Rinviato l’incontro “Narrazione e Realtà” del 13 Marzo

Informiamo che l’Associazione Bianchi Bandinelli, per motivi precauzionali circa le note disposizioni vigenti in materia di Sanità, è costretta a rinviare l’incontro Narrazione e realtà.  Lo stato dei beni culturali di riforma in riforma, che si sarebbe dovuto tenere a Roma presso l’Accademia Nazionale di San Luca il 13 marzo 2020, ore 14:30.

Ci auguriamo di potere comunicare quanto prima una nuova data.

Narrazione e realtà. Lo stato dei beni culturali di riforma in riforma

Nella linea della tradizione, l’Associzione, da sempre impegnata, tra altri temi, anche degli aspetti connessi con la gestione del patrimonio e dei cambiamenti attuati all’intero del Ministero, esprime anche in questa fase di profonde trasformazioni la propria visione. L’incontro del 13 marzo che segue altri incontri organizzati nel corso del 2019 su Soprintendenze, Musei, Archivi, Biblioteche e Patrimonio Demoetnoantropologico, si articola con brevi interventi introduttivi e un dibattito a cui partecipano esperti e rappresentanti di Associazioni e Istituzioni.

L’incontro, ospitato dall’Accademia Nazionale di San Luca, è in collaborazione con Italia Nostra, il Comitato per la Bellezza, ICOMOS.

 

Roma, 13 marzo 2020, ore 14:30
Accademia Nazionale di San Luca
Piazza Accademia di San Luca 77, Roma

Presentazione:
Francesco Moschini
Segretario Generale Accademia Nazionale San Luca

Interventi introduttivi:
Rita Paris
Presidente Associazione Bianchi Bandinelli
Vittorio Emiliani
Giornalista, scrittore
Paolo Liverani
Docente Topografia Antica, Università degli studi Firenze
Michele Campisi
Storico architettura, Italia Nostra
Modera:
Carlo Pavolini
Docente di Archeologia

Intervengono al dibattito:
Ebe Giacometti
Presidente Italia Nostra Nazionale
Giovanni Losavio
Magistrato, Italia Nostra
Stefanella Quilici Gigli
Professore emerito Topografia antica, Università della Campania
Luigi Malnati
già Direttore Generale Mibact
Fulvio Cervini
Docente Storia dell’Arte, Università degli studi Firenze
Battista Sangineto
Docente Archeologia dei paesaggi, Università della Calabria
Irene Berlingò
Archeologa, già Dirigente Mibact
Ferruccio Ferruzzi
Dirigenza UIL Beni Culturali
Claudio Meloni
Coordinatore Nazionale FP CGIL
Madel Crasta
Docente Master Culture del Patrimonio
Alberto Petrucciani
Docente Catalogazione, Sapienza Università di Roma
Mariella Guercio
Docente di Archivistica, Sapienza Università di Roma
Paolo Salonia
Consigliere esecutivo ICOMOS Italia, Dirigente di Ricerca Associato CNR
Carmelina Ariosto
Archeologa, Parco Archeologico Appia Antica
Alessio De Cristofaro
Archeologo, Soprintendenza Speciale ABAP Roma
Associazione Mi riconosci?
Modera:
Rita Paris
Segue aperitivo

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Giovanni Losavio: Per la legge di tutela degli insediamenti urbani storici voluta dalla Carta di Gubbio

La proposta di legge alla cui redazione si è impegnata l’associazione Bianchi Bandinelli (con i contributi non marginali di chi sta nella nostra associazione) ha l’ambizione, io credo non sbagliata, di costituire l’adempimento a sessant’anni di distanza (e ovviamente tenuto conto delle non poche novità istituzionali, come innanzitutto l’attuazione dell’ordinamento regionale e della riforma costituzionale del Titolo V) della rivendicazione di quell’“urgente provvedimento di legge generale” che la Carta di Gubbio nella sua formulazione conclusiva aveva indicato come finalità primaria. Se è così, credo che Italia Nostra debba valutare di assumere in proprio quella proposta di legge (già introdotta sia in Senato che alla Camera) e vorrei qui riuscire ad indicare buone ragioni perché l’associazione ne faccia l’obbiettivo a conclusione dei suoi seminari verso il convegno di settembre.

Sono due in sostanza gli intrecciati principi fondanti della Carta di Gubbio, espressione dell’orgoglio urbanistico che aveva allora animato la discussione tra chi si misurava sui problemi della città. L’insediamento urbano storico costituisce una complessa ma unitaria entità, con incisive caratteristiche e valori di cultura che esigono una speciale disciplina conservativa di tutela, necessariamente affidata alla cura propria dell’urbanistica, come elemento non separato ma integrato e partecipe del generale progetto della città contemporanea. Nell’attuazione di questi principi si era cimentato il ministro Fiorentino Sullo (1962) con la sua generosa e sfortunata proposta di legge che aveva messo in diretta relazione funzionale il controllo pubblico della allora necessaria espansione della città (attraverso la costituzione del demanio civico delle aree) e il risanamento conservativo dei centri storico-artistici ed ambientali, contenuto necessario del piano regolatore generale con i suoi vincoli da osservare nelle zone a carattere storico e ambientale. Questa testuale espressione, vincoli senza tempo e senza indennizzo, sarà poi ripresa e salvata in una legge del 1968 ed è diritto vigente. Le dichiarazioni di principio della Commissione interparlamentare di indagine Franceschini (1964 – 1966, essenziale il contributo di Astengo, c’è la sua firma nella mozione conclusiva del convegno di Gubbio), che dovevano valere come proposte per la revisione delle leggi di tutela, riconobbero quali beni culturali ambientali (sono espressioni dettate appunto di Astengo) le strutture insediative urbane che costituiscono unità culturale e testimoniano i caratteri di una viva cultura urbana e dunque postulano, nella loro cura, la competenza delle istituzioni di tutela. Non seguì questa indicazione la legge ponte, la 765 del 1967, che risolse nell’urbanistica, valorizzandola in questa funzione, la disciplina degli agglomerati urbani quando rivestano carattere storico artistico e di particolare pregio ambientale e, nell’adottato modello territoriale per zone omogenee, li riconosce come zona A, mentre l’attuativo decreto interministeriale dell’anno dopo (n. 1444) li affida a una disciplina prevalentemente conservativa con le prescrizioni di limiti di altezza, densità edilizia di distanza tra i fabbricati. La legge ponte tuttavia avverte che si tratta di materia che impegna la competenza, quindi concorrente, della istituzione della tutela, resa perciò partecipe di essenziali atti di pianificazione, sia nella formazione dei piani regolatori generali (per iniziativa del ministero della pubblica istruzione il decreto ministeriale di approvazione dei piani può introdurre le modifiche di ufficio riconosciute indispensabili per assicurare la tutela dei complessi storici monumentali e archeologici), sia nella stessa gestione della disciplina urbanistica, attribuendo ai soprintendenti non marginali attribuzioni consultive, come la definizione del perimetro degli abitati e, all’interno di quello, del centro storico, esercitate anche sui piani particolareggiati e perfino sui piani di lottizzazione. Attuato l’ordinamento regionale e conferita alle regioni potestà legislativa e funzioni amministrative nella materia urbanistica, vi furono comprese le attribuzioni già esercitate dagli organi statali della tutela che sono rimaste assorbite e quindi in pratica annullate nel governo dell’urbanistica. Un sistema rigidamente binario dove è negata ogni comunicazione tra le due parti, esclusi del tutto ministero beni culturali e soprintendenze dalla cura della città storica, che neppure il codice dei beni culturali (2004 – 2008) è stato capace di riconoscere quale bene culturale in sé, come aveva inascoltata chiesto Italia Nostra. Mentre ancora e soltanto nella legge ponte e nelle prescrizioni attuative del decreto 1444 sono stati colti, nel difetto di una apposita legge cornice in questa materia, i principi fondamentali di orientamento alla potestà legislativa delle regioni. Le quali se ne sono sentite progressivamente sciolte, nella indifferenza quando non nell’incoraggiamento del governo (che ha lasciato passare la eversiva, incostituzionale legge urbanistica – n.24 del 2017 – della regione Emilia Romagna) e del parlamento che con la legge (2013) del fare (del mal fare) ha dato facoltà alle regioni di derogare alle prescrizioni dello stesso decreto 1444, così svuotato della riconosciuta carica di veicolo di principi, anche nelle sue caute disposizioni sulle trasformazioni conservative (singolare ossimoro). Sicché è potuto accadere, lo segnalo perché è sorprendente vicenda qui a due passi da noi, che il Comune di Castelfranco Emilia sia stato legittimato a decretare, in variante alla disciplina conservativa del suo piano regolatore, la demolizione del vasto isolato delle case operaie insediato nel centro storico all’inizio del Novecento (con la benedizione – poteva mancare? – della soprintendenza).

