Associazione Bianchi Bandinelli

Istituto di studi ricerche e formazione fondato da Giulio Carlo Argan

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LA BIBLIOTECA DI GIANO

Libri del passato per guardare al futuro dei Beni Culturali e Ambientali

 

 

Giovanni Spadolini

 

Una politica per i beni culturali

 

Discorsi alla Camera e al Senato della Repubblica per la conversione del decreto istitutivo del Ministero

 

con appendice dei testi legislativi

 

 

Casa Editrice Colombo, s.l. [Roma] 1975

125 pagine

 

 

Commento (a cura della redazione di www.bianchibandinelli.it )

 

Il volumetto costituisce un documento di grande importanza della fase fondativa del Ministero per i Beni culturali e ambientali, attraverso i discorsi pronunciati dal primo titolare del dicastero (nato dopo la breve fase del Ministero senza portafoglio istituito nel 1973, che a sua volta nasceva dalle indicazioni della Commissione Papaldo e della precedente Commissione Franceschini). Il progetto spadoliniano di un Ministero atipico, di forte impronta tecnico-scientifica, si rivelerà purtroppo fallimentare e nel giro di pochi anni la nuova struttura assunse caratteri burocratici e centralistici. 

 

SOMMARIO DEL VOLUME

 

Premessa

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Parte prima

La seduta conclusiva alla Camera dei Deputati (Discorso di replica, emendamenti e ordini del giorno: 23 gennaio 1975)

[per leggerne un ampio stralcio, clicca qui]

 

Parte seconda

La replica al Senato (16 gennaio 1975)

 

Appendice

Dal decreto legge al disegno di conversione (Cronologia e documenti)

[per leggere il testo della Conologia, clicca qui]

Decreto legge 14 dicembre 1974, n. 657

Disegno di legge di conversione del decreto legge statutivo del Ministero per i beni culturali e ambientali

 

 

PREMESSA
 

Riunisco, in questo volumetto curato dalla casa editrice Colombo, gli atti più significativi dell’eccezionale processo legislativo che ha condotto al varo del ministero per i beni culturali e ambientali cominciando dal discorso di replica a Montecitorio nella seduta conclusiva del 23 gennaio 1975, col resoconto degli emendamenti e degli ordini del giorno presentati e discussi prima del voto finale, che consacrò la conversione del decreto-legge iniziale. Aggiungo, in una seconda parte, il testo integrale del discorso di replica al Senato pronunciato una settimana prima, il 16 gennaio 1975: nella stessa seduta che fu dominata da due importanti e significative iniziative legislative quali furono l’allargamento del contenuto originario del decreto col passaggio delle competenze relative agli archivi di stato, esclusi i documenti riservati dell’ultimo cinquantennio, e l’inserimento della delega per la ristrutturazione del ministero e dei suoi organi consultivi. Nell'appendice riunisco il testo del decreto legge e quello del disegno di legge di conversione: preceduti da una breve nota cronologica, redatta dall’ufficio studi del ministero.

Sono tre momenti, ma tutti essenziali. Nel giro di un mese, governo e Parlamento hanno riparato, in sostanziale sintonia, ad una negligenza e ad una trascuratezza ventennali. Un voto della cultura è stato attuato; una speranza del mondo degli studiosi è stata raccolta. Un principio di azione e di guida unitario è stato fissato: principio di riordinamento e di rinnovamento in un settore in cui la miseria degli interventi pubblici si era unita ad un costante deterioramento, e a una crescente degradazione, ad opera del tempo, degli elementi, della speculazione e degli interessi privati. Tocca ora al Parlamento assecondare i primi atti del nuovo ministero: un ministero che si considera a tutti gli effetti «costituente», quasi a rinnovare, in questa profonda e generale crisi delle istituzioni, le speranze e le attese dell’età formativa della Repubblica che seguì alla liberazione e si identificò nella formulazione del supremo patto costituzionale.

