Associazione Bianchi Bandinelli

Istituto di studi ricerche e formazione fondato da Giulio Carlo Argan

HOME PUBBLICAZIONI  BIBLIOTECA DI GIANO   BENI CULTURALI 1979

 

LA BIBLIOTECA DI GIANO

Libri del passato per guardare al futuro dei Beni Culturali e Ambientali

 

 

Beni culturali

e assetto del territorio

 

Atti del Convegno Nazionale organizzato dalla Federazione Regionale Umbra e dalla Commissione Nazionale Beni Culturali del P.R.I.

 

(Perugia, Palazzo Cesaroni, 2-3 febbraio 1979)

 

 

Cooperativa Editrice "Il Ventaglio",

Roma 1979

214 pagine

 

 

Commento (a cura della redazione di www.bianchibandinelli.it )

 

Il volume raccoglie gli Atti di un convegno promosso dal Partito Repubblicano (sull'onda dell'impegno che aveva portato Spadolini a creare il Ministero dei Beni Culturali) in un momento cruciale per la discussione sul decentramento e sul rapporto tra centralismo statale e poteri regionali; non a caso l'iniziativa si tenne in una Regione come l'Umbria, particolarmente impegnata nel sostenere la validità di un modello regionale virtuoso nella gestione e tutela dei beni culturali, da condurre in relazione all'assetto del territorio. 

 

SOMMARIO DEL VOLUME

(i nomi e i titoli sottolineati permettono di andare direttamente agli stralci di alcuni degli interventi riportati di seguito)

 

 

Presentazione di Massimo Arcamone

 

PRIMA GIORNATA - 2 FEBBRAIO 1979


APERTURA DEI LAVORI

Roberto Abbondanza, Presidente del Consiglio Regionale dell’Umbria

Sen. Giorgio Spitella, Sottosegretario ai Beni Culturali

Mario Bellucci, in rappresentanza di «Italia Nostra»

Discorso introduttivo del Sen. Giovanni Spadolini, Presidente della Commissione Pubblica Istruzione del Senato, «Beni culturali: la tutela difficile».

 

RELAZIONI

Alarico Mariani Marini, Beni culturali e assetto del territorio nella legislazione statale e regionale

Luisa La Malfa Calogero, La formazione professionale nel quadro della politica per i beni culturali

Luciano Pontuale, Politica urbanistica e tutela dei beni culturali

 

INTERVENTI

Massimo Arcamone, Consigliere regionale dell’Umbria


 

SECONDA GIORNATA 3 FEBBRAIO 1979

 

INTERVENTI E COMUNICAZIONI

Licisco Magagnato, I Comuni e il patrimonio culturale (comunicazione)

Corrado Camilli, Beni culturali - Attività nel D.P.R. n. 616/1977 (art. 49, 1° comma) (comunicazione)

Oreste Ferrari, I centri di documentazione come forma di cogestione del Catalogo dei Beni Culturali (comunicazione)

Tommaso Alibrandi, Coordinamento di competenze fra enti territoriali (comunicazione)

Franco Antonelli e Sergio Lenci, La città di Assisi come bene culturale nel rapporto con il territorio regionale (esperienze di un PP. in elaborazione) (comunicazione)

Virginia Carini Dainotti, Il sistema bibliotecario nazionale (comunicazione)

Bruno Toscano, Esperienze di formazione professionale nei beni culturali in Umbria (comunicazione)

Francesco Vincitorio, Le Regioni e l’arte contemporanea (comunicazione)

Pietro Scarpellini, La situazione dei musei umbri (comunicazione)

Franco Giustinelli, Assessore all’Urbanistica della Regione Umbria (intervento)

Alessandra Vaccaro Melucco, Deputato al Parlamento per il P.C.!. (intervento)

Carlo Santini, per la Direzione Regionale Umbra del P.S.I. (intervento)

Paola Gigliotti, per la sezione del C.A.I. di Perugia (intervento)

Linee e prospettive per il territorio dei Sibillini, a cura della Sezione del C.A.I. di Perugia

Armando Brissoni (intervento)

Sergio Masini, Il ruolo dei privati nella promozione e nella tutela dei beni culturali (comunicazione)

Piero Ceccarelli - Gianni Giudice, Ipotesi di utilizzazione a fini zootecnici delle zone di media ed alta collina della nostra regione (comunicazione)

Gloria Ferranti, Le cave e la tutela degli ambienti naturali (comunicazione)

Giuseppe Pansini, Direttore dell’Archivio di Stato di Firenze (intervento)

Olga Marinelli, Le biblioteche in Umbria (comunicazione)

Italo Carlo Angle, Una politica europea per i beni culturali (comunicazione)

Francesco Mancini, Dibattito sui beni culturali in Umbria per l’adozione degli strumenti legislativi (comunicazione)

