Crispi (15 dicembre 1893 – 10 marzo 1896)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Guido Baccelli, prof., deputato.

 

Sottosegretario:

Settimio Costantini, prof., deputato, dal 19 dicembre 1893.

 

 

II° Ministero Rudinì (10 marzo 1896 – 14 luglio 1896)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Emanuele Gianturco, avv. prof., deputato.

 

Sottosegretario:

Tancredi Galimberti, avv., deputato.

 

 

III° Ministero Rudinì (14 luglio 1896 – 14 dicembre 1897)

Ministri della Pubblica Istruzione:

Emanuele Gianturco, avv. prof., deputato, fino al 18 settembre 1897.

 

Giovanni Codronchi-Argeli, conte, dott., senatore, dal 18 settembre 1897.

 

Sottosegretari:

Tancredi Galimberti, avv., deputato, fino al 13 ottobre 1897.

Massimo Bonardi, avv., deputato, dal 13 ottobre 1897.

 

 

IV° Ministero Rudinì (14 dicembre 1897 – 1° giugno 1898)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Nicolò Gallo, avv., deputato.

 

Sottosegretario:

Massimo Bonardi, avv., deputato, (dimissioni accettate con R.D. 4 giugno 1898).

 

 

V° Ministero Rudinì (1-29 giugno 1898)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Luigi Cremona, prof., senatore.

 

Sottosegretario:

Emilio Pinchia, conte di Banchette, dott., deputato, dal 4 giugno 1898.

 

 

I° Ministero Pelloux (29 giugno 1898 – 14 maggio 1899)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Guido Baccelli, prof., deputato.

 

Sottosegretario:

Settimio Costantini, prof., deputato, dal 1° luglio 1898.

 

 

II° Ministero Pelloux (14 maggio 1899 – 24 giugno 1900)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Guido Baccelli, prof., deputato.

 

Sottosegretari:

Settimio Costantini, prof., deputato, † 19 luglio 1899.

Gennaro Manna, avv. prof., deputato, dal 28 ottobre 1899.

 

 

Ministero Saracco (24 giugno 1900 – 15 febbraio 1901)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Nicolò Gallo, avv., deputato.

 

Sottosegretario:

Enrico Panzacchi, prof., deputato.

 

 

Ministero Zanardelli (15 febbraio 1901 – 3 novembre 1903)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Nunzio Nasi, avv. prof., deputato.

 

Sottosegretario:

Giacomo Cortese, prof., deputato, fino al 22 giugno 1903.

 

 

II° Ministero Giolitti, poi Tittoni (3 novembre 1903 – 28 marzo 1905)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Vittorio Emanuele Orlando, avv. prof., deputato.

 

Sottosegretario:

Emilio Pinchia, conte di Banchette, dott., deputato.

 

 

I° Ministero Fortis (28 marzo 1905 – 24 dicembre 1905)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Leonardo Bianchi, prof., deputato.

 

Sottosegretario:

Luigi Rossi, avv. prof., deputato.

 

 

II° Ministero Fortis (24 dicembre 1905 – 8 febbraio 1906)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Errico De Marinis, prof., deputato.

 

Sottosegretario:

Benedetto Cirmeni, dott., deputato.

 

 

I° Ministero Sonnino (8 febbraio 1906 – 29 maggio 1906)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Paolo Boselli, avv. prof., deputato.

 

Sottosegretario:

Luigi Credaro, prof., deputato, dal 13 febbraio 1906.

 

 

III° Ministero Giolitti (29 maggio 1906 – 11 dicembre 1909)

Ministri della Pubblica Istruzione:

Guido Fusinato, prof., deputato, fino al 2 agosto 1906.

 

Luigi Rava, avv. prof., deputato, dal 2 agosto 1906.

 

Sottosegretario:

Augusto Ciuffelli, deputato, dal 5 giugno 1906.

 

 

II° Ministero Sonnino (11 dicembre 1909 – 31 marzo 1910)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Edoardo Daneo, avv., deputato.

 

Sottosegretario:

Alfonso Lucifero, nob., deputato, dal 14 dicembre 1909.

 

 

Ministero Luzzatti (31 marzo 1910 – 30 marzo 1911)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Luigi Credaro, prof., deputato.

 

Sottosegretario:

Antonio Teso, avv., deputato.

