La seduta
conclusiva alla Camera dei Deputati
(Discorso di replica, emendamenti e
ordini del giorno: 23 gennaio 1975)
Riportiamo un ampio stralcio
dal Discorso pronunciato da SPADOLINI
(pp. 10-21 del volume):
[…]
La scelta che ha ispirato
questo provvedimento del Governo è stata una scelta culturale prima
ancora che politica. Il governo ha voluto cioè recepire, negli scarni e
avari articoli di questo decreto-legge, il travaglio di un decennio di
vita italiana. Un decennio che come è stato ricordato da parecchi
componenti di questa Assemblea si può far risalire alla data d’inizio
dei lavori della commissione Franceschini (1964), quella commissione che
dopo un’ampia, analitica, approfondita indagine durata tre anni,
consegnò le sue conclusioni in un documento fondamentale sullo stato,
già allora allarmante, di depauperazione e di decadimento dei nostri
beni e dei nostri valori culturali, con la finale proposta di una
gestione autonoma, sia pure in quella fase, come hanno opportunamente
ricordato gli onorevoli Masullo e Romita, ispirata alla semplice formula
di una agenzia, cioè di un’arma ancora più snodata e sottratta ai
vincoli e ai lacci, tanto spesso paralizzanti, della pubblica
amministrazione.
Questo travaglio subì poi
un’ulteriore evoluzione con la successiva commissione Papaldo che,
proprio di fronte alle difficoltà spesso insormontabili del nostro
apparato amministrativo (così obsoleto e legato a strutture antiquate),
ravvisò l’opportunità della creazione di un vero e proprio ministero,
affinché esso avesse (lo ha detto bene l’onorevole Bardotti poco fa)
l’autorità di essere l’unico interlocutore del Parlamento. Ed ecco oggi
il ministero, come interlocutore del Parlamento, come promotore di una
iniziativa unitaria culturale e politica in vista di apprestare a tutti
i livelli gli strumenti necessari perché a questa tutela si provveda in
forme meno sporadiche, meno frammentarie, meno disarticolate, meno
inefficaci del passato lontano e recente.
Troppo grave è davanti a
tutti noi quello che in questa alta discussione, da tutti i settori di
questa Assemblea, è risuonato: il cahier des doléances che
riunisce gli ambienti più disparati del paese, che ha alimentato
iniziative benefiche di associazioni come Italia Nostra (per
ricordarne solo una) che fu un po’ profeta e anticipatrice in questo
campo per la tutela dei beni culturali non meno che ambientali, che ha
sollecitato l’ha detto l’onorevole Giannantoni un’infinità di
dibattiti, di convegni, che tanto più hanno elevato la loro voce negli
anni scorsi, tanto meno è sembrato che si riflettessero in atti
conseguenti e compiuti di volontà politica da parte del potere centrale.
E vorrei ricordare che il
problema, già grave intorno agli anni ’70, il problema punteggiato dai
fatti di Venezia e di Firenze che pure qui sono stati ricordati, diventò
gravissimo nel momento in cui un precedente Governo di centro-sinistra
compì, sotto la presidenza dell’onorevole Rumor, una scelta coraggiosa,
che fu quella, nel luglio del 1973 di nominare un ministro senza
portafoglio per i beni culturali. Questo fatto non doveva essere certo
la prefazione o l’auspicio dell’aggiunta di un motivo ornamentale e
decorativo, come troppo spesso sono in questo paese i ministri senza
portafoglio, ma doveva costituire soltanto il primo passo per una
definizione e vorrei dire spartizione di competenze fra i settori che
avevano prima giurisdizione sui beni culturali e quest’unico centro
motore su cui ormai convergevano tutte le forze politiche e culturali,
destinato a tradursi sia pure nei limiti angusti di leggi vecchie nel
solo strumento possibile, fino a che non riformeremo tutti i ministeri e
le nostre strutture amministrative (e temo che ci sia ancora del tempo,
tempo in ogni caso che i nostri beni artistici e culturali non possono
aspettare), cioè il ministero.
Nel 1973, con
l’instaurazione di quel ministero senza portafoglio affidato al collega
Ripamonti ed abbinato ad un altro senza portafoglio per l’ambiente (più
nel senso ecologico che nel senso che oggi preciseremo del nostro
ministero) affidato al collega Corona, fu sanzionata da parte del potere
politico una scelta culturale e politica insieme che sull’immediato non
solo non dette risultati positivi, ma aggravò una situazione già grave.
