Riorganizzazione MIBAC e soppressione istituti autonomi

Roma, 14 giugno 2019

Comunicato stampa

 

Italia Nostra e l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli esprimono forte preoccupazione per quanto appreso in merito alla soppressione degli Istituti autonomi del Parco Archeologico dell’Appia Antica, del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, della Galleria dell’Accademia di Firenze e del Castello di Miramare di Trieste.

Tale previsione, contenuta nella bozza di DPCM sulla riorganizzazione del Ministero, appare sostanzialmente priva di una meditata valutazione della riforma attuata dal precedente Ministro sull’intero assetto organizzativo delle Soprintendenze uniche, dei Poli Museali e degli Istituti autonomi. Nella bozza manca anche ogni puntuale riferimento circa la futura destinazione di questi Istituti e questo crea ulteriori elementi di forte preoccupazione e perplessità.

Si chiede quindi la Ministro Bonisoli di voler  approfondire la questione, riconsiderando l’ipotesi, fornendo all’opinione pubblica spiegazioni su quanto si è appreso al fine di evitare che decisioni così importanti creino ulteriori irreversibili danni alla tutela di un patrimonio di rilevanza internazionale, già fortemente danneggiato, nell’immagine, dalle notizie riportate dalla stampa: beni di fatto declassati, ignorando secoli di storia e di impegno, trattati alla stregua di merce a cui si è tolta la dignità che meritano.

La proposta di modifica si inserisce oggi, dopo anni di caos determinato dalla precedente riforma, in un contesto già fortemente colpito, dove per nessuno – si ribadisce per nessuno – degli Istituti autonomi, come per i Poli museali e per le Soprintendenze uniche, si è prevista una soluzione al gravissimo problema della salvaguardia e conservazione degli archivi documentali e dei materiali nei depositi: fonti uniche ed essenziali per la ricerca, la buona gestione della tutela e la conoscenza di beni per loro natura irripetibili, peraltro oggetto di attenta considerazione in Convenzioni internazionali, sia in ambito Unesco che Consiglio d’Europa (convenzioni ratificate dall’Italia).

Entrare a gamba tesa nella organizzazione di settori così delicati e rilevanti, sacrificando la cura e la valorizzazione del patrimonio culturale del Paese, non può che comportare ulteriori forti scompensi. Italia Nostra e l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli si appellano al Ministro affinché ascolti le Associazione e i lavoratori tutti e vedrà quante utili riflessioni sarà poi in grado di maturare per decidere, evitando che, ancora una volta, tutto si infranga sulla spiaggia delle occasioni perdute

In particolare per le incognite legate al futuro del Parco Archeologico dell’Appia Antica che, persa la sua autonomia appena conquistata, rischia lo smembramento addirittura tra due Soprintendenze, Italia Nostra non potrà che mobilitarsi. Scenderà in campo con un’iniziativa pubblica organizzata dalla sezione di Roma, che ha intrecciato mezzo secolo e più della sua stessa storia e l’impegno dei suoi Presidenti, dirigenti e intere generazioni di soci, in azioni costanti di salvaguardia e tutela di un Bene che il mondo ci invidia.

Mariarita Signorini
Presidente Nazionale Italia Nostra

Rita Paris
Presidente Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

 

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Claudio Gamba: Ricordo di Andrea Emiliani

Il 27 marzo è stata allestita a Bologna la camera ardente per l’estremo saluto ad Andrea Emiliani, figura tra le più importanti della storia dell’arte e della tutela in Italia nel Novecento. Uomo coltissimo, dall’eloquio raffinato e tagliente, Emiliani non fu mai un appartato erudito: in lui la figura del funzionario statale si univa a quella del docente, il mondo degli studi filologici si fondeva con quello della conservazione dei beni culturali, in un nesso inscindibile e circolare tra la conoscenza e la tutela del patrimonio storico e artistico. Da quel nesso sarebbero poi venute fuori anche la divulgazione, la valorizzazione, la fruizione, la partecipazione del pubblico, ma a quel nesso primario non si poteva rinunciare. Tutto contribuiva a dare alle tracce del passato una funzione sociale e quindi “politica”: dalle capillari campagne di catalogazione sul territorio di ogni tipo di manufatto fino alle mostre sui grandi artisti del Cinque e Seicento, dai restauri e dagli allestimenti museali fino alla ricognizione sulla storia legislativa della tutela.

Per questo uno dei suoi libri più importanti rimane “Una politica dei beni culturali” uscito nel 1974, poco prima della nascita del ministero spadoliniano che avrebbe però preso una strada ben diversa da quella progettata nel volume di Emiliani. Quando una quindicina di anni fa realizzammo il primo sito web dell’Associazione Bianchi Bandinelli curai una rubrica sui libri fondamentali per la storia della tutela e subito scelsi di dedicare una pagina a questo testo, accompagnandola con la scheda che riporto qui sotto insieme a uno stralcio della sua introduzione.

Poco dopo l’Associazione Bianchi Bandinelli coinvolse Andrea Emiliani in due iniziative (curate da me sotto la presidenza e con il coordinamento di Marisa Dalai): la prima fu il “Forum sul presente e futuro della catalogazione” pubblicato all’interno del volume con gli scritti di Oreste Ferrari “Catalogo, documentazione e tutela dei beni culturali” (Annali ABB n. 18 – 2007) in cui Emiliani ripercorreva le celebri e innovative “campagne di censimento e la conoscenza per la catalogazione del patrimonio culturale (Bologna, Valle del Reno, del Setta e del Santerno, 1968-1971)”; la seconda iniziativa fu nel novembre 2008 quando organizzammo un grande convegno di studio e di protesta (accompagnato da una vasta mobilitazione di appelli e articoli) con il titolo  “Allarme Beni Culturali”, tenuto nella sala affollatissima dello Stenditoio al San Michele: Emiliani aprì la prima delle quattro tavole rotonde, sul tema “Il modello italiano di tutela del patrimonio culturale” (Annali ABB, n. 20 – 2009). Su molti punti le idee dell’Associazione non collimavano con quelle sostenute da Emiliani, in particolare sul problema del decentramento, ma certo c’era piena intesa su quella che era stata la missione fondativa indicata da Argan e Chiarante: il raccordo tra Università e Soprintendenze, tra attività di ricerca e amministrazione dei beni culturali, la centralità delle competenze tecniche e della formazione.

Naturalmente accanto all’impegno pratico, teorico e storico sulle tematiche della tutela, Andrea Emiliani ha svolto un ampio lavoro di studi storico-artistici, in particolare su alcuni grandi pittori (da Federico Barocci agli emiliani del Seicento), affinando nell’analisi delle opere e nello studio delle fonti quel suo linguaggio forbito (che gli veniva anche dalla formazione con Longhi e Arcangeli) che riversava poi negli scritti sulla storia della legislazione e sulla storia dei musei, un ambito che era stato sempre trattato con arido linguaggio tecnico e giuridico e che invece Emiliani (forte dell’esperienza concreta avviata sin da giovanissimo grazie all’incontro con Cesare Gnudi) faceva rivivere come una problematica attuale, viva, con una prosa pulsante e ammaliante.

Chiunque si sia occupato di beni culturali in Italia gli è debitore, ma intanto si affollano nella mente anche i ricordi personali, dei pochi e indelebili incontri diretti e delle tante conversazioni mentali che sempre i suoi scritti hanno provocato in chi (come tutti noi dell’Associazione) non riesce a concepire la storia dell’arte e le altre discipline dei patrimonio disgiunte dall’impegno militante, magari con una spolverata di pungente ironia ad alleggerire la rabbia per le scriteriate politiche culturali del nostro bellissimo e sciagurato Paese.

 

Claudio Gamba

 

Scheda sul volume di Andrea Emiliani, pubblicata sul sito dell’Associazione Bianchi Bandinelli nel 2005 nella sezione “La Biblioteca di Giano: Libri del passato per guardare al futuro dei Beni Culturali e Ambientali”.

