Associazione Bianchi Bandinelli

Istituto di studi ricerche e formazione fondato da Giulio Carlo Argan

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Ranuccio

Bianchi Bandinelli

Organicità e astrazione

 

Electa, Milano 2005

 

120 pp., 15 euro

Il volume apre una collana realizzata da Electa per l’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte.  

Dopo Il Maestro delle Imprese di Traiano (Milano 2003), per gentile concessione degli eredi, si riedita, con un apparato iconografico rinnovato ma fedele, il saggio di Ranuccio Bianchi Bandinelli Organicità e astrazione, pubblicato nel 1956 presso la neonata casa editrice di Giangiacomo Feltrinelli, poi tradotto in tedesco (Wirklichkeit und Abstraktion, Dresden 1956) e spagnolo (Organicidad y abstracciòn, Buenos Aires 1965).

 

Ranuccio Bianchi Bandinelli

La prima pagina di "Organicità e astrazione"

 

Nel campo dell’arte contemporanea, due tendenze opposte oggi coesistono, formulate nei termini di “realismo” e di “astrattismo”, in ognuna delle quali si possono, a piacere, distinguere poi diverse variazioni. E' naturale che i sostenitori dell’una e dell’altra tendenza cerchino di portare acqua al proprio mulino con argomenti polemici e dialettici di ogni genere. Ma a chi è abituato a considerare ogni forma artistica entro la storia sorge il desiderio di vedere più a fondo nel problema e di scoprire cosa c’è dietro questi aspetti. così divergenti, della creazione artistica.

Il rifiuto dell’una o dell’altra espressione viene fatto, di solito, con motivi di gusto; ma accanto a questi (“mi piace”, “non mi piace”) vi è sempre, nel pubblico di una mostra d’arte, un indistinto giudizio morale; tanto è vero che la disapprovazione, mossa da una impressione del gusto, provoca spesso anche sdegno, risentimento. Anche questa comune esperienza ci mostra che l’arte figurativa non tocca soltanto il gusto, ma impegna sempre, in realtà, una determinata visione del mondo, ne sia lo spettatore più o meno cosciente. E' già stato affermato, proprio da un teorico dell’arte contemporanea cosiddetta d’avanguardia, che la pretesa “impoliticità” dell’arte figurativa non è che un abbaglio: intendendo per "politica” ogni modo di realizzare idee a beneficio della comunità. A spiegare e a comprendere storicamente un fatto artistico non basta, dunque, la sola critica formale. Del resto, da un punto di vista meramente estetico, l’una e l’altra delle tendenze accennate appare pienamente sostenibile. Per arrivare a un criterio di scelta, occorre esaminare la genesi interna delle forme dell’arte e, possibilmente, esaminarne la storia. Realismo e astrattismo non sono, infatti, apparenze nate solo oggi nel mondo dell’arte.

Tendenze verso la forma astratta si ritrovano non meno documentate, dalla preistoria a oggi, di quanto si trovino le tendenze naturalistiche. Ma che entrambe si trovino gomito a gomito nello stesso tempo e nello stesso luogo (ognuna proclamatasi, come è naturale, la più legittima espressione del proprio tempo), questo è un fatto tipico della società contemporanea e denunzia, già di per se stesso, le contraddizioni che in essa si scontrano e l’incertezza delle sue stesse basi culturali. In modo analogo, il fatto che sia stato necessario dichiarare ufficialmente e solennemente nelle più recenti leggi costituzionali di alcune nazioni (tra le quali l’Italia) che l’arte è libera, dimostra come alla cultura contemporanea sia venuta a mancare una certezza ispiratrice, un filo conduttore, la cui esistenza non avrebbe nemmeno fatto sorgere il problema della libertà o meno dell’arte. Giacché l’arte non è affatto libera: essa è strettamente legata alle convinzioni e alle convenzioni di un tempo e di un luogo; ma tale legame è così naturale, che non viene avvertito (come non avvertiamo il legame muscolare che ci fa muovere un braccio) e finiamo per considerarlo istintivo. Il fatto di dover dichiarare, invece, che l’arte è libera, dimostra che il nostro rapporto con l’arte non è più spontaneo, ma riflesso, intellettualistico, e quindi deformabile a volontà, e che perciò l’espressione artistica va difesa contro la imposizione di volontà esterna. Anche questo, però, sta a dimostrare che nel fatto artistico non si tratta solo di una questione di gusto o di forma o di equilibrio fra espressione e contenuto; ma di qualche cosa che investe profondamente il carattere di una società e della sua cultura.

Realismo e astrazione sono due modi diversi di concepire la forma e la sostanza dell’espressione artistica, che si sono sempre manifestati, prevalendo ora l’uno ora l’altro. Sorge legittima la curiosità di indagare come a questo prevalere or dell’uno or dell’altro modo di espressione, corrisponda una particolare situazione, una particolare condizione umana e quindi, constatato che non si tratta soltanto di una questione di gusto, una particolare visione del mondo.

