Assemblea Regionale Siciliana: DDL sui Beni Culturali è incostituzionale

Il disegno di legge intitolato “Disposizioni in materia di beni culturali e di tutela del paesaggio” in questi giorni in discussione all’Assemblea Regionale Siciliana (a firma dei deputati Sammartino, Aricò, Bulla, Cafeo, ecc.), presenta nel suo insieme aspetti di incostituzionalità riguardo al mancato rispetto del principio dettato dall’articolo 9 dell’obbligo della tutela del “Paesaggio e del patrimonio storico artistico della Nazione” e contiene norme che confliggono con la legislazione nazionale di tutela che dà attuazione al dettato costituzionale dell’art. 9.

Le associazioni Italia Nostra e Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli esprimono grande preoccupazione in merito a tale disegno di legge che presenta aspetti di illegittimità, in quanto il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio non è suscettibile di recepimento perché è legge vigente fin dalla sua approvazione tramite D.L. n.42/2004 e s.m.i. Il DDL si configura, quindi, come travalicamento dei limiti imposti alle norme regionali dalla gerarchia delle leggi nell’ordinamento giuridico italiano. Inoltre, modificherebbe i compiti istituzionali degli organi tecnico-scientifici regionali delegati dallo Stato ad esercitare gli obblighi di tutela del patrimonio culturale imposti dal dettato costituzionale.

Invece il disegno di legge in esame non affronta le problematiche reali dell’attuale sistema regionale di tutela, queste di sua esclusiva competenza, che costituiscono la causa principale dell’inefficienza amministrativa nell’espletamento da parte della Regione Siciliana dei compiti costituzionali di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale conservato nei suoi territori, per il quale è competente a seguito della delega delle funzioni statali da parte del Presidente della Repubblica, contenuta nei DPR nn. 635 e 637 del 30 agosto 1975.

L’inefficienza amministrativa discende dalle attuali distorsioni nell’assetto organizzativo dell’amministrazione regionale dei beni culturali che sono evidenti anche solo a scorrere l’organigramma delle strutture centrali e periferiche dell’Assessorato dei beni culturali e dell’Identità siciliana. Infatti, a seguito dell’istituzione del “ruolo unico della dirigenza” con la L. R. 10/2000, e della conseguente soppressione di fatto del “ruolo tecnico dei beni culturali”, è sparito qualsiasi ordinamento disciplinare degli incarichi dirigenziali e direttivi delle Soprintendenze, Biblioteche, Musei e Parchi archeologici.

Ad esempio quasi tutti i Parchi e i Musei archeologici, come anche la maggioranza delle sezioni tecnico scientifiche per i beni archeologici delle Soprintendenze non sono dirette da archeologi, come anche tutte le sezioni per i beni storici-artistici, demoetnoantropologici e bibliografici delle Soprintendenze siciliane non siano dirette rispettivamente da storici dell’arte, antropologi e bibliotecari.

Oggi l’intero sistema istituzionale pluridisciplinare di tutela del patrimonio culturale della Regione Siciliana, fondato sulla unificazione di competenze diverse negli stessi enti di tutela, le Soprintendenze territoriali, è stato disarticolato. Tale crisi del sistema regionale di tutela si evidenzia in tutta la sua gravità oggi nel confronto con l’attuale sistema nazionale che ha preso a modello proprio le Soprintendenze uniche siciliane per una riforma delle strutture periferiche del MiBACT, con la finalità dichiarata di realizzare una tutela multidisciplinare e contestuale del patrimonio culturale della Nazione. La tutela olistica dei beni culturali, obiettivo dichiarato della innovativa normativa regionale, prodotta quarant’anni fa in forte anticipo con il quadro legislativo nazionale, è, oggi, proprio in Sicilia, impossibile da realizzare da parte delle Soprintendenze a causa del caos organizzativo prodotto da successive leggi e atti amministrativi che hanno distrutto l’assetto multidisciplinare degli Istituti siciliani di tutela.

