Assemblea dell’Associazione 2018

Informiamo che il giorno 18 dicembre, alle ore 17:00 si terrà l’assemblea dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli.

L’incontro è aperto a tutti gli interessati.

 

martedì 18 dicembre 2018, ore 17:00

Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’arte, in piazza San Marco n. 49.

Ordine del giorno:

  • relazione generale del Presidente sulle iniziative svolte nel 2018
  • rinnovo delle cariche societarie
  • varie, eventuali e sopraggiunte.

Alessandro Leogrande: La Città e la Crisi dell’Industria

In occasione dell’anniversario della scomparsa di Alessandro Leogrande, il 26 novembre 2017, pubblichiamo il testo del suo intervento al convegno Taranto, la Città, la Storia, organizzato dall’Associazione Bianchi Bandinelli il 20 gennaio del 2017.

 

La Città e la Crisi dell’Industria

Vorrei provare qui ad argomentare un’idea in cui credo fermamente da molti anni: la storia del gigantismo industriale e la storia dell’abbandono della città vecchia sono due facce della stessa medaglia. Tutte le analisi di Taranto all’interno delle quali le due narrazioni vengono slegate, o tenute separate, risultano mancare di qualcosa. Il racconto che va per la maggiore in questi anni, che vede Taranto quale sinonimo del disastro industriale, come se si fosse creata dal nulla una storia di gigantismo industriale, non correlata con la storia urbanistica, culturale e politica di lungo periodo della città, è appunto un racconto monco. E d’altra parte, ogni ri-narrazione di Taranto, della sua identità o presunta somma di identità, e del rapporto di tutto ciò col centro storico, che non tenga conto della sua storia novecentesca, dei segmenti di storia novecentesca alle spalle, rischia a sua volta di essere monca.

Nella storia recente di Taranto è evidente invece che l’industria – non solo come peso e portato materiale nella vita del capoluogo, ma anche come manifestazione ideologica di un’idea di progresso, di una idea di sviluppo – e  l’abbandono dell’isola, della città vecchia, con la costruzione di una città che è stata nel Novecento la negazione della città vecchia, corrono su binari paralleli. Già in epoca umbertina, la Città Nuova, anche nei suoi esempi urbanistici migliori, si costruisce ideologicamente come negazione della città vecchia, mentre la città abbastanza caotica e sfasciata, che continua a crescere e ad ingrandirsi dagli anni Settanta in avanti, è a sua volta una negazione dell’isola e del centro storico. Questa frattura, peraltro, non riguarda solo Taranto, ma tutte le città epicentro della industrializzazione nel Sud. In La dismissione, ad esempio, Ermanno Rea coglie perfettamente l’antitesi fabbrica-vicolo, e l’ergersi della fabbrica, e del lavoro di fabbrica, e della vita legata al lavoro di fabbrica, come netta contrapposizione al mondo dei vicoli.

Questo processo, a mio avviso, raggiunge il suo acme – e allo stesso tempo il suo punto di rottura – proprio negli anni Settanta del secolo scorso. Esattamente in quegli anni, tutti, più o meno tutti, chiedono non il recupero ma l’abbandono della città vecchia, e la creazione di case popolari altrove ma non in città vecchia, e allo stesso tempo si chiede a gran voce tutti – più o meno tutti, quasi tutti – il raddoppio del centro siderurgico. Sia rispetto ad un fenomeno, sia rispetto all’altro, le voci dissonanti, le voci fuori dal coro, sono pochissime.

Sono stati già fatti, per quanto riguarda la città vecchia, i nomi di Giulio Carlo Argan, Cesare Brandi, Antonio Cederna, Giuseppe Ungaretti… non a caso tutti legati all’esperienza del Premio Taranto e alla rete stabilita da Antonio Rizzo intorno alla “Voce del popolo”. Sono i primi, gli unici, a gridare allo scandalo contro l’idea scellerata di abbattere la città vecchia, tenendo in piedi solo tre-quattro monumenti di pregio, e a sostenere invece che quell’aggregato umano, lungamente insediato, va preservato. Però viene da dire, ribadisco, che al di là delle ipotesi hard, come quella di distruggere la città vecchia per tenere in piedi solo alcuni monumenti di pregio, quella idea di sviluppo, per cui il progresso era fuori dalla città vecchia, irrimediabilmente fuori dall’isola e dai vicoli, si estende a macchia d’olio, ben al di là delle tesi più oltranziste.

