Rassegna stampa sul volume (tratta dal sito di
Minerva
edizioni)
Il Sole-24
Ore - Domenica 5 settembre 2004
La storia e il dibattito sulla tutela delle opere d’arte, in questi
ultimi anni particolarmente in voga, hanno per quanto riguarda i secoli
precedenti l’Unità d’Italia ribadito la superiorità, rispetto a quanto
fu attuato non sempre in coerenza e continuità negli altri stati in cui
era suddivisa la penisola, della incisiva politica di conservazione e
della legislazione esemplare realizzate nello Stato Pontificio. [...]
Rispetto agli studi precedenti, in particolare quelli fondamentali di
Andrea Emiliani sulle diverse normative vigenti negli antichi stati
italiani e di Orietta Rossi Pinelli sull’erudito Carlo Fea protagonista
della politica di tutela nella capitale pontificia agli inizi
dell’Ottocento, questo libro importante di Valter Curzi offre attraverso
una ricostruzione avvincente, quanto ben documentata, di personaggi e
situazioni un quadro finalmente completo di di queste complesse vicende
dove al forza del diritto dovette spesso duramente scontrarsi contro i
cedimenti e i compromessi dettati dalla politica. (Fernando Mazzocca)
IL GIORNALE DELL’ARTE - N. 235 - SETTEMBRE 2004
Curzi ha scritto un libro molto dotto e molto documentato, viatico
eccellente per l`ulteriore carriera scientifica [...]. Chi intenda
approfondire l`argomento, non potrà prescindere da questo libro, denso
di contenuti e di informazione, con una completa appendice documentaria
e un ricchissimo indice bibliografico, altamente specialistico. Sarà una
lettura faticosa, non lo nascondo, ma al termine della fatica certamente
il lettore non potrà non sentirsi arricchito: e questo, oggi, è un
risultato notevole se non addirittura eccezionale, attesa la diffusione
della cultura della banalità. (Fabrizio Lemme, professore di Diritto
Penale dell’Economia dell’Università di Siena)
ECONOMIA DELLA CULTURA - RIVISTA TRIMESTRALE DELL`ASSOCIAZIONE PER
L`ECONOMIA DELLA CULTURA - 4/2004
Il libro di Curzi prende in esame un periodo della storia di Roma nel
quale - é ormai opinione largamente condivisa - vengono poste in essere
le fondamenta della politica di tutela e conservazione dei beni
culturali, politica già affermata con l`editto del Cardinal Doria
Pamphili del 1802 e che troverà nell`editto Pacca del 1820 la sua
organica sistemazione.
Quello che Curzi fa emergere, e che costituisce in qualche misura il
contributo più originale del suo lavoro, é la continuità di un progetto
culturale, che affonda le sue origini nel passato anche remoto dello
Stato Pontificio e che attraversa, quasi senza soluzioni di continuità,
il succedersi di tre esperienze così radicalmente differenti quali
furono l`Ancien Régime, l`occupazione francese e la Restaurazione.
Questa continuità, che contrasta così vistosamente con le violente
rotture che il succedersi di momenti politici di segno opposto provocò
in altri campi, é confermata dal ruolo che dagli ultimi anni dell`Ancien
Régime, fino a un lungo periodo della Restaurazione, viene svolto dalle
stesse persone fisiche, da Canova a Valadier, da Filippo Augusto
Visconti a Guattani fino a quello che Curzi identificò come il vero
motore propulsore della nuova politica di tutela: l`abate Carlo Fea.
Il contributo che Fea nel lungo periodo (trentasei anni!) in cui ricoprì
ininterrottamente la carica di Commissario alle Antichità, fornì alla
creazione di una vera e propria cultura della tutela, viene posto dal
libro in prima luce: particolarmente significativo appare lo sforzo che
l`Abate ligure impiegò nel rintracciare nei provvedimenti legislativi
dello Stato Pontificio, fin dagli anni del Rinascimento, le
testimonianze di un`attenzione mai scemata per la salvaguardia del
patrimonio artistico, volta a giustificare quel progetto culturale che
Fea inseguirà per tutta la sua vita e che trova infine sistemazione
organica nell`editto Pacca del 1820.
Altro motivo di interesse del libro di Curzi é la violenza che viene
attribuita all`insieme degli interventi sul patrimonio culturale negli
anni del dominio francese (1809-1814).
Corregendo la comune opinione che generalmente vede l`operato dei nuovi
occupanti solo sotto l`aspetto di una continua predazione, culminata col
noto trasferimento in Francia di cento capolavori artistici, imposto dai
vincitori col Trattato di Tolentino, Curzi dimostra in modo convincente
che i nuovi governanti, profondamente influenzati da quanto andava in
quegli anni sostenendo in Francia Quatremère de Quincy, si adoperarono
con impegno e assiduità a promuovere interventi di difesa e
valorizzazione del patrimonio artistico romano, con paricolare
attenzione per quello archeologico.
