Un duro colpo al patrimonio demoetnoantropologico. Gli alti e bassi delle politiche culturali 2014-2019

Proseguendo le riflessioni elaborate nel corso dell’incontro “Pensare e tutelare l’immateriale: una riforma mancata” (28 novembre 2016) ci si vuole interrogare sullo stato dell’arte nel MIBACT del patrimonio demoetnoantropologico (DEA) al quale la riforma Bonisoli ha inferto un colpo micidiale penalizzandolo in maniera inammissibile. Quale destino si prefigura oggi per il patrimonio DEA in Italia se si continua a ignorare la dimensione immateriale della tutela, se si aboliscono gli Istituti centrali preposti, se non si completa l’assunzione di professionisti, se non si nomina infine un Comitato tecnico-scientifico di settore?

 

27 settembre 2019, ore 15:00

Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia (ICDe)
Piazza Guglielmo Marconi 10, Roma

 

Partecipano:

Alessandra Broccolini
Docente Università Roma Sapienza e Presidente Società italiana dei beni demoetnoantropologici, dei musei e del patrimonio culturale materiale e immateriale-SIMBDEA Fabio Dei Docente Università di Pisa, membro Consiglio scientifico ICDE

Francesco Faeta
Docente Università di Messina, membro della Commissione Unesco Italia

Vito Lattanzi
Direzione generale musei

Ferdinando Mirizzi
Docente Università degli studi della Basilicata, Presidente Società italiana antropologi culturali-SIAC, membro Consiglio scientifico ICDE

Giovanni Pizza
Docente e Direttore della Scuola di specializzazione DEA Università Perugia

Pino Schirripa
Docente e Direttore della Scuola di specializzazione DEA Università Roma Sapienza

Leandro Ventura
Direttore Servizio VI della Direzione Generale ABAP MIBAC, Direttore Istituto centrale per la demoetnoantropologia-ICDE

Introduce:

Rita Paris
Presidente Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

Coordina:

Paola Elisabetta Simeoni
Consiglio direttivo Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

Segue dibattito

 

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Intervista a Lucinia Speciale: Tutelare diritti e beni essenziali: priorità nazionale

Riportiamo l'intervista a Lucinia Speciale pubblicata su benecomune.net

 

Proponiamo un’intervista a Lucinia Speciale, membro del direttivo dell’Associazione Bianchi Bandinelli e docente di storia dell’arte medievale dell’università del Salento. Le abbiamo chiesto di darci una lettura del tema del regionalismo differenziato alla luce dei contenuti dell’Appello lanciato dall’associazione di cui fa parte. L’intervista è stata relizzata da Fabio Cucculelli

 

LAssociazione Bianchi Bandinelli viene fondata da Giulio Carlo Argan e Giuseppe Chiarante il 21 dicembre 1991. In questi anni di attività di cosa vi siete occupati?

La Bianchi Bandinelli si muove nell’ambito dell’associazionismo ambientalista e culturale ma, diversamente da altri organismi di quel mondo, è sempre stata una associazione di specialisti; nel corso dei suoi oltre 25 anni di vita ha radunato diverse generazioni di persone che hanno scelto come mestiere la conoscenza e la tutela del patrimonio culturale: soprattutto funzionari impegnati nell’amministrazione, ma non solo.

L’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli nasce quando Giulio Carlo Argan, che veniva dall’esperienza parlamentare, era ministro dei beni culturali nel governo ombra del PDS. Coautore dell’impresa fu Giuseppe Chiarante, un politico ‘puro’, che si era sempre occupato di formazione e di patrimonio culturale. Argan considerava con grande preoccupazione il pericolo della separazione tra università e sistema della tutela che si è di fatto prodotto in coincidenza della nascita del Ministero dei beni culturali. E questo per due ragioni: anzitutto perché nell’esperienza della sua generazione il sistema di tutela – allora la Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione – era spesso il primo impegno di quanti erano destinati alla carriera accademica. Lo stesso Argan aveva avuto questo itinerario: era stato ispettore delle Belle arti per un breve periodo e poi professore universitario. In effetti, la tutela del patrimonio diffuso – distribuito sul territorio – che è una peculiarità tanto celebrata dell’Italia, è anche un’attività di ricerca scientifica nel senso più pieno dell’espressione, perché consente di allargare le conoscenze. Ciò vale per le attività di scavo messe in opera dagli archeologi ma anche per noi storici dell’arte. Moltissime opere vengono ‘scoperte’ grazie al restauro.

L’altro elemento che Argan e Chiarante avevano molto presente era la trasformazione del quadro normativo che si profilava agli inizi degli anni Novanta, con l’entrata in vigore dell’accordo di Schengen sulla libera circolazione delle merci e la conseguente necessità di armonizzare la legislazione italiana, che è molto protettiva, con la normativa europea che invece è molto più variegata. La riflessione promossa dalla Bianchi Bandinelli su questa materia vide coinvolti storici del patrimonio e giuristi di altissimo profilo, tra questi Stefano Rodotà che vi contribuì in modo determinante, sostenendo in una relazione dedicata a Lo stato giuridico del bene culturale, che “Il bene culturale non è una merce”.

Nell’arco degli anni Novanta la Bianchi Bandinelli avrebbe segnalato per prima la necessità allargare i  confini di quello che si intende per patrimonio culturale, sottolineando la necessità di tutelare la lingua, i beni immateriali, i beni musicali, gli archivi storici contemporanei. Da questa preoccupazione discende il suo contributo alla lunga gestazione del Codice Unico dei Beni Culturali. Per noi la nozione di Bene Culturale è una nozione non statica ma dinamica.  Non a caso, la nostra iniziativa più recente è stata dedicata alla tutela dei centri storici, e si è concretizzata in una proposta di legge presentata nel novembre scorso nell’ambito del convegno “Il diritto alla città storica”.

Già dal 1994 la Bianchi Bandinelli aveva inoltre avvertito i rischi della ‘privatizzazione’, introdotta nella gestione del patrimonio culturale dalla Legge Ronchey, e sfociata in una vera e propria visione mercantile del bene stesso, che fosse la singola opera, una raccolta storica o un insieme urbanistico e paesaggistico. Di questa preoccupazione è testimonianza un documento del settembre 1994 che risulta per molti aspetti profetico, intitolato “Sì all’autonomia, no alla privatizzazione del museo e dei beni culturali”: una posizione, questa, sulla quale la Bianchi Bandinelli è ancora sostanzialmente allineata. Ed è per questo che, di recente, l’Associazione ha riconosciuto con estrema preoccupazione il medesimo principio “economicista” nell’ispirazione della riforma Franceschini, che ha separato i musei dal loro contesto storico, e ha concentrato attenzioni e risorse su quelle poche sedi – Pompei, gli Uffizi – suscettibili di produrre una presunta redditività, lasciando le istituzioni più deboli al loro destino.

Un altro tema che ci ha molto impegnato è quello della salvaguardia del patrimonio nei disastri naturali. Ci siamo preoccupati de L’Aquila prima che ci fosse la marcia degli storici dell’arte anche perché all’interno dell’associazione erano presenti sin dagli inizi restauratori e teorici del restauro come Michele Cordaro e Giuseppe Basile, due allievi di Cesare Brandi, che non casualmente hanno dato una grande contributo alla definizione dello statuto giuridico dei restauratori: una tipologia di operatori dei beni culturali che l’Italia ha definito meglio di altri paesi, e che stiamo perdendo a causa del progressivo assottigliamento del personale tecnico del Ministero per i Beni culturali.

Abbiamo infine messo e fuoco e segnalato per primi il tema del precariato che caratterizza sempre di più il lavoro nei Beni Culturali. Nel nostro paese la cultura produce reddito ma non lavoro garantito. Le professioni del patrimonio sono tra quelle meno tutelate del lavoro intellettuale; non è un caso che la fascia più giovane dei nostri soci e del nostro consiglio direttivo abbia conosciuto o sia ancora prevalentemente impegnata in un lavoro di questo tipo.

Per tutte queste ragioni la Bianchi Bandinelli ha aderito al coordinamento di Emergenza Cultura e alla manifestazione del 7 maggio 2016 contro l’impostazione della Riforma “Franceschini” dell’allora Ministero per i Beni Culturali e del Turismo.

Centotrenta intellettuali, fra storici dell’arte, archeologi, urbanisti, scrittori e saggisti, hanno sottoscritto il vostro appello contro l’intesa fra il governo e le prime tre regioni, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, per trasferire ad esse, in base al Titolo V della Costituzione, nuove e maggiori competenze oggi dello Stato. Ci può spiegare il senso e gli obiettivi di questa iniziativa?

Il primo obiettivo era quello di riportare a un dibattito pubblico, compreso quello delle Camere, la discussione su questa scelta, che rischiava di essere imposta al paese attraverso accordi tra esecutivo e singole regioni, senza che l’opinione pubblica ne avesse una piena consapevolezza. La devoluzione che si prefigura investe non solo il problema del patrimonio storico-culturale ma anche diritti fondamentali, come la salute e l’istruzione e, in senso più generale, il diritto di cittadinanza che dalla salvaguardia di questi diritti discende. Tenuto conto che questo è un paese istituzionalmente giovane, che ha solo 150 anni e non ha un solidissimo senso dell’unità, il pericolo di una dissoluzione è più che concreto, come dicono Piero Bevilacqua e la sua Officina dei saperi, che hanno sollevato il problema poco meno di un anno fa. Noi volevamo soprattutto che ci fosse attenzione al problema e se ne discutesse in tutte le sedi possibili.

