Marcello Barbanera,
Realismo o astrazione?
(passi tratti dal
volume: M. Barbanera, Ranuccio Bianchi Bandinelli. Biografia ed epistolario di un
grande archeologo, Milano, 2003, pp. 310-314)
scheda sul volume
Uno dei più accesi dibattiti
culturali degli anni cinquanta scaturì dalla contrapposizione tra arte
astratta e arte figurativa.
[...]
Sebbene la
polemica fra astrattisti e figurativi riguardasse principalmente l’arte
contemporanea, Bianchi Bandinelli intervenne sulla questione
dell’astrazione e del realismo nell’opera d’arte partendo dal suo ambito
specifico, quello dell’arte antica. Il 22 ottobre 1950 tenne una
conferenza all’Istituto Storico Olandese di Roma dal titolo
Naturalismo e astrazione,
che costituì la base per il libretto
Organicità e Astrazione,
pubblicato nel
1956 presso la neonata casa editrice di
Giangiacomo Feltrinelli. Il suo coinvolgimento nelle discussioni
artistiche dell’epoca è confermato dalla lunga lista di amici e
conoscenti che fece pervenire al direttore dell’Istituto Olandese in
occasione della lecture,
tra i quali vi erano i critici e gli storici
dell’arte, gli artisti e i letterati più noti dell’epoca.
[...]
Analizzando la
posizione di Bianchi Bandinelli si ha l’impressione che egli oscillò tra
l’ufficialità della politica culturale dei comunisti e la sensibilità
personale. Approfondiamo questa idea aiutati dalla trama di documenti
pubblici e privati. Contro la partiticità dell’arte era certamente
Alberto Carocci che, il 3 aprile 1953, scriveva al vecchio amico
Ranuccio, contestando l’accusa di difendere l’arte per l’arte, cioè
quello che per i comunisti era solo un giochetto borghese
[...]
Bianchi
Bandinelli era consapevole del valore delle esperienze artistiche non
figurative, ma temeva l’astrazione come fuga dalla realtà, verso
l’irrazionalità. Intervenendo alla "Mostra per il Premio Rinascita” nel
1953 aveva detto: “Il pericolo [...] è di vedere tutto esaurirsi nei due
poli opposti del verismo fotografico o dell’astrattismo non figurativo
di seconda e terza mano, che vanno considerate due strade diverse, ma
ugualmente prive di sfondo, due strade chiuse”. Riconosceva che le
ricerche della pittura moderna dal cubismo al surrealismo e
all’astrattismo avevano avuta un’efficacia salutare e positiva
sull’esperienza artistica contemporanea per liberarsi dalle convenzioni
e non negava che, su questa strada, si potesse giungere a una
espressione artistica: “Ma questa fase sperimentale, questa rivoluzione
da salotto ormai ha fatto il suo tempo, insisterci ancora non è che
pigrizia mentale o snobismo di provincia [...]. Oggi si tratta di
trovare il modo di afferrare di nuovo la realtà oggettiva del mondo che
ci circonda e di trovare un modo nostro, di oggi, per esprimerla”. Era
implicito che questo “modo nostro” dovesse essere pre-impressionista e
più che legittime furono le posizioni di coloro che ne criticarono la
parzialità.
Nel '56,
come si è accennato, la conferenza dell’Istituto Olandese
si trasformò in un libretto, “un maledetto libriccino (come lo chiamai
mentre lo stendevo perché costrettovi da un impegno con l’editore,
mentre altre cose mi interessavano di più, e perché prevedevo che
avrebbe ricevuto critiche da tutte le
parti)”, scrisse l’autore due anni dopo al paletnologo Carlo Alberto
Blanc che, nel frattempo, aveva pubblicato un volumetto dal titolo
Dall’Astrazione all’Organicità,
criticando le posizioni del collega.
Nel libretto Bianchi Bandinelli riconosceva che astrazione e realismo
sono tendenze già presenti nell’arte preistorica, e ne seguiva il
percorso fino a constatare la disgregazione della forma naturalistica
nella monetazione di alcune popolazioni celtiche della Gallia, le cui
raffigurazioni derivavano da quelle riprodotte sulle monete di Filippo
di Macedonia, coniate tra il 359 e il 336 a.C., cioè in un’epoca ancora
ispirata alla tradizione classica. L’itinerario proseguiva fino a
prendere in esame un pittore che gli doveva essere diventato familiare
durante il soggiorno olandese, Piet Mondrian, il quale, negli anni
seguenti, andò riflettendo attentamente sulla forma classica. Mondrian
si prestava alla teoria dell’archeologo perché era possibile seguire lo
sviluppo della sua pittura dalla fase figurativa a quella astratta.
Bianchi Bandinelli spiegava questo passaggio in base a un’ispirazione
mistica del pittore olandese e interpretava la sua sincera ricerca di
assoluto —
una volontà di superare la
disarmonia e l’incostanza del cosmo con la razionalità della visione
(attraverso la geometria e i colori primari, elementi costanti)
—
come un tentativo di sfuggire alla realtà:
dunque una debolezza sul piano etico. Una debolezza intollerabile in
un’epoca di profondi dissidi ideologici, in una “fase di esasperazione
del conflitto per il dominio di gruppi di uomini su altri uomini”.
