Intervista a Lucinia Speciale: Tutelare diritti e beni essenziali: priorità nazionale

Riportiamo l'intervista a Lucinia Speciale pubblicata su benecomune.net

 

Proponiamo un’intervista a Lucinia Speciale, membro del direttivo dell’Associazione Bianchi Bandinelli e docente di storia dell’arte medievale dell’università del Salento. Le abbiamo chiesto di darci una lettura del tema del regionalismo differenziato alla luce dei contenuti dell’Appello lanciato dall’associazione di cui fa parte. L’intervista è stata relizzata da Fabio Cucculelli

 

LAssociazione Bianchi Bandinelli viene fondata da Giulio Carlo Argan e Giuseppe Chiarante il 21 dicembre 1991. In questi anni di attività di cosa vi siete occupati?

La Bianchi Bandinelli si muove nell’ambito dell’associazionismo ambientalista e culturale ma, diversamente da altri organismi di quel mondo, è sempre stata una associazione di specialisti; nel corso dei suoi oltre 25 anni di vita ha radunato diverse generazioni di persone che hanno scelto come mestiere la conoscenza e la tutela del patrimonio culturale: soprattutto funzionari impegnati nell’amministrazione, ma non solo.

L’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli nasce quando Giulio Carlo Argan, che veniva dall’esperienza parlamentare, era ministro dei beni culturali nel governo ombra del PDS. Coautore dell’impresa fu Giuseppe Chiarante, un politico ‘puro’, che si era sempre occupato di formazione e di patrimonio culturale. Argan considerava con grande preoccupazione il pericolo della separazione tra università e sistema della tutela che si è di fatto prodotto in coincidenza della nascita del Ministero dei beni culturali. E questo per due ragioni: anzitutto perché nell’esperienza della sua generazione il sistema di tutela – allora la Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione – era spesso il primo impegno di quanti erano destinati alla carriera accademica. Lo stesso Argan aveva avuto questo itinerario: era stato ispettore delle Belle arti per un breve periodo e poi professore universitario. In effetti, la tutela del patrimonio diffuso – distribuito sul territorio – che è una peculiarità tanto celebrata dell’Italia, è anche un’attività di ricerca scientifica nel senso più pieno dell’espressione, perché consente di allargare le conoscenze. Ciò vale per le attività di scavo messe in opera dagli archeologi ma anche per noi storici dell’arte. Moltissime opere vengono ‘scoperte’ grazie al restauro.

L’altro elemento che Argan e Chiarante avevano molto presente era la trasformazione del quadro normativo che si profilava agli inizi degli anni Novanta, con l’entrata in vigore dell’accordo di Schengen sulla libera circolazione delle merci e la conseguente necessità di armonizzare la legislazione italiana, che è molto protettiva, con la normativa europea che invece è molto più variegata. La riflessione promossa dalla Bianchi Bandinelli su questa materia vide coinvolti storici del patrimonio e giuristi di altissimo profilo, tra questi Stefano Rodotà che vi contribuì in modo determinante, sostenendo in una relazione dedicata a Lo stato giuridico del bene culturale, che “Il bene culturale non è una merce”.

Nell’arco degli anni Novanta la Bianchi Bandinelli avrebbe segnalato per prima la necessità allargare i  confini di quello che si intende per patrimonio culturale, sottolineando la necessità di tutelare la lingua, i beni immateriali, i beni musicali, gli archivi storici contemporanei. Da questa preoccupazione discende il suo contributo alla lunga gestazione del Codice Unico dei Beni Culturali. Per noi la nozione di Bene Culturale è una nozione non statica ma dinamica.  Non a caso, la nostra iniziativa più recente è stata dedicata alla tutela dei centri storici, e si è concretizzata in una proposta di legge presentata nel novembre scorso nell’ambito del convegno “Il diritto alla città storica”.

Già dal 1994 la Bianchi Bandinelli aveva inoltre avvertito i rischi della ‘privatizzazione’, introdotta nella gestione del patrimonio culturale dalla Legge Ronchey, e sfociata in una vera e propria visione mercantile del bene stesso, che fosse la singola opera, una raccolta storica o un insieme urbanistico e paesaggistico. Di questa preoccupazione è testimonianza un documento del settembre 1994 che risulta per molti aspetti profetico, intitolato “Sì all’autonomia, no alla privatizzazione del museo e dei beni culturali”: una posizione, questa, sulla quale la Bianchi Bandinelli è ancora sostanzialmente allineata. Ed è per questo che, di recente, l’Associazione ha riconosciuto con estrema preoccupazione il medesimo principio “economicista” nell’ispirazione della riforma Franceschini, che ha separato i musei dal loro contesto storico, e ha concentrato attenzioni e risorse su quelle poche sedi – Pompei, gli Uffizi – suscettibili di produrre una presunta redditività, lasciando le istituzioni più deboli al loro destino.

Un altro tema che ci ha molto impegnato è quello della salvaguardia del patrimonio nei disastri naturali. Ci siamo preoccupati de L’Aquila prima che ci fosse la marcia degli storici dell’arte anche perché all’interno dell’associazione erano presenti sin dagli inizi restauratori e teorici del restauro come Michele Cordaro e Giuseppe Basile, due allievi di Cesare Brandi, che non casualmente hanno dato una grande contributo alla definizione dello statuto giuridico dei restauratori: una tipologia di operatori dei beni culturali che l’Italia ha definito meglio di altri paesi, e che stiamo perdendo a causa del progressivo assottigliamento del personale tecnico del Ministero per i Beni culturali.

