Ilaria Agostini: Città storiche tra overtourism e abbandono. Una proposta di legge può salvarle

Pubblichiamo l’articolo di Ilaria Agostini sulla proposta di legge per i centri storici, presentata dall’Associazione Bianchi Bandinelli in occasione del convengo Il Diritto alla città Storica del 12 novembre 2018

 

Città storiche tra overtourism e abbandono. Una proposta di legge può salvarle

di Ilaria Agostini

 

In epoca di crisi dell’imprenditoria edilizia, imperversa lo slogan ambiguo della rigenerazione urbana. Rigenerare, o “costruire sul costruito”, non significa, beninteso, che la città abbia finito di crescere: sono infatti ben attive ideologie e politiche di sviluppo della città-megalopoli promosse dalla classe padronale globale.

L’attenzione nei confronti del costruito (specie se di valore monumentale) è, semmai, il segnale che si sono innescati nuovi interessi speculativi sul patrimonio insediativo storico, abbandonato, svuotato, alienando o già alienato, desertificato a bella posta da amministratori asserviti alle corporation multinazionali.

L’attenzione verso il “costruito” è, semmai, esaltazione della rendita posizionale (più l’edificio è centrale, più esso vale) ed esaltazione della gerarchia urbana (più ci si approssima al centro, più l’appetito cresce).

Lo stato emergenziale che si registra nelle città italiane, tra cui spiccano i casi di Firenze, Roma, Venezia, rende di grande attualità il volume collettaneo, intitolato Il diritto alla città storica, appena pubblicato a cura di Maria Pia Guermandi e Umberto D’Angelo, e disponibile on line sul sito dell’associazione Bianchi Bandinelli.

Vi sono raccolti gli atti di un convegno (12 novembre 2018, Roma) che ha rappresentato la conclusione dell’impegnativo lavoro di stesura di una snella proposta di legge per la tutela e il ripopolamento delle città storiche, pubblicata nel libro. Sei articoli redatti da un intellettuale collettivo composto da urbanisti, storici dell’arte, archeologi, giuristi, economisti, chiamato a raccolta dall’urbanista Vezio De Lucia.

Tale proposta legislativa guarda al meglio dell’esperienza urbanistica italiana e la ricontestualizza nel quadro presente. La proposta riprende i fili della sperimentazione del piano di Bologna (1969) che mise in stretta correlazione la tutela degli abitanti e quella dell’ambiente di vita. Per salvare, allo stesso tempo, le pietre e il popolo.

Fu la Carta di Gubbio (1960) a sancire l’annullamento della gerarchia valoriale tra monumento e tessuto edilizio di base. Ciò è di basilare importanza, non solo operativamente, ma anche dal punto di vista politico-sociale: se tutto il centro antico ha valore monumentale (con “valore” intendiamo valore d’uso e valore d’esistenza, oltre al più venale valore di scambio), allora tutte le classi sociali hanno diritto a vivere nella città storica.

Così a Bologna il principio fu quello di mantenere intramuros le classi subalterne istituendo un sistema di case popolari ottenuto tramite recupero: scelta che da una parte salvava le case antiche, mentre dall’altra, evitando l’espulsione delle classi popolari dai quartieri centrali, evitava la cementificazione periferica con quartieri ghetto per dislocati.

La proposta di grande valore propulsivo che il libro presenta, sottopone a tutela i centri storici, intesi come “beni culturali d’insieme”, e ripopola le città antiche tramite politiche di edilizia residenziale pubblica.

La Proposta di legge in materia di tutela delle città storiche definisce univocamente come “storici” gli agglomerati e gli edifici presenti nel catasto del 1939 (art. 1), che nell’articolo successivo vengono dichiarati «beni culturali d’insieme» da sottoporre a tutela ai sensi del Codice dei Beni Culturali. Ne deriva il divieto, nel perimetro del bene, «di demolizione e ricostruzione e di trasformazione dei caratteri tipologici e morfologici degli organismi edilizi e dei luoghi aperti, di modificazione della trama viaria storica» (art. 2) e il divieto di nuova edificazione.

Ma il contenuto più innovativo della proposta è la previsione di un programma straordinario ERP che possa avviare un processo di “ripopolamento” del cuore delle città d’arte e dei centri abbandonati dell’Italia meridionale (viene in mente, tra molti, il caso di Cosenza).

Al fine di porre un freno alla devastante alienazione degli edifici pubblici, l’art. 5 destina all’«utilizzo a favore dell’edilizia residenziale pubblica del patrimonio immobiliare pubblico dismesso (statale, comunale e regionale)» (lett. b). A tale misura di carattere non ordinario, si aggiunge l’urgenza – raccolta alla lett. d – di un’erogazione di contributi a favore di Comuni che abbiano subìto un calo drastico di residenti, per l’acquisto di alloggi da cedere in locazione a canone agevolato.

Resta da verificare se misure di ordine urbanistico-pianificatorio possano effettivamente ostacolare il processo globale della mercificazione dello spazio urbano, i cui innumerevoli epifenomeni si estendono dall’uso improprio dei luoghi pubblici monumentali – le cene sul Ponte Vecchio a Firenze, le “esperienze immersive” nel Colosseo, ecc. – fino al mutamento antropologico che vede i residenti sostituiti con “nomadi globali”.

È certo, tuttavia, che la ricostruzione dell’ambiente di vita urbano può partire proprio da misure, quali quelle contenute nel libro, volte a garantire l’universale libertà di esercizio del diritto alla città, anche storica.

