Conclusioni
di
Massimo Montella
[stralci da pagg. 197-199 e
210-213]
[...]
Ma
prima ancora di tentare una sintesi dei lavori, che ne dia conto per
quanto possibile unitariamente evidenziando gli indirizzi prevalenti,
sembra necessario intrattenerci un poco a considerare certe disparità di
giudizio emerse più clamorosamente a proposito del ruolo spettante allo
Stato e alle Regioni nella gestione dei beni culturali.
Che
ciò dovesse accadere era, ovviamente, nelle logiche previsioni (e
cercato di proposito), stando la delicatezza e la novità, tuttavia
persistente, del tema. Non il fatto, per sé scontato e, a nostro
giudizio, utile, ma il modo, dunque, e le ragioni di tali discordanze
meritano qualche considerazione d’apertura. Significativo pare,
innanzitutto, che i contrasti si siano prodotti pressoché esclusivamente
su questo aspetto, tralasciando invece, quasi completamente, l’altra
questione del rapporto (o, meglio, dell’identità di massima, vorremmo
dire anticipando una prima conclusione coerente coi propositi dichiarati
del convegno) fra beni culturali e assetto del territorio, con le
conseguenti indicazioni di politica regionale, su cui si è registrata
una sostanziale identità di pareri. Eppure si vedrà, se riusciremo in
quello che soprattutto ci preme di evidenziare, che l’aver riconosciuto
questo nesso, questa sostanziale identità, non è indifferente anche per
l’esito delle controversie sorte nel merito della ripartizione delle
competenze. Intanto ci si limiterà ad osservare che alcune posizioni, le
più rigide e definitive nel confermare lo spirito delle leggi del ‘39,
potevano sembrare superate in partenza a paragone con la intitolazione e
la impostazione del convegno, cui per parte nostra intendiamo difatti
attenerci strettamente, convinti che non sia ogni volta da ridiscutere
quel che ormai può darsi per acquisito.
Quanto, poi, alle divergenze manifestatesi fra esponenti dello stesso
partito repubblicano, è da dire che potranno facilmente comporsi, per
irriducibili che in alcuni casi possano essere sembrate, al momento di
stabilire gli esatti compiti di indirizzo e coordinamento dello Stato e
di
prevederne modalità e strumenti
operativi che effettivamente consentano una gestione unitaria del
patrimonio culturale, superando la improponibile vertenza fra interesse
nazionale e locale coll’attribuire ai diversi livelli dell’ordinamento
statale precisi compiti reciprocamente coerenti e nel loro insieme
armonizzati per effetto delle comuni direttive generali impartite dallo
Stato. E comunque la ragione di tali difformità di opinioni non può
essere certo ridotta a significare una troppo banale questione,
storicamente e politicamente improponibile, fra «regionalisti» e
«antiregionalisti», e non solo perché ciò contrasterebbe al di là del
possibile con la logica delle cose correnti per necessità storica
(avvertita ormai con chiarezza anche da forze politiche fino a poco fa
propugnatrici di centralismi più e meno democratici) e con le anche
recenti posizioni repubblicane, ma soprattutto perché in questo caso si
tratterebbe proprio di smentire una lunga tradizione di pensiero della
sinistra laica e democratica favorevole al decentramento, e proprio nel
momento in cui questo è finalmente in condizione di realizzarsi.
Vi sono invece ragioni del tutto diverse a nutrire le legittime
preoccupazioni di chi vorrebbe fosse finalmente tutelato in modo
adeguato un patrimonio del quale s’è fatto di solito così poco conto.
Intanto si è consapevoli di dover ottenere che la competenza delle
Regioni non si eserciti in modo da disconoscere o, al limite, da
contraddire l’interesse nazionale che ugualmente verte sui beni
culturali. Poi, c’è l’avvertimento dei ritardi accumulati dallo Stato
unitario in aggiunta alla già precedente diversità di condizioni
registrabili fra le varie parti del paese, sicché è da temere che ad
un’unica soluzione normativa possano corrispondere da luogo a luogo
troppo dissimili effetti, come difatti si è verificato per le deleghe e
i trasferimenti già avvenuti. C’è, infine, anche a voler considerare le
situazioni migliori, molta perplessità quanto alla effettiva intenzione
delle Regioni di sostituire alla logica vincolistica dello Stato, nel
momento stesso in cui si preparano ad abbandonarla, una migliore
possibilità di tutela e di governo del patrimonio culturale integrata
nelle previsioni positive di assetto territoriale.