Abbiamo infine messo e fuoco e segnalato per primi il tema del precariato che caratterizza sempre di più il lavoro nei Beni Culturali. Nel nostro paese la cultura produce reddito ma non lavoro garantito. Le professioni del patrimonio sono tra quelle meno tutelate del lavoro intellettuale; non è un caso che la fascia più giovane dei nostri soci e del nostro consiglio direttivo abbia conosciuto o sia ancora prevalentemente impegnata in un lavoro di questo tipo.

Per tutte queste ragioni la Bianchi Bandinelli ha aderito al coordinamento di Emergenza Cultura e alla manifestazione del 7 maggio 2016 contro l’impostazione della Riforma “Franceschini” dell’allora Ministero per i Beni Culturali e del Turismo.

Centotrenta intellettuali, fra storici dell’arte, archeologi, urbanisti, scrittori e saggisti, hanno sottoscritto il vostro appello contro l’intesa fra il governo e le prime tre regioni, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, per trasferire ad esse, in base al Titolo V della Costituzione, nuove e maggiori competenze oggi dello Stato. Ci può spiegare il senso e gli obiettivi di questa iniziativa?

Il primo obiettivo era quello di riportare a un dibattito pubblico, compreso quello delle Camere, la discussione su questa scelta, che rischiava di essere imposta al paese attraverso accordi tra esecutivo e singole regioni, senza che l’opinione pubblica ne avesse una piena consapevolezza. La devoluzione che si prefigura investe non solo il problema del patrimonio storico-culturale ma anche diritti fondamentali, come la salute e l’istruzione e, in senso più generale, il diritto di cittadinanza che dalla salvaguardia di questi diritti discende. Tenuto conto che questo è un paese istituzionalmente giovane, che ha solo 150 anni e non ha un solidissimo senso dell’unità, il pericolo di una dissoluzione è più che concreto, come dicono Piero Bevilacqua e la sua Officina dei saperi, che hanno sollevato il problema poco meno di un anno fa. Noi volevamo soprattutto che ci fosse attenzione al problema e se ne discutesse in tutte le sedi possibili.

Si legge nel vostro appello che questo “atto costituzionale che assesta un colpo mortale allo Stato unitario, alla Repubblica voluta nel 1946 dal popolo italiano, destinato a portare al massimo il caos politico-amministrativo del Paese anche nei suoi rapporti con l’UE e col resto del mondo. Reso possibile dalla sussistenza del disastroso Titolo V della Costituzione voluto dal centrosinistra nel 2001 e purtroppo mai riformato“. Ci può spiegare perché? Il vulnus della questione è nel Titolo V? A vostro avviso sarebbe sufficiente una sua riforma? Quali competenze dovrebbero essere solo statali e quali solo regionali?

Il titolo V stabilisce limiti amplissimi e indeterminati all’autonomia. In materia di Beni Culturali prevede che rimanga allo Stato la Tutela e che alle Regioni sia trasferita la Valorizzazione dei Beni Culturali, mentre sarebbe materia di concorrenza la gestione del territorio, creando confusioni e contrapposizioni che al momento della sua approvazione alcuni avevano previsto, tra questi lo stesso Giuseppe Chiarante. Nella stesura delle intese, soprattutto in quelle sottoscritte con il Veneto e la Lombardia, si parla di trasferire integralmente alle Regioni tutte le competenze, operando una forzatura che va anche oltre il dettato costituzionale. Gli uffici territoriali del ministero dei Beni Culturali – le Soprintendenze – e la loro fondamentale funzione di presidio esercitato a garanzia della comunità nazionale sarebbero subordinati ai governi regionali. Le articolazioni territoriali del Ministero che in nome di un principio di interesse generale garantiscono la conservazione del patrimonio, sulla base di quanto prevede l’art. 9 della Costituzione, verrebbero sostituite da organismi che risulterebbero più esposti alle pressioni di interessi particolari, che sono particolarmente forti nell’ambito della gestione locale del territorio e dell’urbanistica. Paradossalmente, le tre regioni in questione – che rappresentano insieme la quota più alta del PIL italiano – sono anche quelle nelle quali si registrano il più alto consumo di suolo d’Italia e la più alta quota di “impermeabilizzazione” (cemento+asfalto) del terreno. Non a caso in quest’area i disastri naturali, ormai ricorrenti, hanno conseguenze particolarmente gravi.

Nei firmatari dell’appello – tra i quali spiccano i nomi di Adriano La Regina, Tomaso Montanari, Fulco Pratesi, Pier Luigi Cervellati, Vittorio Emiliani, Pancho Pardi, Fausto Zevi e molti altri suscita “grandissima preoccupazione il fatto che fra le prime competenze rivendicate ‘in esclusiva’ vi sono Ambiente, Beni Culturali, Urbanistica. Perché? Quali rischi vi sono nella scelta di dare competenze esclusive alle regioni su ambiti come quello dellambiente, dei beni culturali, ma anche della scuola e della sanità?