Giovanna Favaro Mazzuccato, Beni culturali e distretto scolastico (comunicazione)

Silvestro Nessi, Gli archivi in Umbria (comunicazione)

Roberto Abbondanza, Presidente del Consiglio Regionale dell’Umbria (intervento)

 

CONCLUSIONI

Conclusioni di Massimo Montella

 

 

Presentazione

 

La pubblicazione degli atti del convegno tenutosi a Perugia nei giorni 2 e 3 febbraio 1979 costituisce la opportuna conclusione di quella iniziativa che ha riscosso apprezzamenti e consensi non solo sul piano dei contenuti ma anche per il taglio che gli organizzatori hanno voluto imprimergli.

Innanzitutto la scelta del momento. La elaborazione teorica sul problema dei beni culturali, sulla quale si sono versati fiumi di inchiostro, ha trovato, o quanto meno avrebbe dovuto trovare, una possibilità di concreta attuazione attraverso l’esperienza regionale. Le competenze regionali in materia di assetto del territorio, che se correttamente intese rappresentano l’occasione per esercitare la politica dei beni culturali ed ambientali, hanno costituito nel convegno un punto di riferimento per tutti gli interventi, anche per quelli fortemente critici rispetto al modo in cui queste competenze sono state gestite, soprattutto in relazione alla legge statale che dovrà essere emanata (a questo punto forse dovremmo dire che avrebbe dovuto essere emanata) entro il 1979 per la disciplina di tutta la materia. In questo quadro il convegno è servito a fare il punto sulla presenza regionale in un settore così importante e qualificante. L’assetto del territorio ha tenuto conto dell’esistenza dei beni culturali per inserirli organicamente nel processo di sviluppo? Lo sfruttamento delle risorse è stato conciliato con le esigenze di tutela e di valorizzazione dell’ambiente?

Ecco quindi che il dibattito sulla politica per i beni culturali è divenuto occasione di confronto per una forza politica come il PRI, sempre attenta ai problemi dei contenuti ed aliena dalle esercitazioni accademiche ed astratte, sulla capacità delle Regioni di assolvere al ruolo che loro compete in una materia così strettamente legata alla realtà sociale, economica e politica di ogni singola comunità. Ruolo che non può essere sottovalutato, anche se le inadempienze di molte Regioni hanno ridato fiato alle velleità centralistiche, mai sopite, e che in tali inadempienze trovano stimolo e giustificazione.

Tutto questo è stato affrontato senza settarismi e nella comune volontà di trovare soluzioni culturalmente e politicamente adeguate. E’ stato questo taglio «laico», e quindi aperto, che ha consentito al convegno, se pure organizzato da un partito politico, di esprimere diversificati contributi politici di alto livello — come quello del sen. Spadolini, Presidente della Commissione Pubblica Istruzione del Senato, e del sen. Spitella, sottosegretario al Ministero per i Beni Culturali — ed ugualmente diversificati contributi di personalità del mondo culturale e professionale.


MASSIMO ARCAMONE

 

Oreste Ferrari

I centri di documentazione come forma di cogestione del Catalogo dei Beni Culturali (comunicazione)

[stralcio da pagg. 88-89]

 

Mi compete, per ragioni di lavoro, di parlare di un argomento molto particolareggiato in termini pratici, di pratica attuazione. Il problema della catalogazione così come si presenta oggi e quali prospettive esso ha nell’evolversi ed anche nello sviluppo che necessariamente dovrà avere in rapporto alle normative nuove della — speriamo prossima legge di tutela e dei meccanismi che questa legge è destinata a mettere in moto.
Non a caso, il problema della catalogazione dei beni culturali è stato assunto dalle amministrazioni regionali appena nate, come problema prioritario; prima ancora della emanazione delle leggi 382 e D.P.R. n. 616, le Regioni, con iniziative speciali, avevano preso coscienza della centralità del problema della catalogazione. Non a caso, sul problema della catalogazione, si vanno ancora combattendo battagliuzze di retroguardia burocratica.
Questo cosa significa? Significa che questo problema è centrale, pressante e pregiudiziale per una concezione della tutela dei beni culturali, che non sia pienamente empirica, puramente episodica, ma abbia una sua coerenza ed una sua linea di sviluppo. Due sono i motivi fondamentali.
Il primo è in motivo che possiamo definire di carattere generale. Attraverso la catalogazione si stabilisce quel patrimonio di conoscenze tecniche e storiche che possono essere, insieme a quel patrimonio di esperienza e di previsionalità, la sola garanzia dell’autonomia scientifica degli organi tecnici. Un’autonomia che non vuole essere astrattezza o separatezza dai problemi, ma possibilità di relativa indipendenza e opportunità di incidere sopra gli altri poteri o interessi che pure esistono, ma dai quali l’autonomia scientifica deve tenersi quanto meno distinta.
Punto secondo, la catalogazione non è un fatto meramente strumentale, non è meramente finalizzata solo ai compiti di tutela, ma è un’attività d’indagine e di ricerca, che non è monopolio di nessuno, che non può essere affidata solo a questo o a quello, ma si tratta di un’operazione culturale ad ampio raggio che deve vedere la convergenza di tutte le forze culturali che abbiano speciale competenza nei campi delle discipline archeologiche o storico-artistiche.
Se la catalogazione è un presupposto tale per cui un indirizzo di tutela possa essere programmato con correttezza, possa essere esposto con correttezza e confrontato con le altre esigenze, con gli altri interessi, con gli altri poteri, è chiaro che la catalogazione è un momento anche unificante delle varie competenze disciplinari, ma anche dei vari argomenti pratici ed attuativi.

