Concorsi, banalità in tempi stretti

24 agosto, 2016

di Lucinia Speciale

La bonaccia di mezza estate è il momento ideale per discettare di Beni Culturali: i numeri da record dei Musei aperti a Ferragosto, nel 2014 i Bronzi all’Expo, un anno fa la riffa dei superdirettori, dei cui risultati aspettiamo con ansia un bilancio vero, non un comunicato stampa.

Si è parlato relativamente poco di due eventi che hanno molto a che fare con il presente e il futuro del patrimonio culturale in questo paese: il concorso per docenti della scuola superiore e quello di 500 posti per funzionari, che dovrebbe contrastarne la rapida estinzione per raggiunti limiti d’età.

È vero che buona parte della classe dirigente di questo paese detesta non solo i soprintendenti ma proprio la storia dell’arte. A giudicare da come sono state condotte, il combinato disposto delle due importanti selezioni in corso d’opera a scuola e nel MiBACT rischia di azzerarne la conoscenza nelle prossime generazioni.

Per ragioni di bilancio, la Buona Scuola non ha recuperato neppure un quarto delle centinaia di posti di ruolo per insegnanti di storia dell’arte cancellati dalla “riforma Gelmini”. Non l’ha reintrodotta neppure nelle scuole dove sarebbe stata indispensabile, come gli istituti alberghieri o quelli per la moda, con buona pace del rilancio del Made in Italy – “inteso nella sua accezione più ampia” – che doveva rilanciare l’economia.

Il concorsone prevede solo 81 posti sull’intero territorio nazionale:  81 a fronte di circa 900 aspiranti, equamente distribuiti per aree geografiche. Uno dei concorrenti mi ha fatto avere i materiali della prova scritta che ha falcidiato i nuovi insegnanti. 8 quesiti, due dei quali in lingua straniera. Fatta salva la scelta, piuttosto opinabile, dei temi, risulta sconcertante l’impostazione della prova. Sei diversi argomenti, per ciascuno dei quali si dovevano individuare, con altrettante distinte trattazioni, le caratteristiche del fenomeno storico, un progetto di esposizione didattica dell’argomento, sistema di verifica e “competenze minime” essenziali perché si potesse ritenere che l’argomento fosse acquisito da parte degli studenti. Il tutto in 250 minuti. Un autentico tour-de-force del quale francamente non comprendo la logica. Lavoro all’università ma appartengo a una dinastia di insegnanti e non lo considero un lavoro di serie B. Inoltre l’anno scorso mi è toccato in sorte il corso di Storia dell’arte medievale al TFA. Dei risultati di quel test mi ha sorpreso un esito paradossale.Tra gli allievi che abbiamo seguito, diversi di quelli che insieme ai colleghi della scuola media superiore avevamo giudicato migliori non hanno superato lo scritto. Quanti hanno tentato di svolgerla seriamente sono stati danneggiati dai tempi della prova, perché spesso non hanno ultimato il test, mentre sono stati favoriti quelli che l’hanno solo completato, sacrificando inevitabilmente la qualità dei contenuti. Ernesto Galli Della Loggia ha stigmatizzato una situazione simile per il concorso in storia. Casi personali a parte, un simile risultato pone una questione di metodo. Vogliamo insegnanti preparati o gente che spaccia banalità a raffica nel minor tempo possibile? Ragioniamoci, evitando le superficialità sui candidati somari che si leggono sui quotidiani.

