Terremoti. Un secolo cominciato male

A poco più di un anno dalla scossa che ha colpito il Centro Italia, l’Associazione Bianchi Bandinelli invita i soci e quanti vorranno partecipare a una riflessione sulla gestione del rischio sismico, in un paese particolarmente ricco di patrimonio storico e, allo stesso tempo, particolarmente esposto alle catastrofi naturali, come il nostro.

L’incontro avrà luogo presso la Sala Igea dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Piazza della Enciclopedia Italiana, 4, Roma, alle ore 16. In allegato il programma.

In apertura d’incontro è previsto un saluto del Direttore dell’Enciclopedia Italiana, prof. Massimo Bray.

 

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A Margherita Eichberg il premio Bianchi Bandinelli

Il premio Ranuccio Bianchi Bandinelli “La tutela come impegno civile” è stato assegnato per l’edizione 2017 a Margherita Eichberg, già titolare della Soprintendenza che a Roma aveva in carico il territorio al di fuori delle Mura Aureliane e ora in forza al Segretariato generale del Mibact. La consegna avverrà lunedì 23, alle ore 17, a Roma, presso la Fondazione Marco Besso, in Largo di Torre Argentina 11. Qui di seguito, la locandina dell’incontro.Layout 1

Che cosa ha fatto di male la via Alessandrina?

di Walter Tocci

 

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Uno sparo si ode nella notte dei Fori Imperiali. Si demolisce la via Alessandrina nel silenzio di ogni discorso pubblico. La città rabbuiata dal lungo non governo viene risvegliata dal rumore delle ruspe che demoliscono senza un progetto.

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Comunicato sul Progetto “Generazione Cultura”

lottomatica_sito3Comunicato Associazione Bianchi Bandinelli, 2 aprile 2017

 

“Generazione cultura”, questo è il nome con cui è stato battezzato l’ennesimo specchietto per allodole sponsorizzato da Franceschini. Pochi giorni fa il Ministro ha infatti reso noto l’accordo raggiunto con la LUISS BUSINESS SCHOOL e ALES per un sedicente progetto di formazione per giovani laureati (sotto i 27 anni) finanziato con i fondi del Gioco del Lotto.

Il progetto coinvolgerà cento neolaureati in un programma di circa 200 ore di lezione presso la LUISS Business School sui seguenti temi: Digital Transformation e Comunicazione, Marketing dell’arte e della cultura, Adventure Lab, Cultural Project Management, Economia e Gestione delle Istituzioni Culturali Pubbliche Italiane. Al periodo di formazione, spalmato su sei settimane, seguiranno sei mesi di stage retribuito presso 25 istituzioni culturali italiane.

Il bando prevede la selezione di laureati «in qualunque disciplina», purché «di talento», con un atteggiamento ancora una volta liquidatorio nei confronti dei laureati in discipline inerenti la storia e la conservazione del patrimonio culturale. Il messaggio veicolato da questo progetto, dal bando che ne stabilisce i criteri di partecipazione e, in ultima analisi, dal Ministero, è che non sia necessaria una formazione tecnico-scientifica per occuparsi di comunicazione e valorizzazione dei beni culturali. Con un corso di formazione di sei settimane (!) in materie prettamente economiche, gestionali e informatiche, i partecipanti dovrebbero essere in grado, secondo gli organizzatori, non solo di occuparsi della comunicazione di istituzioni culturali italiane, ma addirittura di proporre nuove iniziative volte a migliorare la comunicazione legata alla valorizzazione del patrimonio conservato e gestito dalle suddette istituzioni (in questo consiste l’ultima fase del progetto, che selezionerà le migliori proposte per start-up e ne sovvenzionerà lo sviluppo).

Sul sito dedicato al progetto (www.generazionecultura.it) si legge che quest’ultimo «nasce con lo scopo di potenziare le competenze di giovani talenti e valorizzare il patrimonio artistico e culturale del nostro Paese». Siamo di fronte all’ennesimo abuso del termine “valorizzazione”, ritenuto completamente slegato dalla conoscenza degli oggetti e dei contesti da valorizzare, nonché all’abuso del termine “potenziare”, poiché, se la lingua non ci inganna, il potenziamento dovrebbe innestarsi su competenze precedentemente acquisite.

I rischi sono molteplici.

Da un lato le istituzioni coinvolte pagheranno il prezzo di una comunicazione priva dell’alta qualità scientifica che sempre e comunque deve caratterizzare le attività di divulgazione, specie quelle provenienti o attinenti istituzioni pubbliche che negli ultimi decenni hanno speso molte risorse per migliorare e affinare le tecniche della educazione al patrimonio e della comunicazione culturale, missioni sociali e civili che non possono prescindere dalla profonda e sedimentata conoscenza dell’oggetto di cui si occupano. Sempre più spesso, non a caso, grazie anche alle nuove potenzialità dei social network, sono stati smascherati grossolani errori, frutto di completa mancanza di nozioni o di incapacità di valutazione dell’attendibilità delle fonti, divulgati dai siti internet di importanti istituzioni pubbliche. Tutto questo a dimostrazione di una totale incultura della comunicazione.

Dall’altro lato, viene a decadere completamente il valore della interdisciplinarità, cioè della collaborazione virtuosa tra diverse competenze, con la facile e illusoria promessa che in sei settimane si possa supplire a una formazione universitaria diversificata e specialistica.

Pur volendo sorvolare sulla sponsorizzazione da parte del Ministero – e dei suoi potenti mezzi di comunicazione, appunto – di un’iniziativa che vede incrementate le risorse a disposizione dei privati mentre i progetti dei funzionari responsabili delle istituzioni stesse giacciono molto spesso nel cassetto intitolato “fondi mancanti”, ciò che è pericoloso e offensivo è il messaggio veicolato da accordi di questo tipo: per operare nel settore della comunicazione dei beni culturali non è necessaria un’adeguata formazione universitaria che consenta di entrare nel merito dei contenuti comunicati. Senza contare che, ancora una volta, dei tirocinanti si troveranno a svolgere, negli uffici istituzionali, lavori che spetterebbero al personale qualificato assunto mediante selezione concorsuale, ricoprendo un ruolo provvisorio con una competenza altrettanto provvisoria che non sarà in grado di rendere utili all’istituzione che li forma i saperi che possono maturarvi.  

Resta da capire il titolo dell’iniziativa: forse più appropriato risulterebbe “Generazione incultura”.

