Musei, dietro le nomine nessun progetto culturale

21 agosto, 2015

L’Associazione Bianchi Bandinelli giudica molto grave ed estremamente dannosa per il sistema culturale italiano l’operazione condotta sui musei dal ministro Dario Franceschini.

Per designare i nuovi direttori di venti musei italiani hanno chiaramente prevalso gli aspetti politici, mediatici, di comunicazione, con un meccanismo di selezione per il quale si sono scelti qui un giovane, lì una donna, qua un italiano, là uno straniero, attenti alla nazionalità, all’età, al genere: un sistema fatto per gli slogan, ottimo per i titoli dei telegiornali e che esclude qualunque considerazione di merito. Che idee hanno i prescelti? Quali progetti? Quale relazione di conoscenza e studio con le sedi che andranno a dirigere? Niente di tutto questo è stato spiegato, e del resto non è per quello che sono stati selezionati i vincitori. La loro estraneità al contesto sembra essere stata un titolo di merito. Senza contare la modestia di alcuni dei loro curriculum.

Ma alla base di tutto c’è la riforma del ministero voluta da Franceschini, che riflette la radicale avversione del governo nei confronti della tutela e del “modello italiano”, e che si concretizza nella separazione dei musei dal territorio. Questa scelta va contestata per il suo carattere politico: non perché contraddica una tradizione di idee e studi – cose fatte per essere superate, per evolversi – ma perché è in contrasto con la realtà del patrimonio storico italiano, con la sua consistenza fisica, la sua diffusione. Il modello italiano della tutela, che mette in risalto e ricostruisce il collegamento fra opere e territorio, è nato prendendo atto di questa realtà. Una realtà, un vero e proprio sistema, che invece il governo considera un intralcio, mirando a disarticolarla. Al territorio si provvederà nei modi e nei termini previsti dalla riforma della Pubblica amministrazione, per la quale il ministro Franceschini si è lasciato esautorare senza proferire verbo, così come accaduto per la legge cosiddetta Sblocca Italia.

La vera riforma rivoluzionaria del ministero sarebbe stata una sola: aumento delle risorse finanziarie e del personale. Il ministro ne avrebbe tratto certamente un vero e duraturo giovamento politico e di immagine, se avesse davvero voluto conoscere e capire il dicastero che gli è stato assegnato. Ricordiamo che molte delle innovazioni proposte nel tempo dai musei più famosi nell’ambito della didattica o della gestione delle collezioni sono state ideate proprio da funzionari e direttori di musei italiani: il ministro non sa che abbiamo una tradizione non paragonabile con le esperienze estere. Se da noi tali innovazioni non sono state realizzate, ciò è avvenuto spesso solo per mancanza delle risorse necessarie.

Infatti i neo direttori si troveranno con bilanci disastrati da anni di tagli, con situazioni finanziarie da recuperare (se recuperabili) che comporteranno tempo e fatica. E la tanto sbandierata autonomia è ancora tutta da costruire, anche dal punto di vista strutturale, visto che serviranno uffici e personale amministrativo (per gestire comunque quali risorse?). Per non parlare dei privati, che presumibilmente dovranno prima capire quali programmi finanzieranno e come.

La qualità del personale a tutti i livelli è fondamentale per garantire una gestione efficace dei musei: il problema è l’esistenza di un personale adeguato, soprattutto quello dei ruoli tecnico-scientifici, già da tempo largamente insufficienti e che a breve si ridurranno ulteriormente. Per questi ruoli il governo non ha previsto neanche in prospettiva nuovi ingressi: nel giro di poco tempo i neodirettori dovranno fronteggiare una drastica riduzione del personale e i pensionamenti non saranno compensati.

L’Associazione Bianchi Bandinelli con quest’intervento vuole aprire una discussione con altre associazioni e interlocutori interessati, auspicando fortemente un’azione congiunta per richiedere una gestione appropriata di strutture che sono parti fondamentali del patrimonio nazionale.



2 Risposte a “Musei, dietro le nomine nessun progetto culturale”

  1. Felice Di Maro scrive:

    Ritengo che l’avversione del governo attuale e in particolare del ministro Franceschini nei confronti della tutela reale dei beni culturali nonché del “modello italiano” è in sintonia con le scelte dell’Unione europea che com’è noto è stata realizzata per un governo di pochi su tutto il continente Europa.