Il rischio è molto efficacemente condensato nel saggio di Gianfranco Viesti che credo abbiamo letto in tanti e che l’editore ha avuto la sensibilità di rendere disponibile in rete perché fosse accessibile a tutti. Il saggio ha un titolo che non potrebbe essere più chiaro: “Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale”. Il dibattito sulla costruzione dell’identità europea ha stigmatizzato il rischio di un’Europa a due velocità: sorprende che se ne debba vedere una versione in sedicesimo all’interno dei confini nazionali. Andrebbero inoltre ricordati gli effetti assolutamente negativi che l’autonomia ha prodotto nelle regioni a statuto speciale proprio in materia di gestione dell’ambiente e dei Beni Culturali. Lo ha ricordato appena qualche tempo fa Salvatore Settis, tratteggiando la storia dello statuto regionale della Sicilia e i drammatici effetti che quell’autonomia ha avuto sulla salvaguardia del suo straordinario patrimonio storico-culturale. Non va dimenticato che in Italia la tutela del patrimonio storico è indissolubilmente legata a quella dell’ambiente e del paesaggio, e che la classe politica italiana considera troppo spesso il territorio come una risorsa della quale disporre in forma incondizionata. E sono soprattutto le amministrazioni locali quelle più inclini a pulsioni di questo tipo, come sanno bene i funzionari. La tutela in quanto attività di ricerca scientifica e di protezione del territorio è per sua natura associata al diritto all’istruzione e alla salute, che sono elementi fondamentali del diritto di cittadinanza.

Quello delle risorse è un problema drammatico. Una cattiva redistribuzione del reddito prodotto non aiuterà la coesione nazionale. Consentire ad alcune regioni la possibilità di rompere il patto di solidarietà nazionale a proprio vantaggio non le renderà più forti. In una competizione ormai globale le dimensioni contano: quando si è piccoli si è più facilmente sopraffatti.

Lei insegna storia dellarte medievale allUniversità del Salento. Dal suo osservatorio quali rischi presenta unoperazione del genere per il mondo della scuola e dellUniversità? Si rischia di penalizzare ulteriormente i ragazzi del nostro meridione?

Lavoro all’Università del Salento da circa 25 anni, ci sono arrivata molto giovane avendo due biglietti di viaggio finalizzati a due diverse possibilità di carriera: uno verso gli Stati Uniti e l’altro verso il Suditalia, con un contratto d’insegnamento in quello che era allora un corso di studi in via di istituzione e che stava facendo una scommessa, creando un corso di formazione universitaria ad alta specializzazione. Il corso di laurea in beni culturali, nato come corso di restauro, conservazione e tutela dei beni musicali si stava articolando in quattro indirizzi, archeologia, storia dell’arte, archivistica e musica. Era una scelta d’avanguardia: pochi tra i corsi che si stavano attivando in Italia avevano un impianto così ampio.

I corsi in beni culturali sono stati una delle scommesse più infelici nella storia dell’università italiana. Non siamo stati capaci di fare in modo che la politica si rendesse conto che la formazione di tanti giovani nel settore dei beni culturali doveva aprire loro delle prospettive d’inserimento. Tornando al regionalismo differenziato e ai suoi possibili rischi si potrebbe facilmente osservare che proprio l’università offre un ottimo esempio per valutare gli effetti negativi di un decentramento senza contrappesi. Gli atenei sono in regime di autonomia amministrativa dal 1991. Per capire cosa è accaduto da allora basterebbe sfogliare un altro lavoro di Gianfranco Viesti: “L’università in declino. Un’indagine sugli atenei da Nord a Sud” (Roma 2016), condensato circa un anno fa in “La laurea negata”. Il definanziamento degli atenei del sud tra il 2008 e il 2015 è stato percentualmente più elevato di quello che ha colpito il Nord Italia. Impoverita di risorse finanziarie e umane le università del Sud hanno perso energie e attrattività.

Il processo in atto può solo aggravare la crisi. In un numero di “Left” apparso a luglio è segnalata la presa di posizione dell’ateneo più grande del Mezzogiorno, la Federico II di Napoli, contro il regionalismo differenziato. Persino un grande ateneo avverte i rischi che il regionalismo differenziato potrebbe comportare per la formazione secondaria e l’università.

Attualmente circa un quarto della popolazione giovanile destinata agli studi universitari del Sud Italia si sposta verso il Nord. In un certo numero di casi ciò accade perché le università geograficamente più prossime non offrono il tipo di formazione molto specializzata che si vorrebbe, in qualche altro caso la ragione è un’altra: l’impoverimento della qualità della formazione che le università del Sud, penalizzate dalla progressiva mancanza di risorse, riescono ad esprimere C’è poi un altro aspetto inquietante da considerare: il definanziamento costringe l’università ad aumentare le tasse. I ragazzi le cui famiglie possono sostenerne la spesa si spostano verso sedi universitarie che offrono servizi migliori, ma una quota molto significativa degli altri, che non ha i mezzi necessari per accedere alla formazione universitaria, finisce tra i Neet.

