Post-scriptum
Il materiale che costituisce questo libretto
era stato raccolto agli inizi del mese di luglio 1973 e doveva essere
pubblicato rapidamente. Ma circostanze imprevedibili e per me
paralizzanti, lo hanno ritardato. Nel frattempo, con la costituzione del
governo Rumor alla fine di giugno, era stato istituito un ministero dei
Beni Culturali, affidato al senatore Ripamonti (Dc), inizialmente senza
portafoglio, ma in via di trasformazione in un ministero a pieno titolo.
Per quanto si possa essere contrari alla proliferazione dei ministeri
(alcuni dei quali del tutto pretestuosi), l’istituzione di un ministero
dei Beni Culturali poteva essere considerata quale un passo avanti verso
una soluzione di questi annosi e spesso dolorosi problemi, e il fatto
che esso non sia stato aggregato al Turismo è un segno di resipiscenza
rispetto ai progetti di un recente passato.
Il sen. Ripamonti fece alcune dichiarazioni al
gruppo interparlamentare «Amici dell’Arte», presieduto dal sen.
Pieraccini, che inducevano a qualche ottimismo. Il nuovo ministero (si è
letto nel resoconto dei giornali) sarebbe nato su basi atipiche, con
criteri innovativi e di rapida funzionalità; sarebbe stata prevista
l’istituzione di un Consiglio nazionale dei B.C. con funzioni non solo
consultive, ma anche deliberative (e questo è un punto fondamentale) e
con il compito di svolgere azione di orientamento e coordinamento. Se a
ciò si aggiunge che il ministro sottolineò la necessità della
partecipazione degli enti locali e delle forze culturali all’azione di
salvaguardia e valorizzazione del patrimonio culturale, si sarebbe
potuto supporre che i progetti del ministro non fossero molto lontani
dalle proposte avanzate in sede regionale per la istituzione di una
Consulta nazionale.
Ma poi le cose si sono rapidamente guastate,
non sappiamo se per intervento di pressioni burocratiche o di noti
personaggi che ambiscono al solito ruolo di matador, o per l’una e
l’altra cosa insieme. Sta di fatto che circolano, sia pure in modo non
ufficiale, progetti di legge-delega per dar corpo al nuovo ministero,
nei quali vengono recepite quasi tutte le proposte delle Commissioni
Franceschini e Papaldo già criticate e respinte dalle istanze più
responsabili, pur tenendole in formulazioni vaghe che dovrebbero evitare
gli allarmi (mentre le proposte più accettabili sono formulate in modo
esplicito). Siamo dunque ancora di fronte a un tentativo di
mistificazione (cfr. p. 286).
Il fatto che il presidente del Consiglio
nazionale dei Beni Culturali venga previsto nella persona di un
«tecnico», ripropone il pericolo che era insito nella proposta di una
Azienda autonoma avanzata dalla Commissione Franceschini, cioè della
indiscriminata autorità di un personaggio che non sarebbe, come lo è il
ministro, responsabile dinanzi al Parlamento e dal quale dipenderebbe
tutto l’orientamento in fatto di B.C., sul piano nazionale. (Ricordiamo,
per esempio, il danno irreparabile che la incontrastata autorità di Ugo
Ojetti negli anni trenta ha portato alle nostre gallerie d’arte moderna,
alle quali manca tutta la pittura dagli impressionisti in poi, perché
Ojetti preferiva i macchiaioli). Il ministero dei B.C., diverrebbe,
praticamente, una azienda privata e clientelare. Si ha l’impressione che
si stia ripetendo, nella forma esteriore e nella sostanza, il giuoco che
fu tentato nel 1967 quando circolò un progetto legislativo che sollevò
la più vivace opposizione (cfr. pp. 159-60).
Nello schema di progetto in questione si parla
di autonomia amministrativa delle soprintendenze (una annosa
aspirazione), ma poi non si precisa nulla circa i poteri del
soprintendente, sicché l’indicazione rimane puramente retorica.
Rispetto agli enti locali e alle Regioni non si
va oltre al riconoscimento di generiche «rispettive competenze», che
evidentemente sono intese nei limiti del decreto presidenziale 15
gennaio 1972 n. 8 relativo agli istituti degli enti locali, e ogni
futura normativa resta delegata al governo. Nessuna visione chiara e
concreta (quale distanza da quanto è espresso nella relazione della
Regione emiliana!) circa i modi di un intervento organico e globale nei
territorio; si sottolinea, anzi, la necessità di smembrare ulteriormente
le competenze fra organismi settoriali a carattere specialistico.