 

Marcello Barbanera, Realismo o astrazione?

 

(passi tratti dal volume: M. Barbanera, Ranuccio Bianchi Bandinelli. Biografia ed epistolario di un grande archeologo, Milano, 2003, pp. 310-314) scheda sul volume

 

Uno dei più accesi dibattiti culturali degli anni cinquanta scaturì dalla contrapposizione tra arte astratta e arte figurativa.
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Sebbene la polemica fra astrattisti e figurativi riguardasse principalmente l’arte contemporanea, Bianchi Bandinelli intervenne sulla questione dell’astrazione e del realismo nell’opera d’arte partendo dal suo ambito specifico, quello dell’arte antica. Il 22 ottobre 1950 tenne una conferenza all’Istituto Storico Olandese di Roma dal titolo Naturalismo e astrazione, che costituì la base per il libretto Organicità e Astrazione, pubblicato nel 1956 presso la neonata casa editrice di Giangiacomo Feltrinelli. Il suo coinvolgimento nelle discussioni artistiche dell’epoca è confermato dalla lunga lista di amici e conoscenti che fece pervenire al direttore dell’Istituto Olandese in occasione della lecture, tra i quali vi erano i critici e gli storici dell’arte, gli artisti e i letterati più noti dell’epoca.

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Analizzando la posizione di Bianchi Bandinelli si ha l’impressione che egli oscillò tra l’ufficialità della politica culturale dei comunisti e la sensibilità personale. Approfondiamo questa idea aiutati dalla trama di documenti pubblici e privati. Contro la partiticità dell’arte era certamente Alberto Carocci che, il 3 aprile 1953, scriveva al vecchio amico Ranuccio, contestando l’accusa di difendere l’arte per l’arte, cioè quello che per i comunisti era solo un giochetto borghese