La diatriba Stato-Regioni, perché tale è stata in un primo tempo, si è mossa già su quella parte di catalogazione che io, in fondo, definirei istruttoria, preliminare, fondamentale, di base, cioè quella di fare, del produrre, dell’investigare il catalogo. Si è successivamente modificata per un atteggiamento che ha visto lo Stato, almeno nella figura dell’Istituto che ho l’onore di dirigere, e talune Regioni finalmente convenire di mettersi in accordo su determinati punti, su determinati programmi.
Ne è scaturita, a livello di disposizioni emanate e formulate, a livello di coscienza pubblica, la funzione di indirizzo, di coordinamento, di programmazione che ancora ieri si sentiva enunciare qui. Ieri, tra l’altro, si è sentita anche un’altra parola, controllo, che veramente nella legislazione della 805, non mi pare figuri.
Ora, perché queste funzioni di indirizzo e di coordinamento e di programmazione, eventualmente anche di controllo, non si riducano ad un mero enunciato di intenzioni, ma trovino un’applicazione pratica, è chiaro che non ci si può limitare a qualche cosa di saltuario, a dei rapporti episodici, non normalizzati. Non ci si può più neanche limitare a quelle forme di convergenza, d’incontro, di confronto, che sono previste nei Comitati paritetici regionali, dei quali io non mi sono mai stancato e non mi stancherò mai d’invocare la costituzione, ma che non hanno questa funzione operativa.

Bisogna, quale che sia, nella futura configurazione dei servizi, mettere in moto degli organismi che questi compiti di esecuzione pratica, di produzione della ricerca, di indirizzo e di controllo, vedano e li ingranino quasi quotidianamente. E questo soprattutto perché, come dicevo, se la diatriba fra le parti in causa, fra le quali latitante, ma in un certo senso verbalmente presente, era la ricerca scientifica vera e propria, l’Università, questa diatriba si era svolta quasi esclusivamente sul momento investigativo, non si è ancora visto che questo momento investigativo corre il rischio di dotare l’Italia di un altro monumento e basta, cioè il monumento del catalogo fine a se stesso: un’enorme quantità di dati che non sarà poi possibile organizzare e tradurre in elementi condizionanti dì una politica di tutela.

Non basta raccogliere, investigare, fare la ricerca. Bisogna che questi dati vengano elaborati per essere resi disponibili in rapporto a determinate funzioni. Appunto per questo, per questa traducibilità dei dati che comportano, nella loro funzione, dei rapporti interdisciplinari, occorre anche mettere in moto dei meccanismi (chiamiamoli anche centri di documentazione, ma avrei preferito un’altra parola), dei laboratori di documentazione che queste documentazioni raccolgano, formino, rivedano, ricolleghino fra di loro in rapporto a specifiche funzioni.
 

[...]

 

Bruno Toscano

Esperienze di formazione professionale nei beni culturali in Umbria (comunicazione)

[stralcio da pagg. 117-118]

 

[...]

 

Noi abbiamo sempre sostenuto l’importanza di questa relazione, fra attività di restauro e di tutela dei beni culturali e pianificazione urbanistica e territoriale e crediamo che la consapevolezza di questo stretto rapporto debba essere viva a partire dalle attività formative, destinate a creare addetti alle attività conoscitive e di conservazione.

E’ inammissibile una scissione di fatto tra le attività di catalogazione e di conservazione dei beni culturali e la pianificazione dei centri storici o l’assetto del territorio. E’ inammissibile per la semplice ragione che, se non vogliamo ritornare indietro di qualche decennio, il patrimonio urbanistico non è altro che una risorsa tra le risorse, che non è fatta soltanto di volumi, di superfici, di allineamenti, di assi direzionali e così via, ma è una risorsa potentemente stratificata nel suo interno ed è proprio all’interno di questi strati che va fatta una ricerca che è storica, archeologica, storico-artistica ed anche fisica e chimica. In particolare è necessaria la partecipazione di un’adeguata tecnologia del restauro, di un’adeguata capacità di analisi dei materiali: che cosa ne sarà dei materiali che noi inseriamo oggi, che cosa ne sarà degli antichi materiali quando li inseriremo in un contesto ambientale mutato per temperature diverse, umidità diverse, usi diversi?