 

Città storiche tra overtourism e abbandono. Una proposta di legge può salvarle

Centri storici a rischio

napoli-via_dei_tribunalidi Luigi De Falco

Il 14 dicembre l’ANCSA ha presentato a Roma la pregevole indagine, svolta dal Cresme, sullo stato dei Centri storici delle città capoluogo delle 109 provincie italiane. Esso espone e mette a confronto i dati censimentali raccolti nel 2001 e nel 2011 utili per comprendere l’evoluzione decennale dello stato dei nostri principali centri storici, sotto i vari aspetti commisurati all’andamento demografico e generazionale, occupazionale e strutturale. Alla presentazione del lavoro illustrato dal presidente Bandarin, hanno preso parte il ministro Franceschini, il presidente della Commissione Ambiente alla Camera, Realacci, quello della Commissione Cultura, Nardelli, i sindaci dei comuni di Gubbio, Savona, Bergamo, Palermo, Lecce, Cosenza. Particolare utilità hanno rappresentato gli interventi dei sindaci che hanno riportato le esperienze dei loro territori. Ma particolare sconcerto ha provocato il sindaco di Cosenza che nulla ha riferito delle recenti dolorose vicende della sua città storica, dove proprio pochi mesi fa egli ha firmato le ordinanze di demolizione di sei edifici, aprendo una ferita lacerante nel cuore di un centro storico già minato da decenni di incuria e indifferenza politica, mostrando come anche l’attuale gestione politica della città, al sesto anno continuativo di governo, non sembra abbia sortito –sul centro storico- altri esiti all’infuori delle demolizioni effettuate e quelle ulteriori pure disposte e fortunosamente bloccate dalla presa di posizione della Soprintendenza, risvegliata dai giornali.

Il presidente ANCSA ha sottolineato quanto la politica di tutela dei centri storici in Italia risulti “polverizzata” nella miriade di politiche locali che trovano le più disparate espressioni nelle normative regionali e negli strumenti urbanistici comunali, anche per effetto dell’eccezionale eterogeneità dei nostri centri storici, tra nord e sud della Nazione.

Bandarin ha ricordato gli sforzi in atto in Francia o negli Stati Uniti per ridurre le pressioni del turismo sui centri delle città, disciplinando le nuove attività commerciali al fine di tutelare le tradizionali. A riguardo, è intervenuto il ministro Franceschini che ha ricordato le iniziative del Governo tese a offrire ai sindaci la facoltà di regolamentare i flussi turistici nelle città storiche (evitando l’introduzione di ticket a pagamento per l’accesso), individuando zone nei propri territori, dove disapplicare le norme di liberalizzazione del commercio, così arginando la proliferazione degli ambulanti o dei negozi di paccottiglie, dei venditori di souvenir di produzione asiatica, o ancora di b&b o case vacanza, che hanno determinato la crisi di settori dell’economia tradizionale all’interno delle città storiche.

Ulteriori vantaggi alle attività economiche storiche sarebbero costituiti, secondo Franceschini, dall’introduzione nella legge di bilancio, di una “tax credit” a favore delle librerie che prevede una detassazione tra 10 e 20 mila euro l’anno, per sostenere attività di grande importanza per la vita culturale delle città storiche.

A fronte di tali pur significative iniziative, va rilevata poi una temeraria dichiarazione del ministro per il quale la politica sarebbe così pervenuta ad assicurare la tutela diffusa dei centri storici e sarebbe quindi giunto il momento di lavorare alla loro valorizzazione. In tal senso, a suo dire, assumerebbe importante significato assicurare nuova architettura di qualità all’interno dei tessuti antichi delle città, superando un diffuso “tabù” che ha sinora impedito di garantire continuità al processo di stratificazione nelle città storiche, che per millenni ne ha caratterizzato il disegno.

Il ministro ha fatto l’esempio di 4 o 5 siti (senza dire quali) dove ben vedrebbe nuove architetture contemporanee, così colmando “significativi vuoti urbani” ed ha annunciato un programma teso a sperimentare nuove metodologie d’intervento di recupero del patrimonio edilizio pubblico e privato, comprensivo della nuova edificazione, e di ridisegno dell’arredo e della scena urbana in una nuova chiave di valorizzazione dell’immagine storica delle città, da sperimentare su comparti individuati all’interno di altrettanti significativi centri storici del sud Italia.

La presidente della Commissione Cultura ha ribadito l’esigenza di “superare la logica della tutela a oltranza”, privilegiando invece nuovi processi di valorizzazione e fruizione delle città storiche che prevedano l’innesto di nuova architettura. Al principio si è associato il presidente del consiglio nazionale degli architetti, Cappochin, il quale ha illustrato una proposta tesa ad assicurare, con i concorsi di progettazione, la giusta qualità dei progetti.

Insomma, si stanno prefigurando nuovi preoccupanti scenari per le città italiane, che fanno sperare ben diversi e più qualificati metodi di approccio culturale al patrimonio edilizio storico, a tal punto conseguibili solo grazie a un forte rinnovamento delle rappresentanze politiche nazionali.

Tramontato illusoriamente l’incondivisibile modello culturale berlusconiano di sviluppo, risulta deludere la deriva dell’attuale sinistra italiana la quale giunge a far concludere che quella che rappresentava storicamente una sua prerogativa -ovvero la difesa del primato della corretta pianificazione e della tutela del territorio- debba risultare ormai solo prerogativa di poche e apparentemente anacronistiche “anime belle”.