Irene Berlingò – La filosofia della tutela di Chiarante e l’azione dell’Associazione Bianchi Bandinelli

L’Italia dei beni culturali: i nodi del cambiamento. Ricordando l’impegno e le proposte di Giuseppe Chiarante, Roma, Senato della Repubblica, Sala Capitolare, 3 dicembre 2013

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“Io sottolineo questo duplice aspetto del decentramento e dell’autonomia (autonomie funzionali degli organi decentrati del ministero e autonomie istituzionali delle regioni e degli enti territoriali) anche perché non si dovrebbe mai dimenticare che la specificità dei problemi della tutela del patrimonio culturale in Italia dipende proprio dallo stretto collegamento che c’è nel nostro Paese tra patrimonio culturale e territorio. In Italia la questione fondamentale non è, come può essere in altri Paesi, quella di amministrare bene un certo numero di musei; ma è prima di tutto quella di amministrare il meglio possibile quel patrimonio diffuso nel complesso del territorio che ben conosciamo. Anche per questo la scelta di conferire un’ampia ed effettiva autonomia agli organi (soprintendenze, biblioteche, archivi) che operano sul territorio trasferendo ad essi gran parte dei compiti oggi accentrati nell’amministrazione centrale sembra a gran parte dei membri del Consiglio Nazionale una soluzione non solo percorribile, ma necessaria per rispondere alle speranze di una riorganizzazione che sia anche l’avvio di un’autentica riforma del Ministero”. Queste parole sono state pronunciate da Beppe Chiarante in una tavola rotonda sul Regolamento di organizzazione del Ministero per i Beni e le Attività culturali (Roma, 9 marzo 2000, Aedon, 2, 2000), mentre infuriava la polemica per la stesura del regolamento di attuazione al 368/98, il decreto legislativo con cui Veltroni aveva cambiato radicalmente la struttura ministeriale dei beni culturali. La temperie di quegli anni è molto simile a quella in cui ci troviamo oggi, a soli 13 anni di distanza da quel cambiamento radicale, che provocò a sinistra una frattura nel mondo dei beni culturali, non ancora sanata e che anzi i successivi e rapidi cambiamenti, in peggio, che si sono succeduti, hanno se possibile aumentato, aumentando anche  il dissenso e il disamore dei tecnici per un settore che per la maggior parte viene scelto con convinzione dagli operatori e dove non si arriva per caso.Un settore tra l’altro ormai dissanguato dai tagli lineari subiti negli ultimi anni e teatro di scorrerie esterne, tese ad accalappiare quelle poche fonti di finanziamento che ancora arrivano al MiBACT, oggi arricchito del turismo ma sempre privo dei beni ambientali che sarebbero il naturale complemento dei beni culturali, come anche Chiarante oggi avrebbe sostenuto.

Decentramento e autonomia, sono i due temi che sottolinea Chiarante  nel suo intervento e sono i due perni intorno a cui ruota il suo pensiero nel campo della tutela, dal tempo delle Dodici proposte legislative che i gruppi parlamentari comunisti, poi PDS presentarono  nel corso della X legislatura, dal 1987 al 1992, intorno ai temi della politica dei beni culturali e ambientali. Sono proposte, primi firmatari Argan, Bonfatti e Chiarante, che delineano un progetto organico di norme e di interventi per la tutela, la valorizzazione, l’arricchimento del patrimonio culturale del Paese. Ed erano  molto innovative, talmente innovative che qualche critico con bonomia mi potrebbe far notare, ed è già successo, che nessuna arrivò in porto. E’ vero, sicuramente perché erano troppo avanti per i tempi;  ma vedremo quante di quelle  proposte sono germogliate in seguito, proprio perché contenevano quegli elementi innovatori a cui accennavo. Intanto a proporle era  un team di tutto rispetto, non c’è bisogno di sottolineare, tra gli altri, l’azione di Argan, a cui dobbiamo in gran parte la lucida e fondamentale  legge Bottai del 1939; inoltre testimoniano l’attenzione particolarmente competente e strutturata che riservava il PCI,  poi PDS, alla materia, tanto che ad Argan era stato affidato il compito di ‘ministro ombra’ dei beni culturali nel 1991-92.

L’idea era di rendere autonomo il settore dei beni culturali e ambientali e di renderlo simile ad altri istituti di ricerca come il CNR; non erano tempi quelli in cui i fondi per la cultura venivano tagliati selvaggiamente –  si potrebbe obiettare – , ma il progetto prevedeva, una volta attuato il decentramento amministrativo anche a livello periferico, che tutta la struttura potesse essere ricondotta sotto la vigilanza di un ministero come quello dell’Università, tra l’altro ponendo al di fuori del comparto ministeriale  la materia che è giustamente più affine al comparto Ricerca. Alla luce dei fatti e dell’ attuale  spending review credo che il risparmio potrebbe comunque essere  notevole e i risultati certamente più soddisfacenti di quanto ottenuto fin qua. Ma  è inutile che io mi diffonda su questo tema. Non credo ci sia un solo argomento positivo da ricondurre alla istituzione di questo Ministero, che è andato esattamente nell’opposta direzione di quella immaginata da Spadolini, il cui unico errore fu di pensare che una struttura ministeriale potesse avere peculiarità tecnico-scientifiche: un nonsenso. Alla proposta riguardante l’autonomia delle Soprintendenze e dei Musei di rilevanza nazionale si ispira l’istituzione dell’autonomia di Pompei e di Roma, voluta da Veltroni, e l’istituzione dell’autonomia di musei come l’Orientale, il  Pigorini, l’Egizio, la GNAM, Brera, gli Uffizi. È sottolineata la differenza tra musei di rilevanza nazionale e quelli di minore rilevanza, per i quali è prevista la permanenza all’interno delle Soprintendenze dalle quali dipendono, per non spezzare l’unità museo-territorio. E questa lucida analisi  è quanto mai attuale, in un momento in cui si vorrebbe andare nella direzione opposta. Non solo questi elementi sono oggi nell’ordinamento del MiBACT, ma anche altri di rilevante importanza a cui Chiarante aveva dedicato gran parte del suo impegno proprio come presidente dell’Associazione  Bianchi Bandinelli sono  in dirittura di arrivo.

Chiarante era subentrato, dopo la scomparsa di Argan, nel 1992, alla presidenza dell’Associazione fondata nel 1991 e il suo impegno a favore della competenza tecnico-scientifica di archeologi, storici dell’arte, architetti, archivisti, bibliotecari, senza dimenticare i demoetnoantropologi, traspare da tutte le iniziative messe in campo. Un fervore di dibattiti, convegni e studi che si traduce nella pubblicazione degli “Annali” dal 1994, giunti al n. 22 del 2010, tra i quali voglio ricordare Sulla Patrimonio S.p.A. e altri scritti sulle politiche attuali, del 2003, con una serie di interventi di Chiarante sul tema, a cui si oppose con grande fermezza, e il volume dedicato a Giulio Carlo Argan, del 2002, riedizione degli atti del  convegno del 1993. Di non minore importanza, anzi, con il passare del tempo diventati  strumenti sempre più attuali, soprattutto per  l’avanzare impetuoso delle riforme, sono i Quaderni giuridici,  tre  dal 2001 al 2009, tra cui i volumi sul Testo Unico, sul Codice e sulle nuove norme che riguardano il Paesaggio, presto esauriti. E’ in corso di pubblicazione il Quaderno n. 4, a cura di Maria Emanuela Vesci e Rita Borioni, Vademecum di Legislazione dei beni culturali per le facoltà umanistiche. Molte iniziative sono state dedicate alla professionalità degli operatori nel settore della tutela, come le tre  giornate del 1993 sulla Occupazione qualificata e la formazione dei laureati nel campo dei beni culturali; legislazioni nazionali e normative della Comunità europea o il convegno internazionale di studi del 2000 su La formazione per la tutela dei beni culturali, promosso dal Consiglio Nazionale e patrocinato dall’Accademia Nazionale dei Lincei e dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, poi pubblicato negli “Annali”  nel 2001. Il 4 marzo 2003 l’Associazione Bianchi Bandinelli, in collaborazione con l’ARI (Associazione restauratori italiani) e con l’Assotecnici (Associazione Nazionale dei tecnici per la tutela dei beni culturali) promuove un incontro di studio sul tema La nuova Legge per la formazione dei Restauratori. Al problema  era stata dedicata una delle 12 proposte di legge del gruppo comunista al Senato,  che riguardava i compiti in materia dell’ I.C.R. e dell’O.P.D.; la proposta prevedeva anche l’istituzione dell’albo dei restauratori, un riconoscimento professionale che oggi è realtà, anzi, quella dei  restauratori è  l’unica figura professionale introdotta   nel Codice dei beni culturali e del Paesaggio  del 2004. Infine, la proposta che prevede l’istituzione di  albi  anche per gli archeologi, gli storici dell’arte, gli archivisti, i  bibliotecari, al fine di garantire la qualificazione di chi, anche al di fuori dei ruoli dell’amministrazione statale, dell’Università o di altri enti pubblici,  svolge attività professionale nel campo dei beni culturali. Quell’ipotesi  si sta concretizzando nella proposta di legge ex Madìa, oggi Ghizzoni-Orfini, per l’istituzione di elenchi presso il MiBACT dei professionisti qualificati. Il disegno di legge, che prende spunto dalla creazione degli elenchi per l’archeologia preventiva, è rimodellato su quanto prevede oggi la normativa europea nel  campo delle  professioni. Osteggiata da chi ignora  il ruolo che l’Europa oggi assegna alle associazioni di categoria  in materia di certificazione delle qualifiche professionali, la proposta è  in dirittura di arrivo e manca soltanto  il parere favorevole del ministro Bray, a cui ancora una volta mi appello a nome di tutti i giovani professionisti precari del settore.