    Privatizzare e liberalizzare servizi è una mission per l’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi. Far finta di abbassare le tasse è fumo negli occhi, ma convince ed ecco che i beni culturali entrano nel mercato delle scelte politiche e anche scambi connessi.

    Per la storia dell’Italia i beni culturali sono importanti ma se diventano oggetti come abbiamo anche letto su vari giornali di discriminazione è chiaro che i processi culturali tenderanno verso zero.

    Mostre all’estero e limitazioni delle funzioni di tutele delle soprintendenze è la pratica del ministro Franceschini che sta ben dimostrando che la cultura non lo investe e che passa ben alta sopra la sua testa e in senso ideale s’intende.

    • Arcadio scrive:

      Sembra che siamo tutti, ma proprio tutti buoni a criticare e riempire i nostri post, messaggi, comunicati, lettere, diffide di fronzoli e frasi fatte prese da testi o teorie disfattiste varie, ma poi, prima che il ministero intervenisse qual’è l’impegno di tutti questi che criticano una mossa del Governo? Qual’è l’impegno al di la di quello personale e professionale, qual’è la proposta che avete fatto prima, quali i work shop, quali i progetti e le strategie proposte per veramente cambiare lo stato delle cose?

      Parlare prima che vi siano i risultati mi pare viziare di malafede certi interventi. Mi pare di leggere che tra le proposte si legga una fondamentale con cui nessuno può andare contro del collegamento tra beni culturali e territorio (un esempio del successo di queste antiche strategie sono storie e storie di riuscita come anche la recente gestione del FAI del bosco di San Francesco ben integrata con il territorio e i cittadini, per fare solo un grande esempio) ma poi le proposte si riducono a scadenti :
      la gestione deve rimanere italiana
      deve rimanere degli storici dell’arte
      aumentiamo il personale (con quale denaro prima di tutto e poi con quali efficienze vista la grave inefficienza che caratterizza il nostro paese nel lavoro pubblico)
      Ci vuole cooperazione tra ministero beni culturali e turismo e edilizia e associazioni e cittadini.

      Non vedo nelle risposte date dal ministero fino ad oggi la possibilità di rinascita e riscatto ma sicuramente un modo per iniziare.

      Ma se continuiamo ad attaccare tutti insieme qualcuno non facciamo che annullarci e annichilirci a vicenda seguendo il famoso incipit del “divide et impera” che “tanto funziona bene in Italia”.

      Le proposte precedenti e risposte successive a tale insoddisfazione andrebbero esposte e preparate prima che le azioni vengano implementate, è inutile lamentarsi come facciamo sempre e quasi solo noi di fronte ad un sistema che abbiamo contribuito ad addormentarsi e finire in cancrena come il nostro.

      Il pessimismo va bene solo se è supportato da chiare, sturtturate proposte alternative altrimenti è solo un dimenarsi folle di fronte a qualcuno che finalmente NONOSTANTE TUTTO sta provando a fare pulizia e cambiare qualcosa.

      Con certezza che ci siano alternative migliori e che queste derivino dal lavoro in squadra di persone con diverse visioni, ma che il successo e una rinascita della fenice italiana derivi da passi frutto di semplici idee e valori … spero in proposte vere e mature e non di vedere solo comunicati, iettature, critiche fortissime e pessimismi, necrologi e dissenso non argomentato che non facciano che alimentare la macchina che esse stesse criticano (quella mediatica degli annunci, delle pubblicità, del più mero business).
      Perché arrivare dopo con comunicati “bomba”, attacchi, dissenso è facile farlo dopo quando ad esempio per le nomine ai 20 musei il concorso era stato indetto diversi mesi prima che le nomine fossero fatte…

      Perché allora ci si fa sentire solo quando ormai il dato è stato tratto?
      Se c’è vera passione e voglia di cambiare le cose non ci si lamenta ma si lavora per cambiare le cose e si scava a fondo perché siamo tutti responsabili di ciò che accade non solo “l’altro” non solo “il politico”.

      Credere ancora che sia colpa della politica non è qualcosa di distorto all’ennesima potenza, lo stato la politica, la cultura e l’integrazione siamo noi.