Comunicato sulla proposta della Commissione di studio per lo sviluppo e l’assestamento organizzativo del MIBAC

Comunicato sulla proposta della Commissione di studio per lo sviluppo e l’assestamento organizzativo del MIBAC presentata alle Associazioni negli incontri del 20 e 21 marzo 2019.

 

L’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli esprime forte preoccupazione sullo schema diffuso ufficialmente in questi giorni dalla Commissione per “lo sviluppo e l’assestamento organizzativo” del Mibac.

Se l’intento di condividere questo processo di ulteriore modifica degli assetti ministeriali con attori interni ed esterni appare condivisibile, tale operazione è però stata condotta con una metodologia a dire poco inadeguata, tanto da trasformarsi più in un’iniziativa di semplice informazione che in un’occasione di confronto reale.

Sul piano dei contenuti, l’assoluta genericità di talune affermazioni contenute nelle slides, peraltro su temi cruciali (“rafforzamento della tutela”, “valorizzazione delle professionalità”, “centralità del cittadino”, e via elencando), non può prestarsi a una reale interlocuzione.

D’altro lato, ciò che invece risulta evidente, come disegno complessivo, non può che suscitare profonde perplessità.

Un disegno di forte accentramento – come funzioni e figure dirigenziali –  che riconduce alla figura del Segretario Generale le leve di un controllo a 360 gradi e una moltiplicazione delle dirigenze amministrative, riesumando temi generici (valgano per tutti l’endiadi “innovazione e digitalizzazione” o l’inflazionato “creatività contemporanea e rigenerazione urbana”, quest’ultimo un vero ritornello lessicale pronto per ogni uso).

Per sostenere questa ipertrofia del centro, segnale inequivocabile di crisi culturale della struttura ministeriale, si ricorre – more solito – a una estemporanea ridefinizione geografica delle strutture territoriali.

Così, l’assetto organizzativo s’indebolisce ulteriormente proprio su quel territorio che avrebbe più bisogno di cure, aggiustamenti, risorse non solo economiche o di personale, ma di attenzione istituzionale e indirizzo culturale.

Si creano gli ibridi “interregionali” (segretariati e “reti museali”), inventando una geografia incoerente, già smentita in partenza dal rischio gravissimo delle autonomie regionali differenziate che, se attuate, andranno a scardinare definitivamente – anche nelle loro forme più blande – una struttura che non è più né nazionale, né regionale.

Al di là di altre osservazioni che ci si riserva di elaborare su singoli temi o istituti, magari a partire da un testo più articolato, si sottolinea che praticamente nessuna delle questioni cruciali espresse in questi anni relativamente alle criticità della struttura ministeriale a seguito dei decreti Franceschini, viene affrontata dall’insieme delle proposte ora presentate.

Nessuna risposta neppure su questioni nazionali capitali quali la tutela e il governo del paesaggio – obiettivo ormai definitivamente uscito dall’orbita ministeriale – o la ricostruzione post terremoto, da L’Aquila all’Emilia, all’Italia centrale, invischiata fra ritardi biblici e scelte al ribasso e al compromesso.

Eppure il profondo disagio che connota questa fase di vita ministeriale ne attraversa ormai ogni attività e struttura, queste ultime strette fra un'”autonomia” ben presto trasformatasi in abbandono (salvo la triade evergreen Colosseo – Pompei – Uffizi) e un neocentralismo privo di qualsiasi visione a largo raggio.

Perché è proprio questo, in definitiva, che colpisce in quest’ultimo passaggio riorganizzativo: la totale mancanza di un’idea riconoscibile sul patrimonio e sulla sua funzione. Così, abbandonata qualsiasi velleità di indirizzo e rafforzamento delle politiche culturali – in perfetta continuità, peraltro, con gli ultimi lustri ministeriali – quest’ultima stagione sembra avviata verso evidenti forme di accentramento amministrativo, perfettamente complementari alla deriva turistico- mercantilistica che da almeno un lustro rappresenta l’unico obiettivo riconoscibile del Mibact/Mibac e che emargina sempre più le competenze specialistiche, vero e proprio patrimonio di questo dicastero.

