Per Sara Staccioli Chiarante

Sabato mattina ci ha lasciato Sara Staccioli Chiarante. Socia fondatrice e a lungo componente del Consiglio Direttivo dell’Associazione, Sara Staccioli ha dato alla Bianchi Bandinelli un apporto di idee e di impegno fondamentali, soprattutto nel primo decennio di vita dell’associazione.

Storica dell’arte di rara sensibilità, è stata funzionaria nell’amministrazione dei Beni Culturali e direttrice della Galleria Borghese in una stagione particolarmente felice per il museo.

Sara Staccioli ha lasciato agli studi contributi di grande rilievo: tra questi un esemplare profilo della storia della Collezione Borghese. Nel suo ruolo di direttrice della galleria, ha curato una serie di strumenti didattici di riconosciuto valore scientifico. L’educazione al patrimonio è stata un suo interesse costante. È un peccato che il suo intervento alla Prima Conferenza Nazionale sui Musei organizzata dal Ministero dei Beni Culturali nel 1982 non sia stato pubblicato.

Alla Bianchi Bandinelli ha dato un contributo di idee e di lavoro poco appariscente ma fondamentale, in carattere con la sua indole, ironica e discreta.

Nella vita personale e pubblica di Giuseppe Chiarante, Sara Staccioli ha avuto un ruolo cruciale, che lo stesso Beppe le riconosce, rievocando il periodo tra fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, nei quali maturò il suo passaggio dalla sezione economica a quella culturale del PCI; fu allora che la sua rete di relazioni si estese alle molte personalità comprese fra ‘gli amici di Sara’.

Negli ultimi anni la presenza di Sara Staccioli si era diradata, ma la sua attenzione alle attività dell’associazione non è mai venuta meno. La ricorderemo presto con i colleghi e gli amici.

Da comprati a venduti. Articolo di giuseppe Chiarante (L’Unità 24/1/2003)

Lettera ai soci

Ai Soci e agli Amici dell’Associazione

 

Gentili Soci e Amici,

il periodo trascorso in condizioni di isolamento a causa del virus ha comportato l’interruzione di ogni attività collettiva, a partire dal nostro incontro pubblico previsto il 13 marzo presso l’Accademia Nazionale di San Luca, “Narrazione e realtà. Lo stato dei beni culturali di riforma in riforma”.

I membri del direttivo con la sottoscritta hanno tuttavia continuato a seguire con impegno – come si ritiene ciascuno di voi – i temi che hanno riguardato e riguardano il patrimonio culturale e paesaggistico del nostro paese, del quale sono emerse non poche criticità, tra le quali preme richiamare quelle connesse con il lavoro dei numerosissimi professionisti esterni all’amministrazione che hanno perduto improvvisamente ogni possibilità di esercitare la propria professione, con gravi conseguenze. La portata di tale fenomeno sembrava dovesse portare alla convinzione che il sistema dovesse essere totalmente riconsiderato, con il fine di offrire maggiori garanzie per l’occupazione nel settore, assicurata da una maggiore presenza dello Stato anche nella gestione di servizi culturali, oltre a quella del mondo delle imprese.

Come da sempre, nella storia dell’Associazione, non può essere trascurato il tema dell’occupazione e del riconoscimento delle professionalità di interni ed esterni che operano per l’amministrazione dei quali vanno salvaguardati la dignità e il diritto al lavoro.

La carenza di personale di tutti i livelli nei luoghi della cultura ha reso difficile, in aggiunta alle necessarie disposizioni governative, la riapertura al pubblico che si sta tuttavia portando avanti con le necessarie restrizioni e precauzioni.

Le riflessioni che l’Associazione ha elaborato negli incontri pubblici che si sono potuti organizzare e che avrebbero visto un importante momento di sintesi nell’incontro del 13 marzo, sono state indirizzate verso le conseguenze determinate dai mutamenti operati nel Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo a partire dal 2014.  Si ritiene, ora più che mai, che occorra ristabilire equilibri nei processi della tutela e della gestione per tutto il patrimonio culturale e paesaggistico, anche ai fini della migliore promozione e valorizzazione dello stesso. In tale ottica non si può non osservare che un numero elevatissimo di Soprintendenze, su tutto il territorio nazionale, è da tempo senza il dirigente titolare, con incarichi ad interim che non possono assicurare il pieno adempimento dei compiti di tutela. E’ noto che dal 2009 non viene bandito un concorso da Soprintendente, mentre si è dato seguito ai bandi per gli incarichi di direzione degli Istituti autonomi e ai relativi rinnovi per ulteriori quattro anni rispetto al mandato originario.

Si ritiene che la nostra attenzione debba essere rivolta anche al mondo dell’Università e della Scuola, affinché la situazione attuale contenga i danni derivati dall’insegnamento a distanza, con tutte le conseguenze che ha comportato per docenti e allievi, evitando il radicalizzarsi di una sistema sulla condizione di emergenza alla quale ha dovuto fare ricorso. In particolare e come previsto dal programma annuale inviato al Ministero per il contributo economico, si intende promuovere alcuni incontri con strutture scolastiche per un confronto con professori e allievi sui principali temi che riguardano il patrimonio culturale e paesaggistico.

Tra i vari argomenti, abbiamo mantenuto alta l’attenzione verso la questione della Sicilia e il DDL 698-500 in discussione presso l’Assemblea Regionale Siciliana, dopo la presentazione del volume Utopia e Impostura, per le gravi ricadute che potrebbe avere, qualora fosse approvato, sul patrimonio della Regione e sulle professionalità tecnico-scientifiche (si rimanda al sito web).

I tempi per l’approvazione del bilancio consuntivo e di quello di previsione sono slittati e si auspica di poter procedere con la convocazione dell’Assemblea entro il mese di ottobre; diversamente si provvedereà tramite email. Per il voto, considerata la situazione straordinaria si ritiene di poter considerare valida l’iscrizione del 2019, per chi tuttavia volesse rinnovarla si rimanda al sito, segnalando anche la quota di socio ordinario (20 euro).

Si rimane a disposizione per ricevere eventuali segnalazioni e proposte da inviare all’indirizzo info@bianchibandinelli.it.

 

Roma, 20 luglio 2020

Il Presidente e Il Consiglio Direttivo

 

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DDL 698-500 in discussione presso l’Assemblea Regionale Siciliana

Roma, 15 giugno 2020

 

Al Presidente della Regione Siciliana
On. Nello Musumeci

All’Assessore regionale dei beni culturali e dell’Identità Siciliana
Dott. Alberto Samonà

Al Ministro per gli affari regionali e le autonomie
On. Francesco Boccia

Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del Turismo
On. Dario Franceschini

Al Presidente del Consiglio Superiore dei beni culturali e paesaggistici
Prof. Marco D’Alberti

 

 

Oggetto: DDL 698-500 in discussione presso l’Assemblea Regionale Siciliana – Commissione V Cultura, Formazione, Lavoro

Queste Associazioni si rivolgono alle Autorità dei Governi regionale e nazionale in indirizzo cui è affidata, secondo le rispettive competenze istituzionali, la tutela del patrimonio culturale della Nazione e della Sicilia, per esprimere le proprie forti preoccupazioni circa la legittimità degli articoli contenuti del DDL 698-500, “Disposizioni in materia di beni culturali e di tutela del paesaggio” in discussione attualmente all’Assemblea Regionale Siciliana (di seguito ARS). Il disegno di legge in oggetto, infatti, a parere di chi scrive, presenta nel suo insieme gravi aspetti di incostituzionalità riguardo al mancato rispetto del principio dettato dall’articolo 9 della Costituzione dell’obbligo della tutela del “Paesaggio e del patrimonio storico artistico della Nazione” e contiene norme che confliggono con la legislazione nazionale di tutela che dà attuazione al dettato costituzionale dell’art. 9.

La delega del Presidente della Repubblica deve essere esercitata, quindi, entro i limiti prescritti dai decreti presidenziali del 1975, che trasferirono alla Regione Siciliana le competenze organizzative relative alle strutture della tutela, precisando che i nuovi organismi regionali, dovessero applicare la normativa nazionale di tutela del patrimonio culturale.

Si rappresentano, qui di seguito, le principali criticità del disegno di legge 698-500 in discussione presso l’Assemblea Regionale Siciliana – Commissione V Cultura, Formazione, Lavoro.

In premessa il DDL non cita i decreti delega del Presidente della Repubblica del 1975 nn. 635 e 637 e fa discendere la competenza legislativa della Regione Siciliana in materia di tutela dei beni culturali e paesaggistici direttamente dallo Statuto Autonomistico del 1946, approvato con Regio Decreto Legislativo il 15 maggio 1946 (n. 455) e convertito in legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2.

Dunque l’attuale legislatore regionale non tiene conto del presupposto giuridico fondamentale che rende possibile l’esercizio della potestà legislativa da parte dell’assemblea siciliana in materia di tutela del patrimonio culturale: la potestà legislativa espressa dall’articolo 14, lettera n) e r) dello Statuto del 1946, divenne operativa, infatti, trent’anni dopo, solo dopo la delega alla Regione di funzioni statali espressa dal più alto organo dello Stato.

La delega circoscritta delle competenze statali in materia di amministrazione dei beni culturali è stata esercitata pienamente dal legislatore siciliano con le leggi regionali che istituirono il sistema regionale di tutela multidisciplinare, le Leggi regionali nn. 80/1977 e 116/1980, tuttora vigenti, cui, però, non si dà applicazione nel DDL in esame.

Il DDL in oggetto, infatti, non fa riferimento alla L.R. 80/1977 che, dando seguito ai Decreti Presidenziali nn. 635 e 637, istituì in Sicilia il sistema delle Soprintendenze uniche territoriali (modello organizzativo peraltro oggi adottato dal MIBACT a livello nazionale) e alla successiva L.R. 116/1980, contenente le norme attuative circa la struttura, il funzionamento e l’organico del personale dell’amministrazione dei beni culturali in Sicilia, che istituirono il ruolo tecnico dei beni culturali. Si fa peraltro presente come tali disposizioni legislative siano oggi ancora vigenti, seppure svuotate e depotenziate da una lunga serie di disposizioni, circolari e norme che le hanno rese nel corso degli anni di fatto inapplicate.

La specificità delle Istituzioni di tutela e del loro personale scientifico è ampiamente riconosciuta dalla legislazione vigente, non solo per quanto riguarda il Codice dei beni culturali, che prescrive all’articolo 9bis la normativa sui “professionisti dei beni culturali”, ma anche da altre leggi dello Stato, come nel caso del DLgs 50/2016 (Codice dei contratti pubblici), ove la specificità dei lavori connessi con i beni culturali sono oggetto di specifiche norme (per es. art. 25 – archeologia preventiva), oltre che di un intero capitolo del Codice dei contratti (Titolo VI, Capo III, artt. 145-151), a sua volta regolamentato dal Decreto 154/2017, emanato non a caso dal MIBACT.

Il DDL, pur avendo l’obiettivo dichiarato di adeguare il sistema regionale della tutela del patrimonio culturale agli standard organizzativi nazionali del MIBACT, non affronta le cause reali dell’inefficienza amministrativa in relazione a quei compiti di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale conservato nei suoi territori, per il quale è competente a seguito della delega delle funzioni statali da parte del Presidente della Repubblica, contenuta nei DPR nn. 635 e 637 del 30 agosto 1975.

Gravemente difforme dal sistema nazionale risulta la situazione del personale del comparto regionale dei BB.CC. che ha perso negli ultimi decenni la necessaria specificità e specializzazione richiesta dalla normativa nazionale e regionale.

Tra gli obiettivi perseguiti dal DDL in esame si rileva, invece, la volontà da parte del legislatore regionale di recepire, modificandola nei principi, la normativa nazionale di tutela del patrimonio culturale contenuta nel Codice dei beni culturali e del paesaggio, approvato con DLgs n. 42/2004 e s.m.i.

Occorre chiarire l’illegittimità di tale recepimento, poiché ciò si configura come travalicamento dei limiti imposti alle norme regionali dalla gerarchia delle leggi nell’ordinamento giuridico italiano. Le norme contenute nel DDL che intendono recepire il Codice (l’intero Titolo II e l’articolo 10) sono illegittime in quanto tale Codice costituisce una riforma nazionale di carattere economico-sociale che dà attuazione ad un principio fondamentale della nostra Costituzione, l’art. 9, oltre che all’art. 117, novellato dalla Riforma Costituzionale del Titolo V del 2001. Questo è chiaramente precisato all’art. 1 dello stesso Codice: “In attuazione dell’articolo 9 della Costituzione, la Repubblica tutela e valorizza il patrimonio culturale in coerenza con le attribuzioni di cui all’articolo 117 della Costituzione e secondo le disposizioni del presente codice”. Pertanto, il Codice dei beni culturali e del paesaggio è vigente in Sicilia dal momento della sua approvazione, in virtù del principio del recepimento dinamico.

In riferimento a quanto previsto dall’articolo 8 del predetto Codice secondo cui “restano ferme le potestà attribuite alle regioni a statuto speciale ed alle province autonome di Trento e Bolzano dagli statuti e dalle relative norme di attuazione”, la Corte Costituzionale è più volte intervenuta confermando che la  disciplina statale volta a proteggere l’ambiente e il paesaggio funziona “come un limite alla disciplina che le regioni (ndr: a statuto speciale) e le province autonome dettano in altre materie di loro competenza, salva la facoltà di queste ultime di adottare norme di tutela ambientale più elevata nell’esercizio di competenze, previste dalla Costituzione, che concorrano con quella dell’ambiente” (sentenza C.C. n. 199 del 2014; nello stesso senso, sentenze n. 246 e n. 145 del 2013, n. 67 del 2010, n. 104 del 2008, n. 378 del 2007).

Tali sentenze richiamano l’articolo Cost. 117 che pone “la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali” (art. 117, comma secondo, lett. s) fra le materie nelle quali “lo Stato ha legislazione esclusiva”. La Regione Siciliana, anche nelle materie di propria competenza esclusiva ai sensi del vigente Statuto (art. 14 lett. n e r sopra richiamato), non può dunque intervenire sul piano normativo ignorando i limiti posti a livello nazionale in tema di tutela dei beni culturali e paesaggistici.