Si può anzi affermare che molti dei celebrati provvedimenti di tutela
attuati durante la Restaurazione si ispirarono a indirizzi ed interventi
promessi dagli occupanti francesi.
Un`ultima considerazione suggerisce la lettura del libro di Curzi. La
crescente presa di coscienza del valore storico e artistico del
patrimonio culturale, che viene affermandosi a Roma tra la fine del `700
e i primi decenni dell`800, é sempre accompagnata in coloro che,
dall`Ancien Régime alla Restaurazione, promossero e attuarono la
politica di tutela, dalla convinta consapevolezza che tale politica é
compito primario e non delegabile dei pubblici reggitori: constatazione
nella quale, in tempi di disinvolte dismissioni e privatizzazioni, é
certamente utile meditare.
(Giovanni Emiliani)
E inoltre:
La
conservazione dell'opera d'arte nella prospettiva storica e operativa
M. Antonietta De Angelis
L’Osservatore Romano, 18/11/2004
Due studi, l'uno
a carattere storico (Valter Curzi, Bene culturale e pubblica utilità.
Politiche di tutela a Roma tra Ancien Regime e Restaurazione,
Bologna, Minerva Edizioni, 2004) l'altro decisamente orientato nel
futuro (Pietro Amato, Proyectar un museo, Nociones fundamentales,
Roma, Istituto Italolatino-americano, 2004), pur nella diversità dei
contenuti, si presentano come due risultati di indubbia originalità che
fanno riflettere sul medesimo tema: cosa significa una politica di
tutela dei Beni Culturali, da quali istanze trae origine un museo e
soprattutto quali sono le sue finalità.
Inoltre entrambi i saggi pongono con chiarezza al lettore la necessità
di una riflessione sulla funzione del museo nei confronti
dell'esperienza culturale della società, su quello che Quatremère de
Quincy chiamò «l'avanzamento e i progressi dell'istruzione e della
ragione, il miglioramento, infine, della specie umana». Pertanto
entrambi gli studi, pur nati, in contesti diversi e ben definiti, hanno
una portata ideologica che li travalica.
Il libro di Valter Curzi è un'indagine a vasto raggio che non solo
delinea il tracciato cronostorico della situazione museale romana in un
periodo cruciale, che prende le mosse dagli ultimi pontificati prima del
governo napoleonico sino al successivo ritorno di Pio VII, ma
soprattutto ne indaga con ottica critica le problematiche di pensiero e
le metodologie operative.
Il suo libro si configura, per capillarità e dialettica, come uno
spaccato introspettivo sia della mentalità con la quale i funzionari
pontifici, Carlo Fea e Antonio Canova in testa, intrapresero la loro
opera di tutela e conservazione dei beni artistici della Santa Sede, sia
dell'impatto che la dinamica attività dell'amministrazione francese ebbe
sulle loro vedute e la situazione romana, sia infine delle nuove
problematiche e aspettative con cui la Restaurazione, erede di fatto
dell'amministrazione francese, dovette fare i conti.
La grande mole di materiali d'archivio che l'autore mette a confronto,
apportando informazioni spesso inedite, è resa più esaustiva
dall'appendice documentaria che riproduce 15 testi, fra decreti, editti
e regolamenti pontifici, dalla bolla Cum almam nostram urbem di Papa Pio
II del 1462 al Regolamento del 1822 per i Musei Vaticani; l'appendice
contiene anche l'inedito «Regolamento per i Musei Vaticani», promulgato
da Martial Daru nel 1811, conservato in minuta nell'Archivio Storico dei
Musei Vaticani.
L'importanza del libro di Curzi è data dal taglio critico, estremamente
nitido, che puntualizza con chiarezza, capitolo dopo capitolo, le fasi
di un divenire della prassi legislativa e operativa che a cavallo tra
700 e '800 assunse negli Stati. Pontifici una presa di coscienza quale
non si era mai verificata prima. L'Autore conferma che fu proprio
l'amministrazione francese a segnare un punto di non ritorno nello
spirito legalitario dei. funzionari pontifici, definendo l'investitura
senza deroghe dello Stato alla tutela dei beni culturali.
[...]