Come abbiamo potuto constatare, una grande e profonda fecondità di idee ci ha lasciato Chiarante con gentile fermezza, così come lui era, fermo e gentile. E a proposito di quanto accade in questi giorni voglio ricordare le sue parole,  in occasione di quella tavola rotonda del 2000:  “Qualcuno potrebbe obiettare che, almeno nella tradizione italiana, vi è una contraddizione tra la parola “ministero” e la definizione di “struttura eminentemente tecnico-scientifica”: e, infatti, l’esperienza svolta dal ’75 in poi non è stata a questo riguardo molto confortante. Ma nel momento in cui si pone mano al riordinamento del ministero almeno un tentativo per far prevalere le ragioni della logica scientifica e culturale dovrebbe essere compiuto”.

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Guido Melis – Un progetto di riforma per il Ministero dei beni culturali e ambientali: le idee di Beppe Chiarante

L’Italia dei beni culturali: i nodi del cambiamento. Ricordando l’impegno e le proposte di Giuseppe Chiarante, Roma, Senato della Repubblica, Sala Capitolare, 3 dicembre 2013

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1. Tre quesiti su Beppe Chiarante e i beni culturali

Questo breve intervento si porrà tre quesiti. Il primo: è o no esistita una specifica idea di riforma dell’amministrazione dei beni culturali riferibile a Beppe Chiarante? Il secondo: se questa idea è esistita, quale ne è stato l’esito concreto? Il terzo: qual è, oggi, nei nostri anni, mentre si torna a parlare di riforma del Ministero, l’attualità (o l’inattualità) del progetto di Chiarante?

Proverò a rispondere alle tre domande principalmente sulla scorta di una rilettura degli scritti di Chiarante, soprattutto di quelli parlamentari, nei quali, dagli anni Settanta in poi, si è prevalentemente condensata la sua battaglia politica.

Chiarante fu, come è noto, deputato eletto nelle liste del Partito Comunista italiano nelle legislature VI e VII; fu poi senatore nelle successive legislature dall’VIII alla XI. Si tratta complessivamente di oltre 20 anni (dal 1972 al 1994), nei quali egli fu membro della commissione istruzione e belle arti (1972-76) e poi difesa (1976-1979) alla Camera; e al Senato delle commissioni istruzione pubblica, poi anche beni culturali (1979-94: ininterrottamente per 16 anni), nonché vigilanza Rai (1979-80) e – dal 1992 al 1994 – della commissione parlamentare per le riforme istituzionali.

In questo ampio periodo, Chiarante produsse una considerevole mole di atti parlamentari: se le proposte di legge a sua prima firma alla Camera nelle due legislature VI e VII furono soltanto 4 (diritti elettorali degli studenti e organi collegiali della scuola, princìpi in materia di formazione professionale), esse furono 27 nell’arco delle 4 legislature del Senato, VIII-XI. Inoltre gli vanno ascritte una innumerevole sequenza di interrogazioni e interpellanze; alcune mozioni di rilievo; numerosissimi interventi in aula e una costante e incisiva presenza nelle commissioni di appartenenza. Gran parte di questa attività fu dedicata ai beni culturali. (1)

Gli interventi su questa specifica materia, in verità, sono stati più rari nelle due legislature d’esordio alla Camera. Riguardano il patrimonio artistico di proprietà ecclesiastica (poco più di una battuta in aula, in sede di conversione in  legge del decreto istitutivo del Ministero per i beni culturali e ambientali del ’74, ma a sostegno di un odg a sua prima firma accettato come raccomandazione dal Governo); (2) il nuovo ordinamento dell’Ente “La Biennale di Venezia”, nell’aprile 1973; (3) e infine, ancora nella discussione sul decreto istitutivo del nuovo Ministero, la difesa sfortunata di due emendamenti a sua prima firma, per altro respinti dall’aula, dopo il parere negativo della commissione e del Governo. Per quanto si tratti di un episodio minore, i due emendamenti Chiarante, tuttavia, meritano un cenno, perché anticipano preoccupazioni che ritroveremo negli anni successivi in molti degli interventi in Senato: entrambi insistono sull’art. 2 del testo, entrambi sono firmati anche da Raicich, Giannantoni e Tessari, entrambi mirano a fissare date e criteri certi cui dovrebbe attenersi il Governo una volta istituito il nuovo Ministero. (4) Anticipano dunque di qualche mese la data di emanazione delle norme delegate, fissano termini precisi per l’emanazione della legge di riforma della tutela, per la riforma dell’amministrazione di settore e soprattutto per l’attivazione delle Regioni, con trasferimento puntuale, in tempi certi, di competenze e funzioni amministrative connesse.

Più assidua, e decisiva, è l’attenzione al tema dei beni culturali nelle quattro legislature del Senato. Da segnalare, tra le prime iniziative, il disegno di legge presentato con Guttuso ed altri sulla promozione e lo sviluppo delle istituzioni di arte contemporanea, nella cui relazione emerge con forza uno dei  motivi centrali dell’attività successiva: la valorizzazione dell’iniziativa autonoma degli enti locali e l’esigenza di concepire le politiche pubbliche non più come esclusivamente statali ma invece nell’ambito di una rete di collaborazioni tendenzialmente paritarie tra centro e periferia. (5) O l’altro disegno di legge, con Valenza ed altri, sull’ordinamento dei teatri di prosa (e anche qui l’insistenza sulla “articolazione dinamica – sono parole della relazione – tra momento centrale e momenti decentrati”). (6)

Emerge adesso, con più nitidezza, anche il ruolo che Chiarante assegna al Ministero per i beni culturali. Nell’intervenire in aula, nel marzo 1980, su una proposta di legge relativa ai contributi statali agli enti culturali per dichiarare il voto favorevole del gruppo comunista, Chiarante dedica al Ministero un eloquente passaggio:

“Prima di tutto – dice – si attribuisce al Ministero per i beni culturali la responsabilità di impostare una politica di sostegno delle istituzioni culturali e di promozione della vita culturale del Paese”. (7)

Ma poi subito precisa:

“Ma si vuole poi dare al Parlamento, sia attraverso le relazioni triennali sulle attività delle istituzioni che vengono ammesse al contributo finanziario, sia attraverso il parere che le Commissioni sono chiamate ad esprimere sulla Tabella proposta dal Ministero […], la possibilità non solo di svolgere il controllo che al Parlamento spetta sull’attività del Governo, ma di contribuire esso stesso all’impostazione di una politica culturale”. (8)