 

Febbraio 1975

G. S.

 

La seduta conclusiva alla Camera dei Deputati

(Discorso di replica, emendamenti e ordini del giorno: 23 gennaio 1975)

 

Riportiamo un ampio stralcio dal Discorso pronunciato da SPADOLINI

(pp. 10-21 del volume):

 

[…]

La scelta che ha ispirato questo provvedimento del Governo è stata una scelta culturale prima ancora che politica. Il governo ha voluto cioè recepire, negli scarni e avari articoli di questo decreto-legge, il travaglio di un decennio di vita italiana. Un decennio che come è stato ricordato da parecchi componenti di questa Assemblea si può far risalire alla data d’inizio dei lavori della commissione Franceschini (1964), quella commissione che dopo un’ampia, analitica, approfondita indagine durata tre anni, consegnò le sue conclusioni in un documento fondamentale sullo stato, già allora allarmante, di depauperazione e di decadimento dei nostri beni e dei nostri valori culturali, con la finale proposta di una gestione autonoma, sia pure in quella fase, come hanno opportunamente ricordato gli onorevoli Masullo e Romita, ispirata alla semplice formula di una agenzia, cioè di un’arma ancora più snodata e sottratta ai vincoli e ai lacci, tanto spesso paralizzanti, della pubblica amministrazione.

Questo travaglio subì poi un’ulteriore evoluzione con la successiva commissione Papaldo che, proprio di fronte alle difficoltà spesso insormontabili del nostro apparato amministrativo (così obsoleto e legato a strutture antiquate), ravvisò l’opportunità della creazione di un vero e proprio ministero, affinché esso avesse (lo ha detto bene l’onorevole Bardotti poco fa) l’autorità di essere l’unico interlocutore del Parlamento. Ed ecco oggi il ministero, come interlocutore del Parlamento, come promotore di una iniziativa unitaria culturale e politica  in vista di apprestare a tutti i livelli gli strumenti necessari perché a questa tutela si provveda in forme meno sporadiche, meno frammentarie, meno disarticolate, meno inefficaci del passato lontano e recente.

Troppo grave è davanti a tutti noi quello che in questa alta discussione, da tutti i settori di questa Assemblea, è risuonato: il cahier des doléances che riunisce gli ambienti più disparati del paese, che ha alimentato iniziative benefiche di associazioni come Italia Nostra (per ricordarne solo una) che fu un po’ profeta e anticipatrice in questo campo per la tutela dei beni culturali non meno che ambientali, che ha sollecitato  l’ha detto l’onorevole Giannantoni un’infinità di dibattiti, di convegni, che tanto più hanno elevato la loro voce negli anni scorsi, tanto meno è sembrato che si riflettessero in atti conseguenti e compiuti di volontà politica da parte del potere centrale.

E vorrei ricordare che il problema, già grave intorno agli anni ’70, il problema punteggiato dai fatti di Venezia e di Firenze che pure qui sono stati ricordati, diventò gravissimo nel momento in cui un precedente Governo di centro-sinistra compì, sotto la presidenza dell’onorevole Rumor, una scelta coraggiosa, che fu quella, nel luglio del 1973 di nominare un ministro senza portafoglio per i beni culturali. Questo fatto non doveva essere certo la prefazione o l’auspicio dell’aggiunta di un motivo ornamentale e decorativo, come troppo spesso sono in questo paese i ministri senza portafoglio, ma doveva costituire soltanto il primo passo per una definizione e vorrei dire spartizione di competenze fra i settori che avevano prima giurisdizione sui beni culturali e quest’unico centro motore su cui ormai convergevano tutte le forze politiche e culturali, destinato a tradursi sia pure nei limiti angusti di leggi vecchie nel solo strumento possibile, fino a che non riformeremo tutti i ministeri e le nostre strutture amministrative (e temo che ci sia ancora del tempo, tempo in ogni caso che i nostri beni artistici e culturali non possono aspettare), cioè il ministero.