Pensare e tutelare l’immateriale: un appello al ministro Franceschini

L’Associazione Ranucci Bianchi Bandinelli a conclusione dei lavori del convegno ‘Pensare’ e tutelare l’immateriale: una riforma mancata (Roma, Istituto centrale per i beni sonori e audiovisivi, 28 novembre 2016) e alla luce delle novità introdotte con la recente riforma del MiBACT, tra cui l’istituzione del Servizio VI – specificamente dedicato al patrimonio immateriale – presso la Direzione generale Archeologia, belle arti e paesaggio rivolge un appello al Ministro Dario Franceschini

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Concorsi, banalità in tempi stretti

di Lucinia Speciale

La bonaccia di mezza estate è il momento ideale per discettare di Beni Culturali: i numeri da record dei Musei aperti a Ferragosto, nel 2014 i Bronzi all’Expo, un anno fa la riffa dei superdirettori, dei cui risultati aspettiamo con ansia un bilancio vero, non un comunicato stampa.

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Il dopo 7 maggio

di Vezio De Lucia, Rita Paris, Roberto Scognamillo e Lucinia Speciale

L’associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli è stata tra gli organizzatori dell’iniziativa “7 maggio. Emergenza cultura”, che ha visto la partecipazione di molte sigle preoccupate per lo stato di grave mortificazione in cui versano i beni culturali in Italia, e ha offerto diversi contributi all’incontro di studi che ha preceduto la manifestazione di piazza. Si ripropongono qui gli interventi letti nel corso dei lavori presieduti in apertura da Umberto D’Angelo.

Il consumo del suolo, la tutela del paesaggio e la diserzione del Mibact

di Vezio De Lucia

Da almeno dieci anni anche in Italia il consumo del suolo è considerato ormai da tutti il fattore più di ogni altro responsabile della rovina del paesaggio. Non c’è tempo per citare dati, mi limito a ricordare che, in media, il 95 per cento dello spazio urbanizzato è stato realizzato dopo la seconda guerra mondiale, determinando quasi ovunque – si pensi a Roma – realtà urbane a bassissima densità, con un aggravamento dei costi di gestione del sistema insediativo e un progressivo peggioramento delle condizioni di vita. Continuare con l’attuale ritmo di dissipazione del territorio, anche per pochi anni, significherebbe l’annientamento del nostro Paese, un disastro non confrontabile con crisi come quelle economiche e finanziarie, più o meno lunghe, più o meno gravi, più o meno dolorose, ma dalle quali infine si viene fuori. Il saccheggio del territorio è invece irreversibile.

Mentre in altri paesi europei – in Gran Bretagna, Germania, Francia, Olanda – da decenni si attuano politiche volte a contrastare efficacemente lo sperpero dello spazio aperto, nel nostro Paese manca qualunque apprezzabile azione di governo. Solo lamentazioni e inutili dichiarazioni di ministri e anche del presidente del Consiglio.

Fanno eccezione la Toscana – che, nella precedente legislatura, grazie soprattutto alla determinazione dell’assessore Anna Marson (sostenuta dal presidente Enrico Rossi), ha approvato una legge esemplare – e non mancano i comuni, anche importanti, dotati di piani regolatori che fermano realmente il consumo del suolo. Pregevoli proposte sono state elaborate da settori dell’ambientalismo e della cultura urbanistica, a cominciare dal sito eddyburg di Edoardo Salzano.

Del tutto inutile, anzi dannosa, è invece la proposta di legge in discussione dal 2012 alla Camera dei Deputati. È basata su un inattendibile meccanismo a cascata in quattro fasi:

  • lo Stato definisce la riduzione del consumo di suolo a scala nazionale
  • la quantità stabilita a livello nazionale è ripartita fra le Regioni
  • ciascuna Regione suddivide la sua quota fra i Comuni
  • i Comuni riformano gli strumenti urbanistici cancellando le espansioni previste in eccesso.

In sostanza, lo Stato propone ma a decidere sono Regioni e Comuni, con esiti imprevedibili e tempi comunque lunghissimi.

La proposta, originariamente presentata da Mario Catania, ministro delle Politiche agricole del governo Monti, con le successive stesure dei governi Letta e Renzi, è stata progressivamente peggiorata, fino agli ultimi pessimi emendamenti alla Camera dei giorni scorsi che hanno scoraggiato anche chi ancora si illudeva circa le intenzioni del governo. Sembra tra l’altro che la proposta sia destinata a finire su un binario morto. Ma anche se fosse sorprendentemente approvata non è difficile prevedere che non sarà mai attuata proprio dove sarebbe più necessaria e urgente. Vi immaginate gli stratagemmi che saranno praticati da Regioni e Comuni (soprattutto da Roma in giù) sensibili agli interessi immobiliari per ritardare l’attuazione della legge fino a quando tutto lo spazio disponibile sarà ricoperto “da una repellente crosta di cemento e di asfalto” (Antonio Cederna)?

Allora che fare? Qui m’interessa soprattutto chiamare in causa il ministero per i Beni culturali irresponsabilmente assente dalla scena, mentre è titolare di norme e strumenti che potrebbero essere risolutivi, e in tempi relativamente brevi. Un efficace e rigoroso contrasto al consumo di suolo è possibile, infatti, facendo capo ai piani paesaggistici previsti dal Codice dei beni culturali. A partire dall’art. 131, c. 2, del Codice che tutela il paesaggio in quanto “rappresentazione materiale e visibile dell’identità nazionale” (parole che riprendono quelle scritte da Benedetto Croce per la sua legge del 1922). È evidente che la tutela dell’identità nazionale non può essere affidata alle diverse determinazioni di venti Regioni. E per questo il Codice ha stabilito che i piani paesaggistici debbano essere formati “congiuntamente fra Ministero e regioni” (art. 135, c. 1). Questa è la differenza sostanziale fra i piani paesaggistici previsti dal Codice e i piani paesistici, ovvero paesistico-territoriali, della legge Galasso (1985) che erano di esclusiva competenza regionale.