C’è quanto basta, insomma, perché ci si occupi con accorta cautela a
commisurare le più aperte aspirazioni di decentramento alle attuali
condizioni di fatto del paese.
Per non giungere, tuttavia, troppo di fretta alle possibili conclusioni,
conviene riprendere intanto le ragioni che ci hanno indotto a questo
convegno.
Così di frequente, infatti, si è tornati in questi ultimi anni
sull’argomento dei beni culturali che ci siamo pregiudizialmente
domandati se convenisse insistere anche in quest’ennesima occasione sui
princìpi primi che regolano la questione: anche se solo per ribadirli e
non certo per rimetterli in discussione. Il rischio non indifferente era
di favorire una assuefazione annoiata, soprattutto negli addetti ai
lavori, e di consentire a qualche inclinazione didascalica e prolissità
di esposizione, da cui difatti il convegno e questa stessa relazione
conclusiva non sono del tutto esenti. Ma questa insistenza, che può
anche sembrare ingenua e fastidiosa, è parsa infine giustificata dalle
effettive condizioni in cui continua tuttavia ad esercitarsi al riguardo
dei beni culturali la pubblica amministrazione, e dal fatto che
l’interesse di una forza politica al tema proposto in questa sede,
comunque si inizi, non può essere giudicato in alcun modo accademico,
volendo trarre difatti da questa occasione indicazioni d’ordine politico
e amministrativo immediatamente praticabili.
Ci è parso dunque necessario considerare soprattutto tre ordini di
problemi, distinti quanto strettamente collegati, cominciando col
riconoscer la pertinenza politica e amministrativa di un’idea che per
essere «culturale» attira facilmente la diffidenza istintiva proprio dei
politici e degli amministratori, che, da uomini di azione, temono dalle
preoccupazioni «culturali» soprattutto intralci. C’è parso che si
dovesse ripartire di qui per affrontare nella giusta luce la seconda
questione che ci siamo proposti: la coerenza della normativa e degli
atti amministrativi regionali coll’autentico significato che proprio le
Regioni avevano più clamorosamente riconosciuto alla recente concezione
dei beni culturali, qualificando per «mero» tutto quel che era stato
fatto in precedenza e che non bastava più. Non ci si poteva dunque
esimere dal riprendere i capisaldi della teoria, tanto più essendosi
questo clamore ormai affievolito quanto non si sarebbe potuto prevedere
solo qualche tempo addietro. Lo richiedeva del resto anche la questione
della riforma delle leggi di tutela preannunciata dal D.P.R. 616, che ci
siamo proposti infine di esaminare, e che è balzata subito in primo
piano.
Ma non soltanto repetita iuvant
per quel che s’è detto, ché l’argomento meritava comunque di
venire ripreso nel suo insieme per essere così evidentemente
significativo del tempo presente, che è, non solo nel breve spazio dei
tradizionali ozi culturali ma anche in ordine ai temi politici e
amministrativi, tempo di bilanci consuntivi e di revisioni critiche in
vista di più consapevoli proiezioni nel futuro. Giusto in questo clima,
insolitamente severo nel meglio che esprime, poteva assumere forma
coerente l’ambiziosa problematica dei beni culturali come
riconsiderazione delle scelte a suo tempo compiute, coll’intesa di
intervenire nel tradizionale computo dei vantaggi e svantaggi connessi
ai possibili criteri di sviluppo economico e di conseguente assetto
territoriale, a partire dal riconosciuto valore culturale del
territorio, di cui si afferma la piena coincidenza col valore economico
in immediata antitesi con gli interessi speculativi. Questione, dunque,
esemplare dell’avvertita necessità di mettere ordine nei processi di
sviluppo economico — e civile — di un paese troppo connotato da sperperi
e approssimazioni. E perciò stesso questione politica preminente.