Un simile traguardo è ancora lontano. Noi abbiamo sempre operato perché i corsi di preparazione professionale dei beni culturali portassero a questa formazione funzionale, cioè alla formazione di un operatore che avesse pieno diritto di intervenire accanto all’architetto, accanto all’ingegnere, accanto al geometra, accanto al geologo, nel momento in cui si svolge l’analisi preliminare dei beni soggetti a pianificazione o si devono indicare le ragioni che militano pro o contro determinate destinazioni d’uso.

Su questo punto, non dobbiamo ritornare indietro, meno che mai oggi che viviamo in un anno di svolta del dibattito Stato-Regioni. La scadenza del dicembre 1979 è vicina. La realizzazione di leggi-quadro auspicata da tutti è anch’essa vicina.

Queste scadenze ci debbono trovare preparati — speriamo — non per nuovi, sempre possibili riflussi centralistici, che magari approfittano di esperienze non del tutto convincenti portate avanti da determinate Regioni, oppure di inaspettate rivelazioni di inesistente coordinamento interno nelle amministrazioni regionali o nel modo di procedere degli Assessorati; purtroppo, anche fra l’Assessorato ai beni culturali e l’Assessorato alla formazione professionale, quando non sono affidati alla stessa persona. Dobbiamo procedere in questa direzione, a mio avviso, soprattutto oggi perché è necessario dimostrare che, nonostante certe esperienze non del tutto positive, non può concepirsi alcun avanzamento rispetto ad una gestione centralistica al di fuori del formato regionale e di una sottolineatura seria e culturalmente valida dei valori locali e regionali, proprio di quei valori che si riscoprono nel momento dell’atto ricognitivo, delle analisi preliminari, della riesumazione del bene e della previsione del suo destino sul piano conservativo e della utilizzazione. E’ in quel momento che il taglio locale e il taglio regionale funzionano, alla condizione, naturalmente, che l’attrezzatura sia adeguata; che si superi ogni visione settoriale; e che il rapporto tra uffici periferici dello Stato, Regioni ed enti locali raggiunga un livello giusto di collaborazione e di omogenea metodologia.

Al di fuori di questo auspicabile quadro, è vano cercare soluzioni. Abbiamo già avuto esperienze quasi centenarie di centralizzazione, sappiamo benissimo che a livello statale, nonostante la presenza di un personale spesso ottimo anche negli uffici periferici, non si è riusciti a predisporre né questo tipo di indagine funzionale del territorio che, a mio modo di vedere, può essere affidata solo ad operatori tecnicamente preparati e per così dire stanziali, distribuiti nel tessuto regionale, né alla formazione di operatori in grado di svolgere un’azione permanente e coordinata di catalogazione, manutenzione e prevenzione.

Per concludere, vorrei solo ricordare un altro problema che si riferisce a questo tipo di connessione. Le regioni d’Italia, ed anche l’Umbria, in questo periodo stanno predisponendo i sistemi informativi necessari per una corretta programmazione territoriale, quindi soprattutto con finalità inerenti all’elaborazione dei piani urbanistici territoriali. Ebbene, ecco un’altra grande occasione perché venga attivato quel tipo di personale capace di eseguire operazioni di rilevamento dei beni culturali e di indagarne la struttura materiale, esperto nelle tecniche del restauro e della manutenzione, nelle tecniche di conservazione dell’ambiente; perché il sistema informativo contenga dunque anche dati sui beni culturali, sui centri storici, sui materiali dei centri storici umbri, sulla loro conservazione, sulle loro possibilità di restauro e di utilizzazione.

Altrimenti sarà, ancora una volta, un sistema informativo ad uso del geometra, dell’architetto, dell’urbanista; ancora una volta un piano informativo per un Paese «planovolumetrico», che continua a non rilevare (e non si capisce perché) il suo potente spessore di storia.

 

Conclusioni

di Massimo Montella

[stralci da pagg. 197-199 e 210-213]

 

[...]

 

Ma prima ancora di tentare una sintesi dei lavori, che ne dia conto per quanto possibile unitariamente evidenziando gli indirizzi prevalenti, sembra necessario intrattenerci un poco a considerare certe disparità di giudizio emerse più clamorosamente a proposito del ruolo spettante allo Stato e alle Regioni nella gestione dei beni culturali.