 

Andrea Emiliani
Una politica dei beni culturali
con scritti di Pier Luigi Cervellati, Lucio Gambi e Giuseppe Guglielmi
Piccola Biblioteca Einaudi, n. 236
Einaudi, Torino 1974
297 pagine

 

 

 

 

 

 

Commento

Il volume, uscito nel 1974 e considerato a ragione un testo fondamentale della riflessione sia metodologica che pratica sulle tematiche legate ai beni culturali, è costruito intorno al progetto di un Istituto per i beni artistici culturali naturali della Regione Emilia-Romagna, una delle prime iniziative nate in quel processo di decentramento finalizzato a rendere più stretto il vincolo della tutela con il territorio in tutta la sua articolazione e stratificazione storica e culturale (il museo viene quindi considerato, nel libro, come “opera chiusa”, mentre la nuova conservazione globale dovrà fondarsi sulla sistematica opera di catalogo e preservazione dei “luoghi”; la Regione diventa così il referente privilegiato per attuare un diverso rapporto tra Amministrazione centrale e periferica). Questo progetto (politico prima ancora che giuridico) non si lega solo a un nuovo modello di gestione e di conoscenza ma discende anche da un nuovo “concetto di bene culturale” che Emiliani individua in una unità inscindibile tra geografia, storia, arte e ogni altra forma di linguaggio, cioè, infine, in un concetto globale di cultura antropologicamente intesa. (Claudio Gamba)

 

SOMMARIO DEL VOLUME

Introduzione

Beni culturali e conservazione

  1. Per un nuovo concetto di bene culturale
  2. Politica e conservazione
  3. Una politica per la conservazione

Progetto per un Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna

Appendice I. Costituzione dell’Istituto per i beni artistici culturali naturali della Regione Emilia-Romagna

Appendice Il. La legge istitutiva

Le iniziative afferenti

La legge per i centri storici, a cura di Pier Luigi Cervellati

Per una cartografia dei patrimoni culturali, a cura di Lucio Gambi

Una scuola interdisciplinare, a cura di Giuseppe Guglielmi

Appendice

Ricerca sulla tutela del patrimonio artistico e culturale in Italia. Relazione preliminare, a cura di Maria Giuliana Luna

 

DALLA INTRODUZIONE DI ANDREA EMILIANI

(riportiamo uno stralcio della parte iniziale, pp. 5-12)

Al progetto che delinea i metodi e le forme dell’Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, abbiamo voluto premettere alcune generali considerazioni che possono rendere più esplicito il terreno politico e culturale sul quale il progetto stesso si è inizialmente mosso ed ha quindi preso forma istitutiva e di legge. Era infatti inevitabile che, di fronte alla nascita di un diverso modo di gestione del patrimonio — non sterilmente contrapposto a quello tradizionalmente centrale, ma utilmente propulsivo e nello spirito stesso del dettato costituzionale — si ripercorresse la vicenda politico-amministrativa dei beni artistici dell’Italia unita, a decorrere dal 1860 per giungere fino ai giorni nostri. Più di un secolo infatti è durato l’estenuante dibattito, ora caloroso e scandalizzato, ora pigro e svogliato, per tentare di gettare le basi di una gestione adatta ad un paese di così proverbiale ricchezza storica e artistica. Diciamo subito che proprio la lunga esperienza maturata, specie nel XVIII secolo, presso i cessati governi, avrebbe potuto essere di grande aiuto ai padri della patria, solo che se ne fosse compresa la coraggiosa essenza conoscitiva e non ne fosse stata invece adottata e per giunta in forme improprie soltanto l’innegabile sostanza autoritaria. A nostro modo di vedere, la frattura immediatamente rivelatasi risiede infatti — nei suoi termini ormai storici, ma sopravvissuti in buona parte ancora oggi — fra l’autoritarismo della tradizione giuridica conservativa, costruita su norme cogenti e su progressivi, sempre più ampi divieti; e la nuova dinamica liberistica impressa alla società italiana dopo il 1860.

Nei primi decenni della vita nazionale — mentre, anche per non saper fare altro, ogni regione ereditava le leggi preesistenti — si pensò che anche le strutture amministrative di tutela potessero restare quelle provinciali o regionali già allora, anche se debolissime, in atto. Ma dopo il 1875 circa, allorché fu possibile constatare che una legge nazionale di tutela dotata di quelle caratteristiche storiche avrebbe inevitabilmente dovuto generare una serie di vincoli e di impedimenti per il libero dinamismo dell’iniziativa privata e degli stessi enti pubblici, si pensò bene di ritardarla quanto più possibile. Ancora nel 1888, per la voce dello stesso ministro all’istruzione, di fronte all’ennesima bocciatura di una legge nazionale, il problema veniva posto in chiari termini: o si ritiene che la libertà di intrapresa non debba incontrare ostacoli, oppure si conferisce all’utile collettivo un potere che inevitabilmente potrà creare gravami e servitù. In parallelo, allora, si pensò bene di attuare progressivamente e sempre più stringente quel controllo centrale che solo avrebbe, più tardi, potuto garantire una manipolazione dei problemi assai vasti proposti dalla tutela d’arte e di storia; lontano comunque dai luoghi di origine dei problemi stessi, nonché dalla loro più diretta partecipazione. La linea politica tracciata naturalmente non esclude, ma anzi incorpora e se ne avvale, altre più oneste spinte ad una gestione centrale e forte: la preoccupazione dell’unità dei metodi di conservazione e di restauro, e la ricorrente proposta per una tutela «guidata» contro ogni (del resto innegabile) pericolo di dispersione, di abuso e di confusione.

La sottrazione del patrimonio ai luoghi e alle comunità di origine e di persistenza conobbe un processo forse lento ma nei fatti inarrestabile. Per di più, il patrimonio assunse quasi subito l’aspetto di una costante remora allo sviluppo, di un ostacolo continuo a ogni malintesa idea di progresso da concretarsi, allora come oggi, in distruzioni edilizie, in «risanamenti» di speculazione, in lottizzazioni indiscriminate. Dall’equivoco nacque, o riprese forza, una certa etica del museo come sede di deportazione e di concentramento, piuttosto che come luogo di indagine scientifica e di metodo didattico. Ogni esortazione conservativa finì quasi sempre per suggerire immagini di miseria e di abbandono. Così, da simbolo concreto e magnifico della ricchezza e della cultura delle comunità, i beni artistici — anche per il parallelo dissidio fra Stato e Chiesa, fra radicale anticlericalismo e riottoso clericalismo — divennero facile emblema della povertà, dell’inattività e della solitudine. Due terzi dell’Italia più profonda e antica appaiono subito, agli occhi dei loro abitatori, l’immagine più appariscente di ciò che si deve abbandonare, fuggire e dimenticare. Oppure, proseguendo nella logica di un progresso materialistico, l’immagine che si deve rinnovare; e dunque abbattere, umiliare e sostituire.

É facile intendere — anche se non si è sufficientemente riflettuto su questa ovvietà — che la nozione di bene culturale si riconduce al concetto stesso di cultura; e che esclusivamente su di essa si erige ogni accezione di intervento giuridico. Non è possibile infatti creare leggi e dare struttura ad apparati amministrativi, se proprio una individuata nozione di bene culturale non ne detta orizzonti e confini. Essa è stata invece sempre intesa, o quasi sempre, come nozione separata dal concetto di cultura. Elevata per lo più all’altezza dell’arte più grande, rettorica e magniloquente, ha finito per lasciare alle spalle e fuori delle porte dell’angusto pantheon della gloria nazionale una grande quantità di fenomeni e di relazioni che, al contrario, costituivano parte integrante della sua entità globale. Una fitta tempesta di distinzioni di natura estetica, tanto di origine storica quanto di più fresca matrice, ha sezionato la sua naturale compattezza: arti maggiori e minori, nobili e vili, con la A maiuscola e con la a minuscola, feticci e comparse, si sono orribilmente mescolati, oggi, alle complicazioni giuridiche, assumendo in tal modo figura di interesse locale o di interesse nazionale, al solo scopo di meglio riflettere pertinenze del tutto astratte e dettate soltanto dalla retroguardia amministrativo-culturale del paese.

All’interno di una visione antropologicamente più nitida del concetto di cultura, ognuna di queste distinzioni viene illuminata oggi per quello che essa vuole significare: un contributo ad una separatezza che ha giovato al potere politico per non porre freni eccessivamente stretti alla speculazione e alla logica del profitto; che ha portato vantaggio anche all’amministrazione centrale, che di quel potere è troppo spesso stata emanazione diretta e gerarchizzata; che è stata utile spesso anche agli enti locali, che hanno presto imparato a ripercorrere le strade del potere centrale: ben sapendo, del resto, di potergli addebitare la prima e la maggiore responsabilità, proprio per essere stati allontanati da un possesso naturale attraverso il prolungato, quotidiano atto di espropriazione e di alienazione che la vicenda, in un secolo di storia, esprime. Si dovrebbe poi aggiungere che questa separatezza è parsa talvolta utile anche alla cultura ufficiale, e alle singole discipline storiche nate su ceppo specialistico e diacronico, poco convinte dunque di un’idea globale della civiltà (e della dinamica dell’intraducibile civilisation); e molto sovente affezionate a quella interpretazione manualistica dei programmi scolastici che poco ha giovato alla scuola e molto invece al grossolano codice riduttivo dell’industria della cultura: un empireo capolavoristico di selettive e settimanali proporzioni.

In realtà, se il concetto di bene culturale partecipa intimamente del concetto di cultura, ogni difficoltà incontrata dal primo è anche frutto del mancato pieno sviluppo del secondo. L’Istituto dei beni culturali che la Regione Emilia-Romagna ha deciso di varare, intende misurarsi proprio con un concetto di cultura che, in senso antropologico, realizzi l’intima connessione di una serie di operazioni distinte ma interdipendenti, unificabili come «linguaggi» o come sistemi di significazione. Ciò che rende singolare ed inedito l’Istituto stesso è che aspetto istituzionale e aspetto sistematico siano strettamente uniti, in quanto prodotto di una condizione storica e di una politica che non nasconde la volontà di proiettarsi nei tre tempi del presente: «il presente del passato, il presente del presente, il presente del futuro», secondo la formula di indubbio sapore gramsciano entro la quale Guido Fanti ha voluto puntualmente raffigurare metodi e orizzonti dell’istituto stesso. L’identificazione storica concorre a quella «diversità» emiliano-romagnola, alla quale Fanti, in numerose occasioni riprese, ha assegnato qualcosa di più che una semplice funzione di starter politico e sociale: ma piuttosto il disegno di un modo di essere vastamente culturale, entro il quale prendono figura non bassamente rivendicativa o strapaesana, i caratteri storici e le vocazioni plurime della regione intesa come spazio omogeneo.