Con qualche fatica, ho recuperato il test della preselezione in storia dell’arte per gli aspiranti funzionari MiBACT. Non ho visto gli altri, ma il corpus dal quale sono state ricavate le domande di Elementi di Diritto Pubblico e Amministrativo, Elementi di Diritto del Patrimonio Culturale e Nozioni Generali sul Patrimonio Culturale Italiano era unico per tutti i profili professionali. Come se fosse logico aspettarsi che le competenze in materia di  patrimonio culturale di Antropologi, Archeologi, Architetti, Archivisti, Bibliotecari, Demoetnoantropologi, Restauratori, Storici dell’arte ed Esperti di Comunicazione e Promozione debbano essere identiche. Lo sarebbero inevitabilmente solo abbassando di molto il livello generale. Anche in questo caso qualche interrogativo sorge. Vorrei capire perché su 80 domande di preselezione per un concorso riservato a persone che abbiano laurea e specializzazione o dottorato in storia dell’arte il livello delle conoscenze nella materia debba essere stabilito da: “In quale cappella della città del Vaticano sono visibili alcuni tra i più famosi affreschi di Michelangelo Buonarroti, tra i quali il “Giudizio universale”?A  Cappella Cornaro, B  Cappella Sistina.C  Cappella di Sant’Olav”. Un quesito semplicemente offensivo, osservava giustamente qualche settimana fa Tomaso Montanari. Al contrario, per le  conoscenze amministrative si richiede che sappiano orientarsi su “La salvaguardia della sicurezza, della difesa nazionale e delle relazioni internazionali, ai sensi della legge n. 241/90, condiziona l’esercizio del diritto di accesso ai documenti amministrativi? A  Sì, lo condiziona,B  La legge n. 241/90 non detta alcuna norma al riguardo,C  Solo la salvaguardia delle relazioni internazionali condiziona l’accesso ai documenti amministrativi”.

Lo stupidario potrebbe essere arricchito pescando allegramente dalle Nozioni Generali sul Patrimonio Culturale Italiano, dove strafalcioni e quesiti demenziali sono molti di più dei 24 di cui si è parlato. Eccone solo qualcuno. “La Basilica di San Pietro, iniziata su progetto del Bramante, tra gli altri, da quali dei seguenti maggiori artisti fu continuata? A Pier Luigi Nervi, Renzo Piano, Paolo Portoghesi e Franco Purini. B  Raffaello, Giuliano da Sangallo, Michelangelo e C. Maderno. C  Giuseppe Abbati, Adriano Cecioni, Telemaco Signorini”. “Quale famosissima cappella, costruita nel XV secolo all’epoca di Papa Sisto IV, è conosciuta in tutto il mondo per essere la sala nella quale si tengono il conclave e altre cerimonie ufficiali, comprese alcune incoronazioni papali? A La cappella di Clementina. B La cappella Sistina. C La cappella Borghese”.

“Cos’è un rosone? A  Un elemento decorativo a forma di finestrone circolare applicato alle facciate delle chiese. B  Uno tra i sistemi più semplici di copertura non piana, utilizzata per coprire spazi di forma genericamente rettangolare.  C Un elemento architettonico, tipico di ambienti coperti da volte”.  “Le prime costruzioni paleocristiane furono A  le domus ecclesiae. B  gli apogei.  C  le basiliche”.

In qualche caso definizione e risposte sono ricavate di peso da Wikipedia, senza neppure preoccuparsi di adeguare la forma italiana. È il caso di “Cosa sono gli incunaboli? A Documenti stampati con la tecnologia dei caratteri mobili e realizzato tra la metà del XV e l’anno 1500 incluso. B Antichi contenitori per l’inchiostro. C Testi sacri confezionati da amanuensi”. Se proprio a un’enciclopedia si voleva ricorrere, in questo caso non era meglio la Treccani on-line?

Naturalmente ci è toccata la ridicola liturgia della diretta streaming sul sorteggio delle prove e amenità connesse, ma chi ha messo insieme per il Formez un corpus di domande tanto sciatto e scompensato? E per questo capolavoro quanto è stato corrisposto dal MiBACT ? Confesso che mi piacerebbe saperlo.

I concorsi in questione, soprattutto quello dei funzionari, rischiano di segnare pesantemente il futuro del ministero. Un concorso che prevede l’assunzione di 500 unità di personale – mille se le dichiarazioni del ministro sono autentiche – avrà un impatto di decenni.

Faremo bene a seguirne gli sviluppi. Data l’impostazione, la futura leva di funzionari saprà tutto sulle deroghe all’accessibilità degli atti o sulla classificazione dei ricorsi amministrativi, e sarà autorizzata a ritenere che per tutelare il patrimonio basti impadronirsi di minuzie nozionistiche o semplificazioni che non trovereste neppure sulla più scalcinata guida turistica. A proposito: “L’arte Romanica: A Intese riportare nelle arti i fasti della Roma antica. B Coincise con una fase di declino della società europea. C Coincise temporalmente ad una fase di forte modernizzazione dell’Europa”. “La risposta”, diceva un saggio “è dentro di te, epperò è sbagliata”.



