Mibact, una riforma chiamata caos

16 novembre, 2015

Ha avuto un ottimo esito l’incontro organizzato dall’Associazione Bianchi Bandinelli presso l’Archivio di Stato, a Sant’Ivo alla Sapienza, sulla situazione e le prospettive dei beni culturali dopo un anno di riforme. Pubblichiamo la relazione introduttiva di Vittorio Emiliani.

Prima che il governo Renzi mettesse mano, col ministro Dario France-schini, a tutta una serie di “riforme” che investono in pieno il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, si pensava che quel corpo stremato e indebolito dai ripetuti tagli di risorse andasse rivitalizzato con un piano graduale che prevedesse:

1. Una congrua ricostituzione delle risorse per la cultura, divenute infime, e che ci ponevano, secondo l’Istat, al 22° posto, dopo Malta, Cipro e Bulgaria e prima delle sole Grecia e Romania.
2. La riduzione del “testone” centrale di direttori centrali e regionali, con il ripotenziamento delle Soprintendenze e del personale divenuto drammaticamente insufficiente a fronte delle aggressioni portate al paesaggio, a partire da quello tecnico-scientifico, sottoretribuito e me-diamente sui 50-55 anni di età.
3. L’organizzazione sollecita di autentici concorsi di merito coi quali rinsanguare gli ormai anemici quadri tecnico-scientifici e lo stesso personale di custodia del Mibact arricchendolo di nuove competenze e professionalità.
4. Uno status giuridico ed una autonomia funzionale per i musei mag-giori ai quali destinare una parte delle somme oggi lucrate dalla società oligopolistiche di servizi aggiuntivi.
5. Un rapporto coi privati che privilegiasse i mecenati veri e che non avviasse alcuna ambigua privatizzazione delle gestioni museali.

Era una linea, questa, che ancora ricomprendeva la cosiddetta valorizza-zione nella tutela stessa. Due valori scissi dallo sciagurato pasticcio del Titolo V della Costituzione (Bassanini-Fassino), ricuciti a fatica dai ministri Buttiglione e Rutelli. Renzi, e per lui Franceschini, ha invece puntato sulla netta scissione fra valorizzazione e tutela al punto che si parla soltanto della prima e la seconda è praticamente sparita dal lessico ministe-riale e governativo. In perfetta coerenza, del resto, con quanto aveva scrit-to nel suo libro Stil novo Matteo Renzi nel 2011 da sindaco di Firenze: «Sovrintendente (con la V e non con la P) è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia. È una di quelle parole che suonano grigie. Stritola entusiasmo e fantasia sin dalla terza sillaba. Sovrintendente (sic) de che?» «Potere monocratico che non risponde a nessuno». Che «non può essere al centro di un sistema organizzativo dell’800» (Renzi non sa che dal punto di vista programmatico risale addirittura a Raffaello e alla famosa lettera-manifesto inviata nel 1519 a Leone X). Una bellicosa dichiarazione di intenti, più volte ripetuta nel tempo. Una strategia di guerra a competenze e controlli tecnico-scientifici a tutela del patrimonio archeologico, storico-artistico e paesaggistico.

Le leggi Franceschini e Madia col corollario del decreto Sblocca Italia configurano infatti due sistemi distinti: un sistema museale con 20 musei di eccellenza, 17 Poli museali incaricato della valorizzazione del patrimonio, della sua “messa a reddito” (possibilmente) da privilegiare e un sistema territoriale da lasciare in secondo piano con le Soprintendenze archeologiche, Belle arti e paesaggio, archivistiche+archivi e biblioteche, delle quali viene ridisegnata nella maniera più sbrigativa la stessa geogra-fia culturale. Una scelta che travolge quell’idea geniale del “contesto” affermata da Quatremère de Quincy o anche del “palinsesto millenario” in cui tutto si tiene e si lega riaffermata per la legge Galasso da Giulio Carlo Argan.

Al fondo dell’ebbrezza “valorizzatoria” c’è probabilmente l’illusione provinciale che i Musei siano “macchine da soldi” sin qui scioccamente trascurate e lasciate impolverare. Ignorando che lo stesso Grand Louvre con le entrate proprie copre sì e no il 50 per cento dei costi e altrettanto accade al Metropolitan Museum. Ignorando il modello inglese che ha reso gratuiti gli ingressi ai maggiori Musei puntando anche così ad incremen-tare il turismo culturale e riuscendoci.