Ebbene, nella consapevolezza di questo allarmante processo degenerativo, la proposta di legge che stiamo esaminando affronta con risolutezza il compito, eluso dagli anni 60 del Novecento, di tradurre in termini normativi le acquisizioni della cultura sulla città storica come monumento unitario nella complessità dei suoi valori, riconosciuta esplicitamente e a pieno titolo partecipe del patrimonio storico e artistico della Nazione, insomma una doverosa misura di attuazione costituzionale. E insieme si impegna a risolvere l’insuperabile nesso con il governo del territorio e con la potestà legislativa delle regioni al riguardo, concependo il riconoscimento normativo della qualità di bene culturale (specialissimo, di insieme) non come condizione di isolamento dal generale contesto urbano, ma al contrario come fattore della più appropriata partecipazione del nucleo storico dell’insediamento, con i suoi irrinunciabili caratteri, contenuti e funzioni, al progetto complessivo della città di oggi.

La proposta di legge muove dalla obbiettiva identificazione della città storica, operata attraverso il riferimento alla rappresentazione del nuovo catasto urbano come fissata generalmente nel paese con la fondamentale ricognizione del 1939, così sfuggendo alle insidie di soggettivi e mutevoli apprezzamenti discrezionali. Certo, un criterio convenzionale, ma non arbitrario, che fissa una riconoscibile fase cruciale nella storia dell’insediamento urbano alla vigilia del conflitto e sicuramente considerata nella elaborazione della cultura urbanistica di quegli anni che trovò espressione nella fondamentale, gloriosa, legge del 1942 (non ancora saputa superare). Un riconoscimento che non esige mediazioni applicative attraverso attardanti procedimenti amministrativi, come diretto effetto della legge, sul modello che si è rivelato efficace nella analoga ricognizione delle fondamentali strutture fisiche portanti del territorio/paesaggio della legge voluta dallo storico Galasso, allora sottosegretario al ministero beni culturali, nel 1985.

L’art.1 è il manifesto dell’insediamento storico detto con la cultura che echeggia la definizione cattaneana della città “considerata come principio ideale delle storie italiane” e subito indica, strumenti al fine di assicurare conservazione e pubblica fruizione, i modi della valorizzazione e della promozione dell’uso residenziale sia pubblico che privato, con i relativi servizi anche di artigianato. L’art.2 rende esplicito, con il richiamo all’art. 9 costituzione (dunque questa è legge di attuazione costituzionale) e alla legislazione esclusiva dello Stato nella materia dei beni culturali, l’assunto che gli insediamenti urbani storici stanno nel patrimonio storico e artistico della Nazione come beni culturali di insieme e dunque ad essi si addicono le misure di protezione e di conservazione dettate dal codice dei beni culturali e del paesaggio, che il comma 2 più specificamente ribadisce come “disciplina conservativa del patrimonio edilizio pubblico e privato, con divieto di demolizione e ricostruzione e di trasformazione dei caratteri tipologici e morfologici degli organismi edilizi e dei luoghi aperti, di modificazione della trama viaria storica e dei relativi elementi costitutivi, con divieto altresì di nuova edificazione anche degli spazi rimasti liberi; sono esclusi gli usi non compatibili ovvero tali da recare pregiudizio alla loro conservazione, a norma degli artt. 20 e 170 del Codice beni culturali e del paesaggio”. Dunque una rigorosa protezione assistita da un severo sistema sanzionatorio.

Al riconoscimento degli insediamenti urbani storici come beni culturali non consegue, non può funzionalmente conseguire, e più sopra ne abbiamo anticipato la ragione, la sottrazione della relativa tutela all’esercizio del governo del territorio e alla potestà legislativa delle Regioni al riguardo, come alla competenza di funzioni amministrative proprie dei Comuni che attengono ad assetto e utilizzazione del territorio (dettate nell’art.13 del t.u. delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, convalidate come loro proprie dall’art.118, comma 2, cost.) e da quel riconoscimento l’art. 3 di questa proposta ricava appunto la articolazione dei principi fondamentali che orientano la legislazione regionale di governo del territorio diretta alla speciale disciplina e individuano nello strumento urbanistico comunale l’istituto operativo della tutela. Che definisce il perimetro dell’insediamento storico quale risulta dal catasto edilizio urbano del 1939, individua edifici e altri immobili in ogni parte del territorio, oltre a quelli già assoggettati alla disciplina del codice, che presentano interesse storico per caratteristiche architettoniche/tipologiche in sé o in relazione al contesto dell’insediamento, assoggettati alla medesima disciplina conservativa; promuove le destinazioni residenziali, artigianali e di commercio di vicinato; individua le componenti dell’insediamento storico e dei suoi singoli elementi costitutivi trasformati negli anni successivi al 1939 per i quali in luogo della disciplina conservativa si ponga l’esigenza del ripristino di condizioni di compatibilità e coerenza con il contesto urbano, anche in ragione delle destinazioni d’uso, e a tal fine definisce la disciplina specifica, individuando i criteri di orientamento alla conferma delle trasformazioni intervenute o al ripristino dei caratteri tipologici originari degli organismi urbani/edilizi; prevede, di intesa con l’ufficio territoriale del ministero beni culturali e per esigenze di interesse pubblico, eventuali deroghe alla disciplina conservativa di piano su singoli individuati elementi dell’insediamento storico (opportuno dispositivo che incide sulla assolutezza della norma, garantito nella sua corretta applicazione dalla corresponsabilità dell’ufficio – la soprintendenza – che rappresenta la cura della dimensione nazionale dell’interesse alla tutela (contro possibili estensioni della deroga a fronte di ogni ipotizzabile interesse pubblico, converrà limitarla alla esclusiva esigenza di pubbliche attrezzature di servizio); programma interventi per l’impiego di risorse finanziarie disponibili, e di eventuali stanziamenti integrativi, per il recupero del patrimonio edilizio esistente, finalizzato alla realizzazione di edilizia residenziale pubblica. Rivive così nel nuovo strumento urbanistico comunale la progettazione dell’intervento di edilizia pubblica (i peep oggi desueti) anche per recupero dei tessuti edilizi storici degradati. La legge valorizza insomma lo strumento urbanistico comunale in funzione della tutela dell’insediamento storico riconosciuto bene culturale e quando il piano sia stato dal ministero beni culturali accertato conforme al modello della stessa legge, alla autonomia del comune, responsabile soggetto attivo della tutela (il precetto dell’art.9 cost. anche ai comuni si rivolge), sono rimesse l’attuazione dei progetti in quello strumento previsti e l’abilitazione degli interventi. Una disciplina speciale che l’art.4 definisce sotto il riduttivo titolo di semplificazione amministrativa, in deviazione da quella generale dettata dal Codice che riserva agli uffici centrali e periferici del ministero beni culturali l’amministrazione attiva della tutela del patrimonio storico e artistico. Una riserva che oggi non è più necessitata con l’introduzione nel modificato art.118 cost. del principio di sussidiarietà e qui se ne è fatta a ragione applicazione con l’effetto (non il fine primario della disciplina speciale) di funzionale semplificazione amministrativa. Si è operata, a ben vedere, l’attesa composizione in unità della irragionevole separazione nel vigente sistema binario tra i due sistemi non comunicanti tra loro, quello del governo del territorio e quello della tutela dei beni culturali. Mentre una norma transitoria di completamento disegna il dispositivo di salvaguardia (che impegna anche le soprintendenze) necessario a incentivare l’adeguamento degli strumenti urbanistici comunali.

