Associazione Bianchi Bandinelli

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LA BIBLIOTECA DI GIANO

Libri del passato per guardare al futuro dei Beni Culturali e Ambientali

 

 

Ranuccio Bianchi Bandinelli

 

 

AA. BB. AA. e B.C.

 

L'Italia storica e artistica

allo sbaraglio

 

 

 

"Dissensi  51",

De Donato, Bari 1974

 

 

Commento (a cura della redazione di www.bianchibandinelli.it )

 

Il volume, l'ultimo pubblicato da Bianchi Bandinelli (stampato nel gennaio 1974, un anno prima della morte del grande archeologo), è una raccolta di interventi e articoli sulla tutela dei beni culturali tra loro raccordati con commenti e integrazioni che ne fanno un libro nuovo e organico, una testimonianza amara e appassionata del suo impegno in difesa del nostro patrimonio artistico, della sua militanza, insieme culturale e politica, portata avanti nel secondo dopoguerra, a partire dalla carica di Direttore generale delle Antichità e Belle Arti (1945-47), continuata lungo gli anni Cinquanta fino alle dimissioni nel 1960 dal Consiglio Superiore delle AA. e BB. AA. e poi ancora per tutti gli anni Sessanta. Un libro pieno di sdegno per le nefandezze perpetuate alle testimonianze culturali del Paese, ma anche pieno di sincera e instancabile passione civile.

 

Del volume riproduciamo il SOMMARIO, il POST-SCRIPTUM e la QUARTA di COPERTINA

 

SOMMARIO DEL VOLUME

 

 

In luogo di prefazione, p. 5

 

I. L’ITALIA STORICA E ARTISTICA ALLO SBARAGLIO, p. 11

Assalto all’Italia artistica, p. 24

Il caso della città di Siena, p. 33

Situazione dell’archeologia italiana, p. 42

 

Il. L’ARCHEOLOGIA E LE COMMISSIONI D’INDAGINE, p. 53

Sicilia archeologica e turistica, p. 56

Situazione e prospettive della ricerca archeologica in Italia, p. 68

Problemi della tutela del patrimonio artistico, storico, bibliografico e paesistico, p. 92

 

III. L’INTERVENTO DEGLI ENTI LOCALI E DELLE REGIONI, p. 131

La coscienza dell’Italia, p. 136

Corriamo a vedere i capolavori d’arte prima che li rubino, p. 163

Funzione delle Regioni, p. 167

Relazione di San Gimignano, p. 178

Sensibilizzazione dell’opinione pubblica portanza dei beni archeologici, p. 201

Presa di posizione del PCI, p. 209

La mercificazione dei Beni Culturali, p. 214

Lo sfacelo delle Belle Arti, p. 221

Le proposte delle Regioni, p. 228

La relazione introduttiva alla proposta della Regione Toscana, p. 232

Post-scriptum, p. 251

 

APPENDICE

I. Intermezzo di fantascienza. Le magnifiche sorti e progressive (1985), p. 259

II. L’attività del gruppo dei « Dialoghi di Archeologia », p. 272

« Dialoghi di Archeologia ». Documenti e Discussioni (riassunti), p. 276

 

 

 

Post-scriptum

Il materiale che costituisce questo libretto era stato raccolto agli inizi del mese di luglio 1973 e doveva essere pubblicato rapidamente. Ma circostanze imprevedibili e per me paralizzanti, lo hanno ritardato. Nel frattempo, con la costituzione del governo Rumor alla fine di giugno, era stato istituito un ministero dei Beni Culturali, affidato al senatore Ripamonti (Dc), inizialmente senza portafoglio, ma in via di trasformazione in un ministero a pieno titolo. Per quanto si possa essere contrari alla proliferazione dei ministeri (alcuni dei quali del tutto pretestuosi), l’istituzione di un ministero dei Beni Culturali poteva essere considerata quale un passo avanti verso una soluzione di questi annosi e spesso dolorosi problemi, e il fatto che esso non sia stato aggregato al Turismo è un segno di resipiscenza rispetto ai progetti di un recente passato.

