Addio Eddy, «ragazzo di bottega di una scuola di profeti»

Articolo di Vezo De Lucia
Il Manifesto, 24 settembre. 

Si è spento il 23 settembre 2019 a Venezia Edoardo Salzano, per tutti Eddy, urbanista, studioso di città e di politica che ha formato decine di urbanisti e intellettuali. 

Si è spento il 23 settembre 2019 a Venezia Edoardo Salzano, per tutti Eddy, urbanista, studioso dicittà e di politica che ha formato decine di urbanisti e intellettuali. Era nato a Napoli nel 1930 nella casa del nonno, il generale Armando Diaz. Sapevamo che stava male ma anche stavolta eravamo certi che avrebbe superato la crisi continuando come sempre a essere disponibile, disinteressato alle convenienze personali, inguaribilmente ottimista (dum spiro spero, stava scritto sulla sua carta intestata).
Ci sarà tempo per ricordarlo, per ora qualche pensiero. Comincio con le parole che concludono il suo libro più noto, Fondamenti di urbanistica: «Il primato dell’interesse comune sull’interesse del singolo è il principio da assumere come stella polare dell’urbanistica». L’interesse pubblico ha guidato la sua lunga attività di urbanista, coerentemente vissuta in tante forme diverse.Da amministratore, prima al consiglio comunale di Roma, con Aldo Natoli e Piero della Seta, poi a Venezia, dov’è stato assessore all’urbanistica; da progettista, e ricordo solo il piano paesaggistico della Sardegna; da professore di urbanistica, alla Sapienza e all’Iuav; da presidente dell’Inu e da fondatore e direttore di urbanistica informazioni (prezioso mensile dell’Inu); da saggista, a cominciare dal fondamentale Urbanistica e società opulenta del 1969, a decine di altre libri, a un numero sterminato di articoli. Fino alla scoperta di internet, del Web, e quindi di eddyburg, il sito al quale dal 2003 ha dedicato il meglio della sua energia e della sua intelligenza, facendolo diventare lo strumento più diffuso nel nostro Paese da chi si occupa di urbanistica, di città, di paesaggio.

Sulla testata campeggiano le parole Urbs, Civitas, Polis (la città fisica, la società che la vive, la politica che la governa), e si legge che il sito tratta di «argomenti che rendono bella, interessante e piacevole la vita di alcuni e difficile, tormentata, disperata quella di altri».

Grande spazio è occupato da Venezia, di cui Salzano, da amministratore prima, da studioso e attivista poi, è uno dei massimi conoscitori, consapevole che la città e la laguna sono tutt’uno, simul stabunt simul cadent. E fu tra i primi, più di trent’anni fa, a imporre rigorose regole urbanistiche (cancellate dalle successive amministrazioni) alla devastante penetrazione del turismo in ogni brandello dell’edilizia storica.

Ma la sua dimensione suprema è stata la politica. La politica ha racchiuso in sé la sua filosofia di vita, la ricchezza e la complessità dei suoi interessi: la prima cosa che ci ha insegnato è che l’urbanistica è politica, senz’altra qualificazione. Ha cominciato giovanissimo, con Franco Rodano, Claudio Napoleoni e il gruppo di cattolici, comunisti ed ex democristiani (da Tonino Tatò a Mario Melloni, Ugo Baduel, Giancarlo Paietta, Marisa Rodano, Lucio Magri, Giuseppe Chiarante).

Ha scritto di sé «ragazzo di bottega di una scuola di profeti». Su Dibattito politico, la prestigiosa rivista fondata da alcuni di loro, Eddy scrisse lunghi e complessi articoli, non solo di urbanistica, addirittura sulla politica agraria dell’Urss. Ha continuato fino alla fine a dichiararsi comunista, ad avere lo stile del comunista (Rossana Rossanda ha scritto che i comunisti sono stati gli ultimi ad avere uno stile). Negli ultimi tempi, con la compagna Ilaria, ha militato in Potere al popolo.

Nel giugno scorso, in sedia a rotelle, all’ultima affollata manifestazione contro le grandi navi, è stato travolto da un applauso che non finiva mai.

Ciao Eddy, fratello mio.

Addio a Edoardo Salzano, maestro dell’urbanistica italiana

Articolo di Francesco Erbani
La Repubblica, 23 settembre 2019.

Il teorico della città come bene comune, “casa di tutti”, è morto a Venezia a 89 anni. Urbanista, laureato però in ingegneria, ha formato generazioni di allievi.

Edoardo Salzano ripeteva spesso che la città non è un ammasso di case, ma la casa di tutti. E se incontrava qualche resistenza nell’interlocutore, incalzava: «La città non è solo un prodotto del mercato, è una creatura sociale, frutto di lavoro collettivo e storico». E se ancora non bastava, attingeva al repertorio classico: «È urbs, struttura fisica, è civitas, cioè società, ed è polis, governo”. Edoardo Salzano, Eddy per chiunque lo conoscesse, si è spento a Venezia, dove viveva dal 1974. Aveva 89 anni.

Eddy Salzano era un urbanista, laureato però in ingegneria, ed è stato maestro per generazioni di allievi, quelli che allo Iuav di Venezia frequentavano i suoi corsi, ma anche quelli che si sono formati sui suoi libri, primo fra tutti Fondamenti di urbanistica (Laterza). Ha redatto impegnativi e coraggiosi piani. Basti ricordarne solo due per afferrare i punti cardinali del suo orientamento politico e culturale: quello della città storica di Venezia e quello paesaggistico della Sardegna. Della città lagunare è stato assessore, dal 1975 al 1985, in una giunta di sinistra guidata dal socialista Mario Rigo.

La sua genealogia intellettuale vede iscritti i nomi di Luigi Piccinato e di Giovanni Astengo, di Federico Gorio e poi di Leonardo Benevolo, dal quale lo divisero aspri dissensi proprio a proposito di Venezia. A questi apporti, non solo disciplinari, vanno affiancati quelli di Franco Rodano e di Claudio Napoleoni, animatori della Rivista trimestrale, intorno alla quale si riuniva il gruppo degli intellettuali comunisti di provenienza cattolica. Salzano, che era nato a Napoli nel 1930 ed era nipote del generale Armando Diaz, era arrivato a Roma nel 1952 e, iscritto al Pci, scriveva per l’Unità e fu eletto consigliere comunale.