Nel 1973, con l’instaurazione di quel ministero senza portafoglio affidato al collega Ripamonti ed abbinato ad un altro senza portafoglio per l’ambiente (più nel senso ecologico che nel senso che oggi preciseremo del nostro ministero) affidato al collega Corona, fu sanzionata da parte del potere politico una scelta culturale e politica insieme che sull’immediato non solo non dette risultati positivi, ma aggravò una situazione già grave. E perché? Ma perché generò un moto di aspettazioni, di fervori, di speranze, nella stessa negletta e trascurata amministrazione delle belle arti, cui non corrisposero i fatti. Nonostante il suo personale e generoso impegno, che ho avuto occasione di ricordare al Senato, il collega Ripamonti neanche riuscì a portare al concerto dei tanti ministri interessati, a questi concerti che sembrano inseparabili dalla nostra pubblica amministrazione, il pur meditato, esauriente ed equilibrato progetto di legge che certo servirà per l’ulteriore normazione legislativa del nostro settore, relativo alla trasformazione del ministero stesso in un organo pieno con competenze ben delineate e precisate.

Certo questo lavoro della commissione Ripamonti, che opportunamente sondò anche gli organismi regionali interessati in via primaria a questo settore — come avrò modo di chiarire nel corso della mia replica — è stato prezioso perché noi oggi, a tempi di primato, tempi che il Parlamento ha rispettato con la sua volontà altrettanto rapida di approfondire e portare a termine questa discussione, abbiamo potuto presentare in questo testo quello che era un po’ il frutto di una communis opinio maturata precedentemente e tante volte riflessa nelle aule delle Commissioni parlamentari e delle Assemblee: il fatto di un dicastero capace di svincolare dal Ministero della pubblica istruzione tutta l’area dei beni non scolastici e di sottrarre al Ministero dell’interno tutta l’area degli archivi di Stato, che sono un settore essenziale del patrimonio culturale del paese, non meno dell’area dei beni culturali e non dell’informazione, legati alla Presidenza del Consiglio.  

Su questa parte, che si traduce nel testo emendato, migliorato e arricchito dal Senato, non c’era sostanzialmente contrasto laddove — lo tratterò più a fondo nel corso della mia replica — esistevano ed esistono dubbi sull’area dello spettacolo, che pure, secondo gli intendimenti del Governo dovrà passare — sono d’accordo, onorevole Romita — al Ministero per i beni culturali e ambientali non appena risolti quei problemi di definizione legislativa, voi sapete quanto drammatici, che attendono ancora il loro scioglimento.

Ebbene, l’istituzione della carica di ministro senza portafoglio aveva avuto la virtù di accentuare queste attese e di accentuare la disperazione per le attese mancate; di generare nei settori periferici delle belle arti, delle antichità, delle biblioteche, una speranza cui non aveva corrisposto nessuna effettiva realizzazione; di distaccare ancora di più questo settore dalla pubblica istruzione, senza creare un interlocutore valido per gli interessati stessi.

Già nella storia italiana questa direzione generale delle antichità e belle arti, che è poi il nucleo centrale del nuovo Ministero, ha sempre avuto una sua vita in qualche misura autonoma dalla pubblica istruzione; è un tema degno di essere ricordato. Non a caso nacque esattamente cento anni fa, di questi giorni, e fu per molti decenni la sola direzione generale della pubblica istruzione, quasi il nucleo di un piccolo ministero autonomo, che proprio nel 1919, nell’autunno dell’età liberale, si tradusse in un tentativo, che durò pochissimi anni, che poi il fascismo soppresse, di sottosegretariato alle belle arti e alle antichità, con rango di dicastero. Tanto è vero che al termine «dicastero» si riferisce, nella circolare inviata al suo personale, il primo titolare di questo sottosegretariato, un grande studioso di arte veneziana, Pompeo Molmenti, il quale sottolineava, nel novembre 1919, che proprio con questo organo finalmente l’Italia provvedeva, a una migliore tutela e conservazione dei beni culturali e archeologici. Un dicastero che recepiva il travaglio legislativo dell’Italia giolittiana, di quell’Italietta, che pur coi suoi limiti, fin dal primo decennio del secolo, aveva impostato con chiarezza il problema del valore pubblico e collettivo del patrimonio artistico.