Si legge nel vostro appello che questo “atto costituzionale che assesta un colpo mortale allo Stato unitario, alla Repubblica voluta nel 1946 dal popolo italiano, destinato a portare al massimo il caos politico-amministrativo del Paese anche nei suoi rapporti con l’UE e col resto del mondo. Reso possibile dalla sussistenza del disastroso Titolo V della Costituzione voluto dal centrosinistra nel 2001 e purtroppo mai riformato“. Ci può spiegare perché? Il vulnus della questione è nel Titolo V? A vostro avviso sarebbe sufficiente una sua riforma? Quali competenze dovrebbero essere solo statali e quali solo regionali?

Il titolo V stabilisce limiti amplissimi e indeterminati all’autonomia. In materia di Beni Culturali prevede che rimanga allo Stato la Tutela e che alle Regioni sia trasferita la Valorizzazione dei Beni Culturali, mentre sarebbe materia di concorrenza la gestione del territorio, creando confusioni e contrapposizioni che al momento della sua approvazione alcuni avevano previsto, tra questi lo stesso Giuseppe Chiarante. Nella stesura delle intese, soprattutto in quelle sottoscritte con il Veneto e la Lombardia, si parla di trasferire integralmente alle Regioni tutte le competenze, operando una forzatura che va anche oltre il dettato costituzionale. Gli uffici territoriali del ministero dei Beni Culturali – le Soprintendenze – e la loro fondamentale funzione di presidio esercitato a garanzia della comunità nazionale sarebbero subordinati ai governi regionali. Le articolazioni territoriali del Ministero che in nome di un principio di interesse generale garantiscono la conservazione del patrimonio, sulla base di quanto prevede l’art. 9 della Costituzione, verrebbero sostituite da organismi che risulterebbero più esposti alle pressioni di interessi particolari, che sono particolarmente forti nell’ambito della gestione locale del territorio e dell’urbanistica. Paradossalmente, le tre regioni in questione – che rappresentano insieme la quota più alta del PIL italiano – sono anche quelle nelle quali si registrano il più alto consumo di suolo d’Italia e la più alta quota di “impermeabilizzazione” (cemento+asfalto) del terreno. Non a caso in quest’area i disastri naturali, ormai ricorrenti, hanno conseguenze particolarmente gravi.

Nei firmatari dell’appello – tra i quali spiccano i nomi di Adriano La Regina, Tomaso Montanari, Fulco Pratesi, Pier Luigi Cervellati, Vittorio Emiliani, Pancho Pardi, Fausto Zevi e molti altri suscita “grandissima preoccupazione il fatto che fra le prime competenze rivendicate ‘in esclusiva’ vi sono Ambiente, Beni Culturali, Urbanistica. Perché? Quali rischi vi sono nella scelta di dare competenze esclusive alle regioni su ambiti come quello dellambiente, dei beni culturali, ma anche della scuola e della sanità?

Il rischio è molto efficacemente condensato nel saggio di Gianfranco Viesti che credo abbiamo letto in tanti e che l’editore ha avuto la sensibilità di rendere disponibile in rete perché fosse accessibile a tutti. Il saggio ha un titolo che non potrebbe essere più chiaro: “Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale”. Il dibattito sulla costruzione dell’identità europea ha stigmatizzato il rischio di un’Europa a due velocità: sorprende che se ne debba vedere una versione in sedicesimo all’interno dei confini nazionali. Andrebbero inoltre ricordati gli effetti assolutamente negativi che l’autonomia ha prodotto nelle regioni a statuto speciale proprio in materia di gestione dell’ambiente e dei Beni Culturali. Lo ha ricordato appena qualche tempo fa Salvatore Settis, tratteggiando la storia dello statuto regionale della Sicilia e i drammatici effetti che quell’autonomia ha avuto sulla salvaguardia del suo straordinario patrimonio storico-culturale. Non va dimenticato che in Italia la tutela del patrimonio storico è indissolubilmente legata a quella dell’ambiente e del paesaggio, e che la classe politica italiana considera troppo spesso il territorio come una risorsa della quale disporre in forma incondizionata. E sono soprattutto le amministrazioni locali quelle più inclini a pulsioni di questo tipo, come sanno bene i funzionari. La tutela in quanto attività di ricerca scientifica e di protezione del territorio è per sua natura associata al diritto all’istruzione e alla salute, che sono elementi fondamentali del diritto di cittadinanza.

Quello delle risorse è un problema drammatico. Una cattiva redistribuzione del reddito prodotto non aiuterà la coesione nazionale. Consentire ad alcune regioni la possibilità di rompere il patto di solidarietà nazionale a proprio vantaggio non le renderà più forti. In una competizione ormai globale le dimensioni contano: quando si è piccoli si è più facilmente sopraffatti.

Lei insegna storia dellarte medievale allUniversità del Salento. Dal suo osservatorio quali rischi presenta unoperazione del genere per il mondo della scuola e dellUniversità? Si rischia di penalizzare ulteriormente i ragazzi del nostro meridione?

Lavoro all’Università del Salento da circa 25 anni, ci sono arrivata molto giovane avendo due biglietti di viaggio finalizzati a due diverse possibilità di carriera: uno verso gli Stati Uniti e l’altro verso il Suditalia, con un contratto d’insegnamento in quello che era allora un corso di studi in via di istituzione e che stava facendo una scommessa, creando un corso di formazione universitaria ad alta specializzazione. Il corso di laurea in beni culturali, nato come corso di restauro, conservazione e tutela dei beni musicali si stava articolando in quattro indirizzi, archeologia, storia dell’arte, archivistica e musica. Era una scelta d’avanguardia: pochi tra i corsi che si stavano attivando in Italia avevano un impianto così ampio.

I corsi in beni culturali sono stati una delle scommesse più infelici nella storia dell’università italiana. Non siamo stati capaci di fare in modo che la politica si rendesse conto che la formazione di tanti giovani nel settore dei beni culturali doveva aprire loro delle prospettive d’inserimento. Tornando al regionalismo differenziato e ai suoi possibili rischi si potrebbe facilmente osservare che proprio l’università offre un ottimo esempio per valutare gli effetti negativi di un decentramento senza contrappesi. Gli atenei sono in regime di autonomia amministrativa dal 1991. Per capire cosa è accaduto da allora basterebbe sfogliare un altro lavoro di Gianfranco Viesti: “L’università in declino. Un’indagine sugli atenei da Nord a Sud” (Roma 2016), condensato circa un anno fa in “La laurea negata”. Il definanziamento degli atenei del sud tra il 2008 e il 2015 è stato percentualmente più elevato di quello che ha colpito il Nord Italia. Impoverita di risorse finanziarie e umane le università del Sud hanno perso energie e attrattività.

Il processo in atto può solo aggravare la crisi. In un numero di “Left” apparso a luglio è segnalata la presa di posizione dell’ateneo più grande del Mezzogiorno, la Federico II di Napoli, contro il regionalismo differenziato. Persino un grande ateneo avverte i rischi che il regionalismo differenziato potrebbe comportare per la formazione secondaria e l’università.

Attualmente circa un quarto della popolazione giovanile destinata agli studi universitari del Sud Italia si sposta verso il Nord. In un certo numero di casi ciò accade perché le università geograficamente più prossime non offrono il tipo di formazione molto specializzata che si vorrebbe, in qualche altro caso la ragione è un’altra: l’impoverimento della qualità della formazione che le università del Sud, penalizzate dalla progressiva mancanza di risorse, riescono ad esprimere C’è poi un altro aspetto inquietante da considerare: il definanziamento costringe l’università ad aumentare le tasse. I ragazzi le cui famiglie possono sostenerne la spesa si spostano verso sedi universitarie che offrono servizi migliori, ma una quota molto significativa degli altri, che non ha i mezzi necessari per accedere alla formazione universitaria, finisce tra i Neet.