 

Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

con

Emergenza Cultura

Comitato per la Bellezza

Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio

Consulta Universitaria Nazionale per la Storia dell’Arte

CGIL Funzione Pubblica

UILPA-BAC

 

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L’Aquila: come prima peggio di prima

Comunicato

L’Aquila: come prima peggio di prima

La mappa, elaborata per l’associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli da Andrea Giura Longo e Monica Cerulli, utilizza lo studio Urban Atlas aggiornato al 2018 di Copernicus, il programma dell’Unione Europea di monitoraggio della Terra.

Il risultato più importante riguarda il territorio urbanizzato del Comune dell’Aquila, comprendente le superfici artificiali (artificial surfaces), che ammonta a ben 4.350 ettari (secondo una stima attendibile erano poco più di 3 mila prima del terremoto). La ricostruzione ha quindi accentuato molto la storica tendenza della città alla dispersione.

La drammatica conseguenza è una densità insediativa (69.439 abitanti/4.350 ettari) inferiore a 16 abitanti per ettaro. Una densità irrisoria, incompatibile con una decente condizione urbana.

4 aprile 2019

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Il Diritto alla Città Storica: ebook con gli atti del convegno

Si pubblica il primo ebook edito dall’Associazione con gli atti del convegno del 12 novembre 2018, il disegno di legge presentato nell’occasione e le motivazioni del Premio speciale Ranuccio Bianchi Bandinelli conferito Pier Luigi Cervellati.

Il libro può essere scaricato gratuitamente, è a libera diffusione con il solo obbligo di citazione della fonte.

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Il Diritto alla Città Storica

Il Diritto alla Città Storica: introduzione di Vezio De Lucia

Riportiamo di seguito il testo dell’introduzione di Vezio De Lucia al convegno del 12 novembre Il Diritto alla Città Storica

 

Il Diritto alla Città Storica

Roma, 12 novembre 2018

 

1. Nella seconda metà del secolo scorso l’Italia ha fondato la cultura della conservazione e del recupero dei centri storici. Fu Antonio Cederna a capire per primo che la città antica è un complesso unitario, non un assortimento di edilizia minore e di architetture più o meno importanti. Leggo solo qualche riga da quel testo fondativo dell’urbanistica moderna che è l’introduzione a I vandali in casa, del 1956:

Il carattere principale di questi antichi centri di città non sta nei «monumenti principali», ma nel complesso contesto stradale ed edilizio, nell’articolazione organica di strade, case, piazze, giardini, nella successione compatta di stili e gusti diversi, nella continuità dell’architettura «minore», che di ogni nucleo antico di città costituisce il tono, il tessuto necessario, l’elemento connettivo, in una parola l’«ambiente» vitale. Questi antichi centri urbani sono un patrimonio incalcolabile, perché la storia vi si è sedimentata e stratificata, accordando la diversità in unità viva e tangibile, tanto più ammirevole quanto più varie, composite e diffuse sono le sue testimonianze. Un patrimonio d’arte e di storia colmo e compiuto nel suo ciclo, necessario a noi oggi proprio perché irripetibili e insostituibili sono i valori che l’hanno determinato.

Il pensiero di Cederna fu profondamente innovativo quando ancora prevaleva il convincimento che la tutela dovesse essere limitata agli edifici di rilevanza monumentale (chiese, palazzi, eccetera) mentre il tessuto edilizio di base era disponibile a demolizioni e sostituzioni per ragioni d’igiene, di traffico, di estetica. Era sempre in voga la teoria del “diradamento” di Gustavo Giovannoni (Vecchie città ed edilizia nuova del 1931), né va dimenticato che nel 1925 Benito Mussolini aveva impartito la direttiva che “i monumenti millenari devono giganteggiare nella necessaria solitudine”. Ai tempi della mia formazione universitaria era di moda l’“ambientamento”, metodo mai univocamente definito, volta a volta riferito a limiti volumetrici o a una sorta di mimetizzazione della modernità in ambiente antico.

Quattro anni dopo I vandali in casa, l’intangibile unitarietà dei centri storici fu proclamata in occasione del 1° convegno dell’Ancsa – Associazione italiana centri storico artistici – a Gubbio nel 1960 (relatori Cederna e Mario Manieri Elia). In sintesi estrema: i centri storici non sono solo contenitori di monumenti ma sono essi stessi monumento, interi pezzi di città, vissuti e consumati, devono essere considerati monumento.

