Associazione Bianchi Bandinelli

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LA BIBLIOTECA DI GIANO

Libri del passato per guardare al futuro dei Beni Culturali e Ambientali

 

 

Le pietre dello scandalo.

 

La politica dei beni culturali

nel Friuli del terremoto

 

 

Maria Teresa Binaghi Olivari, Remo Cacitti, Marisa Dalai Emiliani, Giovanni Battista Della Bianca, Francesco Doglioni, Giuliana Ericani, Luciano Marchetti, Alberto Roccella, Maria Pia Rossignani, Sandra Sicoli

 

prefazione di Andrea Emiliani

 

 

"Gli struzzi / Società" 18.

Einaudi, Torino 1980

 

XXVI, 123 pagine

 

 

Commento (a cura della redazione di www.bianchibandinelli.it )

 

La fiera reazione della popolazione friulana di fronte ai danni del terremoto del 1976 e in particolare l'appello degli abitanti di Venzone di non azzerare le tracce della propria storia (per non finire "stranieri nella nostra stessa Patria"), sono il retroscena di una più ampia discussione metodologica che  gli autori affrontano nel volume: sul concetto di bene culturale inteso come parte di un tessuto unitario e inscindibile, sul rapporto tra monumenti, identità e storia e tra territorio e contesto, sulle dinamiche che regolano la legislazione nazionale in relazione alle autonomie regionali, e sulla tutela come intervento programmato e strumento di conoscenza.

 

Quarta di copertina

 

Gli autori di questo libro collettivo — storici, storici dell’arte, giuristi, archeologi — si incontrarono nel Friuli del terremoto e operano da allora per un’azione civile, politica e culturale che vada al di là di quel dramma.
«Le pietre dello scandalo» è più che un’inchiesta o un libro bianco di denuncia: il terremoto rappresenta un test per dimostrare incapacità e incompetenze e per sottolineare, ancora una volta, come non si possa fare sempre appello — per il Friuli, come per il Belice, la Valnerina, e, più di recente, l’Irpinia e la Lucania — alla fatalità per giustificare l’omissione di atti dovuti. Attraverso un’indagine documentata, il libro propone una serie di questioni: la difesa organica del territorio che in Italia ha una tutela inesistente o insufficiente; la necessità di una legislazione nazionale o regionale che protegga non solo i monumenti celebrati, ma il tessuto sociale dei centri storici senza il quale quei monumenti perdono la loro stessa essenza; la necessità di un lavoro culturale che orienti la ricostruzione dei centri storici. Ma «Le pietre dello scandalo» non è solo un libro che denuncia arbitrii e sopraffazioni: è anche la cronaca di un’Italia dimenticata che, malgrado tutto, nei momenti gravi della sua storia, sa provvedere a se stessa.

 

 

SOMMARIO DEL VOLUME

 

 

Prefazione di Andrea Emiliani

 

Introduzione

 

Cronologia

 

Le pietre dello scandalo

 

I. La relazione di un ministro

1. Il testo della relazione del ministro dei Beni culturali e ambientali alla Commissione permanente Pubblica istruzione della Camera dei deputati il 27 ottobre 1976

2. La legge della ruspa

II. Il rapporto di un funzionario di Soprintendenza

 

III. Una legislazione inadeguata

1. La normativa statale

2. La normativa regionale

IV. Politica regionale e cultura ufficiale

 

V. L’esperienza di Venzone

 

Appendice

Petizione popolare per la ricostruzione di Venzone

Ordine del giorno della seduta del 5 dicembre 1977 del Consiglio nazionale dei beni culturali e ambientali

Ordine del giorno della seduta del 6 dicembre 1977 del Comitato di Settore per i beni architettonici

 

 

Dalla Prefazione di Andrea Emiliani:

 