Non è un caso che l’articolo 55 (“Abrogazione di norme”) del DDL di cui si discute preveda l’abrogazione del comma 6 dell’articolo 8 e dell’articolo 13 della Legge regionale 6 maggio 2019, n.5, norme che il Presidente del Consiglio dei Ministri aveva impugnato davanti alla Corte Costituzionale in quanto ritenute lesive dei principi sopra enunciati in tema di tutela dei beni culturali e paesaggistici.

Alla luce degli orientamenti della Corte Costituzionale devono considerarsi lesive dei principi costituzionali le norme proposte agli articoli:

– articolo 4 in quanto replica l’articolo 10 del Codice dei beni culturali e del paesaggio.

– articolo 5 che prescrive l’applicazione di articoli del Codice dei beni culturali e del paesaggio vigenti su tutto il territorio nazionale dal momento dell’approvazione del DLgs. 42/2004.

– art. 6 che prescrive al comma 1 che gli interventi soggetti ad autorizzazione “sono subordinati ad autorizzazione del dirigente generale del dipartimento dei beni culturali e della identità siciliana”. Questo è in contrasto con quanto prescritto dall’art. 21 del Codice che espressamente dà ai Soprintendenti la potestà di autorizzazione di interventi sui beni culturali e quindi non possono essere attribuiti al dirigente generale del dipartimento, che non è un organo tecnico-scientifico.

(Codice dei beni culturali e del paesaggio, art. 21, commi 4 e 5:

4. L’esecuzione di opere e lavori di qualunque genere su beni culturali è subordinata ad autorizzazione del soprintendente. Il mutamento di destinazione d’uso dei beni medesimi è comunicato al soprintendente per le finalità di cui all’articolo 20, comma 1.

5. L’autorizzazione è resa su progetto o, qualora sufficiente, su descrizione tecnica dell’intervento, presentati dal richiedente, e può contenere prescrizioni. Se i lavori non iniziano entro cinque anni dal rilascio dell’autorizzazione, il soprintendente può dettare prescrizioni ovvero integrare o variare quelle già date in relazione al mutare delle tecniche di conservazione.)

– art. 7 del DDL che assegna la tutela dei beni culturali e paesaggistici ad accordi tra amministrazioni, scavalcando il ruolo tecnico-scientifico delle istituzioni di tutela, in contrasto con gli obblighi di tutela imposti appunto dall’art. 9 della Costituzione. A sostegno della illegittimità di questa norma, occorre rilevare il fatto che anche la L. 124/2015, nota anche come Legge Madia sulla semplificazione amministrativa, ha dovuto escludere la fattispecie delle autorizzazioni sui beni culturali e paesaggistici dalla possibilità di accordi tra Enti diversi, proprio perché i pareri degli Enti di tutela sono imposti da obblighi costituzionali.

– articolo 8 che assegna tutti i compiti di conservazione, studio e restauro dell’intero patrimonio culturale siciliano al Centro regionale del restauro, in palese contraddizione con quanto stabilito dalle LL. RR. 80/1977 e 116/1980 sui compiti istituzionali delle Soprintendenze e dei Musei regionali. Peraltro ci si chiede se questi legislatori siano a conoscenza delle le attuali drammatiche carenze d’organico tecnico scientifico del Centro regionale di restauro?

  articolo 9 in quanto è una replica dell’articolo 49 del Codice dei beni culturali e del paesaggio

– articolo 10 in quanto è una replica dell’articolo 101 del Codice dei beni culturali e del paesaggio

– artt. 49 e 54 del DDL che contengono la delega da parte della Regione al responsabile dello sportello unico per l’edilizia dei Comuni per la concessione delle autorizzazioni paesaggistiche. Tutto ciò è in palese contrasto con quanto prescritto dall’art. 146 del Codice che prevede al comma 6: “La regione esercita la funzione autorizzatoria in materia di paesaggio avvalendosi di propri uffici dotati di adeguate competenze tecnico-scientifiche e idonee risorse strumentali. Può tuttavia delegarne l’esercizio, per i rispettivi territori, a province, a forme associative e di cooperazione fra enti locali come definite dalle vigenti disposizioni sull’ordinamento degli enti locali, agli enti parco, ovvero a comuni, purché gli enti destinatari della delega dispongano di strutture in grado di assicurare un adeguato livello di competenze tecnico-scientifiche nonché di garantire la differenziazione tra attività di tutela paesaggistica ed esercizio di funzioni amministrative in materia urbanistico-edilizia”. Come è evidente, quindi, in contrasto con quanto disposto dal Codice, si intende delegare le funzioni regionali in materia di autorizzazione paesaggistica ad un organo comunale che esercita funzioni amministrative in materia urbanistico-edilizia e questo, inoltre, senza valutare se gli enti destinatari della delega dispongano di strutture in grado di assicurare un adeguato livello di competenze tecnico-scientifiche.

Il Titolo V “Disposizioni in materia di appalti nel settore dei beni culturali” è illegittimo perché intende recepire alcune norme del Codice degli appalti, approvato con il decreto legislativo n. 50/2016, il quale, trattandosi di una riforma economico sociale è vigente in Sicilia dalla sua approvazione, per il principio di recepimento dinamico, analogamente ai regolamenti da questo derivati , tra cui il Regolamento per gli appalti nel settore dei beni culturali, emesso dal MIBACT con DM 154 del 22 agosto 2017.

Si fanno, inoltre, rilevare le gravi incongruenze del disegno di legge proposto con lo stesso quadro normativo e amministrativo della Regione Siciliana, attualmente vigente. Tali incongruenti disposizioni legislative, se approvate, produrrebbero gravi danni all’esercizio dei compiti costituzionali di tutela del patrimonio culturale e paesaggistico da parte dell’amministrazione regionale dei beni culturali.

Andando per ordine, appaiono incongruenti all’assetto attuale del sistema regionale di tutela: nel Titolo I parte dell’articolo 3; nel titolo III, il Capo I “Musei”, il Capo II “Biblioteche e Archivi”; il Titolo IV “Parchi archeologici”; il Titolo VI “Norme sulla pianificazione paesaggistica”. Si spiegano nel dettaglio le incongruenze evidenti in tali proposte legislative.

Nell’articolo 3, commi a) e j) si fa esplicito riferimento all’intervento dei privati nelle attività di valorizzazione e gestione dei beni culturali siciliani, mentre al comma c) dello stesso articolo si valorizza “l’apporto del mondo del volontariato come risorsa complementare e integrativa al ruolo degli operatori professionali”.

Preoccupa molto che questo intervento possa avvenire al di fuori di un sistema di regole chiare e trasparenti che definiscano ruoli e competenze specifiche, in particolare per quello che riguarda la tutela del lavoro professionale nel campo dei beni culturali, troppo spesso sostituito da lavoro gratuito, senza garanzie per i lavoratori e senza un controllo della qualità del lavoro svolto.

Si fa rilevare che un uso indiscriminato di “volontariato” nelle azioni di tutela, conservazione, valorizzazione dei beni culturali potrebbe essere in contrasto con la normativa “sui professionisti dei beni culturali” contenuta nell’articolo 9 bis del Codice dei beni culturali e del paesaggio.

Se si associa tale uso con il progressivo svuotamento del ruolo istituzionale di garanzia e controllo delle Soprintendenze per i beni culturali e ambientali che si attuerebbe con l’approvazione del DDL in oggetto, questa incondizionata apertura ai privati, sia a scopo di lucro che di tipo volontaristico, potrebbe indebolire il carattere pubblico e sociale della tutela dei beni culturali siciliani fortemente voluto e affermato dai legislatori regionali all’epoca delle riforme della “politica dalle carte in regola” dei Governi regionali della fine degli anni ’70, presieduti da Piersanti Mattarella, cui si devono le leggi 80/1977 e 116/1980, ancora vigenti.

I capi II e III del Titolo III del DDL, dedicati al sistema regionale museale e a quello delle biblioteche, sono generici e ripetitivi delle disposizioni statali in merito, senza alcun riferimento concreto al contesto siciliano, nel quale da anni si segnalano, ad esempio, le drammatiche carenze di professionisti dei beni culturali negli organici di musei e biblioteche regionali e degli enti locali.

Il Capo II è stato redatto senza tenere conto dell’attuale organizzazione delle biblioteche nel territorio regionale. In particolare sembra sconoscere il fatto che Sicilia esistono da 20 anni circa i Poli bibliotecari provinciali, affidati dalla Regione alle Soprintendenze territoriali.

La Sicilia è una delle poche regioni europee a non essersi dotata di legge sulle biblioteche. Questo non significa che nel frattempo, su emanazione del Ministero, non ci si sia organizzati per garantire i servizi e creare le reti territoriali, con competenza provinciale.

In applicazione dell’art. 10 della L. 17/91, del D.A. 6688/99 e della Circolare assessoriale N° 12/2000, in Sicilia sono stati promossi e attuati i Poli bibliotecari provinciali, di competenza delle Soprintendenze BB.CC.AA. Questi sono stati gli obiettivi dei Poli: la realizzazione di una banca dati bibliografici provinciale; la diffusione della lettura e la promozione di iniziative culturali; l’attivazione di servizi informatizzati al pubblico. I Poli esistono quindi da anni e operano attivamente sul territorio: alimentano gli Opac, pubblici cataloghi online, e alcuni di essi hanno attivato i portali web.

In Sicilia non tutti i poli sono SBN, alcuni non hanno ancora aderito all’Indice nazionale. Che ne sarà quindi dei Poli fin qui costituiti? Il quesito non è secondario: le banche dati informatizzate fin qui costituite sono consolidate, basate peraltro su software differenti (seppure con standard internazionali): lo “schiacciamento” delle notizie di due banche dati esistenti comporterebbe un costo e un’organizzazione notevoli, oltre ad uno spreco di risorse ingiustificato. I Poli hanno già speso due finanziamenti europei. La Regione ha scelto 20 anni fa di non creare un Polo regionale unico. Adesso ci ripensa?

Quello che si può fare è promuovere la costituzione di Sistemi bibliotecari in affiancamento ai Poli. Le biblioteche del Polo si uniscono in un sistema e ogni ente versa una quota minima per finanziare iniziative e servizi aggiuntivi. Ma questo non è necessario sia realizzato attraverso una legge, può essere promosso dal Dipartimento e/o dalla Biblioteca regionale centrale, se mai svolgesse il suo ruolo di affiancamento e guida per le biblioteche del territorio regionale.

Il Capo I del titolo III intitolato “Musei” rivela, inoltre, tutta la sua inconsistenza se si guarda al caotico contesto organizzativo nel quale si trovano oggi i Musei siciliani, privati di autonomia scientifica e gestionale perché confusi dentro le mega strutture burocratiche denominate “Parchi archeologici”. Tali nuovi servizi del Dipartimento regionale dei beni culturali, creati un anno fa a seguito di una disposizione della Giunta di Governo, non rispettano né i limiti territoriali delle aree vincolate che per ciascun Parco archeologico sono stati definiti dal decreto assessoriale di istituzione né i compiti di tutela archeologica e paesaggistica che gli assegna il titolo II della legge regionale 20/2000.

Ad esempio nel servizio 39 denominato “Parco archeologico di Siracusa, Eloro e Villa del Tellaro” sono stati accorpati il “Parco archeologico della Neapolis di Siracusa, di Eloro e della Villa del Tellaro”, istituito con il D.A. n. 18/2019 che detta misure di conservazione delle aree di tutela, insieme con altre aree archeologiche demaniali di Thapsos, Pantalica e Akrai che sono sottoposte alla tutela della Soprintendenza di Siracusa da appositi decreti di vincolo e i musei archeologici di Siracusa e Palazzolo Acreide. Così il Museo P. Orsi di Siracusa, uno dei più grandi ed importanti del Mediterraneo, ha perso la sua autonomia scientifica e gestionale, non ha più neanche un direttore ed uno staff specifico.

In tale caos organizzativo il Titolo IV del DDL sui “Parchi archeologici” aggiunge confusione a confusione nel “sistema dei parchi archeologici siciliani” normato dal titolo II della legge regionale 20/2000. Risulta, infatti, insostenibile da un punto di vista organizzativo ed economico la proposta di sperimentare in Sicilia il bando pubblico internazionale di selezione dei direttori dei 14 Parchi archeologici siciliani, istituiti ai sensi della LR 20/2000, ma quasi tutti perimetrati e adottati per decreto solo nel 2019, e subito confusi insieme a “luoghi delle cultura” di diversa tipologia, quali aree archeologiche e musei grandi e piccoli, all’interno delle mega strutture burocratiche prima descritte.

Prima di mettere mano alla normativa regionale, occorrerebbe applicare quella vigente e riordinare “il sistema dei parchi archeologici siciliani”, ripristinando l’autonomia scientifica e gestionale dei singoli Parchi che le leggi regionali e i decreti di istituzione prescrivono, al fine di assicurare l’espletamento delle delicate funzioni di tutela archeologica assegnate loro dalla LR 20/2000, direttamente discendenti dal dettato costituzionale.

Sempre in merito al Titolo IV, non si comprende, infine, la ratio dell’articolo 43, poiché esso abroga una norma già abrogata. Si rileva infatti che il proponente, sconoscendo la norma abrogativa del 2015, con l’articolo 43 abroga l’articolo 4 della legge regionale 80/1977 già abrogata e lo sostituisce con una norma che, comunque, mantiene la rappresentanza ristretta del Consiglio regionale dei beni culturali e ambientali.

Infatti, nel 2015, una norma in finanziaria, il comma 1 dell’articolo 61 della legge regionale 15/2015, ha soppresso l’articolo 4 della legge regionale 80/1977, restringendo drasticamente il numero dei membri del Consiglio regionale a poche unità tutte di nomina assessoriale. Si è creato così un organo puramente consultivo, emanato direttamente dall’esecutivo politico, cancellandone l’autorevolezza e l’autonomia scientifica e rappresentativa.