In Memorie di un urbanista, uscito dalla Corte del Fontego nel 2010, Salzano racconta gli anni della estenuante gestazione del piano regolatore di Roma, poi approvato nel 1965, e di come Roma sotto i suoi occhi crescesse assecondando solo interessi fondiari e immobiliari, comunque privati. Nel 1969 uscì un suo saggio, Urbanistica e società opulenta (Laterza), che non piacque ad autorevoli architetti come Bruno Zevi, ma che influenzò fortemente chi in quegli anni si laureava.

Per Salzano è rimasto un punto fermo il controllo pubblico delle trasformazioni urbanistiche. La città, ripeteva, non è un aggregato edilizio: se si lascia fare al solo mercato immobiliare o, tutt’al più, a una contrattazione in cui il contraente pubblico si piega ai voleri di quello privato, ecco che la città perde la propria ragion d’essere, perde qualità e danneggia la civitas. È compito dell’urbanistica disegnare l’assetto di una città considerando i bisogni e le aspirazioni di chi la vive. L’urbanistica è una scienza eminentemente sociale, non un freddo manuale di norme.

Non è andata come avrebbe voluto. In pensione, Eddy Salzano si è inventato un altro mestiere. O, meglio, ha cercato nuovi mezzi per raccogliere le sue riflessioni e per coinvolgere giovani e meno giovani ricercatori, militanti di associazioni, persone affezionate alla civitas e alla polis. E, sebbene avanti nell’età, ha esplorato la potenza della rete e ha fondato eddyburg, che oggi è il più attrezzato sito in materia di territorio, paesaggio, città, ambiente. È un repertorio di documentazione insostituibile, destinato a tutti, orientato e trasparente dal punto di vista politico e apprezzato anche da chi non ne condivide la radicalità.

Eddyburg è stata la seconda vita di Eddy Salzano, ne ha rinnovato l’energica e ironica lucidità, ha nutrito il gusto della conoscenza e della militanza, gli ha garantito freschezza intellettuale. Fino all’ultimo, fino a che gli occhi lo hanno assistito, anche seduto su una chaise longue davanti a una porta a vetri affacciata su un canale, dietro campo Santa Margherita, la sua preoccupazione era aggiornare eddyburg.

E una seconda vita gli ha assicurato Venezia, dove fu chiamato un po’ per ragioni universitarie un po’ spinto dalla militanza politica. Nella città lagunare, da amministratore, aveva messo le basi per evitare che ci si consegnasse mani e piedi all’economia turistica. Non è andata come avrebbe voluto neanche questa volta.

Ma Venezia non gli sembrava una città per la quale doversi rassegnare. Era in prima fila, su una carrozzella a rotelle, durante la manifestazione in bacino San Marco dopo l’incidente provocato da una delle grandi navi che solcano la Laguna. Troppa qualità nella storia urbana di Venezia, nel suo assetto, nella tenacia di tanti suoi abitanti per finire travolta da un turismo predatorio. Su eddyburg si può leggere quel che Marco Polo dice al Kublai Khan nelle Città invisibili di Italo Calvino: «Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia. Per distinguere le qualità delle altre, devo partire da una prima città che resta implicita. Per me è Venezia». «Così è Venezia anche per me», chiosava Eddy.

Riorganizzazione MIBAC e soppressione istituti autonomi

Roma, 14 giugno 2019

Comunicato stampa

 

Italia Nostra e l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli esprimono forte preoccupazione per quanto appreso in merito alla soppressione degli Istituti autonomi del Parco Archeologico dell’Appia Antica, del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, della Galleria dell’Accademia di Firenze e del Castello di Miramare di Trieste.

Tale previsione, contenuta nella bozza di DPCM sulla riorganizzazione del Ministero, appare sostanzialmente priva di una meditata valutazione della riforma attuata dal precedente Ministro sull’intero assetto organizzativo delle Soprintendenze uniche, dei Poli Museali e degli Istituti autonomi. Nella bozza manca anche ogni puntuale riferimento circa la futura destinazione di questi Istituti e questo crea ulteriori elementi di forte preoccupazione e perplessità.

Si chiede quindi la Ministro Bonisoli di voler  approfondire la questione, riconsiderando l’ipotesi, fornendo all’opinione pubblica spiegazioni su quanto si è appreso al fine di evitare che decisioni così importanti creino ulteriori irreversibili danni alla tutela di un patrimonio di rilevanza internazionale, già fortemente danneggiato, nell’immagine, dalle notizie riportate dalla stampa: beni di fatto declassati, ignorando secoli di storia e di impegno, trattati alla stregua di merce a cui si è tolta la dignità che meritano.

La proposta di modifica si inserisce oggi, dopo anni di caos determinato dalla precedente riforma, in un contesto già fortemente colpito, dove per nessuno – si ribadisce per nessuno – degli Istituti autonomi, come per i Poli museali e per le Soprintendenze uniche, si è prevista una soluzione al gravissimo problema della salvaguardia e conservazione degli archivi documentali e dei materiali nei depositi: fonti uniche ed essenziali per la ricerca, la buona gestione della tutela e la conoscenza di beni per loro natura irripetibili, peraltro oggetto di attenta considerazione in Convenzioni internazionali, sia in ambito Unesco che Consiglio d’Europa (convenzioni ratificate dall’Italia).

Entrare a gamba tesa nella organizzazione di settori così delicati e rilevanti, sacrificando la cura e la valorizzazione del patrimonio culturale del Paese, non può che comportare ulteriori forti scompensi. Italia Nostra e l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli si appellano al Ministro affinché ascolti le Associazione e i lavoratori tutti e vedrà quante utili riflessioni sarà poi in grado di maturare per decidere, evitando che, ancora una volta, tutto si infranga sulla spiaggia delle occasioni perdute

In particolare per le incognite legate al futuro del Parco Archeologico dell’Appia Antica che, persa la sua autonomia appena conquistata, rischia lo smembramento addirittura tra due Soprintendenze, Italia Nostra non potrà che mobilitarsi. Scenderà in campo con un’iniziativa pubblica organizzata dalla sezione di Roma, che ha intrecciato mezzo secolo e più della sua stessa storia e l’impegno dei suoi Presidenti, dirigenti e intere generazioni di soci, in azioni costanti di salvaguardia e tutela di un Bene che il mondo ci invidia.