Allo stesso tempo la richiesta di gigantismo industriale, la richiesta del raddoppio del centro siderurgico,  attraversa negli stessi anni tutte le forze politiche. Motivo per cui ho sempre pensato che la tesi secondo cui a  Taranto si è insediata una forma di colonialismo industriale fosse un po’ miope: sicuramente c’è stato uno sviluppo calato dall’alto, ma questo sviluppo non è stato certo imposto con la forza, è stato accettato – se non addirittura preteso – dalle forze politiche e sociali, ovviamente secondo vari gradi di partecipazione, di consenso, di motivazioni e interessi, ma ciò non toglie che si possa dire che, dalla Dc alla nuova sinistra, il raddoppio lo volevano tutti. E anche in questo caso le voci fuori dal coro, sfogliando i giornali dell’epoca, sono pochissime.

Viene in mente il Walter Tobagi che adotta per primo, in relazione a Taranto, l’espressione “metalmezzadro”. La Taranto che descrive Tobagi nel ’79, pochi mesi prima di essere ammazzato, è una città che presenta tutte le contraddizioni esplose nei trent’anni successivi: in una città che allora aveva il Pil pro capite più alto del Mezzogiorno, e che dell’industria  percepiva solo le “magnifiche sorti e progressive”, quel gigantismo industriale mostrava già chiaramente i suoi piedi d’argilla. Non solo perché, visto retrospettivamente, quello sviluppo siderurgico non avrebbe avuto lunga vita, incontrando presto la crisi del mercato mondiale. Il motivo era soprattutto un altro: la fabbrica appariva a Tobagi come una cattedrale nel deserto che aveva pochi rapporti con la provincia limitrofa. Non aveva generato un indotto virtuoso. E, d’altro canto, benché una delle tesi correlata alla creazione del polo industriale fosse quella che esso avrebbe favorito la creazione di una nuova classe operaia, di un nuovo mondo del lavoro e del diritto, a Taranto più che una classe operaia nel senso sociologicamente più stringente del termine, si è creata una composizione più complicata, in cui la fetta dei cosiddetti “metalmezzadri”, cioè di coloro i quali venivano a lavorare in città dai piccoli paesi della provincia ma poi la sera tornavano in provincia, mantenendo intatte le strutture culturali del Sud agricolo, era rilevante.

Anche Giorgio Bocca, in quegli anni, si accorge che qualcosa sta andando storto, e lo scrive in un reportage sul “Giorno”. La sua tesi è lapidaria: qui stanno costruendo un gigante industriale, che si mangia le altre forme di lavoro, si mangia la terra e ben presto si mangerà anche l’aria… Ma qual è l’alternativa locale? Qual è l’alternativa fornita dalla classe dirigente locale, dall’imprenditoria locale, dalla classe politica locale, rispetto a tutto questo?

Evidentemente non c’era. Per questo io credo che proprio lì, alla metà degli anni Settanta, si stringono a filo doppio i due fattori.

Proprio negli stessi anni del raddoppio del siderurgico avviene il crollo di Vico Reale, in cui perdono la vita sei persone, tra cui tre bambini. È il 13 maggio del 1975. Ricordo anche qui un bellissimo articolo di Antonio Cederna pubblicato sul “Corriere della sera”. Cederna scrisse senza mezzi termini: è caduto un solaio e non un palazzo; pertanto criminalizzare l’intera Taranto antica per la caduta di un solaio è un’operazione intellettualmente scorretta, che mira ad altro. È chiaro che si sarebbe dovuto intervenire per mettere in sicurezza una parte della città, ma la questione ancora una volta non era azzerare un tessuto urbanistico e sociale di lunga data, bensì intervenire su tutti quei casi di sovracostruzione che, come sappiamo bene, gravano su gran parte dell’abitato dell’isola.

Come notava Cederna, invece, il crollo sarebbe stato adottato come grimaldello per lanciare lo slogan “fuori dalla città vecchia”: dal momento che è troppo complicata risanarla, si vada via, si costruiscano case popolari altrove, magari nell’estrema periferia. Cederna è fra i più acuti a notare quanto balzana, malsana e illogica sia stata l’esplosione urbanistica di Taranto, e come l’altra faccia della medaglia del mancato recupero – si intenda la parola “recupero” nel senso più ampio possibile, ovviamente – della città vecchia sia stata la costruzione di una città piuttosto brutta.

