ANNALE n. 18 (2007): Oreste Ferrari, Catalogo, documentazione e tutela dei beni culturali

13 gennaio, 2007

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 Annali dell’Associazione Bianchi Bandinelli 

n. 18 – 2007

Oreste Ferrari

CATALOGO, DOCUMENTAZIONE

E TUTELA DEI BENI CULTURALI

Scritti scelti (1966-1992)

a cura di Claudio Gamba

con un Forum sul presente e futuro della catalogazione

 

Scritti di Andrea Carandini, Marisa Dalai Emiliani, Andrea Emiliani, Simonetta Isgrò, Marco Lattanzi, Cettina Mangano, Francesco Negri Arnoldi, Paola Nicita Misiani, Matteo Panzeri, Serenita Papaldo, Pietro Petraroia, Anna Maria Petrosino, Sara Parca, Paola Elisabetta Simeoni, Roberta Tucci, Valentina Valerio

 

«Annali dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, fondata da Giulio Carlo Argan», n. 18, Iacobelli editore, Pavona di Albano Laziale (Roma) 2007.

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Comunicato stampa

 

È uscito il volume n. 18 della collana «Annali dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, fondata da Giulio Carlo Argan». Il libro, edito da Iacobelli, è costituito da una raccolta di scritti di Oreste Ferrari (Roma, 5 aprile 1927 – 16 novembre 2005) sul tema “Catalogo, documentazione e tutela dei beni culturali” usciti tra il 1966 e il 1992, cioè negli anni che coincidono con l’incarico di direttore dell’Ufficio Centrale del Catalogo (1969-1975) e dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (1975-1990); la scelta dei testi segue un ordine cronologico, a partire dal testo programmatico uscito sul «Bollettino d’arte» nel 1972 e dall’intervento presentato nello stesso anno al Convegno d’Arte Sacra di Pisa (pubblicato nel 1974); seguono le relazioni sui temi dell’automazione del Catalogo e dei Lessici (il convegno di Roma promosso dall’Inforav del 1975 e quelli di Pisa e di Cortona del 1978-79) e gli interventi che riguardano il rapporto con il territorio, le Regioni, la creazione dei centri di documentazione, il museo, il restauro (usciti tra il 1977 e il 1987). Il successivo gruppo di testi è legato alle vicende del 1986-87 (i cosiddetti “giacimenti culturali” e la risposta ministeriale di Memorabilia) e del 1989-90 (le iniziative avviate in vista dell’apertura delle frontiere dei paesi della CEE nel 1993). Accanto a questi testi se ne pongono altri che esemplificano tematiche specifiche dell’opera di catalogazione (la cultura popolare, le armi antiche, il patrimonio storico fotografico, i beni archeologici, i beni architettonici ed ambientali). Di seguito, in una sezione a parte, sono state raccolte una lettera del 1976 apparsa sulla rivista «Prospettiva» (in risposta a un Editoriale dei direttori Cristofani e Previtali) e quattro interviste che permettono di seguire gli eventi e le polemiche dell’ultimo periodo della direzione di Ferrari (tra il 1984 e il 1990, anno delle dimissioni, con un bilancio finale rilasciato nel 1992). I testi sono corredati da note esplicative e sono seguiti da due profili di Oreste Ferrari scritti da Francesco Negri Arnoldi e Serenita Papaldo, e da un’ampia Appendice curata da Claudio Gamba con materiali bio-bibliografici sull’opera di Ferrari e con materiali documentari e legislativi utili alla ricostruzione della storia della catalogazione dei beni culturali in Italia.

La raccolta degli scritti di Ferrari è preceduta da una introduzione di Marisa Dalai Emiliani e da un Forum sul presente e futuro della catalogazione (con interventi e saggi di eminenti studiosi e di giovani ricercatori: Andrea Carandini, Andrea Emiliani, Simonetta Isgrò, Marco Lattanzi, Cettina Mangano, Francesco Negri Arnoldi, Paola Nicita Misiani, Matteo Panzeri, Pietro Petraroia, Anna Maria Petrosino, Sara Parca, Paola Elisabetta Simeoni, Roberta Tucci, Valentina Valerio).