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Bianchi Bandinelli era consapevole del valore delle esperienze artistiche non figurative, ma temeva l’astrazione come fuga dalla realtà, verso l’irrazionalità. Intervenendo alla "Mostra per il Premio Rinascita” nel 1953 aveva detto: “Il pericolo [...] è di vedere tutto esaurirsi nei due poli opposti del verismo fotografico o dell’astrattismo non figurativo di seconda e terza mano, che vanno considerate due strade diverse, ma ugualmente prive di sfondo, due strade chiuse”. Riconosceva che le ricerche della pittura moderna dal cubismo al surrealismo e all’astrattismo avevano avuta un’efficacia salutare e positiva sull’esperienza artistica contemporanea per liberarsi dalle convenzioni e non negava che, su questa strada, si potesse giungere a una espressione artistica: “Ma questa fase sperimentale, questa rivoluzione da salotto ormai ha fatto il suo tempo, insisterci ancora non è che pigrizia mentale o snobismo di provincia [...]. Oggi si tratta di trovare il modo di afferrare di nuovo la realtà oggettiva del mondo che ci circonda e di trovare un modo nostro, di oggi, per esprimerla”. Era implicito che questo “modo nostro” dovesse essere pre-impressionista e più che legittime furono le posizioni di coloro che ne criticarono la parzialità.
Nel '
56, come si è accennato, la conferenza dell’Istituto Olande
se si trasformò in un libretto, “un maledetto libriccino (come lo chiamai mentre lo stendevo perché costrettovi da un impegno con l’editore, mentre altre cose mi interessavano di più, e perché prevedevo che avrebbe ricevuto critiche da tutte le parti)”, scrisse l’autore due anni dopo al paletnologo Carlo Alberto Blanc che, nel frattempo, aveva pubblicato un volumetto dal titolo Dall’Astrazione all’Organicità, criticando le posizioni del collega.
Nel libretto Bianchi Bandinelli riconosceva che astrazione e realismo sono tendenze già presenti nell’arte preistorica, e ne seguiva il percorso fino a constatare la disgregazione della forma naturalistica nella monetazione di alcune popolazioni celtiche della Gallia, le cui raffigurazioni derivavano da quelle riprodotte sulle monete di Filippo di Macedonia, coniate tra il 359 e il 336 a.C., cioè in un’epoca ancora ispirata alla tradizione classica. L’itinerario proseguiva fino a prendere in esame un pittore che gli doveva essere diventato familiare durante il soggiorno olandese, Piet Mondrian, il quale, negli anni seguenti, andò riflettendo attentamente sulla forma classica. Mondrian si prestava alla teoria dell’archeologo perché era possibile seguire lo sviluppo della sua pittura dalla fase figurativa a quella astratta. Bianchi Bandinelli spiegava questo passaggio in base a un’ispirazione mistica del pittore olandese e interpretava la sua sincera ricerca di assoluto
una volontà di superare la disarmonia e l’incostanza del cosmo con la razionalità della visione (attraverso la geometria e i colori primari, elementi costanti) come un tentativo di sfuggire alla realtà: dunque una debolezza sul piano etico. Una debolezza intollerabile in un’epoca di profondi dissidi ideologici, in una “fase di esasperazione del conflitto per il dominio di gruppi di uomini su altri uomini”.
Bianchi Bandinelli identificava la tendenza all’astrattismo con l’aspirazione alla metafisica, all’irrazionalità presente in ogni tempo della storia, dall’antichità al proprio secolo, e come tale la giudicava una fuga dalla realtà, una rinuncia alla lotta. La conclusione è questa: “Non può essere accettata la tendenza alla distruzione delle forme organiche e all’astrazione da chi rifiuta l’ideologia trascendentale e irrazionalistica che sta alla base di tale tendenza; da chi appartiene a un mondo che pone la ragione umana e la fiducia nella ragione umana e nella razionalità della storia alla base delle proprie azioni e della propria vita”.
La sensibilità per la forma artistica impedì tuttavia a Bianchi Bandinelli di emettere sentenze definitive e di liquidare l’arte astratta come arte senza valore. Era consapevole che la sua posizione derivava da un giudizio filtrato dall’ideologia: “Non si tratta di pronunciare una condanna; ma di chiarire una scelta e un rifiuto”. In un’epoca di lotta estrema anche la critica d’arte doveva farsi militante.
Il libretto provocò reazioni fortemente critiche. Il paletnologo Blanc confutò le argomentazioni di Bianchi Bandinelli sul terreno specifico dello sviluppo figurativo nella preistoria, in cui la fase dell’astrazione
argomentava precede, e non segue, quella naturalistica.
Da un punto di vista metodologico, una delle critiche più interessanti fu mossa dallo storico dell’arte Corrado Maltese. Costui metteva acutamente in guardia dal pericolo di considerare l’organicità come un modello al di fuori della storia dell’arte, che può diventare il me
tro di giudizio di altri eventi artistici, stabilendo così parametri assoluti e non relativi di giudizio storico-critico. Inoltre rimproverava a Bianchi Bandinelli di vedere nell’astrazione soltanto l’aspetto riduttivo di una regressione, senza esaminare i nessi fruttuosi dell’inorganicità con “le condizioni generali da cui scaturisce”. Lo rimproverava cioè di non tenere conto del contesto dell’astrazione che molto può dire sull’opera d’arte. La disgregazione formale osservata sulle monete celtiche non sarebbe stata piuttosto il riflesso di una diversa organicità determinata da una nuova organizzazione sociale?
Organicità e Astrazione lasciò insoddisfatto il suo autore: negli anni seguenti Ranuccio raccolse incessantemente nuovo materiale per tornare a riscriverlo, alla luce delle sue esperienze allargate e, probabilmente, di una visione meno ideologizzata, ma non vi riuscì. Le polemiche sorte intorno al libro gli consigliarono comunque in seguito una maggiore cautela di giudizio; nel 1957, per esempio, disapprovò l’attacco sferrato dal critico comunista Marcello Venturoli contro Palma Bucarelli per aver organizzato un’esposizione alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna con quadri provenienti dal Guggenheim Museum, sostenendo che l’astrattismo era un dato di fatto e come tale non poteva essere trascurato: “Caro Venturoli [...], avevo letto via via gli articoli anti-astrattisti che sei andato pubblicando, spesso approvando, talora dissentendo. Mentre sono d’accordo in tesi generale, naturalmente, non lo sono, per esempio, quando rimproveri alla Palmina l’uso della Galleria di Valle Giulia per la Mostra Guggenheim [...]. Trovo che con la mostra Guggenheim e con la Mostra Tedesca a via Nazionale [...] in questo momento a Roma è possibile farsi un panorama dell’arte contemporanea come ciò non era mai stato possibile nella nostra provincia. E se sono contro l’arte astratta, ciò nondimeno questa esiste, come esistono tante cose contro le quali occorre combattere, e quindi va conosciuta; senza contare che esiste una fondamentale differenza di qualità fra i veri ‘Maestri’ dell’astrattismo e i miseri scopiazzatori di casa nostra. E questo andrebbe rilevato in modo più chiaro da chi fa critica dell’arte contemporanea”.
Al convegno sul realismo promosso dall’Istituto Gramsci nel 1959, Bianchi Bandinelli da una parte si allineò con le posizioni di Salinari, Della Volpe ecc. nel respingere le istanze romantico-idealistiche dell’arte, “dagli aspetti decadentisti (come è il caso di Fellini, di Pavese) a quelli di tipo naturalistico (intellettualismo di Pasolini, picarismo, mito della civiltà contadina, cronachismo)”. Dall’altro, però, finiva per riconoscere che “anche in queste deformazioni ci sono spunti di critica alla società attuale e possiamo avvicinarci a tali opere senza ripugnanza; queste opere sono pur sempre al di qua del fosso che ci separa dall’arte di evasione”.
Resta la domanda: nella sua difesa del realismo quanto pagò Bianchi Bandinelli alle posizioni ufficiali del partito in materia culturale e quanto invece si fece guidare dalle proprie esperienze personali, dai suoi gusti in ambito artistico, già maturati nella giovinezza?

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