Infine con l’art.5, certamente il nucleo della legge di straordinaria novità e massimo rilievo politico, lo Stato riconosce come questione nazionale la tutela dell’insediamento urbano storico e assume su di sé il compito di consolidarne e incrementarne la funzione residenziale, impegnando il governo a un piano decennale per l’edilizia residenziale pubblica aperto alla partecipazione delle regioni e perciò definito di intesa con la conferenza unificata. E in questa funzione è innanzitutto utilizzato il patrimonio immobiliare pubblico dismesso (qualificante impiego del così detto – spesso malamente esercitato – federalismo demaniale), mentre ai comuni caratterizzati dal fenomeno dello spopolamento si vogliono destinare risorse per l’acquisto di alloggi da cedere in locazione a canone agevolato e sono definite le condizioni per convenzionare con i proprietari privati il recupero abitativo a canone locativo concordato. Insomma la legge che riconosce l’insediamento urbano storico parte integrante dal “patrimonio” della Nazione, enuncia insieme il progetto politico che affida alla responsabilità dello Stato il compito di promuovere in concreto le condizioni anche economico-finanziarie del ripristino residenziale socialmente garantito, contro gli opposti fenomeni di degrado/abbandono, riserve abitative di lusso, invadenza deformante della ospitalità turistica. Insomma, concludo, a me sembra che in questa definita proposta Italia Nostra ben possa riconoscere soddisfatte le istanze essenziali della propria cultura del centro storico, motivo dominante nel suo impegno civile dalla costituzione in associazione.

Giovanni Losavio.

Bologna, 30 gennaio 2020.

Sala di Ulisse dell’Accademia delle Scienze

Seminario di Italia Nostra

La Carta di Gubbio oggi

Salviamo la Sardegna e le sue coste

Pubblichiamo e sottoscriviamo l’appello del Gruppo d’Intervento Giuridico Onlus e Carteinregola

 

La Sardegna, il suo mare e le sue coste, sono un patrimonio dei sardi, degli italiani, dell’umanità.  Un valore inestimabile  per la sua  natura, la sua storia, la sua cultura millenaria,  da conservare e tramandare alle generazioni future.

Eppure tale ricchezza è continuamente messa in pericolo, e consumata un pezzo per volta, da interessi che guardano solo al presente, e solo ai vantaggi per pochi.
In nome dei profitti derivanti dallo sfruttamento del turismo si riducono e sviliscono   l’ambiente e il paesaggio, imboccando una strada che non può che portare alla progressiva distruzione di quella bellezza  che attira  i turisti  di tutto il mondo, e che rende i sardi fieri della loro terra.
Oggi l’ennesimo disegno di legge  regionale  che intende   moltiplicare cemento e cubature edilizie, persino  nella fascia più prossima al mare  e nelle aree agricole, incombe  sul futuro dell’isola.
Prima che il provvedimento  ottenga  l’approvazione del  Consiglio Regionale, chiamiamo il mondo della politica, della cultura, dell’impegno civico della Nazione a mobilitarsi perché le coste della Sardegna non vengano ulteriormente umiliate e ferite da disposizioni ad alto rischio di incostituzionalità.
Chiediamo che siano rispettati i vincoli di inedificabilità della fascia costiera, in particolare dei 300 metri dalla battigia, che da decenni difendono le coste della Sardegna (*), previsti  anche dal Piano Paesaggistico Regionale (P.P.R.), vincoli ignorati dal DDL, per ottenere, con il sempiterno fasullo appello  al miglioramento ecologico del patrimonio edilizio esistente e allo “sviluppo sostenibile” , un effimero ritorno economico per alcune categorie.
Mentre il mondo si infiamma per il rischio, sempre più imminente, di un  disastro ambientale per il dissennato sfruttamento delle risorse comuni, tanto preziose quanto  limitate, e la politica ufficiale si erge a  paladina delle disperate richieste dei giovani che guardano con angoscia al proprio futuro, nelle aule delle  Pubbliche  Amministrazioni si continua a perseguire una visione miope e particolaristica. E’ ora di cambiare profondamente  modello, e tutelare fino in fondo le coste della Sardegna. Tutelare l’ambiente,  il Paesaggio, la memoria vuol dire salvare il futuro delle persone.

Stefano Deliperi, Anna Maria Bianchi, Maria Paola Morittu, Sandro Roggio

Ella Baffoni, Mauro Baioni, Paolo Berdini, Paola Bonora, Massimo Bray, Carlo Cellamare, Vezio De Lucia, Lidia Decandia, Vittorio Emiliani, Domenico Finiguerra, Paolo Flores, Ebe Giacometti, Maria Pia Guermandi, Maria  Cristina Lattanzi, Paolo Maddalena, Anna Marson, Fausto Martino, Tomaso Montanari, Giuseppe Morganti, Pancho Pardi, Rita Paris,  Enzo Scandurra, Giancarlo Storto, Walter Tocci.

Gruppo d’Intervento Giuridico Onlus,  Carteinregola,  Associazione Bianchi Bandinelli, CILD (Centro d’Iniziativa per la Legalità Democratica) Cittadinanzattiva onlus, Cittadinanzattiva Sardegna onlus, Comitato per la Bellezza, Coordinamento Nazionale Mare Libero, Eddyburg, Emergenza cultura,   Forum Salviamo il paesaggio, Italia Nostra onlus, VAS (Verdi Ambiente Società).

15 gennaio 2020

 

(* )

fin dal 1976 (legge regionale Sardegna n. 10/1976) esiste il vincolo di inedificabilità nella fascia dei 150 metri dalla battigia marina, proprio per preservare le coste dalla trasformazione immobiliare;

dal 1993 il vincolo di inedificabilità difende la fascia dei 300 metri dalla battigia marina (legge regionale Sardegna n. 23/1993);

il piano paesaggistico regionale (P.P.R.) ha ampliato e specificato la disciplina della salvaguardia costiera, consolidando l’inedificabilità della fascia costiera ( art. 19 e 20 delle Norme di attuazione del PPR) e  in particolare dei 300 metri dalla battigia marina, come autorevolmente riconosciuto dalla giurisprudenza costituzionale e amministrativa;

* è ampiamente condivisa nell’opinione pubblica la necessità di norme di tutela forti e efficaci per la difesa delle coste dalla trasformazione immobiliare e, in particolare, dalla speculazione edilizia;

* l’efficacia della salvaguardia delle coste della Sardegna viene posta in pericolo da reiterati provvedimenti legislativi, dei governi di diverso orientamento,  che consentono incrementi delle volumetrie con l’alibi del sostegno alle famiglie (“piano casa”) e da recenti proposte di legge regionali che mirano a un vero e proprio svuotamento delle normative di difesa dei litorali, con particolare riferimento alla fascia costiera tutelata dal PPR.

L’emergenza del patrimonio: Venezia e non solo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Le drammatiche immagini della marea che sommerge Venezia e il suo patrimonio sono probabilmente un’anticipazione – terribile – di quanto potrebbe succedere all’insieme dei nostri Beni culturali in un futuro prossimo venturo.

Ancora una volta, la responsabilità principale è da attribuire all’imprevidenza e all’incuria umane: constatare che la salvezza di un enorme patrimonio librario e documentario (Querini Stampalia, Conservatorio) è affidata alla generosità di novelli “angeli del fango” ci fa comprendere come ben poco, in questi decenni, sia stato fatto in termini di prevenzione.

L’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, nel ribadire la propria solidarietà a quanti – funzionari pubblici e volontari – si stanno prodigando per il recupero del patrimonio, ribadisce come una seria politica di messa in sicurezza non possa che poggiare su un’operazione sistemica e preventiva che rimuova radicalmente le cause di pericolo, a partire, naturalmente, dall’eliminazione del traffico di navi pesanti dall’intera laguna: ora, subito.

Se Venezia costituisce il caso più eclatante, molteplici sono però i motivi di preoccupazione sullo stato del patrimonio culturale che ci giungono da più parti e che, nel loro insieme, sottolineano le carenze sempre più evidenti dell’attuale assetto del nostro sistema di tutela.

In linea con la propria tradizione di analisi e proposta, l’Associazione sta quindi organizzando una giornata pubblica di studi (gennaio 2020) nella quale, a partire da quanto emerso negli incontri tematici già svolti nel corso dell’anno, siano evidenziate le criticità strutturali derivate in particolare dalle riforme dell’ultimo quinquennio e soprattutto siano proposte alcune soluzioni utili ad eliminare le più evidenti distorsioni e a contenere lo stato di diffusa sofferenza del nostro patrimonio.

In attesa di tale appuntamento, e per quanto riguarda soprattutto l’ambito archeologico, l’Associazione dichiara la propria complessiva adesione a quanto espresso e proposto recentemente da Adriano La Regina e Fausto Zevi, nella lettera aperta al Ministro Franceschini (pubblicata sul Giornale dell’Arte, novembre 2019 e ripresa da Emergenza Cultura) sulla necessità di un radicale ripensamento dei Poli museali regionali e di una reintroduzione delle Soprintendenze Archeologiche, per il loro specifico apporto a tutela e valorizzazione assieme del territorio e dei luoghi della cultura.