Quale coesione nazionale potremo costruire se diamo ai ragazzi del Sud la sensazione che per lo Stato sono uno scarto? C’è una dimensione di ascensore sociale che l’università ha avuto nell’arco di tutta la sua storia post-unitaria e che oggi rischia di non assolvere più. Le università del Sud non sono più coinvolte nel processo che vedeva i grandi intellettuali iniziare la loro carriera universitaria proprio negli atenei del Mezzogiorno. Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, sono transitati dall’università di Palermo, Lucio Lombardo Radice, Giulio Carlo Argan, Cesare Brandi e diverse altre figure di primissimo piano nella cultura italiana del Novecento. Quello che vedeva i nuovi docenti universitari cominciare la carriera in piccoli atenei spesso meridionali per poi trasferirsi era un circuito virtuoso. Nella dimensione atomizzata prodotta dal decentramento amministrativo e dal definanziamento ovunque prevalgono le carriere interne. L’assenza di mobilità tra piccoli e grandi atenei è un impoverimento per l’università. Chi cominciava la carriera in un ateneo periferico per poi trasferirsi in una grande università, ai ragazzi che non potevano permettersi di spostarsi offriva il meglio della riflessione teorica sulla propria disciplina, perché era giovane, motivato e rappresentava l’avanguardia degli studi; nel momento in cui arrivava in un grande ateneo si confrontava con numeri molto più grandi ma aveva già acquisito un’esperienza d’insegnamento. Quella situazione aveva il pregio di rendere più omogenea la qualità della formazione dell’intera popolazione universitaria e mantenere la coesione del sistema educativo nel suo complesso: un valore aggiunto che sarebbe forse il caso di recuperare. In questi giorni si parla di nuovo molto di scuola e università come di una priorità, potrebbe essere un’idea.

https://www.benecomune.net/rivista/numeri/autonomia-differenziata/intervista-a-lucinia-speciale/

Sul caso della pala di Caravaggio del Pio Monte della Misericordia

Comunicato Stampa

La polemica divampata sul caso della pala di Caravaggio del Pio Monte della Misericordia di Napoli ha assunto ormai toni e contenuti che trascendono la normale dialettica culturale.
Se si considera la questione rimanendo ai fatti, e non alle molte parole spese, si ritiene che il mantenimento della tela all’interno della chiesa del Pio Monte fosse l’opzione altamente preferibile, non solo dal punto di vista conservativo e storico, così come rilevato nella relazione del Direttore Generale, ma anche per le ragioni scientifico culturali legate alla possibilità di lettura di un’opera all’interno del contesto originario, non solo monumentale, ma urbanistico e sociale: possibilità che l’operazione espositiva dovrebbe – per principio – ricercare ed esaltare.
La piena accessibilità dell’opera, la sua vicinanza alla sede di Capodimonte facevano ritenere facilmente perseguibile, tramite banali accorgimenti organizzativi, l’integrazione dell’opera nel percorso espositivo, così come pare stia di fatto avvenendo, con indubbio vantaggio dell’iniziativa in termini di restituzione contestuale e coinvolgimento della città.
Ciò nonostante, ci pare che nelle prese di posizioni di questi giorni si siano assunti toni da crociata che sono talora sfociati in dichiarazioni inaccettabili nei confronti di chi opera all’interno del Ministero.
È evidente che la discussione si è ormai trasformata, incomprensibilmente – forse persino all’insaputa di molti degli improvvisati sottoscrittori – in una difesa animosa della “riforma” Franceschini, con toni quasi intimidatori nei confronti del ministro “a non tornare indietro”.
Eppure la prima evidenza che quei provvedimenti abbiano creato molti problemi al sistema della tutela del nostro patrimonio culturale deriva proprio dai toni esacerbati di questa polemica: se fosse stata un successo pieno, che bisogno vi sarebbe di difendere la “riforma”, talora in maniera scomposta? Si è giunti persino ad affermare che prima della riforma i musei in Italia non esistevano…

Le iniziative delle scorse settimane, da quelle che hanno coinvolto il mondo archeologico, alla prima riflessione pubblica organizzata il 5 marzo dall’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, hanno messo in evidenza con dati molto significativi, uno stato di disagio diffuso. Al di là di posizioni oltranziste che non giovano a nessuno e meno che mai ad un miglioramento del nostro sistema di tutela e – sullo stesso piano di importanza – alla dignità professionale di quanti vi operano, è tempo, dopo quasi un lustro dai primi provvedimenti, di fare dei bilanci.

La logica della verifica, del monitoraggio e del miglioramento / cambiamento progressivo ci pare l’unica perseguibile per il beneficio di un patrimonio di tutti.

Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli
Comitato per la Bellezza
Italia Nostra Napoli
Emergenza Cultura
CGIL-FP

Lettera dell’Associazione al Ministro Bonisoli

Pubblichiamo la lettera dell’Associazione inviata al Ministro dei beni e delle arrività culturali Alberto Bonisoli

 

Gentile Ministro,

L’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli è nata per iniziativa di Giulio Carlo Argan, nel 1991, con lo scopo di promuovere studi, ricerche e iniziative sui temi della conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale italiano e per offrire un terreno comune di confronto a coloro che, da diversi punti di vista e in differenti ambiti disciplinari, sono impegnati in questi
settori. Nel corso degli anni, l’Associazione, attraverso numerosi incontri, pubblicazioni e documenti, è intervenuta con contributi specifici e ha assunto posizioni non solo nei confronti di chi aveva la responsabilità tecnico scientifica e istituzionale del patrimonio culturale, ma anche verso i rappresentanti politici.
L’Associazione desidera innanzitutto presentarsi a Lei, Ministro, informando che ha in programma incontri su diverse tematiche e sullo stato del patrimonio culturale, per il quale, anche a seguito della radicale trasformazione che ha investito il Ministero negli ultimi anni, nutre seria preoccupazione. Al riguardo si auspica che nella prospettata rivisitazione della riforma
Franceschini possa essere preso in considerazione anche un confronto con questa Associazione che si rende disponibile a offrire le proprie riflessioni.
Preme inoltre richiamare la Sua attenzione , sul Decreto Ministeriale n. 597 del 23 dicembre 2015 che ha regolamentato il Codice di comportamento dei dipendenti del Ministero, limitandone la libertà di espressione e informazione riguardo alle funzioni di tutela dei beni culturali, nonché alle attività scientifiche e di amministrazione. Un eventuale provvedimento di revisione del decreto agevolerebbe una gestione più partecipata e incisiva dell’attività istituzionale del personale dipendente, oggi rassegnato al silenzio , anche ai fini dell’annunciata riconsiderazione della riforma. Il clima più sereno che ne potrebbe scaturire gioverebbe alla correttezza e completezza di informazione dell’opinione pubblica, come all’evoluzione dei processi di cambiamento e
miglioramento delle strutture preposte alla salvaguardia e alla valorizzazione del patrimonio culturale.
Con l’auspicio che Lei, Ministro, voglia valutare quanto rappresentato, l’Associazione rimane a disposizione per ogni contributo possa risultare utile al Dicastero da Lei guidato.