L’unica ossessione dei Governi regionali che si sono succeduti in questi ultimi decenni è stata ed è ancora il pervicace tentativo di sottrarre ai competenti Organi tecnico scientifici, delegandole all’esecutivo o agli enti locali, le autorizzazioni paesaggistiche, al fine di “liberare” dai vincoli di tutela dettati dalla Costituzione la pianificazione territoriale e renderla assoggettabile agli interessi speculativi.

In conclusione, il disegno di legge in esame si rappresenta come un dispositivo di norme che, per un verso, hanno l’obiettivo dichiarato di recepire la legislazione nazionale di tutela del patrimonio culturale e paesaggistico, che, invece, non è assolutamente suscettibile di recepimento, in quanto norma di rango costituzionale. Per altro verso, tali norme rivelano chiaramente l’obiettivo strumentale, non confessabile, di depotenziare in Sicilia la potestà di autorizzazione degli Enti regionali di tutela, la cui azione è stata, per la verità, già molto fiaccata dal rapporto troppo stretto con gli esecutivi politici che hanno determinato, negli ultimi decenni, un continuo svuotamento degli organici tecnico-scientifici ed un vero e proprio caos organizzativo.

Ebe Giacometti
Presidente Italia Nostra

Rita Paris
Presidente Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

Leandro Janni
Presidente Italia Nostra Sicilia

Auguri Desideria!

Desideria Pasolini dall’Onda compie oggi 100 anni e vogliamo rivolgere a lei i nostri auguri più cari per l’impegno di una vita dedicata alla tutela del patrimonio culturale e ambientale del Paese.

Desidera, appartenente a una delle più antiche famiglie di Ravenna, vera imprenditrice agricola e quindi esperta e appassionata anche di paesaggio agrario, ha fondato nel 1955 Italia Nostra con Elena Croce, Giorgio Bassani, Umberto Zanotti Bianco, Luigi Magnani, Hubert Howard e Pietro Paolo Trompeo, diventandone Presidente dal 1996 al 2005.

Da allora è sempre stata in prima linea nella difesa dell’arte, del paesaggio, dei beni culturali e dei centri storici. Accanto ad Antonio Cederna si è battuta per la salvezza dell’Appia Antica e contro la speculazione fondiaria.

E’ stata legata per amicizia e concordanza d’intenti con i fondatori dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, Giulio Carlo Argan e Giuseppe Chiarante, collaborando con questa Associazione fin dalla sua fondazione nel 1991. Il direttivo dell’Associazione, con la presidenza di Vezio De Lucia, le ha conferito il premio “La tutela come impegno civile” nella sua prima edizione del 2015.

Tra gli altri amici, gli auguri di buon compleanno da parte dell’Associazione Bianchi Bandinelli e da Rita Paris, Gaia Pallottino, Maria Pia Guermandi, Vittorio Emiliani, Vezio De Lucia, Paolo Berdini.

27 aprile 2020

Dopo la tempesta. Lettera appello delle Associazioni Culturali

La gravità della situazione cui la pandemia ha ridotto il sistema che ruota attorno al patrimonio culturale diventa ogni giorno più evidente: gli effetti del tracollo rischiano di travolgere moltissime realtà a partire da quelle più fragili e restituirci quindi un contesto immiserito, perché più povero di saperi e competenze.

La ripresa e la rapidità con cui questa potrà avvenire dipendono in buona parte dalle risorse che lo Stato potrà mettere in campo. Ma non solo: a fronte di aiuti che potranno essere elargiti occorre che la mano pubblica, e, nello specifico il Ministero, assuma il ruolo di guida politica e culturale a tutti gli effetti, e rioccupi gli ambiti di competenze che gradualmente sono state esternalizzate, sottraendole alle professionalità specialistiche che costituiscono la specificità di questo dicastero.