Che ciò dovesse accadere era, ovviamente, nelle logiche previsioni (e cercato di proposito), stando la delicatezza e la novità, tuttavia persistente, del tema. Non il fatto, per sé scontato e, a nostro giudizio, utile, ma il modo, dunque, e le ragioni di tali discordanze meritano qualche considerazione d’apertura. Significativo pare, innanzitutto, che i contrasti si siano prodotti pressoché esclusivamente su questo aspetto, tralasciando invece, quasi completamente, l’altra questione del rapporto (o, meglio, dell’identità di massima, vorremmo dire anticipando una prima conclusione coerente coi propositi dichiarati del convegno) fra beni culturali e assetto del territorio, con le conseguenti indicazioni di politica regionale, su cui si è registrata una sostanziale identità di pareri. Eppure si vedrà, se riusciremo in quello che soprattutto ci preme di evidenziare, che l’aver riconosciuto questo nesso, questa sostanziale identità, non è indifferente anche per l’esito delle controversie sorte nel merito della ripartizione delle competenze. Intanto ci si limiterà ad osservare che alcune posizioni, le più rigide e definitive nel confermare lo spirito delle leggi del ‘39, potevano sembrare superate in partenza a paragone con la intitolazione e la impostazione del convegno, cui per parte nostra intendiamo difatti attenerci strettamente, convinti che non sia ogni volta da ridiscutere quel che ormai può darsi per acquisito.
Quanto, poi, alle divergenze manifestatesi fra esponenti dello stesso partito repubblicano, è da dire che potranno facilmente comporsi, per irriducibili che in alcuni casi possano essere sembrate, al momento di stabilire gli esatti compiti di indirizzo e coordinamento dello Stato e di
prevederne modalità e strumenti operativi che effettivamente consentano una gestione unitaria del patrimonio culturale, superando la improponibile vertenza fra interesse nazionale e locale coll’attribuire ai diversi livelli dell’ordinamento statale precisi compiti reciprocamente coerenti e nel loro insieme armonizzati per effetto delle comuni direttive generali impartite dallo Stato. E comunque la ragione di tali difformità di opinioni non può essere certo ridotta a significare una troppo banale questione, storicamente e politicamente improponibile, fra «regionalisti» e «antiregionalisti», e non solo perché ciò contrasterebbe al di là del possibile con la logica delle cose correnti per necessità storica (avvertita ormai con chiarezza anche da forze politiche fino a poco fa propugnatrici di centralismi più e meno democratici) e con le anche recenti posizioni repubblicane, ma soprattutto perché in questo caso si tratterebbe proprio di smentire una lunga tradizione di pensiero della sinistra laica e democratica favorevole al decentramento, e proprio nel momento in cui questo è finalmente in condizione di realizzarsi.
Vi sono invece ragioni del tutto diverse a nutrire le legittime preoccupazioni di chi vorrebbe fosse finalmente tutelato in modo adeguato un patrimonio del quale s’è fatto di solito così poco conto. Intanto si è consapevoli di dover ottenere che la competenza delle Regioni non si eserciti in modo da disconoscere o, al limite, da contraddire l’interesse nazionale che ugualmente verte sui beni culturali. Poi, c’è l’avvertimento dei ritardi accumulati dallo Stato unitario in aggiunta alla già precedente diversità di condizioni registrabili fra le varie parti del paese, sicché è da temere che ad un’unica soluzione normativa possano corrispondere da luogo a luogo troppo dissimili effetti, come difatti si è verificato per le deleghe e i trasferimenti già avvenuti. C’è, infine, anche a voler considerare le situazioni migliori, molta perplessità quanto alla effettiva intenzione delle Regioni di sostituire alla logica vincolistica dello Stato, nel momento stesso in cui si preparano ad abbandonarla, una migliore possibilità di tutela e di governo del patrimonio culturale integrata nelle previsioni positive di assetto territoriale.