Quale coesione nazionale potremo costruire se diamo ai ragazzi del Sud la sensazione che per lo Stato sono uno scarto? C’è una dimensione di ascensore sociale che l’università ha avuto nell’arco di tutta la sua storia post-unitaria e che oggi rischia di non assolvere più. Le università del Sud non sono più coinvolte nel processo che vedeva i grandi intellettuali iniziare la loro carriera universitaria proprio negli atenei del Mezzogiorno. Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, sono transitati dall’università di Palermo, Lucio Lombardo Radice, Giulio Carlo Argan, Cesare Brandi e diverse altre figure di primissimo piano nella cultura italiana del Novecento. Quello che vedeva i nuovi docenti universitari cominciare la carriera in piccoli atenei spesso meridionali per poi trasferirsi era un circuito virtuoso. Nella dimensione atomizzata prodotta dal decentramento amministrativo e dal definanziamento ovunque prevalgono le carriere interne. L’assenza di mobilità tra piccoli e grandi atenei è un impoverimento per l’università. Chi cominciava la carriera in un ateneo periferico per poi trasferirsi in una grande università, ai ragazzi che non potevano permettersi di spostarsi offriva il meglio della riflessione teorica sulla propria disciplina, perché era giovane, motivato e rappresentava l’avanguardia degli studi; nel momento in cui arrivava in un grande ateneo si confrontava con numeri molto più grandi ma aveva già acquisito un’esperienza d’insegnamento. Quella situazione aveva il pregio di rendere più omogenea la qualità della formazione dell’intera popolazione universitaria e mantenere la coesione del sistema educativo nel suo complesso: un valore aggiunto che sarebbe forse il caso di recuperare. In questi giorni si parla di nuovo molto di scuola e università come di una priorità, potrebbe essere un’idea.

https://www.benecomune.net/rivista/numeri/autonomia-differenziata/intervista-a-lucinia-speciale/

Premio Ranuccio Bianchi Bandinelli 2019

Premio Ranuccio Bianchi Bandinelli  La tutela come impegno civile” 

edizione 2019

 

Sono aperte le candidature per la nuova edizione del Premio Ranuccio Bianchi Bandinelli. Nell’intitolare l’associazione a Ranuccio Bianchi Bandinelli, Giulio Carlo Argan e Beppe Chiarante si proponevano di “valorizzare… l’opera di studioso, di organizzatore della cultura, di riformatore nel campo della politica di tutela” svolta da Bianchi Bandinelli, volendo sottolineare come l’attività scientifica di quest’ultimo fosse parte integrante del suo impegno di intellettuale nella società. Richiamando questo modello, l’Associazione ha istituito il Premio con l’intento di identificare e far conoscere un intervento in difesa del nostro patrimonio culturale che rivesta particolare significato sul piano civile.

Possono essere candidati studiosi, funzionari, come furono al livello più alto Ranuccio Bianchi Bandinelli e Giulio Carlo Argan, nonché i moltissimi che avvertono l’urgenza di difendere un patrimonio che l’incuria, il degrado, l’aggressione sistematica del paesaggio rischiano di cancellare: associazioni, fondazioni o enti senza scopo di lucro, gruppi, singoli che abbiano saputo sollecitare l’attenzione e l’interesse dell’opinione pubblica per la salvezza di un pezzo della nostra identità storica, che si tratti di un’attività, di un’opera, di un luogo o di un contesto.

 

SEGNALAZIONE DELLE CANDIDATURE

Le candidature all’edizione 2019 dovranno inviate all’indirizzo mail premiobianchibandinelli@gmail.com entro il 15 ottobre 2019. Candidature pervenute dopo la data indicata non saranno prese in conto. Le candidature al Premio possono essere formulate da soci dell’associazione ma non solo. Dovranno essere corredate da una breve motivazione (non superiore alle 1800 battute), che sarà contenuta nel corpo del messaggio e non in allegato. Ciascun proponente non potrà segnalare più di una candidatura. È consentito associarsi a una candidatura già formulata, ma perché la segnalazione sia ritenuta valida sarà necessario aggiungere una propria motivazione. Non possono essere candidati i componenti del consiglio direttivo dell’associazione Bianchi Bandinelli. La commissione, scelta tra i componenti dello stesso consiglio direttivo, individuerà tra quelli segnalati il candidato cui conferire il premio.

Riorganizzazione MIBAC e soppressione istituti autonomi

Roma, 14 giugno 2019

Comunicato stampa

 

Italia Nostra e l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli esprimono forte preoccupazione per quanto appreso in merito alla soppressione degli Istituti autonomi del Parco Archeologico dell’Appia Antica, del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, della Galleria dell’Accademia di Firenze e del Castello di Miramare di Trieste.

Tale previsione, contenuta nella bozza di DPCM sulla riorganizzazione del Ministero, appare sostanzialmente priva di una meditata valutazione della riforma attuata dal precedente Ministro sull’intero assetto organizzativo delle Soprintendenze uniche, dei Poli Museali e degli Istituti autonomi. Nella bozza manca anche ogni puntuale riferimento circa la futura destinazione di questi Istituti e questo crea ulteriori elementi di forte preoccupazione e perplessità.

Si chiede quindi la Ministro Bonisoli di voler  approfondire la questione, riconsiderando l’ipotesi, fornendo all’opinione pubblica spiegazioni su quanto si è appreso al fine di evitare che decisioni così importanti creino ulteriori irreversibili danni alla tutela di un patrimonio di rilevanza internazionale, già fortemente danneggiato, nell’immagine, dalle notizie riportate dalla stampa: beni di fatto declassati, ignorando secoli di storia e di impegno, trattati alla stregua di merce a cui si è tolta la dignità che meritano.

La proposta di modifica si inserisce oggi, dopo anni di caos determinato dalla precedente riforma, in un contesto già fortemente colpito, dove per nessuno – si ribadisce per nessuno – degli Istituti autonomi, come per i Poli museali e per le Soprintendenze uniche, si è prevista una soluzione al gravissimo problema della salvaguardia e conservazione degli archivi documentali e dei materiali nei depositi: fonti uniche ed essenziali per la ricerca, la buona gestione della tutela e la conoscenza di beni per loro natura irripetibili, peraltro oggetto di attenta considerazione in Convenzioni internazionali, sia in ambito Unesco che Consiglio d’Europa (convenzioni ratificate dall’Italia).

Entrare a gamba tesa nella organizzazione di settori così delicati e rilevanti, sacrificando la cura e la valorizzazione del patrimonio culturale del Paese, non può che comportare ulteriori forti scompensi. Italia Nostra e l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli si appellano al Ministro affinché ascolti le Associazione e i lavoratori tutti e vedrà quante utili riflessioni sarà poi in grado di maturare per decidere, evitando che, ancora una volta, tutto si infranga sulla spiaggia delle occasioni perdute

In particolare per le incognite legate al futuro del Parco Archeologico dell’Appia Antica che, persa la sua autonomia appena conquistata, rischia lo smembramento addirittura tra due Soprintendenze, Italia Nostra non potrà che mobilitarsi. Scenderà in campo con un’iniziativa pubblica organizzata dalla sezione di Roma, che ha intrecciato mezzo secolo e più della sua stessa storia e l’impegno dei suoi Presidenti, dirigenti e intere generazioni di soci, in azioni costanti di salvaguardia e tutela di un Bene che il mondo ci invidia.

Mariarita Signorini
Presidente Nazionale Italia Nostra

Rita Paris
Presidente Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

 

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Archivi e biblioteche 2014-2019: tutela e servizi

L’Associazione, secondo le linee  tradizionalmente seguite e riprese nell’incontro del 5 marzo scorso su Soprintendenze uniche e Musei, organizza un altro incontro pubblico il prossimo 21 maggio su Archivi e Biblioteche, ascoltando esperti di diversi ambiti e tutti coloro che vorranno essere presenti.

I temi e i materiali raccolti in queste occasioni saranno ripresi in un convegno che si intende promuovere in autunno sulle riforme e le trasformazioni del Mibac.

 

Archivi e biblioteche 2014-2019: tutela e servizi

Roma, 21 maggio 2019, ore 15:00

Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte
Piazza San Marco 49 (II piano)
Roma

Partecipano:

Giulia Barrera e Luigi De Angelis
CGIL FP

Rosa Maiello
Associazione italiana biblioteche

Michela Procaccia
Associazione nazionale archivistica italiana

Claudio Leombroni
Istituto per i beni artistici culturali e naturali Emilia Romagna

Stefano Vitali
Istituto centrale per gli archivi

Simonetta Buttò
Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche

Fulvio Cammarano
Sissco – Università di Bologna

Luca Bellingeri
Biblioteca nazionale centrale Firenze

Interventi di:
Simona Turco, Marco De Nicolò

Introduce:
Rita Paris
Presidente Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

Coordinano:
Giovanna Merola e Mariella Guercio
Consiglieri Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

Segue dibattito

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Comunicato sulla proposta della Commissione di studio per lo sviluppo e l’assestamento organizzativo del MIBAC

Comunicato sulla proposta della Commissione di studio per lo sviluppo e l’assestamento organizzativo del MIBAC presentata alle Associazioni negli incontri del 20 e 21 marzo 2019.

 

L’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli esprime forte preoccupazione sullo schema diffuso ufficialmente in questi giorni dalla Commissione per “lo sviluppo e l’assestamento organizzativo” del Mibac.

Se l’intento di condividere questo processo di ulteriore modifica degli assetti ministeriali con attori interni ed esterni appare condivisibile, tale operazione è però stata condotta con una metodologia a dire poco inadeguata, tanto da trasformarsi più in un’iniziativa di semplice informazione che in un’occasione di confronto reale.

Sul piano dei contenuti, l’assoluta genericità di talune affermazioni contenute nelle slides, peraltro su temi cruciali (“rafforzamento della tutela”, “valorizzazione delle professionalità”, “centralità del cittadino”, e via elencando), non può prestarsi a una reale interlocuzione.