Negli stessi anni in cui Giolitti realizzava il monopolio delle assicurazioni e preparava il suffragio universale, il valore di bene pubblico del bene culturale emergeva dalle leggi Rosadi, cioè di un uomo che poi dieci anni dopo doveva essere, insieme con Benedetto Croce ministro dell’istruzione, sottosegretario alle belle arti, seguendo a Pompeo Molmenti e precedendo l’ultimo, che fu un altro insigne umanista, Giovanni Calò.

Una direzione quindi delle belle arti che ha una sua storia autonoma, che ha espresso addirittura un suo dicastero autonomo, persino riaffiorato dopo la Liberazione con il breve sottosegretariato alle belle arti, che un illustre studioso toscano, Carlo Ludovico Ragghianti, occupò proprio nel fervore delle speranze immediate, successive alla Liberazione e ancora precedenti alla Costituente, fervore che poi di nuovo fu sommerso nel grande mare della pubblica istruzione.

E qui dobbiamo essere molto chiari; certo, molti colleghi, in Commissione e in aula,. sentono la preoccupazione da me condivisa — l’ha detto con efficaci parole un uomo di scuola vera qual è il collega e amico Biasini, che affettuosamente ringrazio per il suo caldo augurio — che possano sorgere steccati fra i due mondi. una preoccupazione cui, almeno per la parte che mi riguarda, cercherò di rispondere suscitando e promuovendo le più ricche e capillari forme di integrazione fra il settore scolastico ed il settore non scolastico, di cui ha bisogno, e urgente bisogno, il nostro paese.

Ma, nella situazione attuale, un punto è certo: il ministero della pubblica istruzione non poteva far fronte a tutti i bisogni, quelli della scuola e gli altri di questo immenso patrimonio non scolastico. Non a caso, in regimi diversi, in ordinamenti capitalistici o comunistici, dalla Francia all’Unione Sovietica, per citare solo due casi, tutto questo settore è stato da molti anni sottratto alla competenza dei ministeri educativi; a parte il fatto che i compiti educativi, per richiamarsi all’esempio di un paese che molto ha dedicato all’educazione, l’URSS, non sono neppure concentrati in un solo ministero, ma suddivisi in tre o quattro dicasteri.

E in Italia esiste una polemica aperta circa l’opportunità di collegare la ricerca scientifica alla stessa università. Io ricordo che il senatore Fanfani, nell’ultimo tentativo quadripartito, prima del governo bicolore dell’onorevole Moro, ribadì la volontà di costituire un ministero della ricerca e dell’università. Questo è un problema, onorevole Romita, su cui il Parlamento sarà chiamato a discutere nei prossimi anni, anche perché mi pare difficile unire l’università alla ricerca finché non saremo riusciti almeno a riformarla e ad adeguarla a strutture moderne e corrispondenti alle nuove e moltiplicate esigenze della popolazione scolastica.

Comunque, sulla divisione fra il bene culturale, inteso come dato preliminare della stessa scuola, e la scuola, intesa come alimentatrice di una cultura di massa, esisteva ed esiste una convinzione assoluta: l’associata gestione burocratica era, in questo senso, perfino tecnicamente impossibile. Non a caso ci siamo preoccupati — nel leale accordo realizzato con il collega Malfatti, che colgo l’occasione per ringraziare dell’aperto spirito di collaborazione dimostrato — di assicurare che nessun settore scolastico, in questo momento, rebus sic stantibus, passi sotto la direzione dei beni culturali, neanche i licei artistici, neanche le accademie di belle arti, pur— così collegate con gli istituti nazionali di cultura. Tutto ciò che è scolastico necessita di personale scolastico, in particolare dopo l’importante svolta dei decreti delegati, salvo poi ritrovare, in un futuro speriamo non lontano, per quanto riguarda le accademie, i conservatori, i licei e le scuole d’arte, quei punti di integrazione operativa e funzionale, che sono certamente indispensabili.