 

IV° Ministero Giolitti (30 marzo 1911 – 21 marzo 1914)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Luigi Credaro, prof., deputato.

 

Sottosegretario:

Antonio Vicini, avv., deputato.

 

 

I° Ministero Salandra (21 marzo 1914 – 5 novembre 1914)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Edoardo Daneo, avv., deputato.

 

Sottosegretario:

Giovanni Rosadi, avv., deputato.

 

 

II° Ministero Salandra (5 novembre 1914 – 19 giugno 1916)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Pasquale Grippo, avv. prof., deputato.

 

Sottosegretario:

Giovanni Rosadi, avv., deputato.

 

 

Ministero Boselli (19 giugno 1916 – 30 ottobre 1917)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Francesco Ruffini, avv. prof., senatore.

 

Sottosegretario:

Angelo Roth, prof., deputato.

 

 

Ministero Orlando (30 ottobre 1917 – 23 giugno 1919)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Agostino Berenini, avv. prof., senatore.

 

Sottosegretario:

Angelo Roth, prof., deputato.

 

I° Ministero Nitti (23 giugno 1919 – 22 maggio 1920)

Ministri della Pubblica Istruzione:

Alfredo Baccelli, avv., deputato, fino al 13 marzo 1920.

 

Andrea Torre, dott., deputato, dal 14 marzo 1920.

 

Sottosegretari:

Guido Celli, avv., deputato, fino al 14 marzo 1920.

Raffaele Caporali, prof., deputato, dal 15 marzo 1920.

Pompeo Molmenti, prof., senatore; per le Antichità e belle arti, dal 24 novembre 1919.

 

(Il sottosegretariato per le Antichità e belle arti fu istituito con R.D.L. 3 ottobre 1919, n. 1792).

 

 

II° Ministero Nitti (22 maggio 1920 – 16 giugno 1920)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Andrea Torre, dott., deputato.

 

Sottosegretari:

Raffaele Caporali, prof., deputato.

Giovanni Rosadi, avv., deputato; per le Antichità e belle arti.

 

 

V° Ministero Giolitti (16 giugno 1920 – 4 luglio 1921)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Benedetto Croce, senatore.

 

Sottosegretari:

Cesare Rossi, (conte, con R.D. 9 dicembre 1920), ing., deputato.

Giovanni Rosadi, avv., deputato; per le Antichità e belle arti.

 

 

I° Ministero Bonomi (4 luglio 1921 – 26 febbraio 1922)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Mario Orso Corbino, prof., senatore.

 

Sottosegretari:

Antonio Anile, prof., deputato.

Giovanni Rosadi, avv., deputato; per le Antichità e belle arti.

 

 

I° Ministero Facta (26 febbraio 1922 – 1° agosto 1922)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Antonio Anile, prof., deputato.

 

Sottosegretari:

Agostino Lo Piano, avv., deputato.

Giovanni Calò, prof., deputato; per le Antichità e belle arti.

 

 

II° Ministero Facta (1° agosto 1922 – 31 ottobre 1922)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Antonio Anile, prof., deputato.

 

Sottosegretari:

Agostino Lo Piano, avv., deputato.

(Giuseppe De Capitani d’Arzago, nob., avv., deputato; per le Antichità e belle arti. L’on. De Capitani non accettò l’incarico).

Luigi Siciliani, dott., deputato; per le Antichità e belle arti, dal 16 agosto 1922.

 

 

Ministero Mussolini (31 ottobre 1922 – 25 luglio 1943)

Ministri della Pubblica Istruzione poi dell’Educazione Nazionale:

Il ministero assunse la nuova denominazione con R.D. 12 settembre 1929, n. 1661; con lo stesso decreto fu istituito il sottosegretariato per l’Educazione fisica e giovanile, poi soppresso con R.D.L. 27 ottobre 1937, n. 1839 (le sue competenze passarono alla gioventù italiana del littorio – GIL). Il Sottosegretariato per le Antichità e belle arti fu soppresso con R.D. 29 aprile 1923, n. 953.

 

 

 

Giovanni Gentile, prof., (nominato senatore il 5 novembre 1922), ordinario di storia della filosofia nell’università di Roma, fino al 1° luglio 1924.

 

Alessandro Casati, conte, dott., senatore, dal 1° luglio 1924 al 5 gennaio 1925.