Si può dire che la mancata cura dell’alienazione all’interno della città vecchia non ha fatto altro che spostare quella medesima alienazione nelle periferie, senza risolverla. L’incuria del centro ha prodotto a sua volta una città priva di centri, una città estremamente slabbrata, in cui si fa fatica a individuare dei sotto-centri reali, anche in periferia.

Che cosa abbiamo ora intorno a noi? Abbiamo un panorama fatto di macerie ben più visibili di quelle degli anni Settanta. Non solo le macerie della storia industriale, che rendono evidente la necessità di elaborare un rapporto critico rispetto ad essa, ma anche le macerie del tessuto urbanistico. Chiunque prenda la macchina e si faccia un giro per Taranto, per tutta Taranto, per l’enorme perimetro della città di Taranto, ha davanti agli occhi una città slabbrata, una città esplosa, che si è estesa urbanisticamente senza senso intorno alla negazione del centro storico, una città che ha raggiunto in fretta i duecentocinquantamila abitanti e che ora ne ha solo duecentomila. Ma questo è solo il dato che fotografa gli abitanti ufficialmente residenti. Come sappiamo, il dato non copre il fenomeno di massa della nuova emigrazione giovanile, intellettuale e operaia, verso l’esterno. Tra gli under 30 e gli under 40 che non intravedono prospettive concrete, questo è un fenomeno ormai radicale. Per cui i residenti effettivi sono molti di meno. In breve, Taranto è ormai una città svuotata in ogni suo isolato. Una città groviera.

Qualche anno fa un urbanista milanese, Alessandro Coppola, ha scritto per Laterza un libro molto bello intitolato Apocalypse Town. L’oggetto del suo studio erano le città statunitensi della cosiddetta “cintura della ruggine”: Youngstown, Baltimora… cioè quelle città che, dopo essere state dei grandi poli siderurgici, hanno vissuto in pieno la crisi di quel modello di sviluppo. Dopo la crisi dell’acciaio, che ha visto in tutti quei centri il ridimensionamento se non addirittura la chiusura degli stabilimenti, e l’avvio di una gravissima crisi economica, quelle città si sono drammaticamente spopolate. Così si è assistito a un fenomeno, su vasta scala, di sfilacciamento urbano e di creazione di città-groviera.

Leggendo quel libro, mi sono venute in mente molte riflessioni a proposito di Taranto. Anche noi abbiamo davanti ai nostri occhi una città-groviera: le stesse considerazioni che fino a dieci anni fa si potevano fare solo sulla città vecchia, oggi si possono estendere anche al Borgo, anche a un’area molto più estesa del Borgo. Pertanto gli obiettivi davanti a cui è posta la città, al di là del superamento della crisi industriale, sono i medesimi di quelle città americane. Occorre riammagliare il tessuto urbano, aggrupparlo, e però per farlo c’è bisogno di un’idea di centro.

Nel corso degli ultimi quarant’anni Taranto ha perso due centri: sia la città vecchia, sia il Borgo. Tante volte ho avuto l’impressione che per un liceale di oggi, rispetto a quando ho fatto io il liceo alla metà degli anni Novanta, Taranto appaia una città molto più amorfa, anomica: ancora più priva di centro – di centri –  di quanto non lo fosse allora. E per “centro” intendo quel luogo in cui si sedimenta l’agorà della vita sociale, in cui si fa socialità, si costruiscono relazioni più ampie. Taranto è una città in cui la socialità si è molto più sfilacciata, non solo rispetto a quarant’anni fa, ma anche rispetto a vent’anni fa.

Lo ripeto: ogni riflessione sul futuro di Taranto deve avere a che fare con la necessità di riammagliare la città e di ritornare a riflettere sul suo centro. E questa riflessione non può prescindere da una riflessione la più ampia possibile sulla città vecchia e l’esodo che ha subito. Aggiungo anche che alle nostre spalle, nel passato più recente, ci sono dei macigni enormi. Gli anni 2000 a Taranto non sono stati solo gli anni dell’esplosione del disastro ambientale. Lo sono stati, è vero, però è fin troppo miope non ricordare che solo cinque anni prima dell’esplosione del disastro ambientale Taranto è stata l’epicentro di uno dei dissesti finanziari più eclatanti della storia repubblicana. Nei vari record che la città infila uno dopo l’altro, solo cinque anni prima di essere definita la città con la produzione di diossina più alta d’Europa, Taranto era la città che aveva prodotto il più grande buco di bilancio dopo la Napoli di Gava, nel ’91. Ma ciò in una città che è un sesto della Napoli di allora, e della Napoli di oggi.

