9 marzo 2015. Roma moderna. I Fori e la città.

La Regina: “Rilanciamo il Progetto Fori”

FORI LA REGINA FOTO

C’era tantissima folla ieri a Roma per la conferenza di Adriano La Regina “Roma moderna. I Fori e la città”, organizzata dall’Associazione Bianchi Bandinelli. La sala conferenze dell’Istituto nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte era piena, pieno anche il corridoio dell’Istituto. La Regina ha sottolineato l’attualità del progetto di cui fu protagonista fra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta insieme ad Antonio Cederna, Leonardo Benevolo, Italo Insolera e al sindaco di Roma Luigi Petroselli. Il progetto prevedeva la riunificazione dell’area archeologica da piazza Venezia al Colosseo e lo smantellamento di via dei Fori Imperiali.

All’incontro, coordinato da Vezio De Lucia, sono intervenuti Giovanni Caudo, Francesco Prosperetti, Piero Giovanni Guzzo, Maria Pia Guermandi, Walter Tocci, Sergio Rinaldi Tufi e Mariarosaria Barbera.

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Un documento non utilizzato . Di Sergio Rinaldi Tufi

È successo due volte nel giro di pochi giorni, in occasioni e in luoghi diversi, sotto la tutela di istituzioni diverse, ma sempre nel pieno dell’area archeologica centrale: la presentazione del progetto del tram ai Fori Imperiali, ad opera dell’assessore comunale ai Trasporti, Guido Improta, e l’inaugurazione della mostra “Lacus Iuturnae”, che il soprintendente ai Beni archeologici, Francesco Prosperetti, ha tenuto a indicare come “inizio di un progetto per la valorizzazione del Palatino”. Roma Capitale e MIBACT, dunque: i due committenti dello “studio per un piano strategico per la sistemazione e lo sviluppo dell’AACR”, i cui lavori hanno prodotto il documento ora illustrato, nell’ambito della manifestazione curata dall’Associazione Bianchi Bandinelli, da Adriano La Regina.

Che cosa è successo? Nessuno dei rappresentanti dei due enti committenti, stando alle cronache, ha citato il documento che avrebbe dovuto essere un punto di riferimento. Cronisti distratti? Oratori smemorati? Può darsi, ma l’impressione è che, riferendo su due progetti importanti (o meglio: progetti su cui si può discutere, ma la cui rilevanza è indubbia), non siano state individuate in quel documento linee-guida da ricordare.

Nella Commissione, composta da specialisti di altissimo profilo, che ha elaborato il documento stesso, Adriano La Regina si presenta come dissidente, e quindi non è ovviamente a lui che vanno indirizzate obiezioni o perplessità. Resta comunque sorprendente che il risultato di 11 sedute, di numerose audizioni, di un seminario interdisciplinare, sia un testo che poi non viene utilizzato neppure da chi, in teoria, dovrebbe tenerlo in grande considerazione.

Forse gli studiosi della Commissione non hanno trovato un modo efficace di comunicare? La cosa sembra strana, in quanto sulla comunicazione e sulla innovazione, nel documento, si insiste in maniera martellante (Maria Pia Guermandi nel suo blog ha parlato di ossessione lessicale): nuovi media, tecnologie moderne, sperimentazione, prodotti multimediali, anche se spesso le formulazioni sono generiche e non si scende in concreti dettagli.

Si può ipotizzare che l’enorme sforzo fatto per raccogliere tutti gli studi precedenti e tutti i progetti futuri non abbia sortito gli effetti dovuti e voluti perché il materiale (se ci si consente un’espressione usata, in vari contesti, dagli autori latini: Orazio, Seneca, Tacito) laborat magnitudine sua. Fra gli studi precedenti, il progetto Benevolo-Gregotti-Scoppola viene lodato, ma delle sue indicazioni in realtà non si tiene conto; viene citato il progetto Fuksas, anche se nessuno, nemmeno i collaboratori più stretti del maestro, ha probabilmente mai capito come e con quali materiali si pensasse di realizzare le sue passerelle. Fra i progetti futuri non si compie una sintesi, forse per rendere meno brutale (quasi nascondendola nel mucchio) una decisione certo sofferta ma pur sempre presa, quella di rinunciare al progetto di rimozione di Via dei Fori. E, anche laddove si annuncia l’individuazione di priorità, queste priorità sono 16, non esattamente uno sforzo di selezione degli obiettivi. Manca insomma (e in queste condizioni era inevitabile che mancasse) una parola d’ordine, un grido di battaglia, uno slogan capace di accendere fantasie e prospettive, di indicare una strada, come quello assai duro lanciato “ai bei tempi” da Cederna (“sventreremo quello sventramento”) o quello più pacato di Benevolo, che vedeva nel Parco da realizzare “un sublime spazio pubblico”, o quello più recente di Vezio De Lucia: “la più straordinaria invenzione urbanistica nella storia della capitale”

Se l’incertezza non si dissolve non è solo per tutto questo. Che dire di un sindaco che, appena insediato, lancia un progetto di pedonalizzazione (con sfumature di volta in volta diverse) di Via dei Fori, mettendo a soqquadro le zone limitrofe, e ora progetta, come s’è detto, di installare una linea tranviaria? E ancora: se Via dei Fori non va tolta perché fa parte ormai della storia della città, siamo sicuri che usarla come viadotto per i binari sia un modo di storicizzarla correttamente? Bisogna dire che la commis-sione esprime al riguardo sensate perplessità, ma evidentemente non riesce a farsi ascoltare (come pure si diceva) dai suoi stessi  committenti.

C’è anche, ultimissima cosa, una questione di stile. Non si capisce come, nelle 30 pagine del documento della Commissione, si trovi modo di citare per ben due volte come esempio di buona comunicazione-promozione, “non disneyana” (!), lo spettacolo di proiezioni presentato nel 2014 nel Foro di Augusto da Angela e Lanciano. Spettacolo che è piaciuto a molti: ma che c’entra questo spot in un simile contesto? D’altra parte il Presidente della Commissione (che poi è l’unico che materialmente la firma) è lo stesso studioso che ha plaudito a una recente proposta di ricostruire l’arena del Colosseo, aggiungendo che vi si potrebbero allestire tornei di lotta greco-romana…

Roma moderna. I Fori e la città. Di Adriano La Regina

In ricordo di Italo Insolera

Dopo anni di silenzio e disinteresse politico sulla questione urbanistica dei Fori imperiali, ossia sul disegno futuro e l’immagine della città di Roma, il Sindaco Ignazio Marino ha proposto il tema di un uso diverso di quell’area, più rispettoso dei principali monumenti antichi, con forti limitazioni del traffico automobilistico sulla strada che attraversa l’area monumentale. Il Sindaco ha inoltre promosso l’istituzione di una Commissione di esperti designati dal Ministero dei beni culturali e dalla Città di Roma con il compito di elaborare uno studio per un piano strategico di sistemazione e sviluppo dell’area archeologica centrale di Roma. La Commissione, presieduta dal Prof. Giuliano Volpe e composta di studiosi stranieri, il Prof. Michel Gras, l’architetta Jane Thompson, e italiani, la Prof. Laura Ricci, la Prof. Tiziana Ferrante, il Prof. Eugenio La Rocca, il Prof. Claudio Strinati e da me stesso, con la partecipazione del Prof. Claudio Parisi Presicce, della Dr. Federica Galloni, della Dr. Mariarosaria Barbera e dell’Arch. Agostino Burreca, è stata istituita il 1. agosto 2014 ed ha terminato i lavori il successivo 30 dicembre. La relazione finale della Commissione, resa pubblica, propone una serie di interventi intesi a migliorare le condizioni della zona monumentale antica; alcuni sono fattibili in tempi brevi e con poca spesa, altri sono di natura più complessa e collegati con la realizzazione di opere pubbliche, in particolare della linea C della metropolitana; tra questi il grande centro di servizio previsto fin dal 1988 sotto il livello stradale della via dei Fori imperiali tra il Colosseo e il Largo Corrado Ricci. L’attuazione dell’intero programma darebbe di certo un assetto più decoroso alla parte centrale della città, sollevandola dalle condizioni di decadimento e migliorando lo stato di molti monumenti. Tuttavia, nell’ampio panorama dei problemi esaminati la sistemazione dei Fori imperiali, obiettivo per il quale era scaturita la necessità di istituire la Commissione stessa, non ha ricevuto un’attenzione pari alla sua importanza. Non esiterei a definirne la trattazione del tutto deludente: non vi sono stati approfondimenti sugli aspetti già studiati né proposte innovative di alcun genere, ancorché dichiarate auspicabili. La posizione assunta, non del tutto unanimemente ma quasi, è stata quella di “non abbandonare la prospettiva di una soluzione innovativa che porti alla sostituzione dell’attuale via, mantenendone il tracciato e la funzione, e alla ricomposizione del contesto archeologico”. A questo, cioè alla ricomposizione del contesto archeologico, si potrebbe arrivare secondo la Commissione con un viadotto carrabile e pedonale che consentirebbe di riunificare le parti dei diversi Fori oggi frammentarie e rese incomprensibili dalla presenza della strada; al tempo stesso il viadotto consentirebbe “la conservazione del ‘segno’ costituito dall’asse della via dei fori imperiali”.