 

Pietro Fedele, prof., deputato, dal 5 gennaio 1925 al 9 luglio 1928.

 

Giuseppe Belluzzo, ing. prof., deputato, dal 9 luglio 1928 al 12 settembre 1929.

 

Balbino Giuliano, prof., deputato, dal 12 settembre 1929 al 20 luglio 1932.

 

Francesco Ercole, prof., deputato, dal 20 luglio 1932 al 24 gennaio 1935.

 

Cesare Maria De Vecchi, conte di Val Cismon (titolo concesso con R.D. 3 luglio 1925), avv. prof., senatore, dal 24 gennaio 1935 al 15 novembre 1936.

 

Giuseppe Bottai, prof., deputato, (consigliere nazionale), dal 15 novembre 1936 al 6 febbraio 1943.

 

Carlo Alberto Biggini, prof., consigliere nazionale, dal 6 febbraio 1943.

[Per completezza segnaliamo che nel Governo della Repubblica Sociale Italiana, durato fino all’aprile 1945, rimase Ministro dell’Educazione Nazionale Carlo Alberto Biggini]

 

Sottosegretari:

Dario Lupi, avv., deputato, fino al 3 luglio 1924.

Luigi Siciliani, dott., deputato; per le Antichità e belle arti (Sottosegretariato soppresso con R.D. 29 aprile 1923, n. 953), fino al 15 aprile 1923.

Balbino Giuliano, prof., deputato, dal 3 luglio 1924 al 6 gennaio 1925.

Michele Romano, prof., deputato, dal 6 gennaio 1925 al 6 novembre 1926.

Emilio Bodrero, prof., deputato, dal 6 novembre 1926 al 9 luglio 1928.

Pier Silverio Leicht, prof., deputato, dal 9 luglio 1928 al 12 settembre 1929.

Salvatore Di Marzo, prof., deputato, dal 12 settembre 1929 al 20 luglio 1932.

Renato Ricci, rag., deputato; per l’Educazione fisica e giovanile (dopo la nomina dell’on. Solmi a ministro di Grazia e giustizia, all’on. Ricci passarono, di fatto, anche le competenze spettanti al sottosegretario per l’Educazione nazionale), dal 12 settembre 1929 al 12 novembre 1937.

Arrigo Solmi, prof., deputato, dal 20 luglio 1932 al 24 gennaio 1935.

Riccardo Del Giudice, prof., consigliere nazionale, dal 5 dicembre 1939 al 13 febbraio 1943.

Emilio Bodrero, prof., senatore, dal 18 febbraio al 15 maggio 1941.

Guido Rispoli, prof., consigliere nazionale, dal 13 febbraio 1943.

 

 

I° Ministero Badoglio (26 luglio 1943 – 22 aprile 1944)

Ministri dell’Educazione Nazionale:

Leonardo Severi, dott., consigliere di Stato, fino all’11 febbraio 1944.

 

Giovanni Cuomo, avv. prof., dall’11 febbraio 1944.

 

Sottosegretario:

Giovanni Cuomo, avv. prof., fino all’11 febbraio 1944.

 

 

II° Ministero Badoglio (22 aprile 1944 – 18 giugno 1944)

Ministro dell’Educazione Nazionale poi della Pubblica Istruzione:

La nuova denominazione del ministero fu disposta con R.D. 29 maggio 1944, n. 142.

Adolfo Omodeo, prof., rettore dell’università di Napoli.

 

Sottosegretario:

Angelo Raffaele Jervolino, avv.

 

 

II° Ministero Bonomi (18 giugno 1944 – 12 dicembre 1944)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Guido De Ruggiero, prof., rettore dell’università di Roma.

 

Sottosegretario:

Bernardo Mattarella, avv.

 

 

III° Ministero Bonomi (12 dicembre 1944 – 21 giugno 1945)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Vincenzo Arangio Ruiz, prof., ordinario di istituzioni di diritto romano all’università di Napoli.

 

Sottosegretario:

Bernardo Mattarella, avv.

 

 

Ministero Parri (21 giugno 1945 – 10 dicembre 1945)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Vincenzo Arangio Ruiz, prof.

 

Sottosegretari:

Achille Marazza, avv.

Carlo Ludovico Ragghianti, prof. (Sottosegretario con delega alle Belle arti e spettacolo).