[...]
...a
questo proposito bisognerebbe abbandonare al più presto
l’improvvisazione fin qui dimostrata, e che è stata aggravata dalle
iniziative connesse alla legge per l’occupazione giovanile, per
approdare infine ad un preciso e sistematico programma di formazione
professionale. E’ pur vero che proprio dall’Umbria, come osservava Luisa
La Malfa, sono venute le indicazioni più confortanti, ma restano ancora
troppo gravi, ed anzi paiono aumentare da qualche tempo a questa parte,
le contraddizioni tuttavia rilevabili. Esemplare è il corso di Spoleto,
gestito dal Comune e finanziato dalla Regione, che è destinato alla
formazione di addetti alla manutenzione e al restauro dei beni
culturali. Non solo la utilizzazione dei giovani che lo hanno
frequentato è stata e continua ad essere scarsa e saltuaria ma, mentre
ancora forse per disservizi amministrativi, non si riesce a concludere
formalmente questo primo corso giunto da tempo al suo quarto anno di
vita, ecco che da parte regionale e per volontà dello stesso Comune ci
si predispone ad avviarne un altro che, volendo nel titolo sembrare la
continuazione e quasi la riproduzione del precedente, dimostra in realtà
caratteristiche assolutamente diverse, a cominciare dal fatto che il
Comune, quale ente gestore, non si cura di stabilire i necessari
collegamenti con l’ufficio beni culturali della Regione. Comunque, al di
là di quanto si è fatto finora, bisogna che si definiscano per gli
addetti al settore nuovi profili professionali rispondenti alle
necessità più volte evidenziate un po’ in tutti gli interventi che si
sono susseguiti (e si pensi in specie a quanto ha osservato Bruno
Toscano) ed esaurientemente ricordate da Luisa La Malfa. Così uno sforzo
particolare va fatto per la manutenzione corrente del patrimonio
culturale recuperando antiche competenze artigianali, ormai sul punto di
scomparire del tutto, e creandone di nuove in ordine alla conoscenza,
alla manutenzione, al restauro, alla valorizzazione e all’uso pubblico
dei beni culturali. Bisogna però avvertire, ripetendo ancora quel che
osservava Luisa La Malfa, che «i profili professionali, gli standard e i
curricoli di formazione debbono essere definiti in sede nazionale e
possibilmente con lo sguardo rivolto ad altre esperienze straniere e a
un’eventuale uniformazione in sede comunitaria». Conviene perciò che la
Regione si impegni in tal senso, e che, mentre cercherà di valorizzare i
risultati dei corsi già attuati e degni di maggior attenzione,
stabilisca intanto le opportune e stabili forme di collaborazione col
Ministero per i beni culturali e ambientali, con gli organismi
comunitari e con istituti di ricerca operanti nel settore. Purché ciò
avvenga, al solito, in tempi ragionevolmente brevi.
E’ a queste concrete possibilità operative che, sul finire ormai della
seconda legislatura, debbono essere richiamate e misurate le effettive
intenzioni e capacità del governo regionale.
Per essere partiti, nel 1975, da una legge certo non perfetta ma che
pure aveva colto i nessi fondamentali fra beni culturali e assetto del
territorio almeno nelle enunciazioni di principio e che poteva vantare
il consenso unanime dei gruppi politici consiliari, dobbiamo giudicare
troppo insoddisfacenti i risultati, troppo stridenti le contraddizioni.