I migliori saluti

Il Presidente,
Rita Paris

Roma, 5 febbraio 2019

 

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Nota al Ministro Bonisoli sulle figure professionali dei restauratori

L’Associazione sostiene la nota inviata al Ministro dei beni e delle atività culturali, Alberto Bonisoli, che ha già raccolto numerose firme, tra le altri di Professionisti Restauratori di alta formazione, Direttori degli Istituti Centrali ISCR, OPD, Docenti Universitari, Direttori delle Scuole di alta formazione, Presidenti della Classe di Laurea abilitante presso gli Atenei Italiani, Studenti del corso di laurea magistrale in Restauro e Conservazione dei Beni Culturali, Referenti di Associazioni Nazionali.
In questi giorni è sottoposta all’esame della Conferenza Unificata la bozza del decreto relativo al «Regolamento interministeriale recante la disciplina delle modalità per lo svolgimento della prova di idoneità, con valore di esame di Stato abilitante, finalizzata al conseguimento della qualifica di restauratore di beni culturali, in attuazione dell’articolo 182, comma 1-quinques del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 e successive modificazioni, Codice dei beni culturali e del paesaggio».
Si tratta di un decreto che presenta diversi ordini di criticità, e rischia di consentire l’attribuzione all’abilitazione dell’esercizio della professione di restauratore di beni culturali, di cui all’art. 29 del d. lgs. 42/2004, in modo gravemente sperequato e non conforme alle norme di tutela, ad un numero elevatissimo di collaboratori stimato intorno ai 10.000 unità.
Al fine di introdurre procedure e strumenti di valutazione in grado di garantire un processo di certificazione statale idoneo rispetto a quelli previsti nella bozza all’esame della Commissione, su istanza delle Regioni è in corso un tentativo di emendamento del testo che meriterebbe grande attenzione da parte del MIBAC presente ai tavoli tecnici con il MIUR attraverso la Direzione Generale Educazione e Ricerca.
La questione è particolarmente importante in considerazione del grave rischio che verrebbe a correre il restauro italiano e il patrimonio culturale con un mercato destinato a divenire saturo per i prossimi decenni di operatori non adeguatamente qualificati.
Verrebbe di fatto anche ad essere vanificato l’ottimo lavoro svolto in questi anni da MiBAC e MiUR per arrivare a definire il percorso formativo del restauratore di beni culturali attraverso una laurea magistrale di cinque anni permettendo a chiunque di riuscire ad essere riconosciuto restauratore, per tutti e dodici i settori di qualificazione, con prove di abilitazione inadeguate, regolate in modo illegittimo e del tutto insostenibili dal punto di vista organizzativo.

12 marzo: incontro su “Pubblico/pubblici: come conciliare quantità e qualità della fruizione museale?”

I lunedì dell’ABB
ORIZZONTI DELLA TUTELA E DELLA VALORIZZAZIONE
nuove generazioni a confronto

PUBBLICO/PUBBLICI: COME CONCILIARE QUANTITÀ E QUALITÀ DELLA FRUIZIONE MUSEALE?

La “tirannia dei numeri”. Le nuove forme di valorizzazione nei musei, la didattica e le modalità di coinvolgimento di più ampie fasce di pubblico. La questione delle profilature del pubblico dei musei: modalità di inclusione e di diversificazione dei livelli di fruizione.

26 febbraio 2018 – ore 16:00
Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana – Sala Igea, Piazza della Enciclopedia Italiana, 4

Introduce e coordina:

Giovanna Sarti (Associazione Bianchi Bandinelli)

Intervengono:

Paolo Giulierini (Direttore Museo Archeologico Nazionale di Napoli)

Cristina Da Milano (Presidente ECCOM)

Sofia Bilotta (MAXXI – Ufficio educazione)

 

Seguirà il dibattito con la partecipazione del pubblico e un piccolo rinfresco

 

Questa tavola rotonda è il secondo degli incontri che l’Associazione Bianchi Bandinelli ha organizzato per il 2018 , con studiosi, funzionari e liberi professionisti delle generazioni che più recentemente stanno cercando di dare risposte ai problemi e alle sfide attuali della tutela e della valorizzazione dei beni culturali, senza minimizzare le gravi criticità ma anche senza farsi incatenare dal disfattismo.

 

Pagina con il programma complessivo dei Lunedì dell’ABB

Programma in pdf – 12-marzo-2018

Locandina dell’incontro del 12 marzo

locandina-abb-12-marzo-2018

26 febbraio: incontro su “Teoria e pratica dei beni culturali: la formazione, la professione”

I lunedì dell’ABB
ORIZZONTI DELLA TUTELA E DELLA VALORIZZAZIONE
nuove generazioni a confronto

 

TEORIA E PRATICA DEI BENI CULTURALI: LA FORMAZIONE E LA PROFESSIONE

La crisi delle discipline, dei confini disciplinari e dei profili professionali. Il rapporto tra formazione teorica e acquisizione di competenze pratiche. Il punto sul riconoscimento e sugli elenchi dei professionisti previsti dal Codice dei Beni culturali e del paesaggio.