Mariarita Signorini
Presidente Nazionale Italia Nostra

Rita Paris
Presidente Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

 

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Claudio Gamba: Ricordo di Andrea Emiliani

Il 27 marzo è stata allestita a Bologna la camera ardente per l’estremo saluto ad Andrea Emiliani, figura tra le più importanti della storia dell’arte e della tutela in Italia nel Novecento. Uomo coltissimo, dall’eloquio raffinato e tagliente, Emiliani non fu mai un appartato erudito: in lui la figura del funzionario statale si univa a quella del docente, il mondo degli studi filologici si fondeva con quello della conservazione dei beni culturali, in un nesso inscindibile e circolare tra la conoscenza e la tutela del patrimonio storico e artistico. Da quel nesso sarebbero poi venute fuori anche la divulgazione, la valorizzazione, la fruizione, la partecipazione del pubblico, ma a quel nesso primario non si poteva rinunciare. Tutto contribuiva a dare alle tracce del passato una funzione sociale e quindi “politica”: dalle capillari campagne di catalogazione sul territorio di ogni tipo di manufatto fino alle mostre sui grandi artisti del Cinque e Seicento, dai restauri e dagli allestimenti museali fino alla ricognizione sulla storia legislativa della tutela.

Per questo uno dei suoi libri più importanti rimane “Una politica dei beni culturali” uscito nel 1974, poco prima della nascita del ministero spadoliniano che avrebbe però preso una strada ben diversa da quella progettata nel volume di Emiliani. Quando una quindicina di anni fa realizzammo il primo sito web dell’Associazione Bianchi Bandinelli curai una rubrica sui libri fondamentali per la storia della tutela e subito scelsi di dedicare una pagina a questo testo, accompagnandola con la scheda che riporto qui sotto insieme a uno stralcio della sua introduzione.

Poco dopo l’Associazione Bianchi Bandinelli coinvolse Andrea Emiliani in due iniziative (curate da me sotto la presidenza e con il coordinamento di Marisa Dalai): la prima fu il “Forum sul presente e futuro della catalogazione” pubblicato all’interno del volume con gli scritti di Oreste Ferrari “Catalogo, documentazione e tutela dei beni culturali” (Annali ABB n. 18 – 2007) in cui Emiliani ripercorreva le celebri e innovative “campagne di censimento e la conoscenza per la catalogazione del patrimonio culturale (Bologna, Valle del Reno, del Setta e del Santerno, 1968-1971)”; la seconda iniziativa fu nel novembre 2008 quando organizzammo un grande convegno di studio e di protesta (accompagnato da una vasta mobilitazione di appelli e articoli) con il titolo  “Allarme Beni Culturali”, tenuto nella sala affollatissima dello Stenditoio al San Michele: Emiliani aprì la prima delle quattro tavole rotonde, sul tema “Il modello italiano di tutela del patrimonio culturale” (Annali ABB, n. 20 – 2009). Su molti punti le idee dell’Associazione non collimavano con quelle sostenute da Emiliani, in particolare sul problema del decentramento, ma certo c’era piena intesa su quella che era stata la missione fondativa indicata da Argan e Chiarante: il raccordo tra Università e Soprintendenze, tra attività di ricerca e amministrazione dei beni culturali, la centralità delle competenze tecniche e della formazione.

Naturalmente accanto all’impegno pratico, teorico e storico sulle tematiche della tutela, Andrea Emiliani ha svolto un ampio lavoro di studi storico-artistici, in particolare su alcuni grandi pittori (da Federico Barocci agli emiliani del Seicento), affinando nell’analisi delle opere e nello studio delle fonti quel suo linguaggio forbito (che gli veniva anche dalla formazione con Longhi e Arcangeli) che riversava poi negli scritti sulla storia della legislazione e sulla storia dei musei, un ambito che era stato sempre trattato con arido linguaggio tecnico e giuridico e che invece Emiliani (forte dell’esperienza concreta avviata sin da giovanissimo grazie all’incontro con Cesare Gnudi) faceva rivivere come una problematica attuale, viva, con una prosa pulsante e ammaliante.

Chiunque si sia occupato di beni culturali in Italia gli è debitore, ma intanto si affollano nella mente anche i ricordi personali, dei pochi e indelebili incontri diretti e delle tante conversazioni mentali che sempre i suoi scritti hanno provocato in chi (come tutti noi dell’Associazione) non riesce a concepire la storia dell’arte e le altre discipline dei patrimonio disgiunte dall’impegno militante, magari con una spolverata di pungente ironia ad alleggerire la rabbia per le scriteriate politiche culturali del nostro bellissimo e sciagurato Paese.

 

Claudio Gamba

 

Scheda sul volume di Andrea Emiliani, pubblicata sul sito dell’Associazione Bianchi Bandinelli nel 2005 nella sezione “La Biblioteca di Giano: Libri del passato per guardare al futuro dei Beni Culturali e Ambientali”.

 

Andrea Emiliani
Una politica dei beni culturali
con scritti di Pier Luigi Cervellati, Lucio Gambi e Giuseppe Guglielmi
Piccola Biblioteca Einaudi, n. 236
Einaudi, Torino 1974
297 pagine

 

 

 

 

 

 

Commento

Il volume, uscito nel 1974 e considerato a ragione un testo fondamentale della riflessione sia metodologica che pratica sulle tematiche legate ai beni culturali, è costruito intorno al progetto di un Istituto per i beni artistici culturali naturali della Regione Emilia-Romagna, una delle prime iniziative nate in quel processo di decentramento finalizzato a rendere più stretto il vincolo della tutela con il territorio in tutta la sua articolazione e stratificazione storica e culturale (il museo viene quindi considerato, nel libro, come “opera chiusa”, mentre la nuova conservazione globale dovrà fondarsi sulla sistematica opera di catalogo e preservazione dei “luoghi”; la Regione diventa così il referente privilegiato per attuare un diverso rapporto tra Amministrazione centrale e periferica). Questo progetto (politico prima ancora che giuridico) non si lega solo a un nuovo modello di gestione e di conoscenza ma discende anche da un nuovo “concetto di bene culturale” che Emiliani individua in una unità inscindibile tra geografia, storia, arte e ogni altra forma di linguaggio, cioè, infine, in un concetto globale di cultura antropologicamente intesa. (Claudio Gamba)

 

SOMMARIO DEL VOLUME

Introduzione

Beni culturali e conservazione

  1. Per un nuovo concetto di bene culturale
  2. Politica e conservazione
  3. Una politica per la conservazione

Progetto per un Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna

Appendice I. Costituzione dell’Istituto per i beni artistici culturali naturali della Regione Emilia-Romagna

