La tutela come impegno civile. Un bilancio del premio Bianchi Bandinelli

2 marzo, 2015

Il premio Ranuccio Bianchi Bandinelli, “La tutela come impegno civile”, è stato assegnato a Desideria Pasolini dall’Onda. Il riconoscimento, alla sua prima edizione, ha inteso rendere merito a una vita interamente dedicata alla conoscenza e alla protezione del patrimonio storico-artistico e di paesaggio. Due segnalazioni sono andate ai collaboratori volontari del Museo storico della Liberazione di via Tasso a Roma e all’Associazione culturale Borgo Baver unitamente alla Direzione regionale dei beni culturali e paesaggistici di Veneto per la salvaguardia del vigneto storico di Baver (Treviso).  

 

I perché di una scelta

di Lucinia Speciale

La scelta di istituire un Premio intitolato a Ranuccio Bianchi Bandinelli è maturata poco meno di un anno fa, con l’idea di offrire una sponda alle molte iniziative spontanee di salvaguardia del patrimonio storico culturale che si sono sviluppate in questi anni. Il bando, aperto intorno alla fine di agosto con l’intenzione di chiudere le candidature in autunno, è stato poi prorogato sino a fine novembre, consentendo alla richiesta di estendere la possibilità di formulare una segnalazione anche ai non soci.

La selezione si è rivelata per molti aspetti un piccolo successo. Le 17 candidature che sono scaturite dalle segnalazioni pervenute all’indirizzo del premio – in termini assoluti un numero non altissimo – si rivelano molto significative scorrendo la lista dei candidati.

In questo drappello figurano, com’era suggerito, diversi funzionari del MiBACT: a dimostrazione del fatto che tra questi ve ne sono molti che esercitano, o hanno esercitato, la loro funzione in modo non routiniero e burocratico, ma assolvendo consapevolmente il loro compito di custodi della memoria storica.

Vi compaiono però anche ricercatori non inquadrati e diverse associazioni che radunano quelli che oggi si chiamano professionisti del patrimonio: persone giovani e meno giovani che trasfondono competenze e impegno in un lavoro mal tutelato, compensato in forma mediamente inadeguata o completamente volontario.

L’elenco ospita anche diverse personalità o enti impegnati a vario titolo nella “valorizzazione” del patrimonio, in veste di promotori o mecenati.

Una considerazione a sé merita il grande numero di segnalazioni che ha sostenuto la candidatura dello staff di collaboratori volontari del Museo della Resistenza di Via Tasso a Roma. Se ne ricava uno spaccato per molti versi sorprendente della rete amplissima e molto variegata di fruitori di quell’istituzione. Tra questi figurano studenti e studiosi di storia contemporanea, ma anche moltissimi visitatori non professionali: persone interessate alla storia del “carcere in casa” creato dai nazisti all’interno di uno spoglio condominio della periferia romana, e soprattutto convinte che i luoghi della memoria civile siano musei nel senso più profondo del termine. In tempi di mostre ridotte a frettolose esposizioni di opere feticcio è un segno consolante.

In testa e in fondo alla lista spiccano le candidature di due figure di primo piano nel panorama intellettuale del nostro paese, Desideria Pasolini Dall’Onda e Paolo Maddalena, presenze delle quali non possiamo che sentirci onorati. Un buon viatico per la prossima edizione.

 