Scindendo la valorizzazione dalla tutela si è tagliato di netto il rapporto fra Musei e Territorio, una delle acquisizioni più apprezzate della nostra cultura della tutela e della conservazione, un vero “modello italiano”. Ognuno può constatare come oggi, nonostante le quotidiane razioni di lodi alla bellezza italiana, un’altra parola sia uscita dal lessico ministeriale: il paesaggio. Il valido Codice per il Paesaggio ha racimolato a fatica 2 soli Piani paesaggistici, Toscana, fra roventi polemiche, e Puglia, la regione più seminata di grandi pale eoliche.

Del resto gli stessi Parchi Nazionali – formidabile, insperata acquisizione degli anni ’80 e ’90 – sono oggi abbandonati a se stessi (alcuni, come lo Stelvio, già smembrati), affidati ad amministratori e ad interessi locali, a commissari e sub-commissari, senza direttori spesso e con fondi miseri in grado di garantire solo la più stentata sopravvivenza. E non stanno meglio i numerosi Parchi Regionali come ci confermano le notizie recenti del primo di essi, quello del Ticino, minacciato da autostrade insensate e da nuove piste aeroportuali, e dell’Appia Antica dove sulla componente archeologica pende la minaccia continua di essere sacrificata ad altre logiche, anche qui “valorizzatorie”.

Con gli archivi e le biblioteche, tesori culturali strepitosi, siamo lontani dall’idea della turbo-cultura e quindi è logico che siano abbandonati all’inedia e agli sforzi eroici di archivisti e bibliotecari con un 66 per cento dei “funzionari archivisti di Stato” che ha già superato i 60 anni. Siamo all’estinzione fisica.

Il corpo dunque gracile, spossato, invecchiato dei Beni Culturali e Am-bientali (riprendo la mirabile dizione spadoliniana), invece di essere oggetto di cure ricostituenti, è stato squassato da una terapia tanto violenta quanto affrettata, priva di una idea generale, strategica che non fosse la mitica “valorizzazione”. In chiave mediatica e turistico-commerciale. La stessa creazione dei 20 Musei di eccellenza con un concorso internazionale (che però non era un vero concorso), uno solo dei quali affidato ad un funzionario del Mibact, ha forse portato in Italia grandi esperti di mana-gement museale o promosso italiani di autentico spessore specifico? Ne parlerà la relatrice ai musei, ma lasciatemi sottolineare alcune “stranezze” (diciamo così): alla napoleonica Pinacoteca di Brera è stata accorpata anche la teresiana Biblioteca Braidense storicamente antecedente e da sempre autonoma e il nuovo titolare, James Bradburne, si è affrettato a rassicurarci che a lui «piacciono molto anche i libri». La Pinacoteca statale di Palazzo dei Diamanti a Ferrara – assegnata in un primo tempo al Polo museale dell’Emilia-Romagna – è stata in seguito accorpata alla Galleria Estense di Modena (eletta unico Museo di prima categoria nella regione) con una clamorosa e pericolosa confusione culturale e storica fra Estensi di Ferrara (protagonisti del Rinascimento in tutti i campi) ed Estensi di Modena di livello molto più modesto. Forse per assicurare un futuro me-no gramo alla prima fin qui legata a Bologna.

Agli Uffizi, dove tanto si era prodigato in condizioni decisamente difficili Antonio Natali, il suo successore Eike Schmidt, un esperto di scultura, arti applicate e tessili (del Minnesota), ha enunciato due linee strategiche: accrescere le aree museali da affittare per eventi commerciali e «abbattere le code e le attese troppo lunghe». Come? Gonfiando gli spazi degli Uffizi? Dilatando gli orari di apertura o restringendo quelli di sosta in Galleria?