Complessivamente il volume è di 320 pagine.

 

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Sommario del volume

 

Marisa Dalai Emiliani

Introduzione

 

 

FORUM:

Punti di vista sul presente e futuro della catalogazione dei beni culturali in Italia

 

Andrea Emiliani

Le campagne di censimento e la conoscenza per la catalogazione del patrimonio culturale (Bologna, Valle del Reno, del Setta e del Santerno, 1968-1971)

 

Francesco Negri Arnoldi

Catalogo, documentazione e ricerca

 

Andrea Carandini

“Catalogo” e tradizione; “sistema informativo” e innovazione

 

Pietro Petraroia

Tutela / valorizzazione del patrimonio culturale e governo del territorio: ritornando all’idea di catalogo di Oreste Ferrari

 

Marco Lattanzi

Catalogo e innovazione tecnologica: le prospettive

 

Matteo Panzeri

Modelli dei dati e specificità dei sistemi: note dall’esperienza del censimento dei beni culturali mobili della Chiesa italiana

 

Concetta Mangano, Paola Nicita Misiani, Sara Parca, Anna Maria Petrosino

Alcune riflessioni sull’esperienza di collaboratore esterno al Catalogo

 

Paola Elisabetta Simeoni, Roberta Tucci

La catalogazione dei beni demoetnoantropologici: radici e attualità

 

Simonetta Isgrò, Valentina Valerio

La catalogazione dei beni culturali nelle aree a rischio sismico

 

 

Catalogo, documentazione e tutela dei beni culturali

Scritti scelti di Oreste Ferrari

 

Nota ai testi

 

Introduzione alla tutela dei monumenti e delle opere d’arte (1966)

La catalogazione dei beni culturali (1972)

L’inventario delle opere d’arte per l’Archivio diocesano e la catalogazione statale (1974)

Esperienze e prospettive dell’automazione in rapporto all’attuale situazione del catalogo dei beni culturali (1975)

Due interventi sui progetti di automazione del catalogo (1978):

O. Ferrari, S. Papaldo, A. P. Cuscito, D. R. Matteucci

Progetto di automazione del catalogo dei beni culturali in Italia

O.Ferrari, A. Cicinelli, S. Vasco Rocca

KWIC Index delle fotografie del Gabinetto Fotografico Nazionale

Lessici come strumento della catalogazione (1979)

Ricerca e catalogazione della cultura popolare (1978)

Temi problematici per la catalogazione delle armi antiche (1982)

Catalogo e centro di documentazione come servizio pubblico (1977)

L’Istituto Centrale per il Catalogo e le Regioni (1978)

I centri di documentazione come forma di cogestione del Catalogo dei beni culturali (1979)

Cataloghi e inventari (1980)

Il museo come polo della documentazione del territorio (1982)

Considerazioni sulla catalogazione dei beni architettonici ed ambientali (1983)

Catalogazione e ricerca storica (1985)

Informatica, programmazione e giacimenti culturali (1986)

Conoscere meglio per conservare meglio: i problemi della documentazione nel campo del restauro (1986)

Il restauro immateriale: la catalogazione (1987)

La catalogazione. Innovazione di un processo permanente (1987)

Qualche riflessione su questioni di censimento e conservazione del patrimonio storico fotografico (1988)

Quale professione per gli addetti alla catalogazione? (1989)

1993 e oltre: qualche proposta per la catalogazione (1990)

La catalogazione dei beni archeologici e le tecnologie informatiche (1991)

 

Chiarimenti e polemiche: dalla nascita del Ministero ai “giacimenti culturali”. Un confronto e quattro interviste

Un confronto sulla rivista «Prospettiva» (1976):

Editoriale, di Mauro Cristofani e Giovanni Previtali

Una lettera di Oreste Ferrari

Quattro interviste:

Ma importa ancora a qualcuno la catalogazione dei nostri beni artistici?