Candidati in ordine cronologico di candidatura

  1. Desideria Pasolini Dall’Onda, fondatrice di Italia Nostra.
  2. Emiliano Balistreri, curatore dell’archivio dell’arch. Egle Renata Trincanato di Venezia.
  3. Fondazione San Domenico Onlus di Fasano (BR) di Marisa Lisi Melpignano, per l’opera di recupero e valorizzazione del sito archeologico e Parco rupestre di Lama d’Antico presso Fasano (Bari).
  4. monsignor Delio Lucarelli, vescovo di Rieti.
  5. sito web Finestre sull’Arte, di Federico Giannini e Ilaria Baratta (autocandidatura).
  6. Francesco Scoppola, architetto, già Direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici dell’Umbria e dell’Abruzzo, attualmente Direttore generale belle arti e paesaggio del Mibact.
  7. Associazione Archeo Color, affidataria del parco archeologico della Villa Romana delle Grotte (Portoferraio-Isola d’Elba).
  8. Amici delle tombe dipinte di Tarquinia, Associazione culturale no-profit.
  9. Giovanni Bazoli, Presidente del Consiglio di Sorveglianza di Intesa Sanpaolo.
  10. Fabio De Chirico, storico dell’arte, Soprintendente ai beni storico artistici dell’Umbria.
  11. Gruppo/Staff di collaboratori e collaboratrici (20) volontari/e del Museo Storico della Liberazione di Via Tasso.
  12. Associazione Liberascienza e Associazione Nazionale Archeologi, per la manifestazione del 3 novembre 2013, organizzata in memoria dell’alluvione che ha colpito il 7 e 8 ottobre il patrimonio archeologico di Metaponto.
  13. Letizia Lodi, funzionaria storica dell’arte, Soprintendenza per i beni artistici e storici di Milano, Direttrice del Museo della Certosa di Pavia.
  14. Candidatura congiunta di Marica Mercalli, già Soprintendente ad interim per i Beni Storici, Artistici, ed Etnoantropologici del Veneto (VE, BL, PD e TV), di Ugo Soragni, già Direttore regionale beni culturali e paesaggistici del Veneto, attualmente Direttore generale musei del Mibact, e dellAssociazione Culturale Borgo Baver onlus per la salvaguardia del vigneto storico di Baver (Treviso).
  15. Rita Paris, funzionaria archeologa, Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma, Direttrice del Museo di Palazzo Massimo.
  16. Anna Lo Bianco, già funzionaria storica dell’arte Mibact, e direttrice della Galleria nazionale di arte antica a Palazzo Barberini a Roma.
  17. Paolo Maddalena, Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale.

 

Pubblichiamo le presentazioni della vincitrice del premio Ranuccio Bianchi Bandinelli e di coloro che hanno ricevuto una segnalazione

 

Desideria Pasolini dall’Onda

di Vittorio Emiliani

Desideria Pasolini dall’Onda merita ogni sorta di nobile premio per quanto ha fatto e concorso a fare in tanti anni di impegno incessante per la cultura della tutela, per la conservazione attiva del paesaggio, con una particolare attenzione a quello agrario, per la preservazione dei centri storici di ogni dimensione dalla barbarie dell’incultura, della speculazione, di una interessata “valorizzazione” in senso mercantile. Una vita spesa instancabilmente per la difesa attiva della Bellezza.

Ma questo premio le viene conferito dall’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli in un momento particolare, quando c’è gran bisogno di riaffermare con fermezza, chiarezza ed energia i principi fondamentali della tutela, quando a Roma si contano le ferite di aggressioni di massa al tessuto storico (anche al di là del danno arrecato alla fontana di piazza di Spagna dai teppisti olandesi) e si tende a fare di questa inarrivabile città una merce, una “infrastruttura turistica” di massa. Quando uno dei pochi piani paesaggistici finalmente elaborati – quello della mirabile e però già offesa Toscana – rischia di venire stravolto e vanificato ancor prima di essere approvato e adottato. Quando le Soprintendenze vengono ulteriormente svilite, i Musei divisi in grandi e meno grandi e i maggiori scissi dal territorio dal quale sono stati, salvo pochissime eccezioni, generati e alimentati.

Desideria Pasolini dell’Onda mi rispose in una intervista: “Se c’è da combattere, io combatto”. E lo ha sempre fatto con un ottimismo vitale ammirevole, senza enfasi eroiche, senza vanaglorie individuali, lavorando in squadra, pronta ad intervenire e a sollecitare interventi, col sorriso sulle labbra. Nonostante l’amarezza delle inevitabili sconfitte compensate peraltro da non poche vittorie.

