Il trionfo del silenzio-assenso. Dove porta il secondo tempo della riforma Franceschini

20 gennaio, 2016

di Pier Giovanni Guzzo

La riforma dell’organizzazione del Ministero per i Beni Culturali in questi giorni è avanzata di un passo, avvicinandosi sempre di più al traguardo di una struttura esclusivamente burocratica. L’accorpamento delle tre tradizionali branche della tutela in un unico ufficio periferico, ed in un’unica Direzione Generale centrale, altro non è che l’avvenuta supremazia della forma sulla sostanza. A nessuno si può chiedere di essere esperto in più discipline diverse fra loro; e, di conseguenza, il responsabile dei nuovi uffici tricorpore dovrà fidarsi di quanto gli viene sottoposto oppure fare di testa sua. Nel primo caso si addossa responsabilità che non potrà valutare; nel secondo correrà il rischio di aberranti azioni. È prevedibile, quindi, che regnerà un plumbeo “silenzio assenso” su tutto: così che sarà possibile avere mano libera nella trasformazione del territorio senza tener più conto di limitazioni e vincoli, come molti, a cominciare da alti livelli istituzionali, desiderano.
Anche le nuove circoscrizioni territoriali rispondono a una logica esclusivamente amministrativa, esemplate come sono su quelle proprie di altri rami della Pubblica Amministrazione. E non, invece, su quelle che Giuseppe Fiorelli aveva impostato nel 1870, ricalcando i limiti delle Regiones augustee: almeno per il patrimonio archeologico, l’ufficio di tutela corrispondeva così all’intero di una realtà antica. Ma il disinteresse verso la geografia culturale e la storia del nostro Paese, complessa e stratificata come lo è stata la successione delle produzioni culturali, ha superato in basso i peraltro già profondi abissi nei quali si era sprofondato nei decenni precedenti.

 

In diretta prosecuzione di quanto già perpetrato, assistiamo a nuove e più numerose separazioni tra musei e territorio. Una pervicacia del genere appare essere la negazione più sonora ed evidente della tendenza “olistica”. A questa si è pagato pegno con l’unificazione delle attività di tutela territoriale (ma occorrerà attendere qualche tempo per valutare i risultati della nuova gestione), contemporaneamente però ne vediamo una clamorosa smentita. Infatti la separazione, rinnovata e ampliata, tra musei e territorio vanifica questa tendenza “olistica”: in quanto saranno uffici diversi tra loro (e quindi individui diversi, anche per formazione ed esperienza professionale) a gestire la tutela e i musei. Così che il frutto della prima, importante per la sua positiva funzione culturale in potenza, non è assicurato passi in maniera fedele nei secondi. Nei mesi appena trascorsi, si è visto il succedersi di baruffe sulla titolarità dei materiali: baruffe che, si può facilmente prevedere, continueranno. Con grave danno della conoscenza, e quindi della predisposizione di materiali utili alla formazione culturale.

 

L’obiettivo prioritario dei musei continua a consistere, piuttosto, nell’aumento senza fine del numero dei visitatori, a qualsiasi costo. Questa esigenza, puramente formale, unita all’autonomia finanziaria (cioè: alla necessità di procacciarsi il denaro per continuare ad esistere ed essere attivi), non assicura affatto circa la bontà metodologica della comunicazione e della formazione che i musei assicureranno ai cittadini. Tanto più che si insiste solo sulla “valorizzazione”.

 

Accanto alla sempre più accentuata discesa della formazione universitaria, questa ennesima riforma dell’organizzazione del Ministero per i Beni Culturali fa chiaramente intendere quale tipo di cittadino si desidera avere: di certo, non informato, ma pronto a sbalordirsi per ogni nuova “valorizzazione” che gli si offra.



7 Risposte a “Il trionfo del silenzio-assenso. Dove porta il secondo tempo della riforma Franceschini”

  1. […] Eravamo stati ottimisti a celebrare il funerale del MiBACT quest’estate: pensavamo non si potesse proprio fare di peggio. Ma con i vertici di questo Ministero non ci si annoia davvero mai. Da qualche giorno, infatti, impazza il dibattito attorno alla bozza di decreto dove si propone un’ulteriore riorganizzazione della struttura centrale e periferica del Ministero. La vittima sacrificale, in linea con il motto renziano «Soprintendente è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia», sarebbe dunque la Soprintendenza, l’organo preposto alla tutela del patrimonio. Questa nuova riforma, infatti, prevederebbe la convergenza di tutte le branche della tutela in Soprintendenze uniche, con le Soprintendenze archeologiche che verrebbero inglobate nel nuovo organo periferico del Ministero. Così, sotto la bandiera della semplificazione burocratica, si correrebbe il rischio di rendere questi organi pura e semplice burocrazia, riducendoli a una funzione quasi totalmente amministrativa. Come fa notare, con la consueta puntualità, l’Associazione Bianchi Bandinelli: […]

  2. claudio salone scrive:

    Gentile Professore Guzzo,
    rispondo al suo interessante intervento da semplice cittadino informato dei fatti e sensibile alla questione del governo dei Beni Culturali.
    Le sue sono osservazioni che mi sento di condividere laddove sottolineano i rischi della nuova articolazione amministrativa voluta dal ministro Franceschini. Sono invece meno diffidente sull’impianto delle sovrintendenze uniche che, in linea di principio, trovo coerenti con un disegno di riforma della PA che viene da lontano, dalla cosiddetta “Legge Bassanini”, che parlava di autonomia, di sveltimento e modernizzazione (non di abolizione!) degli apparati burocratici.
    Ho fatto il preside di liceo per vent’anni. Quando vinsi il concorso, i presidi non erano ancora dirigenti e io, in quanto insegnante di greco e di latino, potevo essere messo a capo solo di un liceo o di un istituto magistrale. La logica era quella tradizionale di coniugare competenze disciplinari e competenze amministrative, queste ultime, peraltro, di carattere sostanzialmente trasmissivo e applicativo di norme.
    Con l’avvento dell’autonomia e la trasformazione da preside a dirigente, l’accento si spostò sulle competenze gestionali e organizzative (anche ai presidi si chiede ormai di “valorizzare” le proprie scuole, promuovendo iniziative ed eventi “spettacolari” capaci di far accrescere il numero di iscrizioni), tant’è che persone come me e con la mia formazione possono dirigere anche istituti professionali e – addirittura – scuole elementari.
    Se accettiamo il fatto che un dirigente non debba necessariamente essere, in quanto tale, uno studioso, un ricercatore in specifici ambiti disciplinari, ma una persona esperta e formata che, a partire da un suo consistente e accertato bagaglio culturale, sa gestire, organizzare e integrare le risorse dell’istituzione che gli viene affidata (ma, soprattutto, sa ascoltare e sa delegare, funzione questa di primaria importanza per chiunque voglia dirigere), le sovrintendenze uniche territoriali possono arrecare indubbi vantaggi in termini di efficacia, efficienza ed economicità, anche nella tutela dei beni culturali, in una visione olistica e sinergica che ha sicuramente il vantaggio di sveltire le procedure e di non parcellizzare gli interventi.
    Stiamo andando in questa direzione? Il precedente della scuola non depone a favore, visto che, ad esempio, al di là delle recenti fumisterie propagandistiche, l’autonomia non si è mai realizzata se non marginalmente e per spot. Se anche le sovrintendenze uniche seguiranno la medesima strada, le ragioni di sospetto e di timore che lei così bene esprime torneranno ad essere ahinoi sacrosante.
    Gli elementi di pessimismo ci sono tutti: abbiamo un governo della narrazione, della comunicazione ‘à tout prix’, culturalmente assai poco consistente in molte delle sue componenti (credo che l’attuale sia quello con la più alta presenza di non laureati: Faraone, Orlando, Lorenzin, Poletti, Nencini e altri ancora). Senza contare il pastrocchio del rapporto tra musei e soprintendenze, di cui lei giustamente sottolinea la pericolosità – e su cui necessariamente bisognerà rimetter mano – nonché il capestro del silenzio-assenso così come appare configurato. In particolare mi preoccupano le acque ancora torbide della “confluenza in un unico ufficio territoriale di tutti gli uffici periferici delle amministrazioni civili dello Stato”, che potrebbe preludere, come in fondo è anche nello spirito della “Buona Scuola” renziana, a un più diretto controllo dell’esecutivo sui dirigenti territoriali.
    La sovrintendenza unica funzionerà solo se sarà dotata di un’autentica autonomia e quindi di risorse e di responsabilità sue proprie. Se invece, come sembrerebbe, sarà soggetta alla logica centralistica delle prefetture, che sono uffici periferici dell’amministrazione centrale, le conseguenze che ne discenderanno potranno essere gravi e a tutt’oggi imprevedibili.

    • Pier Giovanni Guzzo scrive:

      La questione della Soprintendenza unica è complessa: ma la Sua stessa lettere contiene elementi, di esperienza e non teorici, critici. Non in sè, ma in quanto l’applicazione che se ne è fatta non è stata corretta. L’autonomia, in quanto tale, è vista come il fumo negli occhi dai ministeri romani: ne ho esperienza per quanto riguarda la soprintendenza autonoma di Pompei. Pertanto, battersi contro la soprintendenza unica significa non voler perdere tempo e non voler assistere ad un ulteriore fallimento.

  3. Marta Ciafaloni scrive:

    Aggiungo per esperienza personale che, laddove non ci sono state baruffe nella divisione ( esiste anche il buon senso, l’atteggiamento civile tra funzionari e tra dirigenti ) è certamente aumentata la burocrazia. Ora, nel caso di pronto intervento per problemi strutturali in un edificio che contiene opere d’arte, il ricovero temporaneo nel laboratorio di restauro di un museo non è più immediato, ma necessita di un consenso del direttore del polo Museali di riferimento. Anche qui, applicando il buon senso, si è stipulata una convenzione tra Soprintendenza e polo Museali, per far fronte ai casi urgenti e non. Atto burocratico aggiuntivo….necessario, una volta superfluo.

    • Pier Giovanni Guzzo scrive:

      Vedo che ognuno, pur troppo, aggiunge un tocco di peggioramento
      Pier Giovanni Guzzo

  4. Anna Maria Conti scrive:

    Sottoscrivo parola per parola! Il Ministro non conosce la materia e i relativi problemi: chi lo sta consigliando in quest’azione di demolizione della “cura del territorio”, quello che cercano di fare, malgrado tutto, i funzionari delle Soprintendenze?
    Bisogna assolutamente passare ad uscite pubbliche e condivise da Soprintendenze, Università, Musei, e da tutti i cittadini (addetti o non addetti ai lavori) preoccupati per il futuro del nostro massimo Bene Comune: il Territorio.
    Anna Maria Conti