Quel dissesto finanziario non è stato un evento naturale: è un fatto che ha una sua precisa manifestazione politica, e quindi una sua precisa responsabilità politica. Per giunta, tale esperimento di razzia della cosa pubblica è stato drammaticamente interrelato al mancato intervento nel centro storico e a una mancata riflessione sulle sue sorti. Detto in parole povere: sono stati indebitamente sottratti, in parte, proprio quei soldi che si sarebbe dovuto destinare al piano Urban in città vecchia.

Quando si parla di futuro della città, il peso del passato purtroppo non può essere aggirato. Non possono essere aggirati né i condizionamenti novecenteschi che ancora gravano sulla città, né la sua storia politica recente, che ne fa un laboratorio politico (o post-politico) tra la metà degli anni novanta e la metà del decennio successivo.

Ogni riflessione sul centro storico non può prescindere da tutto questo. Nei periodi di confusione – e questo è un periodo di confusione, è un periodo in cui la città è stata sovente lasciata sola, salvo poi essere ripresa ogni tanto per i capelli ed essere fatta oggetto di slide nelle conferenze stampa del governo – credo che bisogna rifarsi a chi, nel corso del Novecento, una visione ereticale e spesso minoritaria sulla città l’ha avuta. In questo, l’esempio di Argan, Brandi, Cederna rimane luminoso, perché è proprio nelle loro riflessioni che si condensa una lettura della città di lungo periodo. Di lungo periodo sia rispetto al passato, sia rispetto al futuro.

Tomaso Montanari: Approvate questa legge per salvare i centri storici

Articolo di Tomaso Montanari sul progetto di legge per i centri storici presentato dall’Associazione Bianchi Bandinelli.

Da Il Fatto Quotidiano del 19 novembre

 

Approvate questa legge per salvare i centri storici

Una sfida a Camera e Senato. Alla maggioranza “del cambiamento”, e alla minoranza “della responsabilità”. Una sfida costruttiva: capace di riportare nelle aule parlamentari lo sguardo lungimirante e la lingua chiara e profonda della Costituzione. È questa la portata di un breve testo, appena più lungo di questo articolo, capace di cambiare il destino delle nostre città: la “Proposta di legge in materia di tutela dei centri storici, dei nuclei e dei complessi edilizi storici” avanzata dall’Associazione Bianchi Bandinelli. A stenderla è stato un gruppo di urbanisti, giuristi, esperti di patrimonio culturale che annovera le migliori intelligenze italiane guidate da Vezio De Lucia, e in cui spicca il contributo di Pierluigi Cervellati.
La proposta di legge afferma una verità fondamentale, indicando i centri storici come i veri capolavori della civiltà italiana, e li identifica in modo univoco (superando una babele di norme di ogni grado) con gli insediamenti urbani riportati nel catasto del 1939. Dopo aver detto cosa sono, la legge aprirebbe finalmente un insuperabile scudo di protezione: “Sono sottoposti a disciplina conservativa del patrimonio edilizio pubblico e privato, con divieto di demolizione e ricostruzione e di trasformazione dei caratteri tipologici e morfologici degli organismi edilizi e dei luoghi aperti, di modificazione della trama viaria storica e dei relativi elementi costitutivi, con divieto altresì di nuova edificazione anche degli spazi rimasti liberi; sono esclusi usi non compatibili”.

Se questa semplice norma fosse stata in vigore negli anni ’50 e ’60 non sarebbe stato possibile il Sacco di Palermo di Vito Ciancimino e soci, che distrusse gran parte della meravigliosa architettura liberty della città. Se fosse stata in vigore l’anno scorso, si sarebbe fermata l’oscena demolizione dei villini storici di Roma: quei villini sono una mirabile testimonianza del governo del Blocco Popolare di sinistra e del suo piano regolatore (1909), e la loro distruzione in corso è il frutto della decadenza del Lazio governato dalle leggi urbanistiche di Polverini e Zingaretti. Se questa legge entrasse in vigore oggi, potrebbe bloccare l’incredibile variante urbanistica approvata a Firenze dalla giunta Nardella, che dà mano libera alla speculazione permettendo di demolire, ristrutturare e costruire ex novo nei vuoti storici anche all’ombra della Cupola del Brunelleschi.