Scarica il comunicato

Presentazione del libro Utopia e Impostura

“Abbiamo deciso di scrivere questo libro per reazione morale, prima che professionale,
alla crisi istutuzionale del sistema di tutela del patrimonio culturale in Sicilia,
i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti da anni”

– Francesca Valbruzzi,  Paolo Russo –

 

L’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte, l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli e la casa editrice Scienze e Lettere
sono lieti di invitare la S.V.al dibattito sul volume

UTOPIA E IMPOSTURA
Tutela e uso sociale dei beni culturali in Sicilia
al tempo dell’Autonomia
di Francesca Valbruzzi e Paolo Russo

Martedì 19 novembre ore 16.30

INASA
Piazza S. Marco, 49 – Roma
prima porta a sinistra – Secondo Piano

Intervengono:
Carlo Pavolini (Università della Tuscia)
Marisa Dalai Emiliani (Sapienza Università di Roma)
Salvatore Bonfiglio (Università Roma Tre)
Adriana Laudani (Fondazione «Memoria e Futuro»)

Modera:
Rita Paris (Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli)

Saranno presenti gli autori

Scarica l’invito in pdf

Comunicato di sostegno all’azione di Italia Nostra per il prestito dell’Uomo Vitruviano

L’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli esprime apprezzamento per l’impegno assunto da Italia Nostra, con il ricorso al Tribunale Amministrativo del Veneto, in merito al prestito al Louvre del fragile disegno di Leonardo, noto come l’Uomo Vitruviano, conservato nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia.

L’Associazione sostiene le iniziative che operano nell’interesse pubblico per la tutela del patrimonio culturale, come in questo caso in cui si agisce per ottenere il rispetto della normativa a fronte di una “carenza di motivazioni” e di effettivi rischi per la conservazione dell’opera. La decisione politica non dovrebbe mai sostituirsi agli organi tecnico-scientifici né condizionarne il parere, ma piuttosto fare ricorso esclusivamente alla decisione degli esperti e valutare, inoltre, l’opportunità di privare il pubblico nazionale e internazionale che visita l’Accademia della possibilità di fruire dell’opera, per il lungo riposo che si imporrebbe, dopo l’esposizione a Parigi.

L’Associazione Bianchi Bandinelli confida sulla decisione della giustizia, auspicando che le prioritarie e motivate ragioni di cautela non diventino l’ennesima occasione di polemica e separazione, rendendo merito invece a un’azione intrapresa a salvaguardia di un bene di valore universale.

Addio Eddy, «ragazzo di bottega di una scuola di profeti»

Articolo di Vezo De Lucia
Il Manifesto, 24 settembre. 

Si è spento il 23 settembre 2019 a Venezia Edoardo Salzano, per tutti Eddy, urbanista, studioso di città e di politica che ha formato decine di urbanisti e intellettuali. 

Si è spento il 23 settembre 2019 a Venezia Edoardo Salzano, per tutti Eddy, urbanista, studioso dicittà e di politica che ha formato decine di urbanisti e intellettuali. Era nato a Napoli nel 1930 nella casa del nonno, il generale Armando Diaz. Sapevamo che stava male ma anche stavolta eravamo certi che avrebbe superato la crisi continuando come sempre a essere disponibile, disinteressato alle convenienze personali, inguaribilmente ottimista (dum spiro spero, stava scritto sulla sua carta intestata).
Ci sarà tempo per ricordarlo, per ora qualche pensiero. Comincio con le parole che concludono il suo libro più noto, Fondamenti di urbanistica: «Il primato dell’interesse comune sull’interesse del singolo è il principio da assumere come stella polare dell’urbanistica». L’interesse pubblico ha guidato la sua lunga attività di urbanista, coerentemente vissuta in tante forme diverse.Da amministratore, prima al consiglio comunale di Roma, con Aldo Natoli e Piero della Seta, poi a Venezia, dov’è stato assessore all’urbanistica; da progettista, e ricordo solo il piano paesaggistico della Sardegna; da professore di urbanistica, alla Sapienza e all’Iuav; da presidente dell’Inu e da fondatore e direttore di urbanistica informazioni (prezioso mensile dell’Inu); da saggista, a cominciare dal fondamentale Urbanistica e società opulenta del 1969, a decine di altre libri, a un numero sterminato di articoli. Fino alla scoperta di internet, del Web, e quindi di eddyburg, il sito al quale dal 2003 ha dedicato il meglio della sua energia e della sua intelligenza, facendolo diventare lo strumento più diffuso nel nostro Paese da chi si occupa di urbanistica, di città, di paesaggio.

Sulla testata campeggiano le parole Urbs, Civitas, Polis (la città fisica, la società che la vive, la politica che la governa), e si legge che il sito tratta di «argomenti che rendono bella, interessante e piacevole la vita di alcuni e difficile, tormentata, disperata quella di altri».

Grande spazio è occupato da Venezia, di cui Salzano, da amministratore prima, da studioso e attivista poi, è uno dei massimi conoscitori, consapevole che la città e la laguna sono tutt’uno, simul stabunt simul cadent. E fu tra i primi, più di trent’anni fa, a imporre rigorose regole urbanistiche (cancellate dalle successive amministrazioni) alla devastante penetrazione del turismo in ogni brandello dell’edilizia storica.

Ma la sua dimensione suprema è stata la politica. La politica ha racchiuso in sé la sua filosofia di vita, la ricchezza e la complessità dei suoi interessi: la prima cosa che ci ha insegnato è che l’urbanistica è politica, senz’altra qualificazione. Ha cominciato giovanissimo, con Franco Rodano, Claudio Napoleoni e il gruppo di cattolici, comunisti ed ex democristiani (da Tonino Tatò a Mario Melloni, Ugo Baduel, Giancarlo Paietta, Marisa Rodano, Lucio Magri, Giuseppe Chiarante).

Ha scritto di sé «ragazzo di bottega di una scuola di profeti». Su Dibattito politico, la prestigiosa rivista fondata da alcuni di loro, Eddy scrisse lunghi e complessi articoli, non solo di urbanistica, addirittura sulla politica agraria dell’Urss. Ha continuato fino alla fine a dichiararsi comunista, ad avere lo stile del comunista (Rossana Rossanda ha scritto che i comunisti sono stati gli ultimi ad avere uno stile). Negli ultimi tempi, con la compagna Ilaria, ha militato in Potere al popolo.

Nel giugno scorso, in sedia a rotelle, all’ultima affollata manifestazione contro le grandi navi, è stato travolto da un applauso che non finiva mai.

Ciao Eddy, fratello mio.

Addio a Edoardo Salzano, maestro dell’urbanistica italiana

Articolo di Francesco Erbani
La Repubblica, 23 settembre 2019.

Il teorico della città come bene comune, “casa di tutti”, è morto a Venezia a 89 anni. Urbanista, laureato però in ingegneria, ha formato generazioni di allievi.

Edoardo Salzano ripeteva spesso che la città non è un ammasso di case, ma la casa di tutti. E se incontrava qualche resistenza nell’interlocutore, incalzava: «La città non è solo un prodotto del mercato, è una creatura sociale, frutto di lavoro collettivo e storico». E se ancora non bastava, attingeva al repertorio classico: «È urbs, struttura fisica, è civitas, cioè società, ed è polis, governo”. Edoardo Salzano, Eddy per chiunque lo conoscesse, si è spento a Venezia, dove viveva dal 1974. Aveva 89 anni.

Eddy Salzano era un urbanista, laureato però in ingegneria, ed è stato maestro per generazioni di allievi, quelli che allo Iuav di Venezia frequentavano i suoi corsi, ma anche quelli che si sono formati sui suoi libri, primo fra tutti Fondamenti di urbanistica (Laterza). Ha redatto impegnativi e coraggiosi piani. Basti ricordarne solo due per afferrare i punti cardinali del suo orientamento politico e culturale: quello della città storica di Venezia e quello paesaggistico della Sardegna. Della città lagunare è stato assessore, dal 1975 al 1985, in una giunta di sinistra guidata dal socialista Mario Rigo.

La sua genealogia intellettuale vede iscritti i nomi di Luigi Piccinato e di Giovanni Astengo, di Federico Gorio e poi di Leonardo Benevolo, dal quale lo divisero aspri dissensi proprio a proposito di Venezia. A questi apporti, non solo disciplinari, vanno affiancati quelli di Franco Rodano e di Claudio Napoleoni, animatori della Rivista trimestrale, intorno alla quale si riuniva il gruppo degli intellettuali comunisti di provenienza cattolica. Salzano, che era nato a Napoli nel 1930 ed era nipote del generale Armando Diaz, era arrivato a Roma nel 1952 e, iscritto al Pci, scriveva per l’Unità e fu eletto consigliere comunale.