Andrebbe, in realtà, abrogato l’articolo 61 della legge regionale 15/1015, ripristinando l’ampia e qualificata partecipazione democratica al Consiglio regionale e restituendogli le competenze che gli sono state sottratte con norme inserite in una legge finanziaria.

L’istituzione in Sicilia di un Consiglio regionale dei beni culturali e ambientali è previsto dai decreti delega 635 e 637/1975 del Presidente della Repubblica. Deve avere, ai sensi dei D.P.R., le competenze del Consiglio Nazionale dei beni culturali e del paesaggio, il cui autorevole parere resta, comunque, valido in Sicilia, sulle materie di carattere nazionale. La legge 80/1977, con l’articolo 4, quindi, ha istituito il consiglio regionale dei beni culturali e ambientali con compiti analoghi all’omologo Consiglio Nazionale, e ha previsto una pari e ben qualificata partecipazione di esperti del settore dei beni culturali.

Infine gli articoli 52 e 53 (Titolo VI) dettano nuove disposizioni sulle modalità di realizzazione del Piano Paesaggistico regionale, assegnandone la competenza all’Assessorato Territorio e Ambiente e, quindi, sospenderebbero il procedimento in atto da parte dell’Assessorato Beni culturali e Identità siciliana di adozione del Piano Territoriale Paesaggistico Regionale, procedimento avviato nel 1999 con l’adozione delle Linee Guida del P. T. P. R. e giunto quasi alla sua conclusione dopo vent’anni, dopo una lunga e difficile fase di concertazione con le comunità locali, sospensioni e rettifiche a seguito di sentenze dei tribunali amministrativi. Rileviamo la dannosità e pericolosità dell’annullamento del procedimento di adozione del P.T.P.R., anche in relazione al fatto che le norme di tutela contenute nei Piani d’ambito approvati e in corso di adozione sono stati ritenuti già vigenti dalla giurisprudenza amministrativa.

La Regione Siciliana, a differenza delle altre Regioni italiane, non ha mai legiferato in tema di pianificazione paesaggistica, e la competenza della redazione del Piano Paesaggistico è stata attribuita, ai sensi della Legge 1497 del 1939, del D.P.R. 805/1975, art. 31, e della Legge 341/1975, all’Assessorato dei beni culturali.

Risulta paradossale che il legislatore regionale voglia oggi stravolgere l’iter procedurale di redazione e approvazione del Piano Paesaggistico, proprio adesso che l’iter, pur in assenza di una normativa regionale, sembra avviato, dopo tante difficoltà, a un esito positivo.

In conclusione, il disegno di legge intitolato “Disposizioni in materia di beni culturali e di tutela del paesaggio” in discussione all’ARS contiene norme di recepimento del Codice dei beni culturali e del paesaggio che sono illegittime in quanto il Codice, approvato con D. Lgs. n. 42/2004 e s.m.i., gode del principio del recepimento dinamico. Tali norme, inoltre, modificherebbero i compiti istituzionali degli organi tecnico- scientifici regionali delegati dallo Stato ad esercitare gli obblighi di tutela del patrimonio culturale imposti dal dettato costituzionale.

Come già evidenziato, per di più, l’articolato contenuto nei Titoli III, IV e V è incongruo rispetto all’attuale assetto del sistema regionale di tutela e può produrre gravi effetti distorsivi dell’efficienza ed efficacia dell’azione amministrativa di salvaguardia, valorizzazione e promozione del patrimonio culturale da parte degli organismi tecnico-scientifici dell’Assessorato regionale dei beni culturali e dell’identità siciliana.

Il disegno di legge in esame non affronta, invece, le problematiche reali del sistema regionale di tutela che costituiscono la causa principale dei ritardi dell’azione amministrativa nell’espletamento da parte della Regione Siciliana del compito costituzionale di tutela del patrimonio culturale conservato nei suoi territori, svolto in applicazione della normativa nazionale di tutela, per il quale è competente a seguito della delega delle funzioni statali da parte del Presidente della Repubblica, contenuta nei DPR nn. 635 e 637 del 30 agosto 1975.

L’inefficienza amministrativa discende dalle attuali distorsioni nell’assetto organizzativo della amministrazione regionale dei beni culturali che sono evidenti anche solo a scorrere l’organigramma delle strutture centrali e periferiche dell’Assessorato dei beni culturali e dell’Identità siciliana.

Infatti, a seguito dell’istituzione del “ruolo unico della dirigenza” con la LR 10/2000, e della conseguente soppressione di fatto del “ruolo tecnico dei beni culturali” istituito dalla LR 116/1980, insieme alla relativa pianta organica, rideterminata dalla LR  9/1999, tuttora vigente, è sparito qualsiasi ordinamento disciplinare degli incarichi dirigenziali e direttivi delle Soprintendenze, Biblioteche, Musei e Parchi archeologici.

Ad esempio quasi tutti i Parchi e i Musei archeologici, come anche la maggioranza delle sezioni tecnico scientifiche per i beni archeologici delle Soprintendenze non sono dirette da archeologi, in contrasto con la normativa regionale già citata e quella nazionale che ha istituito elenchi dei “professionisti dei beni culturali” (art. 9 bis del Codice e il recente DM 244/2019)  Risulta in contrasto con tale ampia normativa anche il fatto che tutte le sezioni per i beni storici-artistici, demoetnoantropologici e bibliografici delle Soprintendenze siciliane non siano dirette rispettivamente da storici dell’arte, antropologi e bibliotecari.

La giustificazione dell’amministrazione che non sarebbero presenti nei ruoli regionali queste figure professionali è contraddetta dalla presenza in buon numero nell’assessorato dei beni culturali di funzionari direttivi archeologi e storici dell’arte, assunti nel 2005 tramite il concorso per la qualifica di “dirigente tecnico archeologo e storico dell’arte”, bandito a seguito della rideterminazione degli organici prevista dalla legge regionale 8/1999. Ma tale personale altamente qualificato, che ha vinto un concorso per cui erano previsti come requisiti d’accesso titoli di laurea specialistica e titoli post-laurea come specializzazione e dottorato, è stato inquadrato con un livello inferiore agli attuali funzionari diplomati, giunti all’apice della carriera, senza alcuna selezione, solo attraverso promozioni di massa dal V livello originario al VII attuale.

A seguito di tale demansionamento gli attuali funzionari direttivi archeologi e storici dell’arte, dopo quindici anni dalla loro assunzione, rimangono ancora privi di incarichi direttivi, a differenza dei pari grado funzionari direttivi statali che nel MIBACT dirigono aree e Parchi archeologici, Musei e le rispettive aree di competenza previste nelle Soprintendenze uniche territoriali.

Si tratta di incarichi statali non dirigenziali, analoghi per funzioni tecniche e ruolo direttivo alle direzioni delle Unità Operative di base della Regione Siciliana, che invece vengono, inspiegabilmente, assegnate ai dirigenti del ruolo unico, con aggravio di spesa, a causa delle cospicue indennità dirigenziali attribuite, e spesso senza la giusta corrispondenza tra le mansioni professionali esercitate e i titoli richiesti dalle leggi.

Insomma, in Sicilia, contrariamente a quanto avviene nel resto del Paese ed anche negli enti locali, le unità operative ed altri incarichi di natura non dirigenziale, come la direzione dei siti culturali minori, invece di essere assegnati ai funzionari direttivi con laurea specialistica, archeologi o storici dell’arte, vengono attribuite ai dirigenti di terza fascia, senza alcun rispetto delle competenze professionali richieste dalle leggi statali e regionali.

Si produce, così, un danno doppio: erariale per il conferimento di indennità dirigenziali, di decine di migliaia di euro, per posizioni organizzative che richiederebbero, invece, incarichi direttivi di minore entità economica; e al patrimonio culturale la cui tutela non viene affidata alle competenze dei professionisti dei beni culturali.

È evidente come da questo caotico organigramma derivi una diffusa inefficienza del sistema di tutela regionale e, quindi, la lentezza e inefficienza dei procedimenti amministrativi, con grave danno per la salvaguardia del patrimonio culturale della Nazione conservato nei territori siciliani.

È paradossale che la politica regionale accusi oggi di inefficienza burocratica gli Istituti regionali della tutela, dopo averli affidati alla direzione e responsabilità di dirigenti che essa stessa ha selezionato ope legis e messo a capo delle strutture e delle unità operative e, addirittura, usi questa accusa per demolire la normativa nazionale e i principi costituzionali di tutela.

A conferma di tale paradosso, per quanto attiene alla attuale carenza di antropologi e bibliotecari, va rilevato il fatto che la stessa amministrazione regionale ha recentemente sospeso l’assunzione dei vincitori dei concorsi del 2000 per dirigente tecnico antropologo e bibliotecario, dichiarando che la Regione Siciliana non necessita di queste figure professionali.

Ricordiamo a questo proposito la surreale vicenda del Concorso del 2000 per assistenti restauratori, nella quale i vincitori di concorso si sono visti costretti a ricorrere alle sentenze del Giudice del Lavoro per veder riconosciuto il diritto all’assunzione, quasi a vent’anni dal Bando, dopo che l’Assessorato regionale per i beni culturali aveva tentato di opporsi all’inquadramento dei professionisti che essa stessa aveva selezionato e nonostante il fatto conclamato che negli organici del Centro regionale del Restauro e di altri laboratori regionali di restauro non vi fossero più restauratori in servizio.

Per queste ragioni oggi l’intero sistema istituzionale pluridisciplinare di tutela del patrimonio culturale della Regione Siciliana, fondato sulla unificazione di competenze diverse negli stessi enti di tutela, le Soprintendenze per i beni culturali e ambientali, e sulla natura scientifica differenziata delle sezioni tecnico scientifiche, che debbono essere assegnate ai diversi specialisti della tutela dei beni culturali, è stato disarticolato di fatto nel suo ordinamento, nonostante restino in vigore le leggi regionali che istituirono le Soprintendenze uniche, le LL. RR. 80/1977 e 116/1980.

Per presunti motivi di riorganizzazione e risparmio economico sono state unite sotto un’unica unità operativa: la sezione storico-artistica con la sezione architettonica e la sezione demo etnoantropologica con la sezione paesaggistica. Il risultato è che entrambe le sezioni vengono dirette da figure professionali che non possiedono i requisiti per assumersi la responsabilità di provvedimenti di tutela per Beni storico artistico o antropologici, ai sensi dell’articolo 9 bis del Codice e della legge regionale 116/1980. Anche la motivazione di risparmio economico si rivela inesistente dal momento che l’assegnazione di tali unità operative ai dirigenti del ruolo unico comporta un forte aggravio di spesa per l’amministrazione regionale, ingiustificata visto che si tratta di postazioni non dirigenziali che dovrebbero essere assegnate con grande risparmio a funzionari direttivi laureati in possesso dei titoli professionali previsti dalla legge.

La prassi siciliana per cui l’amministrazione regionale riserva gli incarichi direttivi come le unità operative ai dirigenti del ruolo unico non deriva da norme regionali ma solo da una circolare del lontano 2001, che prevedeva, nella prima applicazione della legge 10/2000, l’attribuzione delle unità operative ai dirigenti, con la giustificazione che i dirigenti regionali fossero in forte soprannumero e avessero diritto tutti ad un incarico con indennità dirigenziale. E così da quasi vent’anni si continua ad erogare indennità dirigenziali per ruoli direttivi senza, peraltro, assicurare le competenze professionali adeguate ai compiti istituzionali esercitati.

L’ha scritto anche il procuratore della Corte dei Conti, Pino Zingale, nella sua requisitoria del 2016 contro l’approvazione del bilancio regionale: nell’amministrazione regionale dei beni culturali non ci sono le persone giuste al posto giusto. Eppure, come abbiamo visto, non mancano nei ruoli regionali archeologi e storici dell’arte, ma non vengono loro assegnate le mansioni e gli incarichi direttivi adeguati al loro elevato profilo professionale.

Il demansionamento dei funzionari regionali archeologi e storici dell’arte, inoltre, costituisce una grave penalizzazione di questo personale altamente qualificato rispetto ai loro pari nell’amministrazione statale di tutela, privandoli delle analoghe possibilità di carriera e per questo viola il principio di equità giuridica ed economica dettato dall’articolo 14 dello Statuto Autonomistico.

Il disegno di legge in esame non affronta alcuno di questi problemi che, invece, rappresentano il cuore della questione siciliana dei beni culturali. Non è più possibile accettare il fatto che a dirigere Musei e parchi archeologici non siano archeologi e che le prestigiose Gallerie d’arte e Musei regionali che contengono importanti opere artistiche non siano diretti da storici dell’arte.

Per porre rimedio a tale confusione di ruoli direttivi e funzioni tecnico-scientifiche nell’amministrazione regionale dei beni culturali non è necessario un intervento legislativo, occorre semplicemente applicare la normativa nazionale e regionale esistente.

La soluzione ai gravi problemi del sistema regionale di tutela può venire solo dal ripristino del ruolo tecnico del personale dell’amministrazione regionale dei beni culturali, come previsto dalla pianta organica contenuta dalla legge regionale 8/1999, mai abrogata quindi vigente.

Ciò renderà possibile l’indizione di nuovi bandi di concorso per i “professionisti dei beni culturali” previsti dall’articolo 9 bis del Codice dei beni culturali e del paesaggio, per cui si rileva un forte vuoto di organico nell’attuale assetto dell’amministrazione regionale dei beni culturali.

Una riforma effettiva del settore dovrebbe porsi l’obbiettivo di rendere efficace il dettato costituzionale di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale della Nazione, di cui fanno parte anche i beni culturali siciliani, anche attraverso una migliore e più efficiente azione burocratica. In effetti, sempre più spesso viene oggi avanzata a livello nazionale e regionale la richiesta di una burocrazia più efficace e ‘semplice’, necessaria come ha dimostrato la recente fase di crisi determinata dall’emergenza COVID. Se la semplificazione si rende necessaria, questo non può e non deve portare ad un depotenziamento delle Amministrazioni pubbliche, delle sue strutture e delle sue leggi. Al contrario, per avere una burocrazia adeguata alle difficili condizioni del Paese, bisogna semplicemente renderla più efficace attraverso il rispetto delle leggi, un migliore utilizzo delle specifiche competenze tecniche e un rafforzamento delle risorse finanziarie disponibili, esattamente il contrario di quanto fatto nel corso degli ultimi decenni.