Ma, qualcuno dirà, non sarà “ambientalismo da salotto” (per usare le parole demenziali di un esponente di spicco del partito del cemento, Matteo Salvini)? Davvero, in un’Italia socialmente a pezzi, la priorità possono essere le pietre antiche dei nostri centri storici? La risposta è contenuta nell’articolo 5 della proposta di legge, un articolo che non si esagera a definire rivoluzionario, perché obbliga lo Stato a lanciare un Programma straordinario per il ripristino della residenza negli insediamenti storici. È la prima norma contro la gentrificazione, cioè contro la trasformazione della città storica in una città di ricchi, in un luna park di lusso e poi in un gigantesco mangificio-airbnb.

Il piano decennale previsto dalla legge prevede “l’utilizzo a favore dell’edilizia residenziale pubblica del patrimonio immobiliare pubblico dismesso (statale, comunale e regionale); l’obbligo di mantenere le destinazioni residenziali con la sospensione dei cambi d’uso verso destinazioni diverse eventualmente previste, fatte salve le attrezzature pubbliche e quelle strettamente connesse e compatibili con la residenza; l’erogazione di contributi a favore di Comuni caratterizzati da elevata riduzione della popolazione residente, per l’acquisto di alloggi da cedere in locazione a canone agevolato”.

Se questa norma fosse stata in vigore negli ultimi trent’anni, Venezia sarebbe ancora una città. E i comuni italiani – da Venezia giù giù fino all’ultimo paese delle aree interne spopolate della Calabria, passando per Firenze, Napoli e Bergamo – potrebbero finalmente avere le armi per impedire la turisticizzazione selvaggia del tessuto storico, e per mantenere, o riportare in centro, le classi subalterne oggi condannate alle periferie e private della memoria e della storia. Un ultimo comma dell’articolo 5 prevede che gli speculatori che chiedono i titoli abitativi per più di quattro appartamenti alla volta (dopo frazionamenti e sfratti, per esempio) siano accontentati solo se accettano di affittarne almeno il 25%, a canone concordato col Comune e assicurando la priorità ai precedenti occupanti. Una legge esemplare. Perché semplificherebbe davvero, e de-burocratizzerebbe, ma non per svellere e annichilire la tutela (come invece finora in tutte le leggi di semplificazione, fino all’apoteosi cementizia dello Sblocca Italia renziano), ma anzi per tutelare meglio e di più. E per tutelare non solo le pietre, ma anche il popolo: e anzi il nesso pietre-popolo, che è l’anima stessa delle nostre città storiche.

È sempre più evidente che la decomposizione della democrazia italiana parte dalla decomposizione delle città, e in esse delle città storiche: il dominio del mercato sullo spazio pubblico, la svolta securitaria in nome del decoro e la sovrapposizione di pulizia sociale e polizia repressiva sono fenomeni urbani che hanno condotto alla sparizione dello spazio politico e alla svolta a destra del Paese. Questa legge tutela la democrazia, attraverso la tutela delle città: ci sarà qualche senatore o deputato disposto a raccogliere la sfida, e a incardinare questo testo provvidenziale nei lavori parlamentari?

 

Premio Bianchi Bandinelli 2018 a Pierluigi Cervellati

Riportiamo le motivazioni del Premio Bianchi Bandinelli 2018 assegnato a Pierluigi Cervellati nel corso dell’incontro Il diritto alla città storica.

 

Pierluigi Cervellati
Pierluigi Cervellati

Roma, 12 novembre 2018

Pierluigi Cervellati (Bologna, 18 ottobre 1936), laureato in architettura a Firenze. Dal 1964 al 1980 assessore del Comune di Bologna al traffico, poi all’edilizia pubblica e privata e all’urbanistica. Ha insegnato alla facoltà di lettere dell’Università di Bologna e all’Iuav di Venezia. Allievo di Leonardo Benevolo e legato ad Antonio Cederna condivise con loro l’idea dell’architettura come costruzione sociale (in opposizione alla figura dell’architetto artista e archistar) e dell’insostituibile valore dell’accadere storico nell’evoluzione delle città: la scandalosa forza rivoluzionaria del passato, per dirla con Pier Paolo Pasolini. Ma evitò l’impasse dell’astrazione privilegiando l’impegno operativo, la sperimentazione, la verifica istituzionale. E da amministratore (“committente di se stesso”) è stato il fondatore del restauro urbano.