A Paestum è andato un giovane tecnico svizzero il quale per primo dichia-ra di non avere alcuna esperienza gestionale. A Taranto, Museo mirabile della Magna Grecia, una archeologa del Medio Evo. A Napoli, straordinario Museo della classicità greco-romana, un etruscologo dalla bibliografia disarmante per pochezza, e a Caserta, la “Versailles italiana”, un laureato in marketing con due pubblicazioni sui cimiteri monumentali. Come non avvertire un qualche profumo di antiche spartizioni “politiche”? Tutti messi a capo di strutture con pochi custodi demotivati e con ancor meno tecnici. Per cui il Mibact nei giorni scorsi avrebbe avuto l’idea geniale di allestire – “alla chetichella” secondo il coordinatore toscano del sindacato Confsal Unsa Learco Nencetti – un helpdesk, una sorta di Telefono Amico “esclusivo” che soccorrerà i supermanager in tutte le materie strategiche: bilancio, personale, spesa, valorizzazione e tutela, prestiti per mostre, sponsorizzazioni e erogazioni liberali ecc. ecc. Qualcuno si chiede: ma sono davvero supermanager esperti della materia?

In realtà questi 20 superdirettori retribuiti con 145.000 euro lordi all’an-no contro i circa 35.000 lordi dei loro predecessori agli Uffizi, a Caserta o a Brera – come del resto le decine di direttori (assai meno remunerati) andati ai musei non autonomi e ai Poli museali – si devono essere accorti che la cura radicale cui è stato sottoposto il vecchio nobile malnutrito, debilitato destriero dei Beni culturali lo sfianca e confonde.

Essa prevede che le Soprintendenze, le quali spesso gestivano direttamente Musei e Pinacoteche, si tengano le loro sedi e, quando possono, il loro personale tecnico-amministrativo, i loro, per quanto antiquati computer, i loro archivi, inclusi quelli fotografici, ecc. E ai Musei cosa va? Maggiori fondi, ma quando? C’è stato inoltre un certo travaso di tecnici, per esempio di storici dell’arte (già rari), ai musei, magari archeologici, per cui nella Soprintendenza accorpata Belle Arti e Paesaggio sono rimasti soltanto architetti (pochi pure loro). È successo che a una importante So-printendenza sia stata chiesta l’expertise su una certa pala d’altare e che nessuno fosse in grado di esaudire la richiesta. Da tempo in certe Soprintendenze, per carenza di personale, lo stesso Ufficio all’Esportazione ha funzionato a scartamento ridotto o rimane chiuso per giorni fra le proteste degli spedizionieri. Figuriamoci ora. Intanto i direttori dei Poli museali dovrebbero correre come disperati per la regione con stipendi insuffi-cienti e senza i rimborsi (almeno teorici) per le trasferte previsti fino a che erano nei ranghi della Soprintendenza. E va malissimo anche a quei funzionari divenuti direttori di musei o siti diversi in città o cittadine differenti. Stipendio medio: 1.650 euro al mese.

 

Ancor più problemi pone ovviamente nella gestione dei musei archeologici la scissione fra museo e territorio che in questo caso è l’area di scavo con cui sono stati sin qui, logicamente, un tutt’uno. Guai molto pesanti provoca la separazione dei musei, parlo ovviamente di quelli archeologici, dalla Soprintendenza. Infatti musei nazionali, a parte quelli di tradizione ottocentesca che hanno raccolto vecchie collezioni, come quelle borboniche, nella prevalenza dei casi sono strettamente legati al territorio, sono di formazione recente ed hanno saputo coniugare e promuovere tutela, conoscenza, promozione costituendo veri presidi permanenti sul territorio. La riforma Franceschini però altera o sconvolge gli equilibri di questo rapporto virtuoso e condanna alla impotenza le Soprintendenze e alla staticità i musei archeologici privandoli dell’apporto continuo di nuovi restauri e nuovi scavi. La separazione tra magazzini e musei, tra nuove acquisizioni di materiali provenienti dalla ricerca e nuovi progetti espositivi, causerà problemi a non finire.

Al vertice del Ministero evidentemente ignorano che l’intensa attività di tutela degli ultimi decenni per fronteggiare l’espansione edilizia speculativa, opere pubbliche fortemente invasive e distruttive ha determinato l’accumulo di quantità impressionanti di materiali di grande interesse, ma tuttora da schedare, da conoscere. I rischi sono facilmente intuibili, aggravati dall’ormai vicino pensionamento di molti validi funzionari tec-nici, privati di riconoscimenti e impossibilitati a trasferire ad altri le loro conoscenze. Archivi umani che saranno persi a breve. Il personale al momento appare disorientato, stanco, spaventato, spesso anche con l’ango-scia di possibili trasferimenti paventati volutamente dalle strumentali propagande di alcuni gruppi interni.