Ministero-Parlamento: l’equilibrio tra questi due soggetti istituzionali sarà uno dei capisaldi della linea riformista di Chiarante anche in molti degli interventi successivi, una sorta di bussola della sua elaborazione sui beni culturali. Nel dicembre di quello stesso anno, 1980, giungono in aula i provvedimenti urgenti per la protezione del patrimonio archeologico di Roma, una proposta di legge di iniziativa del senatore Ariosto ed altri. Significativa la dura polemica che Chiarante ingaggia verso il ministro Biasini rimproverandogli il frequente ricorso alla legislazione speciale, alla quale – dice – “noi comunisti non siamo in generale molto favorevoli”. (9) E’ l’occasione, anche, per una prima, dura critica alla attività sinora svolta dal Ministero istituito cinque anni prima e per registrarne i ritardi:

“Va […] notato, a questo riguardo – dice Chiarante in aula – che nonostante la creazione del Ministero dei beni culturali, questa capacità di programmazione e di intervento non si è affatto realizzata nel corso di questi anni, e tanto meno come capacità ordinaria, né per le dimensioni della spesa che nel complesso è rimasta irrisoria, del tutto inadeguata alle dimensioni dei problemi […], né per la struttura che il Ministero si è dato, perché tale struttura, contrariamente alla promessa iniziale, quella di costituire un ministero “atipico”, caratterizzato dalla prevalenza del momento tecnico-scientifico, ha finito in realtà col ripetere le strutture degli altri ministeri, e quindi col privilegiare, anche nella distribuzione della spesa e nell’allargamento degli organici, le strutture burocratiche e amministrative, anziché quelle scientifiche e tecniche”. (10)

E’ qui riassunta, in una prima formulazione (vedremo subito che Chiarante tornerà sul tema, affinando sempre meglio la sua critica), l’obiezione di fondo rivolta sin dai suoi primi passi al Ministero spadoliniano del 1975. E sono proprio le parole di Spadolini, le sue “promesse non mantenute” quelle che Chiarante evoca nel suo intervento: la promessa del ministero “atipico” e quella delle funzioni prevalentemente “tecnico-scientifiche”. (11)

Il suo modello, il modello del Pci – lo ha chiarito qualche momento prima –, è ben altro. E’ quello di “un apparato pubblico (e una strutturazione di questo apparato) che, sia per quel che riguarda le dimensioni della spesa, sia per quel che riguarda la quantità e la qualità del personale, sia per la capacità di programmare, sia per quella di porre in atto i necessari interventi di tutela e valorizzazione, si ponga una buona volta in grado, senza dover far ricorso a leggi speciali o a programmi straordinari, di provvedere su scala nazionale a una valida e seria politica di tutela e valorizzazione del nostro patrimonio”. (12) Tutt’altro che il burocratico ruzzolar di carte che doveva sembrargli, già allora, la prassi corrente della nuova amministrazione.

Il tema dell’amministrazione non burocratica, del resto, non è inedito. In quegli stessi anni l’eterno dibattito sulla riforma amministrativa che caratterizza l’intera storia dell’Italia unita ha conosciuto dapprima una accelerazione, che ha fatto sperare finalmente in un esito positivo, ma poi l’ennesima mortificazione, l’inesorabile stallo. Del 1979, precisamente del novembre – vale la pena qui di contestualizzare, le date sono significative – è il Rapporto sui principali problemi dell’amministrazione dello Stato presentato al Parlamento dal ministro Massimo Severo Giannini, frutto della migliore cultura riformista del dopoguerra; della metà degli anni Ottanta, dopo l’improvvida sostituzione di Giannini con Darida alla guida della funzione pubblica, è la sostanziale archiviazione di quel progetto, del quale molti echi tuttavia risuonano nelle parole di Beppe Chiarante sui beni culturali. (13)

Proprio Giannini avrebbe osservato amaramente come in quel decennio, appunto gli anni Ottanta, lo scenario cambiasse profondamente: (14) diverse per preparazione e per più o meno felice traduzione in norme positive, le riforme approvate dal Parlamento nel decennio precedente avevano tutte subìto nella fase attuativa sensibili mediazioni e travisamenti, anche radicali, producendo alla fine – riteneva Giannini – “risultati spesso difformi e comunque non sempre coerenti con quella che ne costituiva l’ispirazione originaria”. (15) In ogni caso, al di là del giudizio politico sulle singole riforme (e chissà se Giannini non pensava anche ai beni culturali, su cui avrebbe preparato poi nel 1989 uno specifico progetto di riforma), (16) la stagione dell’innovazione normativa poteva dirsi finita. Il decennio che allora si apriva avrebbe prodotto una legislazione assai meno ambiziosa, fortemente condizionata dalla necessità di fronteggiare l’emergenza della crisi economico-occupativa  e poi l’incipiente crisi fiscale dello Stato; una legislazione priva comunque di un coerente indirizzo unitario, ancor più caratterizzata che nel passato dal particolarismo e dalla frammentarietà, condizionata dagli interessi corporativi (qui non ho il tempo, ma alcuni interventi di Chiarante sull’Università, ad esempio, insistono sul fatto che la riforma, anche in quel campo, si sia tradotta in soli provvedimenti di sistemazione per il personale, senza più alcuna visione generale delle istituzioni e del loro ruolo). (17)  

2. Un’amministrazione autonoma dei beni culturali

Alla prima delle tre domande che mi sono proposto, tenderei dunque sin d’ora a rispondere di sì. Sì, uno specifico progetto Chiarante per l’amministrazione dei beni culturali ci fu: embrionale all’inizio, prese forma agli inizi degli anni Ottanta, si perfezionò in una serie di atti parlamentari e di scritti nel corso del decennio, sino a presentarsi come una organica visione nei primi anni Novanta, gli ultimi della sua presenza in Parlamento.

In un discorso parlamentare sul bilancio del 1986, Chiarante si occupa del Consiglio nazionale per i beni culturali e ambientali ma coglie anche l’occasione per allargare il tema. Il riferimento è, come in altre occasioni, alle “promesse” della vigilia, quelle – lo si è detto – concernenti un Ministero “atipico” nutrito di cultura tecnico-scientifica. Il Consiglio nazionale – dice – avrebbe dovuto, in teoria, garantire l’alta consulenza degli esperti. Escluderlo dal momento delle decisioni effettive, quello della attribuzione dei fondi, era dunque “del tutto assurdo”. E nella legge in discussione – precisava Chiarante – si trattava di ben 300 miliardi extra, “più del doppio di quanto nel bilancio del Ministero [non fosse quell’anno] a disposizione per gli interventi di restauro, tutela, valorizzazione del patrimonio” (18)

Sul Consiglio nazionale Chiarante con altri colleghi avrebbe poi presentato nel dicembre 1988 una puntuale legge di riforma, (19) volta a potenziarne le funzioni (accorpandone alcune esercitate allora dal Consiglio superiore dei lavori pubblici) e soprattutto a renderne effettivo immediatamente il funzionamento, mettendo in mora il Governo che non rinnovava l’organismo ormai scaduto. (20)

Il testo che meglio riassume la concezione di Beppe Chiarante (che vi lavorò moltissimo e vi spese tutte le sue energie) fu però, nella X legislatura (ottobre 1989), la proposta di legge sulla revisione delle norme di tutela e – come suona il titolo del provvedimento – “l’istituzione dell’Amministrazione autonoma dei beni culturali”. (21) Converrà  soffermarsi su questo ambizioso progetto, che si può dire costituisca il fulcro dell’attività di quegli anni.