Non molti sanno che la Carta di Gubbio fu ripresa dalla cosiddetta legge ponte del 1967 voluta dal ministro socialista Giacomo Mancini – uomo politico i cui meriti sono stati finora sottostimati – dopo la frana di Agrigento del luglio 1966. Pensate un po’, Governo e Parlamento danno forza di legge a un principio di tutela radicalmente nuovo, che solo pochi anni prima era stato elaborato sul piano teorico.
E ditemi se non dobbiamo amaramente rimpiangere la qualità politica e culturale del primo centro-sinistra.
Un altro grande merito della legge ponte – l’unica riforma urbanistica dell’Italia repubblicana – fu l’introdurre, fra i contenuti del piano regolatore, la tutela del paesaggio e dei complessi storici, monumentali, ambientali e archeologici (per la prima volta la parola paesaggio compare in una legge ordinaria). La legge ponte subordina i nuovi interventi nei centri storici all’approvazione di appositi piani particolareggiati. Una soluzione all’apparenza labile e semplicistica che però, con il passare degli anni, dimostrò una sorprendente efficacia, in particolare perché i piani particolareggiati non furono mai approvati, mentre maturava la cultura del recupero. Anche per questo l’Italia è stata il solo Paese europeo che per decenni ha in larga misura salvato i propri centri storici, mettendo fine alle gravissime alterazioni, se non alle vere e proprie distruzioni avvenute nel primo dopoguerra.

Dall’innovazione teorica alla legge, alla pratica operativa. All’inizio fu il piano del centro storico di Bologna dei primi anni Settanta, noto in mezzo mondo. Ma anche altre esperienze si svilupparono nei decenni scorsi, fra le quali non dimentico Taranto (che con Franco Blandino affrontò il recupero della Città Vecchia, addirittura prima di Bologna) e Venzone, magistralmente ricostruita dopo il terremoto del 1976, come sanno bene Marisa Dalai e Pierluigi Cervellati che ne hanno scritto. In seguito, fino alla fine del secolo scorso, si sono sviluppate le esperienze di grandi e piccole città, da Como a Brescia a Venezia a Palermo a Napoli.
Fu l’età dell’oro dell’urbanistica italiana. Intendiamoci: allora, come sempre, in gran parte d’Italia, dettavano legge gli energumeni del cemento armato, ma fu un’età dell’oro perché era diffusa la speranza che le cose potessero cambiare, e la speranza era alimentata soprattutto da Bologna e dintorni. È in onore di quella stagione che oggi premiamo Pierluigi Cervellati che n’è testimone supremo.

 

2. Di tutto ciò restano oggi solo macerie, materiali e ideali. Non penso di andare fuori tema se dico che il disastro è cominciato quando Margaret Thatcher dichiarò che non esiste la società, esistono gli uomini, le donne e le famiglie. Che, nella nostra lingua, è come dire che non esistono le città, esistono le case; non esiste l’urbanistica, esiste l’architettura.
La regressione non fu certo repentina, il primato italiano nel recupero è diventato a mano a mano ingombrante, è stato accantonato, poi rinnegato. Si è infine tornati alle pratiche selvagge del primo dopoguerra come quando Milano – sempre efficiente e frettolosa – rase al suolo il suo centro storico.
La ferita più dolorosa viene proprio da Bologna e dall’Emilia Romagna che hanno negato la tutela dei tessuti edilizi storici per soddisfare la presunzione degli architetti di lasciare il segno nella città antica (vedi sulla locandina l’immagine dello scempio autorizzato grazie al piano regolatore del 2009). Da autorevoli uffici governativi e regionali fu stabilito che la ricostruzione dopo il terremoto del 2012 andava bene dov’era non com’era.
Una via crucis la cui ultima stazione è la pessima legge urbanistica dell’Emilia Romagna approvata nel dicembre dell’anno scorso.
Per non dire degli scenari sinistri che incombono a causa dell’esasperazione dell’autonomia regionale, per esempio del Veneto in materia scolastica …

 

3. Abbiamo cominciato a pensare al convegno quando si seppe che a Roma era possibile la sostituzione dei villini di un secolo fa con ordinaria speculazione edilizia, e che a Firenze era in discussione una variante al Prg (poi approvata) che cancella il restauro e consente di sottoporre a ristrutturazione edilizia gli edifici storici anche vincolati. Notizie che facevano seguito all’allarmante aggravarsi della situazione veneziana (8 alloggi su 10 di proprietà di investitori).
I centri storici – a cominciare da quelli delle città d’arte – sono tornati così pascolo della speculazione e del malgoverno e, più di ogni altro male, sono affetti da gravi fenomeni di spopolamento. Non dovunque e non nella stessa misura, ma sono drammatici i dati sulla progressiva diminuzione dei cittadini residenti, massicciamente sostituiti da turisti e da attività legate al turismo, mentre nei piccoli comuni delle zone interne del Mezzogiorno (l’“osso” di Manlio Rossi Doria) sono dissanguati dall’emigrazione e abbandonati (con l’inaudita eccezione di Riace del sindaco Lucano).
Da tutto ciò deriva il titolo del convegno. A cinquant’anni dal libro di Henri Lefebvre abbiamo “specializzato” il diritto alla città in diritto alla città storica.