3 Risposte a “Concorsi, banalità in tempi stretti”

  1. Giacomo Sanna scrive:

    Gentile professoressa, la ringrazio per l’articolo di denuncia. E’ ormai vitale che il mondo accademico faccia sentire la propria voce.
    Le segnalo solo un refuso: la prova scritta del concorso scuola aveva una durata massima di 150 minuti e non 250 come indicato nel testo.
    Cordiali saluti.

  2. nicola desimini scrive:

    Credo che il problema tutto italiano sia semplicemente quello della modalità dei concorsi. Anonimi fino ad un certo punto, del tutto pilotabili dopo quel punto. Studiare risulta condizione necessaria, ma non sufficiente. Serve una buona dose di capacità reattiva istantanea ai tempi ed ai ritmi di una selezione dura (alcuni la chiamano fortuna). Serve anche il paradiso con i santi ivi presenti. Serve chiudersi in casa per 7 gg e memorizzare 6000 quiz con le loro risposte, giuste o sbagliate che siano. A me è andata bene pur essendo agnostico e non ammettendo alcun paradiso, tanto meno i santi. Superato il concorso MIUR e la preselezione del MIBAcT. Ora non mi resta che continuare a prepararmi allo scritto per il secondo. Da mesi non faccio altro. Adoro la storia dell’arte e tutto il Patrimonio, italiano e non. In bocca al lupo.

  3. Angelo Maria Monaco scrive:

    Salve professoressa Speciale, grazie mille della lucidissima analisi che offre ai lettori.
    Condivido in massima parte ciò che scrive ma mi permetto di dare almeno una delucidazione in proposito, essendo reduce da entrambi i concorsi. Il primo (quello MIBACT), clamorosamente mancato per non aver voluto destinare dieci gioni della mia vita a mandar giù a memoria le risposte (non sempre) corrette dei circa 6000 quesiti pubblicati dal Formez. Il secondo (concorsone scuola) superato nelle fasi degli scritti e degli orali, ma in attesa di giudizio finale e valutazione titoli (tra cui saranno prese in considerazione -udite udite- anche le pubblicazioni dei candidati, alle quali può essere attribuito un punteggio massimo di 3 -tre- punti -non per singola pubblicazione ma in totale-).
    Conosco la situazione cui fa riferimento e molti dei candidati salentini che non hanno superato gli scritti, alcuni dei quali assolutamente ben preparati e potenzialmente capaci di insegnare brillantemente la Storia dell’Arte, sia per loro inclinazione nonchè per essere stati formati da un corpo docente che stimo profondamente (con “voi”, come sa, mi sono formato anch’io). Ma mi permetto di scrivere che con le sue parole pare quasi non rendere giustizia a coloro che invece hanno superato la prova (in pratica anche tutti gli allievi della “I edizione” del TFA -leccese).
    Una prova superata, non perchè siano costoro migliori degli altri formatisi nella seconda edizione, ma per una mera, ma evidentemente in questo contesto non irrilevante, questione pratica: l’esperienza maturata sul campo.
    Infatti, i quesiti somministrati non richiedevano punto, al candidato, uno sfoggio di erudizione, ma la dimostrazione (e qui richiamo una delle otto competenze di cittadinanza da maturare nel percorso formativo scolastico) di un “saper fare” – nel caso degli scritti del concorso produrre una programmazione agile, ma non per questo priva di valore scientifico – , che semplicemente non può essere insegnato in un percorso di studi accademici. Una mancanza che, personalmente, ho avvertito e anche lamentato proprio durante il percorso di formazione (impegnativissimo fino al superfluo, per una serie corposa di ragioni che ho elencato nel documento di feedback richiesto ai corsisti in forma anonima, dall’Università del Salento, ma da me orgogliosamente firmato) del TFA, che ho potuto colmare solo con l’esperienza pratica maturata, ancora una volta, ma da un’altra collocazione, tra i banchi di scuola, nella vita reale.