Va detto intanto (non l’ho ancora detto) che qui Chiarante lavorava come sempre in piena sintonia con i colleghi della commissione e del gruppo parlamentare. Non è oggi così scontato che i gruppi parlamentari dei partiti  costituiscano un collettivo intellettuale. Nell’epoca di Chiarante al Senato non c’è dubbio che le linee della politica culturale si inserissero in un più vasto quadro di elaborazione collegiale. Determinante, e non solo sui problemi dell’arte contemporanea o su quelli della struttura museale ma sull’intero arco dei temi toccati, fu il rapporto con Giulio Carlo Argan, del resto poi rievocato in un bellissimo ricordo dell’amico che Chiarante pubblicò sugli “Annali Bianchi Bandinelli” del 2002 dedicati appunto a Giulio Carlo Argan. Storia dell’arte e politica dei beni culturali. (22)

Il progetto – 52 articoli distribuiti in 7 capi – si distingueva (elenco le titolazioni dei singoli capi) in 1. “norme generali”, 2. “ordinamento e funzioni dell’amministrazione nazionale dei beni culturali e  ambientali”, 3. “riforma del Ministero dell’Università, della ricerca scientifica e tecnologica, dei beni culturali e ambientali”, 4. “competenze delle Regioni”, 5. “tutela e assetto territoriale”, “altre modificazioni delle normative di tutela”, “norme transitorie e finali”. (23)

Raccoglieva e sistematizzava almeno due decenni di dibattiti, riflessioni, proposte. Ambiva, per la prima volta, a sistemare l’intera materia non di per sé stessa, ma in un quadro vasto, che riguardava la sua collocazione nell’attività di governo (in rapporto anche ad altri ministeri concorrenti) e soprattutto il contesto delle Regioni e degli enti locali, ognuno con precise e riconosciute competenze.

Significativa la densa relazione illustrativa. (24) Evocata la Assemblea costituente e prima ancora l’esperienza del 1945 di Ranuccio Bianchi Bandinelli, costretto alle dimissioni dalla responsabilità appena assunta di direttore generale per la “assoluta indifferenza dimostrata […] dal ministro democristiano dell’epoca”; richiamata la Commissione Franceschini degli anni Sessanta e le successive Commissioni Papaldo (“che prepararono, nello stile del più assoluto grigiore burocratico e lasciando cadere gli aspetti più innovativi delle proposte della Commissione parlamentare, due bozze di disegno di legge che non giunsero mai né all’esame del Consiglio dei ministri né al confronto delle forze politiche”), (25) la relazione individuava nell’istituzione delle Regioni a statuto ordinario (1970), una prima cesura rilevante, cui aveva corrisposto l’iniziativa virtuosa di alcuni dei nuovi soggetti istituzionali (in particolare dell’Emilia-Romagna, con l’istituzione dell’Istituto regionale per i beni culturali, e poi della Toscana). Ma successivamente il decreto 616 del 1977 aveva dovuto scontrarsi con “il riemergere di forti resistenze centralistiche”. (26) La stessa creazione del Ministero del resto era stata, nel 1974, assolutamente deludente, appesantendo “i controlli e i diaframmi burocratici”: “non basta costituire un ministero apposito perché vi sia una politica efficace ed adeguata ai bisogni del settore”.

Eppure – era la tesi di Chiarante – la situazione era tanto grave da richiedere urgentemente ben altri strumenti d’azione e una ben diversa concezione programmatica. Egli ne elencava i punti dolenti: “l’uso speculativo e di rapina delle città, del suolo urbano, del territorio”; l’inquinamento dell’aria e delle acque; l’impatto sul patrimonio del turismo di massa; la dispersione dello stesso patrimonio artistico causata anche dalla espansione del mercato ben oltre la dimensione nazionale; l’irrisoria dotazione di personale e di mezzi finanziari preposti alla tutela e alla valorizzazione.

“Un patrimonio di civiltà in pericolo”, era la sintesi drammatica. Al quale occorreva opporre adesso una revisione drastica della tutela, attraverso una profonda riforma legislativa del vecchio testo Bottai del 1939. E ciò su 5 punti fondamentali: 1. il superamento della visione tradizionale e restrittiva della nozione stessa di “bene culturale”; 2. l’inserimento della tutela in un più ampio quadro di politiche nazionali per la difesa del suolo, del territorio, dei centri urbani, e infine della stessa economia; 3. il superamento definitivo della concezione “idealistica” dell’opera d’arte intesa per sé stessa o in un limitato contesto, da sostituirsi con una visuale larga, che privilegiasse il concetto di “insieme storico”; 4. la sottolineatura del patrimonio culturale come elemento dell’identità nazionale “e quindi come bene per sua natura inalienabile”; 5. un più stretto nesso tra tutela e fruizione dei beni da parte dei cittadini. (27)

Si profilava così un ampio disegno culturale, al centro del quale Chiarante poneva un perno, assolutamente nuovo e perciò stesso anche radicalmente “sovversivo” rispetto alla struttura tradizionale: affidava cioè l’esercizio della tutela, non più al Ministero ma ad una amministrazione autonoma. Qualcosa che riecheggiava altre esperienze (il Cnr, soprattutto, ma anche le recenti norme sull’autonomia universitaria), che valorizzava molto il Consiglio nazionale (posto “al vertice” della amministrazione autonoma col compito di nominarne la direzione generale), che tendeva a concentrare sul nuovo soggetto personale e risorse adesso sparse in più responsabilità e più livelli decisionali:

“L’ossatura fondamentale della nuova Amministrazione – si precisava – sarà costituito col trasferimento ad essa delle strutture e dei servizi – dagli istituti centrali alle soprintendenze territoriali, alle biblioteche statali, agli archivi di Stato centrali e periferici – oggi dipendenti dal Ministero per i beni culturali e ambientali: ma con l’introduzione delle indispendabili riforme e con un adeguato e concreto programma di potenziamento, qualificazione, valorizzazione”. (28)

Trasferite le funzioni ministeriali alla nuova amministrazione, Chiarante prevedeva però anche che esse fossero esercitate “sulla base del riconoscimento di ampi e concreti spazi di autonomia […] agli istituti centrali e alle soprintendenze territoriali o altri istituti assimilati”. “Al Governo – soggiungeva – resteranno in pratica solo le funzioni di indirizzo, di coordinamento, di programmazione generale in materia finanziaria, nonché i compiti di vigilanza  e di surroga in caso di inadempienza”. Ma “per lo svolgimento di tali funzioni, non ci sembra che sia opportuno il mantenimento di un Ministero specifico”. (29)

E il corollario era duplice: unificare il restante vecchio Ministero dei beni culturali con il dicastero dell’Università e ricerca scientifica, semplificando così la stessa struttura del governo; (30) e attuare allo stesso tempo un robusto raccordo con le Regioni (titolari di precisi poteri nel loro territorio) e con gli enti locali in genere.

Era quella che a buon diritto potremmo chiamare “la riforma Chiarante dei beni culturali”. Tre concetti vi dominavano con evidenza, permeando di sé tutta la proposta. Il primo era quello del superamento della burocrazia centrale attraverso una sinergia centro-periferia che valorizzasse la rete delle autonomie sui territori (si potrebbe dire che dal sistema ad albero, gerarchico-piramidale, si passava ad una rete orizzontale tra istituzioni ognuna nel proprio contesto autonoma e, sotto certi aspetti, “sovrana”). (31) Il secondo concetto era il definitivo accantonamento della struttura ministeriale, necessariamente generalista, articolata per direzioni generali o uffici centrali, comunque in uno schema a canne d’organo tra loro nettamente distinte, per adottare in sua vece una figura che potremmo definire come un’amministrazione di missione o di scopo, dotata di forte autonomia d’azione e di mezzi adeguati, incaricata di svolgere funzioni precise nell’ambito di competenze ben delimitate (“né centralismo né privatizzazione”, era la parola d’ordine). Il terzo concetto (il più importante) era la trasformazione definitiva del bene culturale inteso un tempo come bene singolo, sia pure inquadrato in un contesto, in un “insieme storico di beni”, di varia natura e identità, nella convinzione che le moderne politiche di tutela e valorizzazione non potessero più prescindere da una dato di fondo: l’interrelazione storico-ambientale dei beni.