La nozione di bene culturale investe direttamente sedimentazione e stratificazione di un territorio, quello emiliano e romagnolo, nel quale l’opera di umanizzazione, come del resto in tante regioni italiane, è giunta nei secoli a livelli di così intima e indistricabile presenza, da non poter essere più «catalogata» come divisa, oppure disciplinarmente settorializzata, ma piuttosto letta nelle sue costanti dinamiche di organizzazione, evoluzione e sviluppo. Così, «la esigenza di una tassonomia ovvero di una catalogazione “incalzante” del tessuto storico di una società variamente stratificata nei suoi livelli o gradi di civilizzazione, come quella emiliana, muove dall’ipotesi che il recupero di un concetto globale di cultura costituisce il fondamento di una logica unitaria, di una filosofia generale del sapere» [Giuseppe Guglielmi]. Degradazione e distruzione del patrimonio storico e artistico aggiungono purtroppo vivida attualità a questo vastissimo campo della significazione, ne accelerano l’importanza prammatica e ne dettano i tempi immediati, attesi non più soltanto dall’ansia degli scienziati ma dalla coscienza stessa di molti amministratori.

Proprio in Emilia riaffiora, con metodi e strumenti moderni, quella sensibilità dello sperimentale e dell’induttivo (che nella tassonomia trova il suo veicolo primario) che caratterizzò fra il XVII ed il XVIII secolo l’opera dell’erudizione e della verifica storica, dettata dalla tradizione galileiana. Bacchini e Muratori, Malpighi e Marsili sono soltanto alcuni fra i grandi nomi ai quali l’Istituto intende riferirsi per riannodare il filo di lontane ma tutt’altro che mitiche continuità. «Scorgesi per la verità qual libro sia la nostra Italia quando accade che sia studiato da chi tien occhi che non si fermino su la pura superficie delle facciate delle chiese o de’ palagi», è il commento che suscitava nel Bacchini la lettura del Museum Italicum del grande Mabillon: ma ad un orecchio moderno esso può davvero suonare come una divisa di lavoro, «una pedagogia generale di un metodo e di una cultura» (Ezio Raimondi).

Una condizione culturale emiliana più recente ha inoltre già riattivato il metodo di conoscenza e di relazione col vero, passando attraverso la classificazione dei problemi. Basterà ricordare l’attività euristica condotta in campo urbanistico-architettonico dall’amministrazione comunale di Bologna e culminata nel noto piano per la conservazione, anche sociale, del suo centro storico; e l’esperienza condotta nell’ambito delle campagne di rilevamento nell’Appennino bolognese, organizzate dalla Soprintendenza alle gallerie e dalla Provincia di Bologna.

«Così, mentre la sociologia viene rimeditando sui propri fondamenti, e da un’analisi degli stati si sposta verso un’analisi delle trasformazioni, l’antropologia sta diventando sempre più storiografia, analisi di una società come sistema di forze e di relazioni, entro cui si organizza l’esperienza collettiva dell’uomo sociale. Ed è proprio un disegno antropologico che informa l’Istituto per i beni culturali, il cui compito progettuale si ispira alle acquisizioni di discipline come la linguistica, la teoria dell’informazione, la logica formale, le quali aprono nuove vie all’analisi dei significati e degli oggetti non linguistici, quali l’analisi monumentale, delle cose mobili, del territorio, dei quadri paesistici ecc.»

Ma il problema di fondo (perché la conservazione?) rimane quasi sempre insondato o addirittura inespresso, al di là dei riti culturali che l’hanno trasportato fino ai nostri giorni, al di là delle consuete giustificazioni storiche che non hanno soddisfatto il ricercatore, e infine anche al di là delle argomentazioni estetiche che tanto spesso non hanno contribuito se non all’estasi. In sostanza, è come se gli strumenti della nuova civiltà che auspichiamo non bastino a interpretare quel problema; e quelli della civiltà che ci ha preceduti appaiano inservibili se non addirittura devianti. Vista entro questi dubbiosi termini, la stessa attività di catalogazione e di inventario rischia di assomigliare ad un enorme ingombro di carte e di prelievi, pronto prima o poi a crollarvi addosso, come nel racconto di Anatole France: e comunque una sorta di onanistica restitutio di una storia verso la quale, in fondo, non abbiamo, quanto a fini e a risultati generali, altro che diffidenza.

Qui si impegna duramente il codice ideologico di lavoro dello storico dell’arte e della ricerca sulle forme; e poiché proprio chi opera nel settore della conservazione è stato più d’ogni altro impegnato fino ad oggi come «braccio secolare» di una storia di sintesi, costui è venuto gradualmente assumendo la figura di un inutile analizzatore, di un compilatore compiaciuto soltanto delle capacità «ausiliarie» della ricerca. La sua attività stessa, all’interno di questa storia di sintesi, rischia di essere messa in crisi, paradossalmente, proprio quanto più alto è il grado qualitativo e quantitativo del suo lavoro. Poiché nulla, evidentemente, guida dall’interno i gradi sempre parziali del suo procedere. Si sono del resto viste, nella pratica corrente, zufolate estetistiche pressoché ridicole conseguire assensi di elevato prestigio accademico; si vedono suicide serpentine di analisi materiale, cronistica ed effimera, esalare l’ultimo respiro in faccia al più stracco sociologismo di routine. Sarebbe temerario affermare che, almeno per ora, molte cose della storiografia e della critica d’arte siano avviate a qualche moderna soluzione.

Ma ritorniamo con fiducia al ricercatore. Al di là della storia di sintesi si colloca la sua insostituibilità, oggi. Anche se il discorso può ancora sembrare limitativo ai cultori affrettati del giudizio storico, si tratta ora di garantire — dall’interno di un inarrestabile processo storico — una precisa, non intermessa trasmissione delle tecniche della cultura. In questo senso, le tecniche non faciunt saltus, e non possono avere sospensioni, pena una regressione di proporzioni inattese: tanto meno oggi e cioè nel momento in cui davvero più lontana e dunque più superflua — di fronte alla disinvoltura di tanto superficiale «attualità» — può apparirci l’infinita trama delle tecniche del lavoro e della stessa sopravvivenza. Eppure, ogni scienza urbana e del territorio rischia di conoscere la disfatta più clamorosa se non tiene conto di questa incancellabile trasmissione «didattica» e metodologica. L’ecologia, in questo senso, è davvero un insegnamento esemplare; e la soluzione stessa dei suoi grandi problemi passa tutta attraverso la capacità dell’uomo di sapersi «culturalmente» collocare rispetto alla natura, come appunto le tecniche tradizionali ci possono — se indagate — rivelare.

[…]

Marisa Dalai Emiliani: In ricordo di Andrea Emiliani

Il patrimonio culturale italiano ha perduto con la scomparsa il 25 marzo scorso di Andrea Emiliani uno dei suoi più appassionati conoscitori e indomiti difensori. Il suo importante contributo alla storia dell’arte è testimoniato dagli studi dedicati a Raffaello e a Federico Barrocci, ai Carracci e a Guido Reni, dei quali ha organizzato mostre memorabili nel ruolo di Soprintendente della Pinacoteca Nazionale di Bologna. Ma l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli vuole ricordarlo soprattutto come promotore e protagonista negli anni settanta del Novecento di una vera e propria rivoluzione nel modo di intendere e praticare la tutela dei beni culturali e ambientali, una “tutela come servizio pubblico” per citare le sue stesse parole, fondata su un’azione conoscitiva del territorio che aveva il suo strumento privilegiato nella catalogazione integrata, da porre a fondamento delle politiche del governo locale.

Della sua vasta e seminale produzione pubblicistica non dimentichiamo due testi che hanno orientato un’intera generazione: Una politica dei beni culturali, edito da Einaudi e Dal museo al territorio, delle  edizioni Alfa di Bologna, entrambi del 1974.      

Marisa Dalai Emiliani
Presidente onoraria

Andrea Emiliani con Denis Mahon e Pier Luigi Cervellati a San Galgano (foto Paolo Monti, 1980) - CC BY-SA 4.0

Il saluto dei fratelli ad Andrea Emiliani

Si è spento un fedele servitore dello Stato uno storico dell’arte e un museografo profondamente legato al territorio e al paesaggio

 

Nostro fratello Andrea si è spento stanotte all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna dove era ricoverato da oltre due mesi per una grave malattia. Era nato il 5 marzo 1931 a Predappio Nuova (Forlì), ma aveva trascorso a Urbino l’adolescenza e la prima giovinezza appassionandosi all’arte. Abbiamo avuto la fortuna di abitare per oltre dieci anni di fronte al Palazzo Ducale, retto da Pasquale Rotondi, che, durante la guerra, era anche il nostro rifugio antiaereo. Ha terminato il Liceo Classico a Urbino per poi iscriversi alla Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna dove il suo primo vero amico e maestro è stato lo storico dell’arte Francesco Arcangeli. In quell’ambito ha conosciuto il soprintendente alle Gallerie Cesare Gnudi che lo ha assunto, ventenne o poco più,  quale “salariato di Soprintendenza” facendolo partecipare subito alle grandi biennali di arte antica. Politicamente si è sempre mosso, come i suoi maestri, nell’ambito del socialismo riformatore.