Si è detto da molte parti, anche in questa Assemblea (lo ha detto con particolare impegno, in un discorso ampio ed articolato, l’onorevole Giannantoni) che il trasferimento di competenze da solo non basta a realizzare un nuovo ministero che sia capace di promuovere una nuova politica della cultura. Certo, collega Giannantoni e collega Romita (che pure ha trattato questo tema), il trasferimento di competenze non basta, ma senza di esso è impossibile pensare di iniziare quella più vasta, moderna e adeguata politica dei beni culturali che da tanti anni è sollecitata da varie sponde, ma che mancava, anche nel contatto con il Parlamento oltre che con il paese, di uno strumento centrale, cui attribuire le responsabilità (e saranno tante, troppe quelle che saranno attribuite al responsabile dei beni culturali, per colpe certo non sue).

Ebbene, su questo punto, si innesta una polemica, che ha avuto larga eco anche sulla stampa in questi giorni, la polemica, cioè, se questo ministero debba essere — come ha scritto l’amico Argan in un articolo sul Corriere della Sera ripreso qui dall’onorevole Giannantoni e da altri — un «ministero di competenti», oppure un ministero che si perda nei meandri della burocrazia e che uccida ogni slancio rinnovatore nei gorghi del «tran tran» quotidiano, di cui anch’io, per la mia brevissima esperienza di governo, ho già pagato, quasi con fisica sofferenza, le spese.

Anche su questo punto bisogna dire che, per realizzare il ministero non burocratizzato e non centralizzato che ho auspicato (concetto ripreso anche dall’onorevole Bardotti), occorre partire da quanto la situazione del paese ci consente, cioè da strumenti operativi. Il decreto-legge ha solo questo obiettivo, assai modesto, di assicurare strumenti operativi, perché il ministero possa realizzare, con successive leggi, un ordinamento più snello e moderno, anche in collegamento con quella ristrutturazione, ricordata dal collega Romita, di tutta la pubblica amministrazione, che è stata già approvata dal Senato e che verrà alla Camera per un più ampio e approfondito esame, esame destinato a modificarne parecchi lineamenti.

In quell’occasione, dovremo affrontare il gravissimo problema, che tutti conoscete meglio di me, delle competenze passate alle regioni. Questa è una ventata che trasformerà la struttura di molti degli attuali ministeri, ai quali sono rimaste le facciate, senza avere, all’interno, le stanze, un po’ come accadde ai palazzi di Vienna, dopo i bombardamenti aerei: andando a Vienna nel 1945, si potevano vedere questi palazzi in piedi, ma col resto dell’edificio svuotato e sventrato dall’interno.

In questa opera, il nostro è forse l’unico ministero che riesca a cogliere, nella realtà frastagliata e spesso paralizzante degli ordinamenti attuali, un lineamento del futuro, e che cerchi di obbedire a un’ispirazione rinnovatrice, creando con gradualità e pazienza, senza miracolismi, almeno i mezzi che via via ci consentiranno di andare incontro a queste esigenze e di promuovere una più larga politica di intervento dello Stato in questo settore. Dico dello Stato perché affronto qui il terzo tema, affiorato in questo dibattito, come già al Senato — che è poi il tema di fondo — del rapporto con le regioni.