Desideria ha avuto, certo, la fortuna di crescere in una famiglia dove si praticava l’aristocrazia della politica e della cultura, un nonno ispettore onorario delle Belle Arti, come si diceva allora, una nonna buona fotografa che documentò la Roma in via di sparizione. Ha avuto poi la fortuna di studiare con grandi maestri come Pietro Toesca e ancor più Cesare Brandi – che con le sue lezioni sul restauro letteralmente la folgorò – nel momento in cui l’Italia era stata ridotta dalla guerra una maceria. Grazie all’amicizia con Elena Croce, ha conosciuto bene il padre di lei, Benedetto, autore nel 1922 con Giovanni Rosadi della prima legge sul paesaggio allora riassunto nel concetto di “bellezze naturali”. E’ stata incaricata di tradurre prima Stevenson e poi Virginia Woolf da un poeta che si chiamava Eugenio Montale. Ma quella fortuna se l’è poi meritata, studiando, lavorando, operando, “combattendo” col massimo disinteresse personale, come continua a ripeterci. Come continua a fare.

Poi la grande, straordinaria avventura di Italia Nostra fondata sessant’anni fa da un pugno di intellettuali, fra i quali Desideria, e da loro fatta crescere in tutta Italia con le idee sempre più a fuoco sulla tutela, coi convegni di studio, coi manifesti programmatici su tanti e diversi temi. Di questo percorso eccezionale, ideale, culturale, etico ti dobbiamo ringraziare, cara Desideria. Per una presenza che ancora si sostanzia, senza retorica, anzi, in senso profondamente anti-retorico, di un sorridente, vivido, ostinato ottimismo della volontà. Grazie di tutto, con tutto l’affetto e la riconoscenza di cui siamo capaci.

 

I collaboratori volontari del Museo storico della Liberazione di via Tasso a Roma

di Gemma Luzzi

Desidero ringraziare, a nome di tutte le collaboratrici e i collaboratori volontari del Museo, la Giuria del premio, ma anche tutti coloro che ci hanno segnalato e, se permettete, il professor Antonio Parisella che ha preferito indicare il gruppo come soggetto per il premio. Tra l’altro, a pieno titolo, è anch’egli collaboratore volontario e, quindi, fa parte del gruppo.

Non possiamo negare che ricevere in questa sede autorevole un riconoscimento speciale, con le motivazioni lusinghiere che contiene, ci abbia fatto molto piacere perché è un ulteriore riconoscimento pubblico per il Museo, che completa quello che in questi anni ci è venuto da scuole e visitatori – ormai sempre intorno ai circa 15.000 l’anno – non solo di Roma e non solo d’Italia.

Non mi è facile parlare, come mi è stato chiesto, di noi, perché in realtà non riteniamo che i nostri interventi abbiano i caratteri della eccezionalità, se non mantenere vivo un impegno civile a tutela non solo del Museo e di tutto ciò che via Tasso conserva, ma della memoria di quello che questo luogo ha rappresentato e rappresenta per la storia della nostra città e del nostro paese. Mantenere viva e presente la memoria di persone e avvenimenti è per noi un obiettivo costante, i nostri interventi come guide per studenti e visitatori italiani e stranieri è quello di permettere non solo una conoscenza, ma anche una riflessione costante.

Siamo un gruppo per la maggior parte formato da professori in pensione. Ma tra noi è presente anche Modestino De Angelis, figlio di un martire delle Fosse Ardeatine, che riesce come nessun altro, a catturare l’attenzione unita ad una profonda empatia. Operiamo come volontari, ci occupiamo principalmente degli studenti ai quali – prima della visita – offriamo un intervento storico sul periodo dell’occupazione nazista di Roma e sul Museo, come luogo della memoria, in particolare.