Laureatosi poi a Firenze con Roberto Longhi con una tesi su Simone Cantarini il Pesarese, grande incisore, allievo di Guido Reni, i suoi pittori sono stato per sempre gli urbinati Raffaello e Barocci e i bolognesi. Successivamente è diventato ispettore della Soprintendenza e quindi direttore della Pinacoteca Nazionale di Bologna, il più giovane d’Italia, che ha concorso a raddoppiare negli spazi e negli allestimenti.

Sulla scia di Cesare Gnudi e di altri grandi intellettuali quali Ezio Raimondi e Lucio Gambi, ha intrapreso i censimenti integrali dei beni culturali e ambientali di intere vallate appenniniche in Emilia-Romagna dando quindi un contributo anche antropologico alla storia dell’arte e del territorio. Uno dei suoi libri più significativi resta “Dal Museo al territorio”, una concezione che lo ha fatto giudicare nel modo più negativo la recente riforma Franceschini che ha tagliato al contrario il rapporto fra Museo e territorio separando assurdamente la tutela (lasciata, indebolita, alle Soprintendenze) e la valorizzazione (affidata ai Poli Museali). Ha partecipato a vari convegni firmando documenti decisamente polemici in materia.

Oltre a riprendere e a proseguire con grande slancio le Biennali di Arte antica a Bologna, organizzate quasi sempre (Guido Reni, Lodovico Carracci, Guercino, Crespi. ecc.) in collaborazione con  un Museo europeo e uno statunitense, ha sviluppato la ricerca sulla storia della tutela inquadrando storicamente con Antonio Pinelli la figura di Quatremère de Quincy e la lettera programmatica di Raffaello e Baldassar Castiglione a Leone X e recuperando i primi testi di legge dei Granduchi di Toscana, dello Stato Pontificio (Pio VII soprattutto) e Lombardo-Veneto. Uno dei suoi temi prediletti è stato il neoclassicismo così vivo nella sua Romagna fra Faenza, Forlì e altre città, nei teatri, negli edifici pubblici, nei mercati pubblici, ecc. Fra i suoi amici più cari restauratori quali Ottorino Nonfarmale, col quale aveva impostato un centro studi sulla pietra, e Carlo Giantomassi.

In ottimi rapporti col mondo dell’arte e dei musei di tutto il mondo, ha coordinato e pubblicato di recente con Michel Laclotte, creatore del Grand Louvre, le ricerche di una équipe di storiche francesi sul recupero delle opere d’arte portate a Parigi da Napoleone e in parte recuperate colà da Antonio Canova erede della Soprintendenza pontificia alle Antichità, con l’aiuto anche finanziario del duca di Wellington, il vincitore di Waterloo: “Opere d’arte prese di Italia nel corso della campagna napoleonica 1796-1814 e riprese da Antonio Canova nel 1815”, Cartabianca Editore, Faenza.

Ha curato per l’Alfa diversi volumi di ricostruzione storica e politica sulla Romagna, su Bologna, su Palazzo Milzetti, gioiello neoclassico di Faenza da lui acquistato per il patrimonio statale, restaurato e arredato. Ma fondamentale resta il suo libro “Una una politica per i beni culturali”, uscito da Einaudi nel 1974 e ripubblicato di recente dalla Bononia University Press.

Medaglia d’oro della cultura, Légion d’honneur, accademico dei Lincei, ha presieduto per anni, dopo aver lasciato a 67 anni per limiti di età la carica di Soprintendente ai beni storici e artistici di Bologna, Ferrara, Forlì, Ravenna e Rimini, l’Accademia di Belle Arti di Bologna, l’Accademia Clementina e l’Isia di Faenza. E’ stato fra i fondatori, con Lucio Gambi e Ezio Raimondi, dell’IBC Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna. Innumerevoli i saggi scritti anche sul patrimonio paesaggistico, sul censimento dei beni della Chiesa, sui centri storici. Col grande fotografo Paolo Monti predispose la campagna di censimento fotografico del centro storico di Bologna (10.000 scatti i n due anni), premessa fondamentale al piano Cervellati per il restauro e il recupero a fini residenziali  e sociali della città entro le mura. Con Paolo Monti e Pier Luigi Cervellati ha tenuto un corso di lezioni interdisciplinari al DAMS allora nato da poco.

Lascia in tutti noi grande dolore, affetto e rimpianto, ma anche la sollecitazione a servire, senza retorica di sorta, nei fatti, il bene pubblico, lo Stato, con una passione civile, possiamo ben dirlo, senza cedimenti.

Vittorio Emiliani

 

immagine: Andrea Emiliani con Denis Mahon e Pier Luigi Cervellati a San Galgano (foto Paolo Monti, 1980 CC BY-SA 4.0)

Sul caso della pala di Caravaggio del Pio Monte della Misericordia

Comunicato Stampa

La polemica divampata sul caso della pala di Caravaggio del Pio Monte della Misericordia di Napoli ha assunto ormai toni e contenuti che trascendono la normale dialettica culturale.
Se si considera la questione rimanendo ai fatti, e non alle molte parole spese, si ritiene che il mantenimento della tela all’interno della chiesa del Pio Monte fosse l’opzione altamente preferibile, non solo dal punto di vista conservativo e storico, così come rilevato nella relazione del Direttore Generale, ma anche per le ragioni scientifico culturali legate alla possibilità di lettura di un’opera all’interno del contesto originario, non solo monumentale, ma urbanistico e sociale: possibilità che l’operazione espositiva dovrebbe – per principio – ricercare ed esaltare.
La piena accessibilità dell’opera, la sua vicinanza alla sede di Capodimonte facevano ritenere facilmente perseguibile, tramite banali accorgimenti organizzativi, l’integrazione dell’opera nel percorso espositivo, così come pare stia di fatto avvenendo, con indubbio vantaggio dell’iniziativa in termini di restituzione contestuale e coinvolgimento della città.
Ciò nonostante, ci pare che nelle prese di posizioni di questi giorni si siano assunti toni da crociata che sono talora sfociati in dichiarazioni inaccettabili nei confronti di chi opera all’interno del Ministero.
È evidente che la discussione si è ormai trasformata, incomprensibilmente – forse persino all’insaputa di molti degli improvvisati sottoscrittori – in una difesa animosa della “riforma” Franceschini, con toni quasi intimidatori nei confronti del ministro “a non tornare indietro”.
Eppure la prima evidenza che quei provvedimenti abbiano creato molti problemi al sistema della tutela del nostro patrimonio culturale deriva proprio dai toni esacerbati di questa polemica: se fosse stata un successo pieno, che bisogno vi sarebbe di difendere la “riforma”, talora in maniera scomposta? Si è giunti persino ad affermare che prima della riforma i musei in Italia non esistevano…

Le iniziative delle scorse settimane, da quelle che hanno coinvolto il mondo archeologico, alla prima riflessione pubblica organizzata il 5 marzo dall’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, hanno messo in evidenza con dati molto significativi, uno stato di disagio diffuso. Al di là di posizioni oltranziste che non giovano a nessuno e meno che mai ad un miglioramento del nostro sistema di tutela e – sullo stesso piano di importanza – alla dignità professionale di quanti vi operano, è tempo, dopo quasi un lustro dai primi provvedimenti, di fare dei bilanci.

La logica della verifica, del monitoraggio e del miglioramento / cambiamento progressivo ci pare l’unica perseguibile per il beneficio di un patrimonio di tutti.

Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli
Comitato per la Bellezza
Italia Nostra Napoli
Emergenza Cultura
CGIL-FP

Basta con la dittatura dei B&B. I centri storici tornino ai cittadini

Articolo di Emanuela Minucci pubblicato su La Stampa

 

Il rumore dei trolley è la colonna sonora del Canal Grande. Dietro le ruotine che vanno su è giù per le calle, orde di turisti mordi e fuggi che ad ogni ponticello selfizzano a favore di gondola. Il silenzio cala come un masso sulla ex Serenissima già alle otto di sera. Le persiane restano chiuse e gli abitanti superstiti si arrendono a una città che ormai è solo un museo, o meglio, un brand: mille abitanti in meno all’anno, per un minimo storico di 53.976 residenti nei suoi sestieri.

Firenze è una città da 15 milioni di pernottamenti l’anno dove i fiorentini non vanno più in piazza Duomo, Ponte Vecchio, Piazza della Signoria: tre residenti su quattro, spiegano che lo fanno «per non finire nel bel mezzo del più chiassoso dei luna park». E pazienza se al posto delle montagne russe ci sono gli Uffizi, il clima è quello». Per non parlare dei negozi del centro: «souvenircity» in cui trovare un fruttivendolo è impresa impossibile.