In Memorie di un urbanista, uscito dalla Corte del Fontego nel 2010, Salzano racconta gli anni della estenuante gestazione del piano regolatore di Roma, poi approvato nel 1965, e di come Roma sotto i suoi occhi crescesse assecondando solo interessi fondiari e immobiliari, comunque privati. Nel 1969 uscì un suo saggio, Urbanistica e società opulenta (Laterza), che non piacque ad autorevoli architetti come Bruno Zevi, ma che influenzò fortemente chi in quegli anni si laureava.

Per Salzano è rimasto un punto fermo il controllo pubblico delle trasformazioni urbanistiche. La città, ripeteva, non è un aggregato edilizio: se si lascia fare al solo mercato immobiliare o, tutt’al più, a una contrattazione in cui il contraente pubblico si piega ai voleri di quello privato, ecco che la città perde la propria ragion d’essere, perde qualità e danneggia la civitas. È compito dell’urbanistica disegnare l’assetto di una città considerando i bisogni e le aspirazioni di chi la vive. L’urbanistica è una scienza eminentemente sociale, non un freddo manuale di norme.

Non è andata come avrebbe voluto. In pensione, Eddy Salzano si è inventato un altro mestiere. O, meglio, ha cercato nuovi mezzi per raccogliere le sue riflessioni e per coinvolgere giovani e meno giovani ricercatori, militanti di associazioni, persone affezionate alla civitas e alla polis. E, sebbene avanti nell’età, ha esplorato la potenza della rete e ha fondato eddyburg, che oggi è il più attrezzato sito in materia di territorio, paesaggio, città, ambiente. È un repertorio di documentazione insostituibile, destinato a tutti, orientato e trasparente dal punto di vista politico e apprezzato anche da chi non ne condivide la radicalità.

Eddyburg è stata la seconda vita di Eddy Salzano, ne ha rinnovato l’energica e ironica lucidità, ha nutrito il gusto della conoscenza e della militanza, gli ha garantito freschezza intellettuale. Fino all’ultimo, fino a che gli occhi lo hanno assistito, anche seduto su una chaise longue davanti a una porta a vetri affacciata su un canale, dietro campo Santa Margherita, la sua preoccupazione era aggiornare eddyburg.

E una seconda vita gli ha assicurato Venezia, dove fu chiamato un po’ per ragioni universitarie un po’ spinto dalla militanza politica. Nella città lagunare, da amministratore, aveva messo le basi per evitare che ci si consegnasse mani e piedi all’economia turistica. Non è andata come avrebbe voluto neanche questa volta.

Ma Venezia non gli sembrava una città per la quale doversi rassegnare. Era in prima fila, su una carrozzella a rotelle, durante la manifestazione in bacino San Marco dopo l’incidente provocato da una delle grandi navi che solcano la Laguna. Troppa qualità nella storia urbana di Venezia, nel suo assetto, nella tenacia di tanti suoi abitanti per finire travolta da un turismo predatorio. Su eddyburg si può leggere quel che Marco Polo dice al Kublai Khan nelle Città invisibili di Italo Calvino: «Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia. Per distinguere le qualità delle altre, devo partire da una prima città che resta implicita. Per me è Venezia». «Così è Venezia anche per me», chiosava Eddy.

Un duro colpo al patrimonio demoetnoantropologico. Gli alti e bassi delle politiche culturali 2014-2019

Proseguendo le riflessioni elaborate nel corso dell’incontro “Pensare e tutelare l’immateriale: una riforma mancata” (28 novembre 2016) ci si vuole interrogare sullo stato dell’arte nel MIBACT del patrimonio demoetnoantropologico (DEA) al quale la riforma Bonisoli ha inferto un colpo micidiale penalizzandolo in maniera inammissibile. Quale destino si prefigura oggi per il patrimonio DEA in Italia se si continua a ignorare la dimensione immateriale della tutela, se si aboliscono gli Istituti centrali preposti, se non si completa l’assunzione di professionisti, se non si nomina infine un Comitato tecnico-scientifico di settore?

 

27 settembre 2019, ore 15:00

Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia (ICDe)
Piazza Guglielmo Marconi 10, Roma

 

Partecipano:

Alessandra Broccolini
Docente Università Roma Sapienza e Presidente Società italiana dei beni demoetnoantropologici, dei musei e del patrimonio culturale materiale e immateriale-SIMBDEA Fabio Dei Docente Università di Pisa, membro Consiglio scientifico ICDE

Francesco Faeta
Docente Università di Messina, membro della Commissione Unesco Italia

Vito Lattanzi
Direzione generale musei

Ferdinando Mirizzi
Docente Università degli studi della Basilicata, Presidente Società italiana antropologi culturali-SIAC, membro Consiglio scientifico ICDE

Giovanni Pizza
Docente e Direttore della Scuola di specializzazione DEA Università Perugia

Pino Schirripa
Docente e Direttore della Scuola di specializzazione DEA Università Roma Sapienza

Leandro Ventura
Direttore Servizio VI della Direzione Generale ABAP MIBAC, Direttore Istituto centrale per la demoetnoantropologia-ICDE

Introduce:

Rita Paris
Presidente Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

Coordina:

Paola Elisabetta Simeoni
Consiglio direttivo Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

Segue dibattito

 

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Intervista a Lucinia Speciale: Tutelare diritti e beni essenziali: priorità nazionale

Riportiamo l'intervista a Lucinia Speciale pubblicata su benecomune.net

 

Proponiamo un’intervista a Lucinia Speciale, membro del direttivo dell’Associazione Bianchi Bandinelli e docente di storia dell’arte medievale dell’università del Salento. Le abbiamo chiesto di darci una lettura del tema del regionalismo differenziato alla luce dei contenuti dell’Appello lanciato dall’associazione di cui fa parte. L’intervista è stata relizzata da Fabio Cucculelli

 

LAssociazione Bianchi Bandinelli viene fondata da Giulio Carlo Argan e Giuseppe Chiarante il 21 dicembre 1991. In questi anni di attività di cosa vi siete occupati?

La Bianchi Bandinelli si muove nell’ambito dell’associazionismo ambientalista e culturale ma, diversamente da altri organismi di quel mondo, è sempre stata una associazione di specialisti; nel corso dei suoi oltre 25 anni di vita ha radunato diverse generazioni di persone che hanno scelto come mestiere la conoscenza e la tutela del patrimonio culturale: soprattutto funzionari impegnati nell’amministrazione, ma non solo.

L’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli nasce quando Giulio Carlo Argan, che veniva dall’esperienza parlamentare, era ministro dei beni culturali nel governo ombra del PDS. Coautore dell’impresa fu Giuseppe Chiarante, un politico ‘puro’, che si era sempre occupato di formazione e di patrimonio culturale. Argan considerava con grande preoccupazione il pericolo della separazione tra università e sistema della tutela che si è di fatto prodotto in coincidenza della nascita del Ministero dei beni culturali. E questo per due ragioni: anzitutto perché nell’esperienza della sua generazione il sistema di tutela – allora la Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione – era spesso il primo impegno di quanti erano destinati alla carriera accademica. Lo stesso Argan aveva avuto questo itinerario: era stato ispettore delle Belle arti per un breve periodo e poi professore universitario. In effetti, la tutela del patrimonio diffuso – distribuito sul territorio – che è una peculiarità tanto celebrata dell’Italia, è anche un’attività di ricerca scientifica nel senso più pieno dell’espressione, perché consente di allargare le conoscenze. Ciò vale per le attività di scavo messe in opera dagli archeologi ma anche per noi storici dell’arte. Moltissime opere vengono ‘scoperte’ grazie al restauro.

L’altro elemento che Argan e Chiarante avevano molto presente era la trasformazione del quadro normativo che si profilava agli inizi degli anni Novanta, con l’entrata in vigore dell’accordo di Schengen sulla libera circolazione delle merci e la conseguente necessità di armonizzare la legislazione italiana, che è molto protettiva, con la normativa europea che invece è molto più variegata. La riflessione promossa dalla Bianchi Bandinelli su questa materia vide coinvolti storici del patrimonio e giuristi di altissimo profilo, tra questi Stefano Rodotà che vi contribuì in modo determinante, sostenendo in una relazione dedicata a Lo stato giuridico del bene culturale, che “Il bene culturale non è una merce”.

