Ritengo non vi
sia bisogno di molte parole per chiarire le ragioni che ci
hanno indotto a
promuovere questa giornata di studi sulla situazione
dell’Aquila e
dell’Abruzzo dopo il terremoto, con particolare riferimento ai
problemi della
salvaguardia e del recupero del patrimonio storico e culturale.
Infatti,
chiunque conosca l’attività dell’Associazione Bianchi Bandinelli,
come certamente
la conoscono i presenti, sa bene che sin dalla sua costituzione
agli inizi degli
anni Novanta la nostra Associazione ha concentrato
il suo interesse
e la sua iniziativa sui temi riguardanti la conservazione e la
tutela – così
come è prescritto dalla Costituzione – del patrimonio storicoartistico
e del paesaggio
italiano: considerando non isolatamente i singoli
beni di
rilevanza culturale e ambientale, ma ponendo in primo piano
l’intreccio che
storicamente si è determinato tra i monumenti, le opere
d’arte, i centri
storici maggiori e minori, le testimonianze archeologiche e
storiche,
l’ambiente naturale e paesistico, intreccio che qualifica i singoli
beni e che nel
suo complesso costituisce il patrimonio che caratterizza
l’identità
storica e culturale del nostro paese. È in questa prospettiva che
abbiamo valutato
la gravità dei danni che l’evento sismico ha arrecato ai
beni
storico-artistici e al patrimonio culturale e naturale dell’Aquila e del
territorio
abruzzese; ed è in questa luce che ci è parso opportuno convocare
un incontro di
studi in una giornata come quella di oggi, quando cioè è
possibile
cominciare a tracciare un bilancio dei danni provocati dal terremoto
e dei risultati
ottenuti con gli interventi d’emergenza e al tempo
stesso si tratta
di iniziare a discutere in modo più articolato i problemi
della
ricostruzione alla quale si deve ormai dare avvio.
Senza dunque
insistere ulteriormente sulle ragioni dell’iniziativa, mi
pare invece che
convenga dire qualcosa di più sul modo in cui abbiamo
lavorato per
preparare questo incontro e, di conseguenza, sul programma
che abbiamo
proposto per la giornata odierna. Non posso non ricordare, a
questo
proposito, l’indicazione che Giulio Carlo Argan volle particolarmente
sostenere
quando, con un ristretto gruppo di compagne e compagni,
decidemmo, nel
1991, di dar vita a questa Associazione. Argan, che
veniva da
un’attività politica – quella di sindaco di Roma e poi di senatore
– che si era
sovrapposta a quella di studioso, di funzionario scientifico
del Ministero,
di docente universitario, motivava la sua proposta di costituire
una nuova
associazione con la necessità, che dichiarava di aver avvertito
fortemente nel
corso della sua esperienza, di creare una sede permanente
e qualificata di
confronto critico, di cooperazione, di collaborazione
che “impegnasse”
in un lavoro comune – superando anacronistiche separazioni
– il mondo degli
studi, della formazione, della ricerca, operante
soprattutto
nelle università, il mondo dei funzionari tecnico-scientifici ai
quali è
direttamente affidata l’opera di conservazione e di tutela e che in
realtà
attraverso quest’opera recano un contributo decisivo anche
all’avanzamento
delle ricerche o
delle conoscenze, e infine il mondo dei politici e
degli
amministratori che nelle istituzioni nazionali e locali sono chiamati
ad assumere, con
le decisioni in materia di legislazione, di finanziamento,
di programma, le
scelte necessarie affinché sia attuato in modo coerente e
corretto il
principio costituzionale della salvaguardia del patrimonio storico
e artistico
della nazione.
A queste
indicazioni di Argan si è rigorosamente attenuto lo stile di
lavoro che la
nostra Associazione ha seguito in questi anni; e anche in questa
circostanza
abbiamo operato in modo da assicurare la convergenza in un
impegno comune
delle diverse capacità, competenze, intelligenze di questo
settore.