In Calabria, musei prestigiosi e lontani come Sibari con relativo parco archeologico e Vibo Valentia con il parco di Ipponion verrebbero assegnati in modo analogo allo stesso funzionario. In Puglia il medesimo funzionario dovrebbe curare l’importante museo di Manfredonia nel Foggiano, noto per le sue stele daune e per le presenze pre-protostoriche, e contemporaneamente l’altro importante museo di Gioia del Colle posto all’interno del castello federiciano e con annesso parco archeologico. Nel Lazio sono state sospese le nomine dei direttori di musei archeologici importanti come Palestrina e Civitavecchia. Ci si rende conto al Collegio Romano che il sistema non funziona? Non ci voleva molto a capirlo.

Per ora si divide il poco personale smarrito, stanco e sfiduciato tra uffici del polo e direzione della Soprintendenza archeologia. I magazzini-deposito perdono i punti di riferimento conoscitivo. Le risorse finanziarie già ridotte, prima condivise, devono essere ripartite tra gli uffici. Gli archivi storici delle Soprintendenze, come quelli fotografici e documentari, sono contesi tra i dirigenti e rischiano una pericolosa frammentazione che somiglia e si avvicina molto alla loro distruzione. Il personale tecnico-amministrativo, ormai anziano, frustrato da anni di politiche che sovente hanno mortificato il merito e premiato le clientele, rischia l’implosione. E di conseguenza, tutto il sistema della tutela pazientemente costruito negli anni, sostenuto dalla passione e dalla generosa attenzione di tanti funzionari, si appresta a scomparire.

Contemporaneamente, le numerose Università italiane che hanno pro-dotto laureati in Lettere Classiche o Beni Culturali vedono con grande mortificazione la fuga all’estero dei loro prodotti migliori o, in alternativa, la loro utilizzazione in lavori che non richiedono necessariamente un percorso di studi universitari. Le nuove piante organiche non sembrano destinate a risolvere il problema neanche in prospettiva, visto che le dota-zioni delle Soprintendenze restano enormemente al di sotto delle neces-sità effettive e a poco potrà valere, sempre se verrà messo in pratica, l’an-nunciato concorso per 500 posti per funzionari tecnici. Esso probabilmente coprirà a malapena i pensionamenti. Mentre i 150 milioni in più promessi per il 2016 con la legge di stabilità riportano, sì e no, il bilancio del Mibact ai livelli già depressi del 2008-2009 recuperando un po’ di più dell’inflazione. Comunque denari benvenuti dopo anni di tagli (sempre che la legge di stabilità regga sino alla fine).

Ma veniamo al territorio, al paesaggio. La riforma, pur sollevando le So-printendenze dalla gestione dei siti museali e monumentali assegnati ai poli regionali, prevede il raddoppio delle competenze su tutti i territori (tutela architettonica e paesaggistica + storico artistica e etnoantropologica). In alcuni casi particolari tale raddoppio è ulteriormente aggravato dalla ridefinizione territoriale: in Calabria sono stati accorpati i territori, quindi il carico di lavoro nel settore della tutela tende a quadruplicarsi, mentre la nuova Soprintendenza unica dell’Aquila, pur relativa ad un territorio limitato, assomma anche le competenze della tutela archeologica e quelle di stazione appaltante della ricostruzione post-sisma, in un ambito territoriale in cui si concentrano criticità e complessità enormi, che ad oggi vengono gestite con pochissime unità di personale tecnico (ad oggi solo 8 architetti, 2 storici dell’arte e 2 archeologi di altro istituto in collabora-zione temporanea in attesa dei nuovi organici).

Il potere salvifico della (pur doverosa) informatizzazione e modernizzazione degli uffici con la costituzione di sistemi di banche dati non basterà, laddove si stanno perdendo competenze, esperienze e saperi specifici per i quali non viene previsto un ricambio né tantomeno un adeguato percorso di affiancamento tra nuovi assunti e funzionari anziani.

Ma quale sarà l’impatto che deriverà – sugli uffici così indeboliti e, ovvia-mente, sull’intero sistema della tutela sul territorio – dalla progressiva attuazione delle novità normative introdotte dal governo negli ultimi 18 mesi in ordine alle grandi opere e all’edilizia residenziale e non residenziale?

Primo: è stata anzitutto concessa alle amministrazioni la possibilità di richiedere il riesame di tutti i pareri rilasciati, attraverso l’operato delle commissioni regionali (introdotto dal decreto art bonus e definitivamente reso operativo dalla riforma Mibact di cui al DPCM 171/2014 e successivi decreti attuativi.