Enzo Scandurra ha recentemente scritto che, a Roma, i giovani si danno appuntamento al Pigneto, al Quadraro, perfino a Corviale abbandonando ai turisti il Centro e la “Grande Bellezza”. La vita vera si svolge in questi luoghi tra mille contraddizioni ed espedienti di sopravvivenza.

Sembra che, alla fine, paradossalmente, la degenerazione dei centri storici a opera del turismo si trasformi in fattore di valorizzazione delle periferie. Potevamo mai sospettare una cosa del genere, che la salvezza delle periferie venisse dalla rovina del centro? Uno scenario straniante, che ci costringe a un generale ripensamento, che comunque dà forza alla necessità di restituire il centro alla vita ordinaria delle città.
E a questo proposito mi piacerebbe soffermarmi sul Progetto Fori che ebbe inizio giusto 40 anni fa, nel dicembre del 1978, progetto che è stato la prima e unica, geniale proposta di riappropriazione popolare del centro storico di Roma, mentre, tra l’altro, a Tor di Nona e a San Paolino alla Regola si realizzavano – sull’esempio di Bologna – interventi di edilizia popolare.
Non sembrano passati quarant’anni, sembra che la linea della storia sia tornata indietro.
Se c’è tempo riprendo il tema nelle conclusioni.

 

4. Convinti che non basta la denuncia, e con l’intento di impedire gli scempi di Firenze, di Roma, di Venezia, di Bologna abbiamo messo mano alla legge per la tutela dei centri storici di cui si discute nel pomeriggio. Non anticipo qui la proposta che sarà ottimamente illustrata da Giovanni Losavio. È il prodotto di un lavoro collettivo, cominciato nella primavera scorsa con un vasto concorso di esperienze, discusso più volte in riunioni allargate, e ringrazio Patrizia Marzaro dell’università Padova per i preziosi suggerimenti e Salvatore Settis che ha studiato e apprezzato il nostro lavoro.
All’inizio abbiamo recuperato e cominciato ad aggiornare un antico disegno di legge di esclusiva competenza statale degli anni Novanta (quello elaborato da Antonio Iannello, fatto proprio da Walter Veltroni, al tempo ministro, poi archiviato su richiesta dell’Inu), un testo volto a sottoporre a tutela ope legis tutti i centri storici italiani come individuati dagli strumenti urbanistici comunali. Abbiamo poi tenuto conto del duro intreccio che lega la tutela all’urbanistica, lo Stato a Regioni e Comuni. E, quindi, all’intervento diretto dello Stato (con la dichiarazione dei centri storici come “beni culturali d’insieme”, e con divieto di demolizione e ricostruzione e di trasformazione) sono stati aggiunti una serie di “principi” di buon governo del territorio che devono essere recepiti dalla legislazione regionale.

Qualche parola in più solo riguardo al contenuto, secondo, me più audace della proposta di legge, l’articolo 5, che riguarda il programma straordinario dello Stato di edilizia residenziale pubblica nei centri storici. Lo proponiamo essendo assolutamente convinti che, per quanto rigorose ed efficaci siano le norme di tutela, se non si affronta con determinazione il nodo dello spopolamento, il destino dei centri storici è segnato. Perciò serve l’intervento diretto e straordinario dello Stato, come nei casi di gravi calamità naturali. Di questo si tratta: lo svuotamento residenziale di Venezia è peggio dell’alluvione del 1966.
La proposta prevede perciò interventi molto determinati, dall’utilizzo a favore dell’edilizia pubblica del patrimonio pubblico dismesso, all’obbligo di mantenere le destinazioni residenziali con la sospensione dei cambi d’uso, all’erogazione di contributi a favore di Comuni in esodo per l’acquisto di alloggi da cedere in locazione a canone agevolato (norma che vale soprattutto per i piccoli paesi).