3. L’inattualità “attuale” delle idee di  Beppe Chiarante

Per rispondere alla seconda domanda che ponevo all’inizio, l’esito concreto della proposta Chiarante non fu favorevole. Tanto che lo stesso suo autore fu indotto, realisticamente e sempre rivendicando quel quadro d’insieme, a presentarne singoli aspetti in successivi disegni di legge, nella speranza di poterne realizzare intanto almeno alcuni elementi fondanti. Così fece nel gennaio 1991 quando ipotizzò che il Consiglio nazionale si dotasse di una segreteria tecnica permanente “con il compito di compiere l’istruttoria dei progetti e fornire ai Comitati di settore i dati analitici necessari per una valutazione comparativa”; (32) o ancora in quello stesso mese, quando sui piani paesaggistici regionali cercò di introdurre una maggiore autonomia delle Regioni, così da ottenere “che al Ministero […] si ricorra solo nei casi di effettiva necessità e non come ad un ente che sostituisce sempre e comunque le regioni quando esse sono carenti”; (33) o nel gennaio 1992, quando propose nuove norme per l’autonomia delle soprintendenze e dei musei (e ancora una volta criticò a fondo “la politica centralistica e una gestione burocratica, con tutte le relative lungaggini e disfunzioni”); (34) o, infine, nel gennaio 1992, quando, proponendo un vero piano di agevolazioni fiscali a favore dei beni culturali, rilanciò l’idea “di un vero  e proprio Registro dei beni culturali vincolati, immobili o mobili”, che supplisse, se non altro, al tanto invocato catalogo nazionale inesorabilmente rimasto tra i progetti nel cassetto del Ministero. (35) Efficienza e rapidità di azione – non si stancava di precisare – non vuol dire assenza di regole. Anzi:

“a fronte di tutto ciò, come rimedio, c’è la tendenza da parte dello Stato a rinunciare e a far ricorso in misura crescente a soluzioni di tipo privatistico e si sta facendo sempre più strada, come un toccasana, l’opportunità di privatizzare la gestione dei musei e di altre istituzioni pubbliche. Noi riteniamo invece che si debba percorrere la strada di garantire la presenza del pubblico e del privato, di favorire la loro collaborazione”. (36)

Sappiamo qual è stata la risposta. La riforma del 1998. Su questa riforma (in sostanza impiantata su due leggi, il decreto legislativo n. 368 che istituiva il Ministero per i beni e le attività culturali e il 112 che rivedeva la distribuzione delle competenze tra centro e periferia) Chiarante espresse nel 1998 un giudizio di massima positivo; ma temperato quattro anni più tardi dalla amara constatazione che gli aspetti più innovativi restavano vistosamente inattuati; anzi, negli indirizzi del governo di centrodestra dell’epoca (ma forse non solo di quello) si profilava una contraddizione clamorosa “fra intenzioni innovatrici di partenza e realizzazioni concrete”:

“In sostanza – scriveva – la struttura del nuovo Ministero non sembra affatto destinata ad assicurare quello che dovrebbe essere l’aspetto più qualificante […]: ossia la valorizzazione e il potenziamento dell’autonomia delle strutture tecnico-scientifiche e la massima apertura agli impulsi innovativi che possono venire dal mondo dell’università, della ricerca, delle professioni”. (37)

E concludeva:

“Resta perciò mia convinzione […] che per un settore come quello dei beni culturali e ambientali sarebbe stato opportuno pensare, anziché a un tradizionale Ministero, a un’amministrazione autonoma”. (38)

E qui, in questo passaggio così puntuale (quasi una puntigliosa rivendicazione), potrebbe anche trovare risposta, a ben vedere, la terza delle domande iniziali. Inattuale, Chiarante, perché non sembra che nel corso degli anni successivi le sue idee abbiano trovato concreta rispondenza, tanto meno realizzazione. Semmai le politiche di bilancio e di controllo della spesa imposte via via dalle tante emergenze (compresa quella attuale) avrebbero allontanato, piuttosto che avvicinarlo a compimento, il suo affascinante disegno di un’amministrazione a rete, dotata di forte autonomia e consapevolezza di obiettivi, soprattutto titolare di un potere autonomo di borsa.

Ma anche attuale, però, il progetto Chiarante, almeno nel senso che quel modello amministrativo così arditamente innovativo appare, nel mondo globalizzato di oggi, in una società sempre più fluida e frammentata in un pulviscolo di interessi, sempre meno compatibile (sino ad essere alternativo) con gli schemi organizzativi rigidi e gerarchici del modello tradizionale.

Sicché, per un paradosso forse non tanto raro nella storia della cultura, le idee di Chiarante, allora sconfitte, appaiono oggi una strada non solo praticabile ma forse addirittura obbligata.

Dagli anni Novanta in poi Beppe Chiarante avrebbe svolto un ruolo più appartato: non più in Parlamento, adesso ma nella società civile, nel cuore dell’associazionismo culturale. Nel mezzo cioè di quel tessuto virtuoso delle libere forme associative che, con preveggenza rara, proprio lui aveva posto al centro di una delle sue ultime proposte di legge, quella volta a  “sostenere e valorizzare l’impegno dei cittadini e delle cittadine nelle associazioni”.

E c’è un brano, di suo pugno, nella relazione che accompagna quel testo, che non posso non citare, come ideale conclusione di questo rapido profilo. Scrive Chiarante, presentando la sua proposta di legge:

“Solo valorizzando la ‘politicità’ di queste molteplici esperienze [quelle del libero associazionismo], la democrazia moderna potrà rispondere adeguatamente alla domanda cruciale, che riguarda il suo stesso avvenire, della possibilità di rappresentare adeguatamente nella sfera politico-istituzionale la straordinaria  poliedricità dei “nuovi cittadini”, al tempo stesso portatori di consapevoli identità politiche, di classe, di genere, di età, così come di istanze parziali e partitiche o di grandi valori collettivi, legati addirittura alla sopravvivenza del genere umano o della biosfera”. (39)

Questo era Beppe Chiarante: molto di più – che già sarebbe tanto – d’essere un ottimo parlamentare.

* Debbo ringraziare alcuni amici che, con i loro consigli e le loro osservazioni, mi hanno consentito di svolgere al meglio la ricerca. In particolare il dott. Umberto D’Angelo, della Associazione Bianchi Bandinelli, il dott. Valerio Strinati e la dott.ssa Chiara De Vecchis della Biblioteca del Senato della Repubblica, la prof. Giovanna Tosatti, la dott.ssa Madel Crasta, il prof. Gianni Paoloni.

NOTE

[1] Chiarante approfondì molti argomenti, tra i quali anche la questione universitaria e il problema della scuola (con particolare attenzione alla democrazia e partecipazione nelle scuole). Nell’ultima legislatura al Senato (la XI) ebbe un ruolo di spicco nella commissione riforme istituzionali.

2 Atti parlamentari (d’ora innanzi AP) Camera dei deputati (d’ora innanzi CAMERA), Leg. VI, Discussioni, 23 gennaio 1975,  p. 19387 e, per il testo dell’odg, p. 19388. Nel testo si invitava il Governo “ad esaminare, nel corso delle trattative di revisione del Concordato […] le complesse questioni, anche di natura giuridica, che investono tale patrimonio, in modo da garantirne l’integrità e la tutela e da assicurarne, per la sua natura di bene storico e culturale, la fruibilità per gli studiosi e il più largo pubblico”.

3 AP CAMERA, Leg. VI, Discussioni, 11 aprile 1973, p. 6881.

4 AP CAMERA, Leg. VI, Discussioni, 23 gennaio 1975, emendamenti 2.1 e 2.2, p. 19386 (e il voto a p. 19387).

5 AP Senato della Repubblica (d’ora innanzi SENATO), Leg. VIII, Documenti, n. 1865, Disegno di legge Chiarante e altri “Promozione e sviluppi delle istituzioni di arte contemporanea e altri interventi riguardanti le attività artistiche”, 19 aprile 1982.

6 AP SENATO, Leg. VIII, Documenti, n. 866, Disegno di legge Chiarante e altri “Ordinamento del teatro di prosa”, 22 aprile 1980.