D’altro lato, ciò che invece risulta evidente, come disegno complessivo, non può che suscitare profonde perplessità.

Un disegno di forte accentramento – come funzioni e figure dirigenziali –  che riconduce alla figura del Segretario Generale le leve di un controllo a 360 gradi e una moltiplicazione delle dirigenze amministrative, riesumando temi generici (valgano per tutti l’endiadi “innovazione e digitalizzazione” o l’inflazionato “creatività contemporanea e rigenerazione urbana”, quest’ultimo un vero ritornello lessicale pronto per ogni uso).

Per sostenere questa ipertrofia del centro, segnale inequivocabile di crisi culturale della struttura ministeriale, si ricorre – more solito – a una estemporanea ridefinizione geografica delle strutture territoriali.

Così, l’assetto organizzativo s’indebolisce ulteriormente proprio su quel territorio che avrebbe più bisogno di cure, aggiustamenti, risorse non solo economiche o di personale, ma di attenzione istituzionale e indirizzo culturale.

Si creano gli ibridi “interregionali” (segretariati e “reti museali”), inventando una geografia incoerente, già smentita in partenza dal rischio gravissimo delle autonomie regionali differenziate che, se attuate, andranno a scardinare definitivamente – anche nelle loro forme più blande – una struttura che non è più né nazionale, né regionale.

Al di là di altre osservazioni che ci si riserva di elaborare su singoli temi o istituti, magari a partire da un testo più articolato, si sottolinea che praticamente nessuna delle questioni cruciali espresse in questi anni relativamente alle criticità della struttura ministeriale a seguito dei decreti Franceschini, viene affrontata dall’insieme delle proposte ora presentate.

Nessuna risposta neppure su questioni nazionali capitali quali la tutela e il governo del paesaggio – obiettivo ormai definitivamente uscito dall’orbita ministeriale – o la ricostruzione post terremoto, da L’Aquila all’Emilia, all’Italia centrale, invischiata fra ritardi biblici e scelte al ribasso e al compromesso.

Eppure il profondo disagio che connota questa fase di vita ministeriale ne attraversa ormai ogni attività e struttura, queste ultime strette fra un'”autonomia” ben presto trasformatasi in abbandono (salvo la triade evergreen Colosseo – Pompei – Uffizi) e un neocentralismo privo di qualsiasi visione a largo raggio.

Perché è proprio questo, in definitiva, che colpisce in quest’ultimo passaggio riorganizzativo: la totale mancanza di un’idea riconoscibile sul patrimonio e sulla sua funzione. Così, abbandonata qualsiasi velleità di indirizzo e rafforzamento delle politiche culturali – in perfetta continuità, peraltro, con gli ultimi lustri ministeriali – quest’ultima stagione sembra avviata verso evidenti forme di accentramento amministrativo, perfettamente complementari alla deriva turistico- mercantilistica che da almeno un lustro rappresenta l’unico obiettivo riconoscibile del Mibact/Mibac e che emargina sempre più le competenze specialistiche, vero e proprio patrimonio di questo dicastero.

 

Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

con

Emergenza Cultura

Comitato per la Bellezza

Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio

Consulta Universitaria Nazionale per la Storia dell’Arte

CGIL Funzione Pubblica

UILPA-BAC

 

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Adriano La Regina: Il Vento del Domani

In occasione dei quarant’anni dalla conferenza dal titolo La Sopravvivenza dell’Antico a Roma, tenuta da Adriano La Regina in Campidoglio, sindaco Giulio Carlo Argan, per la ricorrenza del MMDCCXXXII natale di Roma (il 21 aprile 1979), l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli ha organizzato la conferenza  dal titolo, Il vento del domani,  che lo stesso Adriano La Regina terrà il 16 aprile prossimo, alle ore 17:00, presso la sede gentilmente concessa dalla Soprintendenza all’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale, in Via Cavalletti n. 2.

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L’Aquila: come prima peggio di prima

Comunicato

L’Aquila: come prima peggio di prima

La mappa, elaborata per l’associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli da Andrea Giura Longo e Monica Cerulli, utilizza lo studio Urban Atlas aggiornato al 2018 di Copernicus, il programma dell’Unione Europea di monitoraggio della Terra.

Il risultato più importante riguarda il territorio urbanizzato del Comune dell’Aquila, comprendente le superfici artificiali (artificial surfaces), che ammonta a ben 4.350 ettari (secondo una stima attendibile erano poco più di 3 mila prima del terremoto). La ricostruzione ha quindi accentuato molto la storica tendenza della città alla dispersione.

La drammatica conseguenza è una densità insediativa (69.439 abitanti/4.350 ettari) inferiore a 16 abitanti per ettaro. Una densità irrisoria, incompatibile con una decente condizione urbana.

4 aprile 2019

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Claudio Gamba: Ricordo di Andrea Emiliani

Il 27 marzo è stata allestita a Bologna la camera ardente per l’estremo saluto ad Andrea Emiliani, figura tra le più importanti della storia dell’arte e della tutela in Italia nel Novecento. Uomo coltissimo, dall’eloquio raffinato e tagliente, Emiliani non fu mai un appartato erudito: in lui la figura del funzionario statale si univa a quella del docente, il mondo degli studi filologici si fondeva con quello della conservazione dei beni culturali, in un nesso inscindibile e circolare tra la conoscenza e la tutela del patrimonio storico e artistico. Da quel nesso sarebbero poi venute fuori anche la divulgazione, la valorizzazione, la fruizione, la partecipazione del pubblico, ma a quel nesso primario non si poteva rinunciare. Tutto contribuiva a dare alle tracce del passato una funzione sociale e quindi “politica”: dalle capillari campagne di catalogazione sul territorio di ogni tipo di manufatto fino alle mostre sui grandi artisti del Cinque e Seicento, dai restauri e dagli allestimenti museali fino alla ricognizione sulla storia legislativa della tutela.

Per questo uno dei suoi libri più importanti rimane “Una politica dei beni culturali” uscito nel 1974, poco prima della nascita del ministero spadoliniano che avrebbe però preso una strada ben diversa da quella progettata nel volume di Emiliani. Quando una quindicina di anni fa realizzammo il primo sito web dell’Associazione Bianchi Bandinelli curai una rubrica sui libri fondamentali per la storia della tutela e subito scelsi di dedicare una pagina a questo testo, accompagnandola con la scheda che riporto qui sotto insieme a uno stralcio della sua introduzione.

Poco dopo l’Associazione Bianchi Bandinelli coinvolse Andrea Emiliani in due iniziative (curate da me sotto la presidenza e con il coordinamento di Marisa Dalai): la prima fu il “Forum sul presente e futuro della catalogazione” pubblicato all’interno del volume con gli scritti di Oreste Ferrari “Catalogo, documentazione e tutela dei beni culturali” (Annali ABB n. 18 – 2007) in cui Emiliani ripercorreva le celebri e innovative “campagne di censimento e la conoscenza per la catalogazione del patrimonio culturale (Bologna, Valle del Reno, del Setta e del Santerno, 1968-1971)”; la seconda iniziativa fu nel novembre 2008 quando organizzammo un grande convegno di studio e di protesta (accompagnato da una vasta mobilitazione di appelli e articoli) con il titolo  “Allarme Beni Culturali”, tenuto nella sala affollatissima dello Stenditoio al San Michele: Emiliani aprì la prima delle quattro tavole rotonde, sul tema “Il modello italiano di tutela del patrimonio culturale” (Annali ABB, n. 20 – 2009). Su molti punti le idee dell’Associazione non collimavano con quelle sostenute da Emiliani, in particolare sul problema del decentramento, ma certo c’era piena intesa su quella che era stata la missione fondativa indicata da Argan e Chiarante: il raccordo tra Università e Soprintendenze, tra attività di ricerca e amministrazione dei beni culturali, la centralità delle competenze tecniche e della formazione.

Naturalmente accanto all’impegno pratico, teorico e storico sulle tematiche della tutela, Andrea Emiliani ha svolto un ampio lavoro di studi storico-artistici, in particolare su alcuni grandi pittori (da Federico Barocci agli emiliani del Seicento), affinando nell’analisi delle opere e nello studio delle fonti quel suo linguaggio forbito (che gli veniva anche dalla formazione con Longhi e Arcangeli) che riversava poi negli scritti sulla storia della legislazione e sulla storia dei musei, un ambito che era stato sempre trattato con arido linguaggio tecnico e giuridico e che invece Emiliani (forte dell’esperienza concreta avviata sin da giovanissimo grazie all’incontro con Cesare Gnudi) faceva rivivere come una problematica attuale, viva, con una prosa pulsante e ammaliante.

Chiunque si sia occupato di beni culturali in Italia gli è debitore, ma intanto si affollano nella mente anche i ricordi personali, dei pochi e indelebili incontri diretti e delle tante conversazioni mentali che sempre i suoi scritti hanno provocato in chi (come tutti noi dell’Associazione) non riesce a concepire la storia dell’arte e le altre discipline dei patrimonio disgiunte dall’impegno militante, magari con una spolverata di pungente ironia ad alleggerire la rabbia per le scriteriate politiche culturali del nostro bellissimo e sciagurato Paese.