La tenacia con la quale non si vuoi capire
impegna, dunque, nonostante le apparenti «novità» e nonostante i primi
indizi favorevoli, a una decisa e vivace battaglia culturale e politica,
ora che proposte concrete e ricche di possibilità positive sono state
portate innanzi, e sono quelle delle Regioni culturalmente e
politicamente più avanzate. Ma sappiamo bene che i «ministeri della
spesa» non sono disposti a cedere alle Regioni una parte dei fondi
iscritti negli stati di previsione dei loro dicasteri per funzioni
trasferite agli enti regionali (e sembra che abbiano anche trovato il
modo di far scomparire duemila miliardi di residui passivi, 1050 dei
quali dovevano essere attribuiti alle Regioni a statuto ordinario).
Mi è giunto in questi giorni un volume
(edizioni De Luca, Roma 1972) con un bel titolo: Il museo come
esperienza sociale. Esso contiene gli atti di un convegno tenuto in
Roma agli inizi di dicembre del 1971 del quale non mi era mai giunta
alcuna notizia. Era stato indetto dagli istituti di Pedagogia e di
Storia dell’arte della facoltà di Magistero di Roma, dalla Commissione
ministeriale per la didattica dei musei, dalla Associazione nazionale
dei musei italiani e da «Italia Nostra». Il comitato esecutivo era
composto dai proff. Pietro Romanelli, Luigi Volpicelli, Luciano Berti,
Paola della Pergola, Luigi Grassi, Raffaele Laporta, Serena Madonna,
Mario Moretti, Carlo Pietrangeli, Franco Russoli e dr. Antonio Thiery. E
il Convegno era posto sotto l’alto patronato del Presidente della
Repubblica e di un imponente Comitato d’onore. Gli Atti contengono una
quarantina di interventi, alcuni dei quali non mancano di osservazioni
interessanti, di personali esperienze e di recriminazioni sulle note
carenze dell’amministrazione delle AA.BB.AA.
Ma il fatto che tutto rimanga chiuso nel
sistema vigente rende desolante e inutile la lettura del volume. Si
sente che sotto a ogni intervento vi è una insoddisfazione e una
sfiducia che non si vogliono esprimere. Sicché tutto resta come prima e
ogni parola diviene retorica. E basta uno sguardo alle mozioni finali.
Che cosa si chiede, si auspica, per mutare lo stato attuale delle cose,
che tutti dichiarano insoddisfacente Che i musei possano essere aperti
anche nel pomeriggio e alla sera (quando si è constatato che molti musei
sono parzialmente o totalmente chiusi per mancanza di personale); che si
dia un riconoscimento qualificante alle persone che svolgono funzioni di
guide didattiche; e si invita il governo a provvedere all’assunzione di
almeno 2000 unità di custodia. Non manca, naturalmente, la ripetizione
del voto annoso (ultradecennale) per la sistemazione della Galleria
Nazionale in palazzo Barberini, nei locali acquistati a questo scopo
dallo Stato e pervicacemente occupati da un circolo delle Forze Armate.
Sembrano magri risultati per aver movimentato tante illustri persone. Ma
questa è la sorte inevitabile di tutte le iniziative ufficiali, sino a
che non si arriverà a un rinnovamento degli indirizzi politici, degli
equilibri interni e dei metodi di governo dell’attuale partito di
maggioranza, o alla fine di tale sua qualifica.
Le pagine qui raccolte potranno forse
contribuire a orientare qualche lettore, a chiarire meglio la natura e
la dialettica dei problemi inerenti alla tutela e alla fruizione dei
beni culturali, e, per sopramercato, a far comprendere la natura
politica anche di questi problemi e del blocco di interessi settoriali
che si oppongono a una profonda azione di risanamento degli organismi
che li governano.
Con tutto ciò debbo dire che, a me, questo
libretto non piace, non mi soddisfa. Lo lascio pubblicare contro voglia
all’editore che me lo aveva proposto. Ad esso fa difetto una linea
unitaria, un più continuativo e coerente impegno per la esposizione di
tutti i problemi inerenti. La mia difesa dei B.C. non ha avuto, infatti,
mai un carattere di battaglia programmatica, ma è stata sempre
occasionale; soprattutto per mancanza di fiducia nella efficacia che
potevo conseguire. Essa è divenuta più coerente dopo che una certa dose
di fiducia risorse in me per l’azione promossa dalle Regioni, nella
quale trovai finalmente vero impegno e competente buona volontà. Se,
come è auspicabile, la questione potrà essere affrontata in sede
politica dal Pci, forse un passo avanti decisivo potrà essere fatto, se
non altro contrapponendo una visione chiara e organica alle volutamente
fumose ed equivoche proposte governative.
Questi scritti hanno finito, inoltre, per
contenere troppi elementi personali. Ciò è forse legato al fatto che le
pagine che collegano i testi raccolti sono state tutte stese (insieme ad
altre cose) nell’assoluto isolamento di una lunga degenza ospedaliera,
il che ha, senza dubbio, favorito l’indulgere a una tendenza
memorialistica, che è propria delle persone di età avanzata, le quali
vedono concludersi, ormai a breve termine, il proprio ciclo di
partecipazione alle vicende del proprio tempo.
r.b.b.
Roma, 30 novembre 1973.