Associazione Bianchi Bandinelli

Istituto di studi ricerche e formazione fondato da Giulio Carlo Argan

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Valter Curzi

Bene culturale

e pubblica utilità.

Politiche di tutela a Roma tra Ancien Régime e Restaurazione


 

Minerva Edizioni, Bologna 2004

 

Collana di Saggi Studi Ricerche

"I figli di Mercurio"

 

Formato: 17 x 24 cm
Pagine: 256 + Copertina in brossura
Illustrazioni: 30 b/n
Prezzo: € 20,00
Edizione: maggio 2004

 

IL VOLUME

All’Italia è riconosciuto il privilegio di un patrimonio culturale che alla ricchezza e alla distribuzione capillare sul territorio accompagna una sostanziale continuità nel tempo.

Affinché questo insieme unico di natura e cultura divenisse fulcro della riflessione storica, oltre che luogo d’elezione del godimento estetico sono state privilegiate fin dal Rinascimento accorte politiche di tutela e conservazione. Il culto del Bel Paese è cresciuto nella progressiva consapevolezza di come il dilatarsi delle valenze educative e civili di monumenti e opere d’arte, accanto al loro interesse “turistico”, imponesse un’azione pubblica di salvaguardia. Tutto ciò garantì dopo l’Unità alla Nazione, all’atto della difficile scelta di una legge per i beni culturali, un regime protezionistico di lunga durata, attraverso il quale tenere a freno l’utile privato e le logiche mercantilistiche.

Con questo studio si è inteso risalire alla genesi storica del maturare di una coscienza moderna in ordine all’importanza sociale del patrimonio e della conseguente investitura dello Stato nel ruolo di garante di un’azione di tutela sentita come responsabilità civile.

La scena indagata è quella dello Stato Pontificio e in particolare di Roma tra Settecento e Ottocento, quando la capitale, ma insieme i territori più distanti, conoscono una felice stagione amministrativa delle Antichità e Belle Arti, innervata dal serrato confronto tra gli interventi governativi del pontefice e gli inediti modelli organizzativi e politici, frutto del nuovo sistema di valori e delle inedite istanze culturali portate in campo dalla politica napoleonica. 

Presentazione del volume

Venerdì 21 gennaio ore 17

(Sala Pietro da Cortona, Pinacoteca Capitolina, Piazza del Campidoglio, Roma).

Interverranno Andrea Emiliani, Marisa Dalai, Orietta Rossi Pinelli, Ranieri Varese.

 

 

Rassegna stampa sul volume (tratta dal sito di Minerva edizioni)


Il Sole-24 Ore - Domenica 5 settembre 2004

La storia e il dibattito sulla tutela delle opere d’arte, in questi ultimi anni particolarmente in voga, hanno per quanto riguarda i secoli precedenti l’Unità d’Italia ribadito la superiorità, rispetto a quanto fu attuato non sempre in coerenza e continuità negli altri stati in cui era suddivisa la penisola, della incisiva politica di conservazione e della legislazione esemplare realizzate nello Stato Pontificio. [...] Rispetto agli studi precedenti, in particolare quelli fondamentali di Andrea Emiliani sulle diverse normative vigenti negli antichi stati italiani e di Orietta Rossi Pinelli sull’erudito Carlo Fea protagonista della politica di tutela nella capitale pontificia agli inizi dell’Ottocento, questo libro importante di Valter Curzi offre attraverso una ricostruzione avvincente, quanto ben documentata, di personaggi e situazioni un quadro finalmente completo di di queste complesse vicende dove al forza del diritto dovette spesso duramente scontrarsi contro i cedimenti e i compromessi dettati dalla politica. (Fernando Mazzocca)