In questo modo non si è neanche tentato di aprire la strada a soluzioni nuove, non osando rinunciare né alla riunificazione dei complessi monumentali ora disarticolati, né al mantenimento della via dei Fori imperiali, concepita come un “segno” storico da perpetuare tramite un suo simulacro con la carreggiata sostenuta da esili pilastri. La scelta di conservare il “segno” della strada senza concrete motivazioni di ordine urbanistico appare legata a forme di malinteso storicismo. La proposta di un ponte, o viadotto, che possa scavalcare i Fori imperiali completamente scavati per mantenere il collegamento stradale tra piazza Venezia e il Colosseo era stata formulata da Pierluigi Romeo nel 1979, e fu ripresa con il progetto di Massimiliano Fuksas nel 2004, e poi nuovamente in forma più elaborata da Raffaele Panella nel 2013 [fig. 1]. Questa soluzione costituisce un indubbio progresso rispetto allo stato delle cose perché consente il completamento delle esplorazioni e la riunificazione delle aree scavate; la costruzione del viadotto sarebbe però del tutto inutile, come vedremo. Inoltre, si manterrebbe così la separazione tra il livello d’uso attuale, cittadino, e quello archeologico destinato al turismo. Esistono però anche altri modi più semplici e meno costosi per ottenere gli stessi risultati.

Dopo le demolizioni dell’intero quartiere che aveva occupato l’area dei Fori imperiali [fig. 2], avviate nel 1929 secondo i progetti di Corrado Ricci ad est della via Alessandrina ed estese tra il 1931 e il 1933 a tutti i restanti spazi, si giunse in pochi anni a una definitiva sistemazione con soluzioni provvisorie ma opportune, perché servirono a sventare programmi di edificazione in parte già avviati e per fortuna subito sospesi. Il vuoto creato tra le rovine suscitava aspirazioni edificatorie e vanità architettoniche: persino Le Corbusier si era proposto con il progetto di una costruzione tra la Basilica di Massenzio e il Colosseo. È evidente che vi fosse fin da allora, tra chi aveva promosso, attuato e seguito il programma di abbattimento degli edifici e di sfondamento della Velia, la previsione o almeno l’aspirazione di un ampliamento degli scavi nei vasti spazi rimasti liberi a ridosso della nuova via dell’Impero e sistemati con aiuole. Vi sono molti indizi di questa previsione; ne ricordo solo uno, evidentissimo: il muraglione di sostegno della via Alessandrina costruito dopo le demolizioni di Corrado Ricci è predisposto con una serie di arcate che dopo un successivo scavo del Foro di Traiano avrebbero consentito di collegare l’area della piazza con l’emiciclo orientale [fig. 3]. L’intento fu tuttavia vanificato prima dal prevalere delle esigenze di rappresentazione retorica del regime, che imponevano una decorosa e immediata ricomposizione degli spazi liberati dalle costruzioni, e poi per il sopravvenire della guerra. Quello stato di cose, tra Piazza Venezia e il Colosseo, si mantenne quindi immutato e indiscusso per circa quarant’anni. Se però l’assetto di quell’area non aveva subito mutamenti, la città si era trasformata radicalmente: l’espansione edilizia nel suburbio, avvenuta nelle forme e governata nei modi descritti da Italo Insolera nella sua storia urbanistica di Roma moderna (1962), aveva modificato l’equilibrio tra il centro urbano e le periferie; la legge urbanistica del 1967 (la cosiddetta ‘legge ponte’), aveva tutelato i quartieri del centro storico ma, influendo sui valori immobiliari, ne aveva accentuato il distacco da quelli periferici; il traffico automobilistico, divenuto insostenibile, ostacolava l’agibilità degli spazi pubblici e la percezione degli aspetti storico-artistici del paesaggio urbano e, soprattutto, creava un inquinamento atmosferico assai nocivo per la conservazione dei monumenti antichi.

Credo che sia utile ricordare le ragioni che agli inizi degli anni Ottanta condussero alla proposta di un assetto diverso dei Fori imperiali. Se alcuni dei motivi che allora imponevano urgenti cambiamenti sono superati, altri persistono e nel frattempo ne sono sorti di nuovi ancora. Tutto scaturì da una pressante esigenza di conservazione del patrimonio esistente: infatti, la maggiore concentrazione di monumenti marmorei di Roma, nell’area archeologica centrale, era esposta al danneggiamento e al rapido decadimento derivanti dall’elevato grado di inquinamento atmosferico.. La previsione, sensata e in parte gradualmente attuata, di ridurre e poi di eliminare il transito dei veicoli a motore dalla via dei Fori imperiali, privandola così della sua primaria funzione urbana, metteva seriamente in dubbio la necessità di mantenere la sistemazione degli anni Trenta. Si apriva in tal modo per la prima volta la prospettiva concreta dell’esplorazione e del recupero quasi integrale delle grandi piazze antiche in un complesso unitario che dal Foro romano e dal Palatino si potesse estendere fino al Circo Massimo, al Colosseo e ai Mercati di Traiano. Il programma di uno scavo che avrebbe dovuto eliminare la via dei Fori imperiali fu presentato dalla Soprintendenza con una mostra tenuta nella Curia dei Senato al Foro romano nel 1981 [fig. 4]. Prese poi forma il progetto urbanistico predisposto su incarico della Soprintendenza da Leonardo Benevolo con Vittorio Gregotti, Augusto Cagnardi, Ferdinando Castagnoli, Ippolito Pizzetti, Claudio Podestà, Guglielmo Zambrini; il lavoro, che resta un’elaborazione concettuale fondamentale per la questione dei Fori imperiali, è stato pubblicato nel 1985: Roma. Studio per la sistemazione dell’area archeologica centrale (1985) [figg. 5-6]. Un secondo livello di progettazione, ancora a cura di Leonardo Benevolo e Francesco Scoppola con Vittorio Gregotti, Augusto Cagnardi, Antonio Cederna, Vezio De Lucia, Massimo De Vico Fallani, Sergio Giovanale, Carlo Pavolini, Claudio Podestà, Lucio Quaglia, Alessandro Quarra, comparve nel 1988: Roma. L’area archeologica centrale e la città moderna.

La discussione che scaturì da queste proposte fin dal 1981 fu però viziata da contrapposizioni politiche e ideali che spostarono il dibattito dagli aspetti programmatici di conservazione monumentale e di rinnovamento urbanistico alle valutazioni di ordine storico sulle trasformazioni subite da Roma durante il regime fascista. In realtà vi erano solo la necessità e, molto pragmaticamente, l’opportunità di far tesoro dei costi sociali già sostenuti. L’abbattimento di un intero comparto urbano densamente abitato e il trasferimento dei residenti, appartenenti ai ceti sociali meno abbienti, in quartieri di periferia apposta edificati comportarono costi elevatissimi. Oggi un intervento così radicale in una parte storica della città, come quello attuato durante il Fascismo, compiutamente descritto da Antonio Cederna nel suo Mussolini urbanista (1979), non sarebbe ammissibile sotto il profilo normativo, etico e culturale, e non sarebbe comunque sostenibile per l’impegno economico necessario; tuttavia la trasformazione è avvenuta e di là da ogni giudizio non vi è che da prenderne atto e considerare lo stato delle cose in previsione della migliore sistemazione dei monumenti antichi e dello sviluppo della città.

La questione del decadimento dei marmi romani aggrediti dall’inquinamento si pose nel 1978 quando, a seguito di alcuni distacchi di superfici scolpite dalla colonna di Marco Aurelio, la Soprintendenza eseguì accertamenti su tutti i monumenti marmorei della città [fig. 7]. Presento qui alcune delle immagini che mostrai il 21 aprile del 1979 in una conferenza tenuta in Campidoglio su invito di Giulio Carlo Argan, allora sindaco di Roma [fig. 8]. Con quelle ricognizioni si ebbe il modo di costatare, per la prima volta, la gravità dei danni arrecati alle superfici marmoree dalle emissioni degli autoveicoli, specialmente di quelli a combustione di gasolio, e dalle polveri prodotte dall’usura delle ruote di gomma. I monumenti non avevano ricevuto manutenzioni da molto tempo, e quindi recavano i segni di un lungo decadimento. I danni più insidiosi, però, perché attivamente progressivi erano dovuti alla grande accelerazione provocata dalle nuove forme d’inquinamento atmosferico comparse nel corso del Novecento [fig. 9]. Per la Colonna Traiana abbiamo i preziosissimi calchi del Museo della Civiltà Romana, realizzati nel 1862 per volontà di Napoleone III, i quali documentano lo stato in cui si trovava il monumento a quell’epoca; l’esecuzione dei calchi aveva infatti comportato un’accurata ripulitura delle superfici. L’inquinamento dovuto alle emissioni degli autoveicoli induceva sulle superfici dei monumenti un processo chimico che trasformava il marmo in gesso e lo esponeva quindi all’erosione del vento e al dilavamento della pioggia [fig. 10]. La penetrazione degli agenti inquinanti in profondità provocava inoltre la formazione di croste che si distaccavano facendo perdere ampie porzioni lapidee [fig. 11]. La situazione era aggravata dalle emissioni degli impianti di riscaldamento, ancora in parte a carbone ma per lo più a gasolio; gli uni e gli altri influivano sull’inquinamento atmosferico generale della città in maniera massiccia per la diffusione su tutta la grande cintura intensamente edificata della periferia urbana [fig. 12]. Fu quindi possibile appurare che l’inquinamento stava provocando danni non solo ai marmi con figurazioni scolpite, come le grandi colonne istoriate di Traiano e di Marco Aurelio [fig. 13], e gli archi di Tito [fig. 14], Settimio Severo [figg. 15-16], Costantino [figg. 17-18], ma anche alla ornamentazione architettonica e persino alle superfici non decorate dei monumenti [figg. 19-20]. Di minore entità, ma non irrilevante, si presentavano le alterazioni subite dalle superfici di travertino in monumenti come il Colosseo e il teatro di Marcello. Il danno maggiore consisteva naturalmente nelle perdite irrimediabili arrecate a quei rilievi storici e a quei complessi scultorei che rappresentano le principali manifestazioni dell’arte ufficiale romana. Il decadimento era però del tutto generalizzato e si estendeva ad altri materiali lapidei come il tufo, e richiamo il caso del Tabularium, e metallici, e ricordo la statua equestre di Marco Aurelio. La questione della protezione di questo patrimonio fu sollevata nel Consiglio Nazionale dei Beni Culturali nel dicembre del 1978, e suscitò preoccupazione presso l’opinione pubblica internazionale. Per riferire su questo stato di cose fu nominata una Commissione ministeriale per le opere d’arte all’aperto, presieduta da Cesare Gnudi, illustre storico dell’arte e Soprintendente ai beni artistici di Bologna. La Commissione si espresse con una relazione finale nell’aprile del 1980, e gli atti furono pubblicati dal Ministero nel 1981. Nel confermare il grave stato dei monumenti romani, la Commissione sollecitò per la loro conservazione provvedimenti urgenti, straordinari, che in effetti furono adottati in sede legislativa nel 1981, ma raccomandò anche misure di pianificazione territoriale idonee a ridurre le fonti di inquinamento.