Che la partecipazione dello Stato volta a garantire l’identità nazionale non possa essere subordinata alle diverse iniziative regionali, ma debba essere invece unitariamente concepita è puntualizzato dall’art. 145, c.1 del Codice che affida al ministero il compito di individuare “le linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio”. Chi si occupa di politica del territorio riconosce la lingua dal decreto del 1977 che definiva la funzione statale di indirizzo e coordinamento nella materia urbanistica trasferita alle Regioni. Quel decreto è stato colpevolmente disatteso, lo Stato si è vilmente sottratto all’obbligo di indirizzare e coordinare l’azione urbanistica regionale, ed è questa una delle ragioni della rovina del paesaggio nazionale.

Nella stesura del Codice qualcuno ha sapientemente recuperato l’importanza delle “linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale” trasferendole dalla generalità degli obiettivi urbanistici alla specificità della tutela paesaggistica. Ma lo stesso funesto destino del coordinamento urbanistico statale incombe sulla tutela statale del paesaggio. Delle linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale, cui il ministero è obbligato dall’art. 145 del Codice, non c’è traccia, non mi risulta che sia stato elaborato alcunché. La formazione dei piani paesaggistici è desolatamente ferma a Toscana, Puglia e alla parte costiera della Sardegna. Per il resto un vuoto desolante, mentre Mibact e Regioni fanno a gara di disimpegno.

Nel 2010, con Maria Pia Guermandi conducemmo un’indagine per conto d’Italia Nostra denunciando le inadempienze ministeriali in materia di pianificazione paesaggistica proponendo, a proposito delle linee fondamentali dell’art. 145, due obiettivi da perseguire con urgenza:

  • la tutela dei centri storici da sottoporre ope legis a vincolo paesaggistico
  • lo stop al consumo del suolo.

La proposta fu del tutto ignorata e non ebbero alcun esito le successive sollecitazioni. Trascuro qui ora la tutela dei centri storici, sempre più oggetto di politiche e operazioni devastanti, argomento sul quale è necessario riprendere al più presto l’azione di denuncia e di mobilitazione.

Ritorno invece, concludendo, sul consumo del suolo, chiedendo al ministero per i Beni culturali di mettere mano finalmente all’art. 145 del Codice, all’individuazione delle famose “linee fondamentali dell’assetto del territorio”, e a un energico impegno verso le Regioni per la più rapida formazione dei piani paesaggistici. Nel merito, l’obiettivo da perseguire, che sintetizzo con un’immagine, è di tracciare un’ideale ma insormontabile linea rossa tra lo spazio edificato e quello rurale e aperto, fra la città e la campagna. Sapendo che solo attraverso interventi di riconversione degli spazi degradati, dismessi o sottoutilizzati è possibile restituire qualità estetica e funzionale agli insediamenti urbani. Se si affrontasse questo compito – che risponde, è bene chiarirlo, a preminenti, specifiche ragioni di tutela – con coraggio e con determinazione, per il ministero per i Beni culturali, squassato dalle cosiddette riforme, sarebbe, tra l’altro, una straordinaria occasione per recuperare credibilità e prestigio.

 

La storia dellarte e la Buona scuola

di Roberto Scognamillo e Lucinia Speciale

Questo è un lavoro a quattro mani, frutto di una fortunata combinazione esistenziale. Uno dei due autori è un insegnante di storia dell’arte, in ruolo dal 2001 presso un istituto d’arte – oggi liceo artistico – dell’hinterland di Roma, l’altro insegna più o meno da vent’anni in un ateneo pugliese. Abbiamo così potuto seguire, in parallelo, l’evoluzione che la formazione nella disciplina ha conosciuto nell’ultimo quindicennio, dalla scuola superiore all’università, avendo a disposizione due punti d’osservazione diversi e complementari: una scuola insediata oltre i limiti della periferia di una grande città e un medio, ormai piccolo ateneo del Mezzogiorno.

Il rapporto La buona scuola, pubblicato il 3 settembre del 2014, e “proposto come oggetto di dibattito e confronto … nel quadro di quella che vogliamo diventi la più grande consultazione – trasparente, pubblica, diffusa, online e offline – che l’Italia abbia mai conosciuto finora” (sono parole della premessa) nasce come un progetto organico di revisione e rilancio della scuola italiana, che l’insieme dei provvedimenti messi in opera nel corso del ministero Gelmini aveva pesantemente penalizzato.

Qualcuno forse lo ricorda, ma – al di là delle roboanti dichiarazioni di principio – l’insieme dei provvedimenti che passa sotto il nome di riforma Gelmini aveva come principale finalità quella di comprimere il bilancio di un ministero ridotto già da decenni quasi alle sole spese di personale, e ha comportato forse il più vasto licenziamento di personale pubblico della storia repubblicana. Senza questa premessa sarebbe forse difficile comprendere il senso del sistematico taglio delle ore d’insegnamento in storia dell’arte introdotto con quei provvedimenti. Nei 5 anni durante i quali è maturata la transizione dal vecchio al nuovo ordinamento sono state cancellate più di 400 cattedre di Storia dell’arte (412 – dati FLC-CGIL) a fronte di una dotazione iniziale che doveva aggirarsi intorno a 2000 posti: non è stato possibile stabilire la cifra con sicurezza perché il Miur non mette a disposizione il numero assoluto. Un po’ migliore sembra la situazione dell’insegnamento di Disegno e storia dell’arte che, nell’arco dello stesso periodo, dopo l’iniziale riduzione registra un complessivo incremento di 35 cattedre.

Le due tabelle che seguono offrono una rapida sintesi della contrazione delle ore di storia dell’arte che si è prodotta tra il 2010 e il 2014 nelle due classi d’insegnamento della materia.

 

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È importante considerare questa mutilazione nel quadro del più generale impoverimento dei saperi legati alla produzione artistica: è a questi soprattutto che la storia dell’arte è stata sottratta, insieme a moltissime ore di disegno, pittura, scultura, disegno tecnico, progettazione e laboratorio. Proprio quella formazione alla creatività che il progetto della Buona scuola prometteva di recuperare. A questo fine ci si proponeva di reintegrare – sono dichiarazioni rilasciate dal ministro Giannini nel gennaio 2015 – l’ora aggiuntiva di storia dell’arte, “in tutti e cinque gli anni dei licei … studiando come inserirla nei tecnici e professionali, magari in modo facoltativo”. Un’attenzione persino maggiore sembrava riservata all’insegnamento di Disegno e storia dell’arte, “da rafforzare soprattutto nel biennio dei licei e degli istituti turistici”.