Per raggiungere tale obiettivo nel campo dei beni culturali si ritiene assolutamente necessario che nella Regione Siciliana siano rafforzati il ruolo e la capacità di intervento delle istituzione preposte alla tutela, in primo luogo le Soprintendenze provinciali per i beni culturali e ambientali, ripristinando la necessaria multidisciplinarietà  tramite la ricostruzione di un assetto organizzativo basato sul giusto riconoscimento dei ruoli e profili professionali specialistici attualmente presenti nel Dipartimento dei beni culturali. È necessario quindi predisporre una pianta organica rispettosa delle leggi nazionali e regionali di tutela.

La rifunzionalizzazione del ruolo tecnico nell’ambito dei beni culturali e la conseguente ridefinizione della relativa pianta organica darebbe l’opportunità ai professionisti strutturati nei ruoli regionali dei beni culturali di avere finalmente il giusto riconoscimento del proprio ruolo direttivo e al tempo stesso creerebbe le condizioni per nuovi concorsi aperti alle nuove generazioni, al fine di colmare i vuoti di organico che nel corso del tempo si sono venuti a creare.

Da un punto di vista delle risorse finanziare è necessario un nuovo e più efficace trasferimento di risorse ordinarie al settore dei beni culturali. Nel corso di questi ultimi decenni si è infatti assistito ad una costante diminuzione delle risorse che la Regione ha stanziato per tale fondamentale settore all’interno del proprio bilancio. Si è passati infatti dai 500 milioni di euro stanziati nel 2009 per i beni culturali siciliani ai soli 10 milioni degli ultimi anni. Si è in parte provato a colmare questa grave carenza di adeguati finanziamenti utilizzando le risorse rese disponibili dai fondi strutturali della Comunità Europea, senza però ottenere risultati significativi in tal senso, soprattutto per la scarsa capacità di progettazione degli interventi causata dal deficit di competenze specialistiche nei ruoli dirigenziali dell’Assessorato dei beni culturali e ambientali. Il risultato è davvero desolante: fondi non utilizzati e restituiti all’Europa, interventi realizzati e poi resi inefficaci dalla mancanza di una seria politica gestionale e, allo stesso tempo, una drastica diminuzione dei fondi ordinari che rendono inefficace l’azione di tutela e valorizzazione degli Enti istituzionali.

Distinti saluti.

Ebe Giacometti
Presidente Italia Nostra

Rita Paris
Presidente Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

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Assemblea Regionale Siciliana: DDL sui Beni Culturali è incostituzionale

Il disegno di legge intitolato “Disposizioni in materia di beni culturali e di tutela del paesaggio” in questi giorni in discussione all’Assemblea Regionale Siciliana (a firma dei deputati Sammartino, Aricò, Bulla, Cafeo, ecc.), presenta nel suo insieme aspetti di incostituzionalità riguardo al mancato rispetto del principio dettato dall’articolo 9 dell’obbligo della tutela del “Paesaggio e del patrimonio storico artistico della Nazione” e contiene norme che confliggono con la legislazione nazionale di tutela che dà attuazione al dettato costituzionale dell’art. 9.

Le associazioni Italia Nostra e Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli esprimono grande preoccupazione in merito a tale disegno di legge che presenta aspetti di illegittimità, in quanto il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio non è suscettibile di recepimento perché è legge vigente fin dalla sua approvazione tramite D.L. n.42/2004 e s.m.i. Il DDL si configura, quindi, come travalicamento dei limiti imposti alle norme regionali dalla gerarchia delle leggi nell’ordinamento giuridico italiano. Inoltre, modificherebbe i compiti istituzionali degli organi tecnico-scientifici regionali delegati dallo Stato ad esercitare gli obblighi di tutela del patrimonio culturale imposti dal dettato costituzionale.

Invece il disegno di legge in esame non affronta le problematiche reali dell’attuale sistema regionale di tutela, queste di sua esclusiva competenza, che costituiscono la causa principale dell’inefficienza amministrativa nell’espletamento da parte della Regione Siciliana dei compiti costituzionali di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale conservato nei suoi territori, per il quale è competente a seguito della delega delle funzioni statali da parte del Presidente della Repubblica, contenuta nei DPR nn. 635 e 637 del 30 agosto 1975.

L’inefficienza amministrativa discende dalle attuali distorsioni nell’assetto organizzativo dell’amministrazione regionale dei beni culturali che sono evidenti anche solo a scorrere l’organigramma delle strutture centrali e periferiche dell’Assessorato dei beni culturali e dell’Identità siciliana. Infatti, a seguito dell’istituzione del “ruolo unico della dirigenza” con la L. R. 10/2000, e della conseguente soppressione di fatto del “ruolo tecnico dei beni culturali”, è sparito qualsiasi ordinamento disciplinare degli incarichi dirigenziali e direttivi delle Soprintendenze, Biblioteche, Musei e Parchi archeologici.

Ad esempio quasi tutti i Parchi e i Musei archeologici, come anche la maggioranza delle sezioni tecnico scientifiche per i beni archeologici delle Soprintendenze non sono dirette da archeologi, come anche tutte le sezioni per i beni storici-artistici, demoetnoantropologici e bibliografici delle Soprintendenze siciliane non siano dirette rispettivamente da storici dell’arte, antropologi e bibliotecari.

Oggi l’intero sistema istituzionale pluridisciplinare di tutela del patrimonio culturale della Regione Siciliana, fondato sulla unificazione di competenze diverse negli stessi enti di tutela, le Soprintendenze territoriali, è stato disarticolato. Tale crisi del sistema regionale di tutela si evidenzia in tutta la sua gravità oggi nel confronto con l’attuale sistema nazionale che ha preso a modello proprio le Soprintendenze uniche siciliane per una riforma delle strutture periferiche del MiBACT, con la finalità dichiarata di realizzare una tutela multidisciplinare e contestuale del patrimonio culturale della Nazione. La tutela olistica dei beni culturali, obiettivo dichiarato della innovativa normativa regionale, prodotta quarant’anni fa in forte anticipo con il quadro legislativo nazionale, è, oggi, proprio in Sicilia, impossibile da realizzare da parte delle Soprintendenze a causa del caos organizzativo prodotto da successive leggi e atti amministrativi che hanno distrutto l’assetto multidisciplinare degli Istituti siciliani di tutela.

L’unica ossessione dei Governi regionali che si sono succeduti in questi ultimi decenni è stata ed è ancora il pervicace tentativo di sottrarre ai competenti Organi tecnico scientifici, delegandole all’esecutivo o agli enti locali, le autorizzazioni paesaggistiche, al fine di “liberare” dai vincoli di tutela dettati dalla Costituzione la pianificazione territoriale e renderla assoggettabile agli interessi speculativi.

In conclusione, il disegno di legge in esame si rappresenta come un dispositivo di norme che, per un verso, hanno l’obiettivo dichiarato di recepire la legislazione nazionale di tutela del patrimonio culturale e paesaggistico, che, invece, non è assolutamente suscettibile di recepimento, in quanto norma di rango costituzionale. Per altro verso, tali norme rivelano chiaramente l’obiettivo strumentale, non confessabile, di depotenziare in Sicilia la potestà di autorizzazione degli Enti regionali di tutela, la cui azione è stata, per la verità, già molto fiaccata dal rapporto troppo stretto con gli esecutivi politici che hanno determinato, negli ultimi decenni, un continuo svuotamento degli organici tecnico-scientifici ed un vero e proprio caos organizzativo.

Ebe Giacometti
Presidente Italia Nostra

Rita Paris
Presidente Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

Leandro Janni
Presidente Italia Nostra Sicilia

Auguri Desideria!

Desideria Pasolini dall’Onda compie oggi 100 anni e vogliamo rivolgere a lei i nostri auguri più cari per l’impegno di una vita dedicata alla tutela del patrimonio culturale e ambientale del Paese.

Desidera, appartenente a una delle più antiche famiglie di Ravenna, vera imprenditrice agricola e quindi esperta e appassionata anche di paesaggio agrario, ha fondato nel 1955 Italia Nostra con Elena Croce, Giorgio Bassani, Umberto Zanotti Bianco, Luigi Magnani, Hubert Howard e Pietro Paolo Trompeo, diventandone Presidente dal 1996 al 2005.

Da allora è sempre stata in prima linea nella difesa dell’arte, del paesaggio, dei beni culturali e dei centri storici. Accanto ad Antonio Cederna si è battuta per la salvezza dell’Appia Antica e contro la speculazione fondiaria.

E’ stata legata per amicizia e concordanza d’intenti con i fondatori dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, Giulio Carlo Argan e Giuseppe Chiarante, collaborando con questa Associazione fin dalla sua fondazione nel 1991. Il direttivo dell’Associazione, con la presidenza di Vezio De Lucia, le ha conferito il premio “La tutela come impegno civile” nella sua prima edizione del 2015.

Tra gli altri amici, gli auguri di buon compleanno da parte dell’Associazione Bianchi Bandinelli e da Rita Paris, Gaia Pallottino, Maria Pia Guermandi, Vittorio Emiliani, Vezio De Lucia, Paolo Berdini.

27 aprile 2020

Dopo la tempesta. Lettera appello delle Associazioni Culturali

La gravità della situazione cui la pandemia ha ridotto il sistema che ruota attorno al patrimonio culturale diventa ogni giorno più evidente: gli effetti del tracollo rischiano di travolgere moltissime realtà a partire da quelle più fragili e restituirci quindi un contesto immiserito, perché più povero di saperi e competenze.

La ripresa e la rapidità con cui questa potrà avvenire dipendono in buona parte dalle risorse che lo Stato potrà mettere in campo. Ma non solo: a fronte di aiuti che potranno essere elargiti occorre che la mano pubblica, e, nello specifico il Ministero, assuma il ruolo di guida politica e culturale a tutti gli effetti, e rioccupi gli ambiti di competenze che gradualmente sono state esternalizzate, sottraendole alle professionalità specialistiche che costituiscono la specificità di questo dicastero.

Si tratta insomma di cogliere l’occasione per una riorganizzazione del sistema che miri a correggere le distorsioni accumulate negli ultimi decenni. Occorre correggere l’asimmetria consolidatasi nel tempo tra poche realtà che hanno goduto di una situazione di indubbio favore in termini economici, in pratica un oligopolio che, per di più, non ha saputo approfittare di questo vantaggio in termini di innovazione manageriale o culturale e il numero elevato di lavoratori professionisti spesso iperspecializzati che, riuniti in piccole forme associative o come singoli costituiscono ora un esercito di precari affidati ad un mercato caratterizzato da grande incertezza, scarsa programmazione e scarse tutele, ridotto in una crisi senza prospettive dalla situazione che si è determinata.

Le Associazioni che promuovono questa lettera-appello chiedono quindi che le risorse straordinarie che saranno auspicabilmente messe a disposizione in questo ambito siano utilizzate sulla base di un preciso progetto che tenga conto in egual misura della tutela del patrimonio e dei lavoratori. Non è più tempo di finanziamenti a pioggia e le risorse che vi saranno – inevitabilmente inferiori rispetto alle enormi necessità che si profilano – dovranno essere utilizzate secondo strategie e gerarchie esplicite, che stabiliscano priorità e modalità e assieme garantiscano un equo riconoscimento a chi lavora nel settore, spesso con ruoli di grande responsabilità, spostando finalmente l’attenzione – sinora concentrata ossessivamente su “grandi progetti” e “grandi attrattori” – su territorio e  patrimonio diffuso.

A tal fine le Associazioni firmatarie si dichiarano pronte fin da adesso a fornire il proprio supporto in termini di esperienze e competenze affinché questa opportunità – imperdibile – sia colta a vantaggio sia del nostro patrimonio culturale che della qualità di vita di chi ci lavora e, quindi, dell’intera collettività.

Emergenza Cultura, Italia Nostra, Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, Comitato della Bellezza, Consulta Universitaria Nazionale per la Storia dell’Arte, Consulta Universitaria di Topografia Antica, ANAI- Associazione Nazionale Archivistica Italiana

21 aprile 2020

Rinviato l’incontro “Narrazione e Realtà” del 13 Marzo

Informiamo che l’Associazione Bianchi Bandinelli, per motivi precauzionali circa le note disposizioni vigenti in materia di Sanità, è costretta a rinviare l’incontro Narrazione e realtà.  Lo stato dei beni culturali di riforma in riforma, che si sarebbe dovuto tenere a Roma presso l’Accademia Nazionale di San Luca il 13 marzo 2020, ore 14:30.

Ci auguriamo di potere comunicare quanto prima una nuova data.

Giovanni Losavio: Per la legge di tutela degli insediamenti urbani storici voluta dalla Carta di Gubbio

La proposta di legge alla cui redazione si è impegnata l’associazione Bianchi Bandinelli (con i contributi non marginali di chi sta nella nostra associazione) ha l’ambizione, io credo non sbagliata, di costituire l’adempimento a sessant’anni di distanza (e ovviamente tenuto conto delle non poche novità istituzionali, come innanzitutto l’attuazione dell’ordinamento regionale e della riforma costituzionale del Titolo V) della rivendicazione di quell’“urgente provvedimento di legge generale” che la Carta di Gubbio nella sua formulazione conclusiva aveva indicato come finalità primaria. Se è così, credo che Italia Nostra debba valutare di assumere in proprio quella proposta di legge (già introdotta sia in Senato che alla Camera) e vorrei qui riuscire ad indicare buone ragioni perché l’associazione ne faccia l’obbiettivo a conclusione dei suoi seminari verso il convegno di settembre.