 

Claudio Gamba

 

Scheda sul volume di Andrea Emiliani, pubblicata sul sito dell’Associazione Bianchi Bandinelli nel 2005 nella sezione “La Biblioteca di Giano: Libri del passato per guardare al futuro dei Beni Culturali e Ambientali”.

 

Andrea Emiliani
Una politica dei beni culturali
con scritti di Pier Luigi Cervellati, Lucio Gambi e Giuseppe Guglielmi
Piccola Biblioteca Einaudi, n. 236
Einaudi, Torino 1974
297 pagine

 

 

 

 

 

 

Commento

Il volume, uscito nel 1974 e considerato a ragione un testo fondamentale della riflessione sia metodologica che pratica sulle tematiche legate ai beni culturali, è costruito intorno al progetto di un Istituto per i beni artistici culturali naturali della Regione Emilia-Romagna, una delle prime iniziative nate in quel processo di decentramento finalizzato a rendere più stretto il vincolo della tutela con il territorio in tutta la sua articolazione e stratificazione storica e culturale (il museo viene quindi considerato, nel libro, come “opera chiusa”, mentre la nuova conservazione globale dovrà fondarsi sulla sistematica opera di catalogo e preservazione dei “luoghi”; la Regione diventa così il referente privilegiato per attuare un diverso rapporto tra Amministrazione centrale e periferica). Questo progetto (politico prima ancora che giuridico) non si lega solo a un nuovo modello di gestione e di conoscenza ma discende anche da un nuovo “concetto di bene culturale” che Emiliani individua in una unità inscindibile tra geografia, storia, arte e ogni altra forma di linguaggio, cioè, infine, in un concetto globale di cultura antropologicamente intesa. (Claudio Gamba)

 

SOMMARIO DEL VOLUME

Introduzione

Beni culturali e conservazione

  1. Per un nuovo concetto di bene culturale
  2. Politica e conservazione
  3. Una politica per la conservazione

Progetto per un Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna

Appendice I. Costituzione dell’Istituto per i beni artistici culturali naturali della Regione Emilia-Romagna

Appendice Il. La legge istitutiva

Le iniziative afferenti

La legge per i centri storici, a cura di Pier Luigi Cervellati

Per una cartografia dei patrimoni culturali, a cura di Lucio Gambi

Una scuola interdisciplinare, a cura di Giuseppe Guglielmi

Appendice

Ricerca sulla tutela del patrimonio artistico e culturale in Italia. Relazione preliminare, a cura di Maria Giuliana Luna

 

DALLA INTRODUZIONE DI ANDREA EMILIANI

(riportiamo uno stralcio della parte iniziale, pp. 5-12)

Al progetto che delinea i metodi e le forme dell’Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, abbiamo voluto premettere alcune generali considerazioni che possono rendere più esplicito il terreno politico e culturale sul quale il progetto stesso si è inizialmente mosso ed ha quindi preso forma istitutiva e di legge. Era infatti inevitabile che, di fronte alla nascita di un diverso modo di gestione del patrimonio — non sterilmente contrapposto a quello tradizionalmente centrale, ma utilmente propulsivo e nello spirito stesso del dettato costituzionale — si ripercorresse la vicenda politico-amministrativa dei beni artistici dell’Italia unita, a decorrere dal 1860 per giungere fino ai giorni nostri. Più di un secolo infatti è durato l’estenuante dibattito, ora caloroso e scandalizzato, ora pigro e svogliato, per tentare di gettare le basi di una gestione adatta ad un paese di così proverbiale ricchezza storica e artistica. Diciamo subito che proprio la lunga esperienza maturata, specie nel XVIII secolo, presso i cessati governi, avrebbe potuto essere di grande aiuto ai padri della patria, solo che se ne fosse compresa la coraggiosa essenza conoscitiva e non ne fosse stata invece adottata e per giunta in forme improprie soltanto l’innegabile sostanza autoritaria. A nostro modo di vedere, la frattura immediatamente rivelatasi risiede infatti — nei suoi termini ormai storici, ma sopravvissuti in buona parte ancora oggi — fra l’autoritarismo della tradizione giuridica conservativa, costruita su norme cogenti e su progressivi, sempre più ampi divieti; e la nuova dinamica liberistica impressa alla società italiana dopo il 1860.

Nei primi decenni della vita nazionale — mentre, anche per non saper fare altro, ogni regione ereditava le leggi preesistenti — si pensò che anche le strutture amministrative di tutela potessero restare quelle provinciali o regionali già allora, anche se debolissime, in atto. Ma dopo il 1875 circa, allorché fu possibile constatare che una legge nazionale di tutela dotata di quelle caratteristiche storiche avrebbe inevitabilmente dovuto generare una serie di vincoli e di impedimenti per il libero dinamismo dell’iniziativa privata e degli stessi enti pubblici, si pensò bene di ritardarla quanto più possibile. Ancora nel 1888, per la voce dello stesso ministro all’istruzione, di fronte all’ennesima bocciatura di una legge nazionale, il problema veniva posto in chiari termini: o si ritiene che la libertà di intrapresa non debba incontrare ostacoli, oppure si conferisce all’utile collettivo un potere che inevitabilmente potrà creare gravami e servitù. In parallelo, allora, si pensò bene di attuare progressivamente e sempre più stringente quel controllo centrale che solo avrebbe, più tardi, potuto garantire una manipolazione dei problemi assai vasti proposti dalla tutela d’arte e di storia; lontano comunque dai luoghi di origine dei problemi stessi, nonché dalla loro più diretta partecipazione. La linea politica tracciata naturalmente non esclude, ma anzi incorpora e se ne avvale, altre più oneste spinte ad una gestione centrale e forte: la preoccupazione dell’unità dei metodi di conservazione e di restauro, e la ricorrente proposta per una tutela «guidata» contro ogni (del resto innegabile) pericolo di dispersione, di abuso e di confusione.

La sottrazione del patrimonio ai luoghi e alle comunità di origine e di persistenza conobbe un processo forse lento ma nei fatti inarrestabile. Per di più, il patrimonio assunse quasi subito l’aspetto di una costante remora allo sviluppo, di un ostacolo continuo a ogni malintesa idea di progresso da concretarsi, allora come oggi, in distruzioni edilizie, in «risanamenti» di speculazione, in lottizzazioni indiscriminate. Dall’equivoco nacque, o riprese forza, una certa etica del museo come sede di deportazione e di concentramento, piuttosto che come luogo di indagine scientifica e di metodo didattico. Ogni esortazione conservativa finì quasi sempre per suggerire immagini di miseria e di abbandono. Così, da simbolo concreto e magnifico della ricchezza e della cultura delle comunità, i beni artistici — anche per il parallelo dissidio fra Stato e Chiesa, fra radicale anticlericalismo e riottoso clericalismo — divennero facile emblema della povertà, dell’inattività e della solitudine. Due terzi dell’Italia più profonda e antica appaiono subito, agli occhi dei loro abitatori, l’immagine più appariscente di ciò che si deve abbandonare, fuggire e dimenticare. Oppure, proseguendo nella logica di un progresso materialistico, l’immagine che si deve rinnovare; e dunque abbattere, umiliare e sostituire.

É facile intendere — anche se non si è sufficientemente riflettuto su questa ovvietà — che la nozione di bene culturale si riconduce al concetto stesso di cultura; e che esclusivamente su di essa si erige ogni accezione di intervento giuridico. Non è possibile infatti creare leggi e dare struttura ad apparati amministrativi, se proprio una individuata nozione di bene culturale non ne detta orizzonti e confini. Essa è stata invece sempre intesa, o quasi sempre, come nozione separata dal concetto di cultura. Elevata per lo più all’altezza dell’arte più grande, rettorica e magniloquente, ha finito per lasciare alle spalle e fuori delle porte dell’angusto pantheon della gloria nazionale una grande quantità di fenomeni e di relazioni che, al contrario, costituivano parte integrante della sua entità globale. Una fitta tempesta di distinzioni di natura estetica, tanto di origine storica quanto di più fresca matrice, ha sezionato la sua naturale compattezza: arti maggiori e minori, nobili e vili, con la A maiuscola e con la a minuscola, feticci e comparse, si sono orribilmente mescolati, oggi, alle complicazioni giuridiche, assumendo in tal modo figura di interesse locale o di interesse nazionale, al solo scopo di meglio riflettere pertinenze del tutto astratte e dettate soltanto dalla retroguardia amministrativo-culturale del paese.