Le lunghe linee di fragilità che avvolgono l’Italia dei terremoti disegnano ambiti, aree e canali dove la storia del sisma si è intrecciata visibilmente, perfino fisicamente, con le cose degli uomini. Anche la storia dell’arte e dell’architettura è attraversata dunque in lungo e in largo da questo ictus dannato, a volte soltanto premonitore, altre volte dannoso e altre ancora addirittura catastrofico. L’opinione scientifica registra il tremito convulso sulla scala Mercalli, l’informazione narra le lunghe notti all’addiaccio degli abitanti: ma il paese profondo, o — se credete — sprofondato, del nostro patrimonio storico trema ogni anno ed ogni anno perde frammenti, si polverizza e si distrugge in un dramma che punisce popolazioni e cose in modo irreparabile. Lesioni, fenditure, frane, piccoli o grandi crolli punteggiano quasi quotidianamente quel gigantesco parco archeologico che per tante ragioni ormai deve essere considerato il nostro paese. Insieme all’incuria, all’abuso, alla viltà culturale, la fragilità strutturale del terreno erige anch’essa i suoi continui monumenti al ruinismo nazionale: una categoria estetica, una nozione storica per la cultura italiana e perfino per il nostro turismo. Una condizione corporea, maledetta, inoppugnabile per chi ha la sorte di viverci in mezzo. Il terremoto, visto nella sua quotidianità, riconquista perfino la sua normalità di apparizione. Esso è uno fra i protagonisti dell’emorragia di beni e di sostanze culturali in Italia.


[...]
 

Entro il dramma del Friuli, il caso di Venzone obbliga chiunque ad una particolare riflessione circa il problema della ricostruzione dell’insediamento storico. Se sono sufficientemente note le opinioni che affermano colpevole di falso o di plagio culturale ogni tipo di ricostruzione totale (ed è questo il caso di Venzone, rasa al suolo dal sisma e dagli uomini), non è altrettanto nota l’opinione di chi individua nel caso specifico una necessità che supera i limiti, tutto sommato esigui ed ambigui, dell’occasione estetica e si trasferisce nella densità di un’altra nozione, che è umana, prima ancora di essere storica; e che comunque del conforto della coscienza storica seguita tuttavia a servirsi. Per una sorta di spontanea messa a fuoco ottica, grafica e fotografica, Venzone è stata prima del maggio 1976 rilevata e censita secondo ritmi assai vasti, e comunque in modo del tutto inconsueto per i modelli conoscitivi normali nel nostro paese. Durante l’estate del 1976 e prima del settembre, e cioè prima del secondo e devastante sisma autunnale, la città è stata intensamente percorsa da altri censitori: tanto che non si può affermare che esistano grandi zone di oscurità nella conoscenza di quel tessuto scomparso, maggiore o minore che sia. L’incertezza a riguardo della ricostruzione non si attesta, dunque, sulle rive della reinvenzione totale, ma piuttosto seguita a far fiorire dubbi in merito ad uno squisito problema di liceità del ripristino «com’era e dov’era»: adottando anche in questo la formula che, non a caso, venne usata la prima volta di fronte all’immane rovina di Varsavia messa a ferro e fuoco dalle truppe naziste. Anche in questo caso, come in quello, la ricostruzione è poggiata su vettori che sono di storia e di umanità, e tutt’insieme di cultura. Non è stato del resto ancora affermato che, nella sfera dei valori culturali, affetti memorie consuetudini, non entrino di fatto, chiedendo di essere reintegrati entro la misura, il volume, i ritmi, il luogo, l’orizzonte, i colori di un’antica, sedimentata vita.


[...]
 