Consideriamo perciò molto positivo che abbiano accettato di
promuovere
insieme a noi questa giornata di studi, come risulta dal programma,
altre importanti
Associazioni di tutela e le Associazioni di categoria
dei vari settori
dei beni culturali, nonché ben noti docenti e studiosi.
Al tempo stesso
ringraziamo gli amministratori e i politici che hanno aderito
all’invito di
partecipazione alla tavola rotonda finale, che avrà per
oggetto sia una
messa a punto sul complesso dei danni provocati dal terremoto,
sia la
prospettiva della ricostruzione e della rinascita dell’Aquila e
del territorio
circostante.
A questa
premessa sul metodo di lavoro seguito nel preparare questa
giornata voglio
però aggiungere che proprio nella fase preparatoria, discutendo
sui temi da
affrontare e porre in discussione nel corso dell’incontro,
ci siamo resi
conto che un intervento sulla situazione creata dal terremoto
e tanto più
l’opera di ricostruzione pongono problemi di grande rilevanza
non solo
economica e materiale ma anche culturale e scientifica, che non
possono perciò
essere affrontati positivamente senza quella stretta cooperazione
fra il mondo
degli studi e della ricerca, gli operatori scientifici e tecnici
dell’amministrazione della tutela, i responsabili politici e
amministrativi
che Argan
auspicava.
Indico in modo
molto sintetico alcuni di questi problemi, a partire da
quello –
decisivo – della prevenzione.
Abbiamo voluto
ricordare, già nel titolo dato a questa iniziativa, che
l’Italia è
“paese di terremoti”; ma è anche paese molto esposto ai danni provocati
da altri eventi,
come hanno dimostrato nelle ultime settimane le
frane, i
nubifragi, le alluvioni che hanno provocato diverse vittime e non
pochi danni sia
in Sicilia (particolarmente a Messina) sia in varie zone della
Campania e della
Calabria.
È chiaro che
così nel caso dei terremoti come in quello dei danni provocati
dagli agenti
atmosferici, la gravità dei guasti è determinata innanzitutto
dall’entità dei
fenomeni sismici o atmosferici che si sono verificati;
ma molto spesso
è amplificata dalle condizioni di dissesto del territorio,
dalla precarietà
degli edifici e delle opere pubbliche, dal mancato rispetto
di norme
essenziali in materia di centri storici, di tutela dell’ambiente, di
amministrazione
del suolo.
Non a caso
quando in questi anni si sono verificati in Italia eventi di
questo tipo, è
stata, con fondate ragioni, chiamata in causa la responsabilità
di una scarsa
coscienza civica e di una cattiva politica del territorio,
troppe volte
negativamente caratterizzata da una sregolata cementificazione,
da un
disboscamento di colline e montagne che ha contribuito a rendere
rovinose frane e
alluvioni, da un’espansione edilizia che, dominata da
una logica
speculativa, ha sin troppo spesso travolto ogni seria regola di
razionalità e
anche solo di prudenza urbanistica, e ha fatto scempio di
ambiente,
paesaggio, parti rilevanti di centri storici maggiori e minori. I
casi limite sono
le costruzioni effettuate in zone dichiaratamente sismiche
senza tener
adeguato conto delle regole fondamentali della normativa urbanistica
e antisismica e
l’edificazione dissennata in zone franose e alluvionali
dove facilmente
si sono ripetuti disastri che avrebbero potuto essere evitati.
Perciò quando
catastrofi e disastri si verificano anziché ricercare alibi di
comodo nella sin
troppo facile affermazione che i terremoti e gli agenti
atmosferici di
carattere catastrofico sono imprevedibili, occorre porre come
premessa di ogni
nuovo intervento la consapevolezza – che è scientifica e
insieme politica
– del valore essenziale dell’opera di prevenzione e quindi
di una razionale
politica urbanistica, di un uso assennato del territorio, del
rispetto
rigoroso di tutte le norme di tutela. È questa consapevolezza che
deve essere alla
base di ogni programma di ricostruzione.
