Dalla
Prefazione di Andrea Emiliani:
Le
lunghe linee di fragilità che avvolgono l’Italia dei terremoti disegnano
ambiti, aree e canali dove la storia del sisma si è intrecciata
visibilmente, perfino fisicamente, con le cose degli uomini. Anche la
storia dell’arte e dell’architettura è attraversata dunque in lungo e in
largo da questo ictus dannato, a volte soltanto premonitore, altre volte
dannoso e altre ancora addirittura catastrofico. L’opinione scientifica
registra il tremito convulso sulla scala Mercalli, l’informazione narra
le lunghe notti all’addiaccio degli abitanti: ma il paese profondo, o —
se credete — sprofondato, del nostro patrimonio storico trema ogni anno
ed ogni anno perde frammenti, si polverizza e si distrugge in un dramma
che punisce popolazioni e cose in modo irreparabile. Lesioni, fenditure,
frane, piccoli o grandi crolli punteggiano quasi quotidianamente quel
gigantesco parco archeologico che per tante ragioni ormai deve essere
considerato il nostro paese. Insieme all’incuria, all’abuso, alla viltà
culturale, la fragilità strutturale del terreno erige anch’essa i suoi
continui monumenti al ruinismo nazionale: una categoria estetica, una
nozione storica per la cultura italiana e perfino per il nostro turismo.
Una condizione corporea, maledetta, inoppugnabile per chi ha la sorte di
viverci in mezzo. Il terremoto, visto nella sua quotidianità,
riconquista perfino la sua normalità di apparizione. Esso è uno fra i
protagonisti dell’emorragia di beni e di sostanze culturali in Italia.
[...]
Entro il dramma del Friuli, il caso di Venzone obbliga chiunque ad una
particolare riflessione circa il problema della ricostruzione
dell’insediamento storico. Se sono sufficientemente note le opinioni che
affermano colpevole di falso o di plagio culturale ogni tipo di
ricostruzione totale (ed è questo il caso di Venzone, rasa al suolo dal
sisma e dagli uomini), non è altrettanto nota l’opinione di chi
individua nel caso specifico una necessità che supera i limiti, tutto
sommato esigui ed ambigui, dell’occasione estetica e si trasferisce
nella densità di un’altra nozione, che è umana, prima ancora di essere
storica; e che comunque del conforto della coscienza storica seguita
tuttavia a servirsi. Per una sorta di spontanea messa a fuoco ottica,
grafica e fotografica, Venzone è stata prima del maggio 1976 rilevata e
censita secondo ritmi assai vasti, e comunque in modo del tutto
inconsueto per i modelli conoscitivi normali nel nostro paese. Durante
l’estate del 1976 e prima del settembre, e cioè prima del secondo e
devastante sisma autunnale, la città è stata intensamente percorsa da
altri censitori: tanto che non si può affermare che esistano grandi zone
di oscurità nella conoscenza di quel tessuto scomparso, maggiore o
minore che sia. L’incertezza a riguardo della ricostruzione non si
attesta, dunque, sulle rive della reinvenzione totale, ma piuttosto
seguita a far fiorire dubbi in merito ad uno squisito problema di
liceità del ripristino «com’era e dov’era»: adottando anche in questo la
formula che, non a caso, venne usata la prima volta di fronte all’immane
rovina di Varsavia messa a ferro e fuoco dalle truppe naziste. Anche in
questo caso, come in quello, la ricostruzione è poggiata su vettori che
sono di storia e di umanità, e tutt’insieme di cultura. Non è stato del
resto ancora affermato che, nella sfera dei valori culturali, affetti
memorie consuetudini, non entrino di fatto, chiedendo di essere
reintegrati entro la misura, il volume, i ritmi, il luogo, l’orizzonte,
i colori di un’antica, sedimentata vita.
[...]
Il
patrimonio culturale, questa cosa difficile e lessicalmente angusta che
chiamiamo ormai per quasi fortunata convenzione «beni culturali», è
collocata al centro di questo difficile dibattito. Rilevato dalla
nozione separata e ristretta entro la quale era stato collocato, il
patrimonio è nelle cose, in tutte le cose che più sono state offese dal
sisma: dalle abitazioni agli insediamenti urbani, dalle chiese alle
opere d’arte, alle dimore rurali, alla viabilità, alle colture agricole.
Solo questa constatazione può risollevare il dibattito che ogni volta
tende a cadere sotto le forbici degli economisti e dei programmatori,
per divenire interpretazione fredda e aliena; così come proprio questa
constatazione può agevolare la comprensione di questo stesso libro
bianco, attraversato com’è da un dolente senso di responsabilità civile
e morale. Il dibattito sul patrimonio non è più un luogo separato del
problema culturale, un pretesto delle associazioni speciali, una
intestatura degli uomini di cultura, o un incaponimento di alcuni uffici
particolari. Da quando la nozione di patrimonio ha assunto la dimensione
che merita, il dibattito sui beni culturali ha investito sorti più alte,
ha preteso metodi più coinvolgenti e multipolari quanto a disciplina,
scartando nettamente l’approssimazione delle scelte sostitutive o
addirittura la brutalità delle distruzioni coatte.
In
questo senso, la questione friulana — così come la questione del Belice,
oppure quella della Valnerina — propongono al paese scelte
drammaticamente accelerate, pulsioni gigantesche entro le quali leggere
e interpretare fenomeni di enorme vastità. Ma esse sono, al di là del
terribile loisir della tragedia, lo specchio entro il quale si riflette
l’incapacità delle strutture, la carenza dei mezzi, l’incertezza delle
scelte e talvolta anche la compromissione più vile che già abitano
l’ordinario e il quotidiano. Torneremo ad amare le «belle pietre» nelle
quali Dante ravvisava la sua città, la sua giovinezza, la sua stessa
vita?
ANDREA EMILIANI