Pesanti ombre sul disegno di legge sulla rigenerazione urbana in esame al Senato

Articolo originale su Carteinregola

 

Il momentaneo approdo, ancora provvisorio, del travagliato percorso legislativo del disegno di legge unificato sulla rigenerazione urbana (1) ci consegna un testo tanto infarcito di buoni propositi quanto assai deludente nei contenuti.

I buoni propositi sono generosamente disseminati nelle premesse e negli incipit di molti articoli (miglioramento della qualità edilizia, dell’efficienza energetica e idrica, pareggio di bilancio dei servizi ecosistemici, contenimento dell’uso del suolo e riduzione delle superfici impermeabili, partecipazione alla progettazione e gestione degli interventi, ecc.); i contenuti deludenti sono tali da impoverire il testo o, meglio, da attribuirne precise responsabilità nel contribuire ad arricchire la già nutrita legislazione che consente il ricorso alle procedure in deroga: un ulteriore segnale per mortificare e deprimere regole e sostanza della pianificazione comunale. Le norme che destano maggiori apprensione si rinvengono nella visione immiserita dei centri storici e in alcune disposizioni (nell’articolo 7 in particolare (2).

Per i centri storici un arretramento culturale che ci riporta indietro nel tempo, di molti decenni. È degli anni Quaranta del secolo scorso la Carta di Atene (estensore Le Corbusier) in cui si afferma, nel paragrafo sul Patrimonio storico delle città, che “I valori architettonici devono essere salvaguardati sia che si tratti di edifici isolati o di interi nuclei urbani (3), principio ripreso e sviluppato in Italia dall’Ancsa (Associazione nazionale centri storico-artistici) nel congresso di Gubbio del 1960 (4) che richiama l’imprescindibile necessità di estendere la tutela all’intero insediamento edilizio storico (un riconoscimento in seguito codificato nel decreto sugli standard del 1968 che individua a questo fine la zona “A”(5).

Nel disegno di legge un’attenzione appena accennata sulla loro peculiarità. Condivisibile la definizione, che ricalca quella elaborata dall’associazione Bianchi Bandinelli (6): i “centri storici e agglomerati urbani di valore storico” sono identificati con l’edilizia attestata dal nuovo catasto edilizio urbano del 1939 ma alla definizione non fa seguito una specifica disciplina di tutela. La diversità rispetto al resto del territorio comunale si limita a subordinare gli interventi concessi ai privati, diretti su singoli immobili o su ambiti urbani scelti dal proponente, ad un atto di programmazione che rientra nelle competenze del comune. L’adozione di tale atto prevede l’approvazione, anche con l’accordo di programma, di piani attuativi in conformità o in variante dello strumento urbanistico, in tal modo recependo una modifica, a suo tempo molto osteggiata, al Testo unico dell’edilizia (7). E a confermare la mancata volontà di assoggettare ad un regime di maggiore cautela i centri storici e gli agglomerati urbani si dispone che la programmazione elaborata dal comune comporta per quegli ambiti l’intesa con la Sovrintendenza ai beni culturali e del paesaggio escludendo però la necessità di richiedere e acquisire l’autorizzazione paesaggistica per i singoli interventi. Nessun riconoscimento quindi ai luoghi della memoria collettiva di cui è testimonianza l’edilizia costruita prima dell’ultimo conflitto che la sottragga a nuove forme speculative (a Roma, come in altre città). Queste possono trovare legittimazione alterando o, peggio, demolendo (e, ovviamente, ricostruendo) edifici ormai componente consolidata dell’ambiente urbano e restano senza protezione possibili stravolgimenti nelle destinazioni d’uso incompatibili con l’impianto relazionale preesistente.

L’articolo 7 è un simulacro alla deregolamentazione, concepito con una formulazione divenuta frequente nella disciplina urbanistico-edilizia, sia statale che regionale: “Fermo restando gli interventi di rigenerazione identificati attraverso la programmazione comunale […] sono consentiti interventi diretti privati di rigenerazione”. Un sistema binario, da un lato la programmazione con i suoi tempi e le sue modalità (che potrebbe non arrivare a conclusione o arrivarci con tempi indeterminabili); dall’altro, da subito, l’iniziativa dei privati svincolata dalla volontà del decisore pubblico (l’amministrazione comunale). Nei fatti, la rigenerazione urbana è affidata al protagonismo dei privati: a loro è concessa la possibilità di intervenire su singoli edifici “anche in deroga alle previsioni degli strumenti urbanistici”, senza neppure ancorare tale facoltà a parametri dimensionali o qualitativi (quanta volumetria in più è possibile realizzare ed è consentita qualsiasi modifica alle destinazioni d’uso?), con il solo impegno a soddisfare alcune condizioni realizzabili senza particolare gravame e comunque potendo beneficiare degli “eventuali incentivi stabiliti dalla legislazione regionale”. Non soltanto interventi diretti, ai privati è consentito di presentare proposte al comune per “ambiti territoriali” che potranno essere valutate anche in mancanza della programmazione comunale, dunque con margini di iniziativa che dalla scala edilizia invadono quella urbana.