7 AP SENATO, Leg. VIII, Discussioni, 13 marzo 1980, pp. 5861, 5867.

8 Ibidem.

9 AP SENATO, Leg. VIII, Discussioni, 3 dicembre 1980, pp. 10366 ss., in particolare p. 10378.

10 Ibidem.

11 Le due espressioni sono nel discorso di Spadolini alla Camera, AP CAMERA, Leg. VI, Discussioni, 23 gennaio 1975, in particolare pp. 19371 ss., dove il ministro tracciava un ambizioso disegno di politica culturale, insistendo sulla natura diversa, antiburocratica del Ministero.

12 AP SENATO, Leg. VIII, Discussioni, 3 dicembre 1980 cit.

13 In generale G. Melis, Storia dell’amministrazione italiana 1861-1993, Bologna, Il Mulino, 1996, pp. 501 ss. Sull’esperienza del Giannini ministro, Id., Giannini e la politica, in “Rivista di diritto pubblico”, 2000, n. 4 (interamente dedicato a Giannini), pp. 1249 ss. In generale Massimo Severo Giannini, a cura di S. Cassese, Roma-Bari, Laterza, 2010. Analogo il giudizio sugli anni Ottanta di Chiarante: cfr. La tutela dei beni culturali fra centralizzazione e autonomia (1993), in “Annali dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli”, 1994, n. 1, pp. 109 ss., in particolare p. 110 (“anche nel campo dei beni culturali, in sostanza, la svolta degli anni ottanta è stata marcatamente regressiva”).

14 M.S. Giannini, La lunghissima fondazione dello Stato repubblicano [1981], ora in Id., Scritti, vol. VII, 1977-1983, Milano, Giuffrè, 2005, p. 640.

15 Ibidem.

16 Da vedere in particolare, M.S. Giannini, I beni culturali [1976], ora in Id. Scritti, vol. VI, 1970-1976, Milano, Giuffrè, 2005, pp.1003 ss.; Id., Ristrutturiamo il Ministero dei beni culturali, relazione al convegno su “La tutela attiva dei Beni culturali tra intervento pubblico e iniziativa privata”, Roma, 10 maggio 1986, ora in Id., Scritti, vol. VIII, 1984-1990, Milano, Giuffrè, 2006, pp. 541 ss., dove si sottolineava con forza l’incomunicabilità tra il Ministero (senza strumenti) e le Regioni (protagoniste invece di iniziative importanti). E per la proposta del 1989, http://www.icar.beniculturali.it/biblio/pdf/Studi/giannini.pdf.

17 Cfr. ad esempio AP SENATO, Leg. VIII, Discussioni, 19 luglio 1979 (antim.) su varie proroghe al personale docente e non docente: “noi ci battiamo da molti anni perché sia eliminata la piaga del precariato e chiediamo che sia garantita a chi insegna quella stabilità di occupazione che è anche condizione della continuità didattica […]. Ma siamo altrettanto convinti che una politica del personale non può essere fine a sé stessa, ancor più non può essere indirizzata unicamente a obiettivi di sistemazione del personale”.

18 AP SENATO, Leg. IX, Discussioni, 5 dicembre 1986 (antim.), pp. 13 ss.

19 AP SENATO, Leg. X, Documenti, n. 1450, Disegno di legge Chiarante e altri, “Norme sul funzionamento e sui poteri del Consiglio nazionale per i beni culturali e ambientali”, 2 dicembre 1988 (gli altri co-firmatari sono Argan. Alberici, Nocchi, Callari Galli, Longo).

20 “La proposta che presentiamo – esordiva la relazione al provvedimento – ha lo scopo, in attesa di una revisione complessiva delle norme che disciplinano la tutela dei beni culturali e ambientali e l’organizzazione del relativo Ministero […], di provvedere, con un intervento legislativo che può essere realizzato in tempi brevissimi, a definire con più precisione i compiti e ad eliminare alcune gravi disfunzioni che da tempo si erano venute manifestando nell’attività del Consiglio nazionale per i beni culturali e ambientali, ma che si sono andate particolarmente aggravando in questo ultimo periodo”.

21 AP SENATO, Leg. X, Documenti, n. 1904, Disegno di legge Chiarante e altri “Revisione delle norme di tutela e istituzione dell’Amministrazione autonoma dei beni culturali”, 5 ottobre 1989.

22 Si cita qui “Annali dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli”, 2002, n. 12, 2a ed. rivista e ampliata a cura di G. Chiarante. La prima edizione, dell’aprile 1994, raccoglieva le relazioni e le comunicazioni presentate al Convegno di studi promosso dalla stessa Associazione l’11 novembre 1993 e volto a ricordare Argan ad un anno dalla scomparsa. L’intervento di Chiarante cui ci si riferisce è G. Chiarante, Argan politico: gli anni del Senato, pp. 131 ss., dove Chiarante fa esplicita menzione del disegno di legge sull’Amministrazione autonoma come frutto della sintonia stabilitasi con l’amico (la proposta di legge è in appendice, pp. 162 ss.).

23 AP SENATO, Leg. X, Documenti, n. 1904, Disegno di legge Chiarante e altri “Revisione delle norme di tutela ecc.” cit.

24 Ibidem.

25 Molto negativo il giudizio sulle commissioni Papaldo (il quale veniva definito come “un funzionario”, singolare “svista” trattandosi del consigliere di Stato Nino Papaldo (su cui cfr. Il Consiglio di Stato nella storia d’Italia. Le biografie dei magistrati (1861-1948), a cura di G. Melis, t. II, ad vocem (a cura di G. Focardi).

26 AP SENATO, Leg. X, Documenti, n. 1904, Disegno di legge Chiarante e altri “Revisione delle norme di tutela ecc.” cit.

27 AP SENATO, Leg. X, Documenti, Disegno di legge Chiarante a altri “Revisione ecc.” cit.

28 Ibidem..

29 Ibidem..

30 Ibidem: “Proponiamo perciò alla discussione – ma è bene dire che questo è uno dei punti della nostra proposta che consideriamo in termini problematici – un’unificazione con il Ministero dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica: unificazione che ci pare consigliabile sia per analogia strutturale (tale Ministero è stato costituito sulla base del riconoscimento costituzionale delle università e degli istituti di ricerca) sia per l’opportunità di rendere più stretto il rapporto – e più facile la mobilità anche del personale – fra un settore come quello dei beni culturali e ambientali e i settori contigui della ricerca scientifica e tecnologica e dell’insegnamento universitario”.

31 Ibidem: “Ci sembra chiaro che un’amministrazione autonoma così concepita può, assai meglio di quel che oggi accade, coordinare la propria attività con quella delle Regioni e delle autonomie locali, di cui il disegno di legge che proponiamo valorizza e potenzia il ruolo”; “particolare rilievo assumono, nell’assetto qui delineato, i compiti della Regione in materia di tenuta dell’inventario e del catalogo, naturalmente in collaborazione con l’Istituto centrale che si occupa di questa materia; nonché di promozione, assieme all’Amministrazione nazionale, dei centri regionali per il restauro e per la formazione dei restauratori”.

32 AP SENATO, Leg. X, Documenti, n. 23620, Disegno di legge Chiarante e altri, “Programma decennale di interventi per la conservazione e valorizzazione dei beni culturali”, 23 gennaio 1991.

33 AP SENATO, Leg. X, Documenti, n. 2626, Disegno di legge Chiarante e altri, “Norme per l’incentivazione alla redazione ed attuazione dei piani paesaggistici regionali e per il loro finanziamento”, 30 gennaio 1991.

34 AP SENATO, Leg. X, Documenti, Disegno di legge Chiarante e altri “Nuove norme per l’autonomia delle Soprintendenze e per la promozione del sistema museale”, 31 gennaio 1992.

35 AP SENATO, Leg. XI, Documenti, Disegno di legge Chiarante e altri, “Agevolazioni fiscali per l’incremento e la valorizzazione del patrimonio culturale e per l’attuazione di interventi di conservazione e di restauro: modifiche e integrazioni della legge 2 agosto 1082, n. 512”, 4 agosto 1993, ora anche in Ben culturali tutela investimenti occupazione, “Annali dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli”, 1994, n. 1, pp. 119 ss.