Il suo nome è tutt’uno con il piano per il centro storico di Bologna del 1972, in effetti un piano per l’edilizia economica e popolare che per la prima volta prevedeva la realizzazione di edilizia pubblica tramite interventi di recupero (grazie anche al contributo giuridico di Alberto Predieri): la tutela delle strutture fisiche come condizione per garantire la permanenza in centro storico delle famiglie residenti e delle attività tradizionali (soprattutto l’artigianato).

Il piano – basato sulla lettura dei catasti storici e sul metodo dell’analisi e della classificazione tipologica elaborato negli anni precedenti da Saverio Muratori e Gianfranco Caniggia che tra l’altro ammetteva una semplificata ma rigorosa procedura nella definizione dei progetti – si qualificò subito come un’alternativa all’espansione urbana. Ebbe una vasta e ammirata notorietà internazionale che consentì all’Italia di guadagnare un indiscusso primato con il riconoscimento della conservazione del patrimonio storico come componente dell’urbanistica contemporanea.

L’universalità del restauro territoriale, dalla città al paesaggio naturale, fu confermata da Cervellati con il piano del parco regionale di Migliarino San Rossore Massaciuccoli, approvato nel 1989.

Colto, brillante, con il gusto di destabilizzare i valori assestati, nel profilo degli autori di un recente libro sull’ultima e sciagurata legge urbanistica dell’Emilia Romagna ha scritto di se medesimo: «M’illudo di aver contribuito a definire l’ignota disciplina del ‘restauro urbano’». Con questo premio, l’associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli si augura di contribuire a convincerlo che il restauro urbano non è un’illusione, ma un’incontestabile necessità.

Il Diritto alla Città Storica

il-diritto-alla-citta-storicaL’Associazione Bianchi Bandinelli è lieta di invitarvi all’incontro IL DIRITTO ALLA CITTA’ STORICA, che si terrà a Roma il 12 novembre 2018, alle 10:30, nella sede di Palazzo Patrizi Clementi, Sala Conferenze, Via Cavalletti 2 (Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale).

Alla fine della sessione mattutina, avverrà la consegna del Premio speciale Ranuccio Bianchi Bandinelli a Pierluigi Cervellati; alla fine di quella pomeridiana è prevista la partecipazione di Tomaso Montanari, Le pietre e il popolo. Per le conclusioni interverrà il Presidente Vezio De Lucia.

 

Scarica la locandina con il programma

 

Marcia per la pace Perugia Assisi

Marcia Perugia-Assisi

L’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli raccoglie l’invito del Tavolo per la Pace e aderisce
alla Marcia del 7 ottobre 2018 Perugia Assisi.

Il Presidente

Vezio De Lucia

 

Di seguto l’appello

 

Il 7 ottobre

tutti insieme per i diritti umani

Vieni anche tu alla Marcia PerugiAssisi!

Aggrediti per strada, insultati nel web, uccise in famiglia, morti sul lavoro, ammazzati in  guerra, annegati in mare, respinti  alle  frontiere, abbandonati alla  fame, torturati nelle  carceri… Quello che  sta  succedendo a tante donne e bambini,  giovani  e  anziani, fuori e dentro il nostro paese, è scandaloso.
Dov’è finita la nostra umanità? Dove sono finiti  il rispetto per l’altro, il sentimento della pietà, della compassione, il valore della solidarietà, la capacità di accogliere e condividere?

Dobbiamo reagire! Un clima di violenza e intolleranza diffusa ci sta soffocando.

Non si tratta solo della  nostra  umanità.
Alcune delle più importanti conquiste degli ultimi decenni rischiano di essere cancellate: l’universalità dei diritti umani, il diritto alla dignità di ogni persona, il principio di uguaglianza e di giustizia, il dovere di soccorrere, il principio di non respingimento, la democrazia, l’Europa, l’Onu…

Dobbiamo reagire! Non possiamo essere complici!

Domenica 7 ottobre, partecipa alla Marcia dei diritti umani, della pace e della fraternità.
Vieni anche tu alla PerugiAssisi.