Nasce per ovviare a questi problemi, in primis lo spopolamento e la mancanza di tutela dei centri storici, il disegno di legge presentato al Senato dal Movimento Cinque Stelle e da Sinistra italiana. Frutto di un’annosa battaglia combattuta da urbanisti come Vezio De Lucia, e l’associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli. Da sempre contrari alla fruizione usa-e-getta dei centri storici invasi da bed & breakfast e palazzi aulici sventrati per poterne ricavare mini-hotel. Due i punti chiave del documento: primo, tutelare il centro storico nella sua unità, considerandolo opera d’arte in toto. Secondo: avviare un programma straordinario di ripopolamento del centro storico. Tra i firmatari la senatrice Michela Montevecchio(M5S): «Per regolamentare questa materia ci vuole una legge – racconta – che ha l’obiettivo di tutelare i centri storici come beni culturali d’insieme con divieto dunque di edificare ex novo senza sottostare a un principio d’insieme e stravolgere l’interno degli edifici per realizzare alberghi di charme».

Se questo disegno di legge verrà approvato si metterà un freno a una metamorfosi che sembra ormai irreversibile grazie alla diffusione di piattaforme come Booking.com, Trivago o Expedia che rendono prenotabile anche l’alberghetto che un tempo si occupava solo con il passaparola. La seconda questione, quella del ripopolamento (secondo le statistiche del Comune a Venezia 7 case su 10 sono state acquistate da stranieri e di queste il 75 per cento è affittato a turisti), sarà affrontato offrendo, come racconta l’archeologa Rita Paris, presidente dell’associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli il patrimonio immobiliare pubblico dismesso all’edilizia residenziale pubblica». L’obiettivo è duplice: ripopolare il centro agevolando le fasce deboli offrendo affitti agevolati.

Ma le città si stanno spopolando anche di negozi che componevano il tessuto commerciale delle città: in dieci anni, secondo uno studio di Confcommercio, dal 2008 al 2018, in Italia si sono persi quasi 64 mila negozi a favore dell’e-commerce. Un’altra componente identitaria forte che va perdendosi a favore di grandi brand che rendono le città tutte uguali. Prendiamo Firenze, per esempio. Come accusava giorni fa il critico d’arte Philippe Daverio il centro della città dei Medici è diventato un duty-free. «È Firenze, ma potrebbe essere Hong Kong». Qui nel 2018 il 93,7% degli acquisti immobiliari entro le mura ha avuto «pura finalità d’investimento». Un discorso che vale per tutte le città che affogano nel turismo di massa. Come Bologna, che – nonostante sia stata «vaccinata» dal piano regolatore firmato da Pier Luigi Cervellati del 1969 (inimitabile nel saper intrecciare salvaguardia e futuro ) ha un centro storico che perde ogni giorno decine di residenti. Come spiega l’archeologa Maria Pia Guermandi, bolognese, «la mia città vive, seppur in misura diversa, l’urgenza della tutela del centro considerato nella sua interezza: si tratta di una sfida culturale. «È già una soddisfazione» riconosce l’urbanista Vezio De Lucia , fra i più determinati ispiratori del disegno di legge, «vedere arrivare il documento in aula: se non si affronta il nodo dello spopolamento il destino dei centri storici è segnato, perciò serve l’intervento straordinario dello Stato, come nei casi di gravi calamità naturali».

Playground Colle Oppio: il Ministro dei Beni Culturali Bonisoli deve bloccare quel cantiere

Pubblichiamo il comunicato stampa di Italia Nostra Sezione Roma

 

Playground Colle Oppio: il Ministro dei Beni Culturali Bonisoli deve bloccare quel cantiere

L’impianto sportivo a Colle Oppio, dopo i ritrovamenti archeologici si suppone delle Terme di Tito, va fermato subito.

Il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali, Alberto Bonisoli, esercitando le sue prerogative che rappresentano i diritti dei cittadini italiani, intervenga per bloccare il cantiere sul Colle Oppio e si adoperi con Roma Capitale per delocalizzare definitivamente i playground in altro luogo idoneo del I Municipio. E’ assurdo aver pensato di poter intervenire su di un’area di così grande valore archeologico e paesaggistico.

Italia Nostra Roma ha chiesto formalmente l’intervento del Reparto Operativo del Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale per verificare, alla luce dei ritrovamenti, la compatibilità del progetto con l’area archeologico di Colle Oppio.

Non fermare quel cantiere sarebbe un atto gravissimo contro il patrimonio archeologico di Roma in un’area di elevato valore paesaggistico.

Italia Nostra Roma e l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli chiedono, quindi al Ministro Bonisoli l’immediata determinazione di sospendere i lavori e chiedono il ripristino di quell’area di pregio sicuramente interessata dal Complesso delle Terme di Tito. Per future ed auspicabili ricerche l’area deve essere lasciata libera per la migliore valorizzazione del complesso monumentale.

Italia Nostra Roma e l’Associazione Bianchi Bandinelli confidano in un atto forte, deciso e risolutivo del Ministro Bonisoli.

 

Per informazioni: 3488125183

Ilaria Agostini: Città storiche tra overtourism e abbandono. Una proposta di legge può salvarle

Pubblichiamo l’articolo di Ilaria Agostini sulla proposta di legge per i centri storici, presentata dall’Associazione Bianchi Bandinelli in occasione del convengo Il Diritto alla città Storica del 12 novembre 2018

 

Città storiche tra overtourism e abbandono. Una proposta di legge può salvarle

di Ilaria Agostini

 

In epoca di crisi dell’imprenditoria edilizia, imperversa lo slogan ambiguo della rigenerazione urbana. Rigenerare, o “costruire sul costruito”, non significa, beninteso, che la città abbia finito di crescere: sono infatti ben attive ideologie e politiche di sviluppo della città-megalopoli promosse dalla classe padronale globale.

L’attenzione nei confronti del costruito (specie se di valore monumentale) è, semmai, il segnale che si sono innescati nuovi interessi speculativi sul patrimonio insediativo storico, abbandonato, svuotato, alienando o già alienato, desertificato a bella posta da amministratori asserviti alle corporation multinazionali.

L’attenzione verso il “costruito” è, semmai, esaltazione della rendita posizionale (più l’edificio è centrale, più esso vale) ed esaltazione della gerarchia urbana (più ci si approssima al centro, più l’appetito cresce).

Lo stato emergenziale che si registra nelle città italiane, tra cui spiccano i casi di Firenze, Roma, Venezia, rende di grande attualità il volume collettaneo, intitolato Il diritto alla città storica, appena pubblicato a cura di Maria Pia Guermandi e Umberto D’Angelo, e disponibile on line sul sito dell’associazione Bianchi Bandinelli.

Vi sono raccolti gli atti di un convegno (12 novembre 2018, Roma) che ha rappresentato la conclusione dell’impegnativo lavoro di stesura di una snella proposta di legge per la tutela e il ripopolamento delle città storiche, pubblicata nel libro. Sei articoli redatti da un intellettuale collettivo composto da urbanisti, storici dell’arte, archeologi, giuristi, economisti, chiamato a raccolta dall’urbanista Vezio De Lucia.

Tale proposta legislativa guarda al meglio dell’esperienza urbanistica italiana e la ricontestualizza nel quadro presente. La proposta riprende i fili della sperimentazione del piano di Bologna (1969) che mise in stretta correlazione la tutela degli abitanti e quella dell’ambiente di vita. Per salvare, allo stesso tempo, le pietre e il popolo.

Fu la Carta di Gubbio (1960) a sancire l’annullamento della gerarchia valoriale tra monumento e tessuto edilizio di base. Ciò è di basilare importanza, non solo operativamente, ma anche dal punto di vista politico-sociale: se tutto il centro antico ha valore monumentale (con “valore” intendiamo valore d’uso e valore d’esistenza, oltre al più venale valore di scambio), allora tutte le classi sociali hanno diritto a vivere nella città storica.

Così a Bologna il principio fu quello di mantenere intramuros le classi subalterne istituendo un sistema di case popolari ottenuto tramite recupero: scelta che da una parte salvava le case antiche, mentre dall’altra, evitando l’espulsione delle classi popolari dai quartieri centrali, evitava la cementificazione periferica con quartieri ghetto per dislocati.

La proposta di grande valore propulsivo che il libro presenta, sottopone a tutela i centri storici, intesi come “beni culturali d’insieme”, e ripopola le città antiche tramite politiche di edilizia residenziale pubblica.

La Proposta di legge in materia di tutela delle città storiche definisce univocamente come “storici” gli agglomerati e gli edifici presenti nel catasto del 1939 (art. 1), che nell’articolo successivo vengono dichiarati «beni culturali d’insieme» da sottoporre a tutela ai sensi del Codice dei Beni Culturali. Ne deriva il divieto, nel perimetro del bene, «di demolizione e ricostruzione e di trasformazione dei caratteri tipologici e morfologici degli organismi edilizi e dei luoghi aperti, di modificazione della trama viaria storica» (art. 2) e il divieto di nuova edificazione.

Ma il contenuto più innovativo della proposta è la previsione di un programma straordinario ERP che possa avviare un processo di “ripopolamento” del cuore delle città d’arte e dei centri abbandonati dell’Italia meridionale (viene in mente, tra molti, il caso di Cosenza).