 

 

I° Ministero De Gasperi (10 dicembre 1945 – 1° luglio 1946)

Ministro della Pubblica Istruzione:

Enrico Molè, avv.

 

Sottosegretari:

Achille Marazza, avv.

Enrico Paresce, prof. (Sottosegretario con delega alle Belle arti e spettacolo).

 

 

Segretari Generali del Ministero della Pubblica Istruzione (dal 1861 al 1888, anno in cui, con L. del 12 febbraio n. 5195, sono sostituiti con i Sottosegretari di Stato).

Giuseppe Alasia, avv., deputato, fino al 22 marzo 1861.

Quintino Sella, ing. prof., (deputato), membro del consiglio superiore dell’istruzione pubblica, ordinario di mineralogia nella scuola di applicazione degli ingegneri laureati di Torino, ingegnere nell’amministrazione delle miniere, 31 marzo 1861 – 23 giugno 1861.

Francesco Brioschi, ing. prof., (deputato), rettore dell’università di Pavia, 1° luglio 1861 – 17 gennaio 1863.

Giulio Rezasco, capo della divisione personale e belle arti al ministero della Pubblica istruzione, ff., 18 gennaio 1863 – 24 settembre 1864.

Nicomede Bianchi, prof., preside del liceo Cavour di Torino, 1 novembre 1864 – 6 gennaio 1866.

Federico Napoli, prof., deputato, 6 gennaio 1866 – 15 maggio 1869.

Pasquale Villari, prof., membro del consiglio superiore dell’istruzione pubblica, ordinario di storia antica e moderna e preside della sezione di filosofia e filologia dell’istituto di studi superiori pratici e di perfezionamento di Firenze, 16 maggio 1869 – 10 dicembre 1869.

Pasquale Villari, predetto, 15 gennaio 1870 – 17 marzo 1870.

Giovanni Cantoni, ing. prof., (deputato) , ordinario di fisica nell’università di Pavia, 17 marzo 1870 – 17 maggio 1872.

Giulio Rezasco, direttore della divisione belle arti, antichità, biblioteche, archivi e accademie al ministero della Pubblica istruzione, ff, 24 maggio 1872 – 30 dicembre 1873.

Romualdo Bonfadini, dott., deputato, 30 dicembre 1873 – 1° ottobre 1874.

Enrico Betti, prof., (deputato), ordinario di fisica matematica nell’università di Pisa, 14 ottobre 1874 – 31 marzo 1876.

Camillo Ferrati, ing. prof., deputato, 8 aprile 1876 – 10 aprile 1878.

Martino Speciale Costarelli, avv., deputato, 1° giugno 1878 – 23 dicembre 1878.

Giovanni Puccini, avv., deputato, gennaio 1879 – 20 luglio 1879.

Martino Speciale Costarelli, avv., deputato, 20 luglio 1879 – 30 novembre 1879.

Francesco Tenerelli, avv., deputato, 18 dicembre 1879 – 15 gennaio 1881.

Settimio Costantini, prof., deputato, 1° febbraio 1881 – 1° aprile 1884.

Ferdinando Martini, prof., deputato, 27 aprile 1884 – 31 gennaio 1886.

Filippo Mariotti, avv., deputato, 14 aprile 1887 – 29 febbraio 1888.

14 luglio 2014 – Comunicato congiunto contro l’accordo MiBACT – Austostrade per l’Italia per l’Appia Antica

appia«Il Tempo» del 9 luglio dà notizia dell’Operazione Grand Tour per l’Appia Antica che la società Autostrade per l’Italia propone al ministero per i Beni culturali. Un’operazione inverosimile con la quale la società si candida a definire il progetto e a contribuire a un nuovo modello di gestione dell’Appia Antica affidato a un’unica cabina di regia. Continue reading

24 maggio 2014 – Appello al Presidente della Repubblica per la tutela del paesaggio italiano

casemobiliIl presidente dell’Associazione Bianchi Bandinelli, Vezio De Lucia, è tra i primi firmatari dell’appello inviato dal Forum nazionale Salviamo il Paesaggio al Presidente della Repubblica per richiedere un suo intervento a tutela del paesaggio italiano contro l’emendamento approvato dalla Camera dei Deputati in sede di approvazione del cosiddetto “Piano Casa”, che liberalizza la realizzazione di “case mobili” all’interno di campeggi e villaggi turistici.