Sono due in sostanza gli intrecciati principi fondanti della Carta di Gubbio, espressione dell’orgoglio urbanistico che aveva allora animato la discussione tra chi si misurava sui problemi della città. L’insediamento urbano storico costituisce una complessa ma unitaria entità, con incisive caratteristiche e valori di cultura che esigono una speciale disciplina conservativa di tutela, necessariamente affidata alla cura propria dell’urbanistica, come elemento non separato ma integrato e partecipe del generale progetto della città contemporanea. Nell’attuazione di questi principi si era cimentato il ministro Fiorentino Sullo (1962) con la sua generosa e sfortunata proposta di legge che aveva messo in diretta relazione funzionale il controllo pubblico della allora necessaria espansione della città (attraverso la costituzione del demanio civico delle aree) e il risanamento conservativo dei centri storico-artistici ed ambientali, contenuto necessario del piano regolatore generale con i suoi vincoli da osservare nelle zone a carattere storico e ambientale. Questa testuale espressione, vincoli senza tempo e senza indennizzo, sarà poi ripresa e salvata in una legge del 1968 ed è diritto vigente. Le dichiarazioni di principio della Commissione interparlamentare di indagine Franceschini (1964 – 1966, essenziale il contributo di Astengo, c’è la sua firma nella mozione conclusiva del convegno di Gubbio), che dovevano valere come proposte per la revisione delle leggi di tutela, riconobbero quali beni culturali ambientali (sono espressioni dettate appunto di Astengo) le strutture insediative urbane che costituiscono unità culturale e testimoniano i caratteri di una viva cultura urbana e dunque postulano, nella loro cura, la competenza delle istituzioni di tutela. Non seguì questa indicazione la legge ponte, la 765 del 1967, che risolse nell’urbanistica, valorizzandola in questa funzione, la disciplina degli agglomerati urbani quando rivestano carattere storico artistico e di particolare pregio ambientale e, nell’adottato modello territoriale per zone omogenee, li riconosce come zona A, mentre l’attuativo decreto interministeriale dell’anno dopo (n. 1444) li affida a una disciplina prevalentemente conservativa con le prescrizioni di limiti di altezza, densità edilizia di distanza tra i fabbricati. La legge ponte tuttavia avverte che si tratta di materia che impegna la competenza, quindi concorrente, della istituzione della tutela, resa perciò partecipe di essenziali atti di pianificazione, sia nella formazione dei piani regolatori generali (per iniziativa del ministero della pubblica istruzione il decreto ministeriale di approvazione dei piani può introdurre le modifiche di ufficio riconosciute indispensabili per assicurare la tutela dei complessi storici monumentali e archeologici), sia nella stessa gestione della disciplina urbanistica, attribuendo ai soprintendenti non marginali attribuzioni consultive, come la definizione del perimetro degli abitati e, all’interno di quello, del centro storico, esercitate anche sui piani particolareggiati e perfino sui piani di lottizzazione. Attuato l’ordinamento regionale e conferita alle regioni potestà legislativa e funzioni amministrative nella materia urbanistica, vi furono comprese le attribuzioni già esercitate dagli organi statali della tutela che sono rimaste assorbite e quindi in pratica annullate nel governo dell’urbanistica. Un sistema rigidamente binario dove è negata ogni comunicazione tra le due parti, esclusi del tutto ministero beni culturali e soprintendenze dalla cura della città storica, che neppure il codice dei beni culturali (2004 – 2008) è stato capace di riconoscere quale bene culturale in sé, come aveva inascoltata chiesto Italia Nostra. Mentre ancora e soltanto nella legge ponte e nelle prescrizioni attuative del decreto 1444 sono stati colti, nel difetto di una apposita legge cornice in questa materia, i principi fondamentali di orientamento alla potestà legislativa delle regioni. Le quali se ne sono sentite progressivamente sciolte, nella indifferenza quando non nell’incoraggiamento del governo (che ha lasciato passare la eversiva, incostituzionale legge urbanistica – n.24 del 2017 – della regione Emilia Romagna) e del parlamento che con la legge (2013) del fare (del mal fare) ha dato facoltà alle regioni di derogare alle prescrizioni dello stesso decreto 1444, così svuotato della riconosciuta carica di veicolo di principi, anche nelle sue caute disposizioni sulle trasformazioni conservative (singolare ossimoro). Sicché è potuto accadere, lo segnalo perché è sorprendente vicenda qui a due passi da noi, che il Comune di Castelfranco Emilia sia stato legittimato a decretare, in variante alla disciplina conservativa del suo piano regolatore, la demolizione del vasto isolato delle case operaie insediato nel centro storico all’inizio del Novecento (con la benedizione – poteva mancare? – della soprintendenza).

Ebbene, nella consapevolezza di questo allarmante processo degenerativo, la proposta di legge che stiamo esaminando affronta con risolutezza il compito, eluso dagli anni 60 del Novecento, di tradurre in termini normativi le acquisizioni della cultura sulla città storica come monumento unitario nella complessità dei suoi valori, riconosciuta esplicitamente e a pieno titolo partecipe del patrimonio storico e artistico della Nazione, insomma una doverosa misura di attuazione costituzionale. E insieme si impegna a risolvere l’insuperabile nesso con il governo del territorio e con la potestà legislativa delle regioni al riguardo, concependo il riconoscimento normativo della qualità di bene culturale (specialissimo, di insieme) non come condizione di isolamento dal generale contesto urbano, ma al contrario come fattore della più appropriata partecipazione del nucleo storico dell’insediamento, con i suoi irrinunciabili caratteri, contenuti e funzioni, al progetto complessivo della città di oggi.

La proposta di legge muove dalla obbiettiva identificazione della città storica, operata attraverso il riferimento alla rappresentazione del nuovo catasto urbano come fissata generalmente nel paese con la fondamentale ricognizione del 1939, così sfuggendo alle insidie di soggettivi e mutevoli apprezzamenti discrezionali. Certo, un criterio convenzionale, ma non arbitrario, che fissa una riconoscibile fase cruciale nella storia dell’insediamento urbano alla vigilia del conflitto e sicuramente considerata nella elaborazione della cultura urbanistica di quegli anni che trovò espressione nella fondamentale, gloriosa, legge del 1942 (non ancora saputa superare). Un riconoscimento che non esige mediazioni applicative attraverso attardanti procedimenti amministrativi, come diretto effetto della legge, sul modello che si è rivelato efficace nella analoga ricognizione delle fondamentali strutture fisiche portanti del territorio/paesaggio della legge voluta dallo storico Galasso, allora sottosegretario al ministero beni culturali, nel 1985.

L’art.1 è il manifesto dell’insediamento storico detto con la cultura che echeggia la definizione cattaneana della città “considerata come principio ideale delle storie italiane” e subito indica, strumenti al fine di assicurare conservazione e pubblica fruizione, i modi della valorizzazione e della promozione dell’uso residenziale sia pubblico che privato, con i relativi servizi anche di artigianato. L’art.2 rende esplicito, con il richiamo all’art. 9 costituzione (dunque questa è legge di attuazione costituzionale) e alla legislazione esclusiva dello Stato nella materia dei beni culturali, l’assunto che gli insediamenti urbani storici stanno nel patrimonio storico e artistico della Nazione come beni culturali di insieme e dunque ad essi si addicono le misure di protezione e di conservazione dettate dal codice dei beni culturali e del paesaggio, che il comma 2 più specificamente ribadisce come “disciplina conservativa del patrimonio edilizio pubblico e privato, con divieto di demolizione e ricostruzione e di trasformazione dei caratteri tipologici e morfologici degli organismi edilizi e dei luoghi aperti, di modificazione della trama viaria storica e dei relativi elementi costitutivi, con divieto altresì di nuova edificazione anche degli spazi rimasti liberi; sono esclusi gli usi non compatibili ovvero tali da recare pregiudizio alla loro conservazione, a norma degli artt. 20 e 170 del Codice beni culturali e del paesaggio”. Dunque una rigorosa protezione assistita da un severo sistema sanzionatorio.

Al riconoscimento degli insediamenti urbani storici come beni culturali non consegue, non può funzionalmente conseguire, e più sopra ne abbiamo anticipato la ragione, la sottrazione della relativa tutela all’esercizio del governo del territorio e alla potestà legislativa delle Regioni al riguardo, come alla competenza di funzioni amministrative proprie dei Comuni che attengono ad assetto e utilizzazione del territorio (dettate nell’art.13 del t.u. delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, convalidate come loro proprie dall’art.118, comma 2, cost.) e da quel riconoscimento l’art. 3 di questa proposta ricava appunto la articolazione dei principi fondamentali che orientano la legislazione regionale di governo del territorio diretta alla speciale disciplina e individuano nello strumento urbanistico comunale l’istituto operativo della tutela. Che definisce il perimetro dell’insediamento storico quale risulta dal catasto edilizio urbano del 1939, individua edifici e altri immobili in ogni parte del territorio, oltre a quelli già assoggettati alla disciplina del codice, che presentano interesse storico per caratteristiche architettoniche/tipologiche in sé o in relazione al contesto dell’insediamento, assoggettati alla medesima disciplina conservativa; promuove le destinazioni residenziali, artigianali e di commercio di vicinato; individua le componenti dell’insediamento storico e dei suoi singoli elementi costitutivi trasformati negli anni successivi al 1939 per i quali in luogo della disciplina conservativa si ponga l’esigenza del ripristino di condizioni di compatibilità e coerenza con il contesto urbano, anche in ragione delle destinazioni d’uso, e a tal fine definisce la disciplina specifica, individuando i criteri di orientamento alla conferma delle trasformazioni intervenute o al ripristino dei caratteri tipologici originari degli organismi urbani/edilizi; prevede, di intesa con l’ufficio territoriale del ministero beni culturali e per esigenze di interesse pubblico, eventuali deroghe alla disciplina conservativa di piano su singoli individuati elementi dell’insediamento storico (opportuno dispositivo che incide sulla assolutezza della norma, garantito nella sua corretta applicazione dalla corresponsabilità dell’ufficio – la soprintendenza – che rappresenta la cura della dimensione nazionale dell’interesse alla tutela (contro possibili estensioni della deroga a fronte di ogni ipotizzabile interesse pubblico, converrà limitarla alla esclusiva esigenza di pubbliche attrezzature di servizio); programma interventi per l’impiego di risorse finanziarie disponibili, e di eventuali stanziamenti integrativi, per il recupero del patrimonio edilizio esistente, finalizzato alla realizzazione di edilizia residenziale pubblica. Rivive così nel nuovo strumento urbanistico comunale la progettazione dell’intervento di edilizia pubblica (i peep oggi desueti) anche per recupero dei tessuti edilizi storici degradati. La legge valorizza insomma lo strumento urbanistico comunale in funzione della tutela dell’insediamento storico riconosciuto bene culturale e quando il piano sia stato dal ministero beni culturali accertato conforme al modello della stessa legge, alla autonomia del comune, responsabile soggetto attivo della tutela (il precetto dell’art.9 cost. anche ai comuni si rivolge), sono rimesse l’attuazione dei progetti in quello strumento previsti e l’abilitazione degli interventi. Una disciplina speciale che l’art.4 definisce sotto il riduttivo titolo di semplificazione amministrativa, in deviazione da quella generale dettata dal Codice che riserva agli uffici centrali e periferici del ministero beni culturali l’amministrazione attiva della tutela del patrimonio storico e artistico. Una riserva che oggi non è più necessitata con l’introduzione nel modificato art.118 cost. del principio di sussidiarietà e qui se ne è fatta a ragione applicazione con l’effetto (non il fine primario della disciplina speciale) di funzionale semplificazione amministrativa. Si è operata, a ben vedere, l’attesa composizione in unità della irragionevole separazione nel vigente sistema binario tra i due sistemi non comunicanti tra loro, quello del governo del territorio e quello della tutela dei beni culturali. Mentre una norma transitoria di completamento disegna il dispositivo di salvaguardia (che impegna anche le soprintendenze) necessario a incentivare l’adeguamento degli strumenti urbanistici comunali.

Infine con l’art.5, certamente il nucleo della legge di straordinaria novità e massimo rilievo politico, lo Stato riconosce come questione nazionale la tutela dell’insediamento urbano storico e assume su di sé il compito di consolidarne e incrementarne la funzione residenziale, impegnando il governo a un piano decennale per l’edilizia residenziale pubblica aperto alla partecipazione delle regioni e perciò definito di intesa con la conferenza unificata. E in questa funzione è innanzitutto utilizzato il patrimonio immobiliare pubblico dismesso (qualificante impiego del così detto – spesso malamente esercitato – federalismo demaniale), mentre ai comuni caratterizzati dal fenomeno dello spopolamento si vogliono destinare risorse per l’acquisto di alloggi da cedere in locazione a canone agevolato e sono definite le condizioni per convenzionare con i proprietari privati il recupero abitativo a canone locativo concordato. Insomma la legge che riconosce l’insediamento urbano storico parte integrante dal “patrimonio” della Nazione, enuncia insieme il progetto politico che affida alla responsabilità dello Stato il compito di promuovere in concreto le condizioni anche economico-finanziarie del ripristino residenziale socialmente garantito, contro gli opposti fenomeni di degrado/abbandono, riserve abitative di lusso, invadenza deformante della ospitalità turistica. Insomma, concludo, a me sembra che in questa definita proposta Italia Nostra ben possa riconoscere soddisfatte le istanze essenziali della propria cultura del centro storico, motivo dominante nel suo impegno civile dalla costituzione in associazione.

Giovanni Losavio.

Bologna, 30 gennaio 2020.

Sala di Ulisse dell’Accademia delle Scienze

Seminario di Italia Nostra

La Carta di Gubbio oggi

Salviamo la Sardegna e le sue coste

Pubblichiamo e sottoscriviamo l’appello del Gruppo d’Intervento Giuridico Onlus e Carteinregola

 

La Sardegna, il suo mare e le sue coste, sono un patrimonio dei sardi, degli italiani, dell’umanità.  Un valore inestimabile  per la sua  natura, la sua storia, la sua cultura millenaria,  da conservare e tramandare alle generazioni future.