Intervista a Oreste Ferrari, a cura di Giordano Viroli (1984)

Bastano 200 miliardi in 10 anni per catalogare tutto il patrimonio. I “giacimenti” da soli ne hanno già spesi 600

Intervista a Oreste Ferrari, a cura di Luigi Conte (1988)

Catalogo: il piano di Oreste Ferrari, che lascia la direzione

Intervista a Oreste Ferrari, a cura di Luigi Conte (1990)

Catalogo o conta delle pecore?

Articolo-intervista di Marco Carminati (1992)

 

 

Su Oreste Ferrari

Francesco Negri Arnoldi

Oreste Ferrari, un servitore dello Stato

 

Serenita Papaldo

Oreste Ferrari

 

 

Appendice bibliografica e documentaria, a cura di Claudio Gamba

Per un profilo bio-bibliografico di Oreste Ferrari

Bibliografia degli scritti di Oreste Ferrari in tema di tutela, catalogo e documentazione dei beni culturali

Materiali:

1) Relazione della Commissione incaricata dalla Direzione generale delle Antichità e Belle Arti e dal CNR dello studio di nuove metodologie per l’attività di catalogo (1967)

2) Documentazione legislativa: Istituzione dell’Ufficio Centrale del Catalogo (O.M. 19 maggio 1969); Nuovo ordinamento delle Soprintendenze alle opere di Antichità e d’Arte (D. 31 dicembre 1972, n. 3164, art. 31); Organizzazione del ministero per i Beni Culturali e Ambientali (D.P.R. 3 dicembre 1975; articoli sugli Istituti centrali); Ordinamento interno dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (D.M. 20 luglio 1977)

3) Elenco delle circolari in materia di Catalogo e Documentazione 1969-1990

4) Elenco delle missioni effettuate da Oreste Ferrari tra il 1977 e il 1983 come direttore dell’ICCD

5) Cronologia: le principali tappe della catalogazione in Italia 1902-2007

 

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Introduzione

 

Marisa Dalai Emiliani

Presidente dell’Associazione Bianchi Bandinelli

Oreste Ferrari (1927-2005), noto storico dell’arte, è stato tra i soci fondatori dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli nel 1991 e tra i più attivi membri del Direttivo nei suoi primi anni di lavoro, che ne hanno segnato la vocazione di spazio aperto alla ricerca e alla riflessione critica sui problemi via via più urgenti della tutela del patrimonio culturale. Basterebbe questo a dare ragione di un numero degli Annali (18/2007) dedicato ai suoi contributi più incisivi sulle questioni della catalogazione e documentazione dei beni culturali, come si era fatto per gli Scritti scelti (1969-1999) su Restauro e tutela di Michele Cordaro (Annale 8/2000), volume tra i più apprezzati e richiesti della collana.

Restauro e Catalogo, le due funzioni istituzionali primarie dell’Amministrazione della tutela: della seconda, si può ben dire che Oreste Ferrari sia stato protagonista di primo piano per almeno vent’anni, direttore dapprima del rifondato Ufficio Centrale per il Catalogo del Ministero della Pubblica Istruzione, tra 1969 e 1974, quindi a capo del prestigioso ICCD – Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, dall’istituzione del Ministero per i Beni culturali e ambientali nel 1975 fino alle amare dimissioni dall’incarico, alla fine del 1990. Rileggere in sequenza i suoi interventi, fortemente connotati in senso teorico-metodologico ma sempre consapevoli dell’importanza istituzionale e quindi civile di ogni scelta, è ripercorrere da un osservatorio privilegiato speranze, vittorie e sconfitte dell’azione di salvaguardia del patrimonio in Italia: un’azione tecnico-scientifica raffinata e aggiornata, in inevitabile dialettico rapporto con decisioni politiche troppo spesso inadeguate, quando non attente all’interesse privato ben più che all’utile pubblico. Dopo i primi scritti che hanno il respiro di veri e propri manifesti programmatici — da segnalare per lucidità e lungimiranza Catalogo e centro di documentazione come servizio pubblico (1977), ma anche, a distanza di un decennio, La catalogazione. Innovazione di un processo permanente, contributo essenziale al valore della ricerca —, i nodi cruciali affrontati sono quelli tuttora in parte irrisolti dell’informatizzazione (o automazione, come si preferiva dire allora), con la questione collegata dei lessici tecnici e storici e, d’altro lato, della cooperazione con le Regioni. Ma non mancano contributi peculiari e tuttora pregnanti sul piano del metodo, in riferimento alla catalogazione delle armi antiche piuttosto che delle testimonianze di cultura popolare, dei beni architettonici e ambientali come del patrimonio storico fotografico o dei beni archeologici, o ancora correlati al restauro, o al ruolo del museo come archivio di documentazione del territorio. La voce si fa più diretta e risentita nelle interviste rilasciate a periodici, che ci è sembrato giusto non tralasciare: e il tema scottante è qui quello dei “giacimenti culturali”, dello spreco di danaro pubblico per un’iniziativa di stampo prettamente politico, condotta nell’assenza di qualsiasi garanzia scientifico-istituzionale e affidata all’improvvisazione di ditte private del settore informatico.