Si tratta insomma di cogliere l’occasione per una riorganizzazione del sistema che miri a correggere le distorsioni accumulate negli ultimi decenni. Occorre correggere l’asimmetria consolidatasi nel tempo tra poche realtà che hanno goduto di una situazione di indubbio favore in termini economici, in pratica un oligopolio che, per di più, non ha saputo approfittare di questo vantaggio in termini di innovazione manageriale o culturale e il numero elevato di lavoratori professionisti spesso iperspecializzati che, riuniti in piccole forme associative o come singoli costituiscono ora un esercito di precari affidati ad un mercato caratterizzato da grande incertezza, scarsa programmazione e scarse tutele, ridotto in una crisi senza prospettive dalla situazione che si è determinata.

Le Associazioni che promuovono questa lettera-appello chiedono quindi che le risorse straordinarie che saranno auspicabilmente messe a disposizione in questo ambito siano utilizzate sulla base di un preciso progetto che tenga conto in egual misura della tutela del patrimonio e dei lavoratori. Non è più tempo di finanziamenti a pioggia e le risorse che vi saranno – inevitabilmente inferiori rispetto alle enormi necessità che si profilano – dovranno essere utilizzate secondo strategie e gerarchie esplicite, che stabiliscano priorità e modalità e assieme garantiscano un equo riconoscimento a chi lavora nel settore, spesso con ruoli di grande responsabilità, spostando finalmente l’attenzione – sinora concentrata ossessivamente su “grandi progetti” e “grandi attrattori” – su territorio e  patrimonio diffuso.

A tal fine le Associazioni firmatarie si dichiarano pronte fin da adesso a fornire il proprio supporto in termini di esperienze e competenze affinché questa opportunità – imperdibile – sia colta a vantaggio sia del nostro patrimonio culturale che della qualità di vita di chi ci lavora e, quindi, dell’intera collettività.

Emergenza Cultura, Italia Nostra, Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, Comitato della Bellezza, Consulta Universitaria Nazionale per la Storia dell’Arte, Consulta Universitaria di Topografia Antica, ANAI- Associazione Nazionale Archivistica Italiana

21 aprile 2020

Rinviato l’incontro “Narrazione e Realtà” del 13 Marzo

Informiamo che l’Associazione Bianchi Bandinelli, per motivi precauzionali circa le note disposizioni vigenti in materia di Sanità, è costretta a rinviare l’incontro Narrazione e realtà.  Lo stato dei beni culturali di riforma in riforma, che si sarebbe dovuto tenere a Roma presso l’Accademia Nazionale di San Luca il 13 marzo 2020, ore 14:30.

Ci auguriamo di potere comunicare quanto prima una nuova data.

Narrazione e realtà. Lo stato dei beni culturali di riforma in riforma

Nella linea della tradizione, l’Associzione, da sempre impegnata, tra altri temi, anche degli aspetti connessi con la gestione del patrimonio e dei cambiamenti attuati all’intero del Ministero, esprime anche in questa fase di profonde trasformazioni la propria visione. L’incontro del 13 marzo che segue altri incontri organizzati nel corso del 2019 su Soprintendenze, Musei, Archivi, Biblioteche e Patrimonio Demoetnoantropologico, si articola con brevi interventi introduttivi e un dibattito a cui partecipano esperti e rappresentanti di Associazioni e Istituzioni.

L’incontro, ospitato dall’Accademia Nazionale di San Luca, è in collaborazione con Italia Nostra, il Comitato per la Bellezza, ICOMOS.

 

Roma, 13 marzo 2020, ore 14:30
Accademia Nazionale di San Luca
Piazza Accademia di San Luca 77, Roma

Presentazione:
Francesco Moschini
Segretario Generale Accademia Nazionale San Luca

Interventi introduttivi:
Rita Paris
Presidente Associazione Bianchi Bandinelli
Vittorio Emiliani
Giornalista, scrittore
Paolo Liverani
Docente Topografia Antica, Università degli studi Firenze
Michele Campisi
Storico architettura, Italia Nostra
Modera:
Carlo Pavolini
Docente di Archeologia