Si arrivava a quantificare anche la spesa di questa operazione: “25 milioni per due ore la settimana”, prospettando una introduzione ordinamentale, sostenuta da nuove assunzioni “per un fabbisogno di 3400 classi” (La buona scuola, p. 90). Questo recupero sembrava addirittura l’elemento cardine di un nuovo progetto educativo imperniato sulla capacità di “riportare la creatività in classe” al fine di “ripartire dal Made in Italy, inteso nella sua valutazione più ampia … per valorizzare le nostre meraviglie artistiche all’interno della scelta turistica anche scegliendo strade imprenditoriali” (ibid.).

 

Dallo storytelling alla realtà

Delle rutilanti promesse di Capodanno, il Disegno di legge 13 luglio 2015, n. 107 non conserva nulla. Se ne ritrova appena un pallido accenno nelle attività complementari proposte al fine di “ampliare l’offerta formativa”: attività che dovrebbero genericamente potenziare “le competenze nella musica e nell’arte”, e favorire “l’alfabetizzazione all’arte”[1]. Lo spazio destinato a queste attività complementari risulta tuttavia drasticamente limitato dall’urgenza di dare tassativa attuazione all’alternanza scuola-lavoro.

Nonostante la promessa di “rafforzare l’insegnamento di quelle discipline, come la storia dell’arte e la musica, che sono al tempo stesso parte del nostro patrimonio storico e della sensibilità contemporanea” (La buona scuola, p. 95) non c’è nessun accenno al ripristino delle molte ore di insegnamento della storia dell’arte eliminate dal precedente provvedimento-quadro sulla scuola.

In effetti, non è un caso che la disponibilità di cattedre della nuova classe A54, che identifica l’insegnamento della storia dell’arte, sia apparsa, nell’ultima leva dei corsi abilitanti del Tirocinio Formativo Attivo molto limitata. Una situazione non diversa ha caratterizzato i due concorsi a cattedra banditi nel 2012 e nel 2016: il primo non prevedeva la classe di concorso; quanto all’ultimo, sui 17.232 posti di insegnamento nelle scuole di secondo grado che “si prevede” risultino “vacanti e disponibili nel triennio 2016/17 – 2018/2019” i posti a disposizione nella nuova classe di “Storia dell’arte” (A/054) per l’intero territorio nazionale sono 81[2].

Nel testo definitivo della Buona scuola, la promessa di reintegrare la storia dell’arte negli ordinamenti scolastici almeno al livello precedente alla riforma, proclamata in diverse occasioni dalla titolare del Miur, e richiamata anche dal ministro Franceschini, si è tramutata in un generico invito alle scuole perché sia diffusa, attraverso tutte le materie, una ‘cultura del bello’. Un ‘bello’ che aleggia come una categoria antistorica, un’entità incorporea e sublimata, che trascende la concreta realtà del patrimonio storico italiano, unico per la sua diffusione capillare, legata alle trasformazioni storiche del suo territorio.

Al di là dei singoli aspetti dei provvedimenti in materia di storia dell’arte, in relazione al compito che la scuola deve assolvere all’interno della società esiste un problema di scelte. Secondo l’ultimo rapporto OCSE, che rimonta al 2012[3], l’Italia ha un livello di analfabetismo funzionale notevolmente più elevato della media europea, pari al 47 % della popolazione compresa tra i 15 e i 65 anni. L’“analfabetismo funzionale” designa “l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana”. Un analfabeta funzionale sa leggere e scrivere ma “non comprende il senso di un testo, non costruisce analisi articolate, paragona il mondo solo alle sue esperienze dirette”: queste difficoltà strutturali accomunano, insieme ad un significativo segmento della popolazione adulta, anche quella tra i 15 e i 18 anni. Per contrastare questo fenomeno, che rischia di compromettere seriamente le prospettive di crescita economica e civile del paese, forse non basta affidarsi al volenteroso “potenziamento dell’offerta formativa” da inquadrarsi nel quadro dell’alternanza scuola -lavoro.

In un paese nel quale la progressiva riduzione delle competenze, che si registra nella fascia più giovane della popolazione adulta, si accompagna a una simmetrica crescita delle disuguaglianze sociali, si dovrebbe impiegare una task force per tenere a scuola i ragazzi, e dotarli delle conoscenze necessarie a divenire dei cittadini consapevoli, non sottrarli alle aule scolastiche per offrire forza lavoro gratuita a strutture produttive e istituzioni pubbliche[4]. Si direbbe invece già deciso che circa metà della popolazione attiva nei prossimi decenni sia destinata ad acquisire un livello d’istruzione relativamente modesto e a fornire mano d’opera scarsamente qualificata. È difficile credere che questo scenario possa produrre la scintillante rinascita del Made in Italy che il progetto della Buona scuola sosteneva di voler favorire.

Le forme rappresentative sono un linguaggio che richiede una certa capacità di impadronirsi di forme complesse, in una certa misura assimilabile allo studio delle lingue e del linguaggio matematico; potrebbero facilmente offrire un ottimo esercizio per lo sviluppo delle capacità di analisi. La globalizzazione sta rapidamente creando all’interno delle scuole la necessità di confrontare sistemi linguistici e culturali anche molto distanti. La storia dell’arte, e quella dei sistemi di comunicazione non verbali, può fornire a questa popolazione eterogenea un’ottima palestra d’integrazione culturale; reintrodurla negli ordinamenti della scuola media superiore potrebbe servire anche a questo. Ma va fatto in fretta: diversamente, per riprendere il titolo di un fortunato libro recente, la nozione di Patrimonio si coniugherà al futuro, ma al futuro di chi?

[1] (Art. 2 . Autonomia scolastica e offerta formativa) Al fine di dare piena attuazione al processo di realizzazione dell’autonomia e di riorganizartzazione dell’intero sistema di istruzione. […] c) potenziamento delle competenze nella musica e nellarte, e f) alfabetizzazione allarte, alle tecniche e ai media di produzione e diffusione delle immagini.

[2] Un numero drammaticamente basso a fronte dei 900 candidati del concorso in atto.

[3] www.isfol.it/piaac/Rapporto_Nazionale_Piaac_2014.

[4] Tra queste i musei, nei quali verosimilmente finiranno con l’entrare in concorrenza con i precari del settore, cui sottrarranno spazi già molto esigui.