Appendice Il. La legge istitutiva

Le iniziative afferenti

La legge per i centri storici, a cura di Pier Luigi Cervellati

Per una cartografia dei patrimoni culturali, a cura di Lucio Gambi

Una scuola interdisciplinare, a cura di Giuseppe Guglielmi

Appendice

Ricerca sulla tutela del patrimonio artistico e culturale in Italia. Relazione preliminare, a cura di Maria Giuliana Luna

 

DALLA INTRODUZIONE DI ANDREA EMILIANI

(riportiamo uno stralcio della parte iniziale, pp. 5-12)

Al progetto che delinea i metodi e le forme dell’Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, abbiamo voluto premettere alcune generali considerazioni che possono rendere più esplicito il terreno politico e culturale sul quale il progetto stesso si è inizialmente mosso ed ha quindi preso forma istitutiva e di legge. Era infatti inevitabile che, di fronte alla nascita di un diverso modo di gestione del patrimonio — non sterilmente contrapposto a quello tradizionalmente centrale, ma utilmente propulsivo e nello spirito stesso del dettato costituzionale — si ripercorresse la vicenda politico-amministrativa dei beni artistici dell’Italia unita, a decorrere dal 1860 per giungere fino ai giorni nostri. Più di un secolo infatti è durato l’estenuante dibattito, ora caloroso e scandalizzato, ora pigro e svogliato, per tentare di gettare le basi di una gestione adatta ad un paese di così proverbiale ricchezza storica e artistica. Diciamo subito che proprio la lunga esperienza maturata, specie nel XVIII secolo, presso i cessati governi, avrebbe potuto essere di grande aiuto ai padri della patria, solo che se ne fosse compresa la coraggiosa essenza conoscitiva e non ne fosse stata invece adottata e per giunta in forme improprie soltanto l’innegabile sostanza autoritaria. A nostro modo di vedere, la frattura immediatamente rivelatasi risiede infatti — nei suoi termini ormai storici, ma sopravvissuti in buona parte ancora oggi — fra l’autoritarismo della tradizione giuridica conservativa, costruita su norme cogenti e su progressivi, sempre più ampi divieti; e la nuova dinamica liberistica impressa alla società italiana dopo il 1860.

Nei primi decenni della vita nazionale — mentre, anche per non saper fare altro, ogni regione ereditava le leggi preesistenti — si pensò che anche le strutture amministrative di tutela potessero restare quelle provinciali o regionali già allora, anche se debolissime, in atto. Ma dopo il 1875 circa, allorché fu possibile constatare che una legge nazionale di tutela dotata di quelle caratteristiche storiche avrebbe inevitabilmente dovuto generare una serie di vincoli e di impedimenti per il libero dinamismo dell’iniziativa privata e degli stessi enti pubblici, si pensò bene di ritardarla quanto più possibile. Ancora nel 1888, per la voce dello stesso ministro all’istruzione, di fronte all’ennesima bocciatura di una legge nazionale, il problema veniva posto in chiari termini: o si ritiene che la libertà di intrapresa non debba incontrare ostacoli, oppure si conferisce all’utile collettivo un potere che inevitabilmente potrà creare gravami e servitù. In parallelo, allora, si pensò bene di attuare progressivamente e sempre più stringente quel controllo centrale che solo avrebbe, più tardi, potuto garantire una manipolazione dei problemi assai vasti proposti dalla tutela d’arte e di storia; lontano comunque dai luoghi di origine dei problemi stessi, nonché dalla loro più diretta partecipazione. La linea politica tracciata naturalmente non esclude, ma anzi incorpora e se ne avvale, altre più oneste spinte ad una gestione centrale e forte: la preoccupazione dell’unità dei metodi di conservazione e di restauro, e la ricorrente proposta per una tutela «guidata» contro ogni (del resto innegabile) pericolo di dispersione, di abuso e di confusione.

La sottrazione del patrimonio ai luoghi e alle comunità di origine e di persistenza conobbe un processo forse lento ma nei fatti inarrestabile. Per di più, il patrimonio assunse quasi subito l’aspetto di una costante remora allo sviluppo, di un ostacolo continuo a ogni malintesa idea di progresso da concretarsi, allora come oggi, in distruzioni edilizie, in «risanamenti» di speculazione, in lottizzazioni indiscriminate. Dall’equivoco nacque, o riprese forza, una certa etica del museo come sede di deportazione e di concentramento, piuttosto che come luogo di indagine scientifica e di metodo didattico. Ogni esortazione conservativa finì quasi sempre per suggerire immagini di miseria e di abbandono. Così, da simbolo concreto e magnifico della ricchezza e della cultura delle comunità, i beni artistici — anche per il parallelo dissidio fra Stato e Chiesa, fra radicale anticlericalismo e riottoso clericalismo — divennero facile emblema della povertà, dell’inattività e della solitudine. Due terzi dell’Italia più profonda e antica appaiono subito, agli occhi dei loro abitatori, l’immagine più appariscente di ciò che si deve abbandonare, fuggire e dimenticare. Oppure, proseguendo nella logica di un progresso materialistico, l’immagine che si deve rinnovare; e dunque abbattere, umiliare e sostituire.

É facile intendere — anche se non si è sufficientemente riflettuto su questa ovvietà — che la nozione di bene culturale si riconduce al concetto stesso di cultura; e che esclusivamente su di essa si erige ogni accezione di intervento giuridico. Non è possibile infatti creare leggi e dare struttura ad apparati amministrativi, se proprio una individuata nozione di bene culturale non ne detta orizzonti e confini. Essa è stata invece sempre intesa, o quasi sempre, come nozione separata dal concetto di cultura. Elevata per lo più all’altezza dell’arte più grande, rettorica e magniloquente, ha finito per lasciare alle spalle e fuori delle porte dell’angusto pantheon della gloria nazionale una grande quantità di fenomeni e di relazioni che, al contrario, costituivano parte integrante della sua entità globale. Una fitta tempesta di distinzioni di natura estetica, tanto di origine storica quanto di più fresca matrice, ha sezionato la sua naturale compattezza: arti maggiori e minori, nobili e vili, con la A maiuscola e con la a minuscola, feticci e comparse, si sono orribilmente mescolati, oggi, alle complicazioni giuridiche, assumendo in tal modo figura di interesse locale o di interesse nazionale, al solo scopo di meglio riflettere pertinenze del tutto astratte e dettate soltanto dalla retroguardia amministrativo-culturale del paese.