Si deve a Claudio Gamba, autore del progetto e responsabile delle ricerche per questo volume, la sua ricchezza di apparati: non soltanto l’ampia bibliografia specifica e l’apporto di elementi significativi al profilo biografico, disegnato dalle testimonianze dei due studiosi che a Oreste Ferrari furono più vicini nell’impegno istituzionale e che hanno generosamente acconsentito a pubblicarle anche in questa sede, Serenita Papaldo e Francesco Negri Arnoldi; i rari materiali documentari proposti in appendice, dagli stralci di decreti istitutivi alle relazioni di Commissioni di studio fino all’ampia cronologia degli avvenimenti, tessono d’altra parte un contesto intorno alla figura del protagonista e ci restituiscono, anche attraverso il linguaggio asciutto delle circolari a sua firma, la complessità e la densità di un lavoro di alta responsabilità, che si è sviluppato nell’arco di due decenni, sempre in prima linea.

L’importanza nodale e in più casi l’attualità dei problemi messi a fuoco, che si situano alle radici delle scelte, e anche delle non scelte, per la tutela del patrimonio culturale di oggi, ci hanno suggerito di provare a riaprire un dibattito, qui e ora, sul presente e sul futuro della catalogazione in Italia. La speranza è che altre voci si uniscano a quelle generose e molto consapevoli che hanno dato vita a questo FORUM, altri temi assenti s’impongano all’attenzione, per riaffermare la centralità di una delle funzioni cardine dell’opera di salvaguardia — basti pensare ai primi programmi dell’Italia unita —, perché fondata sulla ricerca e sulla conoscenza.

 

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Dall’Appendice bibliografica e documentaria del volume, riproduciamo – senza l’apparato di note – il breve profilo di Oreste Ferrari.

 

Per un profilo bio-bibliografico di Oreste Ferrari

di Claudio Gamba

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La morte di Oreste Ferrari, avvenuta a Roma il 16 novembre 2005, è passata un po’ in sordina, discreta come fu la sua vita; solo qualche stringato necrologio, pochi ricordi commossi e il tacito rimpianto degli amici, dei colleghi, degli allievi. Eppure con Ferrari scompare uno degli ultimi rappresentanti di quella generazione irripetibile che si era affacciata al mondo degli studi subito dopo la seconda guerra mondiale, di quella scuola di storici dell’arte dagli interessi multiformi, che andavano dalla riscoperta di settori inesplorati della storia dell’arte fino alla militanza nella creazione artistica contemporanea, e in cui ancora potevano conciliarsi l’intelligenza critica con l’attivismo nella tutela.

