Ma il Progetto Fori è un’altra cosa

25 settembre, 2016

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In questi giorni si è tornati a parlare con insistenza di una sistemazione dell’area archeologica centrale di Roma. Si è svolto un concorso d’idee e sono intervenuti il soprintendente Francesco Prosperetti e l’assessore capitolino alla Cultura Luca Bergamo. Nelle parole di Prosperetti e Bergamo (come d’altronde nel programma elettorale di Virginia Raggi) circola un equivoco: pedonalizzare la via dei Fori imperiali o trasformarla in una specie di boulevard decorato dal verde sarebbe l’attuazione del Progetto Fori per il quale si batterono, a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta, Antonio Cederna, Adriano La Regina, Leonardo Benevolo, Italo Insolera, Vezio De Lucia e l’allora sindaco Luigi Petroselli. Le idee di Prosperetti e Bergamo sono discutibili e andranno discusse quando e se diventeranno un progetto. Ma, allo stato, poco hanno a che vedere con il Progetto Fori. Di seguito pubblichiamo un breve estratto dal testo che l’Associazione Bianchi Bandinelli ha fatto pervenire nel novembre 2014 alla commissione mista, Mibact-Comune, incaricata di studiare l’assetto dell’area archeologica centrale di Roma.

Il contributo che si fornisce con la presente nota consiste nella ferma convinzione dell’assoluta modernità del progetto fondato sull’eliminazione della via dei Fori, e che l’archeologia non debba essere necessariamente intesa come un ambito monumentale recintato, ma possa essere un elemento vitale della città contemporanea, «potenzialmente equiparabile ad altre parti storiche – medievali, rinascimentali, barocche – che la città non ha mai smesso di utilizzare» (I. Insolera).

Non è questa la sede per proporre i necessari aggiornamenti all’originario Progetto Fori. Ci si limita a confermare l’assoluta necessità della connessione tramite ferrovia metropolitana fra il Colosseo, piazza Venezia e oltre. Intanto, mentre si definisce il progetto e si realizza l’infrastruttura ferroviaria, si può mettere mano allo smontaggio della via dei Fori, sapendo che per le esigenze transitorie di ordine logistico fra piazza Venezia e largo Corrado Ricci si può utilizzare la via Alessandrina. Tutto ciò richiede, ovviamente, la sostituzione del decreto di vincolo del 2001 con altro provvedimento che consenta gli interventi previsti. In proposito, onde evitare che un’astratta discussione sul vincolo possa trasformarsi in uno scontro ideologico con la cultura della destra nostalgica che, soprattutto a Roma, non è certamente minoritaria, appare importante ripetere che non si tratta di un’operazione antistorica di ripristino dell’assetto spaziale precedente agli anni del fascismo ma, al contrario, di partire dalla sistemazione degli anni Trenta per realizzare un nuovo e autentico rapporto con le più famose architetture dell’impero romano.

Resta da dire che non occorrono ingenti risorse finanziarie, serve al contrario un grande impegno istituzionale e organizzativo e il miglior uso delle competenze scientifiche e professionali a partire da quelle di cui già dispongono l’amministrazione statale e quella comunale. E sarebbe importante, come ai tempi di Petroselli, l’adesione dei cittadini romani, per farli partecipare a un’opera – stavolta sì una grande opera – che non riguarda solo il centro, ma la struttura complessiva di Roma, e che può avere un’importanza decisiva per superare la crisi che da tempo tormenta la città.

 



2 Risposte a “Ma il Progetto Fori è un’altra cosa”

  1. claudio salone scrive:

    Tra “demolitori” e “conservatori” dell’asse di via dell’Impero è ancora possibile operare una sintesi.
    Basterebbe rifarsi ai progetti elaborati da Massimiliano Fuksas e dal compianto Raffele Panella, entrambi autori di soluzioni moderne, di forte impatto formale, capaci di entrare in rapporto autentico con lo “spirito” dell’antica architettura e urbanistica romana, pragmatica e regolatrice, mai attanagliata da ripiegamenti e nostalgie.
    Interessante a tal proposito rileggere l’intervista rilasciata da Le Corbusier ad Antonio Munoz nel 1936 (“L’Urbe”, XV, fasc. 2, pp. 28 – 38), laddove l’architetto svizzero, rispondendo a Munoz su come si sarebbe potuto valorizzare il patrimonio archeologico della città, distribuito sugli ormai poco percepibili “colli”, diceva: “Rispondo subito: si potevano collegare i colli con grandi ponti, con enormi passerelle e lasciare in basso le antichità.”, così da creare con le preesistenze urbane antiche una feconda relazione di alterità, più che di imitazione o sudditanza.
    Auspicabile dunque che si ponga mano alla costruzione di una “passerella leggera”, con una struttura in vetro e acciaio, collocata proprio su lecorbusiani pilotis, che tagli con nettezza il comprensorio dei Fori, da piazza Venezia al Colosseo, assicuri il passaggio dei mezzi pubblici (tranvia di superficie al posto del costosissimo e ormai chimerico prolungamento della linea C della Metropolitana nel tratto Colosseo – Piazza Venezia) e non obliteri l’ex via dell’Impero, che il trascorrere del tempo ha ormai definito come asse viario a scala urbana.
    Ciò consentirebbe nello stesso tempo la totale pervietà e fruibilità delle vaste aree archeologiche sottostanti, che, innervate ma non interrotte dalla strada moderna, potranno essere còlte e studiate nel loro insieme e dotate di tutte le infrastrutture museali di cui necessitano.
    La soluzione peggiore è invece proprio quella che si paventa nell’articolo, cioè a dire la trasformazione di una via “drammatica”, quale è quella dei Fori Imperiali, segno forte e ineludibile nella storia e nella fisionomia complessiva della città, in una mera “passeggiata”, con relativi, pittoreschi affacci sui ruderi.
    Così facendo, si ridurrebbe la Storia a cronaca domenicale, buona per famiglie, artisti di strada e bancarelle, quasi si trattasse di creare una qualsiasi isola pedonale in una qualsiasi città di provincia.

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