Bianchi Bandinelli identificava la tendenza all’astrattismo con
l’aspirazione alla metafisica, all’irrazionalità presente in ogni tempo
della storia, dall’antichità al proprio secolo, e come tale la giudicava
una fuga dalla realtà, una rinuncia alla lotta. La conclusione è questa:
“Non può essere accettata la tendenza alla distruzione delle forme
organiche e all’astrazione da chi rifiuta l’ideologia trascendentale e
irrazionalistica che sta alla base di tale tendenza; da chi appartiene a
un mondo che pone la ragione umana e la fiducia nella ragione umana e
nella razionalità della storia alla base delle proprie azioni e della
propria vita”.
La sensibilità per la forma artistica impedì tuttavia a Bianchi
Bandinelli di emettere sentenze definitive e di liquidare l’arte
astratta come arte senza valore. Era consapevole che la sua posizione
derivava da un giudizio filtrato dall’ideologia: “Non si tratta di
pronunciare una condanna; ma di chiarire una scelta e un rifiuto”. In
un’epoca di lotta estrema anche la critica d’arte doveva farsi
militante.
Il libretto provocò reazioni fortemente critiche. Il paletnologo Blanc
confutò le argomentazioni di Bianchi Bandinelli sul terreno specifico
dello sviluppo figurativo nella preistoria, in cui la fase
dell’astrazione —
argomentava
—
precede, e non segue, quella naturalistica.
Da un punto di vista metodologico, una delle critiche più interessanti
fu mossa dallo storico dell’arte Corrado Maltese. Costui metteva
acutamente in guardia dal pericolo di considerare l’organicità come un
modello al di fuori della storia dell’arte, che può diventare il metro
di giudizio di altri eventi artistici, stabilendo così parametri
assoluti e non relativi di giudizio storico-critico. Inoltre
rimproverava a Bianchi Bandinelli di vedere nell’astrazione soltanto
l’aspetto riduttivo di una regressione, senza esaminare i nessi
fruttuosi dell’inorganicità con “le condizioni generali da cui
scaturisce”. Lo rimproverava cioè di non tenere conto del contesto
dell’astrazione che molto può dire sull’opera d’arte. La disgregazione
formale osservata sulle monete celtiche non sarebbe stata piuttosto il
riflesso di una diversa organicità determinata da una nuova
organizzazione sociale?
Organicità e Astrazione lasciò insoddisfatto il suo autore: negli
anni seguenti Ranuccio raccolse incessantemente nuovo materiale per
tornare a riscriverlo, alla luce delle sue esperienze allargate e,
probabilmente, di una visione meno ideologizzata, ma non vi riuscì. Le
polemiche sorte intorno al libro gli consigliarono comunque in seguito
una maggiore cautela di giudizio; nel 1957, per esempio, disapprovò
l’attacco sferrato dal critico comunista Marcello Venturoli contro Palma
Bucarelli per aver organizzato un’esposizione alla Galleria Nazionale
d’Arte Moderna con quadri provenienti dal Guggenheim Museum, sostenendo
che l’astrattismo era un dato di fatto e come tale non poteva essere
trascurato: “Caro Venturoli [...], avevo letto via via gli articoli
anti-astrattisti che sei andato pubblicando, spesso approvando, talora
dissentendo. Mentre sono d’accordo in tesi generale, naturalmente, non
lo sono, per esempio, quando rimproveri alla Palmina l’uso della
Galleria di Valle Giulia per la Mostra Guggenheim [...]. Trovo che con
la mostra Guggenheim e con la Mostra Tedesca a via Nazionale [...] in
questo momento a Roma è possibile farsi un panorama dell’arte
contemporanea come ciò non era mai stato possibile nella nostra
provincia. E se sono contro l’arte astratta, ciò nondimeno questa
esiste, come esistono tante cose contro le quali occorre combattere, e
quindi va conosciuta; senza contare che esiste una fondamentale
differenza di qualità fra i veri ‘Maestri’ dell’astrattismo e i miseri
scopiazzatori di casa nostra. E questo andrebbe rilevato in modo più
chiaro da chi fa critica dell’arte contemporanea”.
Al convegno sul realismo promosso dall’Istituto Gramsci nel 1959,
Bianchi Bandinelli da una parte si allineò con le posizioni di Salinari,
Della Volpe ecc. nel respingere le istanze romantico-idealistiche
dell’arte, “dagli aspetti decadentisti (come è il caso di Fellini, di
Pavese) a quelli di tipo naturalistico (intellettualismo di Pasolini,
picarismo, mito della civiltà contadina, cronachismo)”. Dall’altro,
però, finiva per riconoscere che “anche in queste deformazioni ci sono
spunti di critica alla società attuale e possiamo avvicinarci a tali
opere senza ripugnanza; queste opere sono pur sempre al di qua del fosso
che ci separa dall’arte di evasione”.
Resta la domanda: nella sua difesa del realismo quanto pagò Bianchi
Bandinelli alle posizioni ufficiali del partito in materia culturale e
quanto invece si fece guidare dalle proprie esperienze personali, dai
suoi gusti in ambito artistico, già maturati nella giovinezza?
[...]