All’interno di una visione antropologicamente più nitida del concetto di cultura, ognuna di queste distinzioni viene illuminata oggi per quello che essa vuole significare: un contributo ad una separatezza che ha giovato al potere politico per non porre freni eccessivamente stretti alla speculazione e alla logica del profitto; che ha portato vantaggio anche all’amministrazione centrale, che di quel potere è troppo spesso stata emanazione diretta e gerarchizzata; che è stata utile spesso anche agli enti locali, che hanno presto imparato a ripercorrere le strade del potere centrale: ben sapendo, del resto, di potergli addebitare la prima e la maggiore responsabilità, proprio per essere stati allontanati da un possesso naturale attraverso il prolungato, quotidiano atto di espropriazione e di alienazione che la vicenda, in un secolo di storia, esprime. Si dovrebbe poi aggiungere che questa separatezza è parsa talvolta utile anche alla cultura ufficiale, e alle singole discipline storiche nate su ceppo specialistico e diacronico, poco convinte dunque di un’idea globale della civiltà (e della dinamica dell’intraducibile civilisation); e molto sovente affezionate a quella interpretazione manualistica dei programmi scolastici che poco ha giovato alla scuola e molto invece al grossolano codice riduttivo dell’industria della cultura: un empireo capolavoristico di selettive e settimanali proporzioni.

In realtà, se il concetto di bene culturale partecipa intimamente del concetto di cultura, ogni difficoltà incontrata dal primo è anche frutto del mancato pieno sviluppo del secondo. L’Istituto dei beni culturali che la Regione Emilia-Romagna ha deciso di varare, intende misurarsi proprio con un concetto di cultura che, in senso antropologico, realizzi l’intima connessione di una serie di operazioni distinte ma interdipendenti, unificabili come «linguaggi» o come sistemi di significazione. Ciò che rende singolare ed inedito l’Istituto stesso è che aspetto istituzionale e aspetto sistematico siano strettamente uniti, in quanto prodotto di una condizione storica e di una politica che non nasconde la volontà di proiettarsi nei tre tempi del presente: «il presente del passato, il presente del presente, il presente del futuro», secondo la formula di indubbio sapore gramsciano entro la quale Guido Fanti ha voluto puntualmente raffigurare metodi e orizzonti dell’istituto stesso. L’identificazione storica concorre a quella «diversità» emiliano-romagnola, alla quale Fanti, in numerose occasioni riprese, ha assegnato qualcosa di più che una semplice funzione di starter politico e sociale: ma piuttosto il disegno di un modo di essere vastamente culturale, entro il quale prendono figura non bassamente rivendicativa o strapaesana, i caratteri storici e le vocazioni plurime della regione intesa come spazio omogeneo.

La nozione di bene culturale investe direttamente sedimentazione e stratificazione di un territorio, quello emiliano e romagnolo, nel quale l’opera di umanizzazione, come del resto in tante regioni italiane, è giunta nei secoli a livelli di così intima e indistricabile presenza, da non poter essere più «catalogata» come divisa, oppure disciplinarmente settorializzata, ma piuttosto letta nelle sue costanti dinamiche di organizzazione, evoluzione e sviluppo. Così, «la esigenza di una tassonomia ovvero di una catalogazione “incalzante” del tessuto storico di una società variamente stratificata nei suoi livelli o gradi di civilizzazione, come quella emiliana, muove dall’ipotesi che il recupero di un concetto globale di cultura costituisce il fondamento di una logica unitaria, di una filosofia generale del sapere» [Giuseppe Guglielmi]. Degradazione e distruzione del patrimonio storico e artistico aggiungono purtroppo vivida attualità a questo vastissimo campo della significazione, ne accelerano l’importanza prammatica e ne dettano i tempi immediati, attesi non più soltanto dall’ansia degli scienziati ma dalla coscienza stessa di molti amministratori.

Proprio in Emilia riaffiora, con metodi e strumenti moderni, quella sensibilità dello sperimentale e dell’induttivo (che nella tassonomia trova il suo veicolo primario) che caratterizzò fra il XVII ed il XVIII secolo l’opera dell’erudizione e della verifica storica, dettata dalla tradizione galileiana. Bacchini e Muratori, Malpighi e Marsili sono soltanto alcuni fra i grandi nomi ai quali l’Istituto intende riferirsi per riannodare il filo di lontane ma tutt’altro che mitiche continuità. «Scorgesi per la verità qual libro sia la nostra Italia quando accade che sia studiato da chi tien occhi che non si fermino su la pura superficie delle facciate delle chiese o de’ palagi», è il commento che suscitava nel Bacchini la lettura del Museum Italicum del grande Mabillon: ma ad un orecchio moderno esso può davvero suonare come una divisa di lavoro, «una pedagogia generale di un metodo e di una cultura» (Ezio Raimondi).

Una condizione culturale emiliana più recente ha inoltre già riattivato il metodo di conoscenza e di relazione col vero, passando attraverso la classificazione dei problemi. Basterà ricordare l’attività euristica condotta in campo urbanistico-architettonico dall’amministrazione comunale di Bologna e culminata nel noto piano per la conservazione, anche sociale, del suo centro storico; e l’esperienza condotta nell’ambito delle campagne di rilevamento nell’Appennino bolognese, organizzate dalla Soprintendenza alle gallerie e dalla Provincia di Bologna.

«Così, mentre la sociologia viene rimeditando sui propri fondamenti, e da un’analisi degli stati si sposta verso un’analisi delle trasformazioni, l’antropologia sta diventando sempre più storiografia, analisi di una società come sistema di forze e di relazioni, entro cui si organizza l’esperienza collettiva dell’uomo sociale. Ed è proprio un disegno antropologico che informa l’Istituto per i beni culturali, il cui compito progettuale si ispira alle acquisizioni di discipline come la linguistica, la teoria dell’informazione, la logica formale, le quali aprono nuove vie all’analisi dei significati e degli oggetti non linguistici, quali l’analisi monumentale, delle cose mobili, del territorio, dei quadri paesistici ecc.»