IL GIORNALE DELL’ARTE - N. 235 - SETTEMBRE 2004

Curzi ha scritto un libro molto dotto e molto documentato, viatico eccellente per l`ulteriore carriera scientifica [...]. Chi intenda approfondire l`argomento, non potrà prescindere da questo libro, denso di contenuti e di informazione, con una completa appendice documentaria e un ricchissimo indice bibliografico, altamente specialistico. Sarà una lettura faticosa, non lo nascondo, ma al termine della fatica certamente il lettore non potrà non sentirsi arricchito: e questo, oggi, è un risultato notevole se non addirittura eccezionale, attesa la diffusione della cultura della banalità. (Fabrizio Lemme, professore di Diritto Penale dell’Economia dell’Università di Siena)


ECONOMIA DELLA CULTURA - RIVISTA TRIMESTRALE DELL`ASSOCIAZIONE PER L`ECONOMIA DELLA CULTURA - 4/2004

Il libro di Curzi prende in esame un periodo della storia di Roma nel quale - é ormai opinione largamente condivisa - vengono poste in essere le fondamenta della politica di tutela e conservazione dei beni culturali, politica già affermata con l`editto del Cardinal Doria Pamphili del 1802 e che troverà nell`editto Pacca del 1820 la sua organica sistemazione.
Quello che Curzi fa emergere, e che costituisce in qualche misura il contributo più originale del suo lavoro, é la continuità di un progetto culturale, che affonda le sue origini nel passato anche remoto dello Stato Pontificio e che attraversa, quasi senza soluzioni di continuità, il succedersi di tre esperienze così radicalmente differenti quali furono l`Ancien Régime, l`occupazione francese e la Restaurazione.
Questa continuità, che contrasta così vistosamente con le violente rotture che il succedersi di momenti politici di segno opposto provocò in altri campi, é confermata dal ruolo che dagli ultimi anni dell`Ancien Régime, fino a un lungo periodo della Restaurazione, viene svolto dalle stesse persone fisiche, da Canova a Valadier, da Filippo Augusto Visconti a Guattani fino a quello che Curzi identificò come il vero motore propulsore della nuova politica di tutela: l`abate Carlo Fea.
Il contributo che Fea nel lungo periodo (trentasei anni!) in cui ricoprì ininterrottamente la carica di Commissario alle Antichità, fornì alla creazione di una vera e propria cultura della tutela, viene posto dal libro in prima luce: particolarmente significativo appare lo sforzo che l`Abate ligure impiegò nel rintracciare nei provvedimenti legislativi dello Stato Pontificio, fin dagli anni del Rinascimento, le testimonianze di un`attenzione mai scemata per la salvaguardia del patrimonio artistico, volta a giustificare quel progetto culturale che Fea inseguirà per tutta la sua vita e che trova infine sistemazione organica nell`editto Pacca del 1820.
Altro motivo di interesse del libro di Curzi é la violenza che viene attribuita all`insieme degli interventi sul patrimonio culturale negli anni del dominio francese (1809-1814).
Corregendo la comune opinione che generalmente vede l`operato dei nuovi occupanti solo sotto l`aspetto di una continua predazione, culminata col noto trasferimento in Francia di cento capolavori artistici, imposto dai vincitori col Trattato di Tolentino, Curzi dimostra in modo convincente che i nuovi governanti, profondamente influenzati da quanto andava in quegli anni sostenendo in Francia Quatremère de Quincy, si adoperarono con impegno e assiduità a promuovere interventi di difesa e valorizzazione del patrimonio artistico romano, con paricolare attenzione per quello archeologico.
Si può anzi affermare che molti dei celebrati provvedimenti di tutela attuati durante la Restaurazione si ispirarono a indirizzi ed interventi promessi dagli occupanti francesi.
Un`ultima considerazione suggerisce la lettura del libro di Curzi. La crescente presa di coscienza del valore storico e artistico del patrimonio culturale, che viene affermandosi a Roma tra la fine del `700 e i primi decenni dell`800, é sempre accompagnata in coloro che, dall`Ancien Régime alla Restaurazione, promossero e attuarono la politica di tutela, dalla convinta consapevolezza che tale politica é compito primario e non delegabile dei pubblici reggitori: constatazione nella quale, in tempi di disinvolte dismissioni e privatizzazioni, é certamente utile meditare.
(Giovanni Emiliani)