Per la riduzione dell’inquinamento dell’atmosfera urbana qualche beneficio si ebbe dopo molto tempo, soprattutto in conseguenza dello sviluppo tecnologico degli impianti di riscaldamento e a seguito della sostituzione del gasolio con il metano. Gli interventi di conservazione eseguiti negli anni Ottanta sono stati temporaneamente risolutivi nel frenare la progressione dei danni, ma non potevano essere di durata illimitata. Ne era stata prevista l’efficacia per almeno vent’anni, dopodiché si sarebbero dovute ripetere le operazioni di manutenzione: sono ora passati trent’anni e non si sono ancora compiute nuove ripuliture dei marmi, con il rischio che riprendano i fenomeni di disgregazione della materia. Infatti, se l’entità dei danni è ora più contenuta, essa non è per nulla eliminata. I monumenti dell’area archeologica centrale, liberati dall’aggressione diretta delle emissioni dei veicoli a motore, soffrono ancora per l’inquinamento generale dell’area urbana; inoltre, uno dei capisaldi per la conoscenza dell’arte romana di età antonina, la colonna di Marco Aurelio, è tuttora molto esposto agli agenti inquinanti. Il peggioramento del suo stato di conservazione è evidente per il progressivo annerimento delle superfici. Periodici controlli, seguiti da accurate manutenzioni, sarebbero comunque necessari anche sugli altri monumenti.

Il decadimento dei monumenti romani, architetture ricoperte di raffigurazioni scolpite nel marmo, costituisce ancora oggi il più grave problema conservativo per il patrimonio artistico italiano. Non esistono altri complessi di opere d’arte così importanti e di tali dimensioni esposti all’aperto e per loro natura non ricoverabili mediante ripari protettivi. La questione è stata però completamente rimossa e non se ne parla più. Le informazioni date dalla stampa lo scorso 3 marzo sulle ricerche compiute dall’Istituto superiore per la conservazione e il restauro sull’attuale incidenza dell’inquinamento a Roma sono troppo sintetiche e quindi fuorvianti. La perdita delle superfici misurata tra i 5,2 e i 5,9 micron riguarda la progressione annua del danno arrecato alla materia marmorea sana esposta all’aperto, e non a superfici scolpite già molto alterate, interessate per di più da profonde lesioni, com’è nel caso dei principali monumenti marmorei antichi di Roma [fig. 21]. In tali condizioni gli effetti dell’inquinamento non sono lineari ma discontinui, e provocano estesi e profondi distacchi di particolari scultorei rilevanti, talvolta di intere figure. Questo stato di cose non trova particolare ascolto né suscita preoccupazione. L’attenzione è ora rivolta in maniera quasi esclusiva alla capacità dei beni culturali di rendere un utile economico, e gli interessi della produttività connessi con il turismo prevalgono regolarmente su quelli della cultura e della tutela del patrimonio storico e artistico della nazione, che sono invece compresi tra i principi fondamentali della costituzione italiana. I problemi della protezione e della conservazione di questo patrimonio interessano solo se vi è del clamore a seguito di guasti, anche secondari, com’è avvenuto nel caso dei crolli di murature (per lo più moderne) di Pompei. Il graduale e progressivo disfacimento delle più preziose testimonianze dell’arte romana sembra invece essere un destino ineluttabile non meritevole di attenzione; eppure le operazioni di conservazione non hanno costi esorbitanti, richiedono soprattutto la cura manuale di operatori competenti ed esperti.

Il primo intervento inteso alla riduzione delle fonti di inquinamento, rivelatosi efficace sulla dimensione locale, fu il divieto di transito automobilistico sulla strada che attraversava il Foro alle pendici del Campidoglio [fig. 22]: la via del Foro romano, talvolta ricordata come via della Consolazione. La limitazione, avvenuta nel 1979, favorì il progetto di rimozione della strada per unificare le due parti dell’area monumentale e per restaurare il Clivo capitolino [fig. 23]. I lavori iniziarono nel 1980 e si protrassero per alcuni anni con scavi e restauri, e ripristinarono il percorso antico tra il Campidoglio e la piazza del Colosseo [fig. 24]. Fu allora possibile consentire il libero attraversamento del Foro, che era stato per molti anni, con il Palatino, un parco archeologico frequentato soprattutto da turisti. Da quel momento l’area del Foro divenne nuovamente una parte della città che si poteva semplicemente attraversare, o in cui si poteva passeggiare per osservare i monumenti o sostare in contemplazione del paesaggio. L’eliminazione della via del Foro romano fu la prima importante trasformazione dopo l’assetto degli anni Trenta, l’unica che si sia risolta nella ricomposizione di un grande contesto di interesse storico e nel ripristino di percorsi pedonali alternativi alle strade ingorgate di veicoli. Il progetto di riunificare l’area archeologica e di restaurare il Clivo capitolino, contrastato da più parti, era stato assecondato dal Sindaco di Roma Luigi Petroselli, il quale fece smantellare la strada rendendo così possibili le attività di scavo e di restauro. Petroselli aveva compreso che Roma poteva a stento competere con le più grandi capitali sul versante della produzione culturale, e che momenti di effimera vitalità nel cinema, nelle arti figurative, nell’architettura, avevano posto la città nella condizione di occupare talvolta una posizione elevata, ma mai di assumere un ruolo di primo piano a livello mondiale. Egli aveva ben visto che il vero primato di Roma, mai sufficientemente sostenuto con lungimiranza politica, era dovuto alle sue testimonianze storiche, che l’indiscussa e incomparabile grandezza di questa città consisteva nei suoi caratteri archeologici, da sempre oggetto d’interesse universale e fonte inesauribile di accrescimento e di rinnovamento urbano.

L’odierno affollamento del Foro non consente di ospitare un numero maggiore di visitatori senza modificare i criteri di ammissione e senza regolarne i flussi, ma queste modifiche sono possibili, e ancor più lo saranno con l’ampliamento degli spazi. L’abolizione del libero ingresso al Foro romano, decisa nel 2005, è stata un’umiliante sconfitta culturale che per di più non ha prodotto benefici economici. Con il biglietto unico per il Colosseo e il Palatino già si raccoglieva l’intera massa di turisti interessati alla visita dell’area archeologica. L’aumento degli incassi è dovuto solo all’incremento delle presenze turistiche a Roma: le variazioni sono infatti proporzionali a quelle dei flussi turistici nella città.

L’incremento del turismo ha indirizzato sull’area archeologica di Roma milioni di visitatori. Per il Colosseo e il Foro romano, ove si sono superati i limiti di sostenibilità, sono necessari maggiori spazi per ospitare il pubblico. Nel Colosseo il completamento della pavimentazione lignea è l’unico provvedimento che può consentire di fare fronte alle nuove esigenze di spazio per la visita e può inoltre permettere una migliore percezione dei caratteri monumentali. La riproduzione dei meccanismi predisposti in antico per il sollevamento di bestie e materiali e per l’allestimento degli spettacoli renderebbe d’altra parte comprensibile il funzionamento della struttura e attirerebbe la curiosità del pubblico. L’intervento sarebbe complesso e oneroso ma possibile, perché sono stati compiuti studi, sperimentazioni e parziali realizzazioni. Con una regolare apertura notturna si potrebbero inoltre restituire ai visitatori le sensazioni della spettrale monumentalità al chiarore lunare o nei lividi colori aurorali, così tanto ambite e provate quando il Colosseo era facilmente accessibile a qualunque ora del giorno e della notte. Occasionali e contenute manifestazioni culturali sarebbero compatibili, come già si è sperimentato più di una volta, ma il Colosseo non potrebbe ospitare spettacoli di massa: occorrerebbe infatti intervenire in maniera molto pesante sulla cavea. Il triste esempio di Pompei, ove il teatro maggiore è stato rovinato per essere adibito alla rappresentazione di spettacoli, dovrebbe mettere in guardia sui rischi di una ristrutturazione. Inoltre, il Colosseo ha già il suo grande pubblico del turismo internazionale.