Eppure tale ricchezza è continuamente messa in pericolo, e consumata un pezzo per volta, da interessi che guardano solo al presente, e solo ai vantaggi per pochi.
In nome dei profitti derivanti dallo sfruttamento del turismo si riducono e sviliscono   l’ambiente e il paesaggio, imboccando una strada che non può che portare alla progressiva distruzione di quella bellezza  che attira  i turisti  di tutto il mondo, e che rende i sardi fieri della loro terra.
Oggi l’ennesimo disegno di legge  regionale  che intende   moltiplicare cemento e cubature edilizie, persino  nella fascia più prossima al mare  e nelle aree agricole, incombe  sul futuro dell’isola.
Prima che il provvedimento  ottenga  l’approvazione del  Consiglio Regionale, chiamiamo il mondo della politica, della cultura, dell’impegno civico della Nazione a mobilitarsi perché le coste della Sardegna non vengano ulteriormente umiliate e ferite da disposizioni ad alto rischio di incostituzionalità.
Chiediamo che siano rispettati i vincoli di inedificabilità della fascia costiera, in particolare dei 300 metri dalla battigia, che da decenni difendono le coste della Sardegna (*), previsti  anche dal Piano Paesaggistico Regionale (P.P.R.), vincoli ignorati dal DDL, per ottenere, con il sempiterno fasullo appello  al miglioramento ecologico del patrimonio edilizio esistente e allo “sviluppo sostenibile” , un effimero ritorno economico per alcune categorie.
Mentre il mondo si infiamma per il rischio, sempre più imminente, di un  disastro ambientale per il dissennato sfruttamento delle risorse comuni, tanto preziose quanto  limitate, e la politica ufficiale si erge a  paladina delle disperate richieste dei giovani che guardano con angoscia al proprio futuro, nelle aule delle  Pubbliche  Amministrazioni si continua a perseguire una visione miope e particolaristica. E’ ora di cambiare profondamente  modello, e tutelare fino in fondo le coste della Sardegna. Tutelare l’ambiente,  il Paesaggio, la memoria vuol dire salvare il futuro delle persone.

Stefano Deliperi, Anna Maria Bianchi, Maria Paola Morittu, Sandro Roggio

Ella Baffoni, Mauro Baioni, Paolo Berdini, Paola Bonora, Massimo Bray, Carlo Cellamare, Vezio De Lucia, Lidia Decandia, Vittorio Emiliani, Domenico Finiguerra, Paolo Flores, Ebe Giacometti, Maria Pia Guermandi, Maria  Cristina Lattanzi, Paolo Maddalena, Anna Marson, Fausto Martino, Tomaso Montanari, Giuseppe Morganti, Pancho Pardi, Rita Paris,  Enzo Scandurra, Giancarlo Storto, Walter Tocci.

Gruppo d’Intervento Giuridico Onlus,  Carteinregola,  Associazione Bianchi Bandinelli, CILD (Centro d’Iniziativa per la Legalità Democratica) Cittadinanzattiva onlus, Cittadinanzattiva Sardegna onlus, Comitato per la Bellezza, Coordinamento Nazionale Mare Libero, Eddyburg, Emergenza cultura,   Forum Salviamo il paesaggio, Italia Nostra onlus, VAS (Verdi Ambiente Società).

15 gennaio 2020

 

(* )

fin dal 1976 (legge regionale Sardegna n. 10/1976) esiste il vincolo di inedificabilità nella fascia dei 150 metri dalla battigia marina, proprio per preservare le coste dalla trasformazione immobiliare;

dal 1993 il vincolo di inedificabilità difende la fascia dei 300 metri dalla battigia marina (legge regionale Sardegna n. 23/1993);

il piano paesaggistico regionale (P.P.R.) ha ampliato e specificato la disciplina della salvaguardia costiera, consolidando l’inedificabilità della fascia costiera ( art. 19 e 20 delle Norme di attuazione del PPR) e  in particolare dei 300 metri dalla battigia marina, come autorevolmente riconosciuto dalla giurisprudenza costituzionale e amministrativa;

* è ampiamente condivisa nell’opinione pubblica la necessità di norme di tutela forti e efficaci per la difesa delle coste dalla trasformazione immobiliare e, in particolare, dalla speculazione edilizia;

* l’efficacia della salvaguardia delle coste della Sardegna viene posta in pericolo da reiterati provvedimenti legislativi, dei governi di diverso orientamento,  che consentono incrementi delle volumetrie con l’alibi del sostegno alle famiglie (“piano casa”) e da recenti proposte di legge regionali che mirano a un vero e proprio svuotamento delle normative di difesa dei litorali, con particolare riferimento alla fascia costiera tutelata dal PPR.

L’emergenza del patrimonio: Venezia e non solo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Le drammatiche immagini della marea che sommerge Venezia e il suo patrimonio sono probabilmente un’anticipazione – terribile – di quanto potrebbe succedere all’insieme dei nostri Beni culturali in un futuro prossimo venturo.

Ancora una volta, la responsabilità principale è da attribuire all’imprevidenza e all’incuria umane: constatare che la salvezza di un enorme patrimonio librario e documentario (Querini Stampalia, Conservatorio) è affidata alla generosità di novelli “angeli del fango” ci fa comprendere come ben poco, in questi decenni, sia stato fatto in termini di prevenzione.

L’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, nel ribadire la propria solidarietà a quanti – funzionari pubblici e volontari – si stanno prodigando per il recupero del patrimonio, ribadisce come una seria politica di messa in sicurezza non possa che poggiare su un’operazione sistemica e preventiva che rimuova radicalmente le cause di pericolo, a partire, naturalmente, dall’eliminazione del traffico di navi pesanti dall’intera laguna: ora, subito.

Se Venezia costituisce il caso più eclatante, molteplici sono però i motivi di preoccupazione sullo stato del patrimonio culturale che ci giungono da più parti e che, nel loro insieme, sottolineano le carenze sempre più evidenti dell’attuale assetto del nostro sistema di tutela.

In linea con la propria tradizione di analisi e proposta, l’Associazione sta quindi organizzando una giornata pubblica di studi (gennaio 2020) nella quale, a partire da quanto emerso negli incontri tematici già svolti nel corso dell’anno, siano evidenziate le criticità strutturali derivate in particolare dalle riforme dell’ultimo quinquennio e soprattutto siano proposte alcune soluzioni utili ad eliminare le più evidenti distorsioni e a contenere lo stato di diffusa sofferenza del nostro patrimonio.

In attesa di tale appuntamento, e per quanto riguarda soprattutto l’ambito archeologico, l’Associazione dichiara la propria complessiva adesione a quanto espresso e proposto recentemente da Adriano La Regina e Fausto Zevi, nella lettera aperta al Ministro Franceschini (pubblicata sul Giornale dell’Arte, novembre 2019 e ripresa da Emergenza Cultura) sulla necessità di un radicale ripensamento dei Poli museali regionali e di una reintroduzione delle Soprintendenze Archeologiche, per il loro specifico apporto a tutela e valorizzazione assieme del territorio e dei luoghi della cultura.

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Comunicato di sostegno all’azione di Italia Nostra per il prestito dell’Uomo Vitruviano

L’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli esprime apprezzamento per l’impegno assunto da Italia Nostra, con il ricorso al Tribunale Amministrativo del Veneto, in merito al prestito al Louvre del fragile disegno di Leonardo, noto come l’Uomo Vitruviano, conservato nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia.

L’Associazione sostiene le iniziative che operano nell’interesse pubblico per la tutela del patrimonio culturale, come in questo caso in cui si agisce per ottenere il rispetto della normativa a fronte di una “carenza di motivazioni” e di effettivi rischi per la conservazione dell’opera. La decisione politica non dovrebbe mai sostituirsi agli organi tecnico-scientifici né condizionarne il parere, ma piuttosto fare ricorso esclusivamente alla decisione degli esperti e valutare, inoltre, l’opportunità di privare il pubblico nazionale e internazionale che visita l’Accademia della possibilità di fruire dell’opera, per il lungo riposo che si imporrebbe, dopo l’esposizione a Parigi.

L’Associazione Bianchi Bandinelli confida sulla decisione della giustizia, auspicando che le prioritarie e motivate ragioni di cautela non diventino l’ennesima occasione di polemica e separazione, rendendo merito invece a un’azione intrapresa a salvaguardia di un bene di valore universale.

Addio Eddy, «ragazzo di bottega di una scuola di profeti»

Articolo di Vezo De Lucia
Il Manifesto, 24 settembre. 

Si è spento il 23 settembre 2019 a Venezia Edoardo Salzano, per tutti Eddy, urbanista, studioso di città e di politica che ha formato decine di urbanisti e intellettuali. 

Si è spento il 23 settembre 2019 a Venezia Edoardo Salzano, per tutti Eddy, urbanista, studioso dicittà e di politica che ha formato decine di urbanisti e intellettuali. Era nato a Napoli nel 1930 nella casa del nonno, il generale Armando Diaz. Sapevamo che stava male ma anche stavolta eravamo certi che avrebbe superato la crisi continuando come sempre a essere disponibile, disinteressato alle convenienze personali, inguaribilmente ottimista (dum spiro spero, stava scritto sulla sua carta intestata).
Ci sarà tempo per ricordarlo, per ora qualche pensiero. Comincio con le parole che concludono il suo libro più noto, Fondamenti di urbanistica: «Il primato dell’interesse comune sull’interesse del singolo è il principio da assumere come stella polare dell’urbanistica». L’interesse pubblico ha guidato la sua lunga attività di urbanista, coerentemente vissuta in tante forme diverse.Da amministratore, prima al consiglio comunale di Roma, con Aldo Natoli e Piero della Seta, poi a Venezia, dov’è stato assessore all’urbanistica; da progettista, e ricordo solo il piano paesaggistico della Sardegna; da professore di urbanistica, alla Sapienza e all’Iuav; da presidente dell’Inu e da fondatore e direttore di urbanistica informazioni (prezioso mensile dell’Inu); da saggista, a cominciare dal fondamentale Urbanistica e società opulenta del 1969, a decine di altre libri, a un numero sterminato di articoli. Fino alla scoperta di internet, del Web, e quindi di eddyburg, il sito al quale dal 2003 ha dedicato il meglio della sua energia e della sua intelligenza, facendolo diventare lo strumento più diffuso nel nostro Paese da chi si occupa di urbanistica, di città, di paesaggio.

Sulla testata campeggiano le parole Urbs, Civitas, Polis (la città fisica, la società che la vive, la politica che la governa), e si legge che il sito tratta di «argomenti che rendono bella, interessante e piacevole la vita di alcuni e difficile, tormentata, disperata quella di altri».

Grande spazio è occupato da Venezia, di cui Salzano, da amministratore prima, da studioso e attivista poi, è uno dei massimi conoscitori, consapevole che la città e la laguna sono tutt’uno, simul stabunt simul cadent. E fu tra i primi, più di trent’anni fa, a imporre rigorose regole urbanistiche (cancellate dalle successive amministrazioni) alla devastante penetrazione del turismo in ogni brandello dell’edilizia storica.

Ma la sua dimensione suprema è stata la politica. La politica ha racchiuso in sé la sua filosofia di vita, la ricchezza e la complessità dei suoi interessi: la prima cosa che ci ha insegnato è che l’urbanistica è politica, senz’altra qualificazione. Ha cominciato giovanissimo, con Franco Rodano, Claudio Napoleoni e il gruppo di cattolici, comunisti ed ex democristiani (da Tonino Tatò a Mario Melloni, Ugo Baduel, Giancarlo Paietta, Marisa Rodano, Lucio Magri, Giuseppe Chiarante).

Ha scritto di sé «ragazzo di bottega di una scuola di profeti». Su Dibattito politico, la prestigiosa rivista fondata da alcuni di loro, Eddy scrisse lunghi e complessi articoli, non solo di urbanistica, addirittura sulla politica agraria dell’Urss. Ha continuato fino alla fine a dichiararsi comunista, ad avere lo stile del comunista (Rossana Rossanda ha scritto che i comunisti sono stati gli ultimi ad avere uno stile). Negli ultimi tempi, con la compagna Ilaria, ha militato in Potere al popolo.

Nel giugno scorso, in sedia a rotelle, all’ultima affollata manifestazione contro le grandi navi, è stato travolto da un applauso che non finiva mai.

Ciao Eddy, fratello mio.

Addio a Edoardo Salzano, maestro dell’urbanistica italiana

Articolo di Francesco Erbani
La Repubblica, 23 settembre 2019.

Il teorico della città come bene comune, “casa di tutti”, è morto a Venezia a 89 anni. Urbanista, laureato però in ingegneria, ha formato generazioni di allievi.

Edoardo Salzano ripeteva spesso che la città non è un ammasso di case, ma la casa di tutti. E se incontrava qualche resistenza nell’interlocutore, incalzava: «La città non è solo un prodotto del mercato, è una creatura sociale, frutto di lavoro collettivo e storico». E se ancora non bastava, attingeva al repertorio classico: «È urbs, struttura fisica, è civitas, cioè società, ed è polis, governo”. Edoardo Salzano, Eddy per chiunque lo conoscesse, si è spento a Venezia, dove viveva dal 1974. Aveva 89 anni.

Eddy Salzano era un urbanista, laureato però in ingegneria, ed è stato maestro per generazioni di allievi, quelli che allo Iuav di Venezia frequentavano i suoi corsi, ma anche quelli che si sono formati sui suoi libri, primo fra tutti Fondamenti di urbanistica (Laterza). Ha redatto impegnativi e coraggiosi piani. Basti ricordarne solo due per afferrare i punti cardinali del suo orientamento politico e culturale: quello della città storica di Venezia e quello paesaggistico della Sardegna. Della città lagunare è stato assessore, dal 1975 al 1985, in una giunta di sinistra guidata dal socialista Mario Rigo.

La sua genealogia intellettuale vede iscritti i nomi di Luigi Piccinato e di Giovanni Astengo, di Federico Gorio e poi di Leonardo Benevolo, dal quale lo divisero aspri dissensi proprio a proposito di Venezia. A questi apporti, non solo disciplinari, vanno affiancati quelli di Franco Rodano e di Claudio Napoleoni, animatori della Rivista trimestrale, intorno alla quale si riuniva il gruppo degli intellettuali comunisti di provenienza cattolica. Salzano, che era nato a Napoli nel 1930 ed era nipote del generale Armando Diaz, era arrivato a Roma nel 1952 e, iscritto al Pci, scriveva per l’Unità e fu eletto consigliere comunale.