Ma il problema di fondo (perché la conservazione?) rimane quasi sempre insondato o addirittura inespresso, al di là dei riti culturali che l’hanno trasportato fino ai nostri giorni, al di là delle consuete giustificazioni storiche che non hanno soddisfatto il ricercatore, e infine anche al di là delle argomentazioni estetiche che tanto spesso non hanno contribuito se non all’estasi. In sostanza, è come se gli strumenti della nuova civiltà che auspichiamo non bastino a interpretare quel problema; e quelli della civiltà che ci ha preceduti appaiano inservibili se non addirittura devianti. Vista entro questi dubbiosi termini, la stessa attività di catalogazione e di inventario rischia di assomigliare ad un enorme ingombro di carte e di prelievi, pronto prima o poi a crollarvi addosso, come nel racconto di Anatole France: e comunque una sorta di onanistica restitutio di una storia verso la quale, in fondo, non abbiamo, quanto a fini e a risultati generali, altro che diffidenza.

Qui si impegna duramente il codice ideologico di lavoro dello storico dell’arte e della ricerca sulle forme; e poiché proprio chi opera nel settore della conservazione è stato più d’ogni altro impegnato fino ad oggi come «braccio secolare» di una storia di sintesi, costui è venuto gradualmente assumendo la figura di un inutile analizzatore, di un compilatore compiaciuto soltanto delle capacità «ausiliarie» della ricerca. La sua attività stessa, all’interno di questa storia di sintesi, rischia di essere messa in crisi, paradossalmente, proprio quanto più alto è il grado qualitativo e quantitativo del suo lavoro. Poiché nulla, evidentemente, guida dall’interno i gradi sempre parziali del suo procedere. Si sono del resto viste, nella pratica corrente, zufolate estetistiche pressoché ridicole conseguire assensi di elevato prestigio accademico; si vedono suicide serpentine di analisi materiale, cronistica ed effimera, esalare l’ultimo respiro in faccia al più stracco sociologismo di routine. Sarebbe temerario affermare che, almeno per ora, molte cose della storiografia e della critica d’arte siano avviate a qualche moderna soluzione.

Ma ritorniamo con fiducia al ricercatore. Al di là della storia di sintesi si colloca la sua insostituibilità, oggi. Anche se il discorso può ancora sembrare limitativo ai cultori affrettati del giudizio storico, si tratta ora di garantire — dall’interno di un inarrestabile processo storico — una precisa, non intermessa trasmissione delle tecniche della cultura. In questo senso, le tecniche non faciunt saltus, e non possono avere sospensioni, pena una regressione di proporzioni inattese: tanto meno oggi e cioè nel momento in cui davvero più lontana e dunque più superflua — di fronte alla disinvoltura di tanto superficiale «attualità» — può apparirci l’infinita trama delle tecniche del lavoro e della stessa sopravvivenza. Eppure, ogni scienza urbana e del territorio rischia di conoscere la disfatta più clamorosa se non tiene conto di questa incancellabile trasmissione «didattica» e metodologica. L’ecologia, in questo senso, è davvero un insegnamento esemplare; e la soluzione stessa dei suoi grandi problemi passa tutta attraverso la capacità dell’uomo di sapersi «culturalmente» collocare rispetto alla natura, come appunto le tecniche tradizionali ci possono — se indagate — rivelare.

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Marisa Dalai Emiliani: In ricordo di Andrea Emiliani

Il patrimonio culturale italiano ha perduto con la scomparsa il 25 marzo scorso di Andrea Emiliani uno dei suoi più appassionati conoscitori e indomiti difensori. Il suo importante contributo alla storia dell’arte è testimoniato dagli studi dedicati a Raffaello e a Federico Barrocci, ai Carracci e a Guido Reni, dei quali ha organizzato mostre memorabili nel ruolo di Soprintendente della Pinacoteca Nazionale di Bologna. Ma l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli vuole ricordarlo soprattutto come promotore e protagonista negli anni settanta del Novecento di una vera e propria rivoluzione nel modo di intendere e praticare la tutela dei beni culturali e ambientali, una “tutela come servizio pubblico” per citare le sue stesse parole, fondata su un’azione conoscitiva del territorio che aveva il suo strumento privilegiato nella catalogazione integrata, da porre a fondamento delle politiche del governo locale.

Della sua vasta e seminale produzione pubblicistica non dimentichiamo due testi che hanno orientato un’intera generazione: Una politica dei beni culturali, edito da Einaudi e Dal museo al territorio, delle  edizioni Alfa di Bologna, entrambi del 1974.      

Marisa Dalai Emiliani
Presidente onoraria

Il saluto dei fratelli ad Andrea Emiliani

Si è spento un fedele servitore dello Stato uno storico dell’arte e un museografo profondamente legato al territorio e al paesaggio

 

Nostro fratello Andrea si è spento stanotte all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna dove era ricoverato da oltre due mesi per una grave malattia. Era nato il 5 marzo 1931 a Predappio Nuova (Forlì), ma aveva trascorso a Urbino l’adolescenza e la prima giovinezza appassionandosi all’arte. Abbiamo avuto la fortuna di abitare per oltre dieci anni di fronte al Palazzo Ducale, retto da Pasquale Rotondi, che, durante la guerra, era anche il nostro rifugio antiaereo. Ha terminato il Liceo Classico a Urbino per poi iscriversi alla Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna dove il suo primo vero amico e maestro è stato lo storico dell’arte Francesco Arcangeli. In quell’ambito ha conosciuto il soprintendente alle Gallerie Cesare Gnudi che lo ha assunto, ventenne o poco più,  quale “salariato di Soprintendenza” facendolo partecipare subito alle grandi biennali di arte antica. Politicamente si è sempre mosso, come i suoi maestri, nell’ambito del socialismo riformatore.

Laureatosi poi a Firenze con Roberto Longhi con una tesi su Simone Cantarini il Pesarese, grande incisore, allievo di Guido Reni, i suoi pittori sono stato per sempre gli urbinati Raffaello e Barocci e i bolognesi. Successivamente è diventato ispettore della Soprintendenza e quindi direttore della Pinacoteca Nazionale di Bologna, il più giovane d’Italia, che ha concorso a raddoppiare negli spazi e negli allestimenti.

Sulla scia di Cesare Gnudi e di altri grandi intellettuali quali Ezio Raimondi e Lucio Gambi, ha intrapreso i censimenti integrali dei beni culturali e ambientali di intere vallate appenniniche in Emilia-Romagna dando quindi un contributo anche antropologico alla storia dell’arte e del territorio. Uno dei suoi libri più significativi resta “Dal Museo al territorio”, una concezione che lo ha fatto giudicare nel modo più negativo la recente riforma Franceschini che ha tagliato al contrario il rapporto fra Museo e territorio separando assurdamente la tutela (lasciata, indebolita, alle Soprintendenze) e la valorizzazione (affidata ai Poli Museali). Ha partecipato a vari convegni firmando documenti decisamente polemici in materia.