Nel Foro romano i visitatori devono poter percorrere i luoghi aperti già in antico, ossia la piazza, le strade e, laddove esistono i requisiti di agibilità, anche gli interni degli edifici. Gli spazi sono tuttavia insufficienti e il grande affollamento rende ormai la visita faticosa, distoglie dalla contemplazione e lede l’aura del paesaggio di rovine. Il Palatino può accogliere altro pubblico per la visita del palazzo dei Cesari, e dei grandiosi edifici lungo le sue pendici, ma contiene anche monumenti delicati con pitture parietali che non possono sostenere una maggiore frequentazione: l’Aula Isiaca, la Casa dei Grifi, la Casa di Augusto e la Casa di Livia, e così anche le opere d’arte esposte nel Museo Palatino. Gli spazi naturalmente destinati alla visita del grande pubblico sono quelli pianeggianti, delimitati dalle alture, ove sono sorte le grandi piazze del Foro romano e dei cinque Fori imperiali. La sistemazione e l’apertura dei Fori imperiali ai visitatori che ora si affollano nel Foro romano offrirebbe un grande beneficio alla domanda turistica, e costituirebbe al tempo stesso un enorme arricchimento per l’immagine della città.

Come si riuscì ad aprire liberamente il Foro romano istituendo il biglietto d’ingresso al piano terra del Colosseo, fino allora gratuito, così è possibile fin d’ora una manovra del tutto analoga aumentando il prezzo di accesso al Colosseo-Palatino e consentendo la piena gratuità per il Foro romano e, in prospettiva, per i Fori imperiali. Il costo del biglietto per il Colosseo e Palatino è oggi molto basso rispetto agli standard internazionali, e può essere aumentato fino a 35 euro. Anche con una riduzione temporanea degli ingressi di circa il 20 per cento in ragione del prezzo più alto, si avrebbe un incremento degli introiti del 140 per cento. Si risolverebbero così i problemi dell’affollamento dilatando gli spazi aperti al pubblico, che devono peraltro riassumere la funzione di punto nodale per il transito pedonale nel rapporto con i quartieri cittadini gravitanti sull’area archeologica. La creazione di uno spazio unitario liberamente frequentabile e transitabile – si ricordi che il Foro di Nerva era detto anche forum transitorium o forum pervium – risolverebbe la questione, tutta erariale, della gestione di monumenti amministrati dallo Stato e dal Comune. D’altra parte è bene ricordare che se la tradizionale competenza amministrativa e scientifica del Comune di Roma contribuisce in maniera irrinunciabile alla cura del patrimonio storico e artistico della città, il complesso monumentale dei Fori imperiali appartiene in gran parte al Demanio dello Stato. L’unificazione funzionale (libera apertura al pubblico) e non di gestione (custodia e cura dei monumenti) dello spazio archeologico del Foro romano e dei Fori imperiali può esser attuata immediatamente senza alterare l’attuale ripartizione dei compiti rispettivamente esercitati dallo Stato e dal Comune di Roma. La pretestuosa rappresentazione di difficoltà della gestione ha il solo ed evidente fine di giustificare la creazione di strutture che sottraggano la cura del patrimonio monumentale alla competenza delle naturali sedi istituzionali. La sventurata, recente, esperienza dei commissariamenti di soprintendenze dovrebbe bastare ad allontanare lo spettro di operazioni concepite per finalità non coerenti con l’interesse pubblico. Queste comporterebbero peraltro la distruzione di consolidate strutture, statali e comunali, di elevata potenzialità scientifica, con ogni prevedibile ripercussione negativa sulla cura del patrimonio archeologico.

La ripresa degli scavi, nel 1997, negli spazi a ridosso della via dei Fori imperiali, adibiti a giardini e a parcheggi, ha riportato alla luce ampie porzioni del Foro di Traiano, del Foro di Cesare, del Foro Transitorio e del Foro della Pace, e in misura minore del Foro di Augusto. L’incremento delle conoscenze è stato enorme per gli aspetti topografici, storicoartistici e per la ricostruzione delle vicende edilizie della città in età tardoantica e altomedievale. L’intera area si trova in fase di trasformazione, ma senza un programma definito. Si è ottenuto così il risultato di aver generalizzato la frammentazione delle aree scavate e separate tra loro ai margini della strada. Ai bordi degli scavi, in molti casi palesemente intesi come definitivi, e nei restauri già eseguiti si è adottato il criterio di conservare poco selettivamente i resti che documentano le trasformazioni edilizie subite dall’area nel corso dei secoli. In tal modo non sono comprensibili né le singole fasi storiche né la successione delle trasformazioni urbane. Ne è risultata una sistemazione incongrua con porzioni di aree scavate pressoché inagibili e separate tra loro, incomprensibili e prive di particolare fascino per l’affollamento di muri che si compenetrano e si sovrappongono. È il fallimento di un grande programma [figg. 25-27]

Lo scoprimento dei livelli antichi dei Fori ha un senso se concepito come la prima fase, quella conoscitiva, di una trasformazione dell’area e non per una sua autonoma finalità. Deve poi subentrare la sistemazione, con la scelta e la ricomposizione degli elementi atti a rappresentare le trasformazioni che i luoghi hanno subito nel tempo e la rievocazione di significati storici. Il paesaggio che emerge dall’assetto di uno scavo è sempre un’astrazione simbolica, una cosa che non è mai stata ma che ha la capacità di rievocare quello di cui mediante lo scavo si è riconosciuta l’esistenza; un paesaggio la cui storicità si realizza nel presente. Il più bell’esempio di una tale sistemazione è il Foro romano, una creazione del Novecento, in gran parte dovuta a Giacomo Boni, il quale seppe sottrarre senza remore elementi non funzionali alla composizione del paesaggio e alla rappresentazione più efficace della sua dimensione temporale. Non è vero che furono eliminate le testimonianze di età medievale per preferire quelle di epoca classica. Boni documentò quello che la scienza del suo tempo considerava necessario ma asportò livelli e strutture di età antica e medievale per giungere all’assetto che nel Foro tuttora si mantiene. Una prospettiva analoga è da immaginare per i Fori imperiali, quando all’esplorazione dovranno subentrare le sistemazioni funzionali all’uso degli spazi e la composizione di un nuovo paesaggio urbano.

Gli scavi recenti dei Fori imperiali non sono andati oltre le aspirazioni e le speranze che si potevano avere già negli anni Trenta, dopo le grandi demolizioni; aspirazioni peraltro già concepite molto tempo prima e manifestate apertamente nel 1911 da Corrado Ricci quando progettava le prime demolizioni sul versante orientale della via Alessandrina:

Non v’ha certo chi non vegga che l’impresa più bella e più completa per la liberazione dei Fori sarebbe quella, ripetutamente proposta, di scoprirli del tutto abbattendo interamente le case vecchie e recenti che sorgono tra la via del Foro Traiano, via Marforio, Tor de’Conti e via di Campo Carleo, ossia tutto l’enorme quartiere solcato da via delle Chiavi d’Oro, Cremona, Priorato, Alessandrina, in un senso; Carbonari, Marmorelle, Bonella e Croce Bianca nell’altro. Ma non v’ha pure chi non vegga e riconosca le enormi difficoltà finanziarie e di economia cittadina che si oppongono a tale magnifico progetto sino al punto da confinarlo, per ora e per molto ancora, nel mondo dei sogni.

È indubbio che alla base del nuovo assetto degli anni Trenta non vi sia stato solo l’intento di creare un asse viario tra Piazza Venezia e il Colosseo, che non avrebbe richiesto così vaste demolizioni; tra le tante sollecitazioni esercitate per attuare il programma nella forma più drastica, seppure con finalità contrastanti, dovettero essere assai influenti quelle che rappresentavano il sogno di Corrado Ricci.

Ho prima accennato alla posizione assunta dalla Commissione del 2014 in difesa della “conservazione del segno costituito dall’asse della via dei Fori imperiali” mediante un ponte da costruirsi per scavalcare l’area degli scavi, senza prendere in esame soluzioni che possano invece consentire la rimozione della strada. Una prima possibilità riguarda la creazione di percorsi carrabili oltre che pedonali, per limitate esigenze di collegamento, alle quote archeologiche tra Piazza Venezia e il Colosseo. Anche mediante accorti restauri i Fori dovrebbero svolgere nuovamente la funzione di spazi transitori, oltre che di visita e di sosta. L’altra soluzione, che può peraltro combinarsi con la prima, riguarda un percorso carrabile sulla via Alessandrina [figg.28-30]. Questo è l’unico tracciato storico che ancora sopravvive dopo l’abbattimento dell’intero quartiere. Ha un’ampiezza sufficiente per sostenere il passaggio di autoveicoli e mezzi di trasporto pubblico nelle due direzioni e nella misura ora consentita sulla via dei Fori. La via Alessandrina è già un viadotto, sostenuto sul versante dei Mercati di Traiano da una sequenza di archi ideati per il collegamento con il Foro di Traiano di cui si prevedeva lo scavo. L’apertura degli archi non sarebbe altro che il compimento di una sistemazione già predisposta.

È veramente strano come nelle attuali previsioni vi sia in primo luogo la demolizione della via Alessandrina. Anche volendola rimuovere, questo dovrebbe avvenire al compimento delle sistemazioni dell’intera area, quali che siano, se non altro per ovvi motivi di agibilità durante i lavori e per la loro esecuzione. I fondi donati dall’Azerbaigian potrebbero essere impiegati per un importante restauro, più utilmente che per una demolizione: si potrebbero innalzare nuovamente colonne abbattute che contribuirebbero a creare il nuovo paesaggio archeologico.

A mio avviso non vi sono motivi che possano oggi concretamente impedire la rimozione della via dei Fori imperiali, non per compiere un atto demolitorio ma per attribuire nuove funzioni e una innovata immagine a quella parte di Roma.