All’interno di una visione antropologicamente più nitida del concetto di cultura, ognuna di queste distinzioni viene illuminata oggi per quello che essa vuole significare: un contributo ad una separatezza che ha giovato al potere politico per non porre freni eccessivamente stretti alla speculazione e alla logica del profitto; che ha portato vantaggio anche all’amministrazione centrale, che di quel potere è troppo spesso stata emanazione diretta e gerarchizzata; che è stata utile spesso anche agli enti locali, che hanno presto imparato a ripercorrere le strade del potere centrale: ben sapendo, del resto, di potergli addebitare la prima e la maggiore responsabilità, proprio per essere stati allontanati da un possesso naturale attraverso il prolungato, quotidiano atto di espropriazione e di alienazione che la vicenda, in un secolo di storia, esprime. Si dovrebbe poi aggiungere che questa separatezza è parsa talvolta utile anche alla cultura ufficiale, e alle singole discipline storiche nate su ceppo specialistico e diacronico, poco convinte dunque di un’idea globale della civiltà (e della dinamica dell’intraducibile civilisation); e molto sovente affezionate a quella interpretazione manualistica dei programmi scolastici che poco ha giovato alla scuola e molto invece al grossolano codice riduttivo dell’industria della cultura: un empireo capolavoristico di selettive e settimanali proporzioni.

In realtà, se il concetto di bene culturale partecipa intimamente del concetto di cultura, ogni difficoltà incontrata dal primo è anche frutto del mancato pieno sviluppo del secondo. L’Istituto dei beni culturali che la Regione Emilia-Romagna ha deciso di varare, intende misurarsi proprio con un concetto di cultura che, in senso antropologico, realizzi l’intima connessione di una serie di operazioni distinte ma interdipendenti, unificabili come «linguaggi» o come sistemi di significazione. Ciò che rende singolare ed inedito l’Istituto stesso è che aspetto istituzionale e aspetto sistematico siano strettamente uniti, in quanto prodotto di una condizione storica e di una politica che non nasconde la volontà di proiettarsi nei tre tempi del presente: «il presente del passato, il presente del presente, il presente del futuro», secondo la formula di indubbio sapore gramsciano entro la quale Guido Fanti ha voluto puntualmente raffigurare metodi e orizzonti dell’istituto stesso. L’identificazione storica concorre a quella «diversità» emiliano-romagnola, alla quale Fanti, in numerose occasioni riprese, ha assegnato qualcosa di più che una semplice funzione di starter politico e sociale: ma piuttosto il disegno di un modo di essere vastamente culturale, entro il quale prendono figura non bassamente rivendicativa o strapaesana, i caratteri storici e le vocazioni plurime della regione intesa come spazio omogeneo.

La nozione di bene culturale investe direttamente sedimentazione e stratificazione di un territorio, quello emiliano e romagnolo, nel quale l’opera di umanizzazione, come del resto in tante regioni italiane, è giunta nei secoli a livelli di così intima e indistricabile presenza, da non poter essere più «catalogata» come divisa, oppure disciplinarmente settorializzata, ma piuttosto letta nelle sue costanti dinamiche di organizzazione, evoluzione e sviluppo. Così, «la esigenza di una tassonomia ovvero di una catalogazione “incalzante” del tessuto storico di una società variamente stratificata nei suoi livelli o gradi di civilizzazione, come quella emiliana, muove dall’ipotesi che il recupero di un concetto globale di cultura costituisce il fondamento di una logica unitaria, di una filosofia generale del sapere» [Giuseppe Guglielmi]. Degradazione e distruzione del patrimonio storico e artistico aggiungono purtroppo vivida attualità a questo vastissimo campo della significazione, ne accelerano l’importanza prammatica e ne dettano i tempi immediati, attesi non più soltanto dall’ansia degli scienziati ma dalla coscienza stessa di molti amministratori.

Proprio in Emilia riaffiora, con metodi e strumenti moderni, quella sensibilità dello sperimentale e dell’induttivo (che nella tassonomia trova il suo veicolo primario) che caratterizzò fra il XVII ed il XVIII secolo l’opera dell’erudizione e della verifica storica, dettata dalla tradizione galileiana. Bacchini e Muratori, Malpighi e Marsili sono soltanto alcuni fra i grandi nomi ai quali l’Istituto intende riferirsi per riannodare il filo di lontane ma tutt’altro che mitiche continuità. «Scorgesi per la verità qual libro sia la nostra Italia quando accade che sia studiato da chi tien occhi che non si fermino su la pura superficie delle facciate delle chiese o de’ palagi», è il commento che suscitava nel Bacchini la lettura del Museum Italicum del grande Mabillon: ma ad un orecchio moderno esso può davvero suonare come una divisa di lavoro, «una pedagogia generale di un metodo e di una cultura» (Ezio Raimondi).

Una condizione culturale emiliana più recente ha inoltre già riattivato il metodo di conoscenza e di relazione col vero, passando attraverso la classificazione dei problemi. Basterà ricordare l’attività euristica condotta in campo urbanistico-architettonico dall’amministrazione comunale di Bologna e culminata nel noto piano per la conservazione, anche sociale, del suo centro storico; e l’esperienza condotta nell’ambito delle campagne di rilevamento nell’Appennino bolognese, organizzate dalla Soprintendenza alle gallerie e dalla Provincia di Bologna.

«Così, mentre la sociologia viene rimeditando sui propri fondamenti, e da un’analisi degli stati si sposta verso un’analisi delle trasformazioni, l’antropologia sta diventando sempre più storiografia, analisi di una società come sistema di forze e di relazioni, entro cui si organizza l’esperienza collettiva dell’uomo sociale. Ed è proprio un disegno antropologico che informa l’Istituto per i beni culturali, il cui compito progettuale si ispira alle acquisizioni di discipline come la linguistica, la teoria dell’informazione, la logica formale, le quali aprono nuove vie all’analisi dei significati e degli oggetti non linguistici, quali l’analisi monumentale, delle cose mobili, del territorio, dei quadri paesistici ecc.»

Ma il problema di fondo (perché la conservazione?) rimane quasi sempre insondato o addirittura inespresso, al di là dei riti culturali che l’hanno trasportato fino ai nostri giorni, al di là delle consuete giustificazioni storiche che non hanno soddisfatto il ricercatore, e infine anche al di là delle argomentazioni estetiche che tanto spesso non hanno contribuito se non all’estasi. In sostanza, è come se gli strumenti della nuova civiltà che auspichiamo non bastino a interpretare quel problema; e quelli della civiltà che ci ha preceduti appaiano inservibili se non addirittura devianti. Vista entro questi dubbiosi termini, la stessa attività di catalogazione e di inventario rischia di assomigliare ad un enorme ingombro di carte e di prelievi, pronto prima o poi a crollarvi addosso, come nel racconto di Anatole France: e comunque una sorta di onanistica restitutio di una storia verso la quale, in fondo, non abbiamo, quanto a fini e a risultati generali, altro che diffidenza.

Qui si impegna duramente il codice ideologico di lavoro dello storico dell’arte e della ricerca sulle forme; e poiché proprio chi opera nel settore della conservazione è stato più d’ogni altro impegnato fino ad oggi come «braccio secolare» di una storia di sintesi, costui è venuto gradualmente assumendo la figura di un inutile analizzatore, di un compilatore compiaciuto soltanto delle capacità «ausiliarie» della ricerca. La sua attività stessa, all’interno di questa storia di sintesi, rischia di essere messa in crisi, paradossalmente, proprio quanto più alto è il grado qualitativo e quantitativo del suo lavoro. Poiché nulla, evidentemente, guida dall’interno i gradi sempre parziali del suo procedere. Si sono del resto viste, nella pratica corrente, zufolate estetistiche pressoché ridicole conseguire assensi di elevato prestigio accademico; si vedono suicide serpentine di analisi materiale, cronistica ed effimera, esalare l’ultimo respiro in faccia al più stracco sociologismo di routine. Sarebbe temerario affermare che, almeno per ora, molte cose della storiografia e della critica d’arte siano avviate a qualche moderna soluzione.

Ma ritorniamo con fiducia al ricercatore. Al di là della storia di sintesi si colloca la sua insostituibilità, oggi. Anche se il discorso può ancora sembrare limitativo ai cultori affrettati del giudizio storico, si tratta ora di garantire — dall’interno di un inarrestabile processo storico — una precisa, non intermessa trasmissione delle tecniche della cultura. In questo senso, le tecniche non faciunt saltus, e non possono avere sospensioni, pena una regressione di proporzioni inattese: tanto meno oggi e cioè nel momento in cui davvero più lontana e dunque più superflua — di fronte alla disinvoltura di tanto superficiale «attualità» — può apparirci l’infinita trama delle tecniche del lavoro e della stessa sopravvivenza. Eppure, ogni scienza urbana e del territorio rischia di conoscere la disfatta più clamorosa se non tiene conto di questa incancellabile trasmissione «didattica» e metodologica. L’ecologia, in questo senso, è davvero un insegnamento esemplare; e la soluzione stessa dei suoi grandi problemi passa tutta attraverso la capacità dell’uomo di sapersi «culturalmente» collocare rispetto alla natura, come appunto le tecniche tradizionali ci possono — se indagate — rivelare.