Ma anche per
quel che riguarda l’impostazione della ricostruzione ci
sono
interrogativi, al tempo stesso politici e culturali, ai quali occorre
pregiudizialmente
dare risposta
per evitare un’edificazione che finisca con
l’avere
un’impostazione essenzialmente speculativa. Nella documentazione
raccolta in
preparazione del Convegno vi è uno studio elaborato dal Comitatus
Aquilanus,
coordinato da Vezio De Lucia che ha un titolo molto significativo:
Non si uccide
così anche una città? Questo titolo, che fa riferimento
a quello di un
ben noto film americano – Non si uccidono così anche i cavalli?
di Sydney
Pollack (1969) – denuncia un pericolo molto concreto: ossia che
la sorte
dell’Aquila come città, nonostante le molte promesse governative
e nonostante le
indubbie buone intenzioni di molti operatori, sia praticamente
segnata in senso
negativo e ciò per l’orientamento in qualche misura
già in atto
verso un’espansione edilizia perlopiù di basso livello culturale
fuori del centro
storico, in direzione delle cosiddette nuove città costruite
dopo il
terremoto all’esterno del vecchio perimetro urbano; sia per una
tendenza,
che ne sarebbe
incrementata, all’abbandono da parte degli abitanti
delle parti più
degradate della città vecchia, dove molte delle vecchie case,
una volta
abbandonate, diventerebbero oggetto di una speculazione edilizia
con una nuova
destinazione abitativa (case alloggio per professori e studenti,
seconde case,
residenze turistiche, ecc.). Congiungendo questa tendenza
con quella di
parte degli abitanti del centro storico che in questi
mesi hanno
dovuto abbandonare le loro case per il momento inagibili, a
rendere
permanenti i nuovi insediamenti in cui si sono provvisoriamente
trasferiti (per
lo più sulla costa o in altre parti della Regione), è fuori dubbio
il rischio di un
sostanziale abbandono dell’Aquila come città storica.
Ciò che si è
sinora fatto per avviare la ricostruzione (troppo poco per il centro
storico della
città) non contrasta affatto questa ipotesi.
Sarebbe in
sostanza il trionfo di una modernità senza storia e senza cultura.
Al contrario è
nostra convinzione che proprio perché l’Italia è terra di
terremoti, è
un’area sismica dove questi fenomeni si sono continuamente
succeduti, ma al
tempo stesso un paese la cui identità è rappresentata da
un patrimonio
storico che si è stratificato e accumulato nel corso dei secoli,
è nostra
convinzione che la scelta pregiudiziale deve essere, all’opposto,
quella di
conservare, al massimo, l’identità culturale della città e del
territorio
che la circonda.
Per questo la salvezza e il recupero del centro storico
con le sue
caratteristiche identitarie e con le sue funzioni storicamente
acquisite, deve
essere realizzato nel rispetto di quella Carta per la tutela e
il risanamento
dei Centri storici elaborata a Gubbio nel 1964, che oltretutto
è proprio un
prodotto della cultura italiana e deve essere – a nostro
avviso –
l’obiettivo prioritario dell’opera di ricostruzione. In questo quadro
saranno
considerati come altrettanto essenziali il recupero e il restauro dei
beni culturali
in senso stretto – i palazzi, le chiese, le opere artistiche, gli
istituti
culturali – così come essenziale è garantire il funzionamento dei
servizi
culturali per la popolazione, che costituiscono il ruolo fondamentale
di una città
storica. Un quadro della situazione che si presenta a questo
riguardo, e
degli interventi indispensabili, verrà fornito nelle relazioni e
negli interventi
che ascolteremo nella giornata di oggi.
Ci è parso
opportuno, in relazione alla complessità dell’opera di ricostruzione,
utilizzare
questa giornata di studi per riflettere sull’esperienza
compiuta in
altre regioni italiane che recentemente hanno dovuto affrontare
i guasti
determinati da gravi eventi sismici, come è accaduto in Friuli,
nell’Umbria e
nelle Marche. Abbiamo perciò dedicato una sezione
dell’odierno
convegno alla documentazione e all’analisi di come è stata
affrontata la
fase del post-terremoto in queste regioni, chiamando a dare un
loro contributo
non solo urbanisti e operatori dei beni culturali, ma anche
amministratori a
livello comunale, provinciale, regionale.