In un modo o nell’altro le grandi vicende urbanistiche di Roma hanno dovuto fare i conti con le testimonianze dell’antichità, e questo è avvenuto mediante il riuso, la riscoperta, la distruzione. Ancora oggi, qualunque concezione si voglia avere di Roma nello stato presente e nelle sue prospettive di trasformazione, resta dominante il rapporto con la storia e con le sue vestigia. Come in tanti altri luoghi, il sostrato millenario ha influito sulla forma della città, ma a Roma anche gli aspetti salienti del paesaggio sono composti di edifici antichi, monumenti, rovine costruite solidamente ‘per l’eternità’. Ruderi che per secoli hanno dominato, imponenti e solitari, le vedute aperte della campagna, ora assediati da fabbricati anonimi, sono divenuti elementi d’identità storica e di originalità architettonica in nuovi quartieri di periferia. Il paesaggio di Roma è senza uguali al mondo per la dimensione e la quantità di testimonianze storiche. Fin dal Medio Evo i monumenti antichi vi hanno rappresentato un’epoca lontana, un mondo finito ma a noi nondimeno familiare in quei suoi aspetti formali che Umanesimo e Rinascimento hanno trasferito nella cultura moderna. I caratteri storici ancora latenti possono svolgere a Roma più che in ogni altro luogo un ruolo importante nell’innovazione della città, nel suo adeguamento alle esigenze dei tempi, nell’invenzione di nuove forme di paesaggio. Tutto questo può essere allora concepito solo nel disegno di una città che nel rinnovarsi sappia pur sempre mantenersi digna antiquitate.

 Roma, 9 marzo 2015.

Scarica le slides della conferenza:

Slides 1- 10 – conferenza La Regina 9 marzo

Slides 11- 20 – conferenza La Regina 9 marzo

Slides 21 -30 conferenza La Regina 9 marzo

23 febbraio 2015 – Cerimonia di conferimento del Premio Ranuccio Bianchi Bandinelli

logoABB_capitelloLunedì 23 febbraio alle ore 16.00 presso Palazzo Massimo, sede del Museo Nazionale Romano, si svolgerà la cerimonia di consegna del Premio Ranuccio Bianchi Bandinelli, 1^ edizione “La tutela come impegno civile”, assegnato a Desideria Pasolini dall’Onda, con menzione speciale per i collaboratori del Museo storico della Liberazione di Via Tasso (Roma) e per la Direzione Regionale per i Beni Culturali e paesaggistici del Veneto e Associazione Culturale Borgo Baver onlus.

Presentano: Vittorio Emiliani, Gemma Luzzi, Francesco Erbani.

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Collegamento alla pagina dedicata al Premio Ranuccio Bianchi Bandinelli

12 gennaio 2015 – Tavola rotonda “Quale formazione per i professionisti del Patrimonio?”

Annale 23 copertinaL’Associazione Bianchi Bandinelli, in occasione della presentazione dell’Annale n. 23, che raccoglie gli atti del convegno Formazione senza lavoro, lavoro senza formazione, promuove una tavola rotonda dedicata al tema “Quale formazione per i professionisti del patrimonio?”.

L’incontro si terrà presso la sede del Collegio Romano del MiBACT. Introdurrà Marisa Dalai Emiliani; parteciperanno Carla Barbati e Gennaro Toscano; le conclusioni saranno affidate a Giuliano Volpe.

Nel mese di marzo 2015 è previsto un secondo incontro sul tema “Quale lavoro per i professionisti del patrimonio?”

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10 dicembre 2014 – “Una vita per il restauro. Giornata in ricordo di Giuseppe Basile”

vela AssisiL’Associazione Bianchi Bandinelli, in collaborazione con l’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro e con l’Istituto Nazionale per la Grafica, ha promosso per mercoledì 10 dicembre 2014 una giornata per ricordare Giuseppe Basile, ad un anno dalla scomparsa.

Attraverso interventi che hanno ripercorso le tappe più significative della sua storia di intellettuale militante, di direttore di importanti cantieri di restauro e di maestro, è stato rievocato il suo infaticabile impegno nell’immaginare e nel concretizzare azioni per la tutela e la difesa dei beni culturali, spingendosi nei campi più innovativi della conservazione e del restauro.

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UNA VITA PER IL RESTAURO

giornata in ricordo di Giuseppe Basile

10 dicembre 2014

Roma, Istituto Nazionale per la Grafica – Palazzo Poli, Sala Dante

 

Programma

9.30 Indirizzi di saluto

Maria Antonella Fusco (DIRETTORE ISTITUTO NAZIONALE PER LA GRAFICA) Rosalia Varoli-Piazza (ASSOCIAZIONE BIANCHI BANDINELLI)

Coordina: Antonio Paolucci (DIRETTORE MUSEI VATICANI)
9.50 Lucinia Speciale (ASSOCIAZIONE BIANCHI BANDINELLI), Giuseppe Basile: l’impegno di un intellettuale militante

10.10 Claudio Gamba (ASSOCIAZIONE BIANCHI BANDINELLI), Giuseppe Basile: l’insegnante e il maestro

 

10.30 L’attività presso l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro (ISCR)

Gisella Capponi (DIRETTORE ISCR), L’impegno di Giuseppe Basile nelle attività di restauro dell’ISCR e nei grandi cantieri dei dipinti murali

Maria Andaloro (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELLA TUSCIA), Carla D’Angelo, Emanuela Ozino Caligaris, Lidia Rissotto (ISCR), Sergio Fusetti (BASILICA DI ASSISI), Assisi, Basilica Superiore di San Francesco: il Cantiere dell’utopia

Francesca Capanna e Antonio Guglielmi (ISCR), Padova, Cappella degli Scrovegni

Anna Maria Giovagnoli (ISCR), Milano, il Cenacolo di Leonardo

Caterina Bon Valsassina (MIBACT, DIRETTORE DIREZIONE REGIONALE PER I BENI CULTURALI E PAESAGGISTICI DELLA LOMBARDIA), Un’esperienza di collaborazione inter-istituzionale: Perugia 1993-95, il cantiere di progetto per il restauro della Fontana Maggiore

Massimo Carboni (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELLA TUSCIA), Filosofia della tutela delle arti contemporanee

Paola Iazurlo e Francesca Valentini (ISCR), ‘Progetto Burri’: dalla conoscenza alla prevenzione

Fernando Ferrigno (RAI), In viaggio con Pippo: il Cavallo RAI di Francesco Messina, video-testimonianza

13.00-15:00 Pausa pranzo

 

15.00 Formazione, aggiornamento, divulgazione e conservazione

Coordina: Marisa Dalai Emiliani (SAPIENZA UNIVERSITÀ DI ROMA)
Donatella Cavezzali (ISCR, SCUOLA DI ALTA FORMAZIONE E STUDIO), Daila Radeglia (ISCR), L’impegno di Giuseppe Basile nella formazione e nella divulgazione della cultura della conservazione

Alessandro Goppion (LABORATORIO MUSEOTECNICO GOPPION), Per conservare e ispezionare la Madonna della Clemenza in Santa Maria in Trastevere

Pier Paolo Donati (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI FIRENZE), Il Corso sperimentale sulla conservazione e il restauro degli organi storici Fabio Carapezza, (PREFETTO – MIBACT), Il contributo di Giuseppe Basile per la tutela del patrimonio culturale da calamità naturali

16.00 Il rapporto con l’Università

Eliana Billi (SAPIENZA UNIVERSITÀ DI ROMA), Pippo Basile raccontato dagli allievi: l’insegnamento di Teoria e storia Del Restauro alla Scuola di Specializzazione in Storia dell’Arte della Sapienza

Michela Palazzo (MIBACT, DIREZIONE REGIONALE PER I BENI CULTURALI E PAESAGGISTICI DELLA LOMBARDIA), I progetti di formazione per la tutela e conservazione dei beni musicali

16.30 Per la diffusione del restauro in Italia e nel mondo

Lanfranco Secco Suardo (ASSOCIAZIONE GIOVANNI SECCO SUARDO), L’Archivio Storico Nazionale dei Restauratori Italiani

Licia Vlad Borrelli (ASSOCIAZIONE AMICI DI CESARE BRANDI), L’ impegno per la diffusione della teoria di Cesare Brandi

Jacopo Russo e Stefania Randazzo (AISAR PALERMO), L’Archivio Internazionale per la Storia e lAttualità del Restauro, per Cesare Brandi: il restauro come cultura – dall’utopia alla realtà


 

 

Comitato organizzatore: Rosalia Varoli-Piazza (coordinatore) Cettina Mangano Sara Parca
Lidia Rissotto Lucinia Speciale Stefania Ventra

30 novembre 2014 – Pubblicazione dell’Annale n. 23 “L’Italia dei beni culturali. Formazione senza lavoro, lavoro senza formazione”

Annale 23 copertinaÈ appena stato pubblicato l’Annale n. 23 dell’Associazione Bianchi Bandinelli con gli atti del convegno L’Italia dei beni culturali. Formazione senza lavoro, lavoro senza formazione.

Il volume raccoglie, con le relazioni e tutti i contributi alle tavole rotonde rivisti e aggiornati, una sezione di testimonianze sul precariato e una ricca appendice documentaria con le recenti normative (2010-2014).

Il nuovo Annale sarà presentato a Roma il 12 gennaio 2015 presso il Salone del Consiglio Superiore al Collegio Romano il 12 gennaio 2015.