Nell’arco degli anni Novanta la Bianchi Bandinelli avrebbe segnalato per prima la necessità allargare i  confini di quello che si intende per patrimonio culturale, sottolineando la necessità di tutelare la lingua, i beni immateriali, i beni musicali, gli archivi storici contemporanei. Da questa preoccupazione discende il suo contributo alla lunga gestazione del Codice Unico dei Beni Culturali. Per noi la nozione di Bene Culturale è una nozione non statica ma dinamica.  Non a caso, la nostra iniziativa più recente è stata dedicata alla tutela dei centri storici, e si è concretizzata in una proposta di legge presentata nel novembre scorso nell’ambito del convegno “Il diritto alla città storica”.

Già dal 1994 la Bianchi Bandinelli aveva inoltre avvertito i rischi della ‘privatizzazione’, introdotta nella gestione del patrimonio culturale dalla Legge Ronchey, e sfociata in una vera e propria visione mercantile del bene stesso, che fosse la singola opera, una raccolta storica o un insieme urbanistico e paesaggistico. Di questa preoccupazione è testimonianza un documento del settembre 1994 che risulta per molti aspetti profetico, intitolato “Sì all’autonomia, no alla privatizzazione del museo e dei beni culturali”: una posizione, questa, sulla quale la Bianchi Bandinelli è ancora sostanzialmente allineata. Ed è per questo che, di recente, l’Associazione ha riconosciuto con estrema preoccupazione il medesimo principio “economicista” nell’ispirazione della riforma Franceschini, che ha separato i musei dal loro contesto storico, e ha concentrato attenzioni e risorse su quelle poche sedi – Pompei, gli Uffizi – suscettibili di produrre una presunta redditività, lasciando le istituzioni più deboli al loro destino.

Un altro tema che ci ha molto impegnato è quello della salvaguardia del patrimonio nei disastri naturali. Ci siamo preoccupati de L’Aquila prima che ci fosse la marcia degli storici dell’arte anche perché all’interno dell’associazione erano presenti sin dagli inizi restauratori e teorici del restauro come Michele Cordaro e Giuseppe Basile, due allievi di Cesare Brandi, che non casualmente hanno dato una grande contributo alla definizione dello statuto giuridico dei restauratori: una tipologia di operatori dei beni culturali che l’Italia ha definito meglio di altri paesi, e che stiamo perdendo a causa del progressivo assottigliamento del personale tecnico del Ministero per i Beni culturali.

Abbiamo infine messo e fuoco e segnalato per primi il tema del precariato che caratterizza sempre di più il lavoro nei Beni Culturali. Nel nostro paese la cultura produce reddito ma non lavoro garantito. Le professioni del patrimonio sono tra quelle meno tutelate del lavoro intellettuale; non è un caso che la fascia più giovane dei nostri soci e del nostro consiglio direttivo abbia conosciuto o sia ancora prevalentemente impegnata in un lavoro di questo tipo.

Per tutte queste ragioni la Bianchi Bandinelli ha aderito al coordinamento di Emergenza Cultura e alla manifestazione del 7 maggio 2016 contro l’impostazione della Riforma “Franceschini” dell’allora Ministero per i Beni Culturali e del Turismo.

Centotrenta intellettuali, fra storici dell’arte, archeologi, urbanisti, scrittori e saggisti, hanno sottoscritto il vostro appello contro l’intesa fra il governo e le prime tre regioni, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, per trasferire ad esse, in base al Titolo V della Costituzione, nuove e maggiori competenze oggi dello Stato. Ci può spiegare il senso e gli obiettivi di questa iniziativa?

Il primo obiettivo era quello di riportare a un dibattito pubblico, compreso quello delle Camere, la discussione su questa scelta, che rischiava di essere imposta al paese attraverso accordi tra esecutivo e singole regioni, senza che l’opinione pubblica ne avesse una piena consapevolezza. La devoluzione che si prefigura investe non solo il problema del patrimonio storico-culturale ma anche diritti fondamentali, come la salute e l’istruzione e, in senso più generale, il diritto di cittadinanza che dalla salvaguardia di questi diritti discende. Tenuto conto che questo è un paese istituzionalmente giovane, che ha solo 150 anni e non ha un solidissimo senso dell’unità, il pericolo di una dissoluzione è più che concreto, come dicono Piero Bevilacqua e la sua Officina dei saperi, che hanno sollevato il problema poco meno di un anno fa. Noi volevamo soprattutto che ci fosse attenzione al problema e se ne discutesse in tutte le sedi possibili.

Si legge nel vostro appello che questo “atto costituzionale che assesta un colpo mortale allo Stato unitario, alla Repubblica voluta nel 1946 dal popolo italiano, destinato a portare al massimo il caos politico-amministrativo del Paese anche nei suoi rapporti con l’UE e col resto del mondo. Reso possibile dalla sussistenza del disastroso Titolo V della Costituzione voluto dal centrosinistra nel 2001 e purtroppo mai riformato“. Ci può spiegare perché? Il vulnus della questione è nel Titolo V? A vostro avviso sarebbe sufficiente una sua riforma? Quali competenze dovrebbero essere solo statali e quali solo regionali?

Il titolo V stabilisce limiti amplissimi e indeterminati all’autonomia. In materia di Beni Culturali prevede che rimanga allo Stato la Tutela e che alle Regioni sia trasferita la Valorizzazione dei Beni Culturali, mentre sarebbe materia di concorrenza la gestione del territorio, creando confusioni e contrapposizioni che al momento della sua approvazione alcuni avevano previsto, tra questi lo stesso Giuseppe Chiarante. Nella stesura delle intese, soprattutto in quelle sottoscritte con il Veneto e la Lombardia, si parla di trasferire integralmente alle Regioni tutte le competenze, operando una forzatura che va anche oltre il dettato costituzionale. Gli uffici territoriali del ministero dei Beni Culturali – le Soprintendenze – e la loro fondamentale funzione di presidio esercitato a garanzia della comunità nazionale sarebbero subordinati ai governi regionali. Le articolazioni territoriali del Ministero che in nome di un principio di interesse generale garantiscono la conservazione del patrimonio, sulla base di quanto prevede l’art. 9 della Costituzione, verrebbero sostituite da organismi che risulterebbero più esposti alle pressioni di interessi particolari, che sono particolarmente forti nell’ambito della gestione locale del territorio e dell’urbanistica. Paradossalmente, le tre regioni in questione – che rappresentano insieme la quota più alta del PIL italiano – sono anche quelle nelle quali si registrano il più alto consumo di suolo d’Italia e la più alta quota di “impermeabilizzazione” (cemento+asfalto) del terreno. Non a caso in quest’area i disastri naturali, ormai ricorrenti, hanno conseguenze particolarmente gravi.

Nei firmatari dell’appello – tra i quali spiccano i nomi di Adriano La Regina, Tomaso Montanari, Fulco Pratesi, Pier Luigi Cervellati, Vittorio Emiliani, Pancho Pardi, Fausto Zevi e molti altri suscita “grandissima preoccupazione il fatto che fra le prime competenze rivendicate ‘in esclusiva’ vi sono Ambiente, Beni Culturali, Urbanistica. Perché? Quali rischi vi sono nella scelta di dare competenze esclusive alle regioni su ambiti come quello dellambiente, dei beni culturali, ma anche della scuola e della sanità?

Il rischio è molto efficacemente condensato nel saggio di Gianfranco Viesti che credo abbiamo letto in tanti e che l’editore ha avuto la sensibilità di rendere disponibile in rete perché fosse accessibile a tutti. Il saggio ha un titolo che non potrebbe essere più chiaro: “Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale”. Il dibattito sulla costruzione dell’identità europea ha stigmatizzato il rischio di un’Europa a due velocità: sorprende che se ne debba vedere una versione in sedicesimo all’interno dei confini nazionali. Andrebbero inoltre ricordati gli effetti assolutamente negativi che l’autonomia ha prodotto nelle regioni a statuto speciale proprio in materia di gestione dell’ambiente e dei Beni Culturali. Lo ha ricordato appena qualche tempo fa Salvatore Settis, tratteggiando la storia dello statuto regionale della Sicilia e i drammatici effetti che quell’autonomia ha avuto sulla salvaguardia del suo straordinario patrimonio storico-culturale. Non va dimenticato che in Italia la tutela del patrimonio storico è indissolubilmente legata a quella dell’ambiente e del paesaggio, e che la classe politica italiana considera troppo spesso il territorio come una risorsa della quale disporre in forma incondizionata. E sono soprattutto le amministrazioni locali quelle più inclini a pulsioni di questo tipo, come sanno bene i funzionari. La tutela in quanto attività di ricerca scientifica e di protezione del territorio è per sua natura associata al diritto all’istruzione e alla salute, che sono elementi fondamentali del diritto di cittadinanza.