C’è infine un
ultimo problema che mi pare opportuno sottoporre
all’attenzione e
al dibattito dei partecipanti al Convegno: è il problema
dell’autorità
che dovrebbe essere chiamata a dirigere il complesso degli
interventi, per
quel che riguarda l’insieme del patrimonio culturale, in una
situazione in
cui si tratta di coordinare capacità e competenze molteplici
come accade dopo
un terremoto.
Ho ricordato
all’inizio che Giulio Carlo Argan, al cui insegnamento e
alla cui
esperienza la nostra Associazione si è costantemente attenuta, insisteva
particolarmente
nel sottolineare il primato che doveva essere assicurato
al momento
conoscitivo e scientifico in ogni intervento riguardante il
patrimonio
culturale.
Per questo Argan
riteneva (e a questa sua posizione ispirammo la proposta
di legge che
presentammo insieme al Senato) che non fosse opportuno
dare
all’amministrazione dei beni culturali e ambientali una struttura di
tipo
ministeriale, inevitabilmente destinata ad essere caratterizzata da una
logica
burocratica e facilmente sottoposta ai condizionamenti del potere
politico e alle
pressioni degli interessi economici, e che convenisse invece
puntare, come
del resto già aveva proposto la Commissione Franceschini, su
un’amministrazione autonoma dei beni culturali, che unificasse le
strutture
di tutela di
carattere territoriale e gli Istituti centrali eminentemente scientifici
e che facesse
capo a un Consiglio nazionale elettivo, espressione degli
studiosi e dei
ricercatori sia delle università sia delle istituzioni di tutela.
È chiaro che se
si fosse dato vita a un’amministrazione di questo tipo,
nella situazione
di emergenza creata dal terremoto sarebbe stato del tutto
naturale
affidare a tale amministrazione – che avrebbe avuto al suo interno
il nucleo
fondamentale delle capacità e delle competenze necessarie per
intervenire per
la salvaguardia e il recupero del patrimonio culturale – i
poteri
straordinari di carattere commissariale che sono stati invece affidati
alla Protezione
civile: della quale non intendiamo certamente contestare le
capacità per
l’esecuzione di interventi di emergenza, ma che invece è inevitabilmente
costretta a far
ricorso a competenze esterne per tutto ciò che
riguarda il
patrimonio culturale.
L’irrazionalità
di questo affidamento alla Protezione civile è già apparso
evidente in
questi mesi anche all’Aquila e sarà certamente documentato
anche negli
interventi che ascolteremo nella giornata di oggi. Oltretutto è
paradossale –
anche se la strada prescelta non è stata l’attuazione della proposta
di Argan
dell’amministrazione autonoma – che pur essendo stato
creato un
Ministero specifico per i beni culturali non si sia fatto ricorso per
il terremoto
d’Abruzzo alla soluzione più semplice, quella di affidare a un
direttore di
tale ministero, i poteri e le funzioni del commissario, come era
stato fatto per
i terremoti in Umbria e nelle Marche, quando commissario
era stato
nominato, con risultati complessivamente soddisfacenti, il direttore
generale Mario
Serio.
La situazione
che si è creata, con gli inconvenienti che anche la discussione
di oggi metterà
certamente in luce, all’Aquila e in Abruzzo, conferma
in sostanza la
tendenza a svuotare l’amministrazione dei beni culturali di
funzioni e
competenze, trasferendole ad altri poteri dello Stato. Ma questa
è una ragione di
più perché ci si torni a domandare se questo ordinamento
non debba essere
modificato e se non sia da prendere in considerazione la
maggiore
validità di una soluzione quale quella proposta dalla Commissione
Franceschini e
poi ripresa da Giulio Carlo Argan, ossia quella di organizzare
la gestione e la
tutela dei beni culturali e ambientali in un’amministrazione
autonoma di
carattere eminentemente scientifico, che abbia il
suo vertice in
un Consiglio elettivo espressione del mondo della cultura.