Collegamento alla pagina dedicata all’Annale n. 23 – 2014

Scarica Sommario e Premessa del volume in pdf

29 novembre 2014 – L’Associazione Bianchi Bandinelli aderisce alla manifestazione “Cultura è lavoro”

29novlogomanifestazioneIl 29 novembre i professionisti dei Beni Culturali scendono in piazza, per la seconda volta nel 2014, dopo la manifestazione di gennaio “500 no al MiBACT”, per dare voce alle esigenze comuni di archeologi, archivisti, bibliotecari, restauratori e storici dell’arte e sfidare il Governo sulle politiche culturali e sulla valorizzazione del patrimonio storico-artistico.

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Lida Branchesi – Un diritto alla cittadinanza disatteso: l’educazione al patrimonio culturale

L’Italia dei beni culturali: i nodi del cambiamento. Ricordando l’impegno e le proposte di Giuseppe Chiarante, Roma, Senato della Repubblica, Sala Capitolare, 3 dicembre 2013

Link al programma del ConvegnoLink alla pagina dei materiali

 

«Lo Stato favorisce l’accesso alla conoscenza dei beni culturali e ambientali e la fruizione dei relativi servizi da parte di tutti i cittadini, in modo da concorrere anche in questo campo, rimuovendo privilegi, discriminazioni e diseguaglianze, alla più ampia attuazione della personalità di ciascuno, secondo i fini indicati dal secondo comma dell’art. 3 della Costituzione»[1].

Premessa e filo conduttore dell’intervento è questa “Finalità”  che Giuseppe Chiarante pone come fondamentale  nel Disegno di Legge 5 Ottobre 1989 sulla “Revisione delle norme di tutela e istituzione dell’Amministrazione autonoma dei beni culturali e ambientali”. Già presente nel  DDL 348, 1983 d’iniziativa dei senatori Argan, Chiarante ed altri,  risulta di notevole importanza ed attualità non solo per una riflessione sul presente ma anche per tracciare alcune prospettive per il futuro.

Due, in particolare, sono gli aspetti da sottolineare nel testo.

– L’affermazione di un diritto al patrimonio  come diritto di cittadinanza attiva e partecipativa per tutti:  è quanto afferma la Convenzione di Faro, firmata dall’Italia nel 2013, su cui ci soffermeremo.

– La consapevolezza delle potenzialità educative e formative legate alla conoscenza e alla fruizione del patrimonio culturale, che consentono lo sviluppo pieno della personalità ed aiutano a dare a tutti i cittadini pari dignità ed opportunità, secondo quanto afferma il citato comma 2 dell’art. 3 della Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

Sicuramente l’educazione al patrimonio ha la possibilità di contribuire allo  sviluppo olistico della persona e alla crescita individuale e sociale. È quanto emerso anche dalla valutazione, scientificamente fondata, sulle attività di pedagogia del patrimonio promosse dal Consiglio d’Europa. Si tratta di una ricerca che ha coinvolto allievi, docenti, dirigenti ed esperti di 22 paesi europei[2] ed i risultati maggiori raggiunti riguardano non solo la dimensione estetica, l’esperienza  storica, lo sviluppo del  pensiero creativo e del  sapere critico,  ma anche aspetti formativi atti a favorire l’integrazione sociale, la cittadinanza democratica, il dialogo  multiculturale e interculturale, fino, in alcuni casi,  alla prevenzione dei conflitti.

La sensibilità nei confronti del patrimonio culturale, della sua tutela, della sua trasmissione alle generazioni successive e anche la capacità di cercare e di trovare soluzioni responsabili per il futuro: sono valori e comportamenti che non sempre è facile dimostrare. Nel corso della ricerca tuttavia si è avuto la possibilità di verificarli attraverso una valutazione “verticale”, importante per capire,  a distanza di 10 anni,  gli atteggiamenti,  le scelte valoriali e  i comportamenti nei confronti del patrimonio culturale di alcuni giovani di Padova, che avevano partecipato da piccoli al progetto “La città sotto la città”[3]. Essi evidenziavano come il loro atteggiamento nei confronti della città  fosse ben diverso da quello dei coetanei che non avevano avuto un’analoga esperienza: più colto, più consapevole, più attento alla salvaguardia, più propositivo. D’altra parte l’educazione al patrimonio culturale è sicuramente alla base della sua tutela – non per nulla l’ICCROM ne ha fatto per diversi anni uno dei suoi campi di attività.

 

Ma torniamo a Chiarante: nel delineare le finalità della rinnovata struttura per i beni culturali sarebbe stato già importante, ma forse più ovvio, collegare la conoscenza del patrimonio solo alla tutela diffusa dello stesso: è quanto aveva già affermato la commissione Franceschini[4]. È di grande rilevanza e novità  averla rapportata anche ai diritti civili e allo sviluppo della persona umana. E non sono certo quelle di Chiarante affermazioni ideologiche e di principio, ma sono fondate su una preparazione approfondita e su un impegno politico, competente e appassionato, che aveva profuso per la scuola a partire dalla fine degli anni Sessanta sia come responsabile del PCI sia, poi, come parlamentare.  Tutto il suo lavoro in questo ambito si ispira all’art 3 della Costituzione dal convegno sulla scuola del 1972 al disegno di legge sulla riforma della scuola secondaria superiore e sull’innalzamento dell’obbligo scolastico del 1986[5]. Membro nella VI e VII legislatura della Commissione VIII della Camera – e, nella VIII, IX, X, XI,  della Commissione VII del Senato, fa parte del comitato ristretto che predispone il testo base sul quale si svolge il dibattito parlamentare sulla riforma della scuola secondaria superiore che nel 1978 viene approvata da uno dei rami del Parlamento[6].

È uno dei padri del biennio iniziale -non  “unico”, ma “unitario”- della scuola secondaria superiore, che ebbe una possibilità di attuazione nei Progetto Brocca e nel Progetto 92 degli Istituti professionali e che ispirò gran parte delle sperimentazioni sia autonome che ministeriali nonché le parziali riforme degli ordinamenti degli anni ’90, poi tradite dai ministri berlusconiani. Quella che si delinea nei suoi interventi e nei suoi scritti è una scuola democratica[7], “una scuola unitaria, fondata su un nuovo rapporto tra cultura e professionalità che dia ai giovani una moderna formazione critica”[8], aperta all’educazione permanente e ricorrente, finalizzata a rimuovere disuguaglianze culturali e sociali e a promuovere il diritto allo studio e al sapere come diritto di cittadinanza.

Ho lavorato per i programmi e i piani di studio del progetto Brocca in cui il biennio era finalizzato a fornire a tutti  linguaggi strumenti e metodi per la lettura e la comprensione critica dei diversi ambiti disciplinari e in cui l’inserimento dell’arte e della storia dell’arte, fu sofferta, ma possibile.

Oggi, dopo i tagli della cosiddetta riforma Gelmini (2008-2010), basata non su un progetto culturale ma sugli input del Ministro dell’economia, accade che proprio negli Istituti professionali, nei quali in diversi indirizzi la Storia dell’arte costituiva un asse culturale importante e trascinante, indispensabile per una formazione storico critica, la materia è stata del tutto eliminata, proprio quando in altri paesi, come ad es. l’Olanda, si è lavorato per offrire agli studenti di  questi istituti  un’educazione culturale importante, dal momento che più difficilmente possono averla a livello familiare.

A questo proposito sembra particolarmente significativo riportare qui un intervento di Argan sul nuovo ordinamento della scuola secondaria superiore al Senato della Repubblica, nella seduta pomeridiana del 6 marzo 1985 in cui, parlando degli assi culturali della nuova secondaria superiore, evidenzia che

«Un ulteriore filone unificante dovrebbe essere poi in tutti gli indirizzi la storia dell’arte. Per i giovani che vivono in gran parte in città  storiche la conoscenza dell’ambiente monumentale e artistico é almeno altrettanto importante di quella dell’ambiente naturale, che poi è anch’esso in gran parte storico, perché determinato dal lavoro umano» [9].

Nello stesso intervento, nel parlare dei diversi indirizzi della scuola secondaria, si era complimentato con il ministro per l’inserimento dell’indirizzo per i beni culturali e ambientali.

«Apprezzo, signor Ministro, l’inserimento di un indirizzo per i beni culturali e ambientali in cui dovrebbe avere parte molto rilevante la storia dell’arte. Il patrimonio culturale e ambientale costituisce indubbiamente la maggiore ricchezza del nostro paese, ed è dunque doveroso che fin dalla scuola secondaria si educhino i giovani a conoscerlo, studiarlo, conservarlo, amministrarlo e tramandarlo»[10].

L’indirizzo dei beni culturali, inserito nelle maxi sperimentazioni dell’istruzione  artistica e nei piani di studio Brocca, è stato realizzato con successo in molti istituti, ma è stato poi abolito con la citata “riforma”.

Per quanto riguarda le idee di Chiarante sull’educazione e sull’importanza di  una formazione culturale per tutti i “cittadini”, che solo “una scuola di cultura e per la cultura” può garantire,  esse vengono  da lui ribadite, con sempre maggior convinzione, lungo tutto l’arco della vita: basti leggere la nota elaborata in preparazione del Convegno di Firenze su Una scuola per la cittadinanza (2001)[11]. Purtroppo le cosiddette “riforme” sono andate all’opposto di quello che lui avrebbe sperato, anche se oggi sembrano aprirsi alcuni spiragli[12].

Ma ritorniamo a beni culturali e al DDL di Chiarante dell’89; l’art.13 sui compiti della Giunta così recita:

«d) promuove, sottoponendoli al parere del Consiglio nazionale, i programmi per le iniziative di cooperazione con la scuola, con le università, con gli istituti scientifici, con gli organi di consulenza del Ministero dell’ambiente, con altri enti o istituzioni, anche privati».