Non c’è alcun dubbio che l’area dei beni culturali fu chiaramente divisa dal costituente in una sfera di pertinenza esclusiva delle regioni e in una sfera di pertinenza esclusiva dello Stato. Il che pone il problema di una integrazione e di un coordinamento necessari e improrogabili, proprio al fine di assicurare quella che l’articolo 9 della Costituzione chiama la tutela del patrimonio storico e artistico della nazione, oltre che la tutela del paesaggio. Questa è una funzione che spetta alla Repubblica. Se questo ministero non fosse nato dopo quattro anni di iniziative di protezione e di tutela da parte delle regioni, iniziative stimolanti e significative, dopo i vari progetti di legge che giacciono in questa Assemblea, lo Stato, cui la Costituente affidò questo compito, avrebbe del tutto abdicato a questa funzione.

Le metodologie scientifiche non possono non essere affidate allo Stato, attraverso le sovrintendenze, anche nel coordinamento con l’autonomia operativa dei musei locali, musei che spesso funzionano meglio di quelli nazionali, oberati da pesi schiaccianti, privi di mezzi, spesso abbandonati o trascurati. Come possiamo pensare a questa difesa con criteri unici, scientificamente unici, del patrimonio artistico se non creando uno strumento il più possibile agile, che trasmetta queste direttive, attraverso un rinnovato consiglio superiore, attraverso rinnovati strumenti di contatto con gli esperti, a tutto il mondo che si articola nella ricca e molteplice vita delle regioni?

Il fatto dell’esistenza di questi poteri regionali, che questo ministero non vuole toccare, che anzi intende rispettare, pone più che mai il problema di una iniziativa dello Stato e di un rinnovamento della legge di tutela; legge di tutela che è vecchia, che corrisponde ad una società essenzialmente agricola, come poteva essere quella del 1939, di fronte ad un paese che si è radicalmente trasformato, che ha conosciuto forme di industrializzazione e migrazioni interne molto più grandi di quelle che caratterizzarono il medioevo.

 

[…]

 

Dalla Appendice, intitolata "Dal decreto legge al disegno di conversione (Cronologia e documenti)", riportiamo la  Cronologia redatta dall'Ufficio Studi:

 

Nel discorso di investitura alle due Camere, pronunciato il 2 dicembre 1974, il presidente del Consiglio Aldo Moro rivolgeva un particolare e augurale saluto — dopo aver ricordato gli ex-presidenti del Consiglio Rumor e Colombo e il segretario del PRI Ugo La Malfa — al senatore Giovanni Spadolini, «al quale viene affidato — con l’impegno di una normalizzazione legislativa, tanto urgente quanto l’eccezionalità dell’esigenza richiede il compito di presiedere ad un nuovo ministero incentrato sulla gestione dei beni culturali, ivi compresi quelli inerenti allo spettacolo, e sulla tutela dell’ambiente».

Era l’annuncio, ufficiale, del decreto legge che il governo aveva deciso di inserire nel proprio programma costitutivo al fine di corrispondere, con un provvedimento di emergenza concordato con i partiti di governo e non contrastato pregiudizialmente dalle opposizioni, ad una situazione di assoluta e drammatica emergenza, situazione che investiva tutta l’area dei beni culturali sottoposta a una generale degradazione ed erosione.

Da quel momento parte l’iter del provvedimento di legge già operativo. Nella prima seduta del Consiglio dei ministri, successiva alla fiducia, ed esattamente il 14 dicembre, viene varato il decreto legge che il 19 viene presentato dal ministro ancora senza portafoglio, investito del riordinamento del settore, al Senato della Repubblica e successivamente pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Tra l’8 ed il 9 gennaio si svolgevano infatti i lavori della Commissione speciale per i problemi ecologici, presieduta dal Sen. Zanon, della Commissione per la Programmazione Economica, presieduta dal Sen. Caron, della Commissione per gli Affari Costituzionali, presieduta dal Sen. Tesauro, e della Commissione per la Istruzione Pubblica e Belle Arti, presieduta dal Sen. Cifarelli. Ed il 16 gennaio era l’aula di Palazzo Madama che poteva esprimere, attraverso le dichiarazioni del voto favorevole di tutti i gruppi, ad eccezione di quello comunista — contrario — e di quello della sinistra indipendente — astenuto — il suo consenso alla iniziativa del Governo: consenso che veniva manifestato in aula a grandissima maggioranza. Relatore il Sen. Alfonso Tesauro (DC), intervenivano nel dibattito i senatori Carmelo Dinaro, Franco Mariani, Gastone Nencioni e Armando Plebe (M.S.I. - D.N.), il senatore Salvatore Valitutti (P.L.I.), il senatore Renato Treu (D.C.), il senatore Michele Cifareffi (P.R.I.), i senatori Gaetano Arfè, Luigi Bloise e Achille Corona (P.S.I.) ed i senatori Gaspare Papa e Mario Venanzi (P.C.I.), ai quali replicava il Ministro Giovanni Spadolini con un discorso pubblicato da «La Voce Repubblicana» del 18 gennaio.