 

Infine, ma meglio di me lo dirà Losavio, consideriamo il testo non un punto d’arrivo ma un punto di partenza da sviluppare coinvolgendo settori interessati dell’ambientalismo, delle associazioni culturali, della politica, dell’amministrazione statale e regionale, del mondo accademico, sperando soprattutto che sia raccolto dalle aule parlamentari.

Concludo. Sappiamo bene che è una proposta radicale: provocatoria ma concreta, l’ha definita Pierluigi. Non spetta a noi l’esercizio della mediazione con il mondo politico e parlamentare. Ci spetta invece formulare una soluzione coraggiosa, adeguata alla gravità delle cose, ma tecnicamente fattibile, questo penso che sia il compito di un’associazione culturale.

Vezio De Lucia

Gli archivi privati

di Gigliola Fioravanti

 

Queste brevi riflessioni sono rivolte soprattutto a quanti ignorano i problemi e le caratteristiche degli archivi in generale e degli archivi privati in particolare e si apprestano ad interessarsi alle fonti documentarie e ai luoghi che sono istituzionalmente deputati a tal fine.

Nel vasto panorama internazionale, la realtà archivistica italiana presenta per qualità e quantità la più ampia tipologia e il più imponente arco cronologico di fonti documentarie oggi esistenti. Gli archivi del nostro Paese sono stati soggetti nel corso di molti secoli da grandi concentrazioni e da notevoli dispersioni anche e soprattutto nel secolo scorso, cosa che ha reso e rende i nostri istituti diversi, variegati e con peculiarità e fisionomia fortemente differenziata, pur nel comune denominatore costituito da documentazione nata e prodotta a fini prevalentemente pratici (politici, amministrativi, economici, giuridici, ecc.), ovvero per soddisfare specifiche esigenze correlate ai compiti o agli interessi perseguiti dal soggetto o dai soggetti che hanno posto in essere le carte. C’è anche da osservare che la “geografia” archivistica rispecchia la struttura e le vicende degli Stati preunitari e le peculiarità di una entità che ha oscillato per diversi secoli tra un particolarismo tipico della civiltà comunale e un universalismo rappresentato dall’idea dell’impero.

Queste caratteristiche sono evidenti sia negli archivi prodotti da soggetti pubblici che da enti privati, partiti, sindacati, imprese, banche, associazioni, singole personalità, famiglie e quant’altro, ovvero da quell’ampio pianeta che va sotto la denominazione ‘Archivi privati’, archivi che (in Europa) solo nel nostro Paese rientrano nella giurisdizione dello Stato qualora dichiarati di interesse storico.

Fu proprio nel secolo XVIII che si rileva una maggiore attenzione nei riguardi della documentazione prodotta sia nel passato che nel presente. Molte famiglie o enti privati dimostrarono maggiore cura, più che in precedenza, per la tenuta e la conservazione delle loro carte. Fu allora che si cominciò ad occuparsi di luoghi più idonei per preservarle dalla definitiva dispersione e di collocarle in maniera funzionale all’uso che se ne poteva fare a scopi amministrativi e per renderli utili quali strumenti di potere e di governo.

Non sta a me disquisire sulle problematiche degli archivi privati, nonché sulle misure che la pubblica amministrazione in questi ultimi decenni ha assunto per favorire e tutelare il prezioso patrimonio privato, perché argomento che in modo più appropriato e con maggiore competenza è stato svolto da soggetti responsabili del coordinamento nel settore della vigilanza sugli archivi non statali. Quello che qui desidero osservare è invece la notevole attenzione che in passato è stata riservata agli archivi di famiglie gentilizie, a motivo dei loro addentellati politico-economici o socio-culturali con le vicende degli Stati preunitari. Questo spiega anche perché negli Archivi di Stato ne sono conservati in numero cospicuo, benché talvolta smembrati e privati di alcune parti. Certamente nel corso dell’Ottocento e più ancora del secolo trascorso, la produzione e la rilevanza degli archivi gentilizi va scemando e poi scomparendo con l’affievolirsi delle funzioni a lungo gestite dalle famiglie aristocratiche. Stesso fenomeno si evidenzia per tutti gli archivi di famiglia, mentre va emergendo sempre più con l’età contemporanea l’importanza delle carte prodotte dalle singole personalità che hanno svolto un ruolo a carattere politico locale o nazionale. E’ questa una politica di acquisizione che gli Archivi di Stato hanno perseguito e perseguono da tempo. Basti pensare al patrimonio di carte di singole personalità conservate dall’Archivio centrale dello Stato, che nell’ultimo quarantennio ha indirizzato il suo interesse anche verso gli archivi privati di professionisti, ampliando in tal modo la pur vasta gamma di tipologie documentarie acquisite per versamento o per deposito da soggetti statali e pubblici. Il risultato è stato raggiunto sia per sollecitazione degli stessi archivisti che si sono attivati per sensibilizzare i proprietari o i detentori di quegli archivi, sia per iniziativa degli stessi proprietari desiderosi di far emergere la propria memoria documentaria e di farla conoscere ad un più vasto numero di studiosi e di ricercatori.