Quello delle risorse è un problema drammatico. Una cattiva redistribuzione del reddito prodotto non aiuterà la coesione nazionale. Consentire ad alcune regioni la possibilità di rompere il patto di solidarietà nazionale a proprio vantaggio non le renderà più forti. In una competizione ormai globale le dimensioni contano: quando si è piccoli si è più facilmente sopraffatti.

Lei insegna storia dellarte medievale allUniversità del Salento. Dal suo osservatorio quali rischi presenta unoperazione del genere per il mondo della scuola e dellUniversità? Si rischia di penalizzare ulteriormente i ragazzi del nostro meridione?

Lavoro all’Università del Salento da circa 25 anni, ci sono arrivata molto giovane avendo due biglietti di viaggio finalizzati a due diverse possibilità di carriera: uno verso gli Stati Uniti e l’altro verso il Suditalia, con un contratto d’insegnamento in quello che era allora un corso di studi in via di istituzione e che stava facendo una scommessa, creando un corso di formazione universitaria ad alta specializzazione. Il corso di laurea in beni culturali, nato come corso di restauro, conservazione e tutela dei beni musicali si stava articolando in quattro indirizzi, archeologia, storia dell’arte, archivistica e musica. Era una scelta d’avanguardia: pochi tra i corsi che si stavano attivando in Italia avevano un impianto così ampio.

I corsi in beni culturali sono stati una delle scommesse più infelici nella storia dell’università italiana. Non siamo stati capaci di fare in modo che la politica si rendesse conto che la formazione di tanti giovani nel settore dei beni culturali doveva aprire loro delle prospettive d’inserimento. Tornando al regionalismo differenziato e ai suoi possibili rischi si potrebbe facilmente osservare che proprio l’università offre un ottimo esempio per valutare gli effetti negativi di un decentramento senza contrappesi. Gli atenei sono in regime di autonomia amministrativa dal 1991. Per capire cosa è accaduto da allora basterebbe sfogliare un altro lavoro di Gianfranco Viesti: “L’università in declino. Un’indagine sugli atenei da Nord a Sud” (Roma 2016), condensato circa un anno fa in “La laurea negata”. Il definanziamento degli atenei del sud tra il 2008 e il 2015 è stato percentualmente più elevato di quello che ha colpito il Nord Italia. Impoverita di risorse finanziarie e umane le università del Sud hanno perso energie e attrattività.

Il processo in atto può solo aggravare la crisi. In un numero di “Left” apparso a luglio è segnalata la presa di posizione dell’ateneo più grande del Mezzogiorno, la Federico II di Napoli, contro il regionalismo differenziato. Persino un grande ateneo avverte i rischi che il regionalismo differenziato potrebbe comportare per la formazione secondaria e l’università.

Attualmente circa un quarto della popolazione giovanile destinata agli studi universitari del Sud Italia si sposta verso il Nord. In un certo numero di casi ciò accade perché le università geograficamente più prossime non offrono il tipo di formazione molto specializzata che si vorrebbe, in qualche altro caso la ragione è un’altra: l’impoverimento della qualità della formazione che le università del Sud, penalizzate dalla progressiva mancanza di risorse, riescono ad esprimere C’è poi un altro aspetto inquietante da considerare: il definanziamento costringe l’università ad aumentare le tasse. I ragazzi le cui famiglie possono sostenerne la spesa si spostano verso sedi universitarie che offrono servizi migliori, ma una quota molto significativa degli altri, che non ha i mezzi necessari per accedere alla formazione universitaria, finisce tra i Neet.

Quale coesione nazionale potremo costruire se diamo ai ragazzi del Sud la sensazione che per lo Stato sono uno scarto? C’è una dimensione di ascensore sociale che l’università ha avuto nell’arco di tutta la sua storia post-unitaria e che oggi rischia di non assolvere più. Le università del Sud non sono più coinvolte nel processo che vedeva i grandi intellettuali iniziare la loro carriera universitaria proprio negli atenei del Mezzogiorno. Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, sono transitati dall’università di Palermo, Lucio Lombardo Radice, Giulio Carlo Argan, Cesare Brandi e diverse altre figure di primissimo piano nella cultura italiana del Novecento. Quello che vedeva i nuovi docenti universitari cominciare la carriera in piccoli atenei spesso meridionali per poi trasferirsi era un circuito virtuoso. Nella dimensione atomizzata prodotta dal decentramento amministrativo e dal definanziamento ovunque prevalgono le carriere interne. L’assenza di mobilità tra piccoli e grandi atenei è un impoverimento per l’università. Chi cominciava la carriera in un ateneo periferico per poi trasferirsi in una grande università, ai ragazzi che non potevano permettersi di spostarsi offriva il meglio della riflessione teorica sulla propria disciplina, perché era giovane, motivato e rappresentava l’avanguardia degli studi; nel momento in cui arrivava in un grande ateneo si confrontava con numeri molto più grandi ma aveva già acquisito un’esperienza d’insegnamento. Quella situazione aveva il pregio di rendere più omogenea la qualità della formazione dell’intera popolazione universitaria e mantenere la coesione del sistema educativo nel suo complesso: un valore aggiunto che sarebbe forse il caso di recuperare. In questi giorni si parla di nuovo molto di scuola e università come di una priorità, potrebbe essere un’idea.

https://www.benecomune.net/rivista/numeri/autonomia-differenziata/intervista-a-lucinia-speciale/

Premio Ranuccio Bianchi Bandinelli 2019

Premio Ranuccio Bianchi Bandinelli  La tutela come impegno civile” 

edizione 2019

 

Sono aperte le candidature per la nuova edizione del Premio Ranuccio Bianchi Bandinelli. Nell’intitolare l’associazione a Ranuccio Bianchi Bandinelli, Giulio Carlo Argan e Beppe Chiarante si proponevano di “valorizzare… l’opera di studioso, di organizzatore della cultura, di riformatore nel campo della politica di tutela” svolta da Bianchi Bandinelli, volendo sottolineare come l’attività scientifica di quest’ultimo fosse parte integrante del suo impegno di intellettuale nella società. Richiamando questo modello, l’Associazione ha istituito il Premio con l’intento di identificare e far conoscere un intervento in difesa del nostro patrimonio culturale che rivesta particolare significato sul piano civile.

Possono essere candidati studiosi, funzionari, come furono al livello più alto Ranuccio Bianchi Bandinelli e Giulio Carlo Argan, nonché i moltissimi che avvertono l’urgenza di difendere un patrimonio che l’incuria, il degrado, l’aggressione sistematica del paesaggio rischiano di cancellare: associazioni, fondazioni o enti senza scopo di lucro, gruppi, singoli che abbiano saputo sollecitare l’attenzione e l’interesse dell’opinione pubblica per la salvezza di un pezzo della nostra identità storica, che si tratti di un’attività, di un’opera, di un luogo o di un contesto.

 

SEGNALAZIONE DELLE CANDIDATURE

Le candidature all’edizione 2019 dovranno inviate all’indirizzo mail premiobianchibandinelli@gmail.com entro il 15 ottobre 2019. Candidature pervenute dopo la data indicata non saranno prese in conto. Le candidature al Premio possono essere formulate da soci dell’associazione ma non solo. Dovranno essere corredate da una breve motivazione (non superiore alle 1800 battute), che sarà contenuta nel corpo del messaggio e non in allegato. Ciascun proponente non potrà segnalare più di una candidatura. È consentito associarsi a una candidatura già formulata, ma perché la segnalazione sia ritenuta valida sarà necessario aggiungere una propria motivazione. Non possono essere candidati i componenti del consiglio direttivo dell’associazione Bianchi Bandinelli. La commissione, scelta tra i componenti dello stesso consiglio direttivo, individuerà tra quelli segnalati il candidato cui conferire il premio.

Riorganizzazione MIBAC e soppressione istituti autonomi

Roma, 14 giugno 2019

Comunicato stampa

 

Italia Nostra e l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli esprimono forte preoccupazione per quanto appreso in merito alla soppressione degli Istituti autonomi del Parco Archeologico dell’Appia Antica, del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, della Galleria dell’Accademia di Firenze e del Castello di Miramare di Trieste.