36 Ibidem.

37 G. Chiarante, L’ordinamento centralista del Ministero per i beni e le attività culturali (2002), in Id., Sulla Patrimonio Spa e altri scritti, “Annali della Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli”, 2003, n. 15, pp. 77 ss., la cit. a p.82.

38 Ivi, p. 83.

39 AP SENATO, Leg. XI, Documenti, n. 848, Disegno di legge Chiarante e altri “Norme per sostenere e valorizzare l’impegno dei cittadini e delle cittadine nelle associazioni che perseguono finalità umanitarie, scientifiche, culturali, religiose, politiche, di promozione sociale e civile, di salvaguardia dell’ambiente naturale e del patrimonio culturale ed artistico”, 15 dicembre 1992.

Pagina con i materiali del convegno

19 dicembre 2013 – Materiali del convegno “L’Italia dei beni culturali: i nodi del cambiamento”

logo solo colonnaAttraverso la pagina dedicata ai materiali si possono leggere o scaricare in formato pdf gli interventi di Guido Melis, Vittorio Emiliani, Irene Berlingò, Marisa Dalai Emiliani, Sara Parca, Claudio Gamba, Paola Elisabetta Simeoni, Giorgio Sanguinetti e Salvatore Settis al convegno “L’Italia dei beni culturali: i nodi del cambiamento. Ricordando l’impegno e le proposte di Giuseppe Chiarante”, che si è svolto il 3 dicembre a Roma, Sala Capitolare, Senato della Repubblica.

Collegamento alla pagina con i materiali del convegno

3 dicembre 2013 – Materiali del convegno “L’Italia dei beni culturali: i nodi del cambiamento”

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Sono disponibili gli interventi di Guido Melis, Vittorio Emiliani, Irene Berlingò, Marisa Dalai Emiliani, Sara Parca, Claudio Gamba,  Lida Branchesi, Paola Elisabetta Simeoni, Giorgio Sanguinetti e Salvatore Settis al convegno “L’Italia dei beni culturali: i nodi del cambiamento. Ricordando l’impegno e le proposte di Giuseppe Chiarante”, che si è svolto il 3 dicembre 2013 a Roma, Sala Capitolare, Senato della Repubblica.

Link alla pagina dedicata al convegno

Per scaricare i documenti in pdf: Intervento Settis in pdf – Intervento Melis in pdf – Intervento Emiliani in pdf – Intervento Berlingò in pdf – Intervento Dalai in pdf – Intervento Sara Parca e Claudio Gamba in pdf – Intervento Branchesi in pdf – Intervento Simeoni in pdf – Intervento Sanguinetti in pdf

Per leggere il testo degli interventi:

Guido Melis, Un progetto di riforma per il Ministero dei beni culturali e ambientali: le idee di Beppe Chiarante

Vittorio Emiliani, Quando Chiarante fu “epurato” dal Consiglio Superiore

Irene Berlingò, La filosofia della tutela di Chiarante e l’azione dell’Associazione  Bianchi Bandinelli

Marisa Dalai Emiliani, Un progetto di formazione per i professionisti del patrimonio

Sara Parca, Claudio Gamba, La tutela a[l] tempo del precariato

Lida Branchesi, Un diritto alla cittadinanza disatteso: l’educazione al patrimonio culturale

Paola Elisabetta Simeoni, Quale patrimonio demoetnoantropologico?

Giorgio Sanguinetti, Una strategia per la salvaguardia dei beni musicali

Salvatore Settis, Cultura bene comune

18 dicembre 2013 – comunicato stampa congiunto delle associazioni e sigle sindacali aderenti alla manifestazione “500 No al MIBACT”

500 no MIBACTL’Associazione Bianchi Bandinelli, coerentemente con l’impegno degli ultimi anni, ha sottoscritto il documento delle associazioni e sigle sindacali che organizzano la manifestazione di protesta dei Professionisti del Patrimonio “500 NO AL MIBACT” per l’11 gennaio prossimo (Roma, piazza della Rotonda, ore 10,30). Nonostante le recenti modifiche apportate al bando “500 giovani per la Cultura” del 7 dicembre, emanato a seguito del decreto Valore Cultura dello scorso agosto, ritiene infatti che la buona occupazione nel settore sia più che mai a rischio, e di conseguenza la tutela e la valorizzazione del Patrimonio culturale nazionale. 

Pdf Comunicato 500 no al MiBACT_18dicembre2013

Pdf Bando 500 Giovani per la Cultura

Link esterno alla pagina di coordinamento nazionale per la manifestazione

 

 

16 dicembre 2013 – L’Associazione Bianchi Bandinelli aderisce alla giornata di protesta contro il bando “500 giovani per la cultura”

500 no MIBACTlogoABB_capitelloL’Associazione Bianchi Bandinelli aderisce alla giornata di protesta promossa dall’Associazione Nazionale Archeologi  per l’11 gennaio 2014 contro il bando emanato lo scorso 7 dicembre dal MiBACT per la selezione di 500 giovani laureati per un corso di formazione di durata annuale alla digitalizzazione del patrimonio culturale.

L’adesione è motivata dalla preoccupazione e dallo sconcerto  per il progetto contenuto nel decreto Valore cultura dell’agosto scorso e avviato con il recente bando per 500 laureati catalogatori/digitalizzatori. Esaltato  dai decisori politici come misura di contrasto alla disoccupazione giovanile nel campo dei beni culturali,  al contrario  questo progetto rappresenta un potente incentivo  al lavoro precario del settore, privo com’é di qualsiasi seria opportunità formativa e di qualunque prospettiva a lungo termine.

Link alla pagina dell’Associazione Nazionale Archeologi relativa alla manifestazione

Link esterno relativo al coordinamento per la manifestazione

Pdf Bando 500 giovani (prima versione)

Pdf Bando 500 giovani(modificato dal MiBACT in data 16 dicembre 2013)

 

3 dicembre 2013 – L’Italia del beni culturali: i nodi del cambiamento

Logo convegno ABB, 3 dic 2013Martedì 3 dicembre 2013 si svolgerà a Roma il convegno L’Italia del beni culturali: i nodi del cambiamentoRicordando l’impegno e le proposte di Giuseppe Chiarante, promosso dall’Associazione Bianchi Bandinelli per ricordare la lunga attività di Chiarante in difesa dei beni culturali e avanzare riflessioni e proposte sul presente.

Tra i relatori Giuseppe Vacca, Guido Melis, Vittorio Emiliani. La giornata terminerà con le conclusioni di Salvatore Settis sul tema Italia bene comune.

Programma: ABB Programma Convegno 3 dic 2013-2

Pagina dedicata al convegno

Pagina dedicata a Giuseppe Chiarante

26 novembre 2013 – Riformare il Ministero dei Beni Culturali. Per uscire dal “centralismo burocratico”

imagesEsperti del personale tecnico-scientifico del MIBACT  e Associazioni del settore si incontrano a Roma il 26 novembre 2013 per discutere le opportunità e i rischi dell’imminente riforma del sistema statale di tutela come è delineata nella Relazione finale  della Commissione per il rilancio dei Beni culturali e del Turismo. L’intenzione è di consegnare al Ministro Bray un documento  di osservazioni, riflessioni critiche e suggerimenti in vista delle decisioni da prendere entro fine anno. Per l’Associazione Bianchi Bandinelli è previsto un intervento della Presidente Marisa Dalai Emiliani.

Programma: Programma iniziativa del 26 Riforma-MiBACT

Lettera al Ministro Bray a commento della Relazione della Commissione per il rilancio dei beni culturali_ 2 dicembre 2013

3 dicembre 2013: “L’Italia dei beni culturali: i nodi del cambiamento”

logo solo colonnaASSOCIAZIONE BIANCHI BANDINELLI

Istituto di studi ricerche e formazione fondato da Giulio Carlo Argan

CONVEGNO

L’Italia dei beni culturali: i nodi del cambiamento

Ricordando l’impegno e le proposte di Giuseppe Chiarante

 

Roma, 3 dicembre 2013
Senato della Repubblica
Sala Capitolare presso il Chiostro del Convento di Santa Maria sopra Minerva
piazza della Minerva 38

 

L’Associazione Bianchi Bandinelli promuove per martedì 3 dicembre 2013 un convegno dal titolo L’Italia dei beni culturali: i nodi del cambiamento. Ricordando l’impegno e le proposte di Giuseppe Chiarante.