26 febbraio 2018 – ore 16:00
Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana – Sala Igea, Piazza della Enciclopedia Italiana, 4

Introduce e coordina:
Claudio Gamba (Associazione Bianchi Bandinelli)

Intervengono:
Enrico Gullo (Dottorando – Università di Firenze)
Salvo Barrano (Presidente Associazione Nazionale Archeologi)
Emanuele Pellegrini (IMT School for Advanced Studies Lucca)

Seguirà il dibattito con la partecipazione del pubblico e un piccolo rinfresco

 

Questo evento apre la serie di incontri che l’Associazione Bianchi Bandinelli ha organizzato per il 2018 , con studiosi, funzionari e liberi professionisti delle generazioni che più recentemente stanno cercando di dare risposte ai problemi e alle sfide attuali della tutela e della valorizzazione dei beni culturali, senza minimizzare le gravi criticità ma anche senza farsi incatenare dal disfattismo.

 

Pagina con il programma complessivo dei Lunedì dell’ABB

Programma in pdf del 26 febbraio

Locandina

Aggiornamento: link alla registrazione video dell’incontro

locandina-abb-12-marzo-2018

 

Centri storici a rischio

napoli-via_dei_tribunalidi Luigi De Falco

Il 14 dicembre l’ANCSA ha presentato a Roma la pregevole indagine, svolta dal Cresme, sullo stato dei Centri storici delle città capoluogo delle 109 provincie italiane. Esso espone e mette a confronto i dati censimentali raccolti nel 2001 e nel 2011 utili per comprendere l’evoluzione decennale dello stato dei nostri principali centri storici, sotto i vari aspetti commisurati all’andamento demografico e generazionale, occupazionale e strutturale. Alla presentazione del lavoro illustrato dal presidente Bandarin, hanno preso parte il ministro Franceschini, il presidente della Commissione Ambiente alla Camera, Realacci, quello della Commissione Cultura, Nardelli, i sindaci dei comuni di Gubbio, Savona, Bergamo, Palermo, Lecce, Cosenza. Particolare utilità hanno rappresentato gli interventi dei sindaci che hanno riportato le esperienze dei loro territori. Ma particolare sconcerto ha provocato il sindaco di Cosenza che nulla ha riferito delle recenti dolorose vicende della sua città storica, dove proprio pochi mesi fa egli ha firmato le ordinanze di demolizione di sei edifici, aprendo una ferita lacerante nel cuore di un centro storico già minato da decenni di incuria e indifferenza politica, mostrando come anche l’attuale gestione politica della città, al sesto anno continuativo di governo, non sembra abbia sortito –sul centro storico- altri esiti all’infuori delle demolizioni effettuate e quelle ulteriori pure disposte e fortunosamente bloccate dalla presa di posizione della Soprintendenza, risvegliata dai giornali.

Il presidente ANCSA ha sottolineato quanto la politica di tutela dei centri storici in Italia risulti “polverizzata” nella miriade di politiche locali che trovano le più disparate espressioni nelle normative regionali e negli strumenti urbanistici comunali, anche per effetto dell’eccezionale eterogeneità dei nostri centri storici, tra nord e sud della Nazione.

Bandarin ha ricordato gli sforzi in atto in Francia o negli Stati Uniti per ridurre le pressioni del turismo sui centri delle città, disciplinando le nuove attività commerciali al fine di tutelare le tradizionali. A riguardo, è intervenuto il ministro Franceschini che ha ricordato le iniziative del Governo tese a offrire ai sindaci la facoltà di regolamentare i flussi turistici nelle città storiche (evitando l’introduzione di ticket a pagamento per l’accesso), individuando zone nei propri territori, dove disapplicare le norme di liberalizzazione del commercio, così arginando la proliferazione degli ambulanti o dei negozi di paccottiglie, dei venditori di souvenir di produzione asiatica, o ancora di b&b o case vacanza, che hanno determinato la crisi di settori dell’economia tradizionale all’interno delle città storiche.

Ulteriori vantaggi alle attività economiche storiche sarebbero costituiti, secondo Franceschini, dall’introduzione nella legge di bilancio, di una “tax credit” a favore delle librerie che prevede una detassazione tra 10 e 20 mila euro l’anno, per sostenere attività di grande importanza per la vita culturale delle città storiche.

A fronte di tali pur significative iniziative, va rilevata poi una temeraria dichiarazione del ministro per il quale la politica sarebbe così pervenuta ad assicurare la tutela diffusa dei centri storici e sarebbe quindi giunto il momento di lavorare alla loro valorizzazione. In tal senso, a suo dire, assumerebbe importante significato assicurare nuova architettura di qualità all’interno dei tessuti antichi delle città, superando un diffuso “tabù” che ha sinora impedito di garantire continuità al processo di stratificazione nelle città storiche, che per millenni ne ha caratterizzato il disegno.