 

 

Lestinzione forzata dei funzionari tecnici

di Rita Paris

 Il Ministro, in risposta a una disposizione che di fatto vietava ai dipendenti del Ministero di avere rapporti con i media, in base al codice etico, ha prontamente fatto sapere attraverso i giornali che anzi riteneva opportuno vi fosse un dibattito. Questo è accaduto mentre si era acceso la discussione intorno alla riforma del Ministero sulla quale giustamente i media volevano e vogliono conoscere l’opinione degli addetti ai lavori.

Oggi quindi mi rivolgo al Ministro, ma mi rivolgo anche a tutti i partecipanti, in particolare ai non addetti ai lavori, alla comunità civile che ha il diritto di conoscere cosa sta accadendo, perché il patrimonio di cui stiamo trattando è quello pubblico, e questa nostra manifestazione non è per difendere condizioni di privilegio ma per provare, ancora una volta e tutti insieme, a rappresentare democraticamente che molte disposizioni di questa riforma non rispondono all’obiettivo del miglioramento e anzi stanno creando gravissime criticità, situazioni di paralisi, disintegrazione di un assetto culturale e organizzativo che aveva sì bisogno di essere riorganizzato, ma non con queste modalità e che appare distante dalla conoscenza dei problemi reali della nostra amministrazione.

È difficile esporre all’opinione pubblica in cosa consistono le nostre osservazioni a questa riforma, ancora più difficile far comprendere al Ministro che non vi sono posizioni di difesa, arroccamento e che quello che oggi è il suo obiettivo, ossia far conoscere e vivere il patrimonio culturale, è stato l’impegno di tutta la nostra vita professionale, con una dedizione totale nella gestione della tutela, nella creazione, cura e crescita di luoghi della cultura, nello studio ritagliato nel tempo libero, nonostante, come è noto, la nostra retribuzione sia indecorosa.

Non siamo come ci hanno dipinti solo conservatori, una casta ripiegata su se stessa e questo è dimostrato dal lavoro fatto, che al contrario è stato sempre finalizzato a migliorare la fruizione pubblica e il coinvolgimento di tutta la società. Esempi, musei aperti e riallestiti con nuove tecnologie, premi ricevuti persino da Tripadvisor, restauri eseguiti con fondi di privati….

Non vorrei apparire stakanovista se dico che quasi quotidianamente consultiamo i report dei visitatori, soddisfatti per gli aumenti e preoccupati in caso contrario; abbiamo aperto i luoghi a eventi di vario genere, musica, teatro e anche a iniziative private che sono servite spesso a far conoscere a un pubblico più vasto il patrimonio.

Come mai allora se le finalità sono quelle stesse espresse dal ministro, egli non ha voluto tenerci in alcuna considerazione, come una categoria da mantenere a distanza?

Perché non sono state ascoltate le criticità che abbiamo espresso in più occasioni, e non ci sono stati dati gli strumenti per lavorare meglio nella tutela, anche per una maggiore efficienza in relazione alle opere pubbliche e private che hanno necessità dei nostri controlli e pareri e nei lavori di manutenzione, scavi, restauri, allestimenti, che quotidianamente portiamo avanti nel rispetto di una normativa complessa, con uffici ormai svuotati? Cercando disperatamente di eseguire i delicatissimi lavori di scavo e restauro a regola d’arte mentre tutte le norme sembrano indirizzate contro la specialità degli interventi sul patrimonio culturale.

Era da questo che si doveva partire, ossia mettere in condizione le Soprintendenze e i musei, monumenti, siti archeologici, di funzionare, piuttosto che riformare con una visione centralistica che ha determinato una separazione/contrapposizione tra l’apparato centrale e gli uffici specialistici e speciali, spalmati sul territorio nazionale, come se si perseguissero obiettivi diversi.

Con la prima fase della riforma sono stati nominati 20 direttori per le 20 realtà rese autonome. Ma si è valutato se vi era una sostenibilità economica per queste situazioni, e per le altre 10 che si vanno ad aggiungere con la seconda fase in via di attuazione? Risulta infatti che non vi sia stato alcun risultato concreto in senso migliorativo. Come potrebbe esservi infatti se le strutture sono rimaste come prima, con le stesse criticità (vigilanza, uffici tecnici)? E soprattutto questo nuovo assetto con le Soprintendenze, i Musei autonomi… i poli museali che mettono insieme musei e siti che non hanno nulla in comune, affidati a figure spesso con professionalità non adeguate ai luoghi, a quale impianto culturale risponde, avendo al contrario smantellato un sistema culturale diffuso e omogeneo fatto di territorio e di musei e di siti (cito solo il caso dell’Etruria)?

Gli argomenti da trattare sono tanti e sono stati già in buona parte trattati. Quello che voglio testimoniare è il grave dissesto che i nostri uffici, le Soprintendenze (tanto odiate) e i luoghi della cultura, i musei, i siti archeologici, i complessi monumentali, stanno vivendo: un terremoto organizzativo o disorganizzativo che nuoce a essi stessi, al personale che vi lavora e a tutta la società. Il risultato è esattamente il contrario di quello a cui la riforma puntava.

La riforma doveva essere indirizzata a risolvere le vere criticità: in questi anni infatti ci siamo trovati a dover lavorare con una normativa profondamente mutata, in particolare, come dicevo, mi riferisco al codice dei lavori pubblici, oltre ovviamente alle modifiche del codice dei BC., che prevedono procedure molto complesse senza alcuna struttura tecnica di supporto. Accenno solo all’incremento di pratiche legate alla tutela e alle normative urbanistiche che soffocano quotidianamente l’attività dei funzionari, sempre di meno e sempre più soli.

Parlo quindi a titolo esemplificativo della Soprintendenza archeologica di Roma, dove lavoro. È in grado con gli introiti dei biglietti, in particolare del Colosseo, di mantenere tutto il patrimonio di competenza. Si è creato un vero e proprio impero che ha modificato l’immagine della città, che ha nell’archeologia la propria identità, riconosciuta universalmente, compensando alla assoluta mancanza di una idea di città, dopo che sono stati abbandonati i grandi progetti per l’area centrale, l’Appia, e le periferie. È stato costruito il sistema del Museo Nazionale Romano (Terme di Diocleziano, Palazzo Massimo alle Terme, Palazzo Altemps, Crypta Balbi); sono stati restaurati e aperti al pubblico grandi complessi nell’area centrale, dalle Colonne onorarie al Colosseo, al Palatino, dalla Piramide alle Terme di Caracalla, fino all’Appia Antica; sono stati acquistati importanti siti archeologici del suburbio della città. Tutta questa attività è stata svolta senza distinzione tra tutela e opere per la conservazione e fruizione del patrimonio, secondo un progetto culturale che ha tenuto saldamente insieme il territorio con i luoghi della cultura e i servizi della conoscenza (laboratori, archivi documentali e fotografici, biblioteche, catalogo, depositi e magazzini), tutto offerto alla fruizione pubblica.