Il patrimonio culturale, questa cosa difficile e lessicalmente angusta che chiamiamo ormai per quasi fortunata convenzione «beni culturali», è collocata al centro di questo difficile dibattito. Rilevato dalla nozione separata e ristretta entro la quale era stato collocato, il patrimonio è nelle cose, in tutte le cose che più sono state offese dal sisma: dalle abitazioni agli insediamenti urbani, dalle chiese alle opere d’arte, alle dimore rurali, alla viabilità, alle colture agricole. Solo questa constatazione può risollevare il dibattito che ogni volta tende a cadere sotto le forbici degli economisti e dei programmatori, per divenire interpretazione fredda e aliena; così come proprio questa constatazione può agevolare la comprensione di questo stesso libro bianco, attraversato com’è da un dolente senso di responsabilità civile e morale. Il dibattito sul patrimonio non è più un luogo separato del problema culturale, un pretesto delle associazioni speciali, una intestatura degli uomini di cultura, o un incaponimento di alcuni uffici particolari. Da quando la nozione di patrimonio ha assunto la dimensione che merita, il dibattito sui beni culturali ha investito sorti più alte, ha preteso metodi più coinvolgenti e multipolari quanto a disciplina, scartando nettamente l’approssimazione delle scelte sostitutive o addirittura la brutalità delle distruzioni coatte.

In questo senso, la questione friulana — così come la questione del Belice, oppure quella della Valnerina — propongono al paese scelte drammaticamente accelerate, pulsioni gigantesche entro le quali leggere e interpretare fenomeni di enorme vastità. Ma esse sono, al di là del terribile loisir della tragedia, lo specchio entro il quale si riflette l’incapacità delle strutture, la carenza dei mezzi, l’incertezza delle scelte e talvolta anche la compromissione più vile che già abitano l’ordinario e il quotidiano. Torneremo ad amare le «belle pietre» nelle quali Dante ravvisava la sua città, la sua giovinezza, la sua stessa vita?


ANDREA EMILIANI

 

Dall'Introduzione al volume:

 

Questo libro è nato dalla convinzione, o dalla speranza, che il tentativo di salvare, per quanto era possibile, l’identità del Friuli distrutto dai terremoti del 1976, la lotta condotta per difendere da un’altra violenza, quella delle ruspe, beni che non andavano annientati, il lavoro fatto per impedire in particolare la cancellazione del centro storico di Venzone, svolto da un gruppo di volontari, possa servire come chiave di lettura non solo di quanto avviene nell’Italia dei terremoti, delle frane, delle alluvioni, della speculazione proterva, ma anche di quanto, in condizioni di «normalità», dovrebbe essere cambiato per una reale salvaguardia del patrimonio storico-artistico italiano.

Un libro-documento come questo Pietre dello scandalo che esce a distanza di anni dall’evento che l’ha determinato richiede una giustificazione, se non altro per chiarire i motivi che hanno opposto finora resistenza a ritenerlo concluso e utile in qualche misura anche ad altri. Se il terremoto rivissuto in queste pagine è lontano negli anni, ma reso presente dalle catastrofi ricorrenti nel nostro paese, esso è più che mai operante nei suoi effetti: basterebbe, a convincersene, un viaggio in Friuli, dove accanto alle macerie dei paesi distrutti la gente vive ancora nelle baracche prefabbricate e dove i vecchi, con desolazione ma con lucidità, ripetono che «il terremoto continua»; e non già perché la terra, ogni tanto, ricominci a tremare.

Ogni evento storico non si esaurisce nel momento in cui un fatto traumatico si consuma, o nei mesi immediatamente successivi: per chi non smette di vivere e di lavorare, i giorni atroci e strani della catastrofe sono sicuramente meno devastanti di quelli che vengono dopo, quando cresce la consapevolezza che per difendere il momento eroico iniziale, per non tradirlo, bisogna continuare. Continuare significa accorgersi di quanto un impegno, che si credeva temporaneo e delimitabile, diventi ogni giorno più totalizzante; continuare significa anche imporsi di analizzare razionalmente i meccanismi politici, legislativi, di costume che ieri hanno reso inoperante un’azione di tutela e oggi riescono a impedire decisioni limpide e consapevoli: perché le case, i monumenti, i paesi, un intero territorio storico aspettano ancora, chiedono l’inizio di una ricostruzione che non si trasformi in una definitiva perdita d’identità culturale.


[...]