E’ accaduto difatti che, del tutto ignorando la esistenza di questa
legge e le indicazioni programmatiche che forniva per successivi atti
nella stessa materia e in fatto di urbanistica e assetto del territorio
e tutela ambientale, sono stati varati provvedimenti normativi per la
tutela di alcune categorie di beni culturali senza alcun riferimento a
questa legge di portata generale; si sono costituiti organismi
consultivi contrastanti; si sono mantenute le contraddizioni esistenti
nell’applicazione della legge per l’urbanistica e di quella per i beni
culturali, avviate ad attuazione quasi fossero provvedimenti
reciprocamente irriducibili, e non procedendo difatti alla unificazione
dei rispettivi organismi consortili e sopportando, anzi, che restassero
inattuati quelli previsti dalla legge per i beni culturali; si è fatto,
con evidente ritardo, un piano di interventi per musei, biblioteche ed
archivi sostanzialmente utile per questi servizi (anche se estremamente
discutibile invece nel metodo e nella sostanza dei provvedimenti per le
attività culturali, che ugualmente vi sono state comprese forzando il
significato della loro, in questo caso, presunta connessione con i
servizi culturali) ma assolutamente dimentico degli indispensabili
collegamenti con l’assetto territoriale e l’urbanistica, e privo di
qualunque indicazione in ordine alla formazione professionale, che pure
era espressamente prevista dalla legge fra i compiti di stretta
pertinenza della Regione.
L’esempio più evidente della sostanziale inattuazione della normativa
per i beni culturali è dato non solo dalla mancanza dei consorzi ma
anche dallo scarsissimo rilievo che si è voluto riconoscere nei fatti
alla Consulta Regionale per i beni culturali, anche se non si è voluto
emendare conseguentemente la legge laddove se ne parla tuttavia come di
un organismo di importanza fondamentale anche agli effetti di un
continuo rapporto fra l’amministrazione e la società civile.
E particolarmente è da notare che mai sono state sottoposte all’esame
della Consulta, nonostante le precise disposizioni di legge, le
iniziative di assetto territoriale. Per gravi che possano essere le
difficoltà della prassi politica quotidiana e per laboriose che siano le
incombenze amministrative, non si possono però smentire con tanta
facilità le indicazioni delle leggi e le scelte programmatiche compiute.
Non si può operare rincorrendo, giorno per giorno, gli eventi. Si veda,
ad esempio, il caso del museo Burri, a Città di Castello. Nessuno dubita
della sua importanza e della necessità di contribuire alla sua
costituzione con finanziamenti pubblici. Non è ammissibile, però, che
non sia stato ricompreso, insieme con tutti gli altri musei umbri, nel
piano regionale di interventi varato in attuazione della legge per i
beni culturali, e che si sia ricorsi invece, in questa occasione, ad
altri capitoli del bilancio, diversi da quelli appositamente previsti.
Ma si consideri, ancora, quale occasionalità di interventi anche per le
attività turistiche e culturali, soprattutto per quanto concerne le arti
visive e comunque le iniziative di mostre; quale confusione e precarietà
di rapporti fra i rispettivi uffici regionali; quanto notevoli ed
estemporanei i premi, i contributi, i patrocini e, in ogni caso, le
spese. La riforma delle leggi di tutela potrà indubbiamente servire a
mettere ordine anche per questi aspetti, se consentirà di rivedere il
ruolo di istituzioni quali, ad esempio, la Quadriennale di Roma. Ciò non
toglie, però, che le Regioni debbano far meglio quello che comunque
stanno già facendo. Così, raccogliere le proposte di Francesco
Vincitorio varrebbe almeno a respingere la logica assistenziale che ha
caratterizzato la gran parte delle iniziative regionali riproponenti in
tono minore, inevitabilmente provinciale, parate e premi e quadriennali
già sperimentate abbastanza desolatamente a livello nazionale. Eppure
era parso che qualcosa stesse per muoversi, quando fu annunciato un
progetto di legge col quale, forse, si sarebbe potuto prendere in esame
tutto l’arco delle varie attività culturali, anche se fra loro
fondamentalmente distinte per competenze e forme espressive, dallo
spettacolo: cinema, musica e teatro, alle mostre e alle arti
contemporanee figurative e letterarie. Fin qui, però, non ne è scaturito
nulla. Probabilmente perché alla prova dei fatti è parso ancora una