Nato a Roma il 5 aprile 1927, Oreste Ferrari si era infatti formato alla scuola di Lionello Venturi (appena reintegrato alla cattedra romana), dal quale discendevano la centralità assegnata alla storia della critica d’arte e l’attenzione verso gli artisti contemporanei, cui Ferrari dedicò alcuni interventi dalla fine degli anni Cinquanta a tutti i Sessanta (partecipando al fertile clima del napoletano “Gruppo 58” fino all’esperienza della neoavanguardia del “Gruppo 63” e del “Marcatrè”): la storia dell’arte era qualcosa che continuava nel presente e si poteva fare storia anche per le correnti più recenti come si poteva essere militanti studiando i fenomeni del passato; c’era in arte una linea di modernità che non si era affatto esaurita: non si trattava solo di affermare che per capire il presente era necessaria una piena coscienza del passato, ma soprattutto che non si dava piena coscienza critica alla propria condizione intellettuale senza una presa di posizione sui fenomeni che continuavano nella flagranza dell’oggi.

Accanto all’insegnamento venturiano vi era stata la lezione di Mario Salmi, che l’aveva illuminato sulla non marginalità degli studi dedicati alle arti decorative: «Ho ancora ben vivo — ha scritto Ferrari — il ricordo dello sgomento che colse, con me, altri allievi della Scuola di perfezionamento in Storia dell’arte dell’Università di Roma quando […] Mario Salmi ci assegnò le tesine annuali, tutte su argomenti relativi alle arti cosiddette decorative. […] Quella di Salmi era, comunque, una indicazione essenzialmente di metodo di ricerca e di metodo operativo, stimolante anche per la pratica della catalogazione, nell’intendimento che questa fosse quanto più possibilmente esaustiva, completa e non selettiva, non limitata alle “cose di rilevante interesse”». Da questi insegnamenti derivarono le molte pubblicazioni che Ferrari dedicò allo studio delle arti applicate e alle classi tipologiche di oggetti. Come non esisteva una superiorità del passato rispetto al presente così non esisteva una superiorità delle arti “maggiori” rispetto alle cosiddette “minori”: il giudizio critico andava verificato di volta in volta nella dinamica tra intenzionalità e risultati artistici, nel confronto tra le poetiche e la coerenza del fare. Ma soprattutto andava recuperata l’interezza del contesto, la complessità dell’interrelazione dei fenomeni, che non possono essere intesi isolatamente ma solo in un sistema stratificato di relazioni che finisce col coinvolgere l’intera storia della città. A questo approccio arrivava anche grazie alla lezione di Giulio Carlo Argan, che conobbe «sullo scorcio degli anni Quaranta grazie a Lionello Venturi»; di Argan seguì «uno dei primi corsi che egli tenne come libero docente, quando cominciava ad attendere al libro su Walter Gropius che sarebbe uscito nel 1951». E Argan coinvolse poi Ferrari nella Enciclopedia Universale dell’Arte, affidandogli tra l’altro il coordinamento di una delle voci più vaste e complesse, quella su “Strutture, elementi e tipi edilizi”.

Da subito, all’impegno critico si era affiancato quello pratico nel Ministero, grazie proprio all’incontro con Argan: «fu così che Argan mi fece assumere nel 1949, ben prima che io conseguissi la laurea, nella amministrazione delle Antichità e Belle Arti, con la qualifica di operaio temporaneo e destinazione alle Soprintendenze alle Gallerie di Venezia prima e di Napoli poi: affinché, proseguendo gli studi, subito cominciassi a far pratica negli organismi di tutela; affinché insomma lo studio, la ricerca, l’indagine storica subito si temprassero sul concreto, a volte oscuro e faticoso ma sempre appagante, esercizio dei compiti della cura del patrimonio».

A Napoli si legò al Soprintendente Bruno Molajoli, a Ferdinando Bologna e Raffaello Causa; con loro collaborò alla preparazione di alcune mostre, curandone i repertori bibliografici, che sono tra i suoi primissimi titoli, insieme ad alcuni articoli che pure sono frutto dell’esperienza napoletana. Da quella esperienza sarebbe scaturita la fondamentale monografia su Luca Giordano, condotta insieme con Giuseppe Scavizzi e uscita nel 1966; alla ricostruzione della produzione giordanesca avrebbe continuato a lavorare tutta la vita. Da quel vasto lavoro sarebbero poi venuti fuori i molti contributi alla ricostruzione dell’arte “barocca”, fino al volume sui bozzetti e al corpus delle sculture del ’600 a Roma, firmato con Serenita Papaldo e pubblicato nel 1999. Molti dei saggi apparvero sulla rivista «Storia dell’arte», fondata da Argan nel 1969 e della quale Ferrari fu infaticabile redattore.