Al fine di porre un freno alla devastante alienazione degli edifici pubblici, l’art. 5 destina all’«utilizzo a favore dell’edilizia residenziale pubblica del patrimonio immobiliare pubblico dismesso (statale, comunale e regionale)» (lett. b). A tale misura di carattere non ordinario, si aggiunge l’urgenza – raccolta alla lett. d – di un’erogazione di contributi a favore di Comuni che abbiano subìto un calo drastico di residenti, per l’acquisto di alloggi da cedere in locazione a canone agevolato.

Resta da verificare se misure di ordine urbanistico-pianificatorio possano effettivamente ostacolare il processo globale della mercificazione dello spazio urbano, i cui innumerevoli epifenomeni si estendono dall’uso improprio dei luoghi pubblici monumentali – le cene sul Ponte Vecchio a Firenze, le “esperienze immersive” nel Colosseo, ecc. – fino al mutamento antropologico che vede i residenti sostituiti con “nomadi globali”.

È certo, tuttavia, che la ricostruzione dell’ambiente di vita urbano può partire proprio da misure, quali quelle contenute nel libro, volte a garantire l’universale libertà di esercizio del diritto alla città, anche storica.

 

Città storiche tra overtourism e abbandono. Una proposta di legge può salvarle

Nota al Ministro Bonisoli sulle figure professionali dei restauratori

L’Associazione sostiene la nota inviata al Ministro dei beni e delle atività culturali, Alberto Bonisoli, che ha già raccolto numerose firme, tra le altri di Professionisti Restauratori di alta formazione, Direttori degli Istituti Centrali ISCR, OPD, Docenti Universitari, Direttori delle Scuole di alta formazione, Presidenti della Classe di Laurea abilitante presso gli Atenei Italiani, Studenti del corso di laurea magistrale in Restauro e Conservazione dei Beni Culturali, Referenti di Associazioni Nazionali.
In questi giorni è sottoposta all’esame della Conferenza Unificata la bozza del decreto relativo al «Regolamento interministeriale recante la disciplina delle modalità per lo svolgimento della prova di idoneità, con valore di esame di Stato abilitante, finalizzata al conseguimento della qualifica di restauratore di beni culturali, in attuazione dell’articolo 182, comma 1-quinques del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 e successive modificazioni, Codice dei beni culturali e del paesaggio».
Si tratta di un decreto che presenta diversi ordini di criticità, e rischia di consentire l’attribuzione all’abilitazione dell’esercizio della professione di restauratore di beni culturali, di cui all’art. 29 del d. lgs. 42/2004, in modo gravemente sperequato e non conforme alle norme di tutela, ad un numero elevatissimo di collaboratori stimato intorno ai 10.000 unità.
Al fine di introdurre procedure e strumenti di valutazione in grado di garantire un processo di certificazione statale idoneo rispetto a quelli previsti nella bozza all’esame della Commissione, su istanza delle Regioni è in corso un tentativo di emendamento del testo che meriterebbe grande attenzione da parte del MIBAC presente ai tavoli tecnici con il MIUR attraverso la Direzione Generale Educazione e Ricerca.
La questione è particolarmente importante in considerazione del grave rischio che verrebbe a correre il restauro italiano e il patrimonio culturale con un mercato destinato a divenire saturo per i prossimi decenni di operatori non adeguatamente qualificati.
Verrebbe di fatto anche ad essere vanificato l’ottimo lavoro svolto in questi anni da MiBAC e MiUR per arrivare a definire il percorso formativo del restauratore di beni culturali attraverso una laurea magistrale di cinque anni permettendo a chiunque di riuscire ad essere riconosciuto restauratore, per tutti e dodici i settori di qualificazione, con prove di abilitazione inadeguate, regolate in modo illegittimo e del tutto insostenibili dal punto di vista organizzativo.

Intervento di Vezio De Lucia all’assemblea dei soci del 18 dicembre 2018

Il 18 dicembre Vezio De Lucia, presidente dell’associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli dal gennaio 2014, ha passato il testimone a Rita Paris, confermando il proprio impegno nel direttivo dell’associazione. All’assemblea dei soci ha ricordato le principali iniziative degli ultimi anni: molti convegni e incontri pubblici, manifestazioni, documenti, grazie anche all’impegno di tutto il consiglio direttivo dell’associazione. In particolare ha ricordato le iniziative che hanno avuto una forte impronta culturale e politica:

  • le quattro edizioni del premio Ranuccio Bianchi Bandinelli, negli anni dal 2015 al 2018, riconosciuto a Desideria Pasolini dall’Onda, ai volontari del Museo di via Tasso a Roma, a Margherita Eichberg e a Pier Luigi Cervellati;
  • il Convegno “Dai Fori all’Appia” il 21 marzo 2014 nella sala dei Dioscuri;
  • il ricordo di Antonio Cederna a 20 dalla scomparsa, con la conferenza di Walter Tocci il 19 marzo 2016 presso la Camera dei deputati e la passeggiata lungo l’Appia Antica il 13 febbraio;
  • il Convegno “Il diritto alla città pubblica” il 12 novembre 2018. Appuntamento – con molti autorevoli interventi, particolarmente seguito dai media e da alcune forze politiche – che ha visto per la prima volta la nostra associazione proporre un disegno di legge (già presentato in Parlamento). Sul sito dell’associazione è pubblicato un e.book con l’integrale documentazione del convegno e del dibattito che ne è seguito.

De Lucia ha concluso con una riflessione sul Progetto Fori, ricordando che si compiono 40 anni dall’ideazione del Progetto che si deve ritenere parte integrante della storia dell’associazione. La prima tappa fu la denuncia di Adriano La Regina, allora soprintendente archeologo di Roma, il 21 dicembre 1978, sulla condizione drammatica dei monumenti della città corrosi dall’inquinamento. Il 21 aprile 1979 La Regina, invitato in Campidoglio dal sindaco Giulio Carlo Argan, propose la soppressione della via dei Fori Imperiali, nel suo tratto tra piazza Venezia e lo sbocco di via Cavour, al fine di restituire unità al complesso monumentale più significativo che esista, inutilmente sepolto dall’asfalto dopo che la fisionomia assunta dalla zona nei secoli più recenti era stata cancellata per sempre con le demolizioni del periodo fascista.

Altro protagonista del Progetto Fori fu il sindaco di Roma Luigi Petroselli che conferì al progetto consistenza politica con l’obiettivo di accorciare le distanze sociali, di classe, di reddito, di cultura fra il popolo delle periferie e la città borghese. Fondamentali furono le domeniche pedonali del 1981 organizzate con l’intento che la storia dell’antica Roma non doveva essere patrimonio solo degli studiosi ma di tutto il popolo della città, anche di quello più sfavorito. Petroselli credeva con forza in quell’idea ed è anche per questa ragione che il suo ricordo resta vivo ancora oggi, a quasi quarant’anni dalla scomparsa.

Con la morte di Petroselli nel 1981 muore il Progetto Fori.

Vezio De Lucia ha concluso, non senza amarezza, che non che vi sono oggi le condizioni per riprendere il progetto: prova ne sono la demolizione di via Alessandrina e la proposta di un tram sulla via dei Fori. Abbiamo tuttavia il dovere di ricordare che si trattava della più bella idea di rinnovamento di Roma nei 150 anni di capitale.

E l’Associazione si assume il compito di aiutare a non dimenticare.

Assemblea dell’Associazione 2018

Informiamo che il giorno 18 dicembre, alle ore 17:00 si terrà l’assemblea dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli.

L’incontro è aperto a tutti gli interessati.

 

martedì 18 dicembre 2018, ore 17:00

Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’arte, in piazza San Marco n. 49.

Ordine del giorno:

  • relazione generale del Presidente sulle iniziative svolte nel 2018
  • rinnovo delle cariche societarie
  • varie, eventuali e sopraggiunte.

Alessandro Leogrande: La Città e la Crisi dell’Industria

In occasione dell’anniversario della scomparsa di Alessandro Leogrande, il 26 novembre 2017, pubblichiamo il testo del suo intervento al convegno Taranto, la Città, la Storia, organizzato dall’Associazione Bianchi Bandinelli il 20 gennaio del 2017.

 

La Città e la Crisi dell’Industria

Vorrei provare qui ad argomentare un’idea in cui credo fermamente da molti anni: la storia del gigantismo industriale e la storia dell’abbandono della città vecchia sono due facce della stessa medaglia. Tutte le analisi di Taranto all’interno delle quali le due narrazioni vengono slegate, o tenute separate, risultano mancare di qualcosa. Il racconto che va per la maggiore in questi anni, che vede Taranto quale sinonimo del disastro industriale, come se si fosse creata dal nulla una storia di gigantismo industriale, non correlata con la storia urbanistica, culturale e politica di lungo periodo della città, è appunto un racconto monco. E d’altra parte, ogni ri-narrazione di Taranto, della sua identità o presunta somma di identità, e del rapporto di tutto ciò col centro storico, che non tenga conto della sua storia novecentesca, dei segmenti di storia novecentesca alle spalle, rischia a sua volta di essere monca.