Con questa base si è affermata una grande crescita del patrimonio della Soprintendenza, accompagnata da un consenso da parte dei cittadini e del pubblico internazionale, con un aumento del bacino di utenza, dal 1997 ad oggi, da circa 1 milione e mezzo a circa 6 milioni di visitatori.

Tutto ovviamente può e deve essere migliorato ma con l’unica soluzione possibile: mettere il personale tecnico – vero cuore pulsante di questa amministrazione – in condizione di lavorare con maggiore efficienza, per una crescita continua che vi è stata e che deve essere sostenuta anche da altre azioni che riguardano l’accessibilità e il turismo.

Chiediamo al Ministro di non delegittimare e svilire le nostre figure, di provare a conoscere le nostre esperienze delle quali, con giudizio sereno, potrebbe anche essere orgoglioso. Diversamente indebolisce il nostro operato e quindi mette a rischio la missione dalla quale non ci siamo mai sottratti: è questo l’unico motivo per cui oggi siamo qui.

Beni culturali, l’esercito nascosto dei professionisti

Nel luglio del 2015, in occasione della tavola rotonda “Occultati o respinti”, tenuta a Palazzo Massimo a Roma, l’associazione Bianchi Bandinelli ha presentato i risultati dell’autocensimento dei collaboratori esterni del MiBACT e degli enti locali, promosso attraverso il sito dell’associazione tra il gennaio e l’ottobre del 2014.

Costituito a partire da schede compilate su base volontaria, il rapporto offre uno spaccato di notevole interesse sul numero, la formazione, le tipologie di contratto che accomunano i “professionisti” dei Beni Culturali. Sebbene l’autocensimento si sia concluso poco più di un anno e mezzo fa, i dati dell’indagine restano attualissimi. È probabile che le opportunità e le condizioni di lavoro in questo settore siano addirittura peggiorate, considerato il massiccio e celebratissimo ricorso al ‘volontariato’.

Riproponiamo, in vista della manifestazione del 6 e 7 maggio, la relazione di Sara Parca, che ha coordinato il gruppo di lavoro.

L’autocensimento dei collaboratori esterni del MiBACT e degli Istituti culturali degli Enti locali

di Sara Parca

Questa presentazione è il risultato dell’impegno diun gruppo di lavoro composto da professionisti del Patrimonio che da molto tempo collaborano con il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e che ritengono ormai inderogabile far emergere e riconoscere il problema del precariato nel settore dei beni culturali.

L’Associazione Bianchi Bandinelli ha accolto e sostenuto il loro progetto di autocensimeno, avendo sempre avuto un’attenzione e un impegno particolare (come ha appena ricordato Paola Nicita) per questi temi.

Quanti sono i professionisti dei beni culturali che collaborano con il MiBACT e con le Istituzioni culturali degli Enti locali? Quali sono le loro mansioni, con quali tipologie di contratti? L’obiettivo del rilevamento è quello di iniziare a colmare il grave vuoto conoscitivo sull’entità e sulle caratte ristiche di questo fenomeno, che si inserisce nel quadro più generale del problema del lavoro precario e della disoccupazione intellettuale oggi in Italia.

I pochi dati a disposizione hanno sempre evidenziato una totale insufficienza di risorse umane che si unisce all’insufficienza altrettanto endemica di risorse finanziare per cui il Ministero appare a stento in grado di provvedere a compiti di tutela dei beni di cui deve prendersi cura. Questo aspetto critico trova un’ulteriore conferma nella grave vicenda dei lavoratori disciplinati da contratti atipici, di cui neanche si conosce l’esatto numero.

L’autocensimento non è un rilevamento in senso tradizionale in quanto non parte da un campione individuato. La difficoltà principale, infatti, era proprio quella di definire l’area d’indagine, ossia raggiungere il mondo in parte sommerso, magmatico e difforme, dei collaboratori esterni delle pubbliche amministrazioni che si occupano di beni culturali.

La strategia comunicativa è passata principalmente attraverso il sito dell’Associazione BB (dove si poteva accedere ad una pagina appositamente dedicata per la compilazione della scheda), tramite i social network (facebook, twitter).

In molti casi è stato necessario vincere la ritrosia degli stessi lavoratori ad autocensirsi per mancanza di fiducia, per scoraggiamento ma anche per paura di ritorsioni nonostante la chiara rassicurazione che i dati raccolti sarebbero stati elaborati in assoluto anonimato.

Alla luce di tutto questo, la raccolta dei dati non è certamente esaustiva della situazione ma fa emergere comunque un significativo spaccato della realtà, con alcuni risultati interessanti e, considerati i limiti, ha il merito di dare voce e visibilità a lavoratori che per troppo tempo sono stati occultati.

D’altro canto la Pubblica Amministrazione avrebbe i mezzi per rilevare con esattezza i dati e conoscere la dimensione quantitativa e qualitativa del fenomeno, se non altro per fare anche delle valutazioni sul rapporto costo-benefici prodotto dal ricorso alle esternalizzazioni ma manca, forse, la volontà politica.

Prima di dare avvio all’autocensimento, abbiamo avuto occasione di presentare le nostre istanze all’allora ministro Massimo Bray durante l’audizione del 4 ottobre 2013 con la “Commissione per il rilancio dei beni culturali ed il turismo e la riforma del Ministero” presieduta dal Prof. Marco D’Alberti. In merito alla questione, abbiamo chiesto che il Ministero si impegnasse a fare un censimento dei collaboratori esterni, delle diverse tipologie contrattuali in uso, delle attività svolte e dei settori di riferimento. A questo proposito richiamavamo anche la Circolare n. 296 del 22 luglio 2013, emanata dalla Direzione generale per l’organizzazione, finalizzata al monitoraggio delle tipologie di lavoro flessibile presso gli Istituti centrali e periferici del Ministero, nonché il successivo sollecito espresso con altra circolare del settembre 2013, entrambe sostanzialmente disattese. Non avendo avuto riscontro dal Ministero, ne è conseguita la decisione di organizzare un autocensimento, lanciato per la prima volta durante la manifestazione “500 NO al MIBACT” (gennaio 2014). La raccolta dei dati si è svolta nell’arco di 10 mesi, dal gennaio all’ottobre 2014.