Secondo: le disposizioni contenute nella legge Madia, in gran parte rinviate a decreti successivi sono immediatamente operative per quanto riguarda il famigerato silenzio/assenso che il governo Renzi ha esteso per la prima volta (dopo anni in cui la sinistra si opponeva fieramente e con successo ad analoghi tentativi da parte dei governi di centro destra) alla materia dei beni culturali e del paesaggio.

Terzo: le modifiche delle norme sul funzionamento della conferenza dei servizi, già introdotte col decreto Sblocca Italia per alcune categorie di interventi e rese permanenti ed estese con la legge Madia. In tal modo si istituisce una sorta di livello superiore decisionale quando permangano diversità di vedute nei pareri degli enti preposti alla tutela e delle amministrazioni locali. Esaminiamoli nel dettaglio.

Ecco che allora la commissione regionale, composta dai dirigenti Mibact della regione, può ricevere la richiesta di pubbliche amministrazioni di riesaminare qualunque parere o atto emanato dalle Soprintendenze entro 3 giorni dal ricevimento. La commissione deve esprimersi entro 10 giorni. Considerando che la riforma attribuisce alla commissione gran parte dei compiti che prima spettavano al direttore regionale (conclusione dei procedimenti) e che per questo la commissione deve naturalmente prevedere riunioni molto frequenti, è evidente che gli obblighi connessi al riesame dei pareri richiederebbero convocazioni ravvicinatissime, con carico di lavoro soprattutto per i dirigenti che operano in città diverse (e costi di missioni). Quindi: un ufficio lavora per settimane o mesi per produrre un parere o un atto (p.es. un vincolo), il Soprintendente lo firma e lo inoltra alla commissione per l’emanazione del provvedimento finale, la commissione si riunisce, lo approva ed emana il decreto, il comune lo riceve e entro tre giorni chiede il riesame, la commissione deve nuovamente riunirsi entro dieci giorni per valutare la richiesta e confermare o sconfessare se stessa ed emanare di nuovo l’atto (uguale o modificato). Tutto ciò moltiplicato per tutti in pareri o atti che possono risultare in contrasto con le volontà delle amministrazioni locali.

Il silenzio assenso della legge Madia, operativo dallo scorso mese di ago-sto, si riferisce ai soli pareri “endoprocedimentali”, cioè quelli in cui gli uffici Mibact sono chiamati ad esprimersi nell’ambito di procedure tutte in capo alle amministrazioni locali. Salvo pochi casi (cartelli pubblicitari o occupazioni di suolo pubblico nei centri storici) esse riguardano essen-zialmente la tutela paesaggistica e comprendono (attenzione!) tutte le procedure che pervengono ai Comuni da parte dei privati e che i Comuni trasmettono alle Soprintendenze per il nulla osta. Quindi si tratta di un silenzio/assenso che non mira, come si è detto, a semplificare e velocizzare i rapporti tra amministrazioni, ma di fatto apre un percorso preferenziale agli interessi dei privati. Non basta. Infatti le autorizzazioni paesaggistiche “ordinarie” – quelle dei cittadini che correttamente presentano i progetti e chiedono il previsto nulla osta prima di costruire – già godono di una forma di silenzio/assenso, addirittura più “conveniente”, visto che il codice prevede che se la Soprintendenza non si esprime, già al 60° giorno il Comune può procedere autonomamente.

V’è di più e di peggio. La nuova norma risulterebbe avvantaggiare realmente, con un automatismo difficile da controllare, soltanto coloro che devono/vogliono regolarizzare una illegittimità che prima d’ora poteva essere sanata unicamente con un espresso parere positivo della Soprintendenza. Nessuna abdicazione alla tutela, è stato detto, ma solo la previsione che la tutela venga esercitata in tempi certi e rapidi, ma perché ciò vie-ne introdotto proprio per i reati edilizi? E quale rapidità si può ragione-volmente invocare da uffici ridotti ai minimi termini, sepolti sotto montagne di pratiche molto complesse che richiedono ricerche e sopralluoghi, normalmente 5-10 pratiche a testa per giorno lavorativo, addirittura 79 pratiche al giorno (parola dell’ex direttore generale Roberto Cecchi) alla Soprintendenza di Milano?