E perché? Ma perché generò un moto di aspettazioni, di fervori, di
speranze, nella stessa negletta e trascurata amministrazione delle belle
arti, cui non corrisposero i fatti. Nonostante il suo personale e
generoso impegno, che ho avuto occasione di ricordare al Senato, il
collega Ripamonti neanche riuscì a portare al concerto dei tanti
ministri interessati, a questi concerti che sembrano inseparabili dalla
nostra pubblica amministrazione, il pur meditato, esauriente ed
equilibrato progetto di legge che certo servirà per l’ulteriore
normazione legislativa del nostro settore, relativo alla trasformazione
del ministero stesso in un organo pieno con competenze ben delineate e
precisate.
Certo questo lavoro della
commissione Ripamonti, che opportunamente sondò anche gli organismi
regionali interessati in via primaria a questo settore — come avrò modo
di chiarire nel corso della mia replica — è stato prezioso perché noi
oggi, a tempi di primato, tempi che il Parlamento ha rispettato con la
sua volontà altrettanto rapida di approfondire e portare a termine
questa discussione, abbiamo potuto presentare in questo testo quello che
era un po’ il frutto di una communis opinio maturata
precedentemente e tante volte riflessa nelle aule delle Commissioni
parlamentari e delle Assemblee: il fatto di un dicastero capace di
svincolare dal Ministero della pubblica istruzione tutta l’area dei beni
non scolastici e di sottrarre al Ministero dell’interno tutta l’area
degli archivi di Stato, che sono un settore essenziale del patrimonio
culturale del paese, non meno dell’area dei beni culturali e non
dell’informazione, legati alla Presidenza del Consiglio.
Su questa parte, che si
traduce nel testo emendato, migliorato e arricchito dal Senato, non
c’era sostanzialmente contrasto laddove — lo tratterò più a fondo nel
corso della mia replica — esistevano ed esistono dubbi sull’area dello
spettacolo, che pure, secondo gli intendimenti del Governo dovrà passare
— sono d’accordo, onorevole Romita — al Ministero per i beni culturali e
ambientali non appena risolti quei problemi di definizione legislativa,
voi sapete quanto drammatici, che attendono ancora il loro scioglimento.
Ebbene, l’istituzione della
carica di ministro senza portafoglio aveva avuto la virtù di accentuare
queste attese e di accentuare la disperazione per le attese mancate; di
generare nei settori periferici delle belle arti, delle antichità, delle
biblioteche, una speranza cui non aveva corrisposto nessuna effettiva
realizzazione; di distaccare ancora di più questo settore dalla pubblica
istruzione, senza creare un interlocutore valido per gli interessati
stessi.
Già nella storia italiana
questa direzione generale delle antichità e belle arti, che è poi il
nucleo centrale del nuovo Ministero, ha sempre avuto una sua vita in
qualche misura autonoma dalla pubblica istruzione; è un tema degno di
essere ricordato. Non a caso nacque esattamente cento anni fa, di questi
giorni, e fu per molti decenni la sola direzione generale della pubblica
istruzione, quasi il nucleo di un piccolo ministero autonomo, che
proprio nel 1919, nell’autunno dell’età liberale, si tradusse in un
tentativo, che durò pochissimi anni, che poi il fascismo soppresse, di
sottosegretariato alle belle arti e alle antichità, con rango di
dicastero. Tanto è vero che al termine «dicastero» si riferisce, nella
circolare inviata al suo personale, il primo titolare di questo
sottosegretariato, un grande studioso di arte veneziana, Pompeo Molmenti,
il quale sottolineava, nel novembre 1919, che proprio con questo organo
finalmente l’Italia provvedeva, a una migliore tutela e conservazione
dei beni culturali e archeologici. Un dicastero che recepiva il
travaglio legislativo dell’Italia giolittiana, di quell’Italietta, che
pur coi suoi limiti, fin dal primo decennio del secolo, aveva impostato
con chiarezza il problema del valore pubblico e collettivo del
patrimonio artistico.
Negli stessi anni in cui
Giolitti realizzava il monopolio delle assicurazioni e preparava il
suffragio universale, il valore di bene pubblico del bene culturale
emergeva dalle leggi Rosadi, cioè di un uomo che poi dieci anni dopo
doveva essere, insieme con Benedetto Croce ministro dell’istruzione,
sottosegretario alle belle arti, seguendo a Pompeo Molmenti e precedendo
l’ultimo, che fu un altro insigne umanista, Giovanni Calò.
