Questa
iniziativa sull’insegnamento della Legislazione dei Beni culturali
nelle Università
italiane si richiama al progetto iniziale dal quale è sorta la
nostra
Associazione, ossia al progetto di cui il promotore principale fu Giulio
Carlo Argan. Io
ricordo molto bene che quando Argan propose a me e ad
alcuni altri
amici e compagni, in parte parlamentari, in parte docenti universitari,
oppure
funzionari dell’amministrazione dei beni culturali, di discutere
insieme la
costituzione di una nuova associazione, uno dei temi sui quali
pose con
particolare forza l’accento fu la necessità di superare il distacco tra
l’Università e
la gestione della tutela, che avvertiva come un fatto particolarmente
negativo: e lo
avvertiva, ci diceva, sulla base della ormai lunga esperienza
che lo aveva
visto prima funzionario dell’amministrazione di tutela
nella quale
aveva operato sino a svolgere un ruolo molto rilevante, come
quello di
partecipare all’elaborazione della legge 1089 e di promuovere
insieme a Cesare
Brandi iniziative molto qualificate come la costituzione
dell’Istituto
centrale del restauro, e altre ancora, e poi docente universitario
a Palermo e a
Roma, e quindi sindaco di Roma e infine senatore. Alla luce
di questa
esperienza, che lo aveva portato ad impegnarsi nei più diversi campi
ma sempre con
una attenzione dedicata soprattutto alle questioni del patrimonio
culturale, Argan
rilevava che mancava un canale organico che funzionasse
da collegamento
e che fosse capace di assicurare una più stretta collaborazione
fra i diversi
soggetti interessati a una buona politica del patrimonio
culturale. In
particolare rilevava la necessità di colmare il distacco tra
coloro che erano
impegnati soprattutto sul terreno degli studi, della ricerca,
dell’insegnamento, particolarmente a livello universitario, e coloro che
operavano
con delicate
responsabilità all’interno dell’amministrazione,
nell’azione
pratica di conservazione e di tutela del patrimonio, e infine coloro
che invece
avevano soprattutto una responsabilità in Parlamento, nelle Commissioni
Cultura
innanzitutto, ed erano chiamati sia a un’azione di vigilanza
e di controllo
sulla situazione del patrimonio culturale del Paese, in rapporto
anche
all’impegno stabilito dall’articolo 9 della Costituzione, sia alla
elaborazione
legislativa e
alla determinazione delle norme che regolano la tutela.
Argan rilevava come questo
distacco si fosse fatto sentire fortemente in molte
situazioni.
Teniamo conto che eravamo allora, parlo della fine degli anni ‘80
- inizi anni
‘90, non molto lontani dalla chiusura dell’esperienza della commissione
parlamentare che
dal nome del suo presidente è rimasta nota come
Commissione
Franceschini. Questa commissione si era dedicata con molto
impegno al
lavoro che le era stato affidato dal Parlamento di svolgere una
riflessione
sull’ordinamento del patrimonio culturale, sullo stato
dell’amministrazione
e sulla
normativa che riguardava la conservazione e la tutela, e
aveva sollevato
un problema di grande rilievo: quello se una struttura di tipo
ministeriale,
anzi un’appendice di un Ministero come era allora la Direzione
generale
Antichità e Belle arti del Ministero dell’Istruzione, fosse la struttura
più adeguata per
provvedere all’opera di tutela del patrimonio culturale, o se
invece non fosse
opportuna un’impostazione molto diversa, un’impostazione
che puntasse su
un’amministrazione autonoma dei beni culturali e ambientali,
qualcosa di
simile a ciò che era il CNR nel campo delle scienze, con una
forte
responsabilità di elaborazione e di determinazione della politica da
svolgere
affidata al
personale scientifico, e un ordinamento che facesse capo a un
Consiglio
formato da rappresentanti eletti dal mondo dell’Università e
dell’amministrazione della tutela. Quel problema restava ancora vivo,
anche
se già ci si era
avviati su un’altra strada con l’iniziativa di Spadolini della
costituzione di
un Ministero cosiddetto “atipico”. Argan avvertiva l’opportunità
di rimettere in
discussione il complesso dei temi di una possibile
riforma, non
limitandosi alla elaborazione svolta dai parlamentari o dagli
uffici studi dei
partiti, ma creando un canale di collegamento più diretto con
il mondo
dell’Università e con quello dell’amministrazione della tutela, e
operando per un
più stretto collegamento tra questi due mondi.