C’è quanto basta, insomma, perché ci si occupi con accorta cautela a commisurare le più aperte aspirazioni di decentramento alle attuali condizioni di fatto del paese.
Per non giungere, tuttavia, troppo di fretta alle possibili conclusioni, conviene riprendere intanto le ragioni che ci hanno indotto a questo convegno.
Così di frequente, infatti, si è tornati in questi ultimi anni sull’argomento dei beni culturali che ci siamo pregiudizialmente domandati se convenisse insistere anche in quest’ennesima occasione sui princìpi primi che regolano la questione: anche se solo per ribadirli e non certo per rimetterli in discussione. Il rischio non indifferente era di favorire una assuefazione annoiata, soprattutto negli addetti ai lavori, e di consentire a qualche inclinazione didascalica e prolissità di esposizione, da cui difatti il convegno e questa stessa relazione conclusiva non sono del tutto esenti. Ma questa insistenza, che può anche sembrare ingenua e fastidiosa, è parsa infine giustificata dalle effettive condizioni in cui continua tuttavia ad esercitarsi al riguardo dei beni culturali la pubblica amministrazione, e dal fatto che l’interesse di una forza politica al tema proposto in questa sede, comunque si inizi, non può essere giudicato in alcun modo accademico, volendo trarre difatti da questa occasione indicazioni d’ordine politico e amministrativo immediatamente praticabili.
Ci è parso dunque necessario considerare soprattutto tre ordini di problemi, distinti quanto strettamente collegati, cominciando col riconoscer la pertinenza politica e amministrativa di un’idea che per essere «culturale» attira facilmente la diffidenza istintiva proprio dei politici e degli amministratori, che, da uomini di azione, temono dalle preoccupazioni «culturali» soprattutto intralci. C’è parso che si dovesse ripartire di qui per affrontare nella giusta luce la seconda questione che ci siamo proposti: la coerenza della normativa e degli atti amministrativi regionali coll’autentico significato che proprio le Regioni avevano più clamorosamente riconosciuto alla recente concezione dei beni culturali, qualificando per «mero» tutto quel che era stato fatto in precedenza e che non bastava più. Non ci si poteva dunque esimere dal riprendere i capisaldi della teoria, tanto più essendosi questo clamore ormai affievolito quanto non si sarebbe potuto prevedere solo qualche tempo addietro. Lo richiedeva del resto anche la questione della riforma delle leggi di tutela preannunciata dal D.P.R. 616, che ci siamo proposti infine di esaminare, e che è balzata subito in primo piano.
Ma non soltanto repetita iuvant per quel che s’è detto, ché l’argomento meritava comunque di venire ripreso nel suo insieme per essere così evidentemente significativo del tempo presente, che è, non solo nel breve spazio dei tradizionali ozi culturali ma anche in ordine ai temi politici e amministrativi, tempo di bilanci consuntivi e di revisioni critiche in vista di più consapevoli proiezioni nel futuro. Giusto in questo clima, insolitamente severo nel meglio che esprime, poteva assumere forma coerente l’ambiziosa problematica dei beni culturali come riconsiderazione delle scelte a suo tempo compiute, coll’intesa di intervenire nel tradizionale computo dei vantaggi e svantaggi connessi ai possibili criteri di sviluppo economico e di conseguente assetto territoriale, a partire dal riconosciuto valore culturale del territorio, di cui si afferma la piena coincidenza col valore economico in immediata antitesi con gli interessi speculativi. Questione, dunque, esemplare dell’avvertita necessità di mettere ordine nei processi di sviluppo economico — e civile — di un paese troppo connotato da sperperi e approssimazioni. E perciò stesso questione politica preminente.