Il sen. Ripamonti fece alcune dichiarazioni al gruppo interparlamentare «Amici dell’Arte», presieduto dal sen. Pieraccini, che inducevano a qualche ottimismo. Il nuovo ministero (si è letto nel resoconto dei giornali) sarebbe nato su basi atipiche, con criteri innovativi e di rapida funzionalità; sarebbe stata prevista l’istituzione di un Consiglio nazionale dei B.C. con funzioni non solo consultive, ma anche deliberative (e questo è un punto fondamentale) e con il compito di svolgere azione di orientamento e coordinamento. Se a ciò si aggiunge che il ministro sottolineò la necessità della partecipazione degli enti locali e delle forze culturali all’azione di salvaguardia e valorizzazione del patrimonio culturale, si sarebbe potuto supporre che i progetti del ministro non fossero molto lontani dalle proposte avanzate in sede regionale per la istituzione di una Consulta nazionale.

Ma poi le cose si sono rapidamente guastate, non sappiamo se per intervento di pressioni burocratiche o di noti personaggi che ambiscono al solito ruolo di matador, o per l’una e l’altra cosa insieme. Sta di fatto che circolano, sia pure in modo non ufficiale, progetti di legge-delega per dar corpo al nuovo ministero, nei quali vengono recepite quasi tutte le proposte delle Commissioni Franceschini e Papaldo già criticate e respinte dalle istanze più responsabili, pur tenendole in formulazioni vaghe che dovrebbero evitare gli allarmi (mentre le proposte più accettabili sono formulate in modo esplicito). Siamo dunque ancora di fronte a un tentativo di mistificazione (cfr. p. 286).

Il fatto che il presidente del Consiglio nazionale dei Beni Culturali venga previsto nella persona di un «tecnico», ripropone il pericolo che era insito nella proposta di una Azienda autonoma avanzata dalla Commissione Franceschini, cioè della indiscriminata autorità di un personaggio che non sarebbe, come lo è il ministro, responsabile dinanzi al Parlamento e dal quale dipenderebbe tutto l’orientamento in fatto di B.C., sul piano nazionale. (Ricordiamo, per esempio, il danno irreparabile che la incontrastata autorità di Ugo Ojetti negli anni trenta ha portato alle nostre gallerie d’arte moderna, alle quali manca tutta la pittura dagli impressionisti in poi, perché Ojetti preferiva i macchiaioli). Il ministero dei B.C., diverrebbe, praticamente, una azienda privata e clientelare. Si ha l’impressione che si stia ripetendo, nella forma esteriore e nella sostanza, il giuoco che fu tentato nel 1967 quando circolò un progetto legislativo che sollevò la più vivace opposizione (cfr. pp. 159-60).

Nello schema di progetto in questione si parla di autonomia amministrativa delle soprintendenze (una annosa aspirazione), ma poi non si precisa nulla circa i poteri del soprintendente, sicché l’indicazione rimane puramente retorica.

Rispetto agli enti locali e alle Regioni non si va oltre al riconoscimento di generiche «rispettive competenze», che evidentemente sono intese nei limiti del decreto presidenziale 15 gennaio 1972 n. 8 relativo agli istituti degli enti locali, e ogni futura normativa resta delegata al governo. Nessuna visione chiara e concreta (quale distanza da quanto è espresso nella relazione della Regione emiliana!) circa i modi di un intervento organico e globale nei territorio; si sottolinea, anzi, la necessità di smembrare ulteriormente le competenze fra organismi settoriali a carattere specialistico.

La tenacia con la quale non si vuoi capire impegna, dunque, nonostante le apparenti «novità» e nonostante i primi indizi favorevoli, a una decisa e vivace battaglia culturale e politica, ora che proposte concrete e ricche di possibilità positive sono state portate innanzi, e sono quelle delle Regioni culturalmente e politicamente più avanzate. Ma sappiamo bene che i «ministeri della spesa» non sono disposti a cedere alle Regioni una parte dei fondi iscritti negli stati di previsione dei loro dicasteri per funzioni trasferite agli enti regionali (e sembra che abbiano anche trovato il modo di far scomparire duemila miliardi di residui passivi, 1050 dei quali dovevano essere attribuiti alle Regioni a statuto ordinario).