È chiaro che nel
prospettare in questo modo i caratteri e gli scopi della
nuova
associazione, che sarebbe stata intitolata a Ranuccio Bianchi Bandinelli,
veniva posta in
evidenza la tematica relativa alla legislazione dei beni
culturali, alla
rilevanza che questa legislazione doveva avere e che invece non
aveva a quel
tempo nell’insegnamento universitario, nonché l’esigenza sia di
un più diretto
contributo del mondo delle conoscenze al lavoro del Parlamento
sia di una
maggiore rilevanza della tematica della legislazione nella
formazione del
personale che avrebbe avuto il compito di operare per la tutela
del patrimonio
culturale.
Perciò nel
programma dell’Associazione l’approfondimento intorno ai
temi legislativi
della tutela fu indicato fin dall’inizio come uno degli obiettivi
fondamentali. È
anche per questo che la nostra Associazione si è venuta
caratterizzando
per la collana di pubblicazioni nella quale accanto agli Annali
dedicati a
singoli temi, o anche a raccogliere gli atti dei principali convegni
da noi svolti,
si pensò di dare vita ai Quaderni Giuridici, con lo scopo che
credo sia stato
assolto in modo abbastanza soddisfacente di fornire con volumi
di agile
consultazione il complesso della legislazione di tutela, nonché gli
aggiornamenti
che la legislazione stessa ha avuto nel corso di questi anni.
Nel pubblicare i
Quaderni non abbiamo voluto limitarci ad una semplice raccolta
di norme
legislative o paralegislative e di tipo organizzativo come quelle
che riguardano
l’ordinamento del Ministero, ma ci siamo proposti di accompagnare
costantemente la
pubblicazione delle norme con interventi di analisi
critica, anche
per materie o per gruppi di materie (ad esempio nell’ultimo
volume che
abbiamo pubblicato, gli interventi sulle questioni del paesaggio,
sui temi del
restauro, sui beni librari o sugli archivi, cioè una serie di interventi
per materie),
allo scopo di analizzare criticamente l’evoluzione della
legislazione e
mettere in luce i problemi che restano aperti sia ai fini applicativi
sia anche ai
fini di un eventuale, ulteriore intervento di correzione legislativa.
In questo modo
in tutti i nostri Quaderni abbiamo cercato di fornire
un commentario
adeguato alla complessità della legislazione. Penso in particolare
ai tre volumi
che riguardano il sistema giuridico dei beni culturali,
che sono in un
certo senso una novità in quanto in quei tre volumi si recupera
tutta le
legislazione tuttora vigente in quanto non modificata e non soppressa.
Alla
legislazione in quei Quaderni si accompagna un ricco commentario
critico
elaborato da Wanda Vaccaro, che è stata anche responsabile scientifica
della collana
dei Quaderni. Siamo giunti a circa una decina di volumi
di questa
collana, oltre a una ventina di quella degli Annali, e credo che
in
questo modo
abbiamo svolto un’opera utile non solo per la diffusione di questa
materia, ma
anche per porre a disposizione di coloro che operano concretamente
nell’insegnamento, e quindi per la formazione dei nuovi addetti, o
di coloro che
direttamente sono impegnati nell’azione di tutela, strumenti
indubbiamente
efficaci.
Nello sviluppo
di questa iniziativa già da un po’ di tempo avvertivamo
però l’esigenza
di cercare di compiere un esame del rilievo crescente che l’insegnamento
della
Legislazione dei beni culturali è venuto assumendo nell’Università
italiana, ma
anche dei tanti problemi che si presentano per quel che
riguarda
l’organizzazione di questo insegnamento. Perciò abbiamo deciso di
promuovere
un’indagine conoscitiva che può servire – e in quest’opera non
vogliamo essere
i soli naturalmente, anzi ci auguriamo di non essere i soli –
a stabilire un
raccordo con le molte altre iniziative intorno ai temi della