Se, però è intuibile o facilmente individuabile il luogo di conservazione di un fondo d’archivio prodotto dallo Stato, poiché, come è noto, a ciò soccorre la notevole opera della Guida generale degli archivi di Stato italiani, è impresa ardua identificare i luoghi di destinazione finale degli archivi di persone, di famiglie ecc., poiché sapere dove le carte sono andate a finire non è cosa facile. Sappiamo che non è infrequente il caso in cui le carte vengono cedute, unitamente al patrimonio bibliografico, a biblioteche anche locali, a deputazioni di storia patria, ad accademie o fondazioni appositamente create, istituti universitari, centri culturali o di documentazione. Un primo aiuto può venire dall’opera edita dall’Amministrazione archivistica, avviata nel 1991 – Archivi di famiglie e persone, che però, come è stato già notato, è quasi un insieme di schede informative su archivi notificati e conservati negli Archivi di Stato o presso altre istituzioni culturali.

Il dato che oggi costituisce, a mio avviso, una vera novità, impensabile solo qualche decennio fa, è costituito dall’emersione di una molteplicità di archivi riguardanti persone che nella loro vita hanno svolto attività professionali tra le più varie. Ecco allora nuclei documentari, spesso frammisti a tipologie di tracce diverse, sorti dall’attività di soggetti che sono stati scienziati, filologi, artisti, letterati, architetti, storici, ecc. E ancora, le caratteristiche di quelle carte spesso rivelano un diverso approccio con la conservazione della propria memoria, a volte con atteggiamenti maniacali e ultraconservativi, altre volte si verifica il desiderio di distruzione o di dispersione della sedimentazione cartacea del proprio lavoro, magari manipolandola e selezionandola con fini specifici. Penso, ad esempio all’archivio di Mario Pannunzio, conosciuto soprattutto per essere stato per oltre vent’anni il creatore e il direttore della famosa rivista “Il Mondo”, su cui si sono formati i giovani intellettuali degli anni ’50 e ’60. Le carte e la biblioteca vastissima ora sono conservate presso l’Archivio storico della Camera dei deputati, ma per quanto concerne l’archivio, Pannunzio volle che fosse distrutto dai suoi eredi alla sua morte, nonostante avesse cercato di riordinare e purgare egli stesso le sue carte, forse dopo la chiusura della rivista. Quello che rimane è forse una parte mutila dell’intera documentazione accumulata durante un’intensa attività di giornalista, studioso e critico letterario e di commentatore politico raffinato.

Allo stesso modo, è vivo oggi l’interesse per le carte prodotte e rimaste di coloro che durante la loro esistenza non hanno svolto ruoli di particolare rilievo. Si tratta di persone qualunque, che hanno però affidato i ricordi della propria vita a diari, memorie o ad autobiografie, testimonianze altrettanto meritevoli di attenzione perché costituiscono una finestra sulla realtà del loro tempo, quale venne percepita dai più, magari con maggiore consapevolezza, ma lontano dalle suggestioni o dalle influenze della società dominante.

Altro attributo degli archivi privati dell’età contemporanea è dovuto alla compresenza di una moltitudine di fonti e tipologie documentarie. Accanto a documenti di natura strettamente privata, come carteggi, tracce degli interessi economici o della carriera, si rinvengono numerose fotografie, materiali pubblicitari, ricevute, libri, appunti, quaderni scolastici, e, avvicinandoci a periodi sempre più vicini all’attuale, anche dischi, nastri, cassette e quant’altro.