Nella storia recente di Taranto è evidente invece che l’industria – non solo come peso e portato materiale nella vita del capoluogo, ma anche come manifestazione ideologica di un’idea di progresso, di una idea di sviluppo – e  l’abbandono dell’isola, della città vecchia, con la costruzione di una città che è stata nel Novecento la negazione della città vecchia, corrono su binari paralleli. Già in epoca umbertina, la Città Nuova, anche nei suoi esempi urbanistici migliori, si costruisce ideologicamente come negazione della città vecchia, mentre la città abbastanza caotica e sfasciata, che continua a crescere e ad ingrandirsi dagli anni Settanta in avanti, è a sua volta una negazione dell’isola e del centro storico. Questa frattura, peraltro, non riguarda solo Taranto, ma tutte le città epicentro della industrializzazione nel Sud. In La dismissione, ad esempio, Ermanno Rea coglie perfettamente l’antitesi fabbrica-vicolo, e l’ergersi della fabbrica, e del lavoro di fabbrica, e della vita legata al lavoro di fabbrica, come netta contrapposizione al mondo dei vicoli.

Questo processo, a mio avviso, raggiunge il suo acme – e allo stesso tempo il suo punto di rottura – proprio negli anni Settanta del secolo scorso. Esattamente in quegli anni, tutti, più o meno tutti, chiedono non il recupero ma l’abbandono della città vecchia, e la creazione di case popolari altrove ma non in città vecchia, e allo stesso tempo si chiede a gran voce tutti – più o meno tutti, quasi tutti – il raddoppio del centro siderurgico. Sia rispetto ad un fenomeno, sia rispetto all’altro, le voci dissonanti, le voci fuori dal coro, sono pochissime.

Sono stati già fatti, per quanto riguarda la città vecchia, i nomi di Giulio Carlo Argan, Cesare Brandi, Antonio Cederna, Giuseppe Ungaretti… non a caso tutti legati all’esperienza del Premio Taranto e alla rete stabilita da Antonio Rizzo intorno alla “Voce del popolo”. Sono i primi, gli unici, a gridare allo scandalo contro l’idea scellerata di abbattere la città vecchia, tenendo in piedi solo tre-quattro monumenti di pregio, e a sostenere invece che quell’aggregato umano, lungamente insediato, va preservato. Però viene da dire, ribadisco, che al di là delle ipotesi hard, come quella di distruggere la città vecchia per tenere in piedi solo alcuni monumenti di pregio, quella idea di sviluppo, per cui il progresso era fuori dalla città vecchia, irrimediabilmente fuori dall’isola e dai vicoli, si estende a macchia d’olio, ben al di là delle tesi più oltranziste.

Allo stesso tempo la richiesta di gigantismo industriale, la richiesta del raddoppio del centro siderurgico,  attraversa negli stessi anni tutte le forze politiche. Motivo per cui ho sempre pensato che la tesi secondo cui a  Taranto si è insediata una forma di colonialismo industriale fosse un po’ miope: sicuramente c’è stato uno sviluppo calato dall’alto, ma questo sviluppo non è stato certo imposto con la forza, è stato accettato – se non addirittura preteso – dalle forze politiche e sociali, ovviamente secondo vari gradi di partecipazione, di consenso, di motivazioni e interessi, ma ciò non toglie che si possa dire che, dalla Dc alla nuova sinistra, il raddoppio lo volevano tutti. E anche in questo caso le voci fuori dal coro, sfogliando i giornali dell’epoca, sono pochissime.

Viene in mente il Walter Tobagi che adotta per primo, in relazione a Taranto, l’espressione “metalmezzadro”. La Taranto che descrive Tobagi nel ’79, pochi mesi prima di essere ammazzato, è una città che presenta tutte le contraddizioni esplose nei trent’anni successivi: in una città che allora aveva il Pil pro capite più alto del Mezzogiorno, e che dell’industria  percepiva solo le “magnifiche sorti e progressive”, quel gigantismo industriale mostrava già chiaramente i suoi piedi d’argilla. Non solo perché, visto retrospettivamente, quello sviluppo siderurgico non avrebbe avuto lunga vita, incontrando presto la crisi del mercato mondiale. Il motivo era soprattutto un altro: la fabbrica appariva a Tobagi come una cattedrale nel deserto che aveva pochi rapporti con la provincia limitrofa. Non aveva generato un indotto virtuoso. E, d’altro canto, benché una delle tesi correlata alla creazione del polo industriale fosse quella che esso avrebbe favorito la creazione di una nuova classe operaia, di un nuovo mondo del lavoro e del diritto, a Taranto più che una classe operaia nel senso sociologicamente più stringente del termine, si è creata una composizione più complicata, in cui la fetta dei cosiddetti “metalmezzadri”, cioè di coloro i quali venivano a lavorare in città dai piccoli paesi della provincia ma poi la sera tornavano in provincia, mantenendo intatte le strutture culturali del Sud agricolo, era rilevante.

Anche Giorgio Bocca, in quegli anni, si accorge che qualcosa sta andando storto, e lo scrive in un reportage sul “Giorno”. La sua tesi è lapidaria: qui stanno costruendo un gigante industriale, che si mangia le altre forme di lavoro, si mangia la terra e ben presto si mangerà anche l’aria… Ma qual è l’alternativa locale? Qual è l’alternativa fornita dalla classe dirigente locale, dall’imprenditoria locale, dalla classe politica locale, rispetto a tutto questo?

Evidentemente non c’era. Per questo io credo che proprio lì, alla metà degli anni Settanta, si stringono a filo doppio i due fattori.

Proprio negli stessi anni del raddoppio del siderurgico avviene il crollo di Vico Reale, in cui perdono la vita sei persone, tra cui tre bambini. È il 13 maggio del 1975. Ricordo anche qui un bellissimo articolo di Antonio Cederna pubblicato sul “Corriere della sera”. Cederna scrisse senza mezzi termini: è caduto un solaio e non un palazzo; pertanto criminalizzare l’intera Taranto antica per la caduta di un solaio è un’operazione intellettualmente scorretta, che mira ad altro. È chiaro che si sarebbe dovuto intervenire per mettere in sicurezza una parte della città, ma la questione ancora una volta non era azzerare un tessuto urbanistico e sociale di lunga data, bensì intervenire su tutti quei casi di sovracostruzione che, come sappiamo bene, gravano su gran parte dell’abitato dell’isola.

Come notava Cederna, invece, il crollo sarebbe stato adottato come grimaldello per lanciare lo slogan “fuori dalla città vecchia”: dal momento che è troppo complicata risanarla, si vada via, si costruiscano case popolari altrove, magari nell’estrema periferia. Cederna è fra i più acuti a notare quanto balzana, malsana e illogica sia stata l’esplosione urbanistica di Taranto, e come l’altra faccia della medaglia del mancato recupero – si intenda la parola “recupero” nel senso più ampio possibile, ovviamente – della città vecchia sia stata la costruzione di una città piuttosto brutta.

Si può dire che la mancata cura dell’alienazione all’interno della città vecchia non ha fatto altro che spostare quella medesima alienazione nelle periferie, senza risolverla. L’incuria del centro ha prodotto a sua volta una città priva di centri, una città estremamente slabbrata, in cui si fa fatica a individuare dei sotto-centri reali, anche in periferia.

Che cosa abbiamo ora intorno a noi? Abbiamo un panorama fatto di macerie ben più visibili di quelle degli anni Settanta. Non solo le macerie della storia industriale, che rendono evidente la necessità di elaborare un rapporto critico rispetto ad essa, ma anche le macerie del tessuto urbanistico. Chiunque prenda la macchina e si faccia un giro per Taranto, per tutta Taranto, per l’enorme perimetro della città di Taranto, ha davanti agli occhi una città slabbrata, una città esplosa, che si è estesa urbanisticamente senza senso intorno alla negazione del centro storico, una città che ha raggiunto in fretta i duecentocinquantamila abitanti e che ora ne ha solo duecentomila. Ma questo è solo il dato che fotografa gli abitanti ufficialmente residenti. Come sappiamo, il dato non copre il fenomeno di massa della nuova emigrazione giovanile, intellettuale e operaia, verso l’esterno. Tra gli under 30 e gli under 40 che non intravedono prospettive concrete, questo è un fenomeno ormai radicale. Per cui i residenti effettivi sono molti di meno. In breve, Taranto è ormai una città svuotata in ogni suo isolato. Una città groviera.

Qualche anno fa un urbanista milanese, Alessandro Coppola, ha scritto per Laterza un libro molto bello intitolato Apocalypse Town. L’oggetto del suo studio erano le città statunitensi della cosiddetta “cintura della ruggine”: Youngstown, Baltimora… cioè quelle città che, dopo essere state dei grandi poli siderurgici, hanno vissuto in pieno la crisi di quel modello di sviluppo. Dopo la crisi dell’acciaio, che ha visto in tutti quei centri il ridimensionamento se non addirittura la chiusura degli stabilimenti, e l’avvio di una gravissima crisi economica, quelle città si sono drammaticamente spopolate. Così si è assistito a un fenomeno, su vasta scala, di sfilacciamento urbano e di creazione di città-groviera.

Leggendo quel libro, mi sono venute in mente molte riflessioni a proposito di Taranto. Anche noi abbiamo davanti ai nostri occhi una città-groviera: le stesse considerazioni che fino a dieci anni fa si potevano fare solo sulla città vecchia, oggi si possono estendere anche al Borgo, anche a un’area molto più estesa del Borgo. Pertanto gli obiettivi davanti a cui è posta la città, al di là del superamento della crisi industriale, sono i medesimi di quelle città americane. Occorre riammagliare il tessuto urbano, aggrupparlo, e però per farlo c’è bisogno di un’idea di centro.