Entrambi i libri
dibattono quindi in prima istanza il tipo di tutela di cui il bene
artistico è oggetto nella prospettiva storica (Curzi), nella prospettiva
operativa (Amato). Il saggio di Curzi, ad esempio, identifica con molta
incisività nell'episodio del forno della Palombella un'esemplare vicenda
su cui riflettere. Nel 1805 Carlo Fea avviava una vertenza legale con la
famiglia Cuccumos proprietaria di un edificio adibito a forno addossato
alle mura del Pantheon, del quale si chiedeva l'abbattimento, essendo
estraneo alla struttura originale del Pantheon stesso e rappresentando
quindi, detto in termini moderni, un abuso edilizio.
L'episodio è estremamente significativo in quanto rappresenta un
precocissimo segnale di quell'asserto che sino ai tempi attuali, è stato
considerato fondamentale nella tutela dei beni culturali: la loro
priorità esistenziale rispetto agli interessi privati in quanto
espressione di un plusvalore estetico e storico che appartiene
all'umanità intera e non deve essere in nessuna misura soggetto al
privata.
Se si pensa che ciò accadde agli inizi del secolo XIX cioè nel periodo
di piena affermazione dei valori e del potere della borghesia sulla
proprietà con la sua politica rivoluzionaria (di cui l'età napoleonica
assunse l'eredità), non può sfuggire la lucidità profetica
dell'intervento del Commissario delle Antichità circa la prevalenza del
diritto pubblico su quello privato. Potremmo fare un confronto con
quanto Amato (p. 26) riporta nella citazione della Carta Europea del
Patrimonio Architettonico (Amsterdam 1975) adottata dalla Riunione di
Ministri del Consiglio d'Europa; in riferimento ai beni architettonici
essa dichiara, che «costituiscono un patrimonio spirituale, culturale,
economico e sociale di valore insostituibile», che hanno «un valore
educativo determinante» e che quindi necessitano di una conservazione
integrale ottenuta da una «azione congiunta delle tecniche di restauro e
delle indagini sulle funzioni originarie delle edificio».
La vertenza fra Carlo Fea e Cuccumos si chiuse in un primo momento nel
1807 con la vittoria di quest'ultimo e la clamorosa sconfitta dei
«valori integrali» dell'opera d'arte; soltanto nel 1881, in piena unità
d'Italia, il forno della Palombella verrà demolito ripristinando la
corretta lettura dell'area occidentale del Pantheon. Questa potremmo
dire vittoria postuma di Fea ha avuto incontrastato esito sino ad oggi,
anche se attualmente iniziamo ad assistere a una sua flessibilità nel
riutilizzo di beni architettonici, considerati non di primissimo piano
per scopi privati (castelli trasformati in alberghi, casali antichi
riadattati a ville & ristoranti...), flessibilità che implica un severo
controllo da parte dello Stato.
Ancora un altro aspetto innovativo di questi studi si può cogliere nella
acuta disamina di quanto sia prioritario, rispetto ai valori di ritorno
economico, l'aspetto della conservazione e della piena valorizzazione
scientifica dei beni culturali. Se è vero che secondo un «promemoria»
del 1816 indirizzato al Cardinale Pacca da Fea, Roma tutta «è e deve
essere una Galleria», dallo studio di Curzi emerge ben chiara la volontà
dei funzionali pontifici di regolamentare con un attenta politica di
controllo dei direttori e dei custodi la presenza del pubblico e dei
copisti, quest'ultimi rappresentando allora la quasi unica valenza di
studio dell'opera d'arte; ciò ai fini di una corretta conservazione che
trovava il suo più alto punto di espressione al momento del restauro,
operazione della cui delicata natura già ai primi del secolo XIX le
autorità pontificie erano ben conscie.
Anche Amato punta il suo principale interesse nell'azione di restauro
come elemento fondamentale della tutela quando dichiara (p. 32) «Nulla è
più delicato del restauro, che è regolato da documenti internazionali.
(...). Si deve restaurare l'opera d'arte a rischio di deterioramento,
per favorire la corretta conservazione, per non perdere la sua lettura».
La presenza di questo tipo di studi, dal solido ed equilibrato impianto
metodologico, è estremamente preziosa in un periodo come l'attuale in
cui, alla luce di tanti fattori destabilizzanti, l'orientamento
cognitivo della società e dei singoli è spesso sottoposto a radicali
revisioni fonte di incertezze. Sapere attraverso le documentate pagine
di Valter Curzi che già Canova e i suoi collaboratori si posero il
problema di come agire, come correggere eventuali errori, come
migliorare l'esistenza e la fruizione delle opere d'arte, non per
obbedire al gusto o alla moda, ma per un'istanza di civiltà, significa
comprendere appieno quel che Amato definisce «tenere le porte aperte per
promuovere le risposte all'esigenza di crescita della dignità umana. La
dignità non risponde alle leggi del mercato».