Tale previsione, contenuta nella bozza di DPCM sulla riorganizzazione del Ministero, appare sostanzialmente priva di una meditata valutazione della riforma attuata dal precedente Ministro sull’intero assetto organizzativo delle Soprintendenze uniche, dei Poli Museali e degli Istituti autonomi. Nella bozza manca anche ogni puntuale riferimento circa la futura destinazione di questi Istituti e questo crea ulteriori elementi di forte preoccupazione e perplessità.

Si chiede quindi la Ministro Bonisoli di voler  approfondire la questione, riconsiderando l’ipotesi, fornendo all’opinione pubblica spiegazioni su quanto si è appreso al fine di evitare che decisioni così importanti creino ulteriori irreversibili danni alla tutela di un patrimonio di rilevanza internazionale, già fortemente danneggiato, nell’immagine, dalle notizie riportate dalla stampa: beni di fatto declassati, ignorando secoli di storia e di impegno, trattati alla stregua di merce a cui si è tolta la dignità che meritano.

La proposta di modifica si inserisce oggi, dopo anni di caos determinato dalla precedente riforma, in un contesto già fortemente colpito, dove per nessuno – si ribadisce per nessuno – degli Istituti autonomi, come per i Poli museali e per le Soprintendenze uniche, si è prevista una soluzione al gravissimo problema della salvaguardia e conservazione degli archivi documentali e dei materiali nei depositi: fonti uniche ed essenziali per la ricerca, la buona gestione della tutela e la conoscenza di beni per loro natura irripetibili, peraltro oggetto di attenta considerazione in Convenzioni internazionali, sia in ambito Unesco che Consiglio d’Europa (convenzioni ratificate dall’Italia).

Entrare a gamba tesa nella organizzazione di settori così delicati e rilevanti, sacrificando la cura e la valorizzazione del patrimonio culturale del Paese, non può che comportare ulteriori forti scompensi. Italia Nostra e l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli si appellano al Ministro affinché ascolti le Associazione e i lavoratori tutti e vedrà quante utili riflessioni sarà poi in grado di maturare per decidere, evitando che, ancora una volta, tutto si infranga sulla spiaggia delle occasioni perdute

In particolare per le incognite legate al futuro del Parco Archeologico dell’Appia Antica che, persa la sua autonomia appena conquistata, rischia lo smembramento addirittura tra due Soprintendenze, Italia Nostra non potrà che mobilitarsi. Scenderà in campo con un’iniziativa pubblica organizzata dalla sezione di Roma, che ha intrecciato mezzo secolo e più della sua stessa storia e l’impegno dei suoi Presidenti, dirigenti e intere generazioni di soci, in azioni costanti di salvaguardia e tutela di un Bene che il mondo ci invidia.

Mariarita Signorini
Presidente Nazionale Italia Nostra

Rita Paris
Presidente Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

 

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Archivi e biblioteche 2014-2019: tutela e servizi

L’Associazione, secondo le linee  tradizionalmente seguite e riprese nell’incontro del 5 marzo scorso su Soprintendenze uniche e Musei, organizza un altro incontro pubblico il prossimo 21 maggio su Archivi e Biblioteche, ascoltando esperti di diversi ambiti e tutti coloro che vorranno essere presenti.

I temi e i materiali raccolti in queste occasioni saranno ripresi in un convegno che si intende promuovere in autunno sulle riforme e le trasformazioni del Mibac.

 

Archivi e biblioteche 2014-2019: tutela e servizi

Roma, 21 maggio 2019, ore 15:00

Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte
Piazza San Marco 49 (II piano)
Roma

Partecipano:

Giulia Barrera e Luigi De Angelis
CGIL FP

Rosa Maiello
Associazione italiana biblioteche

Michela Procaccia
Associazione nazionale archivistica italiana

Claudio Leombroni
Istituto per i beni artistici culturali e naturali Emilia Romagna

Stefano Vitali
Istituto centrale per gli archivi

Simonetta Buttò
Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche

Fulvio Cammarano
Sissco – Università di Bologna

Luca Bellingeri
Biblioteca nazionale centrale Firenze

Interventi di:
Simona Turco, Marco De Nicolò

Introduce:
Rita Paris
Presidente Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

Coordinano:
Giovanna Merola e Mariella Guercio
Consiglieri Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

Segue dibattito

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Comunicato sulla proposta della Commissione di studio per lo sviluppo e l’assestamento organizzativo del MIBAC

Comunicato sulla proposta della Commissione di studio per lo sviluppo e l’assestamento organizzativo del MIBAC presentata alle Associazioni negli incontri del 20 e 21 marzo 2019.

 

L’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli esprime forte preoccupazione sullo schema diffuso ufficialmente in questi giorni dalla Commissione per “lo sviluppo e l’assestamento organizzativo” del Mibac.

Se l’intento di condividere questo processo di ulteriore modifica degli assetti ministeriali con attori interni ed esterni appare condivisibile, tale operazione è però stata condotta con una metodologia a dire poco inadeguata, tanto da trasformarsi più in un’iniziativa di semplice informazione che in un’occasione di confronto reale.

Sul piano dei contenuti, l’assoluta genericità di talune affermazioni contenute nelle slides, peraltro su temi cruciali (“rafforzamento della tutela”, “valorizzazione delle professionalità”, “centralità del cittadino”, e via elencando), non può prestarsi a una reale interlocuzione.

D’altro lato, ciò che invece risulta evidente, come disegno complessivo, non può che suscitare profonde perplessità.

Un disegno di forte accentramento – come funzioni e figure dirigenziali –  che riconduce alla figura del Segretario Generale le leve di un controllo a 360 gradi e una moltiplicazione delle dirigenze amministrative, riesumando temi generici (valgano per tutti l’endiadi “innovazione e digitalizzazione” o l’inflazionato “creatività contemporanea e rigenerazione urbana”, quest’ultimo un vero ritornello lessicale pronto per ogni uso).

Per sostenere questa ipertrofia del centro, segnale inequivocabile di crisi culturale della struttura ministeriale, si ricorre – more solito – a una estemporanea ridefinizione geografica delle strutture territoriali.

Così, l’assetto organizzativo s’indebolisce ulteriormente proprio su quel territorio che avrebbe più bisogno di cure, aggiustamenti, risorse non solo economiche o di personale, ma di attenzione istituzionale e indirizzo culturale.

Si creano gli ibridi “interregionali” (segretariati e “reti museali”), inventando una geografia incoerente, già smentita in partenza dal rischio gravissimo delle autonomie regionali differenziate che, se attuate, andranno a scardinare definitivamente – anche nelle loro forme più blande – una struttura che non è più né nazionale, né regionale.

Al di là di altre osservazioni che ci si riserva di elaborare su singoli temi o istituti, magari a partire da un testo più articolato, si sottolinea che praticamente nessuna delle questioni cruciali espresse in questi anni relativamente alle criticità della struttura ministeriale a seguito dei decreti Franceschini, viene affrontata dall’insieme delle proposte ora presentate.

Nessuna risposta neppure su questioni nazionali capitali quali la tutela e il governo del paesaggio – obiettivo ormai definitivamente uscito dall’orbita ministeriale – o la ricostruzione post terremoto, da L’Aquila all’Emilia, all’Italia centrale, invischiata fra ritardi biblici e scelte al ribasso e al compromesso.

Eppure il profondo disagio che connota questa fase di vita ministeriale ne attraversa ormai ogni attività e struttura, queste ultime strette fra un'”autonomia” ben presto trasformatasi in abbandono (salvo la triade evergreen Colosseo – Pompei – Uffizi) e un neocentralismo privo di qualsiasi visione a largo raggio.

Perché è proprio questo, in definitiva, che colpisce in quest’ultimo passaggio riorganizzativo: la totale mancanza di un’idea riconoscibile sul patrimonio e sulla sua funzione. Così, abbandonata qualsiasi velleità di indirizzo e rafforzamento delle politiche culturali – in perfetta continuità, peraltro, con gli ultimi lustri ministeriali – quest’ultima stagione sembra avviata verso evidenti forme di accentramento amministrativo, perfettamente complementari alla deriva turistico- mercantilistica che da almeno un lustro rappresenta l’unico obiettivo riconoscibile del Mibact/Mibac e che emargina sempre più le competenze specialistiche, vero e proprio patrimonio di questo dicastero.

 

Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

con

Emergenza Cultura

Comitato per la Bellezza

Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio

Consulta Universitaria Nazionale per la Storia dell’Arte

CGIL Funzione Pubblica

UILPA-BAC

 

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