Oltre a riprendere e a proseguire con grande slancio le Biennali di Arte antica a Bologna, organizzate quasi sempre (Guido Reni, Lodovico Carracci, Guercino, Crespi. ecc.) in collaborazione con  un Museo europeo e uno statunitense, ha sviluppato la ricerca sulla storia della tutela inquadrando storicamente con Antonio Pinelli la figura di Quatremère de Quincy e la lettera programmatica di Raffaello e Baldassar Castiglione a Leone X e recuperando i primi testi di legge dei Granduchi di Toscana, dello Stato Pontificio (Pio VII soprattutto) e Lombardo-Veneto. Uno dei suoi temi prediletti è stato il neoclassicismo così vivo nella sua Romagna fra Faenza, Forlì e altre città, nei teatri, negli edifici pubblici, nei mercati pubblici, ecc. Fra i suoi amici più cari restauratori quali Ottorino Nonfarmale, col quale aveva impostato un centro studi sulla pietra, e Carlo Giantomassi.

In ottimi rapporti col mondo dell’arte e dei musei di tutto il mondo, ha coordinato e pubblicato di recente con Michel Laclotte, creatore del Grand Louvre, le ricerche di una équipe di storiche francesi sul recupero delle opere d’arte portate a Parigi da Napoleone e in parte recuperate colà da Antonio Canova erede della Soprintendenza pontificia alle Antichità, con l’aiuto anche finanziario del duca di Wellington, il vincitore di Waterloo: “Opere d’arte prese di Italia nel corso della campagna napoleonica 1796-1814 e riprese da Antonio Canova nel 1815”, Cartabianca Editore, Faenza.

Ha curato per l’Alfa diversi volumi di ricostruzione storica e politica sulla Romagna, su Bologna, su Palazzo Milzetti, gioiello neoclassico di Faenza da lui acquistato per il patrimonio statale, restaurato e arredato. Ma fondamentale resta il suo libro “Una una politica per i beni culturali”, uscito da Einaudi nel 1974 e ripubblicato di recente dalla Bononia University Press.

Medaglia d’oro della cultura, Légion d’honneur, accademico dei Lincei, ha presieduto per anni, dopo aver lasciato a 67 anni per limiti di età la carica di Soprintendente ai beni storici e artistici di Bologna, Ferrara, Forlì, Ravenna e Rimini, l’Accademia di Belle Arti di Bologna, l’Accademia Clementina e l’Isia di Faenza. E’ stato fra i fondatori, con Lucio Gambi e Ezio Raimondi, dell’IBC Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna. Innumerevoli i saggi scritti anche sul patrimonio paesaggistico, sul censimento dei beni della Chiesa, sui centri storici. Col grande fotografo Paolo Monti predispose la campagna di censimento fotografico del centro storico di Bologna (10.000 scatti i n due anni), premessa fondamentale al piano Cervellati per il restauro e il recupero a fini residenziali  e sociali della città entro le mura. Con Paolo Monti e Pier Luigi Cervellati ha tenuto un corso di lezioni interdisciplinari al DAMS allora nato da poco.

Lascia in tutti noi grande dolore, affetto e rimpianto, ma anche la sollecitazione a servire, senza retorica di sorta, nei fatti, il bene pubblico, lo Stato, con una passione civile, possiamo ben dirlo, senza cedimenti.

Vittorio Emiliani

 

immagine: Andrea Emiliani con Denis Mahon e Pier Luigi Cervellati a San Galgano (foto Paolo Monti, 1980 CC BY-SA 4.0)

Sul caso della pala di Caravaggio del Pio Monte della Misericordia

Comunicato Stampa

La polemica divampata sul caso della pala di Caravaggio del Pio Monte della Misericordia di Napoli ha assunto ormai toni e contenuti che trascendono la normale dialettica culturale.
Se si considera la questione rimanendo ai fatti, e non alle molte parole spese, si ritiene che il mantenimento della tela all’interno della chiesa del Pio Monte fosse l’opzione altamente preferibile, non solo dal punto di vista conservativo e storico, così come rilevato nella relazione del Direttore Generale, ma anche per le ragioni scientifico culturali legate alla possibilità di lettura di un’opera all’interno del contesto originario, non solo monumentale, ma urbanistico e sociale: possibilità che l’operazione espositiva dovrebbe – per principio – ricercare ed esaltare.
La piena accessibilità dell’opera, la sua vicinanza alla sede di Capodimonte facevano ritenere facilmente perseguibile, tramite banali accorgimenti organizzativi, l’integrazione dell’opera nel percorso espositivo, così come pare stia di fatto avvenendo, con indubbio vantaggio dell’iniziativa in termini di restituzione contestuale e coinvolgimento della città.
Ciò nonostante, ci pare che nelle prese di posizioni di questi giorni si siano assunti toni da crociata che sono talora sfociati in dichiarazioni inaccettabili nei confronti di chi opera all’interno del Ministero.
È evidente che la discussione si è ormai trasformata, incomprensibilmente – forse persino all’insaputa di molti degli improvvisati sottoscrittori – in una difesa animosa della “riforma” Franceschini, con toni quasi intimidatori nei confronti del ministro “a non tornare indietro”.
Eppure la prima evidenza che quei provvedimenti abbiano creato molti problemi al sistema della tutela del nostro patrimonio culturale deriva proprio dai toni esacerbati di questa polemica: se fosse stata un successo pieno, che bisogno vi sarebbe di difendere la “riforma”, talora in maniera scomposta? Si è giunti persino ad affermare che prima della riforma i musei in Italia non esistevano…

Le iniziative delle scorse settimane, da quelle che hanno coinvolto il mondo archeologico, alla prima riflessione pubblica organizzata il 5 marzo dall’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, hanno messo in evidenza con dati molto significativi, uno stato di disagio diffuso. Al di là di posizioni oltranziste che non giovano a nessuno e meno che mai ad un miglioramento del nostro sistema di tutela e – sullo stesso piano di importanza – alla dignità professionale di quanti vi operano, è tempo, dopo quasi un lustro dai primi provvedimenti, di fare dei bilanci.