Intervengono al dibattito:
Ebe Giacometti
Presidente Italia Nostra Nazionale
Giovanni Losavio
Magistrato, Italia Nostra
Stefanella Quilici Gigli
Professore emerito Topografia antica, Università della Campania
Luigi Malnati
già Direttore Generale Mibact
Fulvio Cervini
Docente Storia dell’Arte, Università degli studi Firenze
Battista Sangineto
Docente Archeologia dei paesaggi, Università della Calabria
Irene Berlingò
Archeologa, già Dirigente Mibact
Ferruccio Ferruzzi
Dirigenza UIL Beni Culturali
Claudio Meloni
Coordinatore Nazionale FP CGIL
Madel Crasta
Docente Master Culture del Patrimonio
Alberto Petrucciani
Docente Catalogazione, Sapienza Università di Roma
Mariella Guercio
Docente di Archivistica, Sapienza Università di Roma
Paolo Salonia
Consigliere esecutivo ICOMOS Italia, Dirigente di Ricerca Associato CNR
Carmelina Ariosto
Archeologa, Parco Archeologico Appia Antica
Alessio De Cristofaro
Archeologo, Soprintendenza Speciale ABAP Roma
Associazione Mi riconosci?
Modera:
Rita Paris
Segue aperitivo

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Giovanni Losavio: Per la legge di tutela degli insediamenti urbani storici voluta dalla Carta di Gubbio

La proposta di legge alla cui redazione si è impegnata l’associazione Bianchi Bandinelli (con i contributi non marginali di chi sta nella nostra associazione) ha l’ambizione, io credo non sbagliata, di costituire l’adempimento a sessant’anni di distanza (e ovviamente tenuto conto delle non poche novità istituzionali, come innanzitutto l’attuazione dell’ordinamento regionale e della riforma costituzionale del Titolo V) della rivendicazione di quell’“urgente provvedimento di legge generale” che la Carta di Gubbio nella sua formulazione conclusiva aveva indicato come finalità primaria. Se è così, credo che Italia Nostra debba valutare di assumere in proprio quella proposta di legge (già introdotta sia in Senato che alla Camera) e vorrei qui riuscire ad indicare buone ragioni perché l’associazione ne faccia l’obbiettivo a conclusione dei suoi seminari verso il convegno di settembre.