E inoltre:

La conservazione dell'opera d'arte nella prospettiva storica e operativa
M. Antonietta De Angelis
L’Osservatore Romano, 18/11/2004

Due studi, l'uno a carattere storico (Valter Curzi, Bene culturale e pubblica utilità. Politiche di tutela a Roma tra Ancien Regime e Restaurazione, Bologna, Minerva Edizioni, 2004) l'altro decisamente orientato nel futuro (Pietro Amato, Proyectar un museo, Nociones fundamentales, Roma, Istituto Italolatino-americano, 2004), pur nella diversità dei contenuti, si presentano come due risultati di indubbia originalità che fanno riflettere sul medesimo tema: cosa significa una politica di tutela dei Beni Culturali, da quali istanze trae origine un museo e soprattutto quali sono le sue finalità.
Inoltre entrambi i saggi pongono con chiarezza al lettore la necessità di una riflessione sulla funzione del museo nei confronti dell'esperienza culturale della società, su quello che Quatremère de Quincy chiamò «l'avanzamento e i progressi dell'istruzione e della ragione, il miglioramento, infine, della specie umana». Pertanto entrambi gli studi, pur nati, in contesti diversi e ben definiti, hanno una portata ideologica che li travalica.
Il libro di Valter Curzi è un'indagine a vasto raggio che non solo delinea il tracciato cronostorico della situazione museale romana in un periodo cruciale, che prende le mosse dagli ultimi pontificati prima del governo napoleonico sino al successivo ritorno di Pio VII, ma soprattutto ne indaga con ottica critica le problematiche di pensiero e le metodologie operative.
Il suo libro si configura, per capillarità e dialettica, come uno spaccato introspettivo sia della mentalità con la quale i funzionari pontifici, Carlo Fea e Antonio Canova in testa, intrapresero la loro opera di tutela e conservazione dei beni artistici della Santa Sede, sia dell'impatto che la dinamica attività dell'amministrazione francese ebbe sulle loro vedute e la situazione romana, sia infine delle nuove problematiche e aspettative con cui la Restaurazione, erede di fatto dell'amministrazione francese, dovette fare i conti.
La grande mole di materiali d'archivio che l'autore mette a confronto, apportando informazioni spesso inedite, è resa più esaustiva dall'appendice documentaria che riproduce 15 testi, fra decreti, editti e regolamenti pontifici, dalla bolla Cum almam nostram urbem di Papa Pio II del 1462 al Regolamento del 1822 per i Musei Vaticani; l'appendice contiene anche l'inedito «Regolamento per i Musei Vaticani», promulgato da Martial Daru nel 1811, conservato in minuta nell'Archivio Storico dei Musei Vaticani.
L'importanza del libro di Curzi è data dal taglio critico, estremamente nitido, che puntualizza con chiarezza, capitolo dopo capitolo, le fasi di un divenire della prassi legislativa e operativa che a cavallo tra 700 e '800 assunse negli Stati. Pontifici una presa di coscienza quale non si era mai verificata prima. L'Autore conferma che fu proprio l'amministrazione francese a segnare un punto di non ritorno nello spirito legalitario dei. funzionari pontifici, definendo l'investitura senza deroghe dello Stato alla tutela dei beni culturali.
[...]