 

Mi è giunto in questi giorni un volume (edizioni De Luca, Roma 1972) con un bel titolo: Il museo come esperienza sociale. Esso contiene gli atti di un convegno tenuto in Roma agli inizi di dicembre del 1971 del quale non mi era mai giunta alcuna notizia. Era stato indetto dagli istituti di Pedagogia e di Storia dell’arte della facoltà di Magistero di Roma, dalla Commissione ministeriale per la didattica dei musei, dalla Associazione nazionale dei musei italiani e da «Italia Nostra». Il comitato esecutivo era composto dai proff. Pietro Romanelli, Luigi Volpicelli, Luciano Berti, Paola della Pergola, Luigi Grassi, Raffaele Laporta, Serena Madonna, Mario Moretti, Carlo Pietrangeli, Franco Russoli e dr. Antonio Thiery. E il Convegno era posto sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica e di un imponente Comitato d’onore. Gli Atti contengono una quarantina di interventi, alcuni dei quali non mancano di osservazioni interessanti, di personali esperienze e di recriminazioni sulle note carenze dell’amministrazione delle AA.BB.AA.

Ma il fatto che tutto rimanga chiuso nel sistema vigente rende desolante e inutile la lettura del volume. Si sente che sotto a ogni intervento vi è una insoddisfazione e una sfiducia che non si vogliono esprimere. Sicché tutto resta come prima e ogni parola diviene retorica. E basta uno sguardo alle mozioni finali. Che cosa si chiede, si auspica, per mutare lo stato attuale delle cose, che tutti dichiarano insoddisfacente Che i musei possano essere aperti anche nel pomeriggio e alla sera (quando si è constatato che molti musei sono parzialmente o totalmente chiusi per mancanza di personale); che si dia un riconoscimento qualificante alle persone che svolgono funzioni di guide didattiche; e si invita il governo a provvedere all’assunzione di almeno 2000 unità di custodia. Non manca, naturalmente, la ripetizione del voto annoso (ultradecennale) per la sistemazione della Galleria Nazionale in palazzo Barberini, nei locali acquistati a questo scopo dallo Stato e pervicacemente occupati da un circolo delle Forze Armate. Sembrano magri risultati per aver movimentato tante illustri persone. Ma questa è la sorte inevitabile di tutte le iniziative ufficiali, sino a che non si arriverà a un rinnovamento degli indirizzi politici, degli equilibri interni e dei metodi di governo dell’attuale partito di maggioranza, o alla fine di tale sua qualifica.

 

Le pagine qui raccolte potranno forse contribuire a orientare qualche lettore, a chiarire meglio la natura e la dialettica dei problemi inerenti alla tutela e alla fruizione dei beni culturali, e, per sopramercato, a far comprendere la natura politica anche di questi problemi e del blocco di interessi settoriali che si oppongono a una profonda azione di risanamento degli organismi che li governano.

Con tutto ciò debbo dire che, a me, questo libretto non piace, non mi soddisfa. Lo lascio pubblicare contro voglia all’editore che me lo aveva proposto. Ad esso fa difetto una linea unitaria, un più continuativo e coerente impegno per la esposizione di tutti i problemi inerenti. La mia difesa dei B.C. non ha avuto, infatti, mai un carattere di battaglia programmatica, ma è stata sempre occasionale; soprattutto per mancanza di fiducia nella efficacia che potevo conseguire. Essa è divenuta più coerente dopo che una certa dose di fiducia risorse in me per l’azione promossa dalle Regioni, nella quale trovai finalmente vero impegno e competente buona volontà. Se, come è auspicabile, la questione potrà essere affrontata in sede politica dal Pci, forse un passo avanti decisivo potrà essere fatto, se non altro contrapponendo una visione chiara e organica alle volutamente fumose ed equivoche proposte governative.

Questi scritti hanno finito, inoltre, per contenere troppi elementi personali. Ciò è forse legato al fatto che le pagine che collegano i testi raccolti sono state tutte stese (insieme ad altre cose) nell’assoluto isolamento di una lunga degenza ospedaliera, il che ha, senza dubbio, favorito l’indulgere a una tendenza memorialistica, che è propria delle persone di età avanzata, le quali vedono concludersi, ormai a breve termine, il proprio ciclo di partecipazione alle vicende del proprio tempo.

r.b.b.

Roma, 30 novembre 1973.

 

Quarta di copertina