Le norme della legge Madia prevedono infine un “estremo appello” se tut-ti gli espedienti dei punti precedenti dovessero fallire e/o trovare una So-printendenza “pronta ed efficiente” e una commissione compatta del difendere i pareri espressi: è il passaggio che prevede, in caso di mancato accordo tra amministrazioni statali, l’intervento del Presidente del Consiglio – su deliberazione del Consiglio dei Ministri – nel definire le modifiche al provvedimento.

Infine, le nuove norme in materia di conferenza dei servizi prevedono la partecipazione di una sola figura in rappresentanza di tutti gli uffici statali. E’ ovvio che tale unificazione in un solo rappresentante riduce ad uno anche il peso di un eventuale voto nella conferenza dei servizi.

Qui emerge una evidente anticipazione del previsto progetto (riforma Madia della P.A.) di unificare sotto le Prefetture tutti gli uffici delle amministrazione statali sul territorio, a partire dalle Soprintendenze. Una proposta storicamente e culturalmente scandalosa, una regressione complessiva mai vista a ben prima delle leggi della Repubblica (articolo 9) e seguenti, a ben prima delle stesse leggi bottaiane del 1939, per non parla-re di quelle giolittiane. Le Soprintendenze come Sottoprefetture alla antica e autoritaria maniera sabauda. E pensare che la rete delle nostra tutela era ammirata e “copiata” da altre importanti Nazioni.

Dunque, le disposizioni della legge Madia, presentate come norme mo-derne volte a perseguire obiettivi di semplificazione e velocizzazione delle procedure amministrative per garantire «il diritto dei cittadini ad avere risposte certe nei tempi previsti dalla legge» e «costringere le amministrazioni a prendersi la responsabilità delle proprie decisioni», in realtà per quanto attiene al campo dei beni culturali e paesaggistici finiscono per agevolare quegli interventi realizzati (più da soggetti privati che da amministrazioni pubbliche) in aree tutelate in assenza o difformità dall’autorizzazione paesaggistica. Situazioni di illegittimità che a volte finora non sarebbero neanche sanabili per legge.

Allarme “rosso”. Si pensi che fra 1996 e 2005, cioè prima dell’ultima lunga recessione, i Comuni hanno autorizzato bel 3,2 miliardi di metri cubi di nuova edilizia, con consumi pazzeschi di suoli e di paesaggi. Continuiamo infatti a “mangiarci” 8 mq di suoli liberi al secondo, cioè un’area grande come quella di Napoli in solo cinque mesi. Siamo esattamente al triplo del consumo medio di suolo in Europa: 6,8 per cento contro 2,3 per cento.

Ma un sia pur sintetico passaggio deve essere dedicato al capitolo da anni doloroso del personale del Ministero che in certe inchieste giornalistiche dilettantesche viene in partenza considerato “pletorico”. Esso in realtà deve tutelare, conservare, custodire, gestire direttamente o avere sotto controllo indirettamente circa 2 mila aree e siti archeologici (dei quali 740 statali), 95 mila fra chiese e cappelle di cui 85.000 vincolate e circa 2500 “nazionalizzate”, a Roma SS Apostoli, Sant’Ignazio, il Gesù, il Caravita, Sant’Andrea al Quirinale, Chiesa Nuova, Santa Sabina e tante altre (e nel Sud le chiese sono i veri musei di pittura e scultura), più di 70 antiche sinagoghe, oltre 4 mila musei dei quali 700 statali, 1500 civici e 700 ecclesiastici, 40 mila fra torri e castelli, migliaia di archivi, pubblici e privati (25mila parrocchiali e altri 3 mila fra diocesani, seminariali, capitolari, di congregazioni) e di biblioteche antiche, oltre 20 mila centri storici dei quali almeno mille straordinari, circa 141 mila Kmq di territorio vincolato in forza delle leggi Bottai e Galasso (il 47 per cento del territorio e del paesaggio italiani) e via elencando.