Il ministro ha fatto l’esempio di 4 o 5 siti (senza dire quali) dove ben vedrebbe nuove architetture contemporanee, così colmando “significativi vuoti urbani” ed ha annunciato un programma teso a sperimentare nuove metodologie d’intervento di recupero del patrimonio edilizio pubblico e privato, comprensivo della nuova edificazione, e di ridisegno dell’arredo e della scena urbana in una nuova chiave di valorizzazione dell’immagine storica delle città, da sperimentare su comparti individuati all’interno di altrettanti significativi centri storici del sud Italia.

La presidente della Commissione Cultura ha ribadito l’esigenza di “superare la logica della tutela a oltranza”, privilegiando invece nuovi processi di valorizzazione e fruizione delle città storiche che prevedano l’innesto di nuova architettura. Al principio si è associato il presidente del consiglio nazionale degli architetti, Cappochin, il quale ha illustrato una proposta tesa ad assicurare, con i concorsi di progettazione, la giusta qualità dei progetti.

Insomma, si stanno prefigurando nuovi preoccupanti scenari per le città italiane, che fanno sperare ben diversi e più qualificati metodi di approccio culturale al patrimonio edilizio storico, a tal punto conseguibili solo grazie a un forte rinnovamento delle rappresentanze politiche nazionali.

Tramontato illusoriamente l’incondivisibile modello culturale berlusconiano di sviluppo, risulta deludere la deriva dell’attuale sinistra italiana la quale giunge a far concludere che quella che rappresentava storicamente una sua prerogativa -ovvero la difesa del primato della corretta pianificazione e della tutela del territorio- debba risultare ormai solo prerogativa di poche e apparentemente anacronistiche “anime belle”.

Bono (e Nerone) al Colosseo

colosseokikkodi Sergio Rinaldi Tufi

Ranuccio Bianchi Bandinelli, quando voleva dare un’idea delle lacune della bibliografia scientifica nel campo dei Beni Culturali, enunciava una situazione paradossale: “Manca un’edizione scientifica del Colosseo”. Sul monumento più famoso non c’era una “editio princeps” come quelle di una volta, con foto, disegni e misure delle strutture e dei loro dettagli, catalogo dei reperti e così via. Tanti anni dopo, una pubblicazione del genere manca ancora, ma indubbiamente si sono moltiplicati gli studi di ogni tipo, dai sotterranei alla sommità della cavea, dai precedenti (lo stagno di Nerone, la Meta sudans…) alla fortuna storica del monumento dopo la fine del mondo antico..

Ma accennare alla bibliografia, per il Colosseo, ormai è un lusso: i problemi sono di altro tipo, e pesanti. Quasi a sommarsi a una riforma dei Beni Culturali già si per sé assai discussa, è stato creato fra mille polemiche un Parco archeologico comprendente l’Anfiteatro stesso, il Foro Romano, il Palatino, la Domus Aurea, la Meta Sudans. Ora il Parco ha un nuovo direttore generale, anzi una direttrice, Alfonsina Russo. Si tratta, per la verità, di una studiosa di alto profilo, come pure di alto profilo era la commissione di sette persone che ha selezionato, fra 78 concorrenti, una terna da sottoporre alla scelta del ministro Franceschini. A voler essere ipercritici, si potrebbe osservare che fra quelle sette persone c’era un solo archeologo, Luca Giuliani, che poi, per sua stessa definizione, è più “archeologo da museo” (di primissimo piano, aggiungiamolo noi) che archeologo operante sul terreno: ma andiamo oltre.

Il problema non è la direttrice, ma il clima in cui è chiamata ad agire. Anche su questo clima ovviamente non sono mancati interventi autorevoli, come quelli di Vittorio Emiliani. Ma si possono anche osservare con stupore, nei comportamenti del Ministro, un atteggiamento a dir poco schizofrenico: da un lato, enunciazione quasi trionfalistica di grandi cifre, a partire dai visitatori del Colosseo stesso; dall’altro, grande fervore nello scompigliare tutto il campo dei musei e dei parchi, con l’introduzione di super-direttori di nuovo tipo. Insomma, ci si può interrogare su che cosa si chiede alla nuova dirigenza generale, visto che il Colosseo era già ben tutelato come monumento (anche se purtroppo insidiato all’esterno dal degrado che investe da tempo l’intera città), e che la “vecchia” dirigenza promuoveva mostre, ricerche, iniziative editoriali e restauri di ogni tipo, mentre fra 2016 e 2017 si saliva da 6,4 a 7 milioni di visitatori, giungendo (secondo dati magnificati dallo stesso Ministro) a incassi di 60 milioni di euro. La direttrice Rosella Rea, l’architetto Pietro Meogrossi e i loro collaboratori davano dunque il massimo nella tutela, nella ricerca e nella valorizzazione: che ci si attende di più, ora, da parte dei promotori del nuovo assetto?

Il sospetto, confermato dal generale atteggiamento degli ultimi governi (Franceschini è fra i molti ministri del governo Renzi che fanno parte anche del governo Gentiloni), è che si voglia perseguire un ulteriore quasi sfrenato incremento della cosiddetta valorizzazione, che in questo caso assumerebbe una deriva preoccupante: “inventare” più iniziative e più eventi, rastrellare più introiti.

La nuova direttrice, nelle sue prime interviste, su alcuni aspetti sembra, in realtà, più prudente: parla di un monumento da restituire ai romani, che non bisogna spaventare favorendo interminabili code di visitatori. Sembra quasi di capire che questi debbano essere in qualche modo contingentati, e quindi non si debbano a ogni costo creare grandi numeri sia per il botteghino, sia per manifestazioni create per veicolare ulteriori incassi. Anzi, la dottoressa Russo dice di più:”Non mi piace la parola incassi, per me viene prima di tutto il valore culturale e scientifico, io sono e resto un’archeologa”. Una presa di distanza, dunque, dal nuovo corso del Ministero e del Governo?