Leggi il testo dell’appello 24maggio2014_appello case mobili

Collegamento esterno a Salviamo il Paesaggio

3 aprile 2014 – Visita di studio a Napoli, Galleria di immagini

Stazione Garibaldi
Stazione Garibaldi, progetto di Dominique Perrault
Stazione Garibaldi, Michelangelo Pistoletto, "Quadro specchiante"
Stazione Garibaldi, Michelangelo Pistoletto, “Quadro specchiante”

 

Stazione Garibaldi, alcuni membri della ABB davanti al Quadro Specchiante di Michelangelo Pistoletto
Stazione Garibaldi, alcuni membri della ABB davanti al Quadro Specchiante di Michelangelo Pistoletto

Stazione Garibaldi, scale mobiliStazione Garibaldi, scale mobili

Stazione Garibaldi, scale mobili
Stazione Toledo, progetto di Oscar Tusquets Blanca
Stazione Toledo, installazione di Bob Wilson
Stazione Toledo, installazione di Bob Wilson
Stazione Toledo
Stazione Toledo, livello mare
Stazione Toledo, livello mare
Stazione Toledo, livello mare
Stazione Toledo, livello mare, lucernario
Stazione Toledo, livello mare, lucernario 
Stazione Toledo, Achille Cevoli, "Men at work", 2012
Stazione Toledo, Achille Cevoli, “Men at work”, 2012
Stazione Toledo, scala mobile, livello tufo
Stazione Toledo, scala mobile, livello tufo
Stazione Toledo, mura aragonesi a vista
Stazione Toledo, mura aragonesi a vista
Stazione Toledo, William Kentridge, mosaico
Stazione Toledo, William Kentridge, mosaico

 

Stazione Toledo, installazione di Oliviero Toscani
Stazione Toledo, installazione di Oliviero Toscani 
Stazione Toledo, installazione di Oliviero Toscani
Stazione Toledo, installazione di Oliviero Toscani 
Piazza Municipio, cantiere metropolitana linea 1
Piazza Municipio, cantiere stazione metropolitana, progetto di Alvaro Siza e Eduardo Souto de Moura 
Cantiere di Piazza Municipio, la delegazione ABB in visita
Piazza Municipio, la delegazione ABB in visita del cantiere della stazione metropolitana 
Conferenza della dott.ssa Daniela Giampaola sui ritrovamenti archeologici nel cantiere di Piazza Municipio
La dott.ssa Daniela Giampaola relaziona sui ritrovamenti archeologici nel cantiere della stazione metropolitana di Piazza Municipio 
Stazione Municipio, la delegazione ABB in visita
Piazza Municipio, la delegazione ABB in visita al cantiere della stazione metropolitana
Stazione Municipio, la delegazione ABB in visita (da sinistra l'Architetto Ugo Carughi, l'archeologa dott.ssa Daniela Giampaola, la prof.ssa Marisa Dalai Emiliani presidente onoraria ABB, l'architetto Vezio De Lucia presidente ABB
Piazza Municipio, la delegazione ABB in visita al cantiere della stazione metropolitana (da sinistra: Ugo Carughi, Daniela Giampaola, Marisa Dalai Emiliani, Vezio De Lucia)
Cantiere Stazione Municipio, le mura vicereali
Piazza Municipio, Cantiere stazione metropolitana, mura vicereali
Cantiere Stazione Municipio, ritrovamenti archeologici
Piazza Municipio, cantiere stazione metropolitana, ritrovamenti archeologici 
Cantiere Stazione Municipio, ritrovamenti archelogici, particolare della banchina dell'antico porto di Neapolis
Piazza Municipio, cantiere stazione metropolitana,  banchina dell’antico porto di Neapolis 
Piazza Municipio, cantiere metropolitana linea 1
Piazza Municipio, cantiere stazione metropolitana 
Stazione Università, progetto di Kamir Rashid
Stazione Università, progetto di Kamir Rashid 
Stazione Università, progetto di Kamir Rashid
Stazione Università, progetto di Kamir Rashid 
Stazione Università, Dante Alighieri
Stazione Università, progetto di Kamir Rashid

 

 

 

 

 

Napoli, teatro romano
Napoli, teatro romano
Scampia, parco
Scampia, parco
Scampia, parco
Scampia, parco
Scampia, parco
Scampia, parco