Coinvolgi i tuoi amici. Dobbiamo essere in tanti! Diciamo basta alla violenza, alle guerre, alle ingiustizie,  alle disuguaglianze, allo sfruttamento, alle discriminazioni, al la corruzione, al razzismo, all’egoismo, alle mafie, al bullismo, alle parole dell’odio.

La  negazione e il disprezzo della dignità e dei  iritti umani hanno già portato a terribili
atti di barbarie che non si devono più ripetere.

Il  riconoscimento della dignità e dei diritti di tutti i membri della famiglia umana costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo.

Domenica 7 ottobre, diciamolo tutti assieme, forte e chiaro: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali inndignità e diritti e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”

Assisi, 22 giugno 2018

Francescani del Sacro Convento di San Francesco d’Assisi
Coordinamento Nazionale Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani
Tavola della pace
Rete della Pace
Coordinamento Nazionale delle Scuole di Pace

Questo appello è stato promosso dai partecipanti all’incontro degli operatori di pace che si è svolto il 22 giugno 2018 al Sacro Convento di San Francesco d’Assisi.

Invia  la  tua  adesione al: Comitato  promotore  Marcia  PerugiAssisi,  via  della  viola  1 (06122)   Perugia – Tel.   075/5736890 –
cell.   335.6590356 – fax   075/5739337 – email adesioni@perlapace.itwww.perlapace.it

 

Visita la pagina ufficiale della marcia PerugiaAssisi

14 maggio: incontro su “PATRIMONIO REALE E PATRIMONIO VIRTUALE: COMUNICAZIONE, PARTECIPAZIONE, CONDIVISIONE”

I lunedì dell’ABB

ORIZZONTI DELLA TUTELA E DELLA VALORIZZAZIONE

nuove generazioni a confronto

 

14 maggio 2018 – ore 16:00
Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana – Sala Igea, Piazza della Enciclopedia Italiana, 4

PATRIMONIO REALE E PATRIMONIO VIRTUALE: COMUNICAZIONE, PARTECIPAZIONE, CONDIVISIONE

La cultura come forma di partecipazione democratica e di dialogo tra i popoli. Le potenzialità e i rischi della comunicazione del patrimonio attraverso il web e i social network. Il problema della formazione e del reclutamento degli addetti alla comunicazione culturale.

 

Introduce e coordina: Stefania Ventra (Associazione Bianchi Bandinelli)

Intervengono:

Astrid D’Eredità (Archeologa esperta di comunicazione digitale, fondatrice di ArcheoPop)

Federico D. Giannini (Direttore responsabile di Finestre sull’Arte)

Erminia Sciacchitano (Commissione Europea – DG Istruzione e cultura)

 

Seguirà il dibattito con la partecipazione del pubblico e un piccolo rinfresco

Questo evento apre la serie di incontri che l’Associazione Bianchi Bandinelli ha organizzato per il 2018 , con studiosi, funzionari e liberi professionisti delle generazioni che più recentemente stanno cercando di dare risposte ai problemi e alle sfide attuali della tutela e della valorizzazione dei beni culturali, senza minimizzare le gravi criticità ma anche senza farsi incatenare dal disfattismo.

Info: lunediabb@gmail.com

Pagina con il programma complessivo dei Lunedì dell’ABB

 

 

locandina-abb-14-maggio-2018

16 APRILE: INCONTRO SU “TURISMO, PATRIMONIO, TERRITORIO: UN’INTEGRAZIONE POSSIBILE”

I lunedì dell’ABB
ORIZZONTI DELLA TUTELA E DELLA VALORIZZAZIONE
nuove generazioni a confronto

 

TURISMO, PATRIMONIO, TERRITORIO: UN’INTEGRAZIONE POSSIBILE

La coabitazione tra turismo di massa e tutela del patrimonio come grande sfida culturale. La rete dei beni diffusi sul territorio. Associazionismo, partecipazione civica, educazione al patrimonio.