Non proprio, perché quando parla di un luogo da restituire alla gente per vedere spettacoli come accadeva all’epoca dei Flavi, alla domanda “Chi le piacerebbe portare al Colosseo?” risponde: “Sarebbe bellissimo che potessero suonare prima o poi Sting e Bono Vox, anche per il loro impegno umanitario e sociale”.

Bono o Sting a Roma: sarebbe un’idea, anche se l’impressione è che siano due grandi nomi scelti quasi a caso nel panorama internazionale. Se si trattasse di cantare là, si potrebbe anche puntare più sommessamente, perché no?, sul nostro Antonello Venditti, che almeno la “maestà del Colosseo” l’ha evocata in un suo brano famoso. Per quanto, poi, lo spazio antistante il monumento sia stato già usato per ospitare grandi folle, bisogna ammettere che è davvero scomodo, irregolare nella forma e “frammentato” dalla presenza della Meta Sudans e della base del Colosso. Ben più logico sarebbe usare, come in effetti spesso si fa, il Circo Massimo, poche centinaia di metri più in là: il più grande edificio per spettacoli di tutti i tempi, dove (al di là della conformazione generale della valle) i veri resti di strutture antiche si limitano alla curva sud-orientale (e quindi il rischio di danni è relativo), mentre l’effetto scenografico è assicurato dalle rovine del Palatino, lassù in alto… Cose arcinote? Inutile lezioncina? Forse, ma in qualche modo bisogna pur dire che la proposta su quell’uso dell’Anfiteatro sembra poco meditata, per non dire (a fronte alla situazione della città) un po’ frivola. A meno che…

A meno che l’accenno all’uso del Colosseo come luogo di spettacoli non serva a introdurre il tema della ricostruzione dell’arena. Ma, a parte il fatto che mai e poi mai concerti di quel genere potrebbero svolgersi dentro l’Anfiteatro (scomparse le gradinate, nessuna pedana sarebbe sufficiente), è mai possibile che questo progetto continui a riproporsi? Gettato là quasi come provocazione, anni fa, da un famoso archeologo, è stato inaspettatamente preso sul serio a livello ministeriale e ora sembra che sia pronto un finanziamento, ed è questo forse che induce Alfonsina Russo a parlarne.

Ma qualcuno ha fatto esattamente i conti? Non solo con quei 18 milioni di euro  (tale l’importo annunciato, che certo non è poco, ma senza l’indicazione di un progetto di dettaglio non significa molto), ma con le difficoltà tecniche da affrontare: considerando che la nuova arena dovrebbe rischiosamente impiantarsi sui resti di quelle che erano le mirabili ma delicatissime strutture sotterranee dell’arena scomparsa e tenendo conto dell’abbondante circolazione di acque sotterranee, che talvolta rischiano di straripare (nel 2011 arrivarono al livello della cavea), quest’operazione richiederebbe un architetto che sia un po’ Apollodoro di Damasco,un po’ Michelangelo, un po’ Renzo Piano. Per fare che cosa, poi, visto che la capienza resterebbe comunque limitata? Sfilate di grandi stilisti per razzolare più fondi? Incontri di lotta greco-romana, come suggeriva un altro archeologo, anch’egli ben noto?

Alle domande su questi temi la direttrice avrebbe potuto elegantemente rispondere: “Valuteremo”, oppure “Vedremo di individuare le priorità”. Ha preferito invece prendere davvero in considerazione il progetto-arena, giungendo a dire che, se l’arena fosse già esistita, sarebbe stata questa la soluzione giusta per ospitare lo spettacolo pop-rock su Nerone che invece è andato in scena alcuni mesi fa sul Palatino. Su quella scena è rimasto molto poco, malgrado fosse stato “pompato” come grande evento anche da fonti ministeriali: e ora sembra davvero strano rammaricarsi che non sia stato possibile ospitarlo nell’Anfiteatro. Perché mai un flop su un’arena ricostruita dovrebbe essere preferibile a un flop su un celebre colle?

La Taranto di Alessandro Leogrande

 

leograndeIl 26 novembre è morto a Roma Alessandro Leogrande. Giornalista e scrittore, aveva dedicato molta della propria intelligenza alla sua città, Taranto. Nel gennaio del 2017 aveva contribuito alla realizzazione del convegno che l’Associazione Bianchi Bandinelli aveva dedicato alla città pugliese e al suo prezioso centro storico, tuttora minacciato di stravolgimento. Per ricordare Leogrande riproduciamo un articolo di Salvatore Romeo uscito sul sito Siderlandia e ne pubblichiamo uno di Stefania Castellana

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Cultura, Politica, Azione. Un racconto a tre voci sulle origini dell’Associazione Bianchi Bandinelli

In occasione del venticinquesimo anniversario dell’Associazione Bianchi Bandinelli (1991-2016) è stato realizzato un video dal titolo Cultura, Politica, Azione, un racconto a tre voci sulle origini dell’Associazione Bianchi Bandinelli, a cura di Claudio Gamba, Cettina Mangano, Sara Parca e Stefania Ventra. Abbiamo il piacere di rendere noto che il documentario è pubblicato sul canale Youtube dell’Associazione e può essere visualizzato al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=Ry0vTZynGnM&t=312s