Fu sempre Argan che lo coinvolse nella commissione di studio sui problemi della catalogazione costituita dal CNR d’intesa col Ministero della P.I. (1964-67), da cui sarebbe nato nel 1969 l’Ufficio Centrale del Catalogo (diventato nel 1975, con la nascita del Ministero dei Beni Culturali, l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione), che Ferrari diresse alacremente per oltre vent’anni, fino al 1990.

oreste_ferrari_1984,intGdATutta l’opera di Oreste Ferrari è stata tesa a dimostrare, non solo teoricamente ma nei fatti, cioè attraverso l’indagine conoscitiva, che non esiste una gerarchia tra filologia analitica e catalogo sistematico, che l’una non viene prima dell’altro, che studiare e tutelare sono parte di un unico e inscindibile processo: non si salva ciò che non si conosce, non si conosce ciò che non si individua, non si individua ciò che non si sottrae alla distruzione, alla dispersione e all’oblio. L’Istituto Centrale del Catalogo non era un concorrente, né una premessa o una conseguenza, dell’Istituto Centrale del Restauro, come non lo era della ricerca scientifica condotta nelle Università. Anche il catalogo, come il restauro, è prima di tutto un atto critico, cioè un’indagine scientifica, che deve essere affidata a personale altamente qualificato: «la catalogazione — ha scritto — non è un fatto meramente strumentale, non è meramente finalizzata solo ai compiti di tutela, ma è un’attività d’indagine e di ricerca […] Attraverso la catalogazione si stabilisce quel patrimonio di conoscenze tecniche e storiche che possono essere, insieme a quel patrimonio di esperienza e di previsionalità, la sola garanzia dell’autonomia scientifica degli organi tecnici. Un’autonomia che non vuole essere astrattezza o separatezza dai problemi, ma possibilità di relativa indipendenza e opportunità di incidere sopra gli altri poteri o interessi che pure esistono».

La dimestichezza con l’indagine capillare sui contesti e su quei materiali anche apparentemente minori non gli faceva comunque mai perdere di vista il problema dell’individuazione del valore dell’opera d’arte, così importante per tutta la generazione che si era formata, attraverso Venturi e lo storicismo crociano fino all’approdo fenomenologico, sul rigetto di un miope e asfittico positivismo. Catalogare non era, non è, un’operazione burocratica e meccanica, sebbene Ferrari abbia sempre insistito sulla necessità di criteri omogenei e sull’applicazione dei sistemi informatici che man mano si rendevano disponibili agli studiosi; non si può infatti catalogare senza una piena padronanza della storia e della cultura. Non a caso uno dei temi a lui più congeniali è stato quello del rapporto tra arte e letteratura: sebbene non possa stabilirsi una semplice equivalenza, come fossero frutto di un unico “spirito del tempo” che informa e condiziona ogni cosa, tuttavia la comprensione dell’opera d’arte, sia dei manufatti che dei testi letterari, non è possibile senza far interagire ogni informazione che la riguarda, dalle tecniche al contesto culturale.

Alieno da vane e astratte disquisizioni metodologiche, Oreste Ferrari non è stato comunque un empirico ricercatore di dati e notizie ma propriamente uno storico, che ha restituito al catalogo lo statuto di una piena dignità scientifica. Oggi che viviamo una parcellizzazione degli studi sempre più accentuata e che quegli Istituti centrali — che dovrebbero costituire la punta più avanzata, insieme della conoscenza e della tutela — stanno vivendo un periodo di continui attacchi alla loro autonomia tecnico-scientifica, la lezione di Oreste Ferrari mirante a coniugare il rigore filologico, l’acribia del catalogatore e l’intuizione del critico, non dovrebbe essere dimenticata.