 

[...]

 

...a questo proposito bisognerebbe abbandonare al più presto l’improvvisazione fin qui dimostrata, e che è stata aggravata dalle iniziative connesse alla legge per l’occupazione giovanile, per approdare infine ad un preciso e sistematico programma di formazione professionale. E’ pur vero che proprio dall’Umbria, come osservava Luisa La Malfa, sono venute le indicazioni più confortanti, ma restano ancora troppo gravi, ed anzi paiono aumentare da qualche tempo a questa parte, le contraddizioni tuttavia rilevabili. Esemplare è il corso di Spoleto, gestito dal Comune e finanziato dalla Regione, che è destinato alla formazione di addetti alla manutenzione e al restauro dei beni culturali. Non solo la utilizzazione dei giovani che lo hanno frequentato è stata e continua ad essere scarsa e saltuaria ma, mentre ancora forse per disservizi amministrativi, non si riesce a concludere formalmente questo primo corso giunto da tempo al suo quarto anno di vita, ecco che da parte regionale e per volontà dello stesso Comune ci si predispone ad avviarne un altro che, volendo nel titolo sembrare la continuazione e quasi la riproduzione del precedente, dimostra in realtà caratteristiche assolutamente diverse, a cominciare dal fatto che il Comune, quale ente gestore, non si cura di stabilire i necessari collegamenti con l’ufficio beni culturali della Regione. Comunque, al di là di quanto si è fatto finora, bisogna che si definiscano per gli addetti al settore nuovi profili professionali rispondenti alle necessità più volte evidenziate un po’ in tutti gli interventi che si sono susseguiti (e si pensi in specie a quanto ha osservato Bruno Toscano) ed esaurientemente ricordate da Luisa La Malfa. Così uno sforzo particolare va fatto per la manutenzione corrente del patrimonio culturale recuperando antiche competenze artigianali, ormai sul punto di scomparire del tutto, e creandone di nuove in ordine alla conoscenza, alla manutenzione, al restauro, alla valorizzazione e all’uso pubblico dei beni culturali. Bisogna però avvertire, ripetendo ancora quel che osservava Luisa La Malfa, che «i profili professionali, gli standard e i curricoli di formazione debbono essere definiti in sede nazionale e possibilmente con lo sguardo rivolto ad altre esperienze straniere e a un’eventuale uniformazione in sede comunitaria». Conviene perciò che la Regione si impegni in tal senso, e che, mentre cercherà di valorizzare i risultati dei corsi già attuati e degni di maggior attenzione, stabilisca intanto le opportune e stabili forme di collaborazione col Ministero per i beni culturali e ambientali, con gli organismi comunitari e con istituti di ricerca operanti nel settore. Purché ciò avvenga, al solito, in tempi ragionevolmente brevi.
E’ a queste concrete possibilità operative che, sul finire ormai della seconda legislatura, debbono essere richiamate e misurate le effettive intenzioni e capacità del governo regionale.
Per essere partiti, nel 1975, da una legge certo non perfetta ma che pure aveva colto i nessi fondamentali fra beni culturali e assetto del territorio almeno nelle enunciazioni di principio e che poteva vantare il consenso unanime dei gruppi politici consiliari, dobbiamo giudicare troppo insoddisfacenti i risultati, troppo stridenti le contraddizioni. E’ accaduto difatti che, del tutto ignorando la esistenza di questa legge e le indicazioni programmatiche che forniva per successivi atti nella stessa materia e in fatto di urbanistica e assetto del territorio e tutela ambientale, sono stati varati provvedimenti normativi per la tutela di alcune categorie di beni culturali senza alcun riferimento a questa legge di portata generale; si sono costituiti organismi consultivi contrastanti; si sono mantenute le contraddizioni esistenti nell’applicazione della legge per l’urbanistica e di quella per i beni culturali, avviate ad attuazione quasi fossero provvedimenti reciprocamente irriducibili, e non procedendo difatti alla unificazione dei rispettivi organismi consortili e sopportando, anzi, che restassero inattuati quelli previsti dalla legge per i beni culturali; si è fatto, con evidente ritardo, un piano di interventi per musei, biblioteche ed archivi sostanzialmente utile per questi servizi (anche se estremamente discutibile invece nel metodo e nella sostanza dei provvedimenti per le attività culturali, che ugualmente vi sono state comprese forzando il significato della loro, in questo caso, presunta connessione con i servizi culturali) ma assolutamente dimentico degli indispensabili collegamenti con l’assetto territoriale e l’urbanistica, e privo di qualunque indicazione in ordine alla formazione professionale, che pure era espressamente prevista dalla legge fra i compiti di stretta pertinenza della Regione.
L’esempio più evidente della sostanziale inattuazione della normativa per i beni culturali è dato non solo dalla mancanza dei consorzi ma anche dallo scarsissimo rilievo che si è voluto riconoscere nei fatti alla Consulta Regionale per i beni culturali, anche se non si è voluto emendare conseguentemente la legge laddove se ne parla tuttavia come di un organismo di importanza fondamentale anche agli effetti di un continuo rapporto fra l’amministrazione e la società civile.