volta troppo impegnativo il vincolarsi con scelte precise e da compiersi
necessariamente in coerenza coi criteri generali della legge per i beni
culturali, che già viene ripetutamente smentita, come si è detto, anche
nelle materie di sua strettissima competenza. Si continua perciò a
gestire con strumenti impropri ed incerti qualche programmazione di
spettacoli teatrali o musicali e poco di più. In tal modo resta anche da
chiarire il rapporto fra la Regione e le libere associazioni culturali
che pure sono stabilmente coinvolte (ma solo per lo sport in maniera
sostanziale) nelle consulte regionali e locali, previste dalle leggi per
i beni culturali e per lo sport, e negli organismi direttivi dell’AUDAC
(l’associazione umbra per il decentramento delle attività culturali con
la quale si cerca di gestire il teatro e la musica). Al fondo di tutto,
per questa come per le altre questioni già ricordate, sta sempre quell’equivoco
essenziale che, come già notavamo, accomuna di fatto gli «statalisti» ad
oltranza e gli amministratori regionali: la confusione, per lo più
voluta, fra i beni culturali nella loro vasta accezione territoriale, le
cose di interesse artistico e storico di cui trattano le leggi del ‘39,
i servizi culturali — intesi a fini prevalenti di tutela più che come
centri di studio e di promozione culturale — e le attività culturali sia
nelle forme dello spettacolo che nelle altre più strettamente collegate
ai servizi culturali. Confusione voluta, appunto, perché, cambiando
magari l’attribuzione delle competenze, resti però sostanzialmente
immutata la logica che presiede all’esercizio di tali funzioni, separate
dall’urbanistica e dall’assetto del territorio. Così, alimentando quest’equivoco,
si arriva ad intitolare ai beni culturali un ufficio regionale che di
fatto si occupa solo dei servizi e di alcune frammentarie attività
culturali (e difatti l’ufficio per i beni e le attività culturali
appartiene ad un dipartimento diverso da quello per l’urbanistica e
l’assetto del territorio, mentre un altro dipartimento ancora, sotto la
voce del turismo, impegna finanziamenti notevoli per attività e mostre
anche d’argomento culturale), e si gestiscono i musei, le biblioteche e
gli archivi separatamente dal resto, pretendendo con ciò di svolgere una
politica dei beni culturali, e mantenendo invece inalterate le
tradizionali logiche che presiedono alla gestione dell’urbanistica e
dell’assetto del territorio, con i risultati che è facile constatare e
che massimamente incidono proprio agli effetti di una politica dei beni
culturali. A queste condizioni, semmai, la Regione potrebbe proporsi una
politica non dei beni ma dei servizi culturali, e su questa direzione
difatti sono state compiute dall’Amministrazione scelte apprezzabili,
che rischiano però di essere inficiate dalla esiguità dei finanziamenti
e del personale tecnico dei Comuni, oltre che dalla pochezza e dalla
confusione delle iniziative di formazione professionale da cui pure
sarebbe stato lecito attendersi le competenze necessarie a rendere
efficienti i musei, le biblioteche e gli archivi. Questo dei servizi
intesi non a compiti di esclusiva tutela bensì come strumenti di larga
promozione culturale è un tema di interesse centrale, investendo il fine
ultimo di una politica dei beni culturali che certo deve mirare
necessariamente alla valorizzazione e all’uso del patrimonio culturale
sia nelle forme immediate di assetto territoriale che nei processi
educativi. Qui sta, anche, la ragione fondamentale per cui pare
necessario il decentramento delle competenze. Converrebbe discutere
lungamente questo argomento se non avessimo fissato al centro dei nostri
lavori di oggi soprattutto la questione del rapporto fra i beni
culturali e l’assetto del territorio. Soltanto basterà aggiungere perciò
che anche per una efficace politica dei servizi è indispensabile un
corretto e costante rapporto operativo fra beni culturali e assetto del
territorio, proprio perché i musei (e non per nulla si parla tanto di «
musei del territorio »), le biblioteche e gli archivi debbono poter
assolvere ad una preziosa opera di acquisizione delle conoscenze e di
informazione in merito alle realtà territoriali di loro competenza sia a
diretto vantaggio dei cittadini che a corredo della pianificazione
territoriale, degli strumenti urbanistici.
[...]