[…]

Marisa Dalai Emiliani: In ricordo di Andrea Emiliani

Il patrimonio culturale italiano ha perduto con la scomparsa il 25 marzo scorso di Andrea Emiliani uno dei suoi più appassionati conoscitori e indomiti difensori. Il suo importante contributo alla storia dell’arte è testimoniato dagli studi dedicati a Raffaello e a Federico Barrocci, ai Carracci e a Guido Reni, dei quali ha organizzato mostre memorabili nel ruolo di Soprintendente della Pinacoteca Nazionale di Bologna. Ma l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli vuole ricordarlo soprattutto come promotore e protagonista negli anni settanta del Novecento di una vera e propria rivoluzione nel modo di intendere e praticare la tutela dei beni culturali e ambientali, una “tutela come servizio pubblico” per citare le sue stesse parole, fondata su un’azione conoscitiva del territorio che aveva il suo strumento privilegiato nella catalogazione integrata, da porre a fondamento delle politiche del governo locale.

Della sua vasta e seminale produzione pubblicistica non dimentichiamo due testi che hanno orientato un’intera generazione: Una politica dei beni culturali, edito da Einaudi e Dal museo al territorio, delle  edizioni Alfa di Bologna, entrambi del 1974.      

Marisa Dalai Emiliani
Presidente onoraria

La ricostruzione dell’Aquila: un’occasione sprecata

La ricostruzione dell’Aquila: un’occasione sprecata

Gran Sasso Science Institute
Sala conferenze
Viale Crispi, 7
L’Aquila

Giovedì 4 aprile, dalle ore 17:30 alle 20:00

Interventi di Roberto De Marco, Vezio De Lucia, Andrea Giura Longo, Monica Cerulli

 

L’Associazione Bianchi Bandinelli è stata presente a L’Aquila e per l’Aquila fin da subito dopo il terremoto del 2009 con varie iniziative e interventi, fra i quali il convegno tenuto il 10 dicembre 2009 presso la sala Bologna del Senato della Repubblica, i cui atti sono poi stati raccolti nel volume L’Aquila: questioni aperte. Il ruolo della cultura nell’Italia dei terremoti, pubblicato dall’editore Iacobelli nel 2010.

L’attenzione nei confronti della ricostruzione e del patrimonio storico-artistico non è mai venuta meno nel corso degli anni e non poteva mancare una nuova presenza fra le iniziative per il decennale. Una presenza che non vuole essere comunque una commemorazione, ma un ulteriore momenti di riflessione critica e di proposte sulla gestione del dopo gli eventi catastrofici, purtroppo così frequenti nel nostro Paese ma che evidentemente poco insegnano.

I due interventi su cui si incentrerà la serata del 4 aprile, presso la sede del GSSI, saranno:

L’Aquila 2009. Se non allora quando?
Roberto De Marco

Dopo cento anni dalla tragedia di Messina un terremoto distruttivo ha colpito una città capoluogo, ha distrutto un importante centro storico. Si sarebbe dovuta dispiegare tutta la scienza e la conoscenza disponibile per affrontare l’emergenza, per lo sviluppo ulteriore di un “saper come fare” da utilizzare per i terremoti che sarebbero poi accaduti e per quelli che ancora verranno. Così non è stato.

Sempre più sparpagliata
Vezio De Lucia, Andrea Giura Longo, Monica Cerulli

L’Aquila è storicamente formata da un nucleo centrale circondato da decine di frazioni in un vastissimo territorio. Il carattere della città è stato esasperato dalla ricostruzione, a cominciare dalle cosiddette new town e successivamente dalla disseminazione di altri innumerevoli insediamenti che hanno portato a un’espansione patologica e irrimediabile.

Andrea Emiliani con Denis Mahon e Pier Luigi Cervellati a San Galgano (foto Paolo Monti, 1980) - CC BY-SA 4.0

Il saluto dei fratelli ad Andrea Emiliani

Si è spento un fedele servitore dello Stato uno storico dell’arte e un museografo profondamente legato al territorio e al paesaggio

 

Nostro fratello Andrea si è spento stanotte all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna dove era ricoverato da oltre due mesi per una grave malattia. Era nato il 5 marzo 1931 a Predappio Nuova (Forlì), ma aveva trascorso a Urbino l’adolescenza e la prima giovinezza appassionandosi all’arte. Abbiamo avuto la fortuna di abitare per oltre dieci anni di fronte al Palazzo Ducale, retto da Pasquale Rotondi, che, durante la guerra, era anche il nostro rifugio antiaereo. Ha terminato il Liceo Classico a Urbino per poi iscriversi alla Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna dove il suo primo vero amico e maestro è stato lo storico dell’arte Francesco Arcangeli. In quell’ambito ha conosciuto il soprintendente alle Gallerie Cesare Gnudi che lo ha assunto, ventenne o poco più,  quale “salariato di Soprintendenza” facendolo partecipare subito alle grandi biennali di arte antica. Politicamente si è sempre mosso, come i suoi maestri, nell’ambito del socialismo riformatore.

Laureatosi poi a Firenze con Roberto Longhi con una tesi su Simone Cantarini il Pesarese, grande incisore, allievo di Guido Reni, i suoi pittori sono stato per sempre gli urbinati Raffaello e Barocci e i bolognesi. Successivamente è diventato ispettore della Soprintendenza e quindi direttore della Pinacoteca Nazionale di Bologna, il più giovane d’Italia, che ha concorso a raddoppiare negli spazi e negli allestimenti.

Sulla scia di Cesare Gnudi e di altri grandi intellettuali quali Ezio Raimondi e Lucio Gambi, ha intrapreso i censimenti integrali dei beni culturali e ambientali di intere vallate appenniniche in Emilia-Romagna dando quindi un contributo anche antropologico alla storia dell’arte e del territorio. Uno dei suoi libri più significativi resta “Dal Museo al territorio”, una concezione che lo ha fatto giudicare nel modo più negativo la recente riforma Franceschini che ha tagliato al contrario il rapporto fra Museo e territorio separando assurdamente la tutela (lasciata, indebolita, alle Soprintendenze) e la valorizzazione (affidata ai Poli Museali). Ha partecipato a vari convegni firmando documenti decisamente polemici in materia.

Oltre a riprendere e a proseguire con grande slancio le Biennali di Arte antica a Bologna, organizzate quasi sempre (Guido Reni, Lodovico Carracci, Guercino, Crespi. ecc.) in collaborazione con  un Museo europeo e uno statunitense, ha sviluppato la ricerca sulla storia della tutela inquadrando storicamente con Antonio Pinelli la figura di Quatremère de Quincy e la lettera programmatica di Raffaello e Baldassar Castiglione a Leone X e recuperando i primi testi di legge dei Granduchi di Toscana, dello Stato Pontificio (Pio VII soprattutto) e Lombardo-Veneto. Uno dei suoi temi prediletti è stato il neoclassicismo così vivo nella sua Romagna fra Faenza, Forlì e altre città, nei teatri, negli edifici pubblici, nei mercati pubblici, ecc. Fra i suoi amici più cari restauratori quali Ottorino Nonfarmale, col quale aveva impostato un centro studi sulla pietra, e Carlo Giantomassi.

In ottimi rapporti col mondo dell’arte e dei musei di tutto il mondo, ha coordinato e pubblicato di recente con Michel Laclotte, creatore del Grand Louvre, le ricerche di una équipe di storiche francesi sul recupero delle opere d’arte portate a Parigi da Napoleone e in parte recuperate colà da Antonio Canova erede della Soprintendenza pontificia alle Antichità, con l’aiuto anche finanziario del duca di Wellington, il vincitore di Waterloo: “Opere d’arte prese di Italia nel corso della campagna napoleonica 1796-1814 e riprese da Antonio Canova nel 1815”, Cartabianca Editore, Faenza.

Ha curato per l’Alfa diversi volumi di ricostruzione storica e politica sulla Romagna, su Bologna, su Palazzo Milzetti, gioiello neoclassico di Faenza da lui acquistato per il patrimonio statale, restaurato e arredato. Ma fondamentale resta il suo libro “Una una politica per i beni culturali”, uscito da Einaudi nel 1974 e ripubblicato di recente dalla Bononia University Press.

Medaglia d’oro della cultura, Légion d’honneur, accademico dei Lincei, ha presieduto per anni, dopo aver lasciato a 67 anni per limiti di età la carica di Soprintendente ai beni storici e artistici di Bologna, Ferrara, Forlì, Ravenna e Rimini, l’Accademia di Belle Arti di Bologna, l’Accademia Clementina e l’Isia di Faenza. E’ stato fra i fondatori, con Lucio Gambi e Ezio Raimondi, dell’IBC Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna. Innumerevoli i saggi scritti anche sul patrimonio paesaggistico, sul censimento dei beni della Chiesa, sui centri storici. Col grande fotografo Paolo Monti predispose la campagna di censimento fotografico del centro storico di Bologna (10.000 scatti i n due anni), premessa fondamentale al piano Cervellati per il restauro e il recupero a fini residenziali  e sociali della città entro le mura. Con Paolo Monti e Pier Luigi Cervellati ha tenuto un corso di lezioni interdisciplinari al DAMS allora nato da poco.

Lascia in tutti noi grande dolore, affetto e rimpianto, ma anche la sollecitazione a servire, senza retorica di sorta, nei fatti, il bene pubblico, lo Stato, con una passione civile, possiamo ben dirlo, senza cedimenti.