Al Senato il decreto subiva miglioramenti ed ampliamenti estremamente significativi, per i quali si rinvia al testo definitivo pubblicato in appendice di questo volumetto e dei quali si può trovare larga eco in tutta la vicenda parlamentare, che si spostava frattanto alla Camera dei Deputati. Dopo l’esame in sede consultiva delle Commissioni Bilancio, Istruzione e Belle Arti e Affari Costituzionali, svoltosi il 21 ed il 22 gennaio (in tutte le sedi parlava ampiamente il titolare del dicastero), già nella seduta del 22 pomeriggio l’aula di Montecitorio poteva assistere ai primi interventi degli On. Fortunato Aloi e Angelo Nicosia (M.S.I. - D.N.), dell’On. Vittorio Badini Confalonieri (P.L.I.), dell’On. Oddo Biasini (P.R.I.), dell’On. Michele Achilli (P.S.I.), dell’On. Gabriele Giannantoni (P.C.I.). Il giorno successivo, dopo gli interventi dell’On. Aldo Masullo (gruppo misto), dell’On. Pier Luigi Romita (P.S.D.I.), dell’On. Martino Bardotti e del relatore On. Bruno Vecchiarelli (D.C.), la Camera esprimeva anch’essa il suo «si» con 238 voti favorevoli e 156 voti contrari.

Prima delle operazioni di voto, il Ministro Spadolini, rispondendo a tutti gli oratori che avevano partecipato alla discussione, aveva dunque modo di tracciare «Una politica per i beni culturali» e di concludere così uno dei più vivi e stimolanti dibattiti parlamentari della VI legislatura.

Un dibattito che ha immancabilmente saputo associare — anche negli interventi di opposizione — lo spirito di proposta allo spirito di denuncia. Con discrezione e sobrietà, senza le enunciazioni enfatiche, e talvolta le pose gladiatorie, che avevano caratterizzato taluni aspetti delle precedenti battaglie «culturali» ed «ambientali», il Parlamento ha voluto offrire alla società italiana un interlocutore politico ed uno strumento amministrativo già adottato in altri Paesi europei.

Il 23 gennaio 1975, data non meno decisiva di quella del 14 dicembre 1974, è stata esaudita un’aspirazione che la cultura italiana, ma non solo italiana, aveva espresso da tempo e che lo stesso Parlamento aveva insistentemente fatta propria. Ma se ciò può sembrare — ed in qualche misura è — un punto di arrivo, interessa maggiormente che l’attribuzione del portafoglio sia, e sia intesa come un punto di partenza, e un impegno vincolante per il Parlamento non meno che per il Governo.

u. s.

Altri materiali nel sito:

Ministri e Sottosegretari responsabili delle Antichità e Belle Arti e dei Beni Culturali e Ambientali (1861-2006): Regno d'Italia  -  Repubblica Italiana

 

Gli Atti della "Commissione Franceschini": scheda sui volumi

 

G.C. Argan - M. Bonfatti Paini - G. Chiarante, Dodici leggi per i Beni Culturali del 1992.