In Memorie di un urbanista, uscito dalla Corte del Fontego nel 2010, Salzano racconta gli anni della estenuante gestazione del piano regolatore di Roma, poi approvato nel 1965, e di come Roma sotto i suoi occhi crescesse assecondando solo interessi fondiari e immobiliari, comunque privati. Nel 1969 uscì un suo saggio, Urbanistica e società opulenta (Laterza), che non piacque ad autorevoli architetti come Bruno Zevi, ma che influenzò fortemente chi in quegli anni si laureava.

Per Salzano è rimasto un punto fermo il controllo pubblico delle trasformazioni urbanistiche. La città, ripeteva, non è un aggregato edilizio: se si lascia fare al solo mercato immobiliare o, tutt’al più, a una contrattazione in cui il contraente pubblico si piega ai voleri di quello privato, ecco che la città perde la propria ragion d’essere, perde qualità e danneggia la civitas. È compito dell’urbanistica disegnare l’assetto di una città considerando i bisogni e le aspirazioni di chi la vive. L’urbanistica è una scienza eminentemente sociale, non un freddo manuale di norme.

Non è andata come avrebbe voluto. In pensione, Eddy Salzano si è inventato un altro mestiere. O, meglio, ha cercato nuovi mezzi per raccogliere le sue riflessioni e per coinvolgere giovani e meno giovani ricercatori, militanti di associazioni, persone affezionate alla civitas e alla polis. E, sebbene avanti nell’età, ha esplorato la potenza della rete e ha fondato eddyburg, che oggi è il più attrezzato sito in materia di territorio, paesaggio, città, ambiente. È un repertorio di documentazione insostituibile, destinato a tutti, orientato e trasparente dal punto di vista politico e apprezzato anche da chi non ne condivide la radicalità.

Eddyburg è stata la seconda vita di Eddy Salzano, ne ha rinnovato l’energica e ironica lucidità, ha nutrito il gusto della conoscenza e della militanza, gli ha garantito freschezza intellettuale. Fino all’ultimo, fino a che gli occhi lo hanno assistito, anche seduto su una chaise longue davanti a una porta a vetri affacciata su un canale, dietro campo Santa Margherita, la sua preoccupazione era aggiornare eddyburg.

E una seconda vita gli ha assicurato Venezia, dove fu chiamato un po’ per ragioni universitarie un po’ spinto dalla militanza politica. Nella città lagunare, da amministratore, aveva messo le basi per evitare che ci si consegnasse mani e piedi all’economia turistica. Non è andata come avrebbe voluto neanche questa volta.

Ma Venezia non gli sembrava una città per la quale doversi rassegnare. Era in prima fila, su una carrozzella a rotelle, durante la manifestazione in bacino San Marco dopo l’incidente provocato da una delle grandi navi che solcano la Laguna. Troppa qualità nella storia urbana di Venezia, nel suo assetto, nella tenacia di tanti suoi abitanti per finire travolta da un turismo predatorio. Su eddyburg si può leggere quel che Marco Polo dice al Kublai Khan nelle Città invisibili di Italo Calvino: «Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia. Per distinguere le qualità delle altre, devo partire da una prima città che resta implicita. Per me è Venezia». «Così è Venezia anche per me», chiosava Eddy.

Riorganizzazione MIBAC e soppressione istituti autonomi

Roma, 14 giugno 2019

Comunicato stampa

 

Italia Nostra e l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli esprimono forte preoccupazione per quanto appreso in merito alla soppressione degli Istituti autonomi del Parco Archeologico dell’Appia Antica, del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, della Galleria dell’Accademia di Firenze e del Castello di Miramare di Trieste.

Tale previsione, contenuta nella bozza di DPCM sulla riorganizzazione del Ministero, appare sostanzialmente priva di una meditata valutazione della riforma attuata dal precedente Ministro sull’intero assetto organizzativo delle Soprintendenze uniche, dei Poli Museali e degli Istituti autonomi. Nella bozza manca anche ogni puntuale riferimento circa la futura destinazione di questi Istituti e questo crea ulteriori elementi di forte preoccupazione e perplessità.

Si chiede quindi la Ministro Bonisoli di voler  approfondire la questione, riconsiderando l’ipotesi, fornendo all’opinione pubblica spiegazioni su quanto si è appreso al fine di evitare che decisioni così importanti creino ulteriori irreversibili danni alla tutela di un patrimonio di rilevanza internazionale, già fortemente danneggiato, nell’immagine, dalle notizie riportate dalla stampa: beni di fatto declassati, ignorando secoli di storia e di impegno, trattati alla stregua di merce a cui si è tolta la dignità che meritano.

La proposta di modifica si inserisce oggi, dopo anni di caos determinato dalla precedente riforma, in un contesto già fortemente colpito, dove per nessuno – si ribadisce per nessuno – degli Istituti autonomi, come per i Poli museali e per le Soprintendenze uniche, si è prevista una soluzione al gravissimo problema della salvaguardia e conservazione degli archivi documentali e dei materiali nei depositi: fonti uniche ed essenziali per la ricerca, la buona gestione della tutela e la conoscenza di beni per loro natura irripetibili, peraltro oggetto di attenta considerazione in Convenzioni internazionali, sia in ambito Unesco che Consiglio d’Europa (convenzioni ratificate dall’Italia).

Entrare a gamba tesa nella organizzazione di settori così delicati e rilevanti, sacrificando la cura e la valorizzazione del patrimonio culturale del Paese, non può che comportare ulteriori forti scompensi. Italia Nostra e l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli si appellano al Ministro affinché ascolti le Associazione e i lavoratori tutti e vedrà quante utili riflessioni sarà poi in grado di maturare per decidere, evitando che, ancora una volta, tutto si infranga sulla spiaggia delle occasioni perdute

In particolare per le incognite legate al futuro del Parco Archeologico dell’Appia Antica che, persa la sua autonomia appena conquistata, rischia lo smembramento addirittura tra due Soprintendenze, Italia Nostra non potrà che mobilitarsi. Scenderà in campo con un’iniziativa pubblica organizzata dalla sezione di Roma, che ha intrecciato mezzo secolo e più della sua stessa storia e l’impegno dei suoi Presidenti, dirigenti e intere generazioni di soci, in azioni costanti di salvaguardia e tutela di un Bene che il mondo ci invidia.

Mariarita Signorini
Presidente Nazionale Italia Nostra

Rita Paris
Presidente Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

 

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Claudio Gamba: Ricordo di Andrea Emiliani

Il 27 marzo è stata allestita a Bologna la camera ardente per l’estremo saluto ad Andrea Emiliani, figura tra le più importanti della storia dell’arte e della tutela in Italia nel Novecento. Uomo coltissimo, dall’eloquio raffinato e tagliente, Emiliani non fu mai un appartato erudito: in lui la figura del funzionario statale si univa a quella del docente, il mondo degli studi filologici si fondeva con quello della conservazione dei beni culturali, in un nesso inscindibile e circolare tra la conoscenza e la tutela del patrimonio storico e artistico. Da quel nesso sarebbero poi venute fuori anche la divulgazione, la valorizzazione, la fruizione, la partecipazione del pubblico, ma a quel nesso primario non si poteva rinunciare. Tutto contribuiva a dare alle tracce del passato una funzione sociale e quindi “politica”: dalle capillari campagne di catalogazione sul territorio di ogni tipo di manufatto fino alle mostre sui grandi artisti del Cinque e Seicento, dai restauri e dagli allestimenti museali fino alla ricognizione sulla storia legislativa della tutela.

Per questo uno dei suoi libri più importanti rimane “Una politica dei beni culturali” uscito nel 1974, poco prima della nascita del ministero spadoliniano che avrebbe però preso una strada ben diversa da quella progettata nel volume di Emiliani. Quando una quindicina di anni fa realizzammo il primo sito web dell’Associazione Bianchi Bandinelli curai una rubrica sui libri fondamentali per la storia della tutela e subito scelsi di dedicare una pagina a questo testo, accompagnandola con la scheda che riporto qui sotto insieme a uno stralcio della sua introduzione.

Poco dopo l’Associazione Bianchi Bandinelli coinvolse Andrea Emiliani in due iniziative (curate da me sotto la presidenza e con il coordinamento di Marisa Dalai): la prima fu il “Forum sul presente e futuro della catalogazione” pubblicato all’interno del volume con gli scritti di Oreste Ferrari “Catalogo, documentazione e tutela dei beni culturali” (Annali ABB n. 18 – 2007) in cui Emiliani ripercorreva le celebri e innovative “campagne di censimento e la conoscenza per la catalogazione del patrimonio culturale (Bologna, Valle del Reno, del Setta e del Santerno, 1968-1971)”; la seconda iniziativa fu nel novembre 2008 quando organizzammo un grande convegno di studio e di protesta (accompagnato da una vasta mobilitazione di appelli e articoli) con il titolo  “Allarme Beni Culturali”, tenuto nella sala affollatissima dello Stenditoio al San Michele: Emiliani aprì la prima delle quattro tavole rotonde, sul tema “Il modello italiano di tutela del patrimonio culturale” (Annali ABB, n. 20 – 2009). Su molti punti le idee dell’Associazione non collimavano con quelle sostenute da Emiliani, in particolare sul problema del decentramento, ma certo c’era piena intesa su quella che era stata la missione fondativa indicata da Argan e Chiarante: il raccordo tra Università e Soprintendenze, tra attività di ricerca e amministrazione dei beni culturali, la centralità delle competenze tecniche e della formazione.

Naturalmente accanto all’impegno pratico, teorico e storico sulle tematiche della tutela, Andrea Emiliani ha svolto un ampio lavoro di studi storico-artistici, in particolare su alcuni grandi pittori (da Federico Barocci agli emiliani del Seicento), affinando nell’analisi delle opere e nello studio delle fonti quel suo linguaggio forbito (che gli veniva anche dalla formazione con Longhi e Arcangeli) che riversava poi negli scritti sulla storia della legislazione e sulla storia dei musei, un ambito che era stato sempre trattato con arido linguaggio tecnico e giuridico e che invece Emiliani (forte dell’esperienza concreta avviata sin da giovanissimo grazie all’incontro con Cesare Gnudi) faceva rivivere come una problematica attuale, viva, con una prosa pulsante e ammaliante.

Chiunque si sia occupato di beni culturali in Italia gli è debitore, ma intanto si affollano nella mente anche i ricordi personali, dei pochi e indelebili incontri diretti e delle tante conversazioni mentali che sempre i suoi scritti hanno provocato in chi (come tutti noi dell’Associazione) non riesce a concepire la storia dell’arte e le altre discipline dei patrimonio disgiunte dall’impegno militante, magari con una spolverata di pungente ironia ad alleggerire la rabbia per le scriteriate politiche culturali del nostro bellissimo e sciagurato Paese.

 

Claudio Gamba

 

Scheda sul volume di Andrea Emiliani, pubblicata sul sito dell’Associazione Bianchi Bandinelli nel 2005 nella sezione “La Biblioteca di Giano: Libri del passato per guardare al futuro dei Beni Culturali e Ambientali”.

 

Andrea Emiliani
Una politica dei beni culturali
con scritti di Pier Luigi Cervellati, Lucio Gambi e Giuseppe Guglielmi
Piccola Biblioteca Einaudi, n. 236
Einaudi, Torino 1974
297 pagine

 

 

 

 

 

 

Commento

Il volume, uscito nel 1974 e considerato a ragione un testo fondamentale della riflessione sia metodologica che pratica sulle tematiche legate ai beni culturali, è costruito intorno al progetto di un Istituto per i beni artistici culturali naturali della Regione Emilia-Romagna, una delle prime iniziative nate in quel processo di decentramento finalizzato a rendere più stretto il vincolo della tutela con il territorio in tutta la sua articolazione e stratificazione storica e culturale (il museo viene quindi considerato, nel libro, come “opera chiusa”, mentre la nuova conservazione globale dovrà fondarsi sulla sistematica opera di catalogo e preservazione dei “luoghi”; la Regione diventa così il referente privilegiato per attuare un diverso rapporto tra Amministrazione centrale e periferica). Questo progetto (politico prima ancora che giuridico) non si lega solo a un nuovo modello di gestione e di conoscenza ma discende anche da un nuovo “concetto di bene culturale” che Emiliani individua in una unità inscindibile tra geografia, storia, arte e ogni altra forma di linguaggio, cioè, infine, in un concetto globale di cultura antropologicamente intesa. (Claudio Gamba)

 

SOMMARIO DEL VOLUME

Introduzione

Beni culturali e conservazione

  1. Per un nuovo concetto di bene culturale
  2. Politica e conservazione
  3. Una politica per la conservazione

Progetto per un Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna

Appendice I. Costituzione dell’Istituto per i beni artistici culturali naturali della Regione Emilia-Romagna

Appendice Il. La legge istitutiva

Le iniziative afferenti

La legge per i centri storici, a cura di Pier Luigi Cervellati

Per una cartografia dei patrimoni culturali, a cura di Lucio Gambi

Una scuola interdisciplinare, a cura di Giuseppe Guglielmi

Appendice

Ricerca sulla tutela del patrimonio artistico e culturale in Italia. Relazione preliminare, a cura di Maria Giuliana Luna

 

DALLA INTRODUZIONE DI ANDREA EMILIANI

(riportiamo uno stralcio della parte iniziale, pp. 5-12)

Al progetto che delinea i metodi e le forme dell’Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, abbiamo voluto premettere alcune generali considerazioni che possono rendere più esplicito il terreno politico e culturale sul quale il progetto stesso si è inizialmente mosso ed ha quindi preso forma istitutiva e di legge. Era infatti inevitabile che, di fronte alla nascita di un diverso modo di gestione del patrimonio — non sterilmente contrapposto a quello tradizionalmente centrale, ma utilmente propulsivo e nello spirito stesso del dettato costituzionale — si ripercorresse la vicenda politico-amministrativa dei beni artistici dell’Italia unita, a decorrere dal 1860 per giungere fino ai giorni nostri. Più di un secolo infatti è durato l’estenuante dibattito, ora caloroso e scandalizzato, ora pigro e svogliato, per tentare di gettare le basi di una gestione adatta ad un paese di così proverbiale ricchezza storica e artistica. Diciamo subito che proprio la lunga esperienza maturata, specie nel XVIII secolo, presso i cessati governi, avrebbe potuto essere di grande aiuto ai padri della patria, solo che se ne fosse compresa la coraggiosa essenza conoscitiva e non ne fosse stata invece adottata e per giunta in forme improprie soltanto l’innegabile sostanza autoritaria. A nostro modo di vedere, la frattura immediatamente rivelatasi risiede infatti — nei suoi termini ormai storici, ma sopravvissuti in buona parte ancora oggi — fra l’autoritarismo della tradizione giuridica conservativa, costruita su norme cogenti e su progressivi, sempre più ampi divieti; e la nuova dinamica liberistica impressa alla società italiana dopo il 1860.