Nel corso degli ultimi quarant’anni Taranto ha perso due centri: sia la città vecchia, sia il Borgo. Tante volte ho avuto l’impressione che per un liceale di oggi, rispetto a quando ho fatto io il liceo alla metà degli anni Novanta, Taranto appaia una città molto più amorfa, anomica: ancora più priva di centro – di centri –  di quanto non lo fosse allora. E per “centro” intendo quel luogo in cui si sedimenta l’agorà della vita sociale, in cui si fa socialità, si costruiscono relazioni più ampie. Taranto è una città in cui la socialità si è molto più sfilacciata, non solo rispetto a quarant’anni fa, ma anche rispetto a vent’anni fa.

Lo ripeto: ogni riflessione sul futuro di Taranto deve avere a che fare con la necessità di riammagliare la città e di ritornare a riflettere sul suo centro. E questa riflessione non può prescindere da una riflessione la più ampia possibile sulla città vecchia e l’esodo che ha subito. Aggiungo anche che alle nostre spalle, nel passato più recente, ci sono dei macigni enormi. Gli anni 2000 a Taranto non sono stati solo gli anni dell’esplosione del disastro ambientale. Lo sono stati, è vero, però è fin troppo miope non ricordare che solo cinque anni prima dell’esplosione del disastro ambientale Taranto è stata l’epicentro di uno dei dissesti finanziari più eclatanti della storia repubblicana. Nei vari record che la città infila uno dopo l’altro, solo cinque anni prima di essere definita la città con la produzione di diossina più alta d’Europa, Taranto era la città che aveva prodotto il più grande buco di bilancio dopo la Napoli di Gava, nel ’91. Ma ciò in una città che è un sesto della Napoli di allora, e della Napoli di oggi.

Quel dissesto finanziario non è stato un evento naturale: è un fatto che ha una sua precisa manifestazione politica, e quindi una sua precisa responsabilità politica. Per giunta, tale esperimento di razzia della cosa pubblica è stato drammaticamente interrelato al mancato intervento nel centro storico e a una mancata riflessione sulle sue sorti. Detto in parole povere: sono stati indebitamente sottratti, in parte, proprio quei soldi che si sarebbe dovuto destinare al piano Urban in città vecchia.

Quando si parla di futuro della città, il peso del passato purtroppo non può essere aggirato. Non possono essere aggirati né i condizionamenti novecenteschi che ancora gravano sulla città, né la sua storia politica recente, che ne fa un laboratorio politico (o post-politico) tra la metà degli anni novanta e la metà del decennio successivo.

Ogni riflessione sul centro storico non può prescindere da tutto questo. Nei periodi di confusione – e questo è un periodo di confusione, è un periodo in cui la città è stata sovente lasciata sola, salvo poi essere ripresa ogni tanto per i capelli ed essere fatta oggetto di slide nelle conferenze stampa del governo – credo che bisogna rifarsi a chi, nel corso del Novecento, una visione ereticale e spesso minoritaria sulla città l’ha avuta. In questo, l’esempio di Argan, Brandi, Cederna rimane luminoso, perché è proprio nelle loro riflessioni che si condensa una lettura della città di lungo periodo. Di lungo periodo sia rispetto al passato, sia rispetto al futuro.

Tomaso Montanari: Approvate questa legge per salvare i centri storici

Articolo di Tomaso Montanari sul progetto di legge per i centri storici presentato dall’Associazione Bianchi Bandinelli.

Da Il Fatto Quotidiano del 19 novembre

 

Approvate questa legge per salvare i centri storici

Una sfida a Camera e Senato. Alla maggioranza “del cambiamento”, e alla minoranza “della responsabilità”. Una sfida costruttiva: capace di riportare nelle aule parlamentari lo sguardo lungimirante e la lingua chiara e profonda della Costituzione. È questa la portata di un breve testo, appena più lungo di questo articolo, capace di cambiare il destino delle nostre città: la “Proposta di legge in materia di tutela dei centri storici, dei nuclei e dei complessi edilizi storici” avanzata dall’Associazione Bianchi Bandinelli. A stenderla è stato un gruppo di urbanisti, giuristi, esperti di patrimonio culturale che annovera le migliori intelligenze italiane guidate da Vezio De Lucia, e in cui spicca il contributo di Pierluigi Cervellati.
La proposta di legge afferma una verità fondamentale, indicando i centri storici come i veri capolavori della civiltà italiana, e li identifica in modo univoco (superando una babele di norme di ogni grado) con gli insediamenti urbani riportati nel catasto del 1939. Dopo aver detto cosa sono, la legge aprirebbe finalmente un insuperabile scudo di protezione: “Sono sottoposti a disciplina conservativa del patrimonio edilizio pubblico e privato, con divieto di demolizione e ricostruzione e di trasformazione dei caratteri tipologici e morfologici degli organismi edilizi e dei luoghi aperti, di modificazione della trama viaria storica e dei relativi elementi costitutivi, con divieto altresì di nuova edificazione anche degli spazi rimasti liberi; sono esclusi usi non compatibili”.

Se questa semplice norma fosse stata in vigore negli anni ’50 e ’60 non sarebbe stato possibile il Sacco di Palermo di Vito Ciancimino e soci, che distrusse gran parte della meravigliosa architettura liberty della città. Se fosse stata in vigore l’anno scorso, si sarebbe fermata l’oscena demolizione dei villini storici di Roma: quei villini sono una mirabile testimonianza del governo del Blocco Popolare di sinistra e del suo piano regolatore (1909), e la loro distruzione in corso è il frutto della decadenza del Lazio governato dalle leggi urbanistiche di Polverini e Zingaretti. Se questa legge entrasse in vigore oggi, potrebbe bloccare l’incredibile variante urbanistica approvata a Firenze dalla giunta Nardella, che dà mano libera alla speculazione permettendo di demolire, ristrutturare e costruire ex novo nei vuoti storici anche all’ombra della Cupola del Brunelleschi.

Ma, qualcuno dirà, non sarà “ambientalismo da salotto” (per usare le parole demenziali di un esponente di spicco del partito del cemento, Matteo Salvini)? Davvero, in un’Italia socialmente a pezzi, la priorità possono essere le pietre antiche dei nostri centri storici? La risposta è contenuta nell’articolo 5 della proposta di legge, un articolo che non si esagera a definire rivoluzionario, perché obbliga lo Stato a lanciare un Programma straordinario per il ripristino della residenza negli insediamenti storici. È la prima norma contro la gentrificazione, cioè contro la trasformazione della città storica in una città di ricchi, in un luna park di lusso e poi in un gigantesco mangificio-airbnb.

Il piano decennale previsto dalla legge prevede “l’utilizzo a favore dell’edilizia residenziale pubblica del patrimonio immobiliare pubblico dismesso (statale, comunale e regionale); l’obbligo di mantenere le destinazioni residenziali con la sospensione dei cambi d’uso verso destinazioni diverse eventualmente previste, fatte salve le attrezzature pubbliche e quelle strettamente connesse e compatibili con la residenza; l’erogazione di contributi a favore di Comuni caratterizzati da elevata riduzione della popolazione residente, per l’acquisto di alloggi da cedere in locazione a canone agevolato”.

Se questa norma fosse stata in vigore negli ultimi trent’anni, Venezia sarebbe ancora una città. E i comuni italiani – da Venezia giù giù fino all’ultimo paese delle aree interne spopolate della Calabria, passando per Firenze, Napoli e Bergamo – potrebbero finalmente avere le armi per impedire la turisticizzazione selvaggia del tessuto storico, e per mantenere, o riportare in centro, le classi subalterne oggi condannate alle periferie e private della memoria e della storia. Un ultimo comma dell’articolo 5 prevede che gli speculatori che chiedono i titoli abitativi per più di quattro appartamenti alla volta (dopo frazionamenti e sfratti, per esempio) siano accontentati solo se accettano di affittarne almeno il 25%, a canone concordato col Comune e assicurando la priorità ai precedenti occupanti. Una legge esemplare. Perché semplificherebbe davvero, e de-burocratizzerebbe, ma non per svellere e annichilire la tutela (come invece finora in tutte le leggi di semplificazione, fino all’apoteosi cementizia dello Sblocca Italia renziano), ma anzi per tutelare meglio e di più. E per tutelare non solo le pietre, ma anche il popolo: e anzi il nesso pietre-popolo, che è l’anima stessa delle nostre città storiche.

È sempre più evidente che la decomposizione della democrazia italiana parte dalla decomposizione delle città, e in esse delle città storiche: il dominio del mercato sullo spazio pubblico, la svolta securitaria in nome del decoro e la sovrapposizione di pulizia sociale e polizia repressiva sono fenomeni urbani che hanno condotto alla sparizione dello spazio politico e alla svolta a destra del Paese. Questa legge tutela la democrazia, attraverso la tutela delle città: ci sarà qualche senatore o deputato disposto a raccogliere la sfida, e a incardinare questo testo provvidenziale nei lavori parlamentari?