Il gruppo si è formato partendo negli anni ’80 da un piccolo nucleo, intorno ad Elvira Sabbatini Paladini, direttrice e custode della memoria, che ci ha trasmesso la passione, la grazia dei suoi interventi ed un modo di raccontare facendo apparire semplice e normale anche quello che certamente di eccezionale raccontava, catturando non solo l’attenzione ma anche i sentimenti degli studenti.

L’impegno con questi è, per noi, quotidiano 5 giorni alla settimana da ottobre a maggio.

Ma il nostro lavoro non si limita a questo. Molteplici infatti sono le attività. Grazie ad un costante aggiornamento, sia individuale che collettivo una volta al mese, e ad un lavoro di ricerca, abbiamo elaborato e prodotto materiale storiografico, documenti ed immagini da donare alle scuole che sono state in visita, per aiutare insegnanti e studenti a rielaborare e discutere in classe ciò che hanno visto e compreso al Museo. Ancora, continuando nella ricerca, Anna Maria Casavola ha prodotto un libro sulla deportazione dei carabinieri, operata da Kappler il 7 ottobre 1943, Giulia Vagnoni una biografia e una mostra su Romualdo Chiesa, Lalla Di Cerbo ed io stessa una mostra sulle donne nella Resistenza romana, una parte della quale è divenuta l’allestimento permanente di una cella dedicata alle donne recluse a via Tasso, Giuseppe Mogavero è già alla seconda edizione ampliata di un libro che raccoglie epigrafi presenti a Roma, che si riferiscono al periodo dell’occupazione. E’ di prossima uscita il diario della campagna di Russia di Arrigo Paladini – che a Via Tasso fu prigioniero per un mese scampandone per un caso alla pena capitale – corredato da documenti e articoli di memoria sulla sua attività resistenziale a Roma.

Abbiamo avviato rapporti con le biblioteche comunali per raggiungere se possibile non solo gli studenti, ma anche gli adulti. Siamo sempre disponibili a recarci nelle scuole, anche fuori Roma, che ci invitano a parlare agli studenti di Resistenza a Roma e nel Lazio. Abbiamo costituito, ormai da decenni, un archivio storico-didattico in cui conserviamo tutti i lavori che le scuole ci inviano dopo la visita. Per facilitare un rinnovamento del gruppo si sta anche avviando un corso di formazione per giovani che desiderino affiancarci nel lavoro quotidiano di guide.

Per quanto riguarda la cura del patrimonio del Museo, c’è una giovane e bravissima studiosa che, dopo aver elaborato e pubblicato la tesi di dottorato sull’archivio del Museo, riordina e mantiene in vita tutto il materiale già esistente e quello che ormai quasi quotidianamente ci viene affidato,da testimoni e parenti di coloro che hanno vissuto la Resistenza a Roma. Un gruppo di bibliotecarie, sempre volontarie, ha riordinato la vecchia biblioteca storica, che contiene testi preziosi e spesso ormai introvabili, oltre a raccolte di stampa clandestina, manifesti di guerra e volantini e continua ad aggiornare la parte delle nuove accessioni, anche per doni di fondi librari di amici del Museo.

Tutto questo con scarsi mezzi economici che ogni tanto in tempi recenti hanno fatto addirittura ventilare la chiusura.

La nostra forza viene dalla passione e dalla consapevolezza, la consapevolezza che – come scrive il nostro presidente Antonio Parisella – il carcere nazista di via Tasso ha una sua particolarità. In esso militari e civili, ufficiali e subalterni, partigiani di ogni colore politico e protagonisti di lotte armate e non armate, donne e uomini di ogni ceto, hanno rivelato in pieno la loro capacità di essere “eroi di ogni giorno”; a questi, alle loro memorie, testimonianze, storie va il nostro impegno.