16 aprile 2018 – ore 16:00
Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana – Sala Igea, Piazza della Enciclopedia Italiana, 4

Introduce e coordina:
Paola Nicita (Associazione Bianchi Bandinelli)

Intervengono:
Simona Maggiorelli (Direttrice responsabile di LEFT)
Cristina Miedico (Direttrice del Civico Museo Archeologico e Museo Diffuso di Angera)
Isabella Ruggiero (AGTAR – Associazione Guide Turistiche Abilitate Roma)

Seguirà il dibattito con la partecipazione del pubblico e un piccolo rinfresco

Questo evento apre la serie di incontri che l’Associazione Bianchi Bandinelli ha organizzato per il 2018 , con studiosi, funzionari e liberi professionisti delle generazioni che più recentemente stanno cercando di dare risposte ai problemi e alle sfide attuali della tutela e della valorizzazione dei beni culturali, senza minimizzare le gravi criticità ma anche senza farsi incatenare dal disfattismo.

Info: lunediabb@gmail.com

Pagina con il programma complessivo dei Lunedì dell’ABB

Locandina

12 marzo: incontro su “Pubblico/pubblici: come conciliare quantità e qualità della fruizione museale?”

I lunedì dell’ABB
ORIZZONTI DELLA TUTELA E DELLA VALORIZZAZIONE
nuove generazioni a confronto

PUBBLICO/PUBBLICI: COME CONCILIARE QUANTITÀ E QUALITÀ DELLA FRUIZIONE MUSEALE?

La “tirannia dei numeri”. Le nuove forme di valorizzazione nei musei, la didattica e le modalità di coinvolgimento di più ampie fasce di pubblico. La questione delle profilature del pubblico dei musei: modalità di inclusione e di diversificazione dei livelli di fruizione.

26 febbraio 2018 – ore 16:00
Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana – Sala Igea, Piazza della Enciclopedia Italiana, 4

Introduce e coordina:

Giovanna Sarti (Associazione Bianchi Bandinelli)

Intervengono:

Paolo Giulierini (Direttore Museo Archeologico Nazionale di Napoli)

Cristina Da Milano (Presidente ECCOM)

Sofia Bilotta (MAXXI – Ufficio educazione)

 

Seguirà il dibattito con la partecipazione del pubblico e un piccolo rinfresco

 

Questa tavola rotonda è il secondo degli incontri che l’Associazione Bianchi Bandinelli ha organizzato per il 2018 , con studiosi, funzionari e liberi professionisti delle generazioni che più recentemente stanno cercando di dare risposte ai problemi e alle sfide attuali della tutela e della valorizzazione dei beni culturali, senza minimizzare le gravi criticità ma anche senza farsi incatenare dal disfattismo.

 

Pagina con il programma complessivo dei Lunedì dell’ABB

Programma in pdf – 12-marzo-2018

Locandina dell’incontro del 12 marzo

locandina-abb-12-marzo-2018

26 febbraio: incontro su “Teoria e pratica dei beni culturali: la formazione, la professione”

I lunedì dell’ABB
ORIZZONTI DELLA TUTELA E DELLA VALORIZZAZIONE
nuove generazioni a confronto

 

TEORIA E PRATICA DEI BENI CULTURALI: LA FORMAZIONE E LA PROFESSIONE

La crisi delle discipline, dei confini disciplinari e dei profili professionali. Il rapporto tra formazione teorica e acquisizione di competenze pratiche. Il punto sul riconoscimento e sugli elenchi dei professionisti previsti dal Codice dei Beni culturali e del paesaggio.

26 febbraio 2018 – ore 16:00
Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana – Sala Igea, Piazza della Enciclopedia Italiana, 4

Introduce e coordina:
Claudio Gamba (Associazione Bianchi Bandinelli)

Intervengono:
Enrico Gullo (Dottorando – Università di Firenze)
Salvo Barrano (Presidente Associazione Nazionale Archeologi)
Emanuele Pellegrini (IMT School for Advanced Studies Lucca)

Seguirà il dibattito con la partecipazione del pubblico e un piccolo rinfresco

 

Questo evento apre la serie di incontri che l’Associazione Bianchi Bandinelli ha organizzato per il 2018 , con studiosi, funzionari e liberi professionisti delle generazioni che più recentemente stanno cercando di dare risposte ai problemi e alle sfide attuali della tutela e della valorizzazione dei beni culturali, senza minimizzare le gravi criticità ma anche senza farsi incatenare dal disfattismo.

 

Pagina con il programma complessivo dei Lunedì dell’ABB

Programma in pdf del 26 febbraio

Locandina

Aggiornamento: link alla registrazione video dell’incontro

locandina-abb-12-marzo-2018