Nei primi decenni della vita nazionale — mentre, anche per non saper fare altro, ogni regione ereditava le leggi preesistenti — si pensò che anche le strutture amministrative di tutela potessero restare quelle provinciali o regionali già allora, anche se debolissime, in atto. Ma dopo il 1875 circa, allorché fu possibile constatare che una legge nazionale di tutela dotata di quelle caratteristiche storiche avrebbe inevitabilmente dovuto generare una serie di vincoli e di impedimenti per il libero dinamismo dell’iniziativa privata e degli stessi enti pubblici, si pensò bene di ritardarla quanto più possibile. Ancora nel 1888, per la voce dello stesso ministro all’istruzione, di fronte all’ennesima bocciatura di una legge nazionale, il problema veniva posto in chiari termini: o si ritiene che la libertà di intrapresa non debba incontrare ostacoli, oppure si conferisce all’utile collettivo un potere che inevitabilmente potrà creare gravami e servitù. In parallelo, allora, si pensò bene di attuare progressivamente e sempre più stringente quel controllo centrale che solo avrebbe, più tardi, potuto garantire una manipolazione dei problemi assai vasti proposti dalla tutela d’arte e di storia; lontano comunque dai luoghi di origine dei problemi stessi, nonché dalla loro più diretta partecipazione. La linea politica tracciata naturalmente non esclude, ma anzi incorpora e se ne avvale, altre più oneste spinte ad una gestione centrale e forte: la preoccupazione dell’unità dei metodi di conservazione e di restauro, e la ricorrente proposta per una tutela «guidata» contro ogni (del resto innegabile) pericolo di dispersione, di abuso e di confusione.

La sottrazione del patrimonio ai luoghi e alle comunità di origine e di persistenza conobbe un processo forse lento ma nei fatti inarrestabile. Per di più, il patrimonio assunse quasi subito l’aspetto di una costante remora allo sviluppo, di un ostacolo continuo a ogni malintesa idea di progresso da concretarsi, allora come oggi, in distruzioni edilizie, in «risanamenti» di speculazione, in lottizzazioni indiscriminate. Dall’equivoco nacque, o riprese forza, una certa etica del museo come sede di deportazione e di concentramento, piuttosto che come luogo di indagine scientifica e di metodo didattico. Ogni esortazione conservativa finì quasi sempre per suggerire immagini di miseria e di abbandono. Così, da simbolo concreto e magnifico della ricchezza e della cultura delle comunità, i beni artistici — anche per il parallelo dissidio fra Stato e Chiesa, fra radicale anticlericalismo e riottoso clericalismo — divennero facile emblema della povertà, dell’inattività e della solitudine. Due terzi dell’Italia più profonda e antica appaiono subito, agli occhi dei loro abitatori, l’immagine più appariscente di ciò che si deve abbandonare, fuggire e dimenticare. Oppure, proseguendo nella logica di un progresso materialistico, l’immagine che si deve rinnovare; e dunque abbattere, umiliare e sostituire.

É facile intendere — anche se non si è sufficientemente riflettuto su questa ovvietà — che la nozione di bene culturale si riconduce al concetto stesso di cultura; e che esclusivamente su di essa si erige ogni accezione di intervento giuridico. Non è possibile infatti creare leggi e dare struttura ad apparati amministrativi, se proprio una individuata nozione di bene culturale non ne detta orizzonti e confini. Essa è stata invece sempre intesa, o quasi sempre, come nozione separata dal concetto di cultura. Elevata per lo più all’altezza dell’arte più grande, rettorica e magniloquente, ha finito per lasciare alle spalle e fuori delle porte dell’angusto pantheon della gloria nazionale una grande quantità di fenomeni e di relazioni che, al contrario, costituivano parte integrante della sua entità globale. Una fitta tempesta di distinzioni di natura estetica, tanto di origine storica quanto di più fresca matrice, ha sezionato la sua naturale compattezza: arti maggiori e minori, nobili e vili, con la A maiuscola e con la a minuscola, feticci e comparse, si sono orribilmente mescolati, oggi, alle complicazioni giuridiche, assumendo in tal modo figura di interesse locale o di interesse nazionale, al solo scopo di meglio riflettere pertinenze del tutto astratte e dettate soltanto dalla retroguardia amministrativo-culturale del paese.

All’interno di una visione antropologicamente più nitida del concetto di cultura, ognuna di queste distinzioni viene illuminata oggi per quello che essa vuole significare: un contributo ad una separatezza che ha giovato al potere politico per non porre freni eccessivamente stretti alla speculazione e alla logica del profitto; che ha portato vantaggio anche all’amministrazione centrale, che di quel potere è troppo spesso stata emanazione diretta e gerarchizzata; che è stata utile spesso anche agli enti locali, che hanno presto imparato a ripercorrere le strade del potere centrale: ben sapendo, del resto, di potergli addebitare la prima e la maggiore responsabilità, proprio per essere stati allontanati da un possesso naturale attraverso il prolungato, quotidiano atto di espropriazione e di alienazione che la vicenda, in un secolo di storia, esprime. Si dovrebbe poi aggiungere che questa separatezza è parsa talvolta utile anche alla cultura ufficiale, e alle singole discipline storiche nate su ceppo specialistico e diacronico, poco convinte dunque di un’idea globale della civiltà (e della dinamica dell’intraducibile civilisation); e molto sovente affezionate a quella interpretazione manualistica dei programmi scolastici che poco ha giovato alla scuola e molto invece al grossolano codice riduttivo dell’industria della cultura: un empireo capolavoristico di selettive e settimanali proporzioni.

In realtà, se il concetto di bene culturale partecipa intimamente del concetto di cultura, ogni difficoltà incontrata dal primo è anche frutto del mancato pieno sviluppo del secondo. L’Istituto dei beni culturali che la Regione Emilia-Romagna ha deciso di varare, intende misurarsi proprio con un concetto di cultura che, in senso antropologico, realizzi l’intima connessione di una serie di operazioni distinte ma interdipendenti, unificabili come «linguaggi» o come sistemi di significazione. Ciò che rende singolare ed inedito l’Istituto stesso è che aspetto istituzionale e aspetto sistematico siano strettamente uniti, in quanto prodotto di una condizione storica e di una politica che non nasconde la volontà di proiettarsi nei tre tempi del presente: «il presente del passato, il presente del presente, il presente del futuro», secondo la formula di indubbio sapore gramsciano entro la quale Guido Fanti ha voluto puntualmente raffigurare metodi e orizzonti dell’istituto stesso. L’identificazione storica concorre a quella «diversità» emiliano-romagnola, alla quale Fanti, in numerose occasioni riprese, ha assegnato qualcosa di più che una semplice funzione di starter politico e sociale: ma piuttosto il disegno di un modo di essere vastamente culturale, entro il quale prendono figura non bassamente rivendicativa o strapaesana, i caratteri storici e le vocazioni plurime della regione intesa come spazio omogeneo.

La nozione di bene culturale investe direttamente sedimentazione e stratificazione di un territorio, quello emiliano e romagnolo, nel quale l’opera di umanizzazione, come del resto in tante regioni italiane, è giunta nei secoli a livelli di così intima e indistricabile presenza, da non poter essere più «catalogata» come divisa, oppure disciplinarmente settorializzata, ma piuttosto letta nelle sue costanti dinamiche di organizzazione, evoluzione e sviluppo. Così, «la esigenza di una tassonomia ovvero di una catalogazione “incalzante” del tessuto storico di una società variamente stratificata nei suoi livelli o gradi di civilizzazione, come quella emiliana, muove dall’ipotesi che il recupero di un concetto globale di cultura costituisce il fondamento di una logica unitaria, di una filosofia generale del sapere» [Giuseppe Guglielmi]. Degradazione e distruzione del patrimonio storico e artistico aggiungono purtroppo vivida attualità a questo vastissimo campo della significazione, ne accelerano l’importanza prammatica e ne dettano i tempi immediati, attesi non più soltanto dall’ansia degli scienziati ma dalla coscienza stessa di molti amministratori.

Proprio in Emilia riaffiora, con metodi e strumenti moderni, quella sensibilità dello sperimentale e dell’induttivo (che nella tassonomia trova il suo veicolo primario) che caratterizzò fra il XVII ed il XVIII secolo l’opera dell’erudizione e della verifica storica, dettata dalla tradizione galileiana. Bacchini e Muratori, Malpighi e Marsili sono soltanto alcuni fra i grandi nomi ai quali l’Istituto intende riferirsi per riannodare il filo di lontane ma tutt’altro che mitiche continuità. «Scorgesi per la verità qual libro sia la nostra Italia quando accade che sia studiato da chi tien occhi che non si fermino su la pura superficie delle facciate delle chiese o de’ palagi», è il commento che suscitava nel Bacchini la lettura del Museum Italicum del grande Mabillon: ma ad un orecchio moderno esso può davvero suonare come una divisa di lavoro, «una pedagogia generale di un metodo e di una cultura» (Ezio Raimondi).

Una condizione culturale emiliana più recente ha inoltre già riattivato il metodo di conoscenza e di relazione col vero, passando attraverso la classificazione dei problemi. Basterà ricordare l’attività euristica condotta in campo urbanistico-architettonico dall’amministrazione comunale di Bologna e culminata nel noto piano per la conservazione, anche sociale, del suo centro storico; e l’esperienza condotta nell’ambito delle campagne di rilevamento nell’Appennino bolognese, organizzate dalla Soprintendenza alle gallerie e dalla Provincia di Bologna.

«Così, mentre la sociologia viene rimeditando sui propri fondamenti, e da un’analisi degli stati si sposta verso un’analisi delle trasformazioni, l’antropologia sta diventando sempre più storiografia, analisi di una società come sistema di forze e di relazioni, entro cui si organizza l’esperienza collettiva dell’uomo sociale. Ed è proprio un disegno antropologico che informa l’Istituto per i beni culturali, il cui compito progettuale si ispira alle acquisizioni di discipline come la linguistica, la teoria dell’informazione, la logica formale, le quali aprono nuove vie all’analisi dei significati e degli oggetti non linguistici, quali l’analisi monumentale, delle cose mobili, del territorio, dei quadri paesistici ecc.»

Ma il problema di fondo (perché la conservazione?) rimane quasi sempre insondato o addirittura inespresso, al di là dei riti culturali che l’hanno trasportato fino ai nostri giorni, al di là delle consuete giustificazioni storiche che non hanno soddisfatto il ricercatore, e infine anche al di là delle argomentazioni estetiche che tanto spesso non hanno contribuito se non all’estasi. In sostanza, è come se gli strumenti della nuova civiltà che auspichiamo non bastino a interpretare quel problema; e quelli della civiltà che ci ha preceduti appaiano inservibili se non addirittura devianti. Vista entro questi dubbiosi termini, la stessa attività di catalogazione e di inventario rischia di assomigliare ad un enorme ingombro di carte e di prelievi, pronto prima o poi a crollarvi addosso, come nel racconto di Anatole France: e comunque una sorta di onanistica restitutio di una storia verso la quale, in fondo, non abbiamo, quanto a fini e a risultati generali, altro che diffidenza.

Qui si impegna duramente il codice ideologico di lavoro dello storico dell’arte e della ricerca sulle forme; e poiché proprio chi opera nel settore della conservazione è stato più d’ogni altro impegnato fino ad oggi come «braccio secolare» di una storia di sintesi, costui è venuto gradualmente assumendo la figura di un inutile analizzatore, di un compilatore compiaciuto soltanto delle capacità «ausiliarie» della ricerca. La sua attività stessa, all’interno di questa storia di sintesi, rischia di essere messa in crisi, paradossalmente, proprio quanto più alto è il grado qualitativo e quantitativo del suo lavoro. Poiché nulla, evidentemente, guida dall’interno i gradi sempre parziali del suo procedere. Si sono del resto viste, nella pratica corrente, zufolate estetistiche pressoché ridicole conseguire assensi di elevato prestigio accademico; si vedono suicide serpentine di analisi materiale, cronistica ed effimera, esalare l’ultimo respiro in faccia al più stracco sociologismo di routine. Sarebbe temerario affermare che, almeno per ora, molte cose della storiografia e della critica d’arte siano avviate a qualche moderna soluzione.

Ma ritorniamo con fiducia al ricercatore. Al di là della storia di sintesi si colloca la sua insostituibilità, oggi. Anche se il discorso può ancora sembrare limitativo ai cultori affrettati del giudizio storico, si tratta ora di garantire — dall’interno di un inarrestabile processo storico — una precisa, non intermessa trasmissione delle tecniche della cultura. In questo senso, le tecniche non faciunt saltus, e non possono avere sospensioni, pena una regressione di proporzioni inattese: tanto meno oggi e cioè nel momento in cui davvero più lontana e dunque più superflua — di fronte alla disinvoltura di tanto superficiale «attualità» — può apparirci l’infinita trama delle tecniche del lavoro e della stessa sopravvivenza. Eppure, ogni scienza urbana e del territorio rischia di conoscere la disfatta più clamorosa se non tiene conto di questa incancellabile trasmissione «didattica» e metodologica. L’ecologia, in questo senso, è davvero un insegnamento esemplare; e la soluzione stessa dei suoi grandi problemi passa tutta attraverso la capacità dell’uomo di sapersi «culturalmente» collocare rispetto alla natura, come appunto le tecniche tradizionali ci possono — se indagate — rivelare.

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