Nel 2010 i dipendenti del Mibact erano 21.242. Alla fine del 2011 se ne contavano 19.545 con un calo generalizzato di 1.697 unità (- 8 per cento) fra esodi e pensionamenti non ricoperti. Alla fine del 2014 il numero dei dipendenti dal Mibact è sceso ancora: esattamente a 18.209 (- 1.636 unità – 8,3 per cento). Nel quadriennio in esame i dipendenti si sono ridotti di 3.033 unità con una calo percentuale del 14,3 per cento. Neppure dove gli introiti sono da primato come al Colosseo dove si incassa un terzo di tutte le entrate dei Musei statali: dalle ingenerose polemiche contro i custodi è emerso che gli stessi sono 27 a pieno organico per un pubblico ordinario sulle 10-12.000 unità che diventano anche 25-30.000 nelle tanto vantate domeniche gratuite. Con lo sconvolgimento portato dalle “riforme” renziane le forze in campo per la tutela si riducono ancor più. Comunque già prima di esse avevamo 487 architetti in tutta Italia per vigilare sul territorio vincolato che si è appena detto, cioè un architetto ogni 290 Kmq. Nei nostri archivi statali c’erano 2.761 addetti di cui 365 archivisti di Stato-direttori. Il solo Royal Archive di Londra può contare su 90 archivisti e su un personale complessivo di 530 unità.

Nel 2000 il bilancio consuntivo del Mibac registrava risorse pari allo 0,39 per cento del bilancio dello Stato. Nel 2013 le risorse costituivano lo 0,19 per cento, con un pratico, disastroso dimezzamento delle risorse in tredici anni. Cali continuati inesorabilmente. Per il prossimo esercizio, in extremis, il governo ha annunciato una prima inversione di tendenza. Ma la legge di stabilità procede in modo così poco lineare che bisognerà attendere per prudenza la conclusione del suo iter parlamentare e la sua pratica attua-zione. Tuttavia è prevedibile che i milioni di euro previsti in più rispetto agli ultimi esercizi vengano dirottati sulla valorizzazione e quindi soprattutto sui Musei di eccellenza a discapito della tutela e dei piccoli e medi musei. Per il progetto – tipico della cultura-spettacolo o turbo-cultura – del ripristino dell’Arena Colosseo voluto con grande energia dal ministro – si prevedono (senza contare, temo, le spese indispensabili per regimare le acque del sottosuolo, impetuose, anzi irrefrenabili con le grandi piogge) ben 18 milioni di euro coi quali si potrebbero, ad esempio, acquisire e re-staurare tanti siti e monumenti oggi non curati della mirabile Appia Antica ancora privata al 90 e più per cento.

Potevano e dovevano dunque razionalizzare, modernizzare, potenziare il Ministero e le sue articolazioni territoriali a beneficio di tutti, del Belpaese. Hanno invece sconvolto l’esistente, già debole e povero di mezzi e di tecnologie, introducendo non il nuovo, ma il caos. Da anni ci aspettiamo il peggio, fin dalla Giornata di protesta nazionale che organizzammo – Bianchi Bandinelli, Assotecnici e Comitato per la Bellezza – con l’indimenticabile Beppe Chiarante esattamente dieci anni fa, l’11 novembre 2005 in pieno berlusconismo. Ma non pensavamo che sarebbe sopraggiunta questa slavina a sconvolgere tutto. Con tutto ciò, continueremo instancabil-mente a denunciare guasti e a proporre ragionevoli soluzioni, come ci hanno insegnato a fare i nostri maestri e fratelli maggiori.

LE TABELLE

Incidenza spesa per Mibact sul bilancio dello Stato
(in percentuale)

2000: 0,39 %
2003: 0,32
2006: 0,29
2009: 0,23
2011: 0,19
2013: 0,20

Fonte ISTAT. Nella quota è ricompresa la spesa per lo spettacolo dal vivo.
Mibact personale dipendente al dicembre 2011
Var. % sul 2010

Personale dirigenziale 176 – 5
Personale tecnico-scient. 6.181 – 6
Personale amministrativo 4.207 – 4
Vigilanza e accoglienza 7.976 – 4
Personale ausiliario 1006 – 4
Totale 19.545 – 4
Variazione sul 2010 – 686 – 4,0 %

Fonte Mibact
Mibact personale dipendente al dicembre 2014
Personale dirigenziale

I Fascia 18
II Fascia 151
Totale 169
Personale non dirigenziale
III Fascia 4.853
II Fascia 12.261
I Fascia 926
Totale 8.040
Totale generale 18.209
variazione sul 2010 – 336 – 1,8 %

Fonte Assotecnici

Variazione personale Mibact 2010-2014
– 3.033 unità – 14,3 %
 

 

 

 



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