E particolarmente è da notare che mai sono state sottoposte all’esame della Consulta, nonostante le precise disposizioni di legge, le iniziative di assetto territoriale. Per gravi che possano essere le difficoltà della prassi politica quotidiana e per laboriose che siano le incombenze amministrative, non si possono però smentire con tanta facilità le indicazioni delle leggi e le scelte programmatiche compiute. Non si può operare rincorrendo, giorno per giorno, gli eventi. Si veda, ad esempio, il caso del museo Burri, a Città di Castello. Nessuno dubita della sua importanza e della necessità di contribuire alla sua costituzione con finanziamenti pubblici. Non è ammissibile, però, che non sia stato ricompreso, insieme con tutti gli altri musei umbri, nel piano regionale di interventi varato in attuazione della legge per i beni culturali, e che si sia ricorsi invece, in questa occasione, ad altri capitoli del bilancio, diversi da quelli appositamente previsti. Ma si consideri, ancora, quale occasionalità di interventi anche per le attività turistiche e culturali, soprattutto per quanto concerne le arti visive e comunque le iniziative di mostre; quale confusione e precarietà di rapporti fra i rispettivi uffici regionali; quanto notevoli ed estemporanei i premi, i contributi, i patrocini e, in ogni caso, le spese. La riforma delle leggi di tutela potrà indubbiamente servire a mettere ordine anche per questi aspetti, se consentirà di rivedere il ruolo di istituzioni quali, ad esempio, la Quadriennale di Roma. Ciò non toglie, però, che le Regioni debbano far meglio quello che comunque stanno già facendo. Così, raccogliere le proposte di Francesco Vincitorio varrebbe almeno a respingere la logica assistenziale che ha caratterizzato la gran parte delle iniziative regionali riproponenti in tono minore, inevitabilmente provinciale, parate e premi e quadriennali già sperimentate abbastanza desolatamente a livello nazionale. Eppure era parso che qualcosa stesse per muoversi, quando fu annunciato un progetto di legge col quale, forse, si sarebbe potuto prendere in esame tutto l’arco delle varie attività culturali, anche se fra loro fondamentalmente distinte per competenze e forme espressive, dallo spettacolo: cinema, musica e teatro, alle mostre e alle arti contemporanee figurative e letterarie. Fin qui, però, non ne è scaturito nulla. Probabilmente perché alla prova dei fatti è parso ancora una volta troppo impegnativo il vincolarsi con scelte precise e da compiersi necessariamente in coerenza coi criteri generali della legge per i beni culturali, che già viene ripetutamente smentita, come si è detto, anche nelle materie di sua strettissima competenza. Si continua perciò a gestire con strumenti impropri ed incerti qualche programmazione di spettacoli teatrali o musicali e poco di più. In tal modo resta anche da chiarire il rapporto fra la Regione e le libere associazioni culturali che pure sono stabilmente coinvolte (ma solo per lo sport in maniera sostanziale) nelle consulte regionali e locali, previste dalle leggi per i beni culturali e per lo sport, e negli organismi direttivi dell’AUDAC (l’associazione umbra per il decentramento delle attività culturali con la quale si cerca di gestire il teatro e la musica). Al fondo di tutto, per questa come per le altre questioni già ricordate, sta sempre quell’equivoco essenziale che, come già notavamo, accomuna di fatto gli «statalisti» ad oltranza e gli amministratori regionali: la confusione, per lo più voluta, fra i beni culturali nella loro vasta accezione territoriale, le cose di interesse artistico e storico di cui trattano le leggi del ‘39, i servizi culturali — intesi a fini prevalenti di tutela più che come centri di studio e di promozione culturale — e le attività culturali sia nelle forme dello spettacolo che nelle altre più strettamente collegate ai servizi culturali. Confusione voluta, appunto, perché, cambiando magari l’attribuzione delle competenze, resti però sostanzialmente immutata la logica che presiede all’esercizio di tali funzioni, separate dall’urbanistica e dall’assetto del territorio. Così, alimentando quest’equivoco, si arriva ad intitolare ai beni culturali un ufficio regionale che di fatto si occupa solo dei servizi e di alcune frammentarie attività culturali (e difatti l’ufficio per i beni e le attività culturali appartiene ad un dipartimento diverso da quello per l’urbanistica e l’assetto del territorio, mentre un altro dipartimento ancora, sotto la voce del turismo, impegna finanziamenti notevoli per attività e mostre anche d’argomento culturale), e si gestiscono i musei, le biblioteche e gli archivi separatamente dal resto, pretendendo con ciò di svolgere una politica dei beni culturali, e mantenendo invece inalterate le tradizionali logiche che presiedono alla gestione dell’urbanistica e dell’assetto del territorio, con i risultati che è facile constatare e che massimamente incidono proprio agli effetti di una politica dei beni culturali. A queste condizioni, semmai, la Regione potrebbe proporsi una politica non dei beni ma dei servizi culturali, e su questa direzione difatti sono state compiute dall’Amministrazione scelte apprezzabili, che rischiano però di essere inficiate dalla esiguità dei finanziamenti e del personale tecnico dei Comuni, oltre che dalla pochezza e dalla confusione delle iniziative di formazione professionale da cui pure sarebbe stato lecito attendersi le competenze necessarie a rendere efficienti i musei, le biblioteche e gli archivi. Questo dei servizi intesi non a compiti di esclusiva tutela bensì come strumenti di larga promozione culturale è un tema di interesse centrale, investendo il fine ultimo di una politica dei beni culturali che certo deve mirare necessariamente alla valorizzazione e all’uso del patrimonio culturale sia nelle forme immediate di assetto territoriale che nei processi educativi. Qui sta, anche, la ragione fondamentale per cui pare necessario il decentramento delle competenze. Converrebbe discutere lungamente questo argomento se non avessimo fissato al centro dei nostri lavori di oggi soprattutto la questione del rapporto fra i beni culturali e l’assetto del territorio. Soltanto basterà aggiungere perciò che anche per una efficace politica dei servizi è indispensabile un corretto e costante rapporto operativo fra beni culturali e assetto del territorio, proprio perché i musei (e non per nulla si parla tanto di « musei del territorio »), le biblioteche e gli archivi debbono poter assolvere ad una preziosa opera di acquisizione delle conoscenze e di informazione in merito alle realtà territoriali di loro competenza sia a diretto vantaggio dei cittadini che a corredo della pianificazione territoriale, degli strumenti urbanistici.
 

[...]