Entrambi i libri dibattono quindi in prima istanza il tipo di tutela di cui il bene artistico è oggetto nella prospettiva storica (Curzi), nella prospettiva operativa (Amato). Il saggio di Curzi, ad esempio, identifica con molta incisività nell'episodio del forno della Palombella un'esemplare vicenda su cui riflettere. Nel 1805 Carlo Fea avviava una vertenza legale con la famiglia Cuccumos proprietaria di un edificio adibito a forno addossato alle mura del Pantheon, del quale si chiedeva l'abbattimento, essendo estraneo alla struttura originale del Pantheon stesso e rappresentando quindi, detto in termini moderni, un abuso edilizio.
L'episodio è estremamente significativo in quanto rappresenta un precocissimo segnale di quell'asserto che sino ai tempi attuali, è stato considerato fondamentale nella tutela dei beni culturali: la loro priorità esistenziale rispetto agli interessi privati in quanto espressione di un plusvalore estetico e storico che appartiene all'umanità intera e non deve essere in nessuna misura soggetto al privata.
Se si pensa che ciò accadde agli inizi del secolo XIX cioè nel periodo di piena affermazione dei valori e del potere della borghesia sulla proprietà con la sua politica rivoluzionaria (di cui l'età napoleonica assunse l'eredità), non può sfuggire la lucidità profetica dell'intervento del Commissario delle Antichità circa la prevalenza del diritto pubblico su quello privato. Potremmo fare un confronto con quanto Amato (p. 26) riporta nella citazione della Carta Europea del Patrimonio Architettonico (Amsterdam 1975) adottata dalla Riunione di Ministri del Consiglio d'Europa; in riferimento ai beni architettonici essa dichiara, che «costituiscono un patrimonio spirituale, culturale, economico e sociale di valore insostituibile», che hanno «un valore educativo determinante» e che quindi necessitano di una conservazione integrale ottenuta da una «azione congiunta delle tecniche di restauro e delle indagini sulle funzioni originarie delle edificio».
La vertenza fra Carlo Fea e Cuccumos si chiuse in un primo momento nel 1807 con la vittoria di quest'ultimo e la clamorosa sconfitta dei «valori integrali» dell'opera d'arte; soltanto nel 1881, in piena unità d'Italia, il forno della Palombella verrà demolito ripristinando la corretta lettura dell'area occidentale del Pantheon. Questa potremmo dire vittoria postuma di Fea ha avuto incontrastato esito sino ad oggi, anche se attualmente iniziamo ad assistere a una sua flessibilità nel riutilizzo di beni architettonici, considerati non di primissimo piano per scopi privati (castelli trasformati in alberghi, casali antichi riadattati a ville & ristoranti...), flessibilità che implica un severo controllo da parte dello Stato.
Ancora un altro aspetto innovativo di questi studi si può cogliere nella acuta disamina di quanto sia prioritario, rispetto ai valori di ritorno economico, l'aspetto della conservazione e della piena valorizzazione scientifica dei beni culturali. Se è vero che secondo un «promemoria» del 1816 indirizzato al Cardinale Pacca da Fea, Roma tutta «è e deve essere una Galleria», dallo studio di Curzi emerge ben chiara la volontà dei funzionali pontifici di regolamentare con un attenta politica di controllo dei direttori e dei custodi la presenza del pubblico e dei copisti, quest'ultimi rappresentando allora la quasi unica valenza di studio dell'opera d'arte; ciò ai fini di una corretta conservazione che trovava il suo più alto punto di espressione al momento del restauro, operazione della cui delicata natura già ai primi del secolo XIX le autorità pontificie erano ben conscie.
Anche Amato punta il suo principale interesse nell'azione di restauro come elemento fondamentale della tutela quando dichiara (p. 32) «Nulla è più delicato del restauro, che è regolato da documenti internazionali. (...). Si deve restaurare l'opera d'arte a rischio di deterioramento, per favorire la corretta conservazione, per non perdere la sua lettura».
La presenza di questo tipo di studi, dal solido ed equilibrato impianto metodologico, è estremamente preziosa in un periodo come l'attuale in cui, alla luce di tanti fattori destabilizzanti, l'orientamento cognitivo della società e dei singoli è spesso sottoposto a radicali revisioni fonte di incertezze. Sapere attraverso le documentate pagine di Valter Curzi che già Canova e i suoi collaboratori si posero il problema di come agire, come correggere eventuali errori, come migliorare l'esistenza e la fruizione delle opere d'arte, non per obbedire al gusto o alla moda, ma per un'istanza di civiltà, significa comprendere appieno quel che Amato definisce «tenere le porte aperte per promuovere le risposte all'esigenza di crescita della dignità umana. La dignità non risponde alle leggi del mercato».