L’Autocensimento si è basato sulla compilazione di una scheda che si componeva di una parte anagrafica, dove veniva chiesto anche il titolo di studio e la qualifica professionale, e di una seconda parte relativa al lavoro: gli anni di rapporto lavorativo diretto o indiretto con Mibact e/o con gli Enti locali, la data ultimo contratto, le tipologie contrattuali relative alle due committenze. Si chiudeva con il settore lavorativo (patrimonio archivistico, archeologico, storico artistico, demoetnoatropologico, biblioteconomico, architettonico, altro), le principali attività svolte, con la possibilità di inserire anche una br eve descrizione a testo libero, le regioni e città in cui si è svolta principalmente l’attività e infine l’autorizzazione al trattamento dei dati.

Il totale delle risposte pervenute è 748 ma è stato espunto un numero di schede non considerate valide, tra cui quelle inviate da stagisti non retribuiti e volontari. Quest’ultimo punto è indicativo della confusione che si sta creando negli ultimi tempi, soprattutto tra le nuove generazioni, tra formazione, volontariato e lavoro. Confusione confermata anche dalle tante e-mail giunte sulla posta del gruppo di lavoro.

La verifica e normalizzazione delle informazioni ha portato alla creazione di una banca dati complessiva di 669 schede da cui sono stati elaborati i nostri dati. Cosa emerge dalle risposte? I risultati di seguito presentati riguardano in primo luogo i dati anagrafici dei professionisti che si sono autocensiti.

Dai numeri raccolti si rileva una prevalenza di donne, l’81% contro il 19% di uomini (grafico 1).

 

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Grafico 1

 

Il 9% rientra in una fascia d’età compresa tra 28 e 30, il 52% tra 31 e 40 anni, le persone comprese tra 41-50 corrispondono al 26% e chi ha più di 50 anni al 13%.

Emerge subito che la fascia d’età più rappresentata è quella dei trentenni. Sulla base della nostra esperienza e del confronto tra colleghi si potrebbe ipotizzare che le difficoltà dovute alla discontinuità lavorativa, al l’inadeguata retribuzione, alla mancanza di prospettive sono fattori che possono spiegare l’inflessione di questi dati.

Viceversa, ragionando sull’arco temporale dell’ultimo ventennio circa, possiamo leggere gli stessi dati come un incremento del fenomeno del precariato in tempi recenti. Un numero di collaboratori più limitato nei primi anni, che ha proseguito nel tempo questa attività e corrisponde alle fasce di e tà più alte, si è via via ingrossato in conseguenza sia della progressiva e quasi totale chiusura di sbocchi lavorativi stabili sia della crescente necessità da parte di un’Amministrazione Pubblica sottodimensionata di ricorrere a esternalizzazioni.

Infatti, se si sommano le percentuali delle due fasce d’età più alte si arriva al 39% di precari che hanno oltre 40 anni. Il dato è assai allarmante: significa che per una buona parte di questi professionisti la situazione è rimasta inalterata da 20 anni e soprattutto che questo sarà il destino degli attual i 30enni (grafico 2).

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Grafico 2

La distribuzione geografica delle risposte arrivate è così ripartita: 56% al centro, 24% al nord, 20% al sud (grafico 3).

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Grafico 3

Un indicatore significativo per la profilazione dei soggetti autocensiti è la richiesta del titolo di studio secondo le specifiche che vedete nel grafico dove sono registrate anche le percentuali delle risposte (grafico 4).

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Grafico 4

Da questi dati si evince che il livello di formazione di questi professionisti è alto: la maggioranza di essi infatti possiede un titolo post laurea e sommati al numero dei laureati (il 42%) si raggiunge il dato significativo dell’ 88% del totale delle risposte (grafico 5).

Senza titolo6Grafico 5

La composizione dei professionisti che hanno risposto all’indagine ha registrato una maggioranza di storici dell’arte (28%), seguiti dagli archeologi (25%) e dagli archivisti (20%) e via via a scendere (grafico 6).

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Grafico 6

Ci è sembrato interessante confrontare questi ultim dati con la composizione del personale tecnico-scientifico di ruolo nel MiBACT. Secondo le stime tratte dalle Minicifre della cultura 2014 (dati dicembre 2013), su un totale di dipendenti pari a 18.875, si aveva 2% di storici dell’arte, 2% di archeologi, 3% di architetti, 3,5% di archivisti, 5% di bibliotecari. Percentuali comunque molto basse, rispetto ad esempio al 21% degli amministrativi (grafico7).

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Grafico 7

L’endemica carenza numerica di personale tecnico-scientifico all’interno del Ministero è sotto gli occhi di tutti, è stata più volte denunciata e spiega il ricorso strutturale negli anni a forme di collaborazioni esterne. Alcuni esempi a campione di questo confronto: a fronte del 2% di archeologi – il 25% di archeologi coll. esterni; 3,5% di archivisti – il 20% di archivisti coll. esterni; 2% di storici dell’arte – 28% di storici dell’arte coll. esterni (grafico 8).

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Grafico 8

Dunque un piccolo esercito che opera da almeno due decenni integrandosi con l’organico stabile nei diversi ambiti della struttura del Ministero. La presenza dei collaboratori si è sviluppata in sinergia con i funzionari e il personale di ruolo, ben coscienti della professionalità e dell’utilità di persone con le quali hanno condiviso progetti e attività; collabor atori che spesso sono stati impegnati nei loro stessi uffici e che hanno contribuito alla realizzazione di compiti istituzionali, adempiendo non solo a esigenze straordinarie ma svolgendo mansioni interne a sostegno dell’amministrazione quotidiana, garantendo continuità operativa e mantenimento di un alto livello professionale. Disperdere questo patrimonio di professionalità e d i competenze acquisite, come del resto sta avvenendo negli ultimi tempi in conseguenza dei tagli lineari progressivamente inflitti ai bilanci pubblici ma anche in conseguenza di scelte politiche che rischiano di aumentare le sacche di precariato, vedi gli ultimi bandi sull’occupazione giovanile (500 giovani per la cultura e art bonus) e vedi il ricorso a diverse forme di volontariato, talvolta non specializzato, tutto ciò si configura come un evento di rilevante gravità, certamente dal punt o di vista sociale per la sorte di queste persone, ma anche dal punto di vista dell’Amministrazione, per la rinuncia a professionisti esperti, da lei formati, che oggi suppliscono alle necessità del Ministero stesso e che costituiscono il necessario anello di passaggio di competenze e conscenze alle future generazioni. Senza contare che, sul medio-lungo termine, per l’amministrazione è certamente più oneroso rivolgersi a professionisti esterni che non avere in organico le forze necessarie.