Vittorio Emiliani

 

immagine: Andrea Emiliani con Denis Mahon e Pier Luigi Cervellati a San Galgano (foto Paolo Monti, 1980 CC BY-SA 4.0)

Sul caso della pala di Caravaggio del Pio Monte della Misericordia

Comunicato Stampa

La polemica divampata sul caso della pala di Caravaggio del Pio Monte della Misericordia di Napoli ha assunto ormai toni e contenuti che trascendono la normale dialettica culturale.
Se si considera la questione rimanendo ai fatti, e non alle molte parole spese, si ritiene che il mantenimento della tela all’interno della chiesa del Pio Monte fosse l’opzione altamente preferibile, non solo dal punto di vista conservativo e storico, così come rilevato nella relazione del Direttore Generale, ma anche per le ragioni scientifico culturali legate alla possibilità di lettura di un’opera all’interno del contesto originario, non solo monumentale, ma urbanistico e sociale: possibilità che l’operazione espositiva dovrebbe – per principio – ricercare ed esaltare.
La piena accessibilità dell’opera, la sua vicinanza alla sede di Capodimonte facevano ritenere facilmente perseguibile, tramite banali accorgimenti organizzativi, l’integrazione dell’opera nel percorso espositivo, così come pare stia di fatto avvenendo, con indubbio vantaggio dell’iniziativa in termini di restituzione contestuale e coinvolgimento della città.
Ciò nonostante, ci pare che nelle prese di posizioni di questi giorni si siano assunti toni da crociata che sono talora sfociati in dichiarazioni inaccettabili nei confronti di chi opera all’interno del Ministero.
È evidente che la discussione si è ormai trasformata, incomprensibilmente – forse persino all’insaputa di molti degli improvvisati sottoscrittori – in una difesa animosa della “riforma” Franceschini, con toni quasi intimidatori nei confronti del ministro “a non tornare indietro”.
Eppure la prima evidenza che quei provvedimenti abbiano creato molti problemi al sistema della tutela del nostro patrimonio culturale deriva proprio dai toni esacerbati di questa polemica: se fosse stata un successo pieno, che bisogno vi sarebbe di difendere la “riforma”, talora in maniera scomposta? Si è giunti persino ad affermare che prima della riforma i musei in Italia non esistevano…

Le iniziative delle scorse settimane, da quelle che hanno coinvolto il mondo archeologico, alla prima riflessione pubblica organizzata il 5 marzo dall’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, hanno messo in evidenza con dati molto significativi, uno stato di disagio diffuso. Al di là di posizioni oltranziste che non giovano a nessuno e meno che mai ad un miglioramento del nostro sistema di tutela e – sullo stesso piano di importanza – alla dignità professionale di quanti vi operano, è tempo, dopo quasi un lustro dai primi provvedimenti, di fare dei bilanci.

La logica della verifica, del monitoraggio e del miglioramento / cambiamento progressivo ci pare l’unica perseguibile per il beneficio di un patrimonio di tutti.

Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli
Comitato per la Bellezza
Italia Nostra Napoli
Emergenza Cultura
CGIL-FP

Basta con la dittatura dei B&B. I centri storici tornino ai cittadini

Articolo di Emanuela Minucci pubblicato su La Stampa

 

Il rumore dei trolley è la colonna sonora del Canal Grande. Dietro le ruotine che vanno su è giù per le calle, orde di turisti mordi e fuggi che ad ogni ponticello selfizzano a favore di gondola. Il silenzio cala come un masso sulla ex Serenissima già alle otto di sera. Le persiane restano chiuse e gli abitanti superstiti si arrendono a una città che ormai è solo un museo, o meglio, un brand: mille abitanti in meno all’anno, per un minimo storico di 53.976 residenti nei suoi sestieri.

Firenze è una città da 15 milioni di pernottamenti l’anno dove i fiorentini non vanno più in piazza Duomo, Ponte Vecchio, Piazza della Signoria: tre residenti su quattro, spiegano che lo fanno «per non finire nel bel mezzo del più chiassoso dei luna park». E pazienza se al posto delle montagne russe ci sono gli Uffizi, il clima è quello». Per non parlare dei negozi del centro: «souvenircity» in cui trovare un fruttivendolo è impresa impossibile.

Nasce per ovviare a questi problemi, in primis lo spopolamento e la mancanza di tutela dei centri storici, il disegno di legge presentato al Senato dal Movimento Cinque Stelle e da Sinistra italiana. Frutto di un’annosa battaglia combattuta da urbanisti come Vezio De Lucia, e l’associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli. Da sempre contrari alla fruizione usa-e-getta dei centri storici invasi da bed & breakfast e palazzi aulici sventrati per poterne ricavare mini-hotel. Due i punti chiave del documento: primo, tutelare il centro storico nella sua unità, considerandolo opera d’arte in toto. Secondo: avviare un programma straordinario di ripopolamento del centro storico. Tra i firmatari la senatrice Michela Montevecchio(M5S): «Per regolamentare questa materia ci vuole una legge – racconta – che ha l’obiettivo di tutelare i centri storici come beni culturali d’insieme con divieto dunque di edificare ex novo senza sottostare a un principio d’insieme e stravolgere l’interno degli edifici per realizzare alberghi di charme».

Se questo disegno di legge verrà approvato si metterà un freno a una metamorfosi che sembra ormai irreversibile grazie alla diffusione di piattaforme come Booking.com, Trivago o Expedia che rendono prenotabile anche l’alberghetto che un tempo si occupava solo con il passaparola. La seconda questione, quella del ripopolamento (secondo le statistiche del Comune a Venezia 7 case su 10 sono state acquistate da stranieri e di queste il 75 per cento è affittato a turisti), sarà affrontato offrendo, come racconta l’archeologa Rita Paris, presidente dell’associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli il patrimonio immobiliare pubblico dismesso all’edilizia residenziale pubblica». L’obiettivo è duplice: ripopolare il centro agevolando le fasce deboli offrendo affitti agevolati.

Ma le città si stanno spopolando anche di negozi che componevano il tessuto commerciale delle città: in dieci anni, secondo uno studio di Confcommercio, dal 2008 al 2018, in Italia si sono persi quasi 64 mila negozi a favore dell’e-commerce. Un’altra componente identitaria forte che va perdendosi a favore di grandi brand che rendono le città tutte uguali. Prendiamo Firenze, per esempio. Come accusava giorni fa il critico d’arte Philippe Daverio il centro della città dei Medici è diventato un duty-free. «È Firenze, ma potrebbe essere Hong Kong». Qui nel 2018 il 93,7% degli acquisti immobiliari entro le mura ha avuto «pura finalità d’investimento». Un discorso che vale per tutte le città che affogano nel turismo di massa. Come Bologna, che – nonostante sia stata «vaccinata» dal piano regolatore firmato da Pier Luigi Cervellati del 1969 (inimitabile nel saper intrecciare salvaguardia e futuro ) ha un centro storico che perde ogni giorno decine di residenti. Come spiega l’archeologa Maria Pia Guermandi, bolognese, «la mia città vive, seppur in misura diversa, l’urgenza della tutela del centro considerato nella sua interezza: si tratta di una sfida culturale. «È già una soddisfazione» riconosce l’urbanista Vezio De Lucia , fra i più determinati ispiratori del disegno di legge, «vedere arrivare il documento in aula: se non si affronta il nodo dello spopolamento il destino dei centri storici è segnato, perciò serve l’intervento straordinario dello Stato, come nei casi di gravi calamità naturali».

Playground Colle Oppio: il Ministro dei Beni Culturali Bonisoli deve bloccare quel cantiere

Pubblichiamo il comunicato stampa di Italia Nostra Sezione Roma

 

Playground Colle Oppio: il Ministro dei Beni Culturali Bonisoli deve bloccare quel cantiere

L’impianto sportivo a Colle Oppio, dopo i ritrovamenti archeologici si suppone delle Terme di Tito, va fermato subito.

Il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali, Alberto Bonisoli, esercitando le sue prerogative che rappresentano i diritti dei cittadini italiani, intervenga per bloccare il cantiere sul Colle Oppio e si adoperi con Roma Capitale per delocalizzare definitivamente i playground in altro luogo idoneo del I Municipio. E’ assurdo aver pensato di poter intervenire su di un’area di così grande valore archeologico e paesaggistico.

Italia Nostra Roma ha chiesto formalmente l’intervento del Reparto Operativo del Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale per verificare, alla luce dei ritrovamenti, la compatibilità del progetto con l’area archeologico di Colle Oppio.

Non fermare quel cantiere sarebbe un atto gravissimo contro il patrimonio archeologico di Roma in un’area di elevato valore paesaggistico.

Italia Nostra Roma e l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli chiedono, quindi al Ministro Bonisoli l’immediata determinazione di sospendere i lavori e chiedono il ripristino di quell’area di pregio sicuramente interessata dal Complesso delle Terme di Tito. Per future ed auspicabili ricerche l’area deve essere lasciata libera per la migliore valorizzazione del complesso monumentale.

Italia Nostra Roma e l’Associazione Bianchi Bandinelli confidano in un atto forte, deciso e risolutivo del Ministro Bonisoli.

 

Per informazioni: 3488125183