Se nei progetti e nei Disegni di legge di Chiarante e di Argan l’attività didattica e di promozione viene indicata fra i compiti fondamentali dell’amministrazione dei beni culturali e ambientali, in modo da valorizzare adeguatamente il grande potenziale conoscitivo ed  educativo rappresentato dal patrimonio storico e culturale del Paese, bisogna aspettare la fine degli anni Novanta per rilevare alcuni significativi cambiamenti in questo ambito. Va anche notato che, nel testo citato, l’uso del termine “cooperazione” evidenzia un rapporto di collaborazione integrata tra le istituzioni, nel rispetto delle reciproche competenze, e anticipa così il concetto di “partenariato”, introdotto nella Raccomandazione 98 (5) del Consiglio d’Europa[13], che è alla base di alcune scelte della Commissione per la didattica del museo e del territorio.

E proprio coi lavori di tale Commissione (1995-1998)[14], presieduta da Marisa Dalai Emiliani, si possono registrare rilevanti novità nella delineazione di un nuovo Sistema italiano dei servizi educativi  e nel raggiungimento di importanti e concreti risultati[15]. Basti pensare all’Accordo quadro tra i due Ministeri della Pubblica Istruzione e per i Beni Culturali e Ambientali (20 marzo 1998), alla costituzione di un Centro per i servizi educativi del museo e del territorio (DM 15 ottobre 1998), alla Circolare sull’attivazione e il potenziamento dei Servizi educativi per i Beni culturali (30 settembre 1998), fino all’inserimento di un insegnamento di Didattica del museo e del territorio all’interno dell’Università.

In quegli anni molti sono i mutamenti che hanno influenzato nel bene e nel male lo sviluppo di tutto il settore: dalla  Legge Ronchey (L4/93 e DL 368/98) al Conferimento dei compiti dello Stato alle regioni (D.Lgs 112/98 capo V) in relazione al quale (art.150,  comma 6)  viene approvato un Atto di indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei (DM 10 maggio 2001), dove si  prevede un servizio educativo in ogni museo, eventualmente condiviso in rete, e si definiscono, tra le figure professionali, quella dell’operatore e del responsabile al servizio.

Nel 2004 il nuovo Codice dei beni culturali e del paesaggio con l’importante e innovativo articolo 119 dedicato alla Diffusione della conoscenza del patrimonio culturale nelle scuole, riconosce finalmente e trasforma in legge uno dei risultati più importanti della Commissione[16].

Più complessa è la situazione del Centro per i Servizi educativi del museo e del territori:  integrato nel Servizio II della nuova Direzione Generale per la Valorizzazione del Patrimonio culturale del MiBAC (DPR n.91/2009)[17], ha perduto tuttavia con tale trasferimento,  la configurazione e parte dei compiti che caratterizzavano l’ottimo progetto scientifico e organizzativo originario -in verità mai del tutto attuato- che prevedeva tra l’altro un Comitato scientifico interdisciplinare e la messa in rete anche delle iniziative e delle attività educative per il patrimonio promosse dagli Enti pubblici territoriali.

Ma di quali servizi educativi si parla? Con quali funzioni? Con quale personale? Se analizziamo i dati del nuovo Sistema informativo integrato, presentati nel 2013[18], il  77,8% di musei e istituti similari offre la possibilità di visite guidate; il 58,6 % ha svolto una o più attività didattiche. Sembrerebbero dati piuttosto positivi, che però nascondono tanti problemi irrisolti e tante contraddizioni.

-Si va dalla necessità, più che dall’esistenza,  di dipartimenti educativi che risultano fondamentali anche per le scelte museologiche e curatoriali[19],  all’attribuzione dell’ “incombenza” didattica ad un unico funzionario, sul quale già gravano compiti numerosi, data anche la riduzione e l’invecchiamento del personale.

– Si registrano servizi aggiuntivi, che allargano le loro competenze anche alla “didattica”,  ma entrano spesso in conflitto con i servizi educativi, che stentano così ad affermarsi.  Su questo punto esemplare è la posizione di  Chiarante:

«… l’attività didattica, l’organizzazione di mostre, le pubblicazioni sul museo o sulle opere in esso raccolte sono operazioni scientifiche che non possono essere messe sullo stesso piano della gestione del bar, del ristorante, dei servizi, del guardaroba ecc.. Esse hanno una connessione molto stretta con la direzione scientifica del museo, del monumento, dello scavo»[20].

– Ci si barcamena con poca chiarezza tra gratuità e redditività: anzi si sta ampiamente diffondendo la monetizzazione delle attività educative, spesso considerate dai concessionari (anche solo per le prenotazioni!) uno dei fattori di maggior reddito,  non tenendo conto che la gratuità delle stesse, a partire dalle scuole,  è uno dei motivi più rilevanti di accessibilità ai beni culturali e alla loro comprensione.

– Si va poi dalla necessità e dalla presenza di professionalità e competenze molto alte -anche se spesso sfruttate e sottopagate- alla mancanza di una preparazione adeguata e alla diffusione di una vera e propria improvvisazione. Per il Sistema informativo integrato 44.000 risultano gli operatori e 16.400 i volontari:  dentro questi numeri c’è di tutto.

– Molte e differenziate sono anche le modalità operative che si stanno affermando: reti cittadine e territoriali;  progetti interistituzionali; centri “globali” museo-territorio-ambiente; osservatori sul paesaggio[21] ecc. ecc.

In questo contesto si inseriscono come elementi di grande novità e di stimolo per le politiche nazionali anche alcuni documenti europei che impegnano gli Stati membri a porre il patrimonio culturale al centro della formazione del cittadino lungo tutto l’arco della vita e a considerare il diritto al patrimonio come diritto alla cittadinanza, nel quadro di uno sviluppo sostenibile della società.

Già nella Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione Europea del 18 dic. 2006[22], infatti,  l’educazione al patrimonio viene inclusa tra le competenze chiave per l’apprendimento permanente di tutti i cittadini, sottolineando l’importanza della «consapevolezza del retaggio locale, nazionale ed europeo e della sua collocazione nel mondo ai fini dell’integrazione sociale».

Ma soprattutto è nell’importante Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, siglata a Faro il 27 ottobre 2005, entrata in vigore dal giugno  2011 e sottoscritta finalmente dal  governo italiano  il 27 febbraio 2013[23], che  l’accesso al patrimonio e ai suoi significati ottiene il riconoscimento formale di un diritto fondamentale per la partecipazione alla vita democratica così come è definito nella Dichiarazione universale dei diritti umani.

La Convenzione,  affermando il diritto di ogni persona di accedere al patrimonio culturale di sua scelta, nel rispetto dei diritti e delle libertà altrui,  pone cittadino e comunità al centro del «processo di identificazione, studio, interpretazione, protezione, conservazione e presentazione dell’eredità culturale» (Art. 12 a.). Ma i dati dell’Eurobarometro[24] sono da questo punto di vista un po’ preoccupanti: solo il 30% degli italiani ha visitato nel 2013 un museo o una galleria: purtroppo sono 7 punti in meno rispetto al  2007; un po’ di più,  il 41 %,  ha visitato un sito o un monumento, ma si tratta di ben 11 punti in meno rispetto al 2007!

Sono dati che ci fanno riflettere perché è difficile senza una diretta conoscenza esercitare il diritto al patrimonio in quanto diritto di cittadinanza e sostenere le ragioni di una tutela condivisa dai cittadini in quanto assunzione di responsabilità verso il destino dell’eredità culturale e soprattutto  partecipare ai processi stessi di patrimonializzazione, poiché il patrimonio esiste per una comunità, e prima ancora per un individuo, soltanto se essi sono in grado di conoscerlo e riconoscerlo in quanto tale, grazie anche ad  un livello e a una qualità di sensibilizzazione ed educazione adeguate.

Di qui il diritto di cittadinanza disatteso: di fronte ad una deriva, spesso economicistica, di utilizzazione e promozione dei beni culturali, occorrono modelli culturali e organizzativi consapevoli del loro grande potenziale conoscitivo ed educativo, ma soprattutto occorre la volontà politica di realizzarli in un paese come l’Italia, che dovrebbe avere la leadership europea in questo campo.

E, ancora una volta,  a chiusura dell’intervento, ci aiutano le parole illuminati di Chiarante:

«Il senso profondo del valore della cultura e del patrimonio culturale […] sta nell’essere un elemento essenziale dell’identità di un popolo, nel costituire un fondamento da cui non si può prescindere per un avanzato sviluppo umano e civile, un fattore qualificante per una personalità libera e matura. Decisivo è perciò riaffermare, contro questa perversione economicistica, che il fine fondamentale delle politiche culturali deve essere nella valorizzazione della risposta che la cultura dà ai più alti e ricchi bisogni dell’uomo: e quindi nell’avanzamento della ricerca e della conoscenza, nell’ampliamento della sfera delle libertà, nella fruizione da parte di un numero crescente di donne e di uomini di quanto di meglio la storia umana ha prodotto»[25].

 

 

 

 

[1] D’iniziativa dei senatori Chiarante e altri (AC 1904), è il terzo comma dell’art. 1 sulle Finalità. Titolo I: Norme generali. Tale finalità è già presente nel DDL 348, del 24 novembre 1983 su Nuove norme per la conservazione e la valorizzazione dei beni culturali e ambientali e per la riforma dell’organizzazione della tutela d’iniziativa dei senatori Argan, Chiarante ed altri.

[2] Cfr. L. Branchesi (a cura di), Il patrimonio culturale e la sua pedagogia per l’Europa, Armando editore, Roma 2006. Pubblicato anche in inglese: Heritage Education for Europe, Roma 2007. Un prima  sintesi del rapporto di ricerca è stata presentata e discussa dai rappresentanti dei 46 Stati membri del Consiglio d’Europa in occasione della riunione dello Steering Committee for Cultural Heritage a Strasburgo (ottobre 2004).