Una direzione quindi delle
belle arti che ha una sua storia autonoma, che ha espresso addirittura
un suo dicastero autonomo, persino riaffiorato dopo la Liberazione con
il breve sottosegretariato alle belle arti, che un illustre studioso
toscano, Carlo Ludovico Ragghianti, occupò proprio nel fervore delle
speranze immediate, successive alla Liberazione e ancora precedenti alla
Costituente, fervore che poi di nuovo fu sommerso nel grande mare della
pubblica istruzione.
E qui dobbiamo essere molto
chiari; certo, molti colleghi, in Commissione e in aula,. sentono la
preoccupazione da me condivisa — l’ha detto con efficaci parole un uomo
di scuola vera qual è il collega e amico Biasini, che affettuosamente
ringrazio per il suo caldo augurio — che possano sorgere steccati fra i
due mondi. una preoccupazione cui, almeno per la parte che mi riguarda,
cercherò di rispondere suscitando e promuovendo le più ricche e
capillari forme di integrazione fra il settore scolastico ed il settore
non scolastico, di cui ha bisogno, e urgente bisogno, il nostro paese.
Ma, nella situazione
attuale, un punto è certo: il ministero della pubblica istruzione non
poteva far fronte a tutti i bisogni, quelli della scuola e gli altri di
questo immenso patrimonio non scolastico. Non a caso, in regimi diversi,
in ordinamenti capitalistici o comunistici, dalla Francia all’Unione
Sovietica, per citare solo due casi, tutto questo settore è stato da
molti anni sottratto alla competenza dei ministeri educativi; a parte il
fatto che i compiti educativi, per richiamarsi all’esempio di un paese
che molto ha dedicato all’educazione, l’URSS, non sono neppure
concentrati in un solo ministero, ma suddivisi in tre o quattro
dicasteri.
E in Italia esiste una
polemica aperta circa l’opportunità di collegare la ricerca scientifica
alla stessa università. Io ricordo che il senatore Fanfani, nell’ultimo
tentativo quadripartito, prima del governo bicolore dell’onorevole Moro,
ribadì la volontà di costituire un ministero della ricerca e
dell’università. Questo è un problema, onorevole Romita, su cui il
Parlamento sarà chiamato a discutere nei prossimi anni, anche perché mi
pare difficile unire l’università alla ricerca finché non saremo
riusciti almeno a riformarla e ad adeguarla a strutture moderne e
corrispondenti alle nuove e moltiplicate esigenze della popolazione
scolastica.
Comunque, sulla divisione
fra il bene culturale, inteso come dato preliminare della stessa scuola,
e la scuola, intesa come alimentatrice di una cultura di massa, esisteva
ed esiste una convinzione assoluta: l’associata gestione burocratica
era, in questo senso, perfino tecnicamente impossibile. Non a caso ci
siamo preoccupati — nel leale accordo realizzato con il collega
Malfatti, che colgo l’occasione per ringraziare dell’aperto spirito di
collaborazione dimostrato — di assicurare che nessun settore scolastico,
in questo momento, rebus sic stantibus, passi sotto la direzione
dei beni culturali, neanche i licei artistici, neanche le accademie di
belle arti, pur— così collegate con gli istituti nazionali di cultura.
Tutto ciò che è scolastico necessita di personale scolastico, in
particolare dopo l’importante svolta dei decreti delegati, salvo poi
ritrovare, in un futuro speriamo non lontano, per quanto riguarda le
accademie, i conservatori, i licei e le scuole d’arte, quei punti di
integrazione operativa e funzionale, che sono certamente indispensabili.
Si è detto da molte parti,
anche in questa Assemblea (lo ha detto con particolare impegno, in un
discorso ampio ed articolato, l’onorevole Giannantoni) che il
trasferimento di competenze da solo non basta a realizzare un nuovo
ministero che sia capace di promuovere una nuova politica della cultura.
Certo, collega Giannantoni e collega Romita (che pure ha trattato questo
tema), il trasferimento di competenze non basta, ma senza di esso è
impossibile pensare di iniziare quella più vasta, moderna e adeguata
politica dei beni culturali che da tanti anni è sollecitata da varie
sponde, ma che mancava, anche nel contatto con il Parlamento oltre che
con il paese, di uno strumento centrale, cui attribuire le
responsabilità (e saranno tante, troppe quelle che saranno attribuite al
responsabile dei beni culturali, per colpe certo non sue).