Da quanto ho sommariamente ricordato, si può comprendere l’importanza che va data alla cura, alla tutela e alla conservazione degli archivi privati, anche in considerazione che in un prossimo futuro potrebbero costituire la fonte più cospicua delle acquisizioni da parte degli Archivi di Stato. Se fino a non molti anni fa questo settore era considerato quasi marginale rispetto ai versamenti, ovvero alle fonti di accrescimento degli Archivi di Stato, là dove quelli potevano verificarsi per la dotazione di spazi idonei, oggi e negli anni a venire, le fonti pubbliche o statali saranno sempre più in forte decrescita, a motivo della massiva e pervasiva riforma dello Stato, che ha lasciato che molte sue competenze fossero trasferite alle regioni o che attraverso le misure di privatizzazione ha creato la trasformazione di soggetti statali o pubblici in soggetti di natura privata.

E’ questa la realtà documentaria di maggiore rilevanza per l’oggi e il domani, realtà su cui vanno concentrate notevoli risorse intellettuali e finanziarie dell’Amministrazione archivistica in termini di una rafforzata tutela. Ma c’è anche da considerare che le difficoltà che si frappongono al perseguimento di quella finalità, costringono gli enti conservatori e le sovrintendenze e gli archivi di Stato, in primo luogo, ad attivarsi per impedirne la dispersione, favorendone invece l’emersione e l’individuazione. Non solo non si sottrae, così, alla ricerca una messe di archivi sterminata, ma si consente anche ai detentori di carte una serie di provvidenze che la legislazione ha posto in essere a loro favore. La comunicazione e la fruizione di questo importante patrimonio alla comunità dei ricercatori e in generale agli utenti cittadini costituiscono ulteriori incentivi per i privati a spingerli a dichiarare il posseduto e dare un senso profondo alla memoria che conservano anche in termini di un rafforzamento del sentimento di appartenenza.

 

(foto Maristela Possamai)

Terremoti. Un secolo cominciato male

A poco più di un anno dalla scossa che ha colpito il Centro Italia, l’Associazione Bianchi Bandinelli invita i soci e quanti vorranno partecipare a una riflessione sulla gestione del rischio sismico, in un paese particolarmente ricco di patrimonio storico e, allo stesso tempo, particolarmente esposto alle catastrofi naturali, come il nostro.

L’incontro avrà luogo presso la Sala Igea dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Piazza della Enciclopedia Italiana, 4, Roma, alle ore 16. In allegato il programma.

In apertura d’incontro è previsto un saluto del Direttore dell’Enciclopedia Italiana, prof. Massimo Bray.

 

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A Margherita Eichberg il premio Bianchi Bandinelli

Il premio Ranuccio Bianchi Bandinelli “La tutela come impegno civile” è stato assegnato per l’edizione 2017 a Margherita Eichberg, già titolare della Soprintendenza che a Roma aveva in carico il territorio al di fuori delle Mura Aureliane e ora in forza al Segretariato generale del Mibact. La consegna avverrà lunedì 23, alle ore 17, a Roma, presso la Fondazione Marco Besso, in Largo di Torre Argentina 11. Qui di seguito, la locandina dell’incontro.Layout 1

Cultura, Politica, Azione. Un racconto a tre voci sulle origini dell’Associazione Bianchi Bandinelli

In occasione del venticinquesimo anniversario dell’Associazione Bianchi Bandinelli (1991-2016) è stato realizzato un video dal titolo Cultura, Politica, Azione, un racconto a tre voci sulle origini dell’Associazione Bianchi Bandinelli, a cura di Claudio Gamba, Cettina Mangano, Sara Parca e Stefania Ventra. Abbiamo il piacere di rendere noto che il documentario è pubblicato sul canale Youtube dell’Associazione e può essere visualizzato al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=Ry0vTZynGnM&t=312s

Che cosa ha fatto di male la via Alessandrina?

di Walter Tocci

 

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Uno sparo si ode nella notte dei Fori Imperiali. Si demolisce la via Alessandrina nel silenzio di ogni discorso pubblico. La città rabbuiata dal lungo non governo viene risvegliata dal rumore delle ruspe che demoliscono senza un progetto.

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Sos Via Alessandrina: che ne sarà del Progetto Fori

via_alessandrina_largedi Vezio De Lucia

Stanno demolendo la via Alessandrina. È il colpo di grazia al Progetto Fori, la più straordinaria proposta di rinnovamento dell’urbanistica romana messa a punto tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso.

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