Vediamo quali sono le principali attività che vengo no svolte dai collaboratori esterni (grafico 9). L’osservazione che possiamo fare è che soprattutto le prime 5/6 attività (sono nelle percentuali maggiori) sono svo lte dalle stesse persone, infatti si tratta di attività direttamente collegate alla qual ifica professionale, e che trovano quindi un parallelo con le diverse mansioni e attività appannaggio del personale interno, avente la medesima qualifica.

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Grafico 9

Nel grafico successivo osserviamo un diverso aspetto (grafico 10). Il 13% dei professionisti che si sono censiti svolgono attività in diversi ambiti professionali, che confermano percorsi formativi ibridi. Alcuni professionisti, infatti, aggiungo titoli specialistici in altri settori disciplinari, per cui abbiamo archeologi che diventano bibliotecari, bibliotecari che diventano storici dell’arte, storici dell’arte che diventano archivisti.

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Grafico 10

Tutti questi lavori vengono formalizzati attingendo alla giungla di contratti atipici che ad oggi rappresentano il 90% circa di quelli stipulati dal MiBACT con i suoi collaboratori esterni: contratti a collaborazione coordinata e continuativa, a partita IVA, a progetto, a prestazione occasionale, di cessione dei diritti d’autore, di fornitura di servizi, lettere d’incarico, etc. (grafico 11).

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Grafico 11

 

Succede anche che contratti di diversa tipologia sono stipulati per svolgere identiche mansioni, anche alle stesse persone nel corso del tempo. In questo contesto di selvaggia precarizzazione, il lavoro è stato costantemente oggetto di vere e proprie persecuzioni giuridiche, con inevitabili riflessi sulla condizione normativa dei lavoratori e pesantissime ricadute sulla vita privata. Le varie riforme del mercato del lavoro hanno influito tutte in maniera negativa sulla condizione professionale, rideterminando di volta in volta i rapporti secondo vincoli contrattuali sempre diversi e sempre peggiori.

Pur di garantire a se stessi una qualche continuità lavorativa, i professionisti dei beni culturali hanno accettato, a volte, paghe inadeguate ai loro titoli e alle mansioni effettivamente svolte, ad aprire finte partite IVA sulle quali pagano il 60% di tasse, a cedere una consistente percentuale del loro stipendio a società terze, a lavorare in condizione di subordinazione pur avendo sottoscritto contratti parasubordinati e – è un caso limite -, a dissimulare il lavoro dietro un finto volontariato e lo stipendio dietro il rimborso di scontrini pasto pari all’importo da percepire.

Uno stesso lavoratore si trova spesso a svolgere le proprie attività con tipologie di contratti diversi: il 68% di professionisti hanno infatti più tipologie contrattuali, anche dallo stesso committente (grafico 12).

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Grafico 12

Un altro aspetto interessante evidenziato dall’analisi dei dati riguarda l’arco temporale entro cui si è sviluppato il regime di precarietà contrattuale per ciascun lavoratore, tenendo presente che la maggior parte di loro hanno avuto collaborazioni sia con il MiBACT sia con gli Enti locali. Nel caso del Ministero il 30% dei professionisti superano l’arco temporale dei 10 anni (grafico 13).

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Grafico 13

In conclusione, vorremmo ricordare quanto è stato recepito nella Relazione finale della già citata Commissione D’Alberti (31 ottobre 2013), che ha accolto le nostre istanze, indicando al punto 3.4, lettera o: “Quanto al personale che presta servizio per l’esercizio delle competenze del Ministero con contratti atipici e a tempo determinato, la Commissione propone, innanzitutto, di svolgere una ricognizione del fenomeno relativamente ai numeri, alle mansioni effettivamente svolte, alle diverse tipologie contrattuali utilizzate e alla durata complessiva dell’attività svolta da ogni singolo contrattista. In seguito, si dovrebbe procedere, nei limiti della copertura finanziaria disponibile, ad un concorso di reclutamento aperto, disciplinato da un bando che tenga in adeguata considerazione titoli di anzianità, tra i quali quelli maturati proprio nello svolgimento dei predetti incarichi, e titoli di specializzazione. La Commissione ritiene opportuno, altresì, procedere a una razionalizzazione delle modalità contrattuali utilizzate per il reclutament o e la gestione di questo personale: il tema è di rilievo generale per la pubblica amministrazione e, pertanto, dovrebbe essere affrontato tenendo conto di questo più ampio contesto”.

Al primo punto abbiamo tentato di dare una risposta, ci auguriamo che le atre due raccomandazioni vengano concretamente prese in considerazione.

 

Gruppo di lavoro per l’autocensimento:

Simona Ciofetta, Sara Di Giorgio, Antonio Davide Madonna, Cettina Mangano, Sara Parca, Marzia Piccininno, Tiziana Scarselli, Simona Turco

Elaborazione dati:

Simona Ciofetta, Cettina Mangano, Sara Parca, Simona Turco

Concorso Mibact, quanti errori signor ministro

Pubblichiamo un documento dell’Associazione Bianchi Bandinelli

Valutando il testo definitivo del decreto interministeriale che fissa i criteri generali del Concorso per l’assunzione di 500 funzionari del MiBACT (GU n. 96 del 26.4.2016), si impongono prioritariamente alcuni interrogativi: all’interno di quale programmazione questo Concorso è stato deciso, con quale scadenza temporale è lecito prevedere un’ulteriore immissione in ruolo di funzionari tecnico-scientifici per il MiBACT? E ancora: in quale misura questa immissione sana le attuali carenze di organico, garantendo realmente le risorse professionali necessarie per un’azione di tutela, conoscenza, valorizzazione efficace e sostenibile? E, a monte di tutto, come è stato individuato questo organico, in rapporto alla recente riorganizzazione del ministero o non piuttosto a un assetto territoriale e funzionale superati?

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