Ebbene, su questo punto, si
innesta una polemica, che ha avuto larga eco anche sulla stampa in
questi giorni, la polemica, cioè, se questo ministero debba essere —
come ha scritto l’amico Argan in un articolo sul Corriere della Sera
ripreso qui dall’onorevole Giannantoni e da altri — un «ministero di
competenti», oppure un ministero che si perda nei meandri della
burocrazia e che uccida ogni slancio rinnovatore nei gorghi del «tran
tran» quotidiano, di cui anch’io, per la mia brevissima esperienza di
governo, ho già pagato, quasi con fisica sofferenza, le spese.
Anche su questo punto
bisogna dire che, per realizzare il ministero non burocratizzato e non
centralizzato che ho auspicato (concetto ripreso anche dall’onorevole
Bardotti), occorre partire da quanto la situazione del paese ci
consente, cioè da strumenti operativi. Il decreto-legge ha solo questo
obiettivo, assai modesto, di assicurare strumenti operativi, perché il
ministero possa realizzare, con successive leggi, un ordinamento più
snello e moderno, anche in collegamento con quella ristrutturazione,
ricordata dal collega Romita, di tutta la pubblica amministrazione, che
è stata già approvata dal Senato e che verrà alla Camera per un più
ampio e approfondito esame, esame destinato a modificarne parecchi
lineamenti.
In quell’occasione, dovremo
affrontare il gravissimo problema, che tutti conoscete meglio di me,
delle competenze passate alle regioni. Questa è una ventata che
trasformerà la struttura di molti degli attuali ministeri, ai quali sono
rimaste le facciate, senza avere, all’interno, le stanze, un po’ come
accadde ai palazzi di Vienna, dopo i bombardamenti aerei: andando a
Vienna nel 1945, si potevano vedere questi palazzi in piedi, ma col
resto dell’edificio svuotato e sventrato dall’interno.
In questa opera, il nostro è
forse l’unico ministero che riesca a cogliere, nella realtà frastagliata
e spesso paralizzante degli ordinamenti attuali, un lineamento del
futuro, e che cerchi di obbedire a un’ispirazione rinnovatrice, creando
con gradualità e pazienza, senza miracolismi, almeno i mezzi che via via
ci consentiranno di andare incontro a queste esigenze e di promuovere
una più larga politica di intervento dello Stato in questo settore. Dico
dello Stato perché affronto qui il terzo tema, affiorato in questo
dibattito, come già al Senato — che è poi il tema di fondo — del
rapporto con le regioni.
Non c’è alcun dubbio che
l’area dei beni culturali fu chiaramente divisa dal costituente in una
sfera di pertinenza esclusiva delle regioni e in una sfera di pertinenza
esclusiva dello Stato. Il che pone il problema di una integrazione e di
un coordinamento necessari e improrogabili, proprio al fine di
assicurare quella che l’articolo 9 della Costituzione chiama la tutela
del patrimonio storico e artistico della nazione, oltre che la tutela
del paesaggio. Questa è una funzione che spetta alla Repubblica. Se
questo ministero non fosse nato dopo quattro anni di iniziative di
protezione e di tutela da parte delle regioni, iniziative stimolanti e
significative, dopo i vari progetti di legge che giacciono in questa
Assemblea, lo Stato, cui la Costituente affidò questo compito, avrebbe
del tutto abdicato a questa funzione.
Le metodologie scientifiche
non possono non essere affidate allo Stato, attraverso le
sovrintendenze, anche nel coordinamento con l’autonomia operativa dei
musei locali, musei che spesso funzionano meglio di quelli nazionali,
oberati da pesi schiaccianti, privi di mezzi, spesso abbandonati o
trascurati. Come possiamo pensare a questa difesa con criteri unici,
scientificamente unici, del patrimonio artistico se non creando uno
strumento il più possibile agile, che trasmetta queste direttive,
attraverso un rinnovato consiglio superiore, attraverso rinnovati
strumenti di contatto con gli esperti, a tutto il mondo che si articola
nella ricca e molteplice vita delle regioni?
Il fatto dell’esistenza di
questi poteri regionali, che questo ministero non vuole toccare, che
anzi intende rispettare, pone più che mai il problema di una iniziativa
dello Stato e di un rinnovamento della legge di tutela; legge di tutela
che è vecchia, che corrisponde ad una società essenzialmente agricola,
come poteva essere quella del 1939, di fronte ad un paese che si è
radicalmente trasformato, che ha conosciuto forme di industrializzazione
e migrazioni interne molto più grandi di quelle che caratterizzarono il
medioevo.
[…]