 

Associazione culturale Borgo Baver, Marica Mercalli e Ugo Soragni

di Francesco Erbani

Il vigneto di Baver, frazione di Godega Sant’Urbano, provincia di Treviso, è un fazzoletto di terra grande quattordicimila metri quadrati, poco più di un ettaro. È in leggera pendenza. Qui, per la prima volta, una Soprintendenza ha emesso una dichiarazione d’interesse non a tutela di un bene materiale — un quadro, un’architettura, un territorio — ma di uno immateriale: una tecnica di coltivazione, un sapere che i viticultori trasmettono da centinaia di anni. E questa tecnica è inverata in un paesaggio che ha il profilo di un paesaggio rurale storico.

La caratteristica principale del vigneto è che non è impiantato su pali, ma sfila aggrappato ad aceri e gelsi. È la “vite maritata”: una pratica che permetteva alla vite di appoggiarsi a dei tutori viventi (i “mariti”, appunto). La pratica era diffusa nel Centro Italia, ma anche al sud, nell’agro aversano, per esempio, e svolgeva un grande ruolo nella formazione del  paesaggio rurale, come attesta anche Emilio Sereni. Questa pratica è ormai in disuso, almeno dal secondo dopoguerra.

Oltre alla “vite maritata” il vigneto di Baver è caratterizzato da altri elementi. I legacci sono in vimini e non in materiale sintetico. I trattamenti sono esclusivamente a base di rame, calce e zolfo. Niente prodotti chimici. Sono conservate le siepi e le fasce boscate. In mezzo alle viti spuntano alberi da frutto.

I vitigni, poi, sono diversi. Qui, a differenza di molte aree agricole del trevigiano non si produce solo prosecco, un vino che ha battuto ogni primato d’esportazione, ma i cui impianti, assai spesso una monocultura, stanno radicalmente manipolando il paesaggio agrario di quelle colline. Nel vigneto Baver si producono bianchi e rossi: recantina, turchetta, traminer, trebbiano, bianchetta, merlot, tocai, verdicchio…

Il vigneto è diviso in tre parti, ognuna con un sonante toponimo: i più antichi, Zhercol, Talpon, il più recente Talponet. È addossato al centro abitato e il Comune di Godega, a guida leghista, aveva previsto nell’agosto del 2012 di estendere l’edificabilità al nucleo più antico della proprietà. Ne è nata una mobilitazione, sostenuta da Italia Nostra, dal Wwf e dall’Associazione culturale Borgo Baver. È intervenuta la Fondazione Benetton. Favorevole alla trasformazione edilizia era il proprietario del vigneto. Contrario chi il vigneto lo lavorava e lo lavora, Augusto Fabris, una laurea in Storia, maestro elementare e figlio di Andrea, il contadino che prima come mezzadro, poi come affittuario per oltre cinquant’anni aveva ereditato e conservato le tecniche di coltivazione, raccontandole al figlio.

L’Associazione Borgo Baver, per contrastare la minaccia di edificazione, chiese l’intervento della soprintendenza. Che, studiata la sua storia, ha accertato che il vigneto era un raro esempio di viticoltura tipico dell’antica piantata trevigiana, attestata nei documenti (un catasto napoleonico del 1811), nelle fotografie (quelle del linguista-etnografo Paul Scheuermeier) e nelle raffigurazioni pittoriche. “È un museo vivente”, ha spiegato Marica Mercalli, soprintendente storico-artistica ad interim delle province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso, che ha condotto l’istruttoria, “dove si esprimono conoscenze locali e gesti del mestiere, espressione di uno stile di vita che dà sostanza al patrimonio culturale di un territorio”.

La dichiarazione l’ha emessa il direttore regionale dei Beni culturali del Veneto, Ugo Soragni. È un vincolo etnoantropologico. I suoi riferimenti sono il Codice dei beni culturali e una convenzione Unesco. Come ha spiegato Soragni, questa tutela è più forte di quella paesaggistica: “Se un futuro proprietario volesse abbandonare il terreno o modificare le piantagioni, potrebbe intervenire la Guardia forestale e imporre il ripristino”. Le viti ultracentenarie possono morire ed essere ripiantate, ma dovranno per sempre essere “maritate” agli aceri.

 



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