La logica della verifica, del monitoraggio e del miglioramento / cambiamento progressivo ci pare l’unica perseguibile per il beneficio di un patrimonio di tutti.

Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli
Comitato per la Bellezza
Italia Nostra Napoli
Emergenza Cultura
CGIL-FP

Basta con la dittatura dei B&B. I centri storici tornino ai cittadini

Articolo di Emanuela Minucci pubblicato su La Stampa

 

Il rumore dei trolley è la colonna sonora del Canal Grande. Dietro le ruotine che vanno su è giù per le calle, orde di turisti mordi e fuggi che ad ogni ponticello selfizzano a favore di gondola. Il silenzio cala come un masso sulla ex Serenissima già alle otto di sera. Le persiane restano chiuse e gli abitanti superstiti si arrendono a una città che ormai è solo un museo, o meglio, un brand: mille abitanti in meno all’anno, per un minimo storico di 53.976 residenti nei suoi sestieri.

Firenze è una città da 15 milioni di pernottamenti l’anno dove i fiorentini non vanno più in piazza Duomo, Ponte Vecchio, Piazza della Signoria: tre residenti su quattro, spiegano che lo fanno «per non finire nel bel mezzo del più chiassoso dei luna park». E pazienza se al posto delle montagne russe ci sono gli Uffizi, il clima è quello». Per non parlare dei negozi del centro: «souvenircity» in cui trovare un fruttivendolo è impresa impossibile.

Nasce per ovviare a questi problemi, in primis lo spopolamento e la mancanza di tutela dei centri storici, il disegno di legge presentato al Senato dal Movimento Cinque Stelle e da Sinistra italiana. Frutto di un’annosa battaglia combattuta da urbanisti come Vezio De Lucia, e l’associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli. Da sempre contrari alla fruizione usa-e-getta dei centri storici invasi da bed & breakfast e palazzi aulici sventrati per poterne ricavare mini-hotel. Due i punti chiave del documento: primo, tutelare il centro storico nella sua unità, considerandolo opera d’arte in toto. Secondo: avviare un programma straordinario di ripopolamento del centro storico. Tra i firmatari la senatrice Michela Montevecchio(M5S): «Per regolamentare questa materia ci vuole una legge – racconta – che ha l’obiettivo di tutelare i centri storici come beni culturali d’insieme con divieto dunque di edificare ex novo senza sottostare a un principio d’insieme e stravolgere l’interno degli edifici per realizzare alberghi di charme».

Se questo disegno di legge verrà approvato si metterà un freno a una metamorfosi che sembra ormai irreversibile grazie alla diffusione di piattaforme come Booking.com, Trivago o Expedia che rendono prenotabile anche l’alberghetto che un tempo si occupava solo con il passaparola. La seconda questione, quella del ripopolamento (secondo le statistiche del Comune a Venezia 7 case su 10 sono state acquistate da stranieri e di queste il 75 per cento è affittato a turisti), sarà affrontato offrendo, come racconta l’archeologa Rita Paris, presidente dell’associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli il patrimonio immobiliare pubblico dismesso all’edilizia residenziale pubblica». L’obiettivo è duplice: ripopolare il centro agevolando le fasce deboli offrendo affitti agevolati.

Ma le città si stanno spopolando anche di negozi che componevano il tessuto commerciale delle città: in dieci anni, secondo uno studio di Confcommercio, dal 2008 al 2018, in Italia si sono persi quasi 64 mila negozi a favore dell’e-commerce. Un’altra componente identitaria forte che va perdendosi a favore di grandi brand che rendono le città tutte uguali. Prendiamo Firenze, per esempio. Come accusava giorni fa il critico d’arte Philippe Daverio il centro della città dei Medici è diventato un duty-free. «È Firenze, ma potrebbe essere Hong Kong». Qui nel 2018 il 93,7% degli acquisti immobiliari entro le mura ha avuto «pura finalità d’investimento». Un discorso che vale per tutte le città che affogano nel turismo di massa. Come Bologna, che – nonostante sia stata «vaccinata» dal piano regolatore firmato da Pier Luigi Cervellati del 1969 (inimitabile nel saper intrecciare salvaguardia e futuro ) ha un centro storico che perde ogni giorno decine di residenti. Come spiega l’archeologa Maria Pia Guermandi, bolognese, «la mia città vive, seppur in misura diversa, l’urgenza della tutela del centro considerato nella sua interezza: si tratta di una sfida culturale. «È già una soddisfazione» riconosce l’urbanista Vezio De Lucia , fra i più determinati ispiratori del disegno di legge, «vedere arrivare il documento in aula: se non si affronta il nodo dello spopolamento il destino dei centri storici è segnato, perciò serve l’intervento straordinario dello Stato, come nei casi di gravi calamità naturali».

Playground Colle Oppio: il Ministro dei Beni Culturali Bonisoli deve bloccare quel cantiere

Pubblichiamo il comunicato stampa di Italia Nostra Sezione Roma

 

Playground Colle Oppio: il Ministro dei Beni Culturali Bonisoli deve bloccare quel cantiere

L’impianto sportivo a Colle Oppio, dopo i ritrovamenti archeologici si suppone delle Terme di Tito, va fermato subito.

Il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali, Alberto Bonisoli, esercitando le sue prerogative che rappresentano i diritti dei cittadini italiani, intervenga per bloccare il cantiere sul Colle Oppio e si adoperi con Roma Capitale per delocalizzare definitivamente i playground in altro luogo idoneo del I Municipio. E’ assurdo aver pensato di poter intervenire su di un’area di così grande valore archeologico e paesaggistico.

Italia Nostra Roma ha chiesto formalmente l’intervento del Reparto Operativo del Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale per verificare, alla luce dei ritrovamenti, la compatibilità del progetto con l’area archeologico di Colle Oppio.

Non fermare quel cantiere sarebbe un atto gravissimo contro il patrimonio archeologico di Roma in un’area di elevato valore paesaggistico.

Italia Nostra Roma e l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli chiedono, quindi al Ministro Bonisoli l’immediata determinazione di sospendere i lavori e chiedono il ripristino di quell’area di pregio sicuramente interessata dal Complesso delle Terme di Tito. Per future ed auspicabili ricerche l’area deve essere lasciata libera per la migliore valorizzazione del complesso monumentale.

Italia Nostra Roma e l’Associazione Bianchi Bandinelli confidano in un atto forte, deciso e risolutivo del Ministro Bonisoli.

 

Per informazioni: 3488125183