[3] Progetto promosso dall’ICCROM e dal Consiglio d’Europa nel 1995, anno europeo dell’archeologia.

[4] Cfr. Raccomandazione IX su Educazione e sensibilizzazione dei cittadini al rispetto dei Beni Culturali. Come è noto, la  Commissione Franceschini opera dal 1964 al 1967. Tutti gli Atti e i Documenti sono pubblicati in 3 voll.: Per la salvezza dei beni culturali in Italia,  Casa ed. Colombo, Roma 1967.

[5] DDL 1973 d’iniziativa dei senatori Chiarante, Nespolo, Valenza, Argan, Berlinguer, Canetti, Mascagni e Puppi comunicato alla Presidenza il 3 Ottobre 1986: Norme per l’innalzamento dell’obbligo scolastico e per il riordino dell’istruzione secondaria superiore.

[6] Il Testo unificato (A.C. 1275) fu approvato il 28 settembre 1978 dalla Camera con i voti del PCI, ma non ebbe seguito per la caduta del Governo. L’iter della riforma della scuola secondaria superiore era di fatto iniziato nel 1970 con  i “Dieci punti di Frascati”, varati in un convegno internazionale organizzato a Villa Falconieri.

[7] G. Chiarante, G. Napolitano, La democrazia nella scuola.  La posizione dei comunisti sui nuovi organi di governo negli istituti e nei distretti scolastici, Editori riuniti, Roma 1974.

[8] G. Chiarante (a cura di), La scuola della riforma. Asse culturale e nuovi orientamenti della secondaria, De Donato, Bari 1978.

[9] Intervento di G.C. Argan al Senato il 6 marzo 1985 sui Disegni di legge concernenti il nuovo ordinamento della scuola secondaria superiore,  Cfr. Senato della Repubblica, IX legislatura, Resoconto stenografico, 264° seduta pubblica pomeridiana, 6 marzo 1985 p.40.

[10] Ivi.

[11] Cfr. «Si tratta di porre in primo piano l’obiettivo di una scuola ‘di cultura e per la cultura’: che dia a donne e uomini la capacità di fruire e soprattutto di godere dell’infinita ricchezza dell’ambiente naturale in cui viviamo e dei molteplici e inesauribili aspetti della vita e dell’attività culturale», G. Chiarante, Alle radici del paradosso scolastico, Nota per il convegno nazionale di studi “Una scuola per la cittadinanza”, Firenze 23-25 febbraio 2001 per iniziativa dell’Associazione per il Rinnovamento della sinistra, pubblicata in G. Chiarante, Sulla patrimonio S.P.A e altri scritti sulle politiche culturali, Annali dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, n.15, Graffiti ed., Roma 2003, p. 89.

[12] Cfr. ad es. Legge 8 novembre 2013, n. 128, art. 5: Misure  urgenti  in  materia  di istruzione, università  e ricerca; anche il nuovo governo sembra mostrare maggior sensibilità su questi punti, sebbene molte delle dichiarazioni fin qui fatte sembrano per lo più restare a livello di intenti.

[13] L. Branchesi, La Raccomandazione N°R (98)5 sulla pedagogia del patrimonio: uno studio di caso, in  L. Branchesi (a cura di) 2006, op. cit., pp. 175-184.

[14] La Commissione, istituita dal ministro Antonio Paolucci (DM 16 marzo 1996), è stata confermata dal ministro Walter Veltroni (DM 3 gennaio 1997)  e si è riunita regolarmente fino al dicembre 1998.

[15] Cfr. Verso un sistema italiano dei Servizi educativi per il museo e il territorio. Materiali di lavoro della Commissione ministeriale, a cura di Adele Maresca Compagna, Introduzione di M. Dalai Emiliani, MIBAC, Roma 1999.

[16] Si fa riferimento all’Accordo quadro; anche se,  purtroppo, diventa dopo pochi anni di difficile attuazione perché gli istituti scolastici, privati dei mezzi per gestire al meglio la propria autonomia, hanno difficoltà a programmare proprio quei progetti educativi sul patrimonio,  in accordo con le istituzioni culturali del territorio, previsti dall’art. 119.; cfr. anche l’importante art. 118: Promozione di attività di studio e ricerca.

[17] Il Servizio II, Comunicazione e promozione del patrimonio culturale«supporta il Direttore Generale nelle attività relative al coordinamento del sistema dei servizi educativi, di comunicazione, di divulgazione e promozione ai sensi degli articoli 118 e 119 del Codice attraverso il Centro per i servizi educativi, anche in relazione al pubblico con disabilità».

[18]  Cfr. http://imuseiitaliani.beniculturali.it/  Il sistema nasce da un’ intesa tra ISTAT, MiBACT,  Regioni e province autonome. I dati pubblicati  sono riferiti al 2011.

[19] Cfr., ad. es., alcuni esempi internazionali a partire dal ruolo del responsabile dell’educazione nella sistemazione delle British Galeries al V&A Museum , già nel 2001.

[20] G. Chiarante, Il ministro delle “anime morte”, in G.Chiarante,op.cit., 2003, p. 30.

[21] Cfr., ad es., B. Castiglioni, M. Varotto, Paesaggio e Osservatori locali. L’esperienza del Canale di Brenta, Franco Angeli, Milano 2013.

[22] Cfr. Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006 relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente (2006/962/CE); cfr. in particolare l’VIII competenza: “Consapevolezza ed espressione culturale”.

[23] Cfr. Framework Convention on the Value of Cultural Heritage for Society, Faro 27.10.2005; Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società, traduz. it. a cura del Ministero per i beni e le attività culturali. Segretariato generale, 2013

[24] Special Eurobarometer 399: Cultural Access and Participation. Report, Fieldwork: April – May 2013; Publication: November 2013 Conducted by TNS Opinion & Social at the request of the European Commission, Directorate-General for Education and Culture

[25] G. Chiarante, Introduzione in G. Chiarante, op. cit, 2003, pp. 5-6.

10 dicembre 2014 – “Una vita per il restauro”. Giornata in ricordo di Giuseppe Basile

cavallo-raivela AssisiL’Associazione Bianchi Bandinelli, in collaborazione con l’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro e con l’Istituto Nazionale per la Grafica, promuove per mercoledì 10 dicembre 2014 una giornata per ricordare Giuseppe Basile, ad un anno dalla scomparsa.

Collegamento alla pagina sul convegno

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19 ottobre 2014 – Pellegrinaggio laico a Pompei

PULSANTE pellegrinaggio Pompei 2Andiamo a Pompei perché è l’unica città antica in Italia integralmente conservata e la prima per la quale si è disposto un commissario al posto del soprintendente.

L’Associazione Bianchi Bandinelli invita tutti a partecipare al “pellegrinaggio laico”, una marcia pacifica che si terrà domenica 19 ottobre per sollecitare azioni di tutela e valorizzazione degli scavi di Pompei*.

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4 luglio 2014 – Il nuovo Piano Paesaggistico della Regione Toscana

toscanaPITIl 2 luglio 2014 il Consiglio Regionale della Toscana ha approvato l’adozione del nuovo Piano Paesaggistico.

Il Piano, studiato con la collaborazione degli Enti locali e delle Università e d’intesa con il MiBACT, è basato su un grande lavoro di approfondimento e di sistemazione della conoscenza dei caratteri e degli elementi che definiscono i paesaggi toscani e la loro percezione che non interessa i soli “paesaggi eccellenti”, già tutelati con i vincoli statali, ma anche i paesaggi delle periferie, delle aree in abbandono, delle zone industriali anche degradate, dei bacini fluviali, delle colline coltivate e delle piane urbanizzate. Continue reading

4 luglio 2014 – Presentazione del nuovo Piano Paesaggistico della Regione Toscana

PP Toscana 1Martedì 1 luglio all’ordine del giorno del Consiglio Regionale della Toscana è prevista la votazione dell’adozione del Piano Paesaggistico regionale. Tale piano è peraltro balzato agli onori delle cronache negli ultimi giorni per via della prevista limitazione delle attività di cava nelle Alpi Apuane, che ha indotto Legacoop e Assindustria a proclamare una serrata dei cavatori.

L’Associazione Bianchi Bandinelli promuove un incontro dedicato alla presentazione del nuovo Piano Paesaggistico della Regione Toscana, che si terrà venerdì 4 luglio presso la sede della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma – Archivio Antonio Cederna. Continue reading

25 giugno 2014 – MetroNeapolis: archeologia e urbanistica nella nuova metropolitana di Napoli

Progetto NapoliA seguito della visita di studio dello scorso 3 aprile alle stazioni della linea metropolitana di Napoli e al cantiere di piazza Municipio, l’Associazione Bianchi Bandinelli ha organizzato un incontro per riprendere e approfondire il tema dei progetti, realizzati e in corso, delle “stazioni dell’arte” del capoluogo partenopeo.

La conferenza, intitolata MetroNeapolis: archeologia e urbanistica nella nuova metropolitana di Napoli, si è tenuta all’INASA mercoledì 25 giugno.

Sono intervenuti Elena Camerlingo, Daniela Giampaola, Serena Riccio e Ugo Carughi. Ha introdotto e coordinato i lavori Vezio De Lucia.
In conclusione si è tenuto un dibattito con il pubblico presente in sala, condotto dal giornalista Giuseppe Pullara.

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Collegamento alla pagina dedicata alla visita del 3 aprile 2014 a Napoli