Sin qui i rilievi che destano maggiore preoccupazione. Resta in ogni caso una critica che coinvolge la sostanza del provvedimento: molti di noi avevano ritenuto, forse con eccessivo ottimismo, che la rigenerazione urbana, a differenza di altre tipologie di intervento sull’edilizia esistente varate in abbondanza dagli anni Novanta, dovesse presupporre un’attenzione per la difesa della residenzialità non inferiore all’interesse per incrementare la qualità del costruito. Di questo non vi è traccia, compare solo nel lungo elenco degli obiettivi la citazione che la rigenerazione urbana ha come finalità il perseguimento della coesione sociale e il favorire la realizzazione di edilizia residenziale sociale ma nell’articolato nessuna norma dà seguito alle indicazioni ipotizzate nelle premesse. I residenti rimangono indifesi rispetto ai processi di valorizzazione immobiliare e si è ben distanti dal replicare norme a loro tutela come era d’uso fare nella legislazione degli anni Settanta, peraltro ancora vigente (cfr. l’articolo 32 della legge 457 del 1978 (8).

Da ultimo una considerazione sui finanziamenti a sostegno del disegno di legge. Spetta al Comitato interministeriale per le politiche urbane (Cipu), a cui è affidato il compito di governare e indirizzare centralmente i processi di rigenerazione urbana e definire gli obiettivi del Programma nazionale, proporre la ripartizione del Fondo nazionale per la rigenerazione urbana al ministero delle Infrastrutture che provvederà con proprio decreto previa intesa con la Conferenza unificata. Le risorse previste, distribuite in un arco di tempo che dall’anno in corso arriva al 2036, sono pari a 3,8 miliardi di euro, un impegno finanziario  a dir poco modesto, decisamente inferiore ai 14,5 miliardi stanziati sinora per il superbonus 110. Sull’utilità ed efficacia di quest’ultimo provvedimento chi scrive nutre tali e tante critiche – non solo sul rapporto costi-benefici ma anche sulle modalità di applicazione – che non riesce a contenerle in poche righe.

Giancarlo Storto

NOTE

(1) Il testo è attualmente all’esame presso la 13a Commissione del Senato, Territorio, ambiente, beni ambientali.

(2) (da una versione del disegno di legge unificato sulla rigenerazione urbana del novembre 2021) Art. 7 (Disciplina degli interventi privati di rigenerazione urbana)

1. Fermo restando gli interventi di rigenerazione identificati attraverso la programmazione comunale di cui all’articolo 5, sono consentiti interventi diretti privati di rigenerazione, secondo le seguenti tipologie:

a) interventi diretti su singoli immobili;

b) interventi su ambiti urbani su proposta di proponente privato soggetta ad autorizzazione comunale.

2. Gli interventi diretti di rigenerazione sono realizzati da soggetti privati su singoli edifici, anche in deroga alle previsioni degli strumenti urbanistici, alle seguenti condizioni:

a) garantire lo standard di edificio ad energia quasi zero di cui all’articolo 4bis del decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 192;

b) favorire gli interventi di consolidamento antisismico degli edifici;

c) migliorare le prestazioni di isolamento acustico degli immobili;

d) realizzazione di aree verdi;

e) realizzazione di spazi attrezzati per ambienti di lavoro comune;

f) realizzazione di impiantistica per l’automazione e l’accessibilità digitale per i servizi di teleassistenza;

g) abbattimento delle barriere architettoniche delle parti comuni dell’edificio.

3. Gli interventi diretti di rigenerazione sono consentiti nei limiti delle distanze minime tra edifici legittimamente preesistenti anche qualora le dimensioni del lotto di pertinenza non consentano la modifica dell’area di sedime ai fini del rispetto delle distanze minime tra gli edifici e dai confini. Sempre nei   limiti delle distanze legittimamente preesistenti, gli incentivi volumetrici eventualmente riconosciuti possono essere realizzati anche con ampliamenti fuori sagoma e con il superamento dell’altezza massima dell’edificio demolito, previa verifica delle prestazioni energetiche attive e passive degli edifici circostanti utilizzando modelli di calcolo previsionali. Gli interventi di rigenerazione privati beneficiano inoltre degli eventuali incentivi stabiliti dalla legislazione regionale di cui all’articolo 3, comma 3, lettera c).

4. All’interno dei centri storici e agglomerati urbani di valore storico risultanti dal nuovo catasto edilizio urbano di cui al regio decreto-legge 13 aprile 1939, n. 652, gli interventi di cui al presente articolo sono consentiti esclusivamente nell’ambito della programmazione comunale e, nelle more della sua adozione, di piani urbanistici di recupero e di riqualificazione particolareggiati precedentemente approvati. La programmazione comunale di rigenerazione dei centri storici come definiti dalla presente legge è adottata previa intesa con la Sovraintendenza ai beni culturali e del paesaggio e per i relativi interventi attuativi di rigenerazione non è richiesta l’autorizzazione paesaggistica. Sono esclusi dall’applicazione delle deroghe di cui al presente articolo gli immobili sottoposti alle tutele di cui agli articoli 10 e 12 del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42*.

5. Gli interventi privati di rigenerazione su ambiti territoriali sono presentati da promotori privati al Comune, che ne valuta la coerenza con la programmazione comunale di rigenerazione urbana. Sono a carico dei promotori privati:

a) i costi per il raggiungimento degli obiettivi di interesse pubblico;

b) i costi relativi agli oneri per il trasferimento temporaneo delle unità abitative e dei nuclei familiari coinvolti nell’intervento secondo modalità socialmente sostenibili;

c) le garanzie finanziarie per l’attuazione dei programmi

d) i costi per lo svolgimento delle procedure partecipative cosi come definite dalla presente legge.

6. Il piano economico-finanziario che garantisce le suddette obbligazioni è allegato al progetto presentato all’autorità competente, è approvato con i relativi atti d’obbligo e garanzie finanziarie certificate al momento dell’approvazione del programma ed è parte integrante della relativa convenzione.

7. Nelle more della definizione della programmazione comunale ai sensi dell’articolo 5, i progetti di rigenerazione presentati da promotori privati possono essere approvati in base alla valutazione del loro interesse pubblico e dell’equilibrio del piano economico finanziario dell’intervento. Gli interventi approvati, che soddisfano gli obiettivi e le obbligazioni di cui ai commi 6 e 7 del presente articolo, sono esentati dalle determinazioni stabilite ai sensi dell’articolo 16, comma 4, lettera d-ter, del decreto del presidente della Repubblica 6 giugno del 2001, n.380**.

*Codice dei Beni culturali e del Paesaggio scarica Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 Legge 6 luglio 2002, n. 137

**D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380
Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia
(G.U. n. 245 del 20 ottobre 2001)

(3) (da Treccani) La Carta d’Atene Manifesto di urbanistica, nato dal dibattito in seno al 4° dei Congrès Internationaux d’Architecture Moderne (CIAM; Atene, 1933), che aveva come tema La città funzionale. Individuando nell’abitare, nel lavorare, nel ricrearsi e nel circolare le esigenze centrali cui l’urbanistica deve fornire una risposta, la C., articolata in 95 proposizioni, proponeva come punti fondamentali: la casa autonoma rispetto alla strada, la formazione di centri direzionali, la distinzione formale tra edifici residenziali e direzionali, la circolazione del traffico automobilistico distinta dai tracciati pedonali, attrezzatura di giardini, campi da gioco, istituzioni culturali. La C. fu stampata nel 1943, rivista e commentata a cura del gruppo francese dei CIAM, di cui era l’animatore Le Corbusier, che la ripubblicò nel 1957. Le ipotesi formulate nella C. hanno trovato una prima verifica progettuale nel piano di Amsterdam, elaborato da C. van Eesteren nel 1934.

(4) (Da Italia Nostra) La Carta di Gubbio è la dichiarazione finale approvata all’unanimità a conclusione del Convegno Nazionale per la Salvaguardia e il Risanamento dei Centri Storici (Gubbio, 17-18-19 settembre 1960) promosso da un gruppo di architetti, urbanisti, giuristi, studiosi di restauro, e dai rappresentanti dei comuni di Ascoli Piceno, Bergamo, Erice, Ferrara, Genova, Gubbio, Perugia, Venezia. Le relazioni sono state svolte da: G. Samonà, A. Cederna, M. Manieri Elia, G. Badano, D. Rodella, E.R. Trincanato, G. Romano, L. Belgiojoso, E. Caracciolo, P. Bottoni. Elenco dei soci fondatori esclusi i Comuni: – Ente Provinciale per il Turismo di Perugia − Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Gubbio − Istituto per le Case Popolari per la Provincia di Perugia − Prof. Arch. Giovanni Astengo − On. Vinicio Baldelli − Ing. Mario Belardi − Prof. Nicola Benedetti − Prof. Arch. Eduardo Caracciolo − Dr. Luigi Contenti − Prof. Arch. Gisberto Martelli − Avv. Vincenzo Parlavecchio − On. Camillo Ripamonti − On. Mario Roffi − Prof. Arch. Giovanni Romano − Prof.ssa Egle Renata Trincanato (Leggi tutto)

(5) vedi Decreto interministeriale 2 aprile 1968, n. 1444
Limiti inderogabili di densità edilizia, di altezza, di distanza fra i fabbricati e rapporti massimi tra gli spazi destinati agli insediamenti residenziali e produttivi e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, al verde pubblico o a parcheggi, da osservare ai fini della formazione dei nuovi strumenti urbanistici o della revisione di quelli esistenti, ai sensi dell’art. 17 della legge n. 765 del 1967.

(6) vedi Proposta di legge in materia di tutela dei centri storici, dei nuclei e dei complessi edilizi storici novembre 2018

(7) vedi l’art.10 art. 10, co.1, lett.a del Dl 76/2020 DECRETO-LEGGE 16 luglio 2020, n. 76  Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale.(20G00096) (GU Serie Generale n.178 del 16-07-2020 – Suppl. Ordinario n. 24)note: Entrata in vigore del provvedimento: 17/07/2020 Decreto-Legge convertito con modificazioni dalla L. 11 settembre 2020, n. 120 (in S.O. n. 33, relativo alla G.U. 14/09/2020, n. 228) https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/07/16/20G00096/sg

art. 10 comma 1 lett. aNelle zone omogenee A di cui al decreto del Ministro per i lavori pubblici 2 aprile 1968, n. 1444, o in zone a queste assimilabili in base alla normativa regionale e ai piani urbanistici comunali, nei centri e nuclei storici consolidati e in ulteriori ambiti di particolare pregio storico e architettonico, gli interventi di demolizione e ricostruzione sono consentiti esclusivamente nell’ambito dei piani urbanistici di recupero e di riqualificazione particolareggiati, di competenza comunale, fatti salvi le previsioni degli strumenti di pianificazione territoriale, paesaggistica e urbanistica vigenti e i pareri degli enti preposti alla tutela»;

(8) vedi Legge 5 agosto 1978, n. 457 Norme per l’edilizia residenziale Art. 32. Disposizioni particolari

(…)

comma 3. Nei comuni con popolazione superiore a 50 mila abitanti, per gli interventi di rilevante entità non convenzionati ai sensi della legge 28 gennaio 1977, n. 10 o della presente legge, la concessione può essere subordinata alla stipula di una convenzione speciale mediante la quale i proprietari assumono, anche per i loro aventi causa, l’impegno di dare in locazione una quota delle abitazioni recuperate a soggetti appartenenti a categorie indicate dal comune, concordando il canone con il comune medesimo ed assicurando la priorità ai precedenti occupanti.

Lettera al Ministero degli Esteri per il concorso di Funzionario Archivista

Roma, 23 dicembre 2021

Spett.le MINISTERO degli AFFARI ESTERI
Direttore generale per le risorse e l’innovazione del MAE

Oggetto: Concorso, per titoli ed esami, a dieci posti di funzionario archivista di Stato/di biblioteca, terza area F1. Pubblicazione:  G.U. 4° Serie speciale del 10 dicembre 2021. Scadenza 24 gennaio 2022.

A seguito di alcune segnalazioni pervenute dai soci delle nostre Associazioni circa I’avviso in oggetto, ci preme sottolineare che, pur apprezzando l’indizione di un concorso pubblico per titoli ed esami a dieci (10) posti di “funzionario archivista di Stato/di biblioteca”, terza area funzionale, fascia retributiva F1, del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, i criteri di ammissione al concorso (di cui all’ art. 2 del bando) risultano, a nostro parere, gravemente riduttivi e incompatibili con i criteri stabiliti a livello nazionale per l’affidamento del patrimonio culturale archivistico e biblioteconomico previsto dal dm … ai sensi della legge… e nel rispetto dell’art. 9 della Costituzione.

Il bando prevede infatti la sola richiesta di lauree umanistico-sociale (senza peraltro distinguere tra lauree triennali e magistrali) per la figura dell’archivista di Stato (di un profilo, quindi, destinato ad assumere un ruolo centrale nella salvaguardia della documentazione storica prodotta dallo Stato sia pure limitata a quella prodotta dal Ministero degli esteri) e solo come titoli aggiuntivi i titoli di specializzazione (art. 7 del bando). A fronte di un processo di selezione particolarmente complesso e basato sull’accertamento di specifiche conoscenze di settore – anche di stampo manageriale (es. DPR 445/2000, D.lgs 82/2005, L. 241/1990) – è necessario che, per la figura dell’archivista di Stato, il titolo di base debba essere integrato necessariamente dal titolo di specializzazione come requisito imprescindibile, cosa del resto prevista dalla recente previsione di concorso a 270 posti per il Ministero della cultura (decreto-legge 9 giugno 2021, n. 80 convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2021, n. 113, art. 1 bis).

Difatti, la semplice richiesta di un diploma di laurea di generico ambito umanistico-sociale (per di più riducibile anche alle sole lauree triennali), non accompagnato da una successiva attestazione di specializzazione, è estremamente riduttiva e del tutto insufficienti ad assicurare qualità e competenze per svolgere tale funzione. Ricordiamo a questo proposito che Ia figura deII’archivista di Stato, definita sia dalla norma tecnica UNI (UNI 11536:2014), sia dalla legge 110/2014 con riferimento all’art. 9/bis del codice dei bbcc e il DM. 244/2019 profilo archivista (allegato 3, fascia 1), è peraltro largamente riconosciuta a livello nazionale mediante percorsi di studio, che possonoessere così riassunti:
• lauree magistrali nel settore (classe LM 5 indirizzo archivistico),
• lauree quadriennali vecchio ordinamento in Beni Culturali indirizzo archivistico,
• altre lauree quadriennali o specialistiche
alle quali aggiungere un titolo di terzo livello, come indicato dalla norma.

I percorsi indicati sono ampi, consentono forme di specializzazione diverse, ma tutte rispettose del principio fondamentale del riconoscimento professionale e di competenza che guida da sempre la tutela e la tenuta del patrimonio documentario del nostro Paese e a cui peraltro lo stesso Ministero degli esteri si era finora attenuto. La figura dell’archivista, sia che operi come archivista di Stato sia che agisca come archivista nell’ambito di istituzioni bibliotecarie, deve possedere i requisiti così come indicati nella norma di riferimento (come giustamente ricordata nel preambolo del bando in oggetto) e che è oggetto di uno specifico allegato diverso da quello della figura del bibliotecario (dm 244/2019 all. 3 “Profilo archivista”, all. 4 “Profilo bibliotecario”).
Si osserva, inoltre, che il rispetto delle competenze professionali tecniche non è in alcun modo compatibile con un concorso che include un doppio profilo con un’unica selezione al ribasso che non distingue tra le due distinte professioni di archivista e di bibliotecario.

In linea con le iniziative avviate anche a livello parlamentare (7 Commissione permanente del Senato) che riconoscono la crescente rilevanza strategica del patrimonio documentario italiano e in vista della Conferenza internazionale dell’International Council on Archives che a settembre 2022 vedrà riunite a Roma per la prima volta le istituzioni archivistiche di tutto il mondo, riteniamo quindi essenziale che si modifichi il bando tenendo conto di quanto espresso, distinguendo in particolare gli ambiti di competenza archivistica e bibliotecaria e individuando per entrambi i profili i requisiti di ammissione necessari.
Certi di trovare apertura e disponibilità, cogliamo l’occasione per augurare la prosecuzione di un buon lavoro.

La Presidente ANAI
Micaela Procaccia

La Presidente dell’Associazione Bianchi Bandinelli
Rita Paris

Il Presidente AIDUSA
Federico Valacchi

foto Gianni o O (Wikimedia Commons)

Antonio Cederna: La mia Roma

La mia Roma è quella che ci deve essere e quindi bisogna dare ogni sforzo perché diventi quella che deve diventare e non quella che molti cercano di distruggere.” (Roma ieri oggi domani, 1992).
Così risponde in una intervista Cederna, che ha dedicato 45 anni della sua vita per difendere questa meravigliosa citta.

 

ANTONIO CEDERNA la mia Roma

Roma, 3 dicembre 2021, ore 16:30
Museo dell’Ara Pacis, Auditorium
Via di Ripetta, 190

Conferenza di Vezio De Lucia per ricordare Antonio Cederna e la sua opera in particolare per Roma

Incontro, in collaborazione con la Sovrintendenza Capitolina
Non è necessaria la prenotazione.

Presenta:
Maria Vittoria Marini Clarelli
Sovrintendente Capitolina ai Beni Culturali

Introduce:
Rita Paris
Presidente Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

Conferenza di:
Vezio De Lucia

Partecipano:
Giulio Cederna, Pier Luigi Cervellati, Alberta Campitelli, Giovanni Caudo, Adriano Labbucci, Stefanella Quilici Gigli, Mirella Di Giovine, Walter Tocci, Claudia Conforti, Ebe Giacometti, Michele Campisi, Carlo Pavolini, Gaia Pallottino, Massimo De Vico Fallani, Maria Pia Guermandi, Vittorio Emiliani, Paolo Berdini, Francesco Erbani, Alessandra Valentinelli, Francesco Scoppola, Piero Meogrossi, Paolo Gelsomini.

è prevista la presenza dell’Assessore alla Cultura Miguel Gotor

Scarica la locandina con il programma

Addio a Desideria Pasolini dall’Onda

L’associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli ha avuto l’onore di assegnare, nel 2015, a Desideria Pasolini dall’Onda il premio speciale “La tutela come impegno civile”, nella sua prima edizione, su  impulso del direttivo e del presidente Vezio De Lucia.

Desideria Pasolini dall’Onda, che ci ha lasciati il 30 ottobre, nel 1955 è stata fra i fondatori di Italia Nostra con Elena Croce, Giorgio Bassani, Umberto Zanotti Bianco, Luigi Magnani, Hubert Howard e Pietro Paolo Trompeo. Da allora è sempre stata in prima linea nella difesa dell’arte, del paesaggio, dei beni culturali e dei centri storici. Accanto ad Antonio Cederna si è battuta per la salvezza dell’Appia Antica e contro la speculazione fondiaria. Legata da amicizia e concordanza d’intenti con i fondatori dell’Associazione, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Giulio Carlo Argan e Giuseppe Chiarante, ha collaborato fin dall’inizio alla vita dell’Associazione.

Tra i tanti ricordi per Desideria Pasolini dall’Onda riportiamo quello della nostra socia Gaia Pallottino, a lei particolarmente legata in Italia Nostra e nella vita, fino all’ultimo.

Nel ricordo e nel rimpianto struggente degli anni passati a Italia Nostra, lavorando a fianco di Desideria Pasolini dall’Onda, una certezza mi rallegra  profondamente: avere contribuito con estrema determinazione alla sua elezione (non senza contrasti) alla  presidenza di Italia Nostra, di cui Desideria era stata una più che autorevole fondatrice, esperta storica dell’arte e dei giardini storici, sensibilissima nella difesa del nostro patrimonio culturale.

È stata una grande presidente, riportando l’associazione nel pieno del dibattito culturale del paese, facendo grandi battaglie, a volte riuscendo perfino a vincerle!

Ha insegnato tantissimo sul paesaggio e sull’importanza del cosiddetto patrimonio culturale minore. Era molto riservata sulla sua vita, ma mi raccontava come avesse ereditato il suo amore per l’arte da una nonna, sposa quasi bambina del conte Pasolini, giunta a Roma dalla Romagna che, insaziabile di bellezza, passava le sue giornate girando per Roma con la protezione di un cameriere, fotografando tutto quello che vedeva.

Grazie, cara Desideria, di tutto quello che ci hai dato, ci mancherai molto.

Gaia Pallottino

Beni culturali: a sud del sud.

Non può che destare sconcerto e preoccupazione la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (n.82 del 15-10-2021),  di un concorso, bandito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, per  il  reclutamento  a  tempo  determinato   di 2022 funzionari (Area III, F1) nelle  amministrazioni  pubbliche  con   ruolo  di  coordinamento  nazionale  nell’ambito  degli  interventi   previsti dalla politica di coesione dell’Unione europea e nazionale   per  i  cicli  di  programmazione  2014-2020  e  2021-2027,   nelle   autorità di gestione, negli organismi  intermedi  e  nei  soggetti   beneficiari delle Regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria,  Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, per i quali si richiede il solo possesso della laurea triennale. Le assunzioni riguardano anche il Ministero della Cultura.

Mentre da più parti si chiede una seria riflessione sull’assetto legale degli Istituti siciliani di tutela del patrimonio culturale, in specie archeologico, sull’urgente rispristino dei ruoli tecnici del tutto mortificati, così come sulla necessità di un monitoraggio ex post degli effetti prodotti dal ciclo di interventi di riordino del Ministero della Cultura, si assiste, dunque, a un ulteriore depauperamento della strumentazione tecnico-scientifica richiesta a chi è chiamato alla tutela del patrimonio culturale. Ci si domanda quale sia la ratio che ha guidato le scelte della Presidenza del Consiglio dei Ministri, la cui rinuncia alla richiesta del grado più elevato delle conoscenze e delle competenze in materia di patrimonio culturale avrà immediato impatto sui comprensori regionali – quelli declinati nel bando – che già al momento soffrono di minori attenzioni da parte ministeriale e che più di altri saranno interessati dagli interventi richiamati in epigrafe.

Ci si chiede, a latere, se il Ministro della Cultura concordi sulle scelte operate in merito ai requisiti di partecipazione al bando di concorso o se ritenga, piuttosto, che la sottostima delle conoscenze e competenze scientifiche previste per i titoli di accesso sia non solo in contrasto con il bagaglio tecnico-scientifico previsto per il concorso per l’assunzione di 500 funzionari del 2018 e cioè: laurea (specialistica o magistrale o titoli equipollenti) diploma di specializzazione (ad eccezione dei restauratori), o un dottorato di ricerca, o un master universitario di secondo livello di durata biennale, ma perfino con quello prescritto dall’art. 25 del Codice dei contratti pubblici per la verifica preventiva dell’interesse archeologico. Un paradosso, quest’ultimo: i funzionari responsabili del procedimento di evidenza pubblica dovranno indirizzare, controllare, approvare l’attività di professionisti maggiormente titolati.

Foto Robert Jones da Pixabay

Lettera aperta al Presidente della Regione Sicilia, On. Nello Musumeci

L’Associazione Ranuccio Bianchi BandinelliItalia Nostra e l’Associazione Memoria Futuro hanno inviato una lettera al Presidente della Regione Sicilia, On. Nello Musumeci, per chiedergli chiarimenti in merito a sue recenti dichiarazioni nelle quali pare voler affermare il principio che i Parchi Archeologici siciliani non debbano essere diretti da archeologi.

I problemi nascono dal fatto che gli organi tecnico-scientifici dell’Assessorato dei beni culturali e dell’identità siciliana sono stati assorbiti dentro l’elefantiaca macchina burocratica regionale, senza assicurare la necessaria specificità di questi Istituti ed il rispetto delle norme con cui vennero istituiti, le leggi regionali 80/1977 e 116/1980 tuttora vigenti. È imminente una nuova, ennesima, rimodulazione di tutta l’amministrazione regionale che cancellerà definitivamente ogni rispetto delle competenze disciplinari (ambientale, archeologica, architettonica, bibliografica e storico- artistica) nelle Soprintendenze, Gallerie d’Arte, Musei e Parchi archeologici, accorpando le sezioni tecnico- scientifiche entro mega unità operative indistinte.

Scelta in contrasto con il Codice dei beni culturali e del paesaggio, all’articolo 9 bis, e dal D.M. 244/2019 che ha dato recentemente un ordinamento alle professioni dei beni culturali, indicando tra le attività proprie degli archeologi di prima fascia la direzione dei Parchi archeologici. Il Codice e la normativa che ne discende è vigente in Sicilia dal momento della sua approvazione, trattandosi di norme di riforma economico- sociale, come ha più volte ribadito la Corte Costituzionale.

La ridotta presenza di archeologi nei ruoli di direzione dei Musei e Parchi archeologici siciliani (solo 5 direttori archeologi su 15 Servizi e nessuno nelle decine di unità operative), denunciata anche dalla Corte dei Conti, è una delle cause della mancata progettazione di interventi sui beni culturali con i fondi europei del Programma 2014-2020. 

Serve un patrimonio di conoscenze per curare e promuovere il valore culturale del patrimonio archeologico. Invece, nell’amministrazione regionale gli archeologi sono banditi dai ruoli direttivi e da vent’anni non si fanno più concorsi per le qualifiche dei professionisti dei beni culturali, precludendo ad intere generazioni la possibilità di dare il proprio contributo, con gravi danni alla capacità di innovazione e rinnovamento del sistema siciliano di tutela, che sembra destinato inesorabilmente a scomparire. La soluzione a questo stato di crisi non è certo la sostituzione degli archeologi con non ben precisate figure di “manager” ma la ricostruzione dell’assetto legale degli Istituti regionali di tutela, tramite il rispristino dei ruoli tecnici dei beni culturali prescritti dalla L.r. 116/1980 con le successive modifiche.

 

Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

Italia Nostra

Associazione Memoria e Futuro – ODV

Immagine Benoit_Brochet da Pixabay

La crisi del sistema dei Parchi Archeologici Siciliani e le possibili soluzioni

Il 20 maggio scorso l’Assessore ai beni culturali della Regione Siciliana ha provveduto a nominare  i componenti dei Comitati tecnico-scientifici di due dei 13 Parchi archeologici siciliani istituiti ai sensi del Titolo II della L.R. 20/2000 e attualmente commissariati. Per questi Comitati, come per il Consiglio del Parco della Valle dei Templi di Agrigento, istituito ai sensi del Titolo I della medesima legge, è prevista la presenza dei sindaci dei comuni interessati che, con gli altri membri, cioè il soprintendente e tre esperti, hanno diritto di voto sui pareri tecnici con potere decisionale e non consultivo, come invece avviene nei Parchi archeologici statali.

A tale riguardo le associazioni firmatarie di questo documento esprimono grave preoccupazione per la tutela del patrimonio archeologico, in particolare per la presenza preponderante di rappresentanti politici in tali comitati e, più in generale, rispetto all’attuale caos organizzativo dei 14 Parchi archeologici siciliani. In data odierna trasmettono il presente documento al Presidente della Commissione Cultura dell’Assemblea Regionale Siciliana con la richiesta di audizione al fine di esporre le criticità e le proposte rappresentate qui di seguito.

A vent’anni dalla L.R. 20/2000 che ha istituito il “sistema dei parchi archeologici siciliani”, questi luoghi della cultura, infatti, versano in una crisi istituzionale e gestionale che sembra irreversibile, e per la quale è necessaria una revisione sulla base della più recente normativa nazionale di tutela

I 14 Parchi archeologici, infatti, sono stati inglobati, nel giugno 2019, entro megaservizi che esorbitano ampiamente dai limiti territoriali disposti dai decreti di perimetrazione, giungendo ad una vastità incomprensibile, a volte fino ad estensioni extra-provinciali. Ecco perché nei due Comitati tecnici finora costituiti sono stati nominati i sindaci di numerosi comuni ove ricadono i “luoghi della cultura” illegittimamente accorpati nei cosiddetti “Parchi”: ben nove nel Parco di Himera e cinque nel Parco di Tindari.

Dentro queste strutture sono stati inglobati alla rinfusa tutte le aree archeologiche demaniali e i musei di qualunque tema, grandi e piccoli, sparsi nei territori. L’obiettivo dichiarato di tali accorpamenti è “la gestione dei custodi”. Non ci si è posti, invece, la questione della dotazione di archeologi da assegnare agli Istituti di tutela. Per cui adesso, come risulta dalla tabella che alleghiamo, solo 4 di questi Parchi sono diretti da archeologi e nessuna delle molte unità operative che hanno tale competenza ha un responsabile archeologo.

Questo organigramma, privo delle dovute competenze specialistiche, e la stessa composizione, in larga parte non tecnica, dei Comitati tecnico-scientifici è in evidente contrasto con l’ordinamento professionale previsto dalla L. 110/2014, da cui discende l’articolo 9 bis del Codice dei beni culturali e del paesaggio, e dal D.M. 244/2019.

Ricordiamo come attualmente solo per una minima parte dei fondi europei del Programma 2014- 2020 siano stati approntati progetti sui beni culturali, dei quali assegnati appena 900.000 euro a fronte dei 65 milioni destinati all’Assessorato ai Beni Culturali.

Occorre restituire a questi Istituti regionali di tutela l’assetto organizzativo previsto dalle leggi, riassegnando ai suoi componenti i compiti di ricerca scientifica, conservazione, valorizzazione, fruizione e gestione del patrimonio archeologico loro affidato.

Per far questo riteniamo necessari i seguenti interventi:

  • le strutture dei 14 Parchi archeologici siciliani devono essere riportate alle perimetrazioni definite nei decreti assessoriali. In tal modo si restituirà alle Soprintendenze provinciali la competenza delle aree archeologiche tutelate e dei piccoli musei territoriali, mentre i grandi Musei regionali, come il “Paolo Orsi” di Siracusa o il “Pietro Griffo” di Agrigento, devono tornare ad avere la necessaria autonomia scientifica e gestionale;
  • nell’assetto amministrativo regionale deve essere ripristinato il ruolo tecnico dei beni culturali, ai sensi delle vigenti LL.RR. 80/1977, 116/1980 e 8/1999, e devono essere riconosciuti nei ruoli dirigenziali e direttivi i profili professionali specialistici dei beni culturali, ai sensi dell’art. 9bis del Codice dei beni culturali e del paesaggio. In tale modo sarà possibile procedere all’indizione di nuovi concorsi per dotare gli Istituti regionali di un organico tecnico-scientifico adeguato ai compiti costituzionali di tutela del vasto patrimonio culturale conservato in Sicilia;
  • deve essere rispettata la normativa riguardante la progettazione e la direzione degli interventi sui beni culturali, prevedendo sempre la figura professionale dell’archeologo nel ruolo di progettista, direttore dei lavori di scavo, restauro, valorizzazione e fruizione del patrimonio archeologico;
  • nella composizione dei Comitati tecnico-scientifici dei Parchi archeologici siciliani si deve prevedere, con funzioni consultive, solo la partecipazione dell’esperto designato dai sindaci dei Comuni ove ricade la perimetrazione del Parco decretata, come peraltro già previsto dalla legge, assicurando allo stesso tempo una congrua presenza di tecnici in possesso delle competenze previste dalla normativa vigente (L. 110/2014, D.M. 244/2019). Allo stesso tempo, da un punto di vista procedurale si deve chiarire come l’approvazione dei progetti archeologici da parte di tali organi non può derogare dalle competenze contenute nel Codice dei beni culturali e del paesaggio. Riteniamo, infatti, che quanto disposto dalla L.R. 20/2000, cioè che il parere di tali Comitati sui progetti del Parco sostituisce l’autorizzazione della Soprintendenza competente per territorio, sia illegittimo perché in contrasto con il Codice dei beni culturali e del paesaggio che, come più volte ribadito dalla Corte Costituzionale, costituisce norma di rango superiore alle legislazioni regionali. Chiediamo quindi la non applicazione e l’abrogazione di tale norma contenuta nella L.R. 20/2000.

I Parchi Archeologici siciliani rappresentano, oltre all’implicito ruolo di custodia della memoria storica e geografica identitaria di lungo periodo, una occasione innovativa e dinamica di partecipazione culturale e sociale. Questo ruolo non può comunque essere distorto da manipolazioni improprie e finalizzate ad altra natura se non quella della corretta valorizzazione culturale. Le attuali strutture amministrative non appaiono interpretare e corrispondere a questa occasione fondamentale soprattutto se arretrate sulle posizioni puramente amministrative, prive di ambiti disciplinari appropriati e di autonomia scientifica dalla sfera di rappresentanza politica. I ruoli estranei alla natura significante di questi singolari comparti territoriali rappresentano inoltre un forte pregiudizio alla prospettiva di una corretta crescita comunitaria. La presenza di un sindaco è lecita nella sua sostanziale funzione collaborativa, ma se diventa dominante nelle posizioni strategiche decisionali è irrispettosa dell’autonomia necessaria all’esercizio della tutela ed alla libertà delle azioni di valorizzazione e di ricerca, fini supremi cui devono concorrere i Parchi archeologici.

21 giugno 2021

 

I proponenti

  • Rita Paris – Presidente Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli
  • Ebe Giacometti – Presidente Italia Nostra
  • Michele Campisi – Italia Nostra (responsabile nazionale Beni Culturali)
  • Leandro Janni – Presidente Italia Nostra Sicilia
  • Angela Abbadessa – Presidente Confederazione Italiana Archeologi
  • Enrico Giannitrapani – Presidente Confederazione Italiana Archeologi Sicilia

 

Primi sottoscrittori

  • Salvatore Settis – Professore Emerito di Archeologia Classica e Presidente del Consiglio Scientifico del Louvre
  • Paolo Liverani – Presidente della Consulta di Topografia Antica
  • Gioacchino Francesco La Torre – Professore Ordinario di Archeologia Classica, Università di Messina
  • Carlo Pavolini – già Professore Associato di Archeologia Classica, Università della Tuscia
  • Paolo Maddalena – Presidente Associazione Attuare la Costituzione
  • Adriana Laudani – Presidente Associazione Memoria e Futuro
  • Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali
  • Collegio Siciliano di Filosofia
  • Associazione Italiana di Cultura Classica
  • Italia Nostra Messina
  • Italia Nostra Melilli
  • Rosalba Amato (già dirigente Museo Paolo Orsi Siracusa)
  • Elisa Bonacini (Progetto #iziTravel Sicilia)
  • Concetta Ciurcina (già Soprintendente di Siracusa)
  • Assotecnici

Scarica il comunicato completo con l’organigramma dei Parchi Archeologici Siciliani

 

Foto Ulrike Leone da Pixabay