Scopo dell’iniziativa è di ricordare, a un anno dalla scomparsa, le idee e l’azione di Chiarante in difesa dei beni culturali attraverso le sue battaglie in Senato, come voce critica della sinistra, come vice-presidente del Consiglio Nazionale dei Beni Culturali e come presidente dell’Associazione Bianchi Bandinelli, fondata con Giulio Carlo Argan nel 1991.

Oltre a rievocare la sua figura, gli interventi verteranno sulla situazione attuale del patrimonio culturale e delle sue istituzioni, particolarmente grave per i tagli indiscriminati alle risorse e la colpevole disattenzione della politica. Verranno ripresi i temi delle storiche battaglie per i beni archeologici, storico-artistici e per il paesaggio, per gli archivi e per le biblioteche e in particolare verranno rilanciate proposte per questioni irrisolte come la tutela dei beni musicali o dei beni demoetnoantrolpologici.

Coerentemente con il lungo impegno di Chiarante per la scuola e l’università, si parlerà del rapporto tra formazione e professioni per la tutela e la valorizzazione, delle carenze di personale e dell’emergenza del lavoro precario, ma anche di educazione al patrimonio, che è tuttora tra i diritti di cittadinanza disattesi. Proprio al tema Cultura bene comune saranno affidate le conclusioni di Salvatore Settis.

PROGRAMMA

Ore 9.30 – SEZIONE I.  Giuseppe Chiarante: politica e cultura

Presiede e introduce Aldo Tortorella

Giuseppe Vacca, Un politico fine e discreto

Guido Melis, Un progetto di riforma per il Ministero dei Beni culturali e ambientali

Vittorio Emiliani, Quando Chiarante fu “epurato” dal Consiglio Superiore

Irene Berlingò, La filosofia della tutela di Chiarante e l’azione dell’Associazione Bianchi Bandinelli

Ore 11.30 – SEZIONE II.  Allora e oggi: soluzioni innovative per antichi problemi

Presiede Marisa Dalai Emiliani

Marisa Dalai Emiliani, Un progetto di formazione per i professionisti del Patrimonio

Marisa Bonfatti, Le proposte per la tutela del Paesaggio

Giorgio Sanguinetti, Una strategia per la salvaguardia dei Beni musicali

Paola Elisabetta Simeoni, Quale Patrimonio demoetnoantropologico?

Stefano Vitali, Per un sistema archivistico nazionale

Stefano Parise, Per un sistema bibliotecario nazionale: quarant’anni dopo

Claudio Gamba, Sara Parca, La tutela a[l] tempo del precariato

Lida Branchesi, Un diritto di cittadinanza disatteso: l’educazione al Patrimonio culturale

Ore 17.30 – CONCLUSIONI

Salvatore Settis, Cultura bene comune

 

È  stato invitato il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Massimo Bray

L’accesso alla sala è consentito fino al raggiungimento della capienza massima e presentando un documento d’identità. Dalle ore 13.30 alle 14.30 è prevista una pausa dei lavori.

 

Programma: ABB Programma Convegno 3 dic 2013-2

Comunicato stampa: ABB Comunicato stampa Chiarante_13.11.2013

Pagina dedicata a Giuseppe Chiarante

Documento ABB “L’Italia del Beni Culturali: i nodi del cambiamento”

Pagina con i materiali del convegno

30 settembre 2013 – A Foggia giornata di studio su “Patrimoni culturali e paesaggi di Puglia e d’Italia tra conservazione e innovazione”

convpugliaLunedì 30 settembre presso l’Università di Foggia si terrà la giornata di studio “Patrimoni culturali e paesaggi di Puglia e d’Italia tra conservazione e innovazione”, primo appuntamento sul tema Conoscenza e tutela, a cui ne farà seguito un secondo, il 22 novembre 2013, dedicato a Valorizzazione e fruizione. L’importanza dell’iniziativa, che vedrà presenti tra gli altri Salvatore Settis, il Governatore Nichi Vendola, il Ministro per i beni e le attività culturali e il turismo Massimo Bray, è originata dalla recente approvazione del Piano Paesaggistico della Regione Puglia, il primo in Italia, e della Legge Regionale sui Beni Culturali. La Presidente della nostra Associazione, Marisa Dalai Emiliani, è stata invitata a intervenire su “Educazione al Patrimonio culturale: un diritto di cittadinanza disatteso?”

24 settembre 2013 – In preparazione un convegno dedicato a Giuseppe Chiarante

chiarantelogoABB_capitelloL’Associazione Bianchi Bandinelli promuove un convegno dal titolo L’Italia dei beni culturali: i nodi del cambiamento. Ricordando l’impegno e le proposte di Giuseppe Chiarante, che si terrà martedì 3 dicembre 2013.

Scopo dell’iniziativa è quello di ricordare, ad un anno dalla scomparsa, la lunga attività di Chiarante in difesa dei beni culturali e di avanzare riflessioni e proposte sul presente, a partire proprio dalla sua eredità.

Tra i relatori Giuseppe Vacca, Guido Melis, Vittorio Emiliani. La giornata terminerà con le conclusioni di Salvatore Settis sul tema Italia bene comune.  A breve sarà pubblicato il programma definitivo.

Pagina dedicata a Giuseppe Chiarante

19 settembre 2013 – L’Associazione Bianchi Bandinelli ricorda Giuseppe Basile

CA-158L’Associazione Bianchi Bandinelli ricorda l’impegno di Giuseppe Basile nella difesa dei Beni Culturali attraverso le parole di Claudio Gamba.

Pagina con il testo “La scomparsa di Giuseppe Basile”

Galleria immagini di Giuseppe Basile

25 agosto 2013 – Ranuccio Bianchi Bandinelli “costituente ombra”

Ranuccio_bianchi_bandinelliSalvatore Settis ricostruisce in un articolo su Il Sole 24 ore l’attività di “costituente ombra” di Ranuccio Bianchi Bandinelli, aggiungendo una pagina fondamentale e poco nota alla biografia dell’archeologo senese, che proponeva la medesima regolamentazione per la tutela  delle “bellezze naturali” e per quella delle “belle arti”.

Link all’articolo sul sito PATRIMONIO SOS

Pagina dedicata a Ranuccio Bianchi Bandinelli

6 agosto 2013 – Rimini, la storia infinita del Teatro Galli

SONY DSCRiceviamo da Attilio Giovagnoli e Vittorio Emiliani un comunicato riguardante il destino del Teatro Galli di Rimini.

Lo storico Teatro, progettato da un grande architetto neoclassico, Luigi Poletti, fu bombardato nel ’43-44 dagli Alleati. Venne largamente distrutta la sala, ma rimase intatta la facciata col foyer perfettamente funzionante come sala di convegni, dibattiti, ecc.

Col sostegno di Renata Tebaldi e di maestri e musicisti come Abbado, Muti, Cagli, ecc. si è vanamente tentato di farlo ricostruire com’era e dov’era sulla base dei dettagliatissimi disegni di Luigi Poletti. E’ stato anche presentato un progetto filologico firmato e offerto gratuitamente da Pier Luigi Cervellati e da Elio Garzillo. Ha ricevuto l’approvazione del MiBAC, ma non quella delle Giunte comunali intestarditesi nel volere “ampliare” di 100-200 posti il vecchio funzionalissimo teatro.

Ora, con l’avallo della Direzione generale regionale, si “supera” la questione dei notevoli resti archeologici rivenuti sotto la platea e si va ad insidiare lo stesso retrostante e splendido Castel Sismondo attribuito con certezza a Filippo  Brunelleschi.

Il testo integrale del comunicato: Rimini, la storia infinita del Teatro Galli 5.8.13