Sono due in sostanza gli intrecciati principi fondanti della Carta di Gubbio, espressione dell’orgoglio urbanistico che aveva allora animato la discussione tra chi si misurava sui problemi della città. L’insediamento urbano storico costituisce una complessa ma unitaria entità, con incisive caratteristiche e valori di cultura che esigono una speciale disciplina conservativa di tutela, necessariamente affidata alla cura propria dell’urbanistica, come elemento non separato ma integrato e partecipe del generale progetto della città contemporanea. Nell’attuazione di questi principi si era cimentato il ministro Fiorentino Sullo (1962) con la sua generosa e sfortunata proposta di legge che aveva messo in diretta relazione funzionale il controllo pubblico della allora necessaria espansione della città (attraverso la costituzione del demanio civico delle aree) e il risanamento conservativo dei centri storico-artistici ed ambientali, contenuto necessario del piano regolatore generale con i suoi vincoli da osservare nelle zone a carattere storico e ambientale. Questa testuale espressione, vincoli senza tempo e senza indennizzo, sarà poi ripresa e salvata in una legge del 1968 ed è diritto vigente. Le dichiarazioni di principio della Commissione interparlamentare di indagine Franceschini (1964 – 1966, essenziale il contributo di Astengo, c’è la sua firma nella mozione conclusiva del convegno di Gubbio), che dovevano valere come proposte per la revisione delle leggi di tutela, riconobbero quali beni culturali ambientali (sono espressioni dettate appunto di Astengo) le strutture insediative urbane che costituiscono unità culturale e testimoniano i caratteri di una viva cultura urbana e dunque postulano, nella loro cura, la competenza delle istituzioni di tutela. Non seguì questa indicazione la legge ponte, la 765 del 1967, che risolse nell’urbanistica, valorizzandola in questa funzione, la disciplina degli agglomerati urbani quando rivestano carattere storico artistico e di particolare pregio ambientale e, nell’adottato modello territoriale per zone omogenee, li riconosce come zona A, mentre l’attuativo decreto interministeriale dell’anno dopo (n. 1444) li affida a una disciplina prevalentemente conservativa con le prescrizioni di limiti di altezza, densità edilizia di distanza tra i fabbricati. La legge ponte tuttavia avverte che si tratta di materia che impegna la competenza, quindi concorrente, della istituzione della tutela, resa perciò partecipe di essenziali atti di pianificazione, sia nella formazione dei piani regolatori generali (per iniziativa del ministero della pubblica istruzione il decreto ministeriale di approvazione dei piani può introdurre le modifiche di ufficio riconosciute indispensabili per assicurare la tutela dei complessi storici monumentali e archeologici), sia nella stessa gestione della disciplina urbanistica, attribuendo ai soprintendenti non marginali attribuzioni consultive, come la definizione del perimetro degli abitati e, all’interno di quello, del centro storico, esercitate anche sui piani particolareggiati e perfino sui piani di lottizzazione. Attuato l’ordinamento regionale e conferita alle regioni potestà legislativa e funzioni amministrative nella materia urbanistica, vi furono comprese le attribuzioni già esercitate dagli organi statali della tutela che sono rimaste assorbite e quindi in pratica annullate nel governo dell’urbanistica. Un sistema rigidamente binario dove è negata ogni comunicazione tra le due parti, esclusi del tutto ministero beni culturali e soprintendenze dalla cura della città storica, che neppure il codice dei beni culturali (2004 – 2008) è stato capace di riconoscere quale bene culturale in sé, come aveva inascoltata chiesto Italia Nostra. Mentre ancora e soltanto nella legge ponte e nelle prescrizioni attuative del decreto 1444 sono stati colti, nel difetto di una apposita legge cornice in questa materia, i principi fondamentali di orientamento alla potestà legislativa delle regioni. Le quali se ne sono sentite progressivamente sciolte, nella indifferenza quando non nell’incoraggiamento del governo (che ha lasciato passare la eversiva, incostituzionale legge urbanistica – n.24 del 2017 – della regione Emilia Romagna) e del parlamento che con la legge (2013) del fare (del mal fare) ha dato facoltà alle regioni di derogare alle prescrizioni dello stesso decreto 1444, così svuotato della riconosciuta carica di veicolo di principi, anche nelle sue caute disposizioni sulle trasformazioni conservative (singolare ossimoro). Sicché è potuto accadere, lo segnalo perché è sorprendente vicenda qui a due passi da noi, che il Comune di Castelfranco Emilia sia stato legittimato a decretare, in variante alla disciplina conservativa del suo piano regolatore, la demolizione del vasto isolato delle case operaie insediato nel centro storico all’inizio del Novecento (con la benedizione – poteva mancare? – della soprintendenza).

Ebbene, nella consapevolezza di questo allarmante processo degenerativo, la proposta di legge che stiamo esaminando affronta con risolutezza il compito, eluso dagli anni 60 del Novecento, di tradurre in termini normativi le acquisizioni della cultura sulla città storica come monumento unitario nella complessità dei suoi valori, riconosciuta esplicitamente e a pieno titolo partecipe del patrimonio storico e artistico della Nazione, insomma una doverosa misura di attuazione costituzionale. E insieme si impegna a risolvere l’insuperabile nesso con il governo del territorio e con la potestà legislativa delle regioni al riguardo, concependo il riconoscimento normativo della qualità di bene culturale (specialissimo, di insieme) non come condizione di isolamento dal generale contesto urbano, ma al contrario come fattore della più appropriata partecipazione del nucleo storico dell’insediamento, con i suoi irrinunciabili caratteri, contenuti e funzioni, al progetto complessivo della città di oggi.

La proposta di legge muove dalla obbiettiva identificazione della città storica, operata attraverso il riferimento alla rappresentazione del nuovo catasto urbano come fissata generalmente nel paese con la fondamentale ricognizione del 1939, così sfuggendo alle insidie di soggettivi e mutevoli apprezzamenti discrezionali. Certo, un criterio convenzionale, ma non arbitrario, che fissa una riconoscibile fase cruciale nella storia dell’insediamento urbano alla vigilia del conflitto e sicuramente considerata nella elaborazione della cultura urbanistica di quegli anni che trovò espressione nella fondamentale, gloriosa, legge del 1942 (non ancora saputa superare). Un riconoscimento che non esige mediazioni applicative attraverso attardanti procedimenti amministrativi, come diretto effetto della legge, sul modello che si è rivelato efficace nella analoga ricognizione delle fondamentali strutture fisiche portanti del territorio/paesaggio della legge voluta dallo storico Galasso, allora sottosegretario al ministero beni culturali, nel 1985.

L’art.1 è il manifesto dell’insediamento storico detto con la cultura che echeggia la definizione cattaneana della città “considerata come principio ideale delle storie italiane” e subito indica, strumenti al fine di assicurare conservazione e pubblica fruizione, i modi della valorizzazione e della promozione dell’uso residenziale sia pubblico che privato, con i relativi servizi anche di artigianato. L’art.2 rende esplicito, con il richiamo all’art. 9 costituzione (dunque questa è legge di attuazione costituzionale) e alla legislazione esclusiva dello Stato nella materia dei beni culturali, l’assunto che gli insediamenti urbani storici stanno nel patrimonio storico e artistico della Nazione come beni culturali di insieme e dunque ad essi si addicono le misure di protezione e di conservazione dettate dal codice dei beni culturali e del paesaggio, che il comma 2 più specificamente ribadisce come “disciplina conservativa del patrimonio edilizio pubblico e privato, con divieto di demolizione e ricostruzione e di trasformazione dei caratteri tipologici e morfologici degli organismi edilizi e dei luoghi aperti, di modificazione della trama viaria storica e dei relativi elementi costitutivi, con divieto altresì di nuova edificazione anche degli spazi rimasti liberi; sono esclusi gli usi non compatibili ovvero tali da recare pregiudizio alla loro conservazione, a norma degli artt. 20 e 170 del Codice beni culturali e del paesaggio”. Dunque una rigorosa protezione assistita da un severo sistema sanzionatorio.

Al riconoscimento degli insediamenti urbani storici come beni culturali non consegue, non può funzionalmente conseguire, e più sopra ne abbiamo anticipato la ragione, la sottrazione della relativa tutela all’esercizio del governo del territorio e alla potestà legislativa delle Regioni al riguardo, come alla competenza di funzioni amministrative proprie dei Comuni che attengono ad assetto e utilizzazione del territorio (dettate nell’art.13 del t.u. delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, convalidate come loro proprie dall’art.118, comma 2, cost.) e da quel riconoscimento l’art. 3 di questa proposta ricava appunto la articolazione dei principi fondamentali che orientano la legislazione regionale di governo del territorio diretta alla speciale disciplina e individuano nello strumento urbanistico comunale l’istituto operativo della tutela. Che definisce il perimetro dell’insediamento storico quale risulta dal catasto edilizio urbano del 1939, individua edifici e altri immobili in ogni parte del territorio, oltre a quelli già assoggettati alla disciplina del codice, che presentano interesse storico per caratteristiche architettoniche/tipologiche in sé o in relazione al contesto dell’insediamento, assoggettati alla medesima disciplina conservativa; promuove le destinazioni residenziali, artigianali e di commercio di vicinato; individua le componenti dell’insediamento storico e dei suoi singoli elementi costitutivi trasformati negli anni successivi al 1939 per i quali in luogo della disciplina conservativa si ponga l’esigenza del ripristino di condizioni di compatibilità e coerenza con il contesto urbano, anche in ragione delle destinazioni d’uso, e a tal fine definisce la disciplina specifica, individuando i criteri di orientamento alla conferma delle trasformazioni intervenute o al ripristino dei caratteri tipologici originari degli organismi urbani/edilizi; prevede, di intesa con l’ufficio territoriale del ministero beni culturali e per esigenze di interesse pubblico, eventuali deroghe alla disciplina conservativa di piano su singoli individuati elementi dell’insediamento storico (opportuno dispositivo che incide sulla assolutezza della norma, garantito nella sua corretta applicazione dalla corresponsabilità dell’ufficio – la soprintendenza – che rappresenta la cura della dimensione nazionale dell’interesse alla tutela (contro possibili estensioni della deroga a fronte di ogni ipotizzabile interesse pubblico, converrà limitarla alla esclusiva esigenza di pubbliche attrezzature di servizio); programma interventi per l’impiego di risorse finanziarie disponibili, e di eventuali stanziamenti integrativi, per il recupero del patrimonio edilizio esistente, finalizzato alla realizzazione di edilizia residenziale pubblica. Rivive così nel nuovo strumento urbanistico comunale la progettazione dell’intervento di edilizia pubblica (i peep oggi desueti) anche per recupero dei tessuti edilizi storici degradati. La legge valorizza insomma lo strumento urbanistico comunale in funzione della tutela dell’insediamento storico riconosciuto bene culturale e quando il piano sia stato dal ministero beni culturali accertato conforme al modello della stessa legge, alla autonomia del comune, responsabile soggetto attivo della tutela (il precetto dell’art.9 cost. anche ai comuni si rivolge), sono rimesse l’attuazione dei progetti in quello strumento previsti e l’abilitazione degli interventi. Una disciplina speciale che l’art.4 definisce sotto il riduttivo titolo di semplificazione amministrativa, in deviazione da quella generale dettata dal Codice che riserva agli uffici centrali e periferici del ministero beni culturali l’amministrazione attiva della tutela del patrimonio storico e artistico. Una riserva che oggi non è più necessitata con l’introduzione nel modificato art.118 cost. del principio di sussidiarietà e qui se ne è fatta a ragione applicazione con l’effetto (non il fine primario della disciplina speciale) di funzionale semplificazione amministrativa. Si è operata, a ben vedere, l’attesa composizione in unità della irragionevole separazione nel vigente sistema binario tra i due sistemi non comunicanti tra loro, quello del governo del territorio e quello della tutela dei beni culturali. Mentre una norma transitoria di completamento disegna il dispositivo di salvaguardia (che impegna anche le soprintendenze) necessario a incentivare l’adeguamento degli strumenti urbanistici comunali.

Infine con l’art.5, certamente il nucleo della legge di straordinaria novità e massimo rilievo politico, lo Stato riconosce come questione nazionale la tutela dell’insediamento urbano storico e assume su di sé il compito di consolidarne e incrementarne la funzione residenziale, impegnando il governo a un piano decennale per l’edilizia residenziale pubblica aperto alla partecipazione delle regioni e perciò definito di intesa con la conferenza unificata. E in questa funzione è innanzitutto utilizzato il patrimonio immobiliare pubblico dismesso (qualificante impiego del così detto – spesso malamente esercitato – federalismo demaniale), mentre ai comuni caratterizzati dal fenomeno dello spopolamento si vogliono destinare risorse per l’acquisto di alloggi da cedere in locazione a canone agevolato e sono definite le condizioni per convenzionare con i proprietari privati il recupero abitativo a canone locativo concordato. Insomma la legge che riconosce l’insediamento urbano storico parte integrante dal “patrimonio” della Nazione, enuncia insieme il progetto politico che affida alla responsabilità dello Stato il compito di promuovere in concreto le condizioni anche economico-finanziarie del ripristino residenziale socialmente garantito, contro gli opposti fenomeni di degrado/abbandono, riserve abitative di lusso, invadenza deformante della ospitalità turistica. Insomma, concludo, a me sembra che in questa definita proposta Italia Nostra ben possa riconoscere soddisfatte le istanze essenziali della propria cultura del centro storico, motivo dominante nel suo impegno civile dalla costituzione in associazione.

Giovanni Losavio.

Bologna, 30 gennaio 2020.

Sala di Ulisse dell’Accademia delle